Perché nel labirinto di Zar Vlad la sola parola d’ordine è “Bespredel”4′ di lettura

Il Foglio | Dome­ni­ca 12 otto­bre 2008 | Amy Rosenthal |

La Rus­sia è sem­pre la Rus­sia, con un lato oscu­ro tol­le­ra­to dal­la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne”. Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta di Busi­ness Week e cor­ri­spon­den­te in Rus­sia, Asia cen­tra­le e Cau­ca­so per oltre un decen­nio del Wall Street Jour­nal e New York Times, ha appe­na scrit­to un libro sul “labi­rin­to di Putin” – “Putin’s Laby­rinth: Spies, Mur­der, and the Dark Heart of the New Rus­sia” (Ran­dom Hou­se, 2008) – in cui arri­va alla con­clu­sio­ne che lo zar Vlad, ex pre­si­den­te e attua­le pre­mier a Mosca, abbia ere­di­ta­to una ter­ra nel­la mor­sa di una sto­ria bru­ta­le che mostra pochi segni di affie­vo­li­men­to. Il mot­to nazio­na­le rus­so – dice al Foglio – “è ‘bespre­del’, che signi­fi­ca ‘sen­za limi­ti’, o ‘tut­to pas­sa’. E’ ‘il con­ti­nuum rus­so’, che in par­te si rife­ri­sce all’indifferenza del­la clas­se diri­gen­te tra­di­zio­na­le nei con­fron­ti del­la vita e del­la mor­te del popo­lo”. Secon­do LeVi­ne i col­le­ga­men­ti tra vec­chia e nuo­va Rus­sia sono tan­tis­si­mi. “Sot­to gli zar e nel perio­do sovie­ti­co lo sta­to deci­de­va chi dove­va vive­re e chi mori­re. Con Boris Eltsin lo sta­to ha smes­so di ucci­de­re i suoi cit­ta­di­ni e gli assas­si­ni si sono river­sa­ti nel­le stra­de. Con Putin la situa­zio­ne è un ibri­do”. Resta il man­tra “tut­to pas­sa”, appli­ca­to al per­se­gui­men­to di un inte­res­se: “Quan­do nel 2002 otto­cen­to rus­si furo­no pre­si in ostag­gio in un tea­tro mosco­vi­ta da 41 ter­ro­ri­sti cece­ni, Putin ordi­nò di usa­re i gas e mori­ro­no anche 129 ostag­gi. Per­ché la prio­ri­tà di Putin era ucci­de­re i ter­ro­ri­sti, non sal­va­re gli ostag­gi”. Secon­do LeVi­ne l’attacco alla Geor­gia è in linea con la tra­di­zio­ne rus­sa di con­trol­lo sul­le ex Repub­bli­che sovie­ti­che, e anche di alcu­ni pae­si dell’Europa orien­ta­le o cen­tra­le. “Putin e Med­ve­dev si sono dife­si con for­za soste­nen­do di dover cac­cia­re i geor­gia­ni dal­la regio­ne sepa­ra­ti­sta. Ma quan­do i sol­da­ti e i car­ri arma­ti rus­si han­no scon­fi­na­to in ter­ri­to­rio geor­gia­no, han­no bom­bar­da­to Poti e pre­so anche l’Abkhazia, era la vec­chia Rus­sia all’opera”. Cosa c’è in gio­co per l’Europa e gli Sta­ti Uni­ti in que­sto con­flit­to? “Per entram­bi ora il cam­po è aper­to a cri­si stra­te­gi­che deter­mi­nan­ti”, dice LeVi­ne. “Un attac­co come quel­lo del­la Nato alla Ser­bia di Milo­se­vic non potreb­be più acca­de­re nel­le cir­co­stan­ze attua­li. Alcu­ni pae­si dell’Europa sono inti­mo­ri­ti, o han­no pre­so bar­bi­tu­ri­ci, comun­que van­no a let­to con Putin. Cre­do che Mosca influen­zi a diver­si livel­li tut­ti gli sta­ti del cor­ri­do­io ener­ge­ti­co fra est e ove­st, ma anche Fran­cia, Ger­ma­nia e Ita­lia. Con loro ora la Rus­sia è in una posi­zio­ne con­trat­tua­le più for­te di pri­ma: è ben chia­ro ades­so che Mosca è pron­ta ad arri­va­re qua­si ovun­que per rag­giun­ge­re i suoi scopi”.
LeVi­ne ha scrit­to che “il tal­lo­ne d’Achille rus­so è il petro­lio” e ha sot­to­li­nea­to come gli Sta­ti Uni­ti e i loro allea­ti potreb­be­ro gio­ca­re sul­la vul­ne­ra­bi­li­tà rus­sa, anco­ra più pale­se in que­sti gior­ni di cri­si mon­dia­le, in cui la Bor­sa di Mosca ha paga­to fin da subi­to tan­tis­si­mo. “Per gua­da­gna­re il rispet­to del­la Rus­sia – spie­ga LeVi­ne – non ser­ve la reto­ri­ca, ma i fat­ti. Appar­te­ne­re o no al Wto o al G8 non smuo­ve­rà Mosca di un mil­li­me­tro. La giu­gu­la­re rus­sa è la sua indu­stria ener­ge­ti­ca: minac­cia la sua stra­te­gia in quel cam­po e otter­rai la sua atten­zio­ne. Come negli anni Novan­ta, quan­do Mosca non ha potu­to fer­ma­re la costru­zio­ne dell’oleodotto Baku-Tbi­li­si-Cey­han, che la bypas­sa­va”. Lo sto­ri­co Richard Pipes nel 2007 dis­se al Foglio che “l’occidente non deve illu­der­si sul­la pos­si­bi­li­tà di far col­la­bo­ra­re la Rus­sia”, e mol­ti gover­ni occi­den­ta­li comin­cia­no a con­vin­cer­si di quest’idea. “L’occidente – ribat­te LeVi­ne – può impor­re un dia­lo­go su temi che la Rus­sia con­si­de­ra di pro­prio inte­res­se. I trat­ta­ti per il con­trol­lo bila­te­ra­le del­le armi, ad esem­pio, sono pos­si­bi­li. Ma Pipes ha ragio­ne: la Rus­sia agi­rà come meglio cre­de. Putin è un avver­sa­rio for­mi­da­bi­le, per­se­gue sol­tan­to quel­lo che cre­de esse­re l’interesse rus­so”. Il pre­si­den­te Dmi­tri Med­ve­dev ha riba­di­to che “non ha pau­ra di nien­te, nem­me­no del­la Guer­ra fred­da”, anche se poi su cer­ti dos­sier – come quel­lo afgha­no – ha con­ti­nua­to la sua col­la­bo­ra­zio­ne. Per LeVi­ne non c’è il peri­co­lo di una nuo­va Guer­ra fred­da, o alme­no non di una ana­lo­ga all’originale. “Potreb­be esse­re regionale,ma non glo­ba­le: non è alla por­ta­ta del­la Rus­sia. Pen­so che ci sia­no spe­ran­ze per il pae­se, in ter­mi­ni di demo­cra­zia, ma i gover­ni occi­den­ta­li devo­no restar­ne fuo­ri. Non han­no alcun tipo di impat­to”. Intan­to i 200 pea­ce­kee­per euro­pei sono arri­va­ti nel­la zona cusci­net­to tra Geor­gia e Osse­zia del sud, dove è comin­cia­to il riti­ro del­le trup­pe rus­se, come con­cor­da­to nel pia­no sigla­to dal capo del Crem­li­no con il capo dell’Eliseo, Nico­las Sar­ko­zy. Il 15 otto­bre si tie­ne un incon­tro tra Euro­pa e Rus­sia, che nel­le inten­zio­ni dove­va esse­re deci­si­vo per il futu­ro del­le rela­zio­ni ma che già a oggi pare poco inci­si­vo. “Si è visto nel­la sto­ria recen­te – con­clu­de scet­ti­co LeVi­ne – quan­to pos­sa­no esse­re effi­ca­ci gli osser­va­to­ri europei”.

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