L’amore ai tempi del petrolio3′ di lettura

L’Opinione del­le Liber­tà | Saba­to 17 otto­bre 2009 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Ci sono auto­ri la cui let­tu­ra rie­sce a far­ci imma­gi­na­re suo­ni, colo­ri, situa­zio­ni con par­ti­co­la­re viva­ci­tà. Ci sono auto­ri che rie­sco­no per­fi­no a evo­ca­re odo­ri (ave­te pre­sen­te l’inizio di quel capo­la­vo­ro del Nove­cen­to che è “Pro­fu­mo”, di Suskind?). Ma ci sono anche auto­ri che rie­sco­no a pro­iet­ta­re il let­to­re così den­tro al pro­prio volu­me, che si fini­sce col respi­rar­ne tutto.
Per me, que­sto aspet­to è sta­to asso­lu­ta­men­te scon­vol­gen­te nel leg­ge­re “L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi, edi­to nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na per i tipi del Siren­te lo scor­so mese di mar­zo, ed in ven­di­ta al prez­zo di 15 euro.
Il roman­zo si col­lo­ca a vari livel­li, ma sono soprat­tut­to la denun­cia socia­le su vasta sca­la e — para­dos­sal­men­te — la poe­sia vio­len­ta e visce­ra­le che la espri­me, i due aspet­ti dominanti.
L’autrice, una cele­bre psi­chia­tra egi­zia­na, è ben nota per il suo atti­vi­smo poli­ti­co che l’ha por­ta­ta a can­di­dar­si alle pri­me libe­re ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del pro­prio Pae­se. Come scrit­tri­ce ha pub­bli­ca­to sva­ria­ti roman­zi, che costi­tui­sco­no un ampio affre­sco del­la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le nel mon­do arabo.
Que­sto libro è sta­to cen­su­ra­to in Egit­to e riti­ra­to dal­la ven­di­ta su ordi­ne dell’autorità reli­gio­sa egi­zia­na Al Azhar. Tut­ta­via, il let­to­re che si aspet­tas­se un rife­ri­men­to diret­to all’Egitto o un’identificazione pre­ci­sa con un qual­sia­si altro pae­se ara­bo, reste­reb­be delu­so. L’ambientazione è vaga, oni­ri­ca: incu­bo o sogno, espres­sio­ni ambe­due di una real­tà che sfug­ge sem­pre o che, al con­tra­rio, è fin trop­po presente.
Per tut­to il libro tra­spa­re comun­que il gran­de attac­ca­men­to dell’autrice alle pro­prie ori­gi­ni — rive­la­to dal­la pro­fes­sio­ne del­la pro­ta­go­ni­sta, una don­na che svol­ge il lavo­ro di archeologa.
La tra­ma è sem­pli­ce ed esi­le. È la sto­ria di una don­na che, appun­to, un bel gior­no scom­pa­re lascian­do il mari­to per cer­ca­re di ritro­va­re le pro­prie idee, e che, quan­do tor­na, in real­tà ha una rela­zio­ne con un altro. Nel perio­do del­la sua scom­par­sa, men­tre la poli­zia la sta cer­can­do, la pro­ta­go­ni­sta si tro­va coin­vol­ta in un viag­gio osses­si­vo con­tras­se­gna­to dal petro­lio che inva­de tut­to: le sue par­ti­cel­le si posa­no sul­la pel­le, entra­no nel­le nari­ci, copro­no le pal­pe­bre, schian­ta­no, schiac­cia­no, annien­ta­no… le figu­re del roman­zo non han­no un nome, don­ne o uomi­ni che sia­no. Sono degli arche­ti­pi, meta­fo­re di
un mon­do in cui la don­na è stru­men­to di lavo­ro e fon­te di pia­ce­re, pur restan­do sen­za indi­vi­dua­li­tà: una mac­chi­na senz’anima, sen­za il dirit­to a pro­pri sen­ti­men­ti, sen­za la pos­si­bi­li­tà di espri­mer­si e fare sen­ti­re la pro­pria voce.
Cito un pas­sag­gio: “Que­sta don­na san­gui­na. Le don­ne ave­va­no neces­si­tà di san­gui­na­re, altri­men­ti il mon­do sareb­be rima­sto così e ogni cosa sareb­be fini­ta nel nul­la. Dob­bia­mo pren­de­re il san­gue fre­sco di que­sta don­na e por­tar­lo al mon­do morente”.
Il mes­sag­gio che Nawal al-Sa’dawi ci tra­smet­te è pro­prio que­sto. La real­tà fem­mi­ni­le non può pre­scin­de­re dal­la pro­pria con­di­zio­ne di sof­fe­ren­za, da cui non si è affran­ca­ta e, appa­ren­te­men­te, potreb­be non affran­car­si mai. E la risa­ta del maschio è il neces­sa­rio com­ple­men­to allo svol­gi­men­to di una vita che dovreb­be tro­va­re la pro­pria giu­sti­fi­ca­zio­ne nell’asservimento fun­zio­na­le ano­ni­mo (le par­ti­cel­le di petro­lio ci ren­do­no tut­ti ugua­li e indi­stin­gui­bi­li), una vita in cui schi­zo­fre­nia è l’etichetta che vie­ne appiop­pa­ta a chi — come la pro­ta­go­ni­sta — tro­va infi­ne il corag­gio di fare del­le scel­te diver­se e,
per­ciò stes­so, ribelli.

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