L’amore in Egitto, ai tempi del petrolio

Reset DOC | Martedì 2 giugno 2009 | Francesca Giorgi |

Una donna morigerata, sempre ligia al proprio dovere e rispettosa delle leggi; un’archeologa, specializzata nella ricerca di statue raffiguranti divinità femminili dell’antico Egitto. Che un giorno decide di fuggire, di “prendersi una vacanza” dal marito e dal lavoro, e finisce per sparire, facendo perdere le proprie tracce agli altri e a se stessa. Da qui si dipana L’amore ai tempi del petrolio (il Sirente 2009, Euro 15,00), l’ultima fatica letteraria della scrittrice egiziana Nawal al-Sa’dawi, fra le protagoniste indiscusse del femminismo arabo contemporaneo.

Medico e psichiatra, al-Sa’dawi si batte da molti anni nel suo paese e in tutto il mondo contro la diseguaglianza di genere e contro la pratica delle mutilazioni genitali femminili, di cui da bambina fu vittima lei stessa. Per le sue prese di posizione è stata considerata a lungo una persona controversa e pericolosa dal governo egiziano, incarcerata nel 1981, costretta a rinunciare alla candidatura alle elezioni presidenziali del 2005. Dopo molti romanzi, saggi e raccolte di novelle tradotti in 20 lingue, che le hanno fatto vincere numerosi premi, L’amore ai tempi del petrolio fu pubblicato per la prima volta in Egitto nel 2001 e subito censurato dalla massima istituzione religiosa del paese. In linea con la natura battagliera dell’autrice, il libro è infatti a tutti gli effetti una denuncia contro la società patriarcale, la segregazione femminile, la violenza perpetrata quotidianamente ai danni delle donne, la negazione per loro di ogni diritto umano. E, sebbene l’ambientazione della storia sia vaga, i rimandi al paese natale dell’autrice sono molteplici, tali perlomeno da portare alla censura.
Dopo la fuga, la protagonista del romanzo – che non viene mai chiamata per nome, a impersonare perfettamente l’intero universo femminile – si ritrova improvvisamente in un oscuro “Regno del petrolio” dove si stanno preparando i festeggiamenti per il compleanno del Re. La donna viene perciò sequestrata, consegnata nelle mani di un uomo e costretta a lavorare all’estrazione del liquido, che impregna di sé e invischia tutto il mondo circostante. Nella fabbrica le donne hanno il compito di trasportare i barili sulla testa, senza diritto al ristoro né al salario. La donna si trova così ulteriormente schiavizzata, a dover sostenere il confronto con le altre donne, che spesso ridono delle sue difficoltà nell’adattarsi alla nuova condizione.
Ma la fatica più grande è il rapporto con l’uomo che ha ricevuto il compito di tenerla presso di sé. La protagonista non è mai stata abituata in passato ad adempiere alle mansioni considerate normalmente femminili, come la cucina, né a soddisfare indiscutibilmente le richieste maschili. Il rapporto con l’uomo – anche in questo caso senza nome – rappresenta per lei una ulteriore regressione, che la porta in un certo senso a perdere il senso del suo percorso. Aveva scelto di fuggire per rompere con un matrimonio e una vita sociale infelici, e invece di migliorare la propria situazione si ritrova ancora più degradata. Ma fra i due si crea poco a poco un legame, che la protagonista non sa identificare se non con l’amore, ma che in realtà è semplicemente il riconoscimento della reciproca dignità. E’ questo che l’autrice auspica si crei fra tutti gli uomini e tutte le donne: che si smetta di considerare gli altri esseri umani come delle proprietà, come merce di scambio, o come oggetto di potere. Che finalmente ci si riconosca ognuno nella propria personale identità.
L’amore ai tempi del petrolio è un percorso del tutto onirico all’interno di una vicenda dai contorni sfumati, in cui l’inizio e la fine si confondono quasi a disegnare una circolarità degli eventi. La scrittura ricorda il flusso di coscienza, in cui il tempo perde valore rispetto all’urgenza dell’espressione dei pensieri. Ma il rimando alla realtà, angoscioso e cruento, non permette mai al lettore di sollevare i piedi da terra.

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