LA MECCA – PHUKET4 min read

LA MECCA – PHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ilaria Vitali, traduttrice di “La Mecca – Phuket”, nella prefazione al libro di Saphia Azzeddine ha scritto di “un’arte di essere indocili”. Espressione, secondo noi, molto appropriata perché la protagonista del racconto, Fairouz Moufakhrou, figlia di immigrati marocchini, per emanciparsi senza tragedie dalle abitudini folkloristiche e ipocrite presenti nella banlieue parigina, dovrà per forza di cose tenere a debita distanza tutto quello che, in famiglia e nel suo giro di amicizie, sa di luogo comune, di taroccamento e di caricaturale.

Tutto facile in teoria, molto più difficile nella pratica; non fosse altro che Fairouz e la sorella Kalsoum sono affezionate ai loro genitori, di fatto poco integrati e tuttora legati a una cultura a dir poco tradizionalista. Il padre, tanto per dire, passa giornate intere presso delle saddaka (veglie funebri), che alla famiglia “costano un occhio” (pp.106). Comprensibile allora che le due sorelle intendano regalare loro un viaggio alla Mecca, nonostante lo “hajj” degli immigrati si sia ormai impelagato in pratiche consumistiche – vedi la viscida figura del sig. Ourghidour, titolare di un’agenzia viaggi –  alla stregua di una vacanza a Phuket, nota località thailandese e perenne tentazione di Fairouz. Se i risparmi saranno spesi per la Mecca o per Phuket, scegliendo così tra due versioni di consumismo, lo sapremo solo al termine del racconto. Più interessante tutto quello che precede, ovvero il sarcasmo di Fairouz, alimentato dall’insofferenza, mitigato dalla comprensione, sempre alle prese con una fauna che si agita, neanche troppo disperata, tra due culture: una situazione che il più delle volte lascia nel limbo gli immigrati di prima e di seconda generazione.

Questa rappresentazione di indocilità, come ci ricorda Ilaria Vitali, deve essere stata una sfida molto complessa per un traduttore, di fronte alla lingua stratificata e usata da Saphia Azzeddine (e quindi dalla nuova generazione di franco-magrebini), tra “nuovi codici sincretici e polifonici” (pp.xi), français cassé e “argot des cités”. Il risultato è curioso,  spesso rivelatore di quel “limbo”, grazie ad un procedere molto disinvolto e a momenti di schietta ironia: “E visti i programmi della TV francese di oggi, un culo poteva spuntare dal niente, a qualunque ora, anche la domenica mattina sul 2 non era impossibile. Quindi, quando c’era mio padre, ci beccavamo per forza i canali marocchini che passavano da una ricetta di cucina a un canto coranico a una ricetta di cucina” (pp.33).

Un contesto periferico dove la teatralità ha un grande peso, nel quale gli stereotipi impazzano e che possono diventare strumenti per costruire nuove personalità: “Quando  ero piccola, i miei ci obbligavano a seguire gli insegnamenti dell’onorevole Addelkader Al-Islam, al secolo Didier Parmentier, convertito all’Islam dopo che le sue vacanze al Club Med di Karachi erano state accorciate a causa di un raid americano andato storto. Faceva il giro delle banlieue travestito da arabo purosangue a salutava gli alunni con una mano sul cuore […] I suoi viaggi sulle montagne del Cashmere facevano di lui un eletto e lui ci giocava su per intessere una leggenda fabbricata comunque su un grosso malinteso” (pp.70).

Parole evidentemente piene di disincanto in un libro che pullula di personaggi dalle prospettive molto limitate, nutrite di maldicenze e stereotipi. Qualcosa che si coglie fin dalle prime righe del romanzo: “Abitavo in un casermone in cui i pettegolezzi facevano da fondamenta e il cemento da cervello. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il massimo che ti sentivi rispondere. Oltre si sfiorava il blasfemo. Non ci si avventurava mai. Per paura che la gente dicesse che” (pp.5). Viste queste premesse si può comprendere come il tentativo di Fairouz di coinvolgere genitori ed anche il fratello Najiib, un ladruncolo perditempo, ad un’esistenza meno convenzionale risulti un’impresa titanica; soprattutto quando l’integrazione, già complicata per mancanza di cultura, o viene rifiutata in nome di usanze che da tempo hanno perduto la loro ragion d’essere, oppure viene soltanto lambita in virtù di atteggiamenti superficiali e sulla scorta del più avvilente consumismo. Così anche il campo della religione agli occhi di Fairouz diventa specchio di un certo modo di vivere: “A quanto pare, ci sono due modi di rapportarsi a Dio qui sulla terra. Ci sono quelli che chiedono perdono e quelli che dicono grazie” (pp.121). Parole che precedono la decisione di come utilizzare i risparmi di Fairouz: se spenderli per il viaggio alla Mecca oppure per la vacanza a Phuket.

Saphia Azzedine

Saphia Azzeddine è nata ad Agadir nel 1979. Ha trascorso l’infanzia in Marocco e all’età di nove anni si trasferisce con la famiglia in Francia. Dopo la laurea in sociologia, si dedica prima al giornalismo, poi alla scrittura. Esordisce nel 2008 con il romanzo “Confidences à Allah”, da cui sono stati tratti una pièce teatrale e un fumetto. Il successo le permette di continuare la carriera di scrittrice, cui affianca esperienze di attrice e regista. Ha oggi all’attivo sei romanzi, incentrati sulla questione dell’identità femminile. In Italia è stato tradotto il suo romanzo “Mon père est femme de ménage” (“Mio padre fa la donna delle pulizie”, Giulio Perrone Editore 2011).

Saphia Azzeddine, “La Mecca – Phuket”, Il Sirente (collana “Altriarabi”), Fagnano Alto 2016, pp.XII- 266. Traduzione dal francese di Ilaria Vitali.

di  Luca MenichettiLankenauta, giugno 2017
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