SIRIA – Un poeta contro il baratro (R. Michelucci)4′ di lettura

SIRIA – Un poe­ta con­tro il bara­tro (Ric­car­do Miche­luc­ci, Avve­ni­re, 30/12/2015)

La Siria avrà un futu­ro di pace per­ché non si pos­so­no scon­fig­ge­re le colom­be «che con­ti­nua­no a vola­re iste­ri­ca­men­te in cie­lo duran­te i bom­bar­da­men­ti. Come l’aereo spa­ri­sce dal cie­lo, patria del­le colom­be, così la tiran­nia spa­ri­rà dal­la mia patria, per­ché le colom­be ci sono allea­te nel viag­gio ver­so la libertà».

La let­te­ra­tu­ra e la poe­sia han­no aiu­ta­to Muham­mad Dibo, gior­na­li­sta e scrit­to­re siria­no non anco­ra qua­ran­ten­ne, ad affron­ta­re la mostruo­sa espe­rien­za del­le car­ce­ri siria­ne, l’angoscia, l’umiliazione, la tor­tu­ra. Ades­so rap­pre­sen­ta­no la stel­la pola­re del­le spe­ran­ze che nutre per il futu­ro del suo pae­se. Arre­sta­to, incar­ce­ra­to e tor­tu­ra­to per aver pre­so par­te fin dal 2011 alla rivo­lu­zio­ne con­tro il regi­me di Bashar al-Assad, i suoi com­pa­gni di cel­la l’avevano sopran­no­mi­na­to ‘il poe­ta per­fi­do’ per­ché nei lun­ghi perio­di di deten­zio­ne reci­ta­va a memo­ria le poe­sie del misti­co al-Hal­laj e del gran­de poe­ta ara­bo al-Muta­nab­bi. «Far­lo mi ren­de­va feli­ce — ci rac­con­ta oggi dal suo esi­lio a Bei­rut — per­ché nei loro visi vede­vo il desi­de­rio di liber­tà e riu­sci­vo, alme­no in quei momen­ti, a far­li eva­de­re da un mon­do di oppres­sio­ne ver­so il mon­do dell’amore e del­la poe­sia. La bel­lez­za del­la poe­sia ci aiu­ta­va a dis­sol­ve­re le tene­bre  e a resi­ste­re al car­ce­re e alla morte». 

Pro­prio in que­sti gior­ni è arri­va­to nel­le libre­rie ita­lia­ne il suo ulti­mo libro E se fos­si mor­to?, pub­bli­ca­to dal­le edi­zio­ni Il Siren­te con la tra­du­zio­ne di Fede­ri­ca Pisto­no, un’opera asso­lu­ta­men­te ori­gi­na­le, a metà stra­da tra il roman­zo, il trat­ta­to poli­ti­co e il dia­rio inti­mi­sti­co, nel­la qua­le Muham­mad Dibo ci offre una lun­ga testi­mo­nian­za sul­la Siria con­tem­po­ra­nea, dal­le pri­ma­ve­re ara­be alla suc­ces­si­va repres­sio­ne, fino agli odier­ni inter­ven­ti stranieri. 

Qua­le può esse­re il ruo­lo degli intel­let­tua­li siria­ni di fron­te a quan­to sta acca­den­do?
«Gli intel­let­tua­li han­no un com­pi­to mol­to impor­tan­te oggi in Siria, per­ché devo­no rac­con­ta­re alla gen­te la veri­tà, e devo­no far­lo sen­za ambi­gui­tà. Devo­no spie­ga­re al popo­lo la com­ples­si­tà di que­sto momen­to e ren­der­lo com­pren­si­bi­le a tut­ti. Il suo com­pi­to oggi appa­re più impor­tan­te che in pas­sa­to, per­ché in vir­tù del­la sua cul­tu­ra è il solo capa­ce di guar­da­re oltre la super­fi­cie, attra­ver­so le tene­bre e il caos, di vede­re gli erro­ri di un popo­lo e di affron­ta­re la veri­tà, a qua­lun­que prez­zo. L’intellettuale ha inol­tre il com­pi­to di tra­smet­te­re la spe­ran­za alle per­so­ne, ras­si­cu­ran­do­le sul fat­to che ciò che sta acca­den­do oggi non rap­pre­sen­ta la fine del­la sto­ria. In fon­do al tun­nel c’è la spe­ran­za, nono­stan­te tut­te le dif­fi­col­tà, e biso­gna lavo­ra­re per realizzarla». 

Ma come può lei nutri­re anco­ra spe­ran­za nel futu­ro?
«Quan­do mi inter­ro­ga­no sul futu­ro, mi pia­ce rispon­de­re che vedo con pes­si­mi­smo il futu­ro a bre­ve ter­mi­ne ma sono mol­to otti­mi­sta per quel­lo a lun­go ter­mi­ne. Ciò signi­fi­ca che i pros­si­mi cin­que-die­ci anni saran­no un perio­do mol­to duro per noi siria­ni, un infer­no in cui ci sarà caos e asso­lu­ta man­can­za di oriz­zon­ti. Una fase simi­le a quel­la che la Siria ha vis­su­to tra il 1920 e il 1936. Ma sono sicu­ro che la Siria riu­sci­rà a rial­zar­si con le pro­prie gam­be, tro­ve­rà la stra­da ver­so la liber­tà e il posto che meri­ta nel mon­do, nono­stan­te il disa­stro di oggi. Ne sono sicu­ro come sono sicu­ro del fat­to che sto scri­ven­do que­ste righe».
 
Lei è capo­re­dat­to­re del­la testa­ta dis­si­den­te ‘Syria Untold’ e col­la­bo­ra con nume­ro­se testa­te inter­na­zio­na­li, occu­pan­do­si di atti­vi­smo civi­le. Ha quin­di uno sguar­do pri­vi­le­gia­to sull’attualità. Come imma­gi­na il suo pae­se tra die­ci o vent’anni? «Per­so­nal­men­te, sto lavo­ran­do oggi per la Siria del futu­ro dal momen­to che, nono­stan­te la cupa dispe­ra­zio­ne e la mor­te, spe­ro che la Siria, tra ven­ti o trent’anni, sia diven­ta­to uno Sta­to uni­ta­rio, lai­co e demo­cra­ti­co. Mi augu­ro di rag­giun­ge­re que­sto obiet­ti­vo, anche dopo un lun­go percorso». 

In che modo l’Occidente dovreb­be affron­ta­re la cri­si siria­na?
«Innan­zi­tut­to dovreb­be impe­gnar­si a non man­te­ne­re in pie­di la dit­ta­tu­ra con il pre­te­sto del­la lot­ta al Daesh, per­ché la soprav­vi­ven­za del­la dit­ta­tu­ra impli­ca la con­ti­nua­zio­ne del­la guer­ra. Poi cre­do che la rispo­sta al ter­ro­ri­smo del­lo Sta­to isla­mi­co non deb­ba esse­re solo di natu­ra mili­ta­re, ma sia neces­sa­rio anche eli­mi­na­re le cau­se che han­no pro­dot­to feno­me­ni come il Daesh». 

Com’è oggi, la sua vita in esi­lio?
«Sono in Liba­no per­ché amo il mio Pae­se e voglio restar­gli vici­no ma non sono sta­to io a sce­glie­re l’esilio: è lui che ha scel­to me. Non ho scel­to il Liba­no, sono sta­ti la neces­si­tà e il caso a trat­te­ner­mi fino ad ora in que­sto pae­se. Ogni mat­ti­na mi chie­do cosa ci fac­cio qui, men­tre la vita pas­sa. Resto in Liba­no per­ché è il pae­se più vici­no alla Siria, e da qui è pos­si­bi­le aiu­ta­re i miei a casa, resta­re in con­tat­to con ciò che suc­ce­de e con colo­ro che esco­no dal mio pae­se. La mia fami­glia è anco­ra in patria, ma qui i miei fami­lia­ri pos­so­no veni­re a tro­var­mi e io pos­so comu­ni­ca­re con loro. Sono qui per­ché rifiu­to l’idea di esse­re un pro­fu­go costret­to a ele­mo­si­na­re cibo, acqua e pro­te­zio­ne, per­ché l’inferno costrui­to da Assad costrin­ge il nostro popo­lo a una vita disu­ma­na. E poi, for­se sono in Liba­no anche per­ché mi sono immer­so nel lavo­ro e non ho pen­sa­to a un’altra opzione».

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