Khaled El Khamissi, un autore itinerante2′ di lettura

di Pacyn­the Sabri (da journalistescaire.blogspot.com, 10/12/2007)

Uno scrittore egiziano, al ritmo dei suoi brani originali da un taxi all’altro, immerge i suoi lettori nel cuore della società contemporanea del  Cairo.

Scri­ve­re è come bal­la­re, per ini­zia­re, biso­gna  pri­ma libe­rar­si e esse­re in armo­nia con se stes­si. “E ’ con que­ste paro­le che Kha­led-el-Kha­mis­si, auto­re di Taxi, defi­ni­sce il suo rap­por­to con una pas­sio­ne che sem­bra tra­smes­sa di padre in figlio. Uno scrit­to­re, ma anche un gior­na­li­sta, pro­dut­to­re e regi­sta, mol­ti­pli­ca le sue fun­zio­ni, pur rima­nen­do all’ascolto del­le per­so­ne alle qua­li si sen­te più vici­no: colo­ro che lot­ta­no per gua­da­gnar­si il pane. Nel suo libro, ha dipin­to que­sta clas­se attra­ver­so le loro paro­le det­te  con fidu­cia, o con un tono di pre­sa in giro. E il risul­ta­to è que­sto: un libro toc­can­te che per il pub­bli­co è come tabac­co. Que­sto padre di tre figli, non ha navi­ga­to in acque tran­quil­le pri­ma di rag­giun­ge­re ciò che egli chia­ma “l’esperienza più emo­zio­nan­te del­la sua vita.” Nato in una fami­glia di intel­let­tua­li e scrit­to­ri, rapi­da­men­te si sen­tì diver­so da suoi com­pa­gni, “una vol­ta, sono sta­to per­fi­no  con­vo­ca­to dal diret­to­re per ave­re emes­so un pare­re con­tra­rio dal mio inse­gnan­te a pro­po­si­to dell’accordo di pace con Israe­le “, dice, sor­ri­den­do ricor­dan­do­si di que­sto inci­den­te. Para­dos­sal­men­te, è a cau­sa del­la sua pre­sen­za alle sera­te let­te­ra­rie orga­niz­za­te dal non­no che non è riu­sci­to a svi­lup­pa­re velo­cemn­te il corag­gio di espri­mer­si: “che ave­va di nuo­vo da por­ta­re rispet­to alle ope­re dei suoi predecessori? “

Gli Egi­zia­ni han­no un pro­ble­ma di auto-censura”

Ma è pro­prio la sua sen­si­bi­li­tà esa­cer­ba­ta di fron­te a tut­to ciò che lo cir­con­da e  l’angoscia che ha tut­ta l’aria di tro­va­re sol­lie­vo solo  con la scrit­tu­ra  che ha fini­to per vin­ce­re i suoi dub­bi. Scri­ve per rom­pe­re le bar­rie­re e nel ten­ta­ti­vo di devia­re il rifles­so di auto-cen­su­ra, che secon­do lui è pro­prio di ogni  egi­zia­no. “sul­la ter­ra o su un altro pia­ne­ta, la pau­ra che vivia­mo ci spin­ge a cam­bia­re le paro­le che abbia­mo avu­to spon­ta­nea­men­te”, spie­ga. Que­sto fran­co­fo­no aman­te del­la liber­tà di espres­sio­ne rima­ne rilut­tan­te di fron­te la cie­ca ado­zio­ne del­le idee occi­den­ta­li, alcu­ne del­le qua­li sono inap­pli­ca­bi­li all’interno del­la socie­tà egi­zia­na. Pre­fe­ri­sce rima­ne­re in que­sta zona gri­gia tra due mon­di. Uno spa­zio dove è sicu­ro di muo­ver­si in tut­ta libertà.

(tra­du­zio­ne di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li)

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