L’autunno siriano secondo Golan Haji18′ di lettura

Fron­tie­re News | Mer­co­le­dì 11 dicem­bre 2013 | Moni­ca Ranieri |

Incon­tro Golan Haji, poe­ta cur­do siria­no, a Baridove è sta­to invi­ta­to per pre­sen­ta­re la sua rac­col­ta di poe­sie “L’autunno qui, è magi­co e immen­so”, edi­ta da “Il Siren­te”. Ho il libro tra le mani e lo sguar­do con­ti­nua a sof­fer­mar­si su alcu­ni ver­si che ave­vo sot­to­li­nea­to leg­gen­do­lo. “La mia ombra, appe­na calpestata/ si ripa­ra sot­to di me/ e le mie parole/che sono il mio deser­to e mi fan male/si accam­pa­no intor­no a me”. L’espressione degli occhi di Haji men­tre mi rac­con­ta del­la Siria, dei dirit­ti del popo­lo cur­do, e del suo muo­ver­si lun­go ed oltre i con­fi­ni del­le scrit­tu­re e del­le lin­gue, e il tono vibran­te del­la sua voce, mi han­no con­dot­to ami­che­vol­men­te lun­go i sen­tie­ri che le paro­le accam­pa­te trac­cia­no attra­ver­sa­no il deser­to. 

foto: Moni­ca Ranieri

Quan­do hai lascia­to Dama­sco non si par­la­va anco­ra di guer­ra civi­le e in Occi­den­te la rivol­ta siria­na veni­va inglo­ba­ta mio­pe­men­te in un con­cet­to vago di Pri­ma­ve­ra Ara­ba. Cosa è rima­sto, secon­do te, del­lo spi­ri­to dei pri­mi mani­fe­stan­ti in piazza?

La cata­stro­fe in Siria ha un vol­to com­po­si­to e tra­gi­ca­men­te com­ple­to: l’attuale situa­zio­ne di caos potreb­be dare luo­go a qual­sia­si svi­lup­po, a risul­ta­ti che nes­su­no può pre­ve­de­re. Nel frat­tem­po sta distrug­gen­do il pae­se e la stes­sa popo­la­zio­ne. A livel­lo poli­ti­co non può esse­re con­si­de­ra­ta solo una que­stio­ne siria­na, si trat­ta in real­tà di una ver­go­gna inter­na­zio­na­le: a fron­te di leg­gi inter­na­zio­na­li, poten­ti sta­ti che deten­go­no il con­trol­lo del­la sicu­rez­za inter­na­zio­na­le e che sin dall’inizio avreb­be­ro potu­to fare qual­co­sa han­no pre­fe­ri­to non fare nul­la. La situa­zio­ne si è quin­di anda­ta dete­rio­ran­do e il Pae­se è attra­ver­sa­to da pro­fon­de frat­tu­re che potreb­be­ro risol­ver­si in modi anche più cata­stro­fi­ci. In que­sta cor­ni­ce lo spi­ri­to del­la rivo­lu­zio­ne appa­re abba­stan­za con­tro­ver­so, se inten­dia­mo usa­re il ter­mi­ne “rivo­lu­zio­ne” tenen­do con­to che attri­bui­re un’etichetta alla situa­zio­ne non è più impor­tan­te del con­si­de­ra­re le vite del­le per­so­ne, sia di quel­le che sono all’interno del Pae­se, sia di colo­ro costret­ti a fug­gi­re. Di fron­te a que­sto scan­da­lo è dif­fi­ci­le che ci sia anco­ra in loro la fer­mez­za nel pro­se­gui­re un con­flit­to arma­to che vie­ne più o meno finan­zia­to e sup­por­ta­to da mol­te par­ti dell’area cir­co­stan­te e dal­la socie­tà inter­na­zio­na­le. Sfor­tu­na­ta­men­te, e per mere ragio­ni poli­ti­che, la fine non è nel­le mani dei siriani.

Hai det­to che la comu­ni­tà inter­na­zio­na­le avreb­be potu­to fare qual­co­sa sin dall’inizio. Che cosa intendi?
La situa­zio­ne siria­na sem­bra la dimo­stra­zio­ne di un anti­co pro­ver­bio secon­do cui esse­re un nemi­co è sem­pre più faci­le che esse­re un ami­co. Gli ami­ci del popo­lo siria­no, o per­lo­me­no gli allea­ti che si sup­po­ne­va li sup­por­tas­se­ro, si sono dimo­stra­ti in real­tà poco ami­che­vo­li. Non han­no fat­to nul­la se non crea­re anco­ra più deva­sta­zio­ne. Dall’altro lato i nemi­ci del popo­lo, i pae­si che sup­por­ta­no il regi­me, han­no fat­to di tut­to per inclu­der­lo come par­te del­la solu­zio­ne nell’accordo di Gine­vra. Ma come è pos­si­bi­le che il respon­sa­bi­le del­la situa­zio­ne diven­ti una par­te del­la sua solu­zio­ne? Una col­pa è da attri­bui­re anche al modo in cui sin dall’inizio l’informazione è sta­ta vei­co­la­ta e mani­po­la­ta. Tut­ti noi siria­ni lo sap­pia­mo e ne ser­bia­mo memo­ria: le pri­me mani­fe­sta­zio­ni paci­fi­che del 15–18 mar­zo nel­la cit­tà vec­chia di Dama­sco non sono sta­te coper­te per nul­la da alcu­ni cana­li come Al Jazee­ra, che poi han­no gio­ca­to un ruo­lo nel­la cosid­det­ta pri­ma­ve­ra ara­ba. La “coper­tu­ra” fu di appe­na qual­che riga per­ché c’era all’epoca un accor­do tra il regi­me e la monar­chia del Qatar. Da quan­do que­sto accor­do è sal­ta­to Al Jazee­ra ha comin­cia­to ad attac­ca­re il regi­me. Ades­so se ne par­la come di una guer­ra civi­le, ed è cer­ta­men­te cor­ret­to, ma all’inizio, quan­do su que­sta situa­zio­ne si sono acce­si i riflet­to­ri, si è fat­to in modo di pre­sen­tar­la sem­pli­ce­men­te come un’altra tra­ge­dia nel­la sto­ria del mon­do, ren­den­do le per­so­ne gra­dual­men­te neu­tra­li, indif­fe­ren­ti. Ma il pun­to è che non riguar­da solo i siria­ni, o quel­li che sono con­si­de­ra­ti retro­gra­di e reli­gio­si. La respon­sa­bi­li­tà dipen­de anche, per quan­to riguar­da l’Occidente, da una visio­ne che l’Europa ha costrui­to intor­no all’Islam, di cui si par­la quan­do negli Usa vie­ne bru­cia­to il Cora­no o quan­do si deve deci­de­re se costrui­re o meno le moschee in Sviz­ze­ra. Si ricon­du­ce tut­to all’islamismo, fal­si­fi­can­do la real­tà. Quel­lo di cui ci si ricor­de­rà saran­no sem­pli­ce­men­te uomi­ni con bar­be lun­ghe, che imbrac­cia­no armi, che spa­ra­no, nel mez­zo del nul­la. Un’immagine gene­ra­le che pro­vie­ne da un arro­gan­te pun­to di vista bian­co del pote­re per cui “io sono il più for­te e pos­so fare quel­lo che voglio” anche quan­do que­sto signi­fi­ca sem­pli­ce­men­te “non fare niente”.

Dome­ni­co Qui­ri­co, gior­na­li­sta ita­lia­no rapi­to in Siria e poi libe­ra­to, l’ha defi­ni­ta il Pae­se del male. Dal­la tua poe­ti­ca inve­ce esce fuo­ri un pae­se che sof­fre e che quel male lo rifugge.
Que­sto mi ricor­da quan­do gli Usa defi­ni­ro­no Iraq, Iran e Corea del Nord come l’“Asse del Male” in rife­ri­men­to al ter­ro­ri­smo inter­na­zio­na­le. La sua espe­rien­za in Siria è sta­ta dav­ve­ro dura, ma quel­lo che ha visto non è usua­le: le sue paro­le van­no a raf­for­za­re una nar­ra­zio­ne sul­la Siria, e sul Medio Orien­te più in gene­ra­le, già esi­sten­te rispet­to alla qua­le i media cer­ca­no pro­ve e tut­to quel­lo che si disco­sta rap­pre­sen­ta un’eccezione. Gen­te paci­fi­ca e civi­le rap­pre­sen­ta un’eccezione, la rego­la sono quel­li arma­ti, gli “isla­mi­sti”. È più sem­pli­ce. In Occi­den­te, e que­sto è il pun­to cru­cia­le, non è pos­si­bi­le cre­de­re che miglia­ia di per­so­ne mani­fe­sti­no in piaz­za paci­fi­ca­men­te. Sem­bra un sogno, qual­co­sa di non rea­le, ma quan­do il pro­ces­so va avan­ti tra­sfor­man­do­si nel san­gui­no­so con­flit­to che ora è, allo­ra tut­to appa­re più rea­le per­ché rispon­de a quel­la visio­ne pre­con­fe­zio­na­ta. Si pen­sa che sia nor­ma­le, che le per­so­ne che stan­no sof­fren­do non sono solo vit­ti­me, “sono in guer­ra”. Cre­do che in gene­ra­le in Occi­den­te si sta dipin­gen­do il regi­me come l’elemento che soprav­vi­ve, che addi­rit­tu­ra pro­teg­ge le mino­ran­ze, le reli­gio­ni, e in que­sto modo pas­so dopo pas­so la tra­ge­dia diven­ta qual­co­sa di nor­ma­le, par­te del­la sto­ria che vie­ne dimen­ti­ca­ta facil­men­te. Al cuo­re del­la que­stio­ne c’è la volon­tà di lascia­re il pote­re nel­le mani del regi­me, e non esi­sto­no pres­sio­ni uti­li per domar­lo: tut­te le misu­re pre­se dai gover­ni occi­den­ta­li e l’imposizione del­le san­zio­ni eco­no­mi­che non fan­no sof­fri­re che la popo­la­zio­ne. E que­ste orga­niz­za­zio­ni che pren­do­no il pre­mio Nobel per la pace con­si­de­ra­no una vit­to­ria il disar­mo del­le armi chi­mi­che e il rag­giun­gi­men­to di un accor­do poli­ti­co, un com­pro­mes­so che con­sen­ti­rà al regi­me di soprav­vi­ve­re men­tre il con­flit­to potrà anda­re avan­ti inces­san­te­men­te. Ed è dif­fi­ci­le imma­gi­na­re cosa rimar­rà, per­ché dopo que­sto caos nien­te può esse­re facil­men­te costrui­to o anche sem­pli­ce­men­te compreso.

Sei nato ad Amou­da, nel­la regio­ne nord-orien­ta­le Kur­di­sta­na Roja­va. Una cit­tà che in que­sti due anni è diven­ta­ta sim­bo­lo dell’indipendentismo cur­do. Come stai viven­do la tua dop­pia iden­ti­tà cul­tu­ra­le duran­te que­sto perio­do di for­te fram­men­ta­zio­ne? Pen­si che sia anco­ra pos­si­bi­le pen­sa­re a una Siria plu­ra­le, lai­ca e mul­tiet­ni­ca o una “bal­ca­niz­za­zio­ne” è inevitabile?
Cre­do che ogni ori­gi­ne nel mon­do è in qual­che modo “bal­ca­ni­ca”, l’idea di un luo­go “puro” nel mon­do è piut­to­sto una leg­gen­da: la Siria, la regio­ne cur­da da cui pro­ven­go, e la stes­sa Amou­da, accol­go­no dif­fe­ren­ti reli­gio­ni, lin­gue, etni­ci­tà, raz­ze. Non sono solo i cur­di a chie­de­re l’indipendenza. Il pun­to è che per decen­ni sono sta­ti pri­va­ti anche dei più sem­pli­ci dirit­ti civi­li. Come cur­do io stes­so non pos­so scri­ve­re e par­la­re nel­la mia lin­gua madre, non è per­mes­so. Que­sto tipo di poli­ti­ca è una pro­ce­du­ra fasci­sta per esclu­de­re le mino­ran­ze, defi­nen­do­le peri­co­lo­se e accu­san­do le per­so­ne di esse­re tra­di­to­ri che chie­do­no la sepa­ra­zio­ne. Lascia che ti rac­con­ti una sto­ria. Cin­que o sei anni fa un inse­gnan­te di scuo­la ven­ne arre­sta­to dal regi­me Ba’th solo per­ché ave­va infor­mal­men­te rac­con­ta­to di aver fat­to un sogno in cui la regio­ne nord del­la Siria e il Kur­di­stan ira­che­no si uni­va­no: un clas­si­co dei regi­mi tota­li­ta­ri. Trat­ta­re le per­so­ne in que­sto modo signi­fi­ca rin­ne­ga­re qual­sia­si approc­cio basa­to su com­pren­sio­ne e tol­le­ran­za: con­si­de­ra­re i cur­di come gen­te che cer­ca la sepa­ra­zio­ne signi­fi­ca con­si­de­rar­li come qual­co­sa di estre­ma­men­te minac­cio­so per gli altri, soprat­tut­to per­ché la sepa­ra­zio­ne ter­ri­to­ria­le è lega­ta ad un discor­so di con­trol­lo sul­le risor­se natu­ra­li. E que­sta non è la pro­spet­ti­va rea­le: i cur­di sono par­te del pae­se, par­te del­la sto­ria e del­la socie­tà del­la Siria. Il movi­men­to cur­do si bat­te per la liber­tà ed il rico­no­sci­men­to dei pro­pri dirit­ti cul­tu­ra­li, piut­to­sto che per la fon­da­zio­ne di un altro pae­se, anche se que­sto pen­sie­ro ideal­men­te costi­tui­sce un sogno. Ma, io, in quan­to cur­do, non voglio ulte­rio­ri con­fi­ni. Noi sia­mo par­te del­la Siria, non esterni.

Nel­la regio­ne dal­la qua­le pro­vie­ni si sta facen­do stra­da quel­la che vie­ne indi­ca­ta “la ter­za via”. Il PYD, che in quell’area deve fron­teg­gia­re la minac­cia del­le mili­zie isla­mi­ste, potreb­be esse­re dispo­ni­bi­le ad una nego­zia­zio­ne con il regi­me di Assad?
Le cir­co­stan­ze stan­no por­tan­do il regi­me ver­so la nego­zia­zio­ne. Nel­la regio­ne cur­da, che non ha sof­fer­to quan­to altre zone del­la Siria, il PYD ha mostra­to, sep­pur con rilut­tan­za, aper­tu­re ad un accor­do. Ma ora l’importante è che la situa­zio­ne sia fer­ma­ta e che ven­ga­no sal­va­guar­da­te le vite del­le per­so­ne. E’ sem­pli­ce­men­te impos­si­bi­le anda­re avan­ti in una situa­zio­ne così desta­bi­liz­za­ta e cao­ti­ca. Non sono tra­di­to­ri, eti­chet­ta­re qual­cu­no come tra­di­to­re è abba­stan­za faci­le, soprat­tut­to in tem­pi di con­fu­sio­ne quan­do tut­ti sono agi­ta­ti dal “se non sei con me, sei con­tro di me”. Ma non è vero. Nel­la regio­ne cur­da il pen­sie­ro è quel­lo di issa­re la ban­die­ra cur­da, di inse­gna­re la lin­gua nel­le scuo­le, e ci sono per­so­ne sia all’opposizione che al regi­me che non con­di­vi­do­no que­sta via. Ma, più impor­tan­te dei dirit­ti nazio­na­li e del­la lin­gua, è la vita uma­na. Tut­to vie­ne dopo que­sto basi­la­re obiettivo.

Quan­to è rea­le il sup­por­to dal bas­so al YPG?
Le opi­nio­ni sono con­tro­ver­se, c’è un para­dos­so qui. Si trat­ta di un cor­po arma­to, han­no la loro sto­ria in Siria e ades­so che il PYD ha pre­so il pote­re nel­la regio­ne cur­da fan­no qual­co­sa di dav­ve­ro uti­le, pro­teg­go­no le per­so­ne. Ma allo stes­so tem­po li oppri­mo­no. Nel­la mia cit­tà, lo so per cer­to da testi­mo­ni, i guer­rie­ri dell’ YPG han­no ucci­so sei per­so­ne. In una mani­fe­sta­zio­ne a segui­to dell’arrestato di alcu­ni cur­di poli­ti­ca­men­te con­tro di loro, i guer­ri­glie­ri han­no aper­to il fuo­co sui mani­fe­stan­ti e sei sono mor­ti. Uno ave­va sedi­ci anni. Dall’esterno potre­sti dire che si trat­ta di ter­ro­ri­sti, ma non lo sono. Noi tut­ti ci cono­scia­mo l’un l’altro, in un pic­co­la cit­tà sap­pia­mo chi sono quel­li arma­ti e chi è sta­to ucci­so. Gli stes­si guer­ri­glie­ri han­no espul­so le mili­zie isla­mi­ste, pro­teg­gen­do quin­di la nostra gen­te. C’è una sor­ta di solu­zio­ne poli­ti­ca neces­sa­ria fra gli stes­si curdi.

Nel frat­tem­po la Tur­chia eri­ge muri…
Ades­so la Tur­chia sta eri­gen­do un muro fra le due regio­ne cur­de al con­fi­ne tra Tur­chia e Siria. Lo stan­no facen­do per­ché sono impau­ri­ti dal PYD. Nel­lo stes­so momen­to in cui si par­la di diplo­ma­zia e di tol­le­ran­za com­met­to­no omi­ci­di sul cam­po. Al con­fi­ne con la Tur­chia, la Bul­ga­ria sta costruen­do anche un altro muro, per fer­ma­re il flus­so di pro­fu­ghi, ma que­sti non sono muri famo­si come quel­lo di Berlino.

A tal pro­po­si­to, come con­si­de­ri l’avvicinamento del­la Tur­chia all’Iran? Non temi pos­sa costi­tui­re una minac­cia per i siria­ni, e ancor di più i cur­di siriani?
Nel­la sto­ria con­tem­po­ra­nea i cur­di non si sono mai sen­ti­ti al sicu­ro con le altre nazio­ni nel­le qua­li e fra le qua­li vivo­no, tut­ti que­sti con­fi­ni e que­ste bar­rie­re che attra­ver­so la regio­ne si sono crea­te suc­ces­si­va­men­te alla pri­ma guer­ra mon­dia­le e come ogni altra fron­tie­ra sono sta­ti impo­sti sem­pli­ce­men­te dal pote­re e dai vin­ci­to­ri. La Tur­chia è un pae­se pro­iet­ta­to in Euro­pa e gover­na­to da qual­cu­no elet­to tra­mi­te demo­cra­ti­che ele­zio­ni, ma anche duran­te il perio­do demo­cra­ti­co le sof­fe­ren­ze dei cur­di non sono ter­mi­na­te e nes­su­no ne par­la, come se fos­se qual­co­sa che appar­tie­ne al natu­ra­le ciclo degli even­ti. Risul­ta stra­no però, se pen­si ai cur­di e alla loro con­di­zio­ne sto­ri­ca di vit­ti­me, alla loro epi­ca e alle can­zo­ni che par­la­no di dolo­re e di sof­fe­ren­za, dell’essere disper­si. E in Iran, dove si sup­po­ne che deb­ba esse­re il con­tra­rio, dove c’è un gover­no isla­mi­co, indi­pen­den­te­men­te dall’orribile livel­lo di cor­ru­zio­ne e dal con­trol­lo dei ser­vi­zi segre­ti, la regio­ne cur­da è una del­le aree più neglet­te. Una cosa usua­le in tut­ti e quat­tro pae­si in cui i cur­di vivo­no. La pri­ma repub­bli­ca nel­la sto­ria moder­na dei cur­di fu la Repub­bli­ca di Maha­bad nel Kur­di­stan ira­nia­no e durò per soli undi­ci mesi, dopo i qua­li ci fu un accor­do fra il gover­no ira­nia­no, l’Unione Sovie­ti­ca e l’Occidente e fu posto ter­mi­ne alla sua esi­sten­za. Qazi Muham­mad, il lea­der che pre­sie­de­va il gover­no del­la Repub­bli­ca, fu giu­sti­zia­to come un tra­di­to­re per­ché ave­va dichia­ra­to una repub­bli­ca indi­pen­den­te cur­da. E ora cosa è cam­bia­to? L’incontro tra Bar­za­ni (pre­si­den­te del Kur­di­sta ira­che­no, ndr) ed Erdoğan a Diyar­ba­kir, la capi­ta­le del Kur­di­stan tur­co, è in real­tà una mos­sa di pro­pa­gan­da, i tur­chi inten­do­no dimo­stra­re atten­zio­ne ai dirit­ti uma­ni e l’intenzione di met­te­re fine alla san­gui­no­sa bat­ta­glia fra tur­chi e cur­di ma le loro pro­po­ste non sono cre­di­bi­li. Qual è il risar­ci­men­to per tut­ti i cur­di che sono sta­ti ucci­si e disper­si in quarant’anni?

Hai stu­dia­to a Dama­sco e comin­cia­to a scri­ve­re poe­sie dai pri­mi anni del 2000, come defi­ni­re­sti la situa­zio­ne degli intel­let­tua­li sot­to il regi­me di Assad?
Puoi scri­ve­re anche sot­to il regi­me sen­za sen­tir­ti com­pro­mes­so, ma que­sta con­ti­nua pau­ra non ti dà mai il sen­so di esse­re matu­ro, vivi in una sor­ta di eter­na ado­le­scen­za che deri­va dall’incertezza.La situa­zio­ne degli intel­let­tua­li è ora piut­to­sto con­tro­ver­sa, e influen­za­ta da come han­no affron­ta­to la rivo­lu­zio­ne siria­na: alcu­ni scrit­to­ri era­no con­si­de­ra­ti con­tro la rivo­lu­zio­ne e suc­ces­si­va­men­te la loro posi­zio­ne si è chia­ri­ta, alcu­ni lo era­no effet­ti­va­men­te e dopo tut­to quel­lo che è suc­ces­so a que­sto livel­lo enor­me si sono sen­ti­ti ram­ma­ri­ca­ti, e que­sto lo rispet­to, per­ché i con­flit­ti tra gli intel­let­tua­li, come mol­te cose intel­let­tua­li, non ser­vo­no a cam­bia­re le cose eccet­to quan­do que­sti intel­let­tua­li han­no rela­zio­ni aper­te con le par­ti poli­ti­che. Ci sono intel­let­tua­li che appog­gia­no l’opposizione poli­ti­ca, ci sono intel­let­tua­li che cer­ca­no di fare qual­co­sa, ma io non pen­so che ora qual­cu­no rie­sca a dare un’immagine chia­ra. Ad ogni modo, che si sup­por­ti o meno la rivo­lu­zio­ne, ci si dovreb­be riu­ni­re e anda­re oltre le dif­fe­ren­ti nar­ra­zio­ni. Que­sta ricon­ci­lia­zio­ne è neces­sa­ria, a par­ti­re dagli stes­si intel­let­tua­li per­ché c’è mol­to attri­to su diver­si argo­men­ti e se all’inizio que­sto scon­tro pote­va esse­re uti­le ora quel­lo che abbia­mo di fron­te va al di là del­le nostre pos­si­bi­li­tà e abbia­mo biso­gno di ripar­ti­re cam­mi­nan­do su per­cor­si più sem­pli­ci. I nostri sogni dell’inizio sono sta­ti ridot­ti a qual­co­sa di basi­la­re. Rico­min­cia­re dal nien­te, dopo la distru­zio­ne del pae­se e del­le nostre men­ti: non pos­sia­mo che ripar­ti­re del­le nostre rego­le, dal­la nostra soli­tu­di­ne, e que­sto “nien­te” è il luo­go da cui, anche in situa­zio­ni nor­ma­li, nasce la scrit­tu­ra. Attra­ver­so una visio­ne nuo­va e aper­ta, attra­ver­so la con­sa­pe­vo­lez­za che abbia­mo dei nostri cor­pi e del­la loro sof­fe­ren­za. Il cor­po dell’uomo è la sua stes­sa sto­ria, il modo pri­mor­dia­le attra­ver­so cui, pri­ma anco­ra del lin­guag­gio, cono­scia­mo e rea­liz­zia­mo il mon­do. Da que­sto pos­sia­mo comin­cia­re, abbia­mo già ricominciato.

Que­ste non sono imma­gi­ni, sono i guar­dia­ni del­le imma­gi­ni” sono i ver­si fina­li del­la tua poe­sia Shoo­ting Sports­men. Cosa intendi?
Scri­vo soli­ta­men­te ver­si poli­ti­ci, e que­sto in qual­che modo è poli­ti­co. Col­la­te­ral­men­te il rife­ri­men­to è alla Siria, anche se non espli­ci­ta­to, ma l’idea nasce da altro­ve. Esi­ste una tra­di­zio­ne di poe­sia poli­ti­ca, non solo nel mon­do ara­bo, per cui è pos­si­bi­le espri­me­re un con­cet­to, in modo diret­to o indi­ret­to, che sia poli­ti­ca­men­te impe­gna­to e che abbia allo stes­so tem­po a che fare con l’essere uma­no. Qui non par­lo solo come siria­no o come scrit­to­re e mi rife­ri­sco al gro­vi­glio ingan­ne­vo­le e aggres­si­vo di imma­gi­ni che attac­ca­no la nostra men­te e gli occhi, dal­le pub­bli­ci­tà per stra­da alla tele­vi­sio­ne, e che non ci lascia­no spa­zio, e con­ti­nua­no ad asse­diar­ci anche quan­do sia­mo soli. Inten­de­vo ela­bo­ra­re la mia affer­ma­zio­ne poli­ti­ca attra­ver­so que­ste imma­gi­ni ma chiun­que, come esse­re uma­no, è pre­oc­cu­pa­to cir­ca la sua imma­gi­ne, come qual­co­sa che può delu­de­re, cam­bia­re, impri­gio­na­re, e rara­men­te ci si sen­te libe­ri qual­sia­si sia la situazione.

La tua poe­ti­ca è carat­te­riz­za­ta dal­la ricor­ren­za di imma­gi­ni che han­no a che fare con l’ombra, l’oscurità, l’assenza e la tua pri­ma rac­col­ta di poe­sie si inti­to­la pro­prio “Cal­led in dar­k­ness”. Che sen­so ha que­sta oscu­ri­tà e in che sen­so la tua poe­sia vi si immer­ge o l’attraversa?
Mi tor­na in men­te un bel­lis­si­mo ver­so di Theo­do­re Roe­th­ke, “Nel tem­po dell’oscurità, l’occhio comin­cia a vede­re”. E’ que­sto il sen­so. Il tito­lo “Cal­led in dar­k­ness” è ispi­ra­to ad una sura del Cora­no rife­ri­ta al pro­fe­ta Gio­na nel­la pan­cia del­la bale­na. Let­te­ral­men­te, “He cal­led throu­gh dar­k­nes­ses”, il che ci lascia imma­gi­na­re che la sua chia­ma­ta andò oltre, oscu­ri­tà dopo oscu­ri­tà dopo oscu­ri­tà, e nel­le inter­pre­ta­zio­ni di que­sta sura ci si chie­de quan­te pos­sa­no esse­re sta­te que­ste oscu­ri­tà. Pro­ba­bil­men­te pos­sia­mo dire che c’è pri­ma quel­la del­la pan­cia del­la bale­na, poi quel­la del­la pro­fon­di­tà del mare, e anco­ra quel­la del­la not­te men­tre la quar­ta è la not­te dell’anima. Gio­na chia­ma sapen­do che non c’è nes­su­no ad ascol­tar­lo, e il pro­ces­so di scrit­tu­ra pro­ce­de allo stes­so modo. Scri­via­mo per­ché sap­pia­mo che nes­su­no ci ascol­ta, non scri­vi per­ché sai che c’è qual­cu­no che ti ascol­ta, ma, al con­tra­rio, per­ché non tro­vi nes­su­no che ti ascol­ta. Non ci sareb­be biso­gno di anda­re oltre que­sta inter­pre­ta­zio­ne però c’è anche qual­co­sa di mate­ria­li­sti­co, quan­do tu par­li di ombra, la sen­sa­zio­ne del­la den­si­tà per­ché qual­co­sa non per­met­te il pas­sag­gio del­la luce. Nel­la tra­di­zio­ne, anche in quel­la cur­da, non esi­ste nien­te di pub­bli­ca­to sul­la sto­ria dell’ombra, e mi sono volu­to rita­glia­re uno spa­zio per par­lar­ne. È qual­co­sa che risa­le a pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne e va al di là.

Ora vivi a Pari­gi. Cosa signi­fi­ca per te vive­re in esilio?
L’esilio per me è anche una que­stio­ne lin­gui­sti­ca: quan­do sei uno stra­nie­ro già in una situa­zio­ne insta­bi­le e hai mol­te con­trad­di­zio­ni nel­la tua men­te, nel­la tua memo­ria, e ci sono nuo­ve sto­rie ogni gior­no, il tuo lin­guag­gio diven­ta qual­co­sa di dav­ve­ro stra­no, non sen­ti di poter­ti espri­me­re bene, una sor­ta di incer­tez­za atta­na­glia tut­to, e diven­ti insi­cu­ro anche del­la cosa più sem­pli­ce. Ogni paro­la è come uno scan­da­lo. Cer­chi allo­ra di nascon­de­re te stes­so per esse­re par­te del­la socie­tà, e l’integrazione in qual­che modo è una sor­ta di dis­so­lu­zio­ne. Per esse­re par­te di qualcos’altro devi arren­der­ti, rinun­cia­re a qual­co­sa e abban­do­na­re la tua lin­gua che è l’unica cosa che dav­ve­ro por­ti con te, la tua sola ere­di­tà. Quan­do par­lo mi rive­lo come stra­nie­ro, ma ciò non avvie­ne in modo ami­che­vo­le, anzi, crea una sor­ta di con­flit­to. Si sup­po­ne che ti com­por­ti bene e nel­lo stes­so tem­po tu devi com­pren­de­re la rab­bia dell’essere stra­nie­ro in esi­lio: le rego­le ed i dove­ri sono chia­ri ma qua­li sono le leg­gi per il disprez­zo attra­ver­so lo sguar­do? Se qual­cu­no mi guar­da con disprez­zo come sarà puni­to? La leg­ge esi­ste solo per le azio­ni e que­sto modo silen­zio­so di rifiu­ta­re gli altri con gli occhi, come si appa­re agli occhi del­le per­so­ne, que­sto guar­dar­si reci­pro­co ansio­sa­men­te cre­do che fini­sca per l’ossessionare mol­ti stra­nie­ri. La gen­te nel­le gran­di cit­tà metro­po­li­ta­ne come Ber­li­no, Lon­dra e Pari­gi vive gene­ral­men­te la pro­pria vita in soli­tu­di­ne e l’idea del­lo stra­nie­ro è par­te del pae­sag­gio, del­lo sfon­do. Non si avver­te real­men­te l’apertura all’altro e si con­vi­ve in que­sto costan­te sfor­zo di abban­do­na­re se stes­si sen­za dav­ve­ro per­der­si, sem­pre in que­sto inter­sti­zio, nel “tra” di ogni luogo.

Scri­vi poe­sie in cur­do e in ara­bo e poi le tra­du­ci in ingle­se; nel­la tua poe­sia, esi­ste una stret­ta rela­zio­ne tra l’identità, il lin­guag­gio e i con­fi­ni. Attra­ver­so qua­le pro­ces­so sei riu­sci­to a fon­de­re ele­men­ti tan­to dif­fe­ren­ti in un lin­guag­gio tuo e personale?
Quan­do scri­vo sen­to di muo­ver­mi come uno stra­nie­ro tra le lin­gue che cono­sco bene come par­te del­la mia memo­ria, per­ché non so bene in qua­le lin­gua affio­ra­no i pen­sie­ri alla mia men­te, in qua­le pen­so e sogno. È come se fos­si sem­pli­ce­men­te con la testa tra le nuvo­le ad affer­ra­re qual­co­sa di cui non cono­sco la “for­ma”, ara­bo, cur­do o ingle­se. Mi sono for­ma­to sui testi clas­si­ci ma nel tem­po le influen­ze sono diven­ta­te tan­te e tut­to emer­ge nel­lo stes­so momen­to. Die­tro un ver­so di die­ci paro­le ci sono mol­te cose. A vol­te sen­ti di por­ta­re a gal­la qual­co­sa di dav­ve­ro bel­lo e quan­do vie­ne alla super­fi­cie sco­pri che maga­ri sono solo len­ti fal­se o car­ta strac­cia, ma scri­ve­re non appar­tie­ne alla rego­le, è par­te del­la vita, del pen­sie­ro, del respi­ro, del con­te­sto. La paro­la “iden­ti­tà” è lega­ta al ter­zo pro­no­me sin­go­la­re, nel­le lin­gue che deri­va­no dal lati­no dal pro­no­me dimo­stra­ti­vo “ID” ed anche in ara­bo la paro­la هوية ha la stes­sa radi­ce di هُوَ (egli). Riflet­ten­do­ci, allo­ra, l’identità è piut­to­sto un’assenza, qual­co­sa di ester­no a noi, qual­co­sa che non è qui, da rag­giun­ge­re in ogni momen­to, non si trat­ta di un’idea che puoi affer­ra­re e l’unica con­clu­sio­ne è la tom­ba. A vol­te rea­liz­zi che sei in un posto pre­ci­so dell’universo e sen­ti come se non doves­si esse­re altro­ve ma la ricer­ca dell’identità non cono­sce con­fi­ni. Pen­so al pit­to­re giap­po­ne­se Hoku­sai, che osser­van­do in tar­da età i suoi dipin­ti rea­liz­zò che tut­ti gli esse­ri ani­ma­ti che ave­va dipin­to era­no nell’atto di cor­re­re via, come se non voles­se­ro esse­re fer­ma­ti in un atti­mo ma voles­se­ro fug­gi­re dal­la tela: quan­do osser­vi te stes­so ed il mon­do e desi­de­ri fer­mar­ti, anche in quel momen­to hai sem­pre qual­co­sa den­tro che si sta muo­ven­do, sta mutan­do, cor­ren­do oltre i con­fi­ni. La cul­tu­ra cur­da non dispo­ne di una tra­di­zio­ne let­te­ra­ria con­so­li­da­ta come quel­la ara­ba; gli scrit­to­ri cur­di sono por­ta­ti ad un dop­pio com­pi­to: esse­re arti­sti e nel frat­tem­po pro­va­re chi sono, fare qual­co­sa per il pro­prio popo­lo per­ché sia­mo anco­ra all’inizio nei ter­mi­ni di tra­di­zio­ne let­te­ra­ria. Non pos­so quin­di scri­ve­re solo in ara­bo, ma non pos­so nean­che sen­tir­mi com­ple­to come arti­sta ade­guan­do­mi ad un’idea di iden­ti­tà stret­ta­men­te dipen­den­te da una lin­gua. Non pos­so cono­sce­re con­fi­ni: arri­va­re alla scrit­tu­ra è arri­va­re dal nul­la in un cer­to posto e que­sto posto potreb­be esse­re ovun­que nel mon­do, dove uno ha i pro­pri sogni o le pro­prie memorie.

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