Le ballerine di Papicha di Kaouther Adimi

Algeri raccontata da Kaouther Adimi

Yasmi­ne è un’ombra inquie­ta che fuma affac­cia­ta sul­la not­te di Alge­ri, suo fra­tel­lo Adel cer­ca inva­no un son­no risto­ra­to­re che gua­ri­sca le sue ango­sce, leni­sca le feri­te di un segre­to che lo dila­nia, men­tre sot­to il suo bal­co­ne le voci impa­sta­te di alcool e fumo di Cha­kib, Nazim, Kamel, popo­la­no i suoi incu­bi coi loro discor­si vaneg­gian­ti di fuga e patria, di riscat­to e vio­len­za. Sara veglia inson­ne i deli­ri di suo mari­to Ham­za, il cui cer­vel­lo stan­co è ormai pre­da di una fol­lia asso­lu­ta men­tre i ricor­di si alter­na­no alle fan­ta­sie, gene­ran­do illu­sio­ni di mon­di in cui avreb­be potu­to vive­re, ali­men­ta­re il suo talen­to di arti­sta, sazia­re la sua fame di colo­ri e di for­me pla­sti­che, se non fos­se intrap­po­la­ta nel­la casa mater­na in cui ha dovu­to tor­na­re da quan­do lo psi­co­lo­go che ha spo­sa­to si è tra­sfor­ma­to in uno psi­co­ti­co che qua­si non la rico­no­sce più, che ricor­da a sten­to di ave­re mes­so al mon­do la dol­cis­si­ma Mou­na. Le ombre cedo­no il posto al gior­no e le vite ripren­do­no a scor­re­re dopo la pau­sa for­za­ta del­la not­te, gli occhi si libe­ra­no del­le ragna­te­le di ango­scia tes­su­te dall’oscurità inson­ne e la vita rico­min­cia a scor­re­re fre­ne­ti­ca, vela­ta dal­la pau­ra che la not­te non tor­ni, di esse­re con­dan­na­ti a vive­re per sem­pre sot­to l’impietosa e cru­de­le luce del gior­no. Yasmi­ne cor­re a pren­de­re il suo auto­bus che spa­lan­che­rà le por­te sul­la cit­tà uni­ver­si­ta­ria bru­li­can­te di vite pre­se pre­sti­to dal­le serie tele­vi­si­ve, di vite alle­go­ri­che e sto­rie di gio­va­ni all’affannosa ricer­ca di un’identità per sé e per il pro­prio Pae­se; i tor­men­ti di Adel tro­va­no fuga­ce leni­men­to tra le ombre bef­far­de e indif­fe­ren­ti degli scar­si avven­to­ri del caf­fè Eden, le fan­ta­sie di Mou­na, cal­za­te nel­le sue bal­le­ri­ne da papi­cha – gio­va­ne ragaz­za ele­gan­te ‒ galop­pa­no velo­ci sul sel­cia­to discon­nes­so oppo­nen­do la for­za dei sogni al tena­ce rea­li­smo di Tarek, suo rilut­tan­te pro­tet­to­re, le men­ti con­fu­se e feb­bri­ci­tan­ti di tre ragaz­zi tro­va­no ripa­ro nel­la fami­lia­ri­tà del­la vio­len­za, le fan­ta­sie di Hajj Yous­sef incon­tra­no il mon­do mer­ce­na­rio del­le gio­va­ni stu­den­tes­se uni­ver­si­ta­rie di pro­vin­cia e su tut­ti si libra­no i pen­sie­ri luci­di e impo­ten­ti di una madre inca­pa­ce di sal­va­re i pro­pri figli da se stes­si…

Kaou­ther Adi­mi, autri­ce alge­ri­na che ha, sin dal suo esor­dio con Le bal­le­ri­ne di Papi­cha, atti­ra­to l’attenzione di uno dei mag­gio­ri edi­to­ri fran­ce­si, in poche, strin­ga­te, essen­zia­li pagi­ne rac­chiu­de le vite che scor­ro­no lun­go le sca­le spor­che di un palaz­zo di Alge­ri, un micro­co­smo alle­go­ri­co fat­to di per­so­ne che si rac­con­ta­no e ven­go­no rac­con­ta­te da altri. Il suo è uno sti­le sec­co, asciut­to, che rac­con­ta attra­ver­so un gio­co di spec­chi ma non resti­tui­sce nes­su­na veri­tà, non for­ni­sce spie­ga­zio­ni né elar­gi­sce mise­ri­cor­dia, si limi­ta a riflet­te­re pas­si­va­men­te il dibat­ter­si del­le vite, il con­for­to leni­ti­vo offer­to dagli ste­reo­ti­pi e dal­la vio­len­za quan­do la ricer­ca di sen­so si fa vuo­ta e ina­ne. I pro­ta­go­ni­sti sono sfug­gen­ti, le loro ragio­ni elu­si­ve e non potreb­be esse­re altri­men­ti, dato che vie­ne fis­sa­ta sul­la car­ta solo una fra­zio­ne infi­ni­te­si­ma­le degli archi del­le loro vite, poche ore di un gior­no qual­sia­si nel­la cur­va discen­den­te del­la loro para­bo­la indi­vi­dua­le. Sono uomi­ni e don­ne più o meno gio­va­ni, mol­to più bra­vi nell’osservare gli altri che sé stes­si, avi­di di vita ma inca­pa­ci di tro­va­re la for­za di vive­re, di sazia­re gli appe­ti­ti sen­za nome che li agi­ta­no, di scan­da­glia­re le pro­fon­di­tà del­la pro­pria men­te, ma, bra­vis­si­mi a capi­re il pros­si­mo e a rac­con­tar­ne le mise­rie, a intuir­ne i biso­gni, a scio­ri­nar­ne impie­to­sa­men­te le debo­lez­ze.

Lisa Puz­zel­la — Man­gia­li­bri

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Kaouther Adimi e l’eterno paradosso dell’Algeria

Intervista all’autrice di “le ballerine di Papicha”  di Francesca Del Vecchio

Tabù, silenzi e solitudine

Il pri­mo roman­zo di Kaou­ther Adi­mi, gio­va­ne autri­ce alge­ri­na, si inti­to­la Le bal­le­ri­ne di papi­cha. Pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 2011, è arri­va­to in Ita­lia solo quest’anno, edi­to da Il Siren­te. Oggi, men­tre in Fran­cia esce il suo ulti­mo lavo­ro, Nos Riches­se, s’intravede nel suo per­cor­so nar­ra­ti­vo una par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla soli­tu­di­ne del­le ani­me, ai tabù e ai silen­zi tra gene­ra­zio­ni a con­fron­to. Anche in Le bal­le­ri­ne di papi­cha, Adel, Sarah, Kamel, Yasmi­ne, Mou­na, Tarek, Haji Yous­sef, Ham­za, com­pon­go­no uno stra­va­gan­te album foto­gra­fi­co fami­lia­re, esi­sten­ze intrec­cia­te eppu­re indi­pen­den­ti; per­so­ne che vivo­no sot­to lo stes­so tet­to ma che non par­la­no mai dav­ve­ro tra loro. Que­sto roman­zo inti­mo è tale non solo per via dei lega­mi di paren­te­la che inter­cor­ro­no tra i per­so­nag­gi, ma anche per­ché le sto­rie dei sin­go­li sono la meta­fo­ra dell’Algeria: ognu­no con la pro­pria vita, e non esi­sto­no pro­get­ti comu­ni.

Che pae­se è oggi il suo?

È una doman­da piut­to­sto dif­fi­ci­le; ho la mia visio­ne del­le cose, e la mia voce non può cer­to esse­re acco­sta­ta a tut­ti gli alge­ri­ni. Ma que­sto è un pae­se com­pli­ca­to, un con­ti­nuo para­dos­so. Sia­mo il risul­ta­to di una sto­ria, scos­sa trop­pe vol­te, tra Orien­te e Occi­den­te, all’incrocio tra Euro­pa e Afri­ca. In Alge­ria, ognu­no pen­sa a se stes­so, cia­scu­no è inca­stra­to nel­la pro­pria sto­ria per­so­na­le.

Un po’ come i pro­ta­go­ni­sti del suo roman­zo?

Cre­do che que­sta fami­glia sia la meta­fo­ra stes­sa dell’Algeria: quel­le di cui par­lo, sono tre gene­ra­zio­ni che vivo­no sot­to lo stes­so tet­to, in un palaz­zo del quar­tie­re popo­la­re di Alge­ri. Cia­scun per­so­nag­gio ha il suo “ritrat­to” per­so­na­le. E que­sto mi è ser­vi­to per trat­teg­gia­re gli intrec­ci fami­lia­ri di cui si com­po­ne il roman­zo: madri e figli che comu­ni­ca­no tra loro, sen­za mai par­la­re vera­men­te.

Ogni per­so­nag­gio è dota­to di una spic­ca­ta dimen­sio­ne psi­co­lo­gi­ca e que­sto è indi­ce di una buo­na riu­sci­ta. Si è ispi­ra­ta a qual­cu­no?

Sono per­so­nag­gi inven­ta­ti, ma come ogni roman­zie­re, ho attin­to dal­la real­tà alcu­ne carat­te­ri­sti­che, che ho poi distri­bui­to qua e là tra i miei per­so­nag­gi: all’epoca del­la scrit­tu­ra del libro, nel 2009, vive­vo anco­ra ad Alge­ri. Era­va­mo appe­na venu­ti fuo­ri dagli anni del ter­ro­ri­smo, abbia­mo vis­su­to un momen­to che sem­bra­va eufo­ria. In real­tà si face­va la con­ta dei mor­ti e sta­va­mo all’erta, in atte­sa di un nuo­vo ordi­ne di copri­fuo­co. Una gene­ra­zio­ne, la mia, cre­sciu­ta all’ombra di qual­co­sa di spa­ven­to­so; per que­sto mol­te del­le carat­te­ri­sti­che dei miei per­so­nag­gi sono tipi­che del­la gen­te che vive il Pae­se.

Tut­ti i tuoi per­so­nag­gi sono pro­ble­ma­ti­ci e irri­sol­ti. Tran­ne uno: Mou­na. È un auspi­cio?

Mou­na è il per­so­nag­gio su cui vole­vo foca­liz­za­re l’intero libro. Il tito­lo alge­ri­no è un rife­ri­men­to a que­sto per­so­nag­gio – “papi­cha”, in alge­ri­no vuol dire “ragaz­za gra­zio­sa” – che è gio­va­ne, alle­gra, friz­zan­te. A Mou­na non impor­ta cosa pen­sa­no gli altri. E que­sta è la spe­ran­za miglio­re per tut­to il pae­se.

L’edizione fran­ce­se e quel­la alge­ri­na han­no tito­li diver­si. Come mai?

Il tito­lo ori­gi­na­le in ara­bo, Le bal­le­ri­ne di Papi­cha, non ha con­vin­to l’editore fran­ce­se per­ché “papi­cha” è una paro­la del ger­go alge­ri­no (in par­ti­co­la­re di Alge­ri e del­la sua regio­ne) di dif­fi­ci­le com­pren­sio­ne per il let­to­re fran­co­fo­no. Così abbia­mo deci­so di inven­ta­re un nuo­vo tito­lo: L’envers des autres. Quan­do sia­mo pas­sa­ti all’italiano, abbia­mo deci­so di tor­na­re alla ver­sio­ne ori­gi­na­le.

Il suo libro ha riscon­tra­to un gran­de suc­ces­so di pub­bli­co in Fran­cia. Cosa si aspet­ta dal quel­lo ita­lia­no?

Sono mol­to curio­sa di sape­re come rea­gi­rà al mio roman­zo. Uno dei miei libri pre­fe­ri­ti è ita­lo-alge­ri­no: Scon­tro di civil­tà per un ascen­so­re a Piaz­za Vit­to­rio, di Ama­ra Lakhous. Sono, quin­di, mol­to feli­ce per la tra­du­zio­ne e la pub­bli­ca­zio­ne.

Il suo ulti­mo libro, Nos riches­ses, rac­con­ta anco­ra di una gene­ra­zio­ne “inter­rot­ta”?

In Nos riches­ses, par­lo del perio­do colo­nia­le alge­ri­no attra­ver­so il dia­rio imma­gi­na­rio di Edmond Char­lot, il pri­mo edi­to­re di Albert Camus. Ma è anche la sto­ria di un quar­tie­re di o