Le confessioni dei tassisti del Cairo6′ di lettura

ISBN 9788887847147 © il Sirente 

di Omay­ma Abdel-Latif (da Book Review, Forei­gn Poli­cy, settembre/ottobre 2007)

Nel mese di luglio, quat­tro mesi pri­ma del­la sua scom­par­sa, lo stu­dio­so Alain Rous­sil­lon espres­se pro­fon­da pre­oc­cu­pa­zio­ne per l’aumento del­le ten­sio­ni nel­la socie­tà egi­zia­na. Esse riflet­to­no il ritor­no del­la “que­stio­ne socia­le” nel­la poli­ti­ca egi­zia­na. La più gran­de minac­cia per il regi­me, ha sug­ge­ri­to, non è sta­ta la Fra­tel­lan­za musul­ma­na o di qual­sia­si altro grup­po di oppo­si­zio­ne, ma piut­to­sto l’atteggiamento del­la popo­la­zio­ne ver­so di essa. A giu­di­ca­re dai più di 200 sit-in, gli arre­sti, gli scio­pe­ri del­la fame, e le dimo­stra­zio­ni che si sono veri­fi­ca­te in tut­to il pae­se solo lo scor­so anno, gli egi­zia­ni espri­mo­no sem­pre più auten­ti­che rimo­stran­ze con­tro il loro governo.

Ma non avreb­be sen­so, la pau­ra o la rab­bia del­la mag­gior par­te degli egi­zia­ni che ascol­ta le élite poli­ti­che del pae­se par­la­re a semi­na­ri e salo­ni. Come in mol­ti pae­si di tut­to il Medio Orien­te, è la ” lin­gua del­la stra­da “, che spie­ga i modi in cui la mag­gio­ran­za degli egi­zia­ni pen­sa e si com­por­ta poli­ti­ca­men­te. For­te come sono nume­ri­ca­men­te, la mag­gio­ran­za dei cit­ta­di­ni del pae­se rap­pre­sen­ta un Egit­to la cui voce non è ascoltata.

Quin­di, Kha­led Al Kha­mis­si, uno scien­zia­to poli­ti­co egi­zia­no tra­sfor­ma­to­si in sce­neg­gia­to­re e gior­na­li­sta, ha mes­so in atto il modo di deci­fra­re gli atteg­gia­men­ti poli­ti­ci del­la per­so­na media sul­le stra­de ara­be, ha deci­so di par­la­re con le per­so­ne che pas­sa­no le loro gior­na­te alla gui­da: i tas­si­sti Del Cai­ro. Essi han­no il pri­vi­le­gio di mischiar­si con per­so­ne pro­ve­nien­ti da tut­to lo spet­tro socia­le, e in quan­to tali, le loro opi­nio­ni spes­so riflet­to­no il pen­sie­ro di al-gha­la­ba, un ter­mi­ne popo­la­re conia­to per rife­rir­si agli stra­ti più bas­si del­la socie­tà, colo­ro che vivo­no ai mar­gi­ni del­la poli­ti­ca e sono col­pi­ti da essa. Duran­te il suo anno di viag­gi qua­si esclu­si­va­men­te in taxi, Kha­mis­si è giun­to a cre­de­re che alcu­ni tas­si­sti offro­no un’analisi mol­to più pro­fon­da degli ana­li­sti poli­ti­ci, e che sono impor­tan­ti baro­me­tri degli umo­ri popo­la­ri e del­le rimo­stran­ze con­tro il governo.

Il risul­ta­to del­la sua ricer­ca è Taxi, un roman­zo pub­bli­ca­to a gen­na­io (2007) e diven­ta­to già un best-sel­ler, con oltre 35.000 copie ven­du­te in un pae­se in cui le 3000 copie sono con­si­de­ra­te come un suc­ces­so Ma inve­ce di tes­se­re insie­me un ben defi­ni­to intrec­cio nar­ra­ti­vo o un’avventura, Kha­mis­si ha pro­dot­to una serie di vignet­te di diver­se espe­rien­ze di tas­si­sti, nel ten­ta­ti­vo di cat­tu­ra­re l’immagine il più ampia pos­si­bi­le dell’altra fac­cia del­la poli­ti­ca egi­zia­na. Per que­sto moti­vo, e for­se anche per pro­teg­ge­re i carat­te­ri “iden­ti­tà”, i tas­si­sti che egli intro­du­ce in taxi sono figu­re com­po­si­te, pro­dot­ti fit­ti­zi del suo tem­po tra­scor­so a par­la­re di tut­to, dall’ eco­no­mia e edu­ca­zio­ne alla salu­te e la politica.

L’interesse Egi­zia­no per il libro non dovreb­be sor­pren­de­re. Anche se vi è sta­to un dif­fu­so lavo­ro acca­de­mi­co per ten­ta­re di capi­re “cosa è suc­ces­so agli egi­zia­ni,” il roman­zo di Kha­mis­si spic­ca. Il suo approc­cio impro­ba­bi­le, la luci­da pro­sa, e un raro spac­ca­to sul­la coscien­za popo­la­re ren­de Taxi for­se la più inte­res­san­te del­le ope­re che la cro­na­ca socia­le e le tra­sfor­ma­zio­ni poli­ti­che Egi­zia­ne han­no pro­dot­to nel cor­so degli ulti­mi cin­que decenni.

Natu­ral­men­te, è uti­le la sua scel­ta di docu­men­ta­re la “stra­da” in uno dei momen­ti più poli­ti­ca­men­te pie­ni del­la recen­te sto­ria egi­zia­na. Per la pri­ma vol­ta nel cor­so dei decen­ni, il dis­sen­so popo­la­re non è sta­to diret­to prin­ci­pal­men­te con­tro Israe­le o gli Sta­ti Uni­ti, ma con­tro un avver­sa­rio inter­no-lo sta­to, la sicu­rez­za e i siste­mi che con­trol­la­no i cen­tri ner­vo­si del regi­me. Dall’ apri­le 2005 al mar­zo 2006, Kha­mis­si ha guar­da­to la stra­da emer­ge­re come cen­tro del­la sce­na poli­ti­ca, da pro­te­ste anti-regi­me, dimo­stra­zio­ni, ele­zio­ni, e aber­ran­ti sce­ne di vio­len­za com­mes­se con­tro i manifestanti.

Ave­va una fron­ta­le, più esat­ta­men­te, vista da die­tro le quin­te del­le rea­zio­ni egi­zia­ne al pri­mo movi­men­to indi­pen­den­te di pro­te­sta che sfi­da­va il regi­me del Pre­si­den­te Hosni Muba­rak. Biso­gna­va segui­re Una serie di even­ti poli­ti­ci, com­pre­so il pae­se alle pri­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li, con ben nove can­di­da­ti che con­cor­re­va­no al posto di pre­si­den­te. (Non che que­sto abbia fat­to qual­che dif­fe­ren­za.) Poi sono arri­va­te le ele­zio­ni par­la­men­ta­ri in cui la Fra­tel­lan­za musul­ma­na ha vin­to 88 seg­gi, dopo dure, vio­len­te bat­ta­glie e misfat­ti del par­ti­to al pote­re. L’anno ha visto anche la stra­da diven­ta­re il cuo­re del­la bat­ta­glia tra i gio­va­ni soste­ni­to­ri di Muba­rak e i suoi oppositori.

E in tut­to que­sto Kha­mis­si guar­da­va e ascol­ta­va i tas­si­sti, che sono spes­so inse­gnan­ti, ragio­nie­ri, avvo­ca­ti di for­ma­zio­ne, ma il cui pae­se non è in gra­do di offri­re un lavo­ro adat­to alla loro istru­zio­ne. Indi­gna­ti dall’ auste­ri­tà eco­no­mi­ca e gui­da­ti dal mal­con­ten­to del­le clas­si infe­rio­ri impo­ve­ri­te, i tas­si­sti stan­zia­ti nel loro pic­co­lo spa­zio pub­bli­co per sfo­ga­re la loro rab­bia e fru­stra­zio­ne con­tro il gover­no e agli stra­nie­ri che ade­ri­sco­no a simi­li rimo­stran­ze. La genia­li­tà di Taxi è che coglie il pun­to in cui il taxi ces­sa di esse­re solo un mez­zo di tra­spor­to e diven­ta inve­ce uno spa­zio di dibat­ti­to e di scam­bio, in un momen­to in cui tut­ti gli altri spa­zi pub­bli­ci, tra cui la stes­sa stra­da, era­no diven­ta­ti inac­ces­si­bi­li sot­to la Bru­ta­le for­za del­la poli­zia di Stato.

Nel mez­zo di que­sta tumul­tuo­sa atmo­sfe­ra, Kha­mis­si ha lan­cia­to gran­di intui­zio­ni nel­la schi­zo­fre­ni­ca rela­zio­ne tra gli egi­zia­ni e lo sta­to. Vi è allo stes­so tem­po un disprez­zo pro­fon­da­men­te radi­ca­to per l’autorità, ma anche una schiac­cian­te pau­ra che li bloc­ca a ribel­lar­si con­tro di essa. Alcu­ne teo­rie data­no que­sto con­flit­to indie­tro nel tem­po, al tem­po dei farao­ni, rile­van­do che l’Egitto è sem­pre sta­to un for­te sta­to inter­ven­ti­sta, e gli egi­zia­ni han­no qua­si reli­gio­sa­men­te temu­to e ado­ra­to la sua auto­ri­tà dagli albo­ri del pae­se. Kha­mis­si ricrea un inci­den­te che riflet­te que­sto rap­por­to ambi­va­len­te attra­ver­so un tas­si­sta che insul­ta il Mini­ste­ro degli inter­ni, sim­bo­lo di oppres­sio­ne per mol­ti, ma allo stes­so tem­po dice che lo rispetta.

In un altro epi­so­dio, Kha­mis­si offre una sem­pli­ce rispo­sta sul moti­vo per cui gli egi­zia­ni non ade­ri­sco­no alle pro­te­ste di piaz­za, nono­stan­te la loro sof­fe­ren­za e la mise­ria. ” ora Tut­to ha per­so il suo signi­fi­ca­to “, dice un auti­sta. “Due­cen­to per­so­ne sono cir­con­da­te da due mila uffi­cia­li di leva.” Anche se, come dice Kha­mis­si, la per­ce­zio­ne popo­la­re del gover­no è che “è debo­le, cor­rot­to, e ter­ro­riz­zan­te. Se ci si sof­fia sopra, cade a pez­zi “, dico­no diver­si tas­si­sti. Ma se que­sta è la per­ce­zio­ne domi­nan­te, per­ché non si uni­sco­no con­tro di essa? Spie­gan­do la cro­ni­ca apa­tia poli­ti­ca degli Egi­zia­ni, un tas­si­sta com­men­ta: “Il pro­ble­ma è che in noi egi­zia­ni, il gover­no ha pian­ta­to i semi del­la pau­ra di mori­re di fame. Que­sto ci fa pen­sa­re solo a noi stes­si, e la nostra uni­ca pre­oc­cu­pa­zio­ne è come far qua­dra­re il bilan­cio. ” Stia­mo viven­do una men­zo­gna, e il ruo­lo del gover­no è quel­lo di assi­cu­rar­si Che noi con­ti­nuia­mo a crederci. ”

Tra i tas­si­sti a cui da voce Kha­mis­si, la que­stio­ne eco­no­mi­ca resta in gran par­te il vero mal di testa- con sti­pen­di che sono appe­na suf­fi­cien­ti per le neces­si­tà di base e le varia­zio­ni dei prez­zi sono una rou­ti­ne quo­ti­dia­na. I tas­si­sti dan­no la col­pa al gover­no, che pen­sa solo ai “ric­chi turi­sti”. “Il pia­no rea­le del gover­no è di far­ci usci­re dal pae­se. Ma se lo fac­cia­mo, non avrà nes­su­no da imbro­glia­re e da deru­ba­re. “Non esat­ta­men­te il tipo di real­tà che si può ave­re da salo­ni o dagi incon­tri di rifles­sio­ne sul­la demo­cra­tiz­za­zio­ne in Medio Orien­te al Cairo.

Que­sto è esat­ta­men­te il moti­vo per cui Kha­mis­si ha col­pi­to. Più di tut­to, i suoi rac­con­ti sug­ge­ri­sco­no che vi è un gran­de magaz­zi­no socia­le di rab­bia e fru­stra­zio­ne con­tro lo sta­tus quo. La tri­ste real­tà è che, se la rap­pre­sen­ta­zio­ne del Cai­ro di Kha­mis­si è vera, vi sono scar­se pro­ba­bi­li­tà che la loro scon­ten­tez­za sia pre­sto tra­sfor­ma­ta in una for­za per il cam­bia­men­to di una socie­tà, il cui svi­lup­po è sta­to bloc­ca­to per tan­to tempo.

Omay­ma Abdel-Latif è coor­di­na­to­re di pro­get­ti pres­so il Car­ne­gie Endo­w­ment for Inter­na­tio­nal Peace’s Midd­le east Cen­ter a Beirut.

(tra­du­zio­ne di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li)

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