Liberi di scrivere (Giulia, 29 gennaio 2018)10′ di lettura

Libe­ri di scri­ve­re (Giu­lia, 29 gen­na­io 2018)

Un’ intervista con Selma Dabbagh

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Ben­ve­nu­ta Sel­ma e gra­zie per aver con­ces­so a Libe­ri di Scri­ve­re que­sta inter­vi­sta. Rac­con­ta­ci qual­co­sa di te. Nar­ra­tri­ce, atti­vi­sta, avvo­ca­to. Chi è Sel­ma Dab­ba­gh? Pun­ti di for­za e di debo­lez­za.

Gra­zie a Giu­liet­ta e Libe­ri di Scri­ve­re per l’intervista. Ini­zi con una gros­sa doman­da, qui. Non ho alcun desi­de­rio di entra­re in una sor­ta di auto-con­tem­pla­zio­ne psi­coa­na­li­ti­ca su chi io sia, che potreb­be con­fon­der­mi più di quan­to non con­fon­da i tuoi let­to­ri, ma potrei ini­zia­re dicen­do che sono essen­zial­men­te una scrit­tri­ce di fic­tion. Sono un avvo­ca­to qua­li­fi­ca­to (pro­cu­ra­to­re lega­le) per for­ma­zio­ne e ho lavo­ra­to su casi che sono col­le­ga­ti con la Pale­sti­na, ma ho smes­so di lavo­ra­re come avvo­ca­to più di un anno fa, ormai, per con­cen­trar­mi sul­la scrit­tu­ra. Scri­vo rac­con­ti e roman­zi. Al momen­to sto anche lavo­ran­do a un pro­get­to cine­ma­to­gra­fi­co e occa­sio­nal­men­te scri­vo pez­zi di non-fic­tion come recen­sio­ni di arte, film e cul­tu­ra pale­sti­ne­se per Elec­tro­nic Inti­fa­da. Il mio lavo­ro mi fa sem­bra­re spes­so un’attivista, ma io non mi defi­ni­sco atti­vi­sta. L’attivismo richie­de un insie­me di abi­li­tà spe­ci­fi­che e seb­be­ne io abbia ammi­ra­zio­ne per gli atti­vi­sti, il mio ruo­lo di scrit­to­re di nar­ra­ti­va let­te­ra­ria è for­se più sot­ti­le. Il mio obiet­ti­vo è far sì che le per­so­ne si con­net­ta­no emo­ti­va­men­te crean­do mon­di fit­ti­zi in un modo che con­sen­ta loro di appren­de­re su se stes­si tan­to quan­to appren­do­no su cau­se o con­flit­ti che potreb­be­ro non esse­re neces­sa­ria­men­te fami­lia­ri. In ter­mi­ni di mie debo­lez­ze, direi che non scri­vo anco­ra così come vor­rei scri­ve­re. Mi sen­to fru­stra­ta a vol­te dai limi­ti del­la mia imma­gi­na­zio­ne e dal­la ripe­ti­zio­ne del­la mia stes­sa voce e ci sono mol­ti scrit­to­ri che vor­rei esse­re, ma ogni sfor­zo crea­ti­vo è spes­so col­le­ga­to a sape­re qua­li sono i tuoi limi­ti e con­cen­trar­ti sui tuoi pun­ti di for­za. In ter­mi­ni di pun­ti di for­za, direi che pos­so distil­la­re le com­ples­se situa­zio­ni poli­ti­che che fan­no da sfon­do ai miei roman­zi e tra­sci­na­re i let­to­ri attra­ver­so di esse rac­con­tan­do una buo­na sto­ria in un modo leg­ge­ro, spes­so umo­ri­sti­co. Non for­ni­sco tut­te le rispo­ste, ma pos­so por­re alcu­ne doman­de decen­ti.

Sel­ma Dab­ba­gh

Rac­con­ta­ci qual­co­sa di te, dei tuoi stu­di, del­la tua infan­zia.

Sono cre­sciu­ta dap­per­tut­to. Gran par­te del­la mia infan­zia l’ho tra­scor­sa in cli­mi deser­ti­ci (Kuwait, Ara­bia Sau­di­ta) dove ci si tro­va in casa per la mag­gior par­te del tem­po. In esta­te tor­na­va­mo in Inghil­ter­ra, da dove vie­ne mia madre. Da bam­bi­na mi pia­ce­va­no i tre­ni, col­le­zio­na­re fran­co­bol­li, fos­si­li e fio­ri sel­va­ti­ci che ora sem­bra­no tut­ti assur­da­men­te lezio­si. Da ado­le­scen­te, era anco­ra pre-inter­net, quan­do ero ado­le­scen­te in Kuwait ed ero com­ple­ta­men­te esclu­sa da gran par­te del­la cul­tu­ra popo­la­re con la qua­le i miei con­tem­po­ra­nei a Lon­dra han­no fami­lia­ri­tà, ma quell’isolamento mi ha fat­to leg­ge­re mol­to. Mi sono amma­la­ta gra­ve­men­te di epa­ti­te all’età di 15 anni dopo un viag­gio dal Kuwait a Min­sk nell’ex Unio­ne Sovie­ti­ca con un cor­po di bal­lo clas­si­co, e sono sta­ta con­fi­na­ta a let­to per due mesi. Dopo di ciò non ho potu­to smet­te­re di leg­ge­re. Era un’ossessione. Ho let­to mol­to Tur­ge­nev e Zola. Ho lavo­ra­to a maglia e ho sogna­to di defe­zio­na­re in Rus­sia. Quan­do mi rimi­si, andai di nuo­vo alle feste, ma a quel pun­to la poli­zia con­ti­nua­va a fare irru­zio­ni eper­qui­si­zio­ni ed era­no piut­to­sto tri­sti. La mia scuo­la in Kuwait era una scuo­la ingle­se, con stu­den­ti di 120 nazio­na­li­tà diver­se. Pen­so di esse­re usci­ta dal deser­to con una pro­spet­ti­va mol­to più inter­na­zio­na­le di mol­te per­so­ne cre­sciu­te in cen­tri cosmo­po­li­ti più noti.

Sel­ma Dab­ba­gh

Cosa signi­fi­ca il tuo nome?

La mag­gior par­te del­le paro­le ara­be han­no tre con­so­nan­ti che for­ma­no la loro radi­ce. Il mio nome ha la stes­sa radi­ce S-L-M di “Salam” che signi­fi­ca pace. Sel­ma signi­fi­ca un luo­go di rifu­gio, di sicu­rez­za. Il mio cogno­me Al-Dab­ba­gh signi­fi­ca con­cia­to­ri (pel­let­tie­ri). È una pro­fes­sio­ne. Diver­si seco­li fa i miei ante­na­ti pale­sti­ne­si ven­ne­ro da Fez in Maroc­co (dopo esser­si tra­sfe­ri­ti dal­la Spa­gna) e anda­ro­no in Pale­sti­na in pel­le­gri­nag­gio, sta­bi­len­do­si a Giaf­fa, dove rima­se­ro fino al 1948 quan­do furo­no espul­si con la for­za dal­le for­ze sio­ni­ste.

Sel­ma Dab­ba­gh

Quan­do hai capi­to per la pri­ma vol­ta di voler esse­re una scrit­tri­ce?

Quan­do ave­vo otto anni. Ho scrit­to a una casa edi­tri­ce e ho det­to loro che un gior­no mi avreb­be­ro pub­bli­ca­to in futu­ro. Non è anco­ra suc­ces­so con quel­la casa edi­tri­ce, che sta anco­ra andan­do for­te, ma non è esclu­so che pos­sa acca­de­re un gior­no.

Sel­ma Dab­ba­gh

Out of It, (Fuo­ri da Gaza, Edi­zio­ni Il Siren­te, trad. Bar­ba­ra Beni­ni) il tuo roman­zo, è un lavo­ro imma­gi­na­rio che riflet­te comun­que la vita di tut­ti i gior­ni in Pale­sti­na e poi in Inghil­ter­ra, spe­cial­men­te dal pun­to di vista del­le gio­va­ni gene­ra­zio­ni pale­sti­ne­si. La fin­zio­ne aiu­ta a con­cen­trar­si meglio sul­la real­tà?

Mi pia­ce il modo in cui hai for­mu­la­to que­sta doman­da. Cre­do che la fin­zio­ne pos­sa por­tar­ci a una mag­gio­re com­pren­sio­ne di noi stes­si, aumen­tan­do le nostre intui­zio­ni nel­le per­ce­zio­ni del­le altre per­so­ne facen­do­ci vive­re attra­ver­so la visio­ne dei nostri per­so­nag­gi, dive­nen­do più auto-coscen­ti di noi stes­si ed empa­ti­ci degli altri. Le nostre real­tà diven­ta­no più pro­fon­de e mul­ti-dimen­sio­na­li. Con Out of It e la mia scrit­tu­ra, direi sicu­ra­men­te che non spie­ga tut­to, ma che for­ni­sce una intro­du­zio­ne ad una situa­zio­ne che mol­ti potreb­be­ro per­ce­pi­re come com­ples­sa o estra­nea. Coin­vol­gen­do emo­ti­va­men­te i let­to­ri è pos­si­bi­le vede­re le situa­zio­ni da una varie­tà di ango­la­zio­ni.

Sel­ma Dab­ba­gh

Qual è sta­ta la par­te più labo­rio­sa duran­te la scrit­tu­ra?

Amo qua­si tut­to del­la scrit­tu­ra. Se dipen­des­se da me, sareb­be l’unico lavo­ro che vor­rei fare. Direi che i dub­bi su me stes­sa sono sta­ti la cosa più dif­fi­ci­le da supe­ra­re con il mio pri­mo libro.

Sel­ma Dab­ba­gh

La que­stio­ne pale­sti­ne­se è una una que­stio­ne di dirit­to inter­na­zio­na­le, poli­ti­ca, socia­le mol­to com­ples­sa da risol­ve­re. Pen­si che sia pos­si­bi­le una solu­zio­ne paci­fi­ca? Le gio­va­ni gene­ra­zio­ni israe­lia­ne e pale­sti­ne­si cre­do­no che esi­sta una pos­si­bi­li­tà per una solu­zio­ne paci­fi­ca rea­le? Cosa ral­len­ta que­sta solu­zio­ne paci­fi­ca? Secon­do te.

(Rispon­de­rò a que­ste due doman­de insie­me)

Qua­si tut­to è pos­si­bi­le se lo desi­de­ri abba­stan­za. La mag­gior par­te dei pale­sti­ne­si non vuo­le altro che cre­sce­re la pro­pria fami­glia in pace, ma la loro situa­zio­ne è sta­ta deli­be­ra­ta­men­te resa insop­por­ta­bi­le. Nel 2015 i rap­por­ti del­le Nazio­ni Uni­te han­no avver­ti­to che entro il 2020 Gaza potreb­be esse­re “ina­bi­ta­bi­le” a cau­sa del bloc­co ille­ga­le israe­lia­no e degli attac­chi mili­ta­ri alle per­so­ne e alle loro infra­strut­tu­re.
Sono sicu­ra che mol­ti gio­va­ni israe­lia­ni apprez­ze­reb­be­ro anche la pace per le gene­ra­zio­ni futu­re, ma non sono con­vin­ta che il loro gover­no lo con­di­vi­da. La loro eco­no­mia è stret­ta­men­te lega­ta agli svi­lup­pi mili­ta­ri, come la tec­no­lo­gia dei dro­ni, e vi è un inte­res­se nazio­na­le ad esse­re in uno sta­to di guer­ra costan­te. Gli israe­lia­ni avreb­be­ro biso­gno di subi­re una rivo­lu­zio­ne in pro­spet­ti­va per fre­na­re l’attuale raz­zi­smo e la bel­li­ge­ran­za che il loro gover­no inco­rag­gia.
I pale­sti­ne­si, da par­te loro, avreb­be­ro biso­gno di assi­cu­rar­si una miglio­re lea­der­ship e mobi­li­ta­zio­ne. È depri­men­te come mol­te ini­zia­ti­ve sui pro­ces­si di pace sem­bri­no esse­re diven­ta­te par­te di un set­to­re che siau­to-ali­men­ta bru­cian­do milio­ni di dol­la­ri e cam­bian­do mol­to poco. Entro il 2014, Israe­le ha distrut­to qua­si 50 milio­ni di dol­la­ri di pro­get­ti finan­zia­ti dall’UE in Pale­sti­na, ma pochi gover­ni euro­pei pre­sn­de­reb­be­ro inc onsi­de­ra­zio­ne anche solo l’idea di rispon­de­re impo­nen­do san­zio­ni ad Israe­le. È mol­to impor­tan­te con­ti­nua­re a fare pres­sio­ne sui gover­ni per garan­ti­re la respon­sa­bi­li­tà e l’applicazione del dirit­to inter­na­zio­na­le.

Sel­ma Dab­ba­gh

La deci­sio­ne di Trump di rico­no­sce­re Geru­sa­lem­me come capi­ta­le d’Israele, che cosa por­te­rà per voi?

Tut­to ciò che il pre­si­den­te Donald Trump fa o dice mi fa rab­bri­vi­di­re. È mol­to dif­fi­ci­le non ave­re una rea­zio­ne pura­men­te istin­ti­va di disgu­sto. È pro­vo­ca­to­rio e spe­ri­co­la­to all’estremo. Come gran par­te del mon­do libe­ra­le e di sini­stra, sono non poco sba­lor­di­ta dal feno­me­no Donald Trump, ma deve esse­re trat­ta­to come un cam­pa­nel­lo d’allarme piut­to­sto che un moti­vo per rinun­cia­re, per quan­to allet­tan­te pos­sa esse­re.
È neces­sa­rio insi­ste­re su stan­dard inter­na­zio­na­li. Geru­sa­lem­me est fu annes­sa ille­gal­men­te da Israe­le duran­te la guer­ra del 1967. Ha una popo­la­zio­ne pale­sti­ne­se signi­fi­ca­ti­va che subi­sce anco­ra una puli­zia ert­ni­ca dal­la cit­tà sul­la base del­le ori­gi­ni etni­che e del­la nazio­na­li­tà. I ter­ri­to­ri occu­pa­ti ven­go­no requi­si­ti e le case demo­li­te con­tra­ria­men­te alle dispo­si­zio­ni del­la IV Con­ven­zio­ne di Gine­vra. Il gover­no israe­lia­no ha rice­vu­to ilvia libe­ra per con­ti­nua­re con que­ste poli­ti­che raz­zi­ste dal­le azio­ni di Trump. L’effetto di que­ste azio­ni sul­la cre­di­bi­li­tà degli Sta­ti Uni­ti come “media­to­re one­sto” nei nego­zia­ti di pace in Medio Orien­te è ovvio.
Va ricor­da­to che Geru­sa­lem­me non è impor­tan­te solo per i pale­sti­ne­si, ma anche per tut­ti i musul­ma­ni (e cri­stia­ni) a livel­lo glo­ba­le. È il secon­do luo­go di pel­le­gri­nag­gio più impor­tan­te dopo la Mec­ca. Le rami­fi­ca­zio­ni del­la deci­sio­ne ille­ga­le e irre­spon­sa­bi­le di Trump sono enor­mi. In un momen­to in cui le Nazio­ni Uni­te sono più che mai neces­sa­rie, è spre­ge­vo­le che gli Sta­ti Uni­ti abbia­no appe­na taglia­to 285 milio­ni di dol­la­ri in fon­di dal bilan­cio del­le Nazio­ni Uni­te per­ché non han­no otte­nu­to il soste­gno che vole­va per il voto di Geru­sa­lem­me.

Sel­ma Dab­ba­gh

Nel tuo roman­zo i let­to­ri sen­to­no che i per­so­nag­gi espri­mo­no un gran­de biso­gno di nor­ma­li­tà. Aspi­ra­no ad esse­re per­so­ne nor­ma­li alle pre­se con le cose di tut­ti i gior­ni: con lo stu­dio, il lavo­ro, l’amore, anche se la sto­ria sem­bra aver­li appe­san­ti­ti con pesi dif­fi­cil­men­te soste­ni­bi­li. Sen­ti anche que­sto biso­gno di nor­ma­li­tà nel­le nuo­ve gene­ra­zio­ni?

La mag­gior par­te del­le per­so­ne in tut­to il mon­do, non impor­ta da dove ven­go­no, voglio­no dal­la vita solo l’essenziale. Lo psi­co­lo­go ame­ri­ca­no Abra­ham Maslow ha defi­ni­to una gerar­chia di biso­gni, par­ten­do dai biso­gni fisio­lo­gi­ci di base (cibo, acqua, calo­re, ripo­so) e pas­san­do alle que­stio­ni di sicu­rez­za pri­ma di pas­sa­re ai biso­gni psi­co­lo­gi­ci per gli altri e alla pro­pria auto­sti­ma. Que­sti due livel­li infe­rio­ri pos­so­no appa­ri­re così ele­men­ta­ri nei pae­si ric­chi in pace, che desi­de­rar­li può sem­bra­re pede­stre. Il desi­de­rio di que­sti aspet­ti del­la nor­ma­li­tà diven­ta mol­to più inten­so quan­do ven­go­no costan­te­men­te nega­ti in modi diver­si; dove la disoc­cu­pa­zio­ne è alta e la scar­si­tà di cibo è rea­le, non puoi spo­star­ti da una cit­tà all’altra a cau­sa di posti di bloc­co e muri “di sicu­rez­za”, vai a dor­mi­re la not­te sen­za sape­re se la tua casa sarà demo­li­ta al mat­ti­no, tu non puoi com­ple­ta­re la tua edu­ca­zio­ne per­ché la tua uni­ver­si­tà vie­ne costan­te­men­te chiu­sa, o bom­bar­da­ta, i tuoi geni­to­ri non pos­so­no rice­ve­re cure medi­che per­ché non è per­mes­so attra­ver­sa­re il con­fi­ne, o non puoi otte­ne­re un per­mes­so per anda­re nel­la cit­tà dove c’è l’ospedale, i dro­ni guar­da­no ogni tua mos­sa, i bom­bar­da­men­ti aerei sono fre­quen­ti, dove l’acqua è con­ta­mi­na­ta, la tua for­ni­tu­ra di elet­tri­ci­tà poco fre­quen­te, i tuoi ami­ci ven­go­no reclu­ta­ti per com­bat­te­re, la scuo­la o l’ospedale dei tuoi figli potreb­be­ro esse­re attac­ca­ti. In que­ste cir­co­stan­ze, per la mag­gior par­te del­le per­so­ne, l’idea di un lavo­ro sicu­ro a casa e in fami­glia è qua­si il para­di­so al qua­le puoi sogna­re di aspi­ra­re.

Sel­ma Dab­ba­gh

Quan­to è dura­to il pro­ces­so di scrit­tu­ra di Out of it?

Le pri­me note che ho tro­va­to sull’idea dell roman­zo risal­go­no all’incirca al 2002. Poi ho smes­so per mol­to tem­po pri­ma di ini­zia­re a scri­ve­re. La mag­gior par­te è sta­ta scrit­ta nel 2007, ma non è sta­ta pub­bli­ca­ta fino al 2011. È sta­to un lun­go viag­gio.

Sel­ma Dab­ba­gh

Usi mai qual­cu­na del­le tue pau­re o espe­rien­ze per­so­na­li nel­le tue sto­rie?

Sì, ma non nel­la loro inte­rez­za. Le tra­spon­go spes­so su altri per­so­nag­gi o le distor­co in qual­che modo. Inol­tre, come in ogni for­ma di crea­zio­ne arti­sti­ca, puoi spes­so cer­ca­re di rap­pre­sen­ta­re un’emozione o una sce­na esat­ta, ma in real­tà pro­dur­re un’impressione distor­ta di essa, in un modo che pro­du­ce una veri­tà diver­sa.

Sel­ma Dab­ba­gh

Come imma­gi­ni il tuo futu­ro ades­so?

Come si imma­gi­na­no il loro futu­ro le per­so­ne? Sto cer­can­do di non sen­tir­mi dispe­ra­ta per l’atmosfera poli­ti­ca asso­lu­ta­men­te nega­ti­va. A par­te la poli­ti­ca pale­sti­ne­se, a Lon­dra c’è un sen­so di scon­for­to e dispe­ra­zio­ne, da dopo il refe­ren­dum sul­la Bre­xit, che è pal­pa­bi­le; i lon­di­ne­si han­no vota­to in modo schiac­cian­te per rima­ne­re nell’UE. A livel­lo per­so­na­le, i miei figli cre­sco­no velo­ce­men­te e la situa­zio­ne a casa cam­bia di anno in anno in modo signi­fi­ca­ti­vo. Spe­ro di con­ti­nua­re a esse­re in gra­do di scri­ve­re, di tro­va­re pub­bli­co, di gode­re di quel­lo che fac­cio, ma chis­sà cosa por­te­rà il futu­ro. For­se sarò pub­bli­ca­ta da quel­la casa edi­tri­ce alla qua­le ho scrit­to quan­do ave­vo otto anni…

Sel­ma Dab­ba­gh

Gra­zie per la tua gen­ti­lez­za e dispo­ni­bi­li­tà. Vor­rei chiu­de­re que­sta inter­vi­sta chie­den­do­ti qua­li sono i tuoi pro­get­ti futu­ri? C’è un nuo­vo roman­zo in lavo­ra­zio­ne?

Sì. È com­ple­ta­men­te diver­so e qua­si fini­to. Mi è appe­na sta­to com­mis­sio­na­to di scri­ve­re un bre­ve rac­con­to futu­ri­sti­co ambien­ta­to in Pale­sti­na / Israe­le nel 2048 a cui sto lavo­ran­do, insie­me a un gran­de pro­get­to cine­ma­to­gra­fi­co, di cui sono entu­sia­sta. Amo il cine­ma come medium, lavo­ra­re in una squa­dra e il pro­ces­so di scri­ve­re una sce­neg­gia­tu­ra.

Sel­ma Dab­ba­gh

[Rin­gra­zia­mo per la tra­du­zio­ne Davi­de Mana]

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