La ribellione di Fairouz fra le banlieue parigine2 min read

La Mecca-Pukhet di Saphia Azzeddine

di Francesca Bellino il Mattino

Per motivi storici legati al colonialismo, la Francia è il paese europeo abitato dal maggior numero di migranti maghrebini e questa presenza massiccia ha fatto nascere, sin dagli Anni ’80, una narrativa francese targata G2. Un esempio significativo tra le varie voci letterarie della seconda generazione sono i libri di Saphia Azzeddine, nata in Marocco e trasferitasi in Francia all’età di 9 anni, della quale Il Sirente ha appena pubblicato il romanzo La Mecca-Phuket (traduzione di Ilaria Vitali).
La storia è ambientata in una banlieue parigina disagiata e racconta la lotta per l’emancipazione della giovane “musulmana laica” Fairouz Moufakhrou, nata in Francia da genitori marocchini, considerata “sfrontata” dai pettegoli del quartiere solo per il suo sentirsi una donna libera di scegliere. Fairouz, infatti, pur rispettando alcuni precetti della sua religione di appartenenza, come fare il ramadan e non bere alcool, prende le distanze dell’identità familiare e porta avanti la sua battaglia quotidiana da “indomita”. Nonostante si senta completamente diversa dai genitori, li ama e li rispetta e, per renderli felici, decide di regalare loro un viaggio alla Mecca, uno dei cinque pilastri dell’Islam che va compiuto almeno una volta della vita. Comincia così a raccogliere i soldi necessari per il progetto insieme alla sorella mentre la sua vita scorre tra studio, amiche e sogni in un quartiere grigio spesso preso d’assalto da “giornalisti in cerca di scoop circondati da guardie del corpo per rendere conto della minaccia islamico-integralista-estremista-oscurantista-salafita-wahabita”.

Per riflettere la separazione tra la seconda generazione e chi l’ha preceduta, l’autrice fa un uso della lingua a più livelli: da un lato il modo di esprimersi “giovanile” della protagonista che narra in prima persona, dall’altro il linguaggio “spezzato” dei genitori, un francese approssimativo tipico di chi non ha mai maturato una buona padronanza della lingua. La maggior parte dei personaggi del romanzo che si presenta snello e vivo, parla il cosiddetto “argot des cités”, un lessico infarcito di prestiti, soprattutto dalle lingue arabe e africane, che spazia fino al verlan, antica pratica che rovescia le parole, invertendo non solo le lettere dell’alfabeto ma l’intero sistema di valori trasmesso.
La protagonista denuncia così l’esclusione sociale di chi vive nei casermoni delle banlieue di Parigi dove i pregiudizi e le discriminazioni possono nascere anche solo dal nome: “Fairouz Moufakhrou… Ecco che cosa suggerisce il mio nome, una sfigata che abita in un appartamento dove non cambiano mai l’aria e che è stata cullata per tutta l’infanzia dal rumore della pentola a pressione!”.

23 Marzo 2017

0
  ARTICOLI RECENTI

Aggiungi un commento