Intervista a Sumia Sukkar6′ di lettura

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarQuan­do incon­tro Sumia Suk­kar al Pisa Book festi­val 2016 davan­ti a un caf­fè sono piut­to­sto spiaz­za­ta dal­la ragaz­za gio­va­ne ed ele­gan­te che mi guar­da da sot­to le lar­ghe fal­de di un impe­gna­ti­vo cap­pel­lo di fel­tro. Sumia, clas­se 1992, è ingle­se, figlia di padre siria­no e madre alge­ri­na. Ha stu­dia­to scrit­tu­ra crea­ti­va alla King­ston Uni­ver­si­ty e il suo roman­zo d’esordio ha cata­liz­za­to l’attenzione del­la cri­ti­ca di mez­zo mon­do.

Ne Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra hai scel­to di trat­ta­re l’esperienza più dolo­ro­sa che un esse­re uma­no pos­sa vive­re e di far­lo dal­la pro­spet­ti­va incro­cia­ta di un ragaz­zi­no con la sin­dro­me di Asper­ger e di colei che se ne pren­de cura, sua sorel­la Yasmi­ne. Sei sta­ta ispi­ra­ta da qual­cu­no che cono­sci o que­sti per­so­nag­gi sono il frut­to di inten­se ricer­che?
Quan­do ho ini­zia­to a pen­sa­re al libro, lui era solo uno dei per­so­nag­gi e ho fat­to qual­che ricer­ca, per cui sape­vo in par­ten­za sape­vo che nel­la men­te di una per­so­na mala­ta di Asper­ger tut­to è bian­co o nero, non ci sono sfu­ma­tu­re. Per docu­men­tar­mi ho incon­tra­to per­so­ne auti­sti­che, ho visi­ta­to cen­tri che se ne pren­do­no cura, ma, soprat­tut­to mi sono ispi­ra­ta al fra­tel­lo di un mio ami­co che ha la sin­dro­me di Asper­ger, l’ho inter­vi­sta­to, osser­va­to, stu­dia­to. Man mano che stu­dia­vo la sin­dro­me, il per­so­nag­gio pren­de­va sem­pre più spa­zio nel­la tra­ma che anda­vo costruen­do nel­la mia testa, fino diven­tar­ne il pro­ta­go­ni­sta.

Adam in un cer­to sen­so è un esse­re sen­za pel­le: ogni emo­zio­ne, ogni espe­rien­za impat­ta diret­ta­men­te sui suoi ner­vi sco­per­ti, sul­la sua car­ne indi­fe­sa. I colo­ri sono il suo modo di cate­go­riz­za­re il mon­do e deci­fra­re le emo­zio­ni, l’alfabeto attra­ver­so cui dise­gna le cose con cui vie­ne a con­tat­to…
Esat­ta­men­te! Adam è un ragaz­zo sen­za fil­tri, grez­zo, che vive tut­te le situa­zio­ni per quel­lo che sono, sen­za media­zio­ni, è come pri­vo di dife­se, di pel­le, come dici tu, e Yasmi­ne è il solo fil­tro tra lui e il mon­do. Un mon­do che lui vede e inter­pre­ta con occhi diver­si dagli altri, attra­ver­so i suoi dipin­ti, i colo­ri che dà alle espe­rien­ze. È un ragaz­zo che vive mol­tis­si­me emo­zio­ni ma non sa come affron­tar­le, espri­mer­le. È per que­sto che dipin­ge tan­to, per dare loro voce.

La casa è per Adam il suo san­tua­rio, un luo­go dove col­ti­va­re le pro­prie osses­sio­ni. Un luo­go in cui sa come muo­ver­si, sa esat­ta­men­te quan­te mat­to­nel­le sal­ta­re, come attra­ver­sa­re con un bal­zo il tap­pe­to davan­ti al suo let­to, dove non ha biso­gno di par­la­re con nes­su­no eccet­to Yasmi­ne…
La sua casa è il suo castel­lo, la cono­sce in ogni mini­mo det­ta­glio: l’aspetto del suo let­to, il dise­gno del tap­pe­to, sa su qua­li mat­to­nel­le può cam­mi­na­re, è il luo­go in cui si sen­te più sicu­ro, che lo pro­teg­ge da un modo ester­no che lo ter­ro­riz­za, popo­la­to com’è di per­so­ne con cui non sa inte­ra­gi­re, che non lo capi­sco­no, lo giu­di­ca­no, lo spa­ven­ta­no. La casa lo pro­teg­ge e man mano che la situa­zio­ne fuo­ri si fa più minac­cio­sa, il suo lega­me con la casa diven­ta più for­te, non vor­reb­be mai uscir­ne e quan­do lo fa, non vede l’ora di tor­nar­ci. Pen­so che la casa gli ricor­di sua madre, la sicu­rez­za, l’amore; la casa lo acco­glie come solo le brac­cia di una madre san­no fare, men­tre il mon­do ester­no è ter­ri­bi­le e sco­no­sciu­to.

Quan­do i pila­stri di que­sto suo rifu­gio ini­zia­no a scric­chio­la­re e sbri­cio­lar­si (per­de Isa, Yasmi­ne scom­pa­re, Kha­led per­de le mani, la men­te del suo baba si anneb­bia) stra­na­men­te lui si adat­ta con sor­pren­den­te velo­ci­tà. È come se nono­stan­te la sua men­te con­fu­sa lui tiras­se fuo­ri una sor­ta di istin­to che lo por­ta a capi­re che per soprav­vi­ve­re al dram­ma e aiu­ta­re i suoi cari deve adat­tar­si, non tro­vi? 
C’è un det­to nel­la reli­gio­ne isla­mi­ca: “Dio non ti dà nul­la che tu non pos­sa affron­ta­re” . Tut­to quel­lo che vivia­mo riu­scia­mo per for­za di cose ad affron­tar­lo. Vale anche per Adam. Man mano che la guer­ra si inten­si­fi­ca, che la sua fami­glia si disin­te­gra, diven­ta una per­so­na indi­pen­den­te, che nono­stan­te le limi­ta­zio­ne dell’Asperger diven­ta più capa­ce di affron­ta­re le situa­zio­ni, esce dal pro­prio guscio per­ché non ha altra scel­ta dato che quel guscio è ormai distrut­to. Impa­ra ad adat­tar­si per non mori­re.

La guer­ra è gene­ral­men­te descrit­ta da pun­ti vista maschi­li e le don­ne entra­no nel qua­dro solo per l’impatto che essa ha sul­le loro vite, ma nel tuo libro fai di Yasmi­ne una pro­ta­go­ni­sta in pri­ma per­so­na, una com­bat­ten­te appas­sio­na­ta che è sta­ta mar­chia­ta a fuo­co dal­la guer­ra. Per­ché? 
La guer­ra non riguar­da mai tut­ti, non in quan­to uomi­ni o don­ne ma in quan­to gene­re uma­no, sen­za discri­mi­na­zio­ni di età e di gene­re. Come fem­mi­ni­sta pen­so che i libri oggi­gior­no non abbia­no mol­ti pun­ti di vista fem­mi­ni­li ed è anche per que­sta dispa­ri­tà let­te­ra­ria che per me è impor­tan­te mostra­re che, inve­ce, anche le don­ne sof­fro­no e com­bat­to­no armi in pugno per difen­de­re le pro­prie fami­glie e ciò in cui cre­do­no.

Leg­gen­do il tuo libro si ha l’impressione che ogni sin­go­lo det­ta­glio sia den­so di signi­fi­ca­to, anche quel­li tipo­gra­fi­ci come la scel­ta del­le maiu­sco­le o del­le minu­sco­le. È come se la gran­dez­za dei carat­te­ri di ogni sin­go­la paro­la ripro­du­ces­se il modo in cui quel­la paro­la risuo­na nel­la men­te di Adam. Come mai, ad esem­pio, hai scel­to di usa­re sem­pre la minu­sco­la per il nome di nabil? 
È nabil l’unico vero ami­co di Adam, l’unica per­so­na al di fuo­ri del­la fami­glia da cui può sem­pre cor­re­re, con cui può sem­pre esse­re se stes­so. L’uso del­la maiu­sco­la lo ren­de­reb­be una figu­ra più for­ma­le, estra­nea. Nel­la men­te di Adam nabil è come un cusci­no, qual­co­sa su cui si può sal­ta­re sen­ten­do­si sicu­ri, pro­tet­ti, è la sua zona pro­tet­ta.

Sei un’immigrata di secon­da gene­ra­zio­ne, nata a Lon­dra da un siria­no e un’algerina e que­sto libro è chia­ra­men­te un omag­gio alla Siria, Pae­se di ori­gi­ne di tuo padre. Come ti rela­zio­ni con que­sti Pae­si, li con­si­de­ri anche tuoi? 
Sono cre­sciu­ta in Inghil­ter­ra con geni­to­ri di nazio­na­li­tà diver­se, era­va­mo mul­ti­cul­tu­ra­li, aper­ti alle influen­ze ingle­si ma con­ser­va­va­mo le tra­di­zio­ni di entram­bi i pae­si dei miei geni­to­ri. Pen­so di aver pre­so mol­to da tut­te e tre le cul­tu­re, par­lo tre lin­gue e ho impa­ra­to che è fon­da­men­ta­le rispet­ta­re le diver­si­tà nel­le per­so­ne, valo­riz­zar­le. Sono sta­ta cre­sciu­ta nel­la reli­gio­ne isla­mi­ca ma mio padre ci leg­ge­va anche pas­si del­la Bib­bia per­ché essen­zial­men­te le reli­gio­ni giu­dai­ca, isla­mi­ca e cri­stia­na han­no la stes­sa ori­gi­ne e inse­gna­no gli stes­si prin­ci­pi fon­da­men­ta­li. Reli­gio­ne signi­fi­ca uma­ni­tà, pace, rispet­to.

C’è un dia­lo­go bel­lis­si­mo nel tuo libro Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra. Yasmi­ne ras­si­cu­ra Adam dicen­do “pre­sto arri­ve­re­mo a Dama­sco e sare­mo al sicu­ro per un po’ e lui rispon­de “Quan­to dura un po’?” “Il più pos­si­bi­le”. Pen­so che que­sto dia­lo­go rap­pre­sen­ti la sin­te­si per­fet­ta dell’incomprensibile irra­zio­na­li­tà del­la guer­ra. L’incapacità del cer­vel­lo uma­no che non sa pro­ces­sa­re l’orrore di cui è testi­mo­ne…
Infat­ti sin­te­tiz­za i miei sen­ti­men­ti sul­la guer­ra in Siria. Que­sta guer­ra è ini­zia­ta 5 anni fa e la gen­te dice che fini­rà pre­sto, che tor­ne­rà la pace ma quan­to anco­ra deve dura­re? Quan­do sarà abba­stan­za? I siria­ni han­no dovu­to nel cor­so degli ulti­mi cin­que anni lascia­re il loro Pae­se, tra­sfor­mar­si in esu­li, rifu­gia­ti, han­no per­so tut­to e quel­li che sono rima­sti sono com­pres­si in aree sem­pre più pic­co­le, sem­pre più peri­co­lo­se, non han­no scel­ta, ven­go­no ucci­si sen­za poter cer­ca­re scam­po, sen­za poter far sen­ti­re la loro voce. Non voglio sape­re quan­to deve anco­ra dura­re, quan­do i mor­ti saran­no abba­stan­za, quan­to deve dura­re un “altro po’”. Que­sta guer­ra che è ini­zia­ta come una rea­zio­ne spro­po­si­ta­ta del regi­me alla richie­sta di rico­no­sci­men­to dei dirit­ti uma­ni fon­da­men­ta­li da par­te del popo­lo, ormai è solo un gri­do di aiu­to.

di Lisa Puzel­la su Man­gia­li­bri 11/01/2017

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