Racconti cubisti (Prikedelik)

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In queste pagine si fondono, in un insieme visionario, prosa surreale e provocatoria, poesia, filosofia, fumetto e fantascienza.

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prikedelik

Con i suoi giochi, con il suo funambolismo portato all’estremo limite, sia in poesia che nelle immagini, è una specie di Leopardi moderno: un grande poeta, che mischia il gioco con il dolore. C’è un poeta peruviano a cui somiglia, ed è George Eielson, Carlo Bordini.

Quattro racconti che sfidano lettori esperti, privi di riverenza nei confronti della pagina stampata, capaci di saltarne qualcuna se si annoiano, di andare a

 

Autore / Author


Prikedelik

Prikedelik

Prikedelik è autore del mitico Prikedelik.com, sito internet di animazioni flash top five nel 2001 e 2002 che ad oggi ha sfondato il milione di visitatori. Creatore di eroi pongo 3D, gatti assassini, personaggi bidimensionali preda delle loro avventure, video-poesie e trip animati, ha vinto numerosi premi. Negli anni ’90 legge tutto W. Bourroughs e resta colpito soprattutto dal manuale di Scrittura creativa e dal manifesto del ladro ivi contenuto. Nell’aprile 2006 gli capita un accidente e da allora comunica soltanto via internet. Per fortuna, questo evento, gli garantisce la dispensa dal lavoro.

Peso 0.11 kg
Dimensioni 12 x 19 x 0.6 cm
ISBN

978-88-87847-35-2

Lingua

Italiano

Foliazione

X-96 pp., br.

Prima edizione

24 settembre 2010

Rassegna stampa / Press



  • Carlo Bordini (2012-06)
  • Giovanni Caporale (2011-11)
  • Video

    Recensioni

    1. Bello! Bellissimo! Strepitoso!!! Vabbé l’autore è un vecchio amico mio e vado un po’ largo con gli aggettivi(e pure con i punti esclamativi)! Le ultime cose sue che avevo letto risalgono a 20 anni fa (gli feci le pulci sulle virgole e gli accenti! Rompiballe che sono sempre stato!). L’avevo lasciato che scriveva storie tipo beat generation (bukowsky all’amatriciana!), godibili e ben scritte (ricordo un dio nel forno della cucina che divorava i testimoni di geova che rompono le balle la domenica mattina, un tossico che non paga la droga inseguito dal “lucertola” che gli vuole spezzare le gambe), e lo ritrovo verso il noveau roman (anche se secondo me dirà: che cazzo è `sto novò romà? So’ de roma eqquindi???) a scrivere racconti quasi senza trama e dialoghi, successioni di immagini, come aggirarsi in un labirinto, non un labirinto pulito e razionale come quelli di borges, ma un luogo oscuro dove si è condannati a ripetere i propri passi finché non si fa la cosa giusta. Della beat generation si ritrova ancora qualcosa, ma meno di quanto creda l’autore (che cita burroghs come sua ispirazione nella premessa). Sì, ha mantenuto per affetto l’abitudine all’utilizzo della & invece che la “e” , ma i suoi ibridi animaleschi sono meno i lemuri (e incubi vari) di burroughs che gli animaletti di kafka (quello che si aggira ne “la tana” soprattutto). Lo sa o non lo sa l’autore che kafkeggia (altra ipotesi, non è che sono io kafkiano convinto a vedere kafka ovunque?)? Secondo me lo sa, il riferimento all’arabo (senza sciacallo) può essere casuale, quello ai sicari venuti ad eseguire la condanna può esserlo molto meno, la questione delle leggi e del re (“per questa volta è proibito”) non può non ammiccare volutamente a “la questione delle leggi” di kafka. Il linguaggio è ora altissimo fino all’uso di termini desueti (“checché”, “sviluppansi”) ora gergale (“anvedi”), ma anche qui più che un’operazione postmoderna all’americana (manca del tutto l’immaginario americano da B movie, tranne forse che negli extraterrestri vonneguttiani di Ullan power) c’è secondo me il non prendersi mai troppo sul serio, alla romana! Bello, non facile, da leggere con attenzione con la tv spenta e gli occhiali sul naso.

    2. Prikedelik parte da una cultura che in linea di massima possiamo definire beat, di qui il suo amore per Burroughs, ad esempio, per il suo carattere visionario, città trasformate in paesaggi metafisici, perfezione di forze occulte, uomini che divengonoi mutanti, una scrittura beffarda, aggressiva ribelle. il suo anore per zappa, i beat
      E si lega a forze culturali in Italia alternative, ribelli, sperimentali, come la sua permanenza nel gruppo diretto da Ostuni.
      L’uso del fumetto inoltre è tipico di una cultura che in Italia parte dagli anni ’70.
      Però nell’ambito di questa cultura di partenza Prike ha una sua profonda originalità beffarda surreale giocosa. E sottolineo giocosa. Il gioco in lui è molto importante. E per restare alla sua scrittura e alla sua poesia esse sono molto più morbide interiori, un’allucinazione in cui ha molta importanza il sogno e che si differenzia molto nettamente anche dalla poesia sperimentale così diffusa in Italia per una carica esistenziale molto marcata.
      C’è molta dolorosità, è qualcosa di difficile da inquadrare. Dimentichiamoci della cultura beat e freak degli anni 70-80 italiani. C’è di più. E’ comico e disperato insieme. C‘è anche qualcosa di kafka. Il senso di un destino. L’idea di una via di fuga. Una scrittura in cui intensità e assurdo si mischiano. In cui esiste sempre la speranza, frustrata o no, ma esiste. Quindi lui usa mezzi tecnici come il paradosso o l’ossimoro per arrivare a risultati differenti. Ci parla. Ha molta comunicazione col lettore con l’ascoltatore con lo spettatore. E questa voglia di comunicare ,lo differenzia dalla cultura da cui parte. Lo testimoniano le poesie appese qui. Il gioco infermo-inferno è un gioco estremamente comunicativo così come tutti i giochi di parole di cui è intessuta la sua scrittura, cielo . ciarliero, ecc.
      La beffa, così presente nella sua cultura di partenza, è rivolta anche contro di sé. E’ un boomerang. Perché questa beffa-boomerang è legata con la speranza. Sempre. E col desiderio.
      Sono a volte poesie terribili, come quelle sulle emozioni. Dolore allo stato puro.
      Sono poesie che parlano a tutti noi, come la donna invisibile, ma potrei citarne tante altre. Con i suoi giochi, con il suo funambolismo portato all’estremo limite, sia in poesia che nelle immagini, è una specie di Leopardi moderno: un grande poeta, che mischia il gioco con il dolore.
      C’è un poeta peruviano a cui somiglia, ed è George Eielson.

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