INTRAviste — Il racconto a puntate: La Morte è un vampiro di gomma [I]5′ di lettura

In un pre­sen­te che pro­fon­de insta­bi­li­tà, con l’Europa appe­sa al filo del­le trat­ta­ti­ve, un qua­lun­que lune­dì di luglio, ma pre­fe­ri­bil­men­te que­sto, recu­pe­ra­re l’affascinante tra­di­zio­ne let­te­ra­ria del rac­con­to a pun­ta­te con­fe­ri­sce alla vita sul web nuo­vi oriz­zon­ti di spe­ran­za e un non tra­scu­ra­bi­le toc­co d’antan.

La Mor­te è un vam­pi­ro di gomma
un rac­con­to a puntate

par­te prima

morte

Pao­la Levizzi

5 apri­le ore 13: 40

Trop­pa fie­rez­za di sé e nem­me­no non dico una cura per il can­cro ma una vali­da solu­zio­ne – defi­ni­ti­va – per l’annosa que­stio­ne dei peli incar­ni­ti. INVIO

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Pao­la Levizzi

5 apri­le ore 14: 02

Per­ché for­se la cosa che meno sop­por­to di que­sto nar­ci­si­smo impe­ran­te, del­la digi­ta­liz­za­zio­ne dell’identità, del­lo sdo­ga­na­men­to dell’ego… è che la gen­te non tro­va più il tem­po per disprez­zar­si in soli­tu­di­ne e cer­ca­re di miglio­rar­si alme­no un po’ … e solo come dove­re ver­so un idea­le di uma­ni­tà, eh, con requi­si­ti mini­mi non spen­di­bi­li per nes­sun caz­zo di gara di popolarità!

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Pao­la Leviz­zi alzò lo sguar­do dal­lo scher­mo del por­ta­ti­le e lo fis­sò nel tur­che­se del­la ten­da ikea che copri­va la fine­stra del­la sua came­ra da let­to. Cer­ti colo­ri han­no un’intensità che vor­reb­be fon­der­ci­si den­tro, appar­te­ner­vi come a un rifu­gio a pochi pas­si dal­la real­tà. Il rifles­so azzur­ro che si allun­ga­va su par­te del sof­fit­to e del­le pare­ti sem­bra­va un richia­mo, un annun­cio inde­ci­fra­bi­le di bel­lez­za taciu­ta, fie­ra nel­la sua inaccessibilità.

La stan­za, pic­co­la e ben ordi­na­ta, rispet­ta­va in mol­te par­ti del suo arre­da­men­to uno stan­dard di digni­to­sa insi­gni­fi­can­za; le assi di legno che com­po­ne­va­no il pavi­men­to tra­di­va­no una cura non pro­prio meti­co­lo­sa: l’insieme tut­ta­via era accogliente.

Pao­la si avvi­ci­nò al vetro del bal­co­ne alle sue spal­le per osser­va­re all’esterno i segni di un tem­po­ra­le immi­nen­te. La som­mi­tà di un albe­ro poco lon­ta­no si chi­na­va sot­to la spin­ta del ven­to; i rami dal fol­to foglia­me ver­deg­gia­va­no scos­si con forza.

Il cie­lo era una minac­cia di baglio­ri lon­ta­ni; nell’aria gra­va­va il sen­so di un eter­no presente.

Come ingan­na­re l’attesa del­la Morte?

Un gab­bia­no dise­gnò col suo pas­sag­gio un lun­go seg­men­to divi­so­rio sopra il tet­to aran­cio­ne del­la palaz­zi­na di fron­te, lan­cia­to a gran velo­ci­tà ver­so l’ignoto, di cui par­zia­le cer­tez­za anda­va assu­men­do la piog­gia. Il tavo­li­no e le sedie sul bal­co­ne pre­se­ro a sgoc­cio­la­re con fre­quen­za cre­scen­te; sui listel­li lignei del­la base del bal­co­ne goc­ce di piog­gia rim­bal­za­va­no vivaci.

Suo­nò il cito­fo­no. Pao­la si vol­tò con cau­te­la e guar­dò l’orologio affis­so alla pare­te alla sua destra. Man­ca­va­no otto minu­ti alle quat­tro. Si avvi­ci­nò alla libre­ria e tras­se dal­la sua custo­dia il regi­stra­to­re. Lo acce­se, ripo­nen­do­lo sui libri del­la quar­ta men­so­la, ad altez­za sguar­do. Il con­ge­gno ades­so era posa­to di lun­ghez­za sul­la col­la­na di clas­si­ci tasca­bi­li, Piran­del­lo e Prou­st gli face­va­no da gia­ci­glio. Il cito­fo­no suo­nò nuo­va­men­te, que­sta vol­ta in modo più discre­to. Pao­la sgan­ciò il ricevitore.

-Sì? – domandò.

-Dott.ssa Leviz­zi, sono La Mor­te – le rispo­se una voce incolore.

-Sì, pre­go, ter­zo pia­no, sca­la C– illu­strò Pao­la con leg­ge­ra ansia.

Pao­la si guar­dò allo spec­chio posto alla destra del­la por­ta d’ingresso: la pie­ga dei capel­li le sem­brò sod­di­sfa­cen­te: sobria e ordi­na­ta, le con­fe­ri­va un’aria pro­fes­sio­na­le, come l’occasione richie­de­va. Lo sguar­do era aper­to ma seve­ro, pron­to a lasciar tra­pe­la­re l’ironia, respon­sa­bi­le dell’immagine di gior­na­li­sta sati­ri­ca tan­to ama­ta e popo­la­re pres­so  cul­to­ri dell’ osser­va­zio­ne pun­gen­te e soste­ni­to­ri dell’ inter­ven­to sfer­zan­te ele­va­to a ban­die­ra di intelligenza.

La mor­te sali­va le sca­le a pie­di, appre­se Pao­la nell’aprire la por­ta di casa; quan­do da un bre­ve sguar­do al display dell’ascensore si accor­se che era gua­sto, male­dis­se al volo i tec­ni­ci del­la manu­ten­zio­ne, soli­ti far­le fare pes­si­me figu­re con gli ospi­ti. Lo sguar­do fis­so ver­so le sca­le, incon­sa­pe­vo­le del­la pun­ta del­la scar­pa che scan­di­va l’attesa, Pao­la rea­liz­zò di lì a poco e con note­vo­le stu­po­re che La Mor­te asso­mi­glia­va ai vam­pi­ri dei car­to­ni ani­ma­ti. Una crea­tu­ra dall’età e dal ses­so inde­fi­ni­bi­li si appre­sta­va infat­ti a svol­ta­re sul pia­ne­rot­to­lo dopo una ram­pa di sca­le, reg­gen­do un lun­go man­tel­lo nero con le mani, affin­ché non ne intral­cias­se il passo.

Ciò che la ren­de­va in tut­to simi­le a una rap­pre­sen­ta­zio­ne di Dra­cu­la di un vec­chio car­to­ne ani­ma­to del­la sua infan­zia, out­fit a par­te – anno­ta­va men­tal­men­te Pao­la sen­za stac­car­le gli occhi di dos­so, men­tre La Mor­te pro­se­gui­va la sua sca­la­ta – era la for­ma del capo, oblun­ga; la pel­le ave­va un colo­ri­to gri­gia­stro, ma stra­na­men­te lumi­no­so; anche i capel­li, neris­si­mi, sem­bra­va­no risplen­de­re. Sen­za che i due pro­fe­ris­se­ro mot­to, Pao­la si ritro­vò di fron­te l’oscura enti­tà da tut­ti temu­ta e rispet­ta­ta, l’implacabile mie­ti­tri­ce di esi­sten­ze, colei il cui pen­sie­ro l’umanità scac­cia a suon di vane distrazioni….

Pao­la supe­ra­va La Mor­te in altez­za di tut­ta la testa; prov­vi­sta di un cor­po flac­ci­do e gras­soc­cio, La Mor­te non sem­bra­va ema­na­re odo­ri par­ti­co­la­ri, ma un alo­ne fred­do e inu­ma­no la avvol­ge­va. Tese a Pao­la la mano ma Pao­la, in un’ondata di rac­ca­pric­cio, pre­fe­rì igno­ra­re il gesto: pre­sen­ti­va il con­tat­to spia­ce­vo­le, oltre i limi­ti impo­sti dall’educazione, ben al di là del­la sua soglia di sopportazione.

-Bene, fac­cia­mo pre­sto – dis­se pia­no La Morte.

Pao­la, anco­ra in pre­da al disgu­sto, si fece da par­te, e La Mor­te sol­cò a pas­si rego­la­ri la stam­pa cache­mi­re – sfon­do blu – del lun­go tap­pe­to che rive­sti­va il cor­ri­do­io d’ingresso del­la pic­co­la abi­ta­zio­ne. Sen­za indu­gi si ritro­vò a var­ca­re la soglia dell’ inti­mo salot­ti­no dal qua­le poco pri­ma Pao­la sop­pe­sa­va impres­sio­ni sul­la pioggia.

Può acco­mo­dar­si sul diva­no – dis­se Pao­la, indi­can­do con un cen­no disin­vol­to un sofà nero dall’aria sof­fi­ce e invi­tan­te. La Mor­te, fer­ma al cen­tro del­la stan­za, pas­sa­va in ras­se­gna gli ogget­ti che la cir­con­da­va­no con una sor­ta di zelo malin­co­ni­co. Si sof­fer­mò sul vaso di cri­stal­lo ricol­mo di fio­ri gial­li reci­si, al cen­tro del tavo­lo. -Nar­ci­si – dis­se solo, pri­ma di richiu­der­si in un muti­smo inquietante.

Tut­to que­sto, ave­va l’aria di pen­sa­re, è desti­na­to a sparire.

[con­ti­nua…]

 

Rac­con­to a pun­ta­te di Simo­na Ciniglio

 

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