L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret2′ di lettura

L’Anarchico e il Diavolo fanno cabaret : Norman Nawrocki : ISBN 9788887847116 © il Sirente 

di Costan­za Alva­ro (da Panorama.it, 10/02/2008)

Nor­man Naw­roc­ki non pote­va scri­ve­re un libro di faci­le eti­chet­ta­tu­ra. Non è nel suo dna di cana­de­se figlio di immi­gra­ti polac­co-ucrai­ni, che a 14 anni scri­ve un libro inti­to­la­to Per­ché sono un anar­chi­co e oggi è musi­ci­sta e poe­ta, atto­re e caba­ret­ti­sta, auto­re ed edu­ca­to­re sessuale.
Negli anni Novan­ta, con la band Rhy­thm acti­vi­sm viag­gia per l’Europa in un roc­kam­bo­le­sco tour che attra­ver­sa nove pae­si in set­te set­ti­ma­ne. Dun­que, L’anarchico e il dia­vo­lo fan­no caba­ret, usci­to nel 2003 in Cana­da e pro­po­sto ora in ver­sio­ne ita­lia­na (edi­tri­ce il Siren­te, 12,50 euro), è, tra l’altro, un dia­rio di viag­gio rock.

Nor­man e gli altri, anar­chi­ci ma eclet­ti­ci, si pla­sma­no ogni vol­ta sul­la pla­tea che han­no davan­ti, a secon­da del club, o gara­ge, o ango­lo di stra­da in cui si tro­va­no a suo­na­re. Non è una sper­so­na­liz­za­zio­ne ma un modo per dia­lo­ga­re, per acco­glie­re, qua­si che l’anima col­let­ti­va del­la mas­sa spet­ta­tri­ce pos­sa sali­re gli sca­li­ni e arri­va­re sul pal­co, per esse­re ritra­smes­sa. E for­se è pro­prio così che avvie­ne. Gra­zie alla magia del­la fusio­ne non solo gli spi­ri­ti si sca­te­na­no, ma si tor­na tut­ti a casa con la sen­sa­zio­ne di aver pre­so par­te a qual­co­sa, a uno scambio.
Que­sti pira­ti non pas­sa­no a volo d’angelo sul­le cit­tà dove suo­na­no, non si arroc­ca­no nel­le sui­te degli hotel (anche per­ché non potreb­be­ro per­met­ter­se­le) ma vivo­no i mar­cia­pie­di, i pull­man, le case occu­pa­te. Scri­ve Naw­roc­ki: “la musi­ca, il tea­tro, lo slan­cio ad esi­bir­si sono solo una par­te di que­sta sto­ria a vol­te tri­ste, a vol­te esi­la­ran­te, di uno spe­cia­le tour euro­peo visto attra­ver­so i miei occhi iniet­ta­ti di sangue”.

L’altra par­te del­la sto­ria sono pic­co­li ritrat­ti di mino­ran­ze invi­si­bi­li, arti­sti di stra­da, emi­gran­ti, vec­chi sen­za sol­di che sogna­no di rove­scia­re la real­tà e intan­to si accon­ten­ta­no di rac­con­ta­re qui la pro­pria, apren­do nell’animo di chi leg­ge uno spi­ra­glio di luce, fasti­dio­sa ad occhi non abituati.

E poi c’è lo zio Har­ry e le sue let­te­re, che sono un libro nel libro. Non è anda­to in Cana­da con il fra­tel­lo Fra­nek, ma è rima­sto in Polo­nia a com­bat­te­re i nazi­sti pri­ma, la fame poi. Har­ry che vaga per l’Europa e non si fa tro­va­re è uno di que­gli invi­si­bi­li. “Ben­ché non pos­sa rive­de­re que­ste per­so­ne, potreb­be­ro esse­re i miei vici­ni o i vostri, la don­na licen­zia­ta la scor­sa set­ti­ma­na o il tipo che invec­chia sul­la pan­chi­na alla fer­ma­ta dell’autobus”. O per­fi­no un con­san­gui­neo, Norman.

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