Kaouther Adimi e l’eterno paradosso dell’Algeria

Intervista all’autrice di “le ballerine di Papicha”  di Francesca Del Vecchio

Tabù, silenzi e solitudine

Il pri­mo roman­zo di Kaou­ther Adi­mi, gio­va­ne autri­ce alge­ri­na, si inti­to­la Le bal­le­ri­ne di papi­cha. Pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta nel 2011, è arri­va­to in Ita­lia solo quest’anno, edi­to da Il Siren­te. Oggi, men­tre in Fran­cia esce il suo ulti­mo lavo­ro, Nos Riches­se, s’intravede nel suo per­cor­so nar­ra­ti­vo una par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla soli­tu­di­ne del­le ani­me, ai tabù e ai silen­zi tra gene­ra­zio­ni a con­fron­to. Anche in Le bal­le­ri­ne di papi­cha, Adel, Sarah, Kamel, Yasmi­ne, Mou­na, Tarek, Haji Yous­sef, Ham­za, com­pon­go­no uno stra­va­gan­te album foto­gra­fi­co fami­lia­re, esi­sten­ze intrec­cia­te eppu­re indi­pen­den­ti; per­so­ne che vivo­no sot­to lo stes­so tet­to ma che non par­la­no mai dav­ve­ro tra loro. Que­sto roman­zo inti­mo è tale non solo per via dei lega­mi di paren­te­la che inter­cor­ro­no tra i per­so­nag­gi, ma anche per­ché le sto­rie dei sin­go­li sono la meta­fo­ra dell’Algeria: ognu­no con la pro­pria vita, e non esi­sto­no pro­get­ti comu­ni.

Che pae­se è oggi il suo?

È una doman­da piut­to­sto dif­fi­ci­le; ho la mia visio­ne del­le cose, e la mia voce non può cer­to esse­re acco­sta­ta a tut­ti gli alge­ri­ni. Ma que­sto è un pae­se com­pli­ca­to, un con­ti­nuo para­dos­so. Sia­mo il risul­ta­to di una sto­ria, scos­sa trop­pe vol­te, tra Orien­te e Occi­den­te, all’incrocio tra Euro­pa e Afri­ca. In Alge­ria, ognu­no pen­sa a se stes­so, cia­scu­no è inca­stra­to nel­la pro­pria sto­ria per­so­na­le.

Un po’ come i pro­ta­go­ni­sti del suo roman­zo?

Cre­do che que­sta fami­glia sia la meta­fo­ra stes­sa dell’Algeria: quel­le di cui par­lo, sono tre gene­ra­zio­ni che vivo­no sot­to lo stes­so tet­to, in un palaz­zo del quar­tie­re popo­la­re di Alge­ri. Cia­scun per­so­nag­gio ha il suo “ritrat­to” per­so­na­le. E que­sto mi è ser­vi­to per trat­teg­gia­re gli intrec­ci fami­lia­ri di cui si com­po­ne il roman­zo: madri e figli che comu­ni­ca­no tra loro, sen­za mai par­la­re vera­men­te.

Ogni per­so­nag­gio è dota­to di una spic­ca­ta dimen­sio­ne psi­co­lo­gi­ca e que­sto è indi­ce di una buo­na riu­sci­ta. Si è ispi­ra­ta a qual­cu­no?

Sono per­so­nag­gi inven­ta­ti, ma come ogni roman­zie­re, ho attin­to dal­la real­tà alcu­ne carat­te­ri­sti­che, che ho poi distri­bui­to qua e là tra i miei per­so­nag­gi: all’epoca del­la scrit­tu­ra del libro, nel 2009, vive­vo anco­ra ad Alge­ri. Era­va­mo appe­na venu­ti fuo­ri dagli anni del ter­ro­ri­smo, abbia­mo vis­su­to un momen­to che sem­bra­va eufo­ria. In real­tà si face­va la con­ta dei mor­ti e sta­va­mo all’erta, in atte­sa di un nuo­vo ordi­ne di copri­fuo­co. Una gene­ra­zio­ne, la mia, cre­sciu­ta all’ombra di qual­co­sa di spa­ven­to­so; per que­sto mol­te del­le carat­te­ri­sti­che dei miei per­so­nag­gi sono tipi­che del­la gen­te che vive il Pae­se.

Tut­ti i tuoi per­so­nag­gi sono pro­ble­ma­ti­ci e irri­sol­ti. Tran­ne uno: Mou­na. È un auspi­cio?

Mou­na è il per­so­nag­gio su cui vole­vo foca­liz­za­re l’intero libro. Il tito­lo alge­ri­no è un rife­ri­men­to a que­sto per­so­nag­gio – “papi­cha”, in alge­ri­no vuol dire “ragaz­za gra­zio­sa” – che è gio­va­ne, alle­gra, friz­zan­te. A Mou­na non impor­ta cosa pen­sa­no gli altri. E que­sta è la spe­ran­za miglio­re per tut­to il pae­se.

L’edizione fran­ce­se e quel­la alge­ri­na han­no tito­li diver­si. Come mai?

Il tito­lo ori­gi­na­le in ara­bo, Le bal­le­ri­ne di Papi­cha, non ha con­vin­to l’editore fran­ce­se per­ché “papi­cha” è una paro­la del ger­go alge­ri­no (in par­ti­co­la­re di Alge­ri e del­la sua regio­ne) di dif­fi­ci­le com­pren­sio­ne per il let­to­re fran­co­fo­no. Così abbia­mo deci­so di inven­ta­re un nuo­vo tito­lo: L’envers des autres. Quan­do sia­mo pas­sa­ti all’italiano, abbia­mo deci­so di tor­na­re alla ver­sio­ne ori­gi­na­le.

Il suo libro ha riscon­tra­to un gran­de suc­ces­so di pub­bli­co in Fran­cia. Cosa si aspet­ta dal quel­lo ita­lia­no?

Sono mol­to curio­sa di sape­re come rea­gi­rà al mio roman­zo. Uno dei miei libri pre­fe­ri­ti è ita­lo-alge­ri­no: Scon­tro di civil­tà per un ascen­so­re a Piaz­za Vit­to­rio, di Ama­ra Lakhous. Sono, quin­di, mol­to feli­ce per la tra­du­zio­ne e la pub­bli­ca­zio­ne.

Il suo ulti­mo libro, Nos riches­ses, rac­con­ta anco­ra di una gene­ra­zio­ne “inter­rot­ta”?

In Nos riches­ses, par­lo del perio­do colo­nia­le alge­ri­no attra­ver­so il dia­rio imma­gi­na­rio di Edmond Char­lot, il pri­mo edi­to­re di Albert Camus. Ma è anche la sto­ria di un quar­tie­re di oggi, 2017, in cui c’è anco­ra la stes­sa libre­ria aper­ta da Char­lot.

L’Indice on-line

Fran­ce­sca Del Vec­chio è gior­na­li­sta. Scri­ve pre­va­len­te­men­te di Este­ri e cul­tu­ra ara­bo-isla­mi­ca

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Le ballerine di Papicha di Kaouther Adimi

Chi ha mai potuto creare una città così?
Certamente un uomo che non ama né i colori, né il bianco, né il nero.

Il mon­do di Alge­ri è un pic­co­lo mon­do, una taz­zi­na di caf­fè.” Ama­ro aggiun­ge­rei.

Alge­ri come un mon­do chiu­so, come la descri­zio­ne di una qual­sia­si nostra pro­vin­cia in cui tut­ti si cono­sco­no, o cre­do­no di cono­scer­si, si salu­ta­no e spes­so si disprez­za­no. A met­te­re in luce que­sto stra­no sen­ti­men­to di comu­ni­tà è una fami­glia mol­to chiac­chie­ra­ta nel quar­tie­re per i com­por­ta­men­ti di alcu­ni dei mem­bri, e altri per­so­nag­gi alla fami­glia in qual­che modo lega­ti. Cono­scia­mo Adel, il figlio bel­lo e male­det­to, odia­to dai suoi coe­ta­ni, e la bel­la Yasmi­ne: due per­so­nag­gi che ricor­da­no un po’ quel­li di Mapo­cho, come se la loro sof­fe­ren­za sia dovu­ta alle gran­di con­trad­di­zio­ni del­la città. Della madre non cono­scia­mo il nome, il padre è mor­to già da diver­si anni e poi c’è la figlia mag­gio­re, una bel­lis­si­ma don­na che ama la pit­tu­ra e che è costret­ta a bada­re il mari­to usci­to fuor di sen­no. Fac­cia­mo la cono­scen­za di Mou­na, la bam­bi­na con le bal­le­ri­ne di papi­cha, l’unica che anco­ra non cono­sce le avver­si­tà del­la vita e che vol­teg­gia sere­na e spen­sie­ra­ta nel­le sue scar­pet­te rosa. E poi ci sono gio­va­ni che si riem­pio­no la boc­ca di gran­di discor­si sul cam­bia­re il pae­se o anda­re via, mostran­do una vio­len­za inau­di­ta che mostra quan­to sia radi­ca­to nel­la socie­tà un cer­to idea­le e un con­for­mi­smo sen­za egua­li.

Chiu­do gli occhi per non vede­re la cit­tà sfi­la­re davan­ti a me, per non vede­re più le stra­de di Alge­ri la Bian­ca. Sol­tan­to gli stra­nie­ri pos­so­no rima­ne­re esta­sia­ti davan­ti al suo bian­co­re. Io, che sono nata qui, che sono sem­pre vis­su­ta in que­sta cit­tà, in cui cer­ta­men­te mori­rò, non ne vedo più il can­do­re, la bel­lez­za o la gio­ia di vive­re, ma sol­tan­to le buche che mi fan­no sob­bal­za­re sul sedi­le, i pic­cio­ni che mi lan­cia­no gli escre­men­ti sul­la testa e i gio­va­ni disoc­cu­pa­ti che che cer­ca­no di rimor­chiar­mi quan­do pas­so. Ah, dimen­ti­ca­vo: le vec­chie! Le vec­chie sce­me per le sca­le, che mi con­si­glia­no di coprir­mi di più. Le vec­chie mege­re che, in auto­bus, mi pren­do­no la mano e mi par­la­no dei figli che le fan­no dispe­ra­re. Le vec­chie tar­me odo­ro­se di men­ta o di rosa che ti si aggrap­pa­no al brac­cio, sen­za nem­me­no avver­tir­ti. Le vec­chie caria­ti­di che gri­da­no ordi­ni, con­si­gli, che si dibat­to­no, si agi­ta­no, si inner­vo­si­sco­no.
Schi­fez­za di vec­chie. Schi­fez­za di cit­tà!”

Leg­ge­re que­sto libro è come pro­fa­na­re un dia­rio segre­to o ascol­ta­re di nasco­sto con­fes­sio­ni costret­te a rima­ne­re nel cuo­re e nel­la men­te. Signi­fi­ca sco­pri­re i segre­ti di una fami­glia e le gran­di dif­fi­col­tà di una cit­tà che tan­ta guer­ra ha dovu­to subi­re, con­ti­nua­men­te con­te­sa tra volon­tà di eman­ci­pa­zio­ne e un pas­sa­to di vio­len­za e pre­giu­di­zi. Sono pro­prio que­sti temi a pren­de­re vita con tan­ta for­za nel­le paro­le di Yasmi­ne, nel suo desi­de­rio di esse­re libe­ra di vive­re la sua gio­vi­nez­za sen­za impo­si­zio­ni di alcun tipo da par­te non solo del pote­re, ma del­la stes­sa popo­la­zio­ne ormai com­ple­ta­men­te in balia del­le altrui deci­sio­ni, in una cit­tà che di bian­co ha solo il colo­re dei palaz­zi, ma non ha nes­sun signi­fi­ca­to di purez­za.

Ma a col­pi­re for­te è anche la madre, la cui assen­za di nome pro­prio mi dà l’idea di un volu­to distac­co nei con­fron­ti del sen­ti­men­to di fami­glia che dovreb­be esser­ci, in un mono­lo­go furio­so e sprez­zan­te. Ritro­via­mo qui la volon­tà di omo­lo­ga­zio­ne che qua­lun­que gover­no non demo­cra­ti­co vor­reb­be per i pro­pri cit­ta­di­ni, un sen­ti­men­to così gran­de e pro­fon­do di ver­go­gna nei con­fron­ti dei figli così diver­si dagli altri, tan­to da por­tar­la a fare il test del DNA per ben due vol­te per assi­cu­rar­si che non ci sia­no sta­ti erro­ri, da far­ne pro­va­re altret­tan­ta a me di ver­go­gna nei suoi con­fron­ti e in ciò che cau­se­rà.

Sono pro­prio figli miei. Tut­ti e tre. Nutri­vo la segre­ta spe­ran­za che uno di loro fos­se sta­to malau­gu­ra­ta­men­te scam­bia­to in cul­la, ma non è così.”

da Emo­zio­ni in font di Vivia­na Cala­bria

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Presto in libreria “le ballerine di Papicha”

Le ballerine di Papicha” di Kaouther Adimi presto in libreria

Sesto tito­lo del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te “le bal­le­ri­ne di Papi­cha” di Kaou­ther Adi­mi è ambien­ta­to in un vec­chio palaz­zo nel cuo­re di Alge­ri, uno di quei posti in cui nes­su­no sce­glie­reb­be di abi­ta­re… Una fami­glia vive lì, al cen­tro del­le chiac­che­re e dei pet­te­go­lez­zi del vici­na­to.

Sarah, la sorel­la mag­gio­re, ritor­na­ta nel­la casa mater­na con una figlia e un mari­to che sem­bra aver per­so la ragio­ne, pas­sa le sue gior­na­te a dipin­ge­re, si per­de nei colo­ri come ad inven­ta­re un mon­do diver­so. I suoi fra­tel­li, Adel e Yasmi­ne non rie­sco­no più a par­lar­si. Adel ha un segre­to che lo sve­glia nel cuo­re del­la not­te, Yasmi­ne è bel­la, libe­ra, luci­da, estra­nian­te, lei stes­sa si per­ce­pi­sce estra­nea rispet­to alla real­tà che la cir­con­da.

La real­tà è l’Algeria, un pae­se in cui qual­sia­si spe­ran­za di avve­ni­re è confiscata. Qui, esse­re sem­pli­ce­men­te se stes­si è un lus­so a cui i gio­va­ni non han­no diritto…In que­sta nar­ra­zio­ne poli­fo­ni­ca, Kaou­ther Adi­mi, esa­mi­na la socie­tà con­tem­po­ra­nea nel­le sue sof­fe­ren­ze e nel­le sue spe­ran­ze, riflet­te sul­la con­di­zio­ne di soli­tu­di­ne e Il sen­ti­men­to dell’assenza, uni­co deno­mi­na­to­re comu­ne di indi­vi­dui che si scon­tra­no sen­za incon­trar­si mai.

Un roman­zo sen­si­bi­le, vio­len­to e luci­do, il cui lato oscu­ro è ammor­bi­di­to dai sogni inno­cen­ti di una bam­bi­na che indos­sa con orgo­glio le sue bal­le­ri­ne di tela, che cam­mi­na drit­ta per la sua stra­da e sfug­ge al con­for­mi­smo.

Kaou­ther Adi­mi è nata ad Alge­ri nel 1986. Sta­bi­li­ta­si a Pari­gi nel 2009, ha con­se­gui­to un master in Let­te­re moder­ne e Mana­ge­ment del­le risor­se uma­ne. Le bal­le­ri­ne di Papi­cha è il suo pri­mo roman­zo (L’envers des autres Actes Sud 2011). Con que­sto tito­lo ottie­ne nel 2011 il Prix de la Voca­tion e nel 2015 il Pre­mio del roman­zo dal­la Fon­da­zio­ne Fran­cia-Alge­ria. Nell’ottobre  2015 è sta­to pub­bli­ca­to il suo secon­do roman­zo Des pier­res dans ma poche.

Tra­dot­to dal fran­ce­se da Fede­ri­ca Pisto­no a luglio in libre­ria

 

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Un uomo non piange mai | Senzaudio

Un uomo non piange mai di Faïza Guène

Nes­su­no rico­min­cia da zero, nem­me­no gli ara­bi che lo zero lo han­no inven­ta­to, que­sto dice­va mio padre”.

Men­tre affron­ta­vo la let­tu­ra mi sono inter­ro­ga­to spes­so sugli ste­reo­ti­pi. Sul moti­vo per cui a vol­te del­le veri­tà accla­ra­te assu­ma­no dei con­no­ta­ti nega­ti­vi. Soprat­tut­to quan­do una cul­tu­ra ne osser­va un’altra. Suc­ce­de a noi quan­do guar­dia­mo fuo­ri dal­la nostra fine­stra, suc­ce­de agli altri quan­do sbir­cia­no in casa nostra al calar del sole. E’ ine­vi­ta­bi­le ed è sem­pre sta­ta una fon­te di anti­pa­tie, di pro­ble­ma­ti­che di dif­fi­ci­le riso­lu­zio­ne. Spes­so ha dato il via a sen­ti­men­ti che sono sfo­cia­ti nel raz­zi­smo e nel vol­ga­re affos­sa­men­to degli altrui valo­ri cul­tu­ra­li. Io pen­so che quan­do un pae­se fati­ca a ragio­na­re in ter­mi­ni di cul­tu­ra, quan­do un pae­se fati­ca a capi­re di cosa è fat­ta la pro­pria cul­tu­ra abbia dif­fi­col­tà ad accet­ta­re le altre cul­tu­re, par­ta dagli ste­reo­ti­pi, dal­la deri­sio­ne e poi il resto. Ben più gra­ve.

Tut­ti que­sti pen­sie­ri sono sca­tu­ri­ti dal­la let­tu­ra di “Un uomo non pian­ge mai” (un tito­lo che di per sé avreb­be l’anima del­lo ste­reo­ti­po) del­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ni alge­ri­ne Faï­za Guè­ne.

Il libro rac­con­ta una sto­ria dal pun­to di vista dell’unico figlio maschio di una fami­glia di immi­gra­ti alge­ri­ni. Attra­ver­so lo sguar­do di Mou­rad Chen­noun pos­sia­mo par­te­ci­pa­re alla vita di una fami­glia con un pie­de in Alge­ria e l’altro in Fran­cia. Con una figlia che pro­va ad eman­ci­par­si, a sfug­gi­re a tut­te le impo­si­zio­ni cul­tu­ra­li che la voglio­no, secon­do lei, gras­sa, bra­va a cuci­na­re e sot­to­mes­sa al mari­to. Abbia­mo un padre dedi­to all’accumulo com­pul­si­vo di qual­sia­si robac­cia gli capi­ti a tiro e una figlia, Mina, che inve­ce deci­de di segui­re le orme che la fami­glia ha trac­cia­to. Sopra a tut­ti, la madre. La madre con i suoi attac­chi di tachi­car­dia, iper­ten­sio­ne, emi­cra­nia e qual­sia­si altra malat­tia imma­gi­na­ria pos­sa ser­vi­re a insi­nua­re negli altri il sen­so di col­pa. Un per­so­nag­gio che a trat­ti fa sor­ri­de­re se non fos­se che le sue pres­sio­ni influen­za­no la vita dei figli. Dou­na la figlia eman­ci­pa­ta vie­ne espul­sa dal­la tri­bù come fos­se un cal­co­lo. Vie­ne dimen­ti­ca­ta fino a che, alla fine, qual­co­sa tira nuo­va­men­te le redi­ni del­la fami­glia e fa dire a Dou­na stes­sa: alla fine ha vin­to comun­que mam­ma.

Un libro in cui lo ste­reo­ti­po vie­ne caval­ca­to e svi­sce­ra­to, por­ta­to al gra­do di ana­li­si socia­le. Un libro affa­sci­nan­te nel­la sua sem­pli­ci­tà eppu­re tra­vol­gen­te per i temi che trat­ta. La secon­da pos­si­bi­li­tà, il man­te­nu­to dal­la bel­la ere­di­tie­ra, la pro­sti­tu­zio­ne, l’integrazione degli emi­gra­ti nel­le Ban­lieau e la spe­ran­za di esse­re qual­cu­no anche al di fuo­ri del­la cer­chia fami­lia­re.
In tut­to que­sto svet­ta la voce del nar­ra­to­re, quel Mou­rad che incon­tria­mo da bam­bi­no e lascia­mo da adul­to, sem­pre in pre­da al pani­co “Imo­dium, imo­dium, imo­dium” sem­pre con uno sguar­do al futu­ro e uno al pas­sa­to, sem­pre sull’orlo di esplo­de­re e dire, final­men­te, non ciò che ci si aspet­ta da lui, ma ciò che lui real­men­te pen­sa. Un per­so­nag­gio che illu­stra per­fet­ta­men­te la ten­sio­ne tra due cul­tu­re diver­se, la ten­sio­ne tra ciò che ci si aspet­ta­ta da una per­so­na (lo ste­reo­ti­po) e ciò che que­sta per­so­na è in gra­do di dare (la veri­tà).

Da un anno a que­sta par­te l’unica cosa che si può dire de “Il Siren­te” è che ogni libro è miglio­re del pre­ce­den­te.
Otti­ma la tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Fede­ri­ca Pisto­no.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incendiaria”a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Grazie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po de nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se, il libro è tra­dot­to in 26 lin­gue e ven­de oltre 400.000 copie. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. Faï­za Guè­ne è anche autri­ce di cor­to­me­trag­gi e docu­men­ta­ri.

Recen­sio­ne di Gian­lui­gi Bodi Sen­zau­dio

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La felicità è negli affetti: dialogo con Faïza Guène

Intervista a Faïza Guène per L’Indice dei libri del mese

di Fran­ce­sca Del Vec­chio

«Mia madre sof­fri­va nel veder­mi solo. Mi cre­de­va, di vol­ta in vol­ta, pau­ro­so, affet­to da tur­be del­la per­so­na­li­tà, omo­ses­sua­le. Nul­la di tut­to que­sto. Ero solo. Pun­to. Me n’ero fat­to una ragio­ne. Riten­go che non aves­se mai rea­liz­za­to di esse­re la pri­ma respon­sa­bi­le di quel fat­to»

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneMou­rad nasce a Niz­za, i suoi geni­to­ri sono alge­ri­ni emi­gra­ti in Fran­cia. Mode­sti per ran­go socia­le e per livel­lo cul­tu­ra­le. Sua madre, una don­na bona­ria­men­te inva­den­te e pro­tet­ti­va, gli tra­smet­te affet­to alla vec­chia manie­ra: rim­pin­zan­do­lo di cibo. E Mou­rad, che vor­reb­be eman­ci­par­si da quel­la con­di­zio­ne costruen­do­si un desti­no, vive nel ter­ro­re di diven­ta­re un ragaz­zot­to obe­so con i capel­li sale e pepe. Per soprav­vi­ve­re dovrà affran­car­si da una pesan­te sto­ria fami­lia­re che acco­mu­na mol­ti gio­va­ni di secon­da gene­ra­zio­ne.
Que­sta è la sto­ria rac­con­ta­ta da Faï­za Guè­ne in Un uomo non pian­ge mai, edi­to da Il Siren­te.
Guè­ne, scrit­tri­ce fran­co-alge­ri­na di gran­de suc­ces­so cre­sciu­ta a Pan­tin (ban­lieue “incen­dia­ria” a nord-est di Pari­gi), ha debut­ta­to nel mon­do del­la let­te­ra­tu­ra a soli dician­no­ve anni, san­cen­do, già dal prin­ci­pio, il suo talen­to let­te­ra­rio.
È sta­ta ospi­te al Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn di Pra­to e al Salo­ne Inter­na­zio­na­le del Libro di Tori­no, in occa­sio­ne del qua­le è sta­ta rea­liz­za­ta que­sta inter­vi­sta.

Cosa han­no in comu­ne Faï­za Guè­ne e il suo per­so­nag­gio, Mou­rad Chen­noun?

Mou­rad vive tra due fuo­chi: il tra­di­zio­na­li­smo di sua madre Mina e l’innovazione di sua sorel­la mag­gio­re Dou­nia, bril­lan­te stu­den­tes­sa. Come Mou­rad anche io ho vis­su­to una fase a caval­lo tra la ripro­du­zio­ne dei valo­ri fami­lia­ri e la ten­sio­ne alla moder­ni­tà. Mou­rad incar­na per­fet­ta­men­te la via di mez­zo tra le due stra­de: un ragaz­zo che non nega le sue ori­gi­ni, ma che – facen­do suoi i valo­ri del pae­se ospi­tan­te – costrui­sce qual­co­sa di impor­tan­te per la sua vita.

Il desti­no di Mou­rad è nel­le sue mani: quan­to con­ta per lui e per gio­va­ni come lui l’autodeterminazione e la for­za di volon­tà?

Il mes­sag­gio che vole­vo far pas­sa­re è che, a pre­scin­de­re dall’origine socia­le e dal livel­lo cul­tu­ra­le, si può esse­re feli­ci solo se sia­mo riu­sci­ti a costrui­re dei lega­mi affet­ti­vi. Mou­rad è cer­to un per­so­nag­gio sin­go­la­re, dota­to di volon­tà e for­za d’animo, ma è vero anche che ha rice­vu­to tan­to amo­re e soste­gno dal­la sua fami­glia, nono­stan­te la mode­stia del padre e l’invadenza del­la madre. È diven­ta­to un inse­gnan­te, e que­sto è un tra­guar­do, pur­trop­po, non per tut­ti.

Il tuo libro è il rac­con­to di una sto­ria come ce ne sono tan­te: quan­to c’è di fin­zio­ne e quan­to di veri­tà?

Di tut­ti i miei roman­zi que­sto è quel­lo in cui ho mes­so di più di me stes­sa. Ciò non vuol dire che que­sti avve­ni­men­ti si sia­no veri­fi­ca­ti real­men­te nel­la mia vita ma una base di veri­tà c’è: in par­ti­co­la­re il rap­por­to con il padre, l’importanza del patri­mo­nio sto­ri­co. La Fran­cia ha una dop­pia cul­tu­ra e dovreb­be far­ne teso­ro.

«Con il pas­sa­re degli anni, la situa­zio­ne con Dou­nia peg­gio­ra­va. Il mon­do ester­no pul­lu­la­va di Julie Gué­rin, e i ten­ta­ti­vi dei miei geni­to­ri di trat­te­ne­re la figlia nel guscio sono tut­ti fal­li­ti. Le inti­mi­da­zio­ni e le puni­zio­ni non fun­zio­na­va­no più. Mia madre, pur così abi­le nel gio­co del­la col­pe­vo­liz­za­zio­ne, ha spa­ra­to tut­te le sue car­tuc­ce. La tachi­car­dia improv­vi­sa e l’ipertensione non cam­bia­va­no più nul­la.
Abbia­mo per­du­to Dou­nia».

Quan­to l’esperienza di vita nel­le ban­lieues ti è sta­ta uti­le nel­la tua pro­du­zio­ne let­te­ra­ria?

Come ogni scrit­to­re, l’ambiente cir­co­stan­te – fami­lia­re, socia­le, cul­tu­ra­le – influi­sce in modo piut­to­sto evi­den­te sul­la pro­pria let­te­ra­tu­ra. Nel mio caso non è la peri­fe­ria a dare sen­so alla scrit­tu­ra, ma la mia per­ce­zio­ne di que­sto ambien­te. Guar­da­re il mon­do con gli occhi del­la peri­fe­ria dà vita a un nuo­vo gene­re: una let­te­ra­tu­ra popo­la­re “nobi­le”, per­ché anche il per­so­nag­gio più ano­ni­mo può tra­sfor­mar­si in un eroe.

Hai pub­bli­ca­to il tuo pri­mo libro a dician­no­ve anni gra­zie al tuo pro­fes­so­re di fran­ce­se. Hai avu­to corag­gio. E for­tu­na. Cosa ha signi­fi­ca­to per te quel tram­po­li­no?

Io cre­do nel desti­no, ed è incre­di­bi­le per me ave­re avu­to que­sta oppor­tu­ni­tà, visto che come Mou­rad la mia con­di­zio­ne socia­le d’origine e il mio ambien­te non sup­por­ta­no que­sto tipo di per­cor­so. Se non aves­si avu­to que­sto incon­tro con il mio mae­stro, e non aves­si segui­to l’ambizione, non avrei mai visto il mio libro pub­bli­ca­to.

Que­sto ulti­mo roman­zo è sicu­ra­men­te più matu­ro del pri­mo: per sti­le, per sto­ria. C’è qual­co­sa che rim­pian­gi del­la vec­chia Faï­za?

For­se la spen­sie­ra­tez­za dei miei dician­no­ve anni, e anche il mio otti­mi­smo.

Come ha rispo­sto il pub­bli­co fran­ce­se al tuo libro?

Il pub­bli­co mi ha segui­to e ne sono mol­to feli­ce; i miei pri­mi let­to­ri sono anco­ra lì ad atten­der­mi. Per quan­to riguar­da la stam­pa, i gior­na­li­sti e la cri­ti­ca let­te­ra­ria, sono sod­di­sfat­ta che abbia­no rico­no­sciu­to in me una scrit­tri­ce a tut­ti gli effet­ti e non solo un “feno­me­no socia­le del­le peri­fe­rie”.

Negli ulti­mi anni l’apertura dell’editoria euro­pea al roman­zo d’origine ara­ba ha por­ta­to a cono­sce­re impor­tan­ti auto­ri. Ma qual­che vol­ta capi­ta di imbat­ter­si in roman­zi di estre­ma­men­te ste­reo­ti­pa­ti e scrit­ti per com­pia­ce­re il pub­bli­co occi­den­ta­le. Cosa ne pen­si?

Cre­do che in tut­ti i set­to­ri ci sia­no auto­ri ed edi­to­ri che scri­vo­no per pia­ce­re. Ma pen­so che il pub­bli­co non si lasci ingan­na­re e che l’autenticità fac­cia sem­pre la dif­fe­ren­za.

I tuoi roman­zi sono sta­ti tra­dot­ti in ven­ti­sei lin­gue. Che rap­por­to hai con i tuoi libri tra­dot­ti?

È ogni vol­ta una bel­la sor­pre­sa per me. Ne sono affa­sci­na­ta per­ché sen­to che si trat­ta di un nuo­vo roman­zo. In un nuo­vo ambien­te, in una cul­tu­ra diver­sa. Ma gra­zie ai nume­ro­si incon­tri con i let­to­ri di tut­to il mon­do, ho capi­to che la let­te­ra­tu­ra è uni­ver­sa­le.

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Emozioni vietate in Maghreb

Il giovane Mourad un giorno decide di voler piangere

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Il Fat­to Quo­ti­dia­no di Fran­ce­sca Bel­li­no

Per un’antica con­sue­tu­di­ne, ave­re momen­ti di debo­lez­za nel Magh­reb ara­bo-musul­ma­no è per­mes­so solo alle don­ne. Da qui l’espressione anco­ra dif­fu­sa Un uomo non pian­ge mai, scel­ta per il tito­lo del suo nuo­vo roman­zo dal­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ne alge­ri­ne Faï­za Guè­ne, nota per il bestsel­ler Kif kif doma­ni, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na con cui esor­dì nel 2004, tra­dot­to in 26 lin­gue. Alla base di quest’espressione c’è un’attitudine che affon­da in soli­de leg­gi tra­di­zio­na­li per cui un uomo può mostra­re for­za e corag­gio e man­te­ne­re digni­tà solo se non cede allo scon­for­to, sen­ti­men­to mes­so in discus­sio­ne dal pro­ta­go­ni­sta Mou­rad nato a Niz­za da fami­glia alge­ri­na, che nar­ra la sua ricer­ca d’identità. Sin da pic­co­lo i geni­to­ri gli ripe­to­no que­sta fra­se che lui rie­la­bo­ra insie­me a tan­ti sti­mo­li con­tra­stan­ti, trop­pi tan­to da pre­fe­ri­re i libri agli ami­ci. “Mia madre sof­fri­va nel veder­mi solo. Mi cre­de­va, di vol­ta in volt, pau­ro­so, affet­to da tur­be del­la per­so­na­li­tà, omo­ses­sua­le” rac­con­ta Mou­rad intro­du­cen­do la madre che ha, più del padre, un atteg­gia­men­to seve­ro che nasce da el keb­da, ter­mi­ne che signi­fi­ca “fega­to”, ma è indi­ca­to per indi­ca­re l’affetto del­le madri per i figli, quell’ “ecces­so di amo­re che fa pau­ra, che fini­sce per somi­glia­re a un regi­me dispo­ti­co” a cui è neces­sa­rio ribel­lar­si per cre­sce­re ed eman­ci­par­si.

31 Mag­gio 2017

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Faïza Guène ospite al Festival Mediterraneo Downtown

Faïza Guène autrice di “Un uomo non piange mai” il 6 maggio a Mediterraneo Downtown (5–6-7 Maggio)

In con­co­mi­tan­za con l’uscita del libro “Un uomo non pian­ge mai” l’autrice par­te­ci­pe­rà ad un incon­tro di pre­sen­ta­zio­ne il 6 mag­gio all’interno del Festi­val Medi­ter­ra­neo Down­to­wn

Medi­ter­ra­neo Down­to­wn: dia­lo­ghi, cul­tu­re e socie­tà si ter­rà il pri­mo week end di mag­gio (5–6 e 7 mag­gio) e, que­sta vol­ta, si trat­te­rà di una paci­fi­ca e ani­ma­ta inva­sio­ne del cen­tro sto­ri­co di Pra­to.

Il quar­tier gene­ra­le dell’evento sarà il com­ples­so del­la Ex Cam­pol­mi, tra il Museo del Tes­su­to e la Biblio­te­ca Laz­ze­ri­ni, ma saran­no le stra­de, le piaz­ze, i tea­tri, i cine­ma, i musei e le libre­rie di tut­ta la cit­tà ad esse­re pro­ta­go­ni­sti di una mani­fe­sta­zio­ne che assu­me­rà i con­no­ta­ti di un festi­val popo­la­re, di una ope­ra­zio­ne cul­tu­ra­le e divul­ga­ti­va, con una offer­ta che spa­zie­rà tra incon­tri pub­bli­ci con testi­mo­nial auto­re­vo­li, arte con­tem­po­ra­nea, con­cer­ti, libri, cine­ma, atti­vi­tà per bam­bi­ni, incon­tri di gio­va­ni stu­den­ti, atti­vi­tà spor­ti­ve.

Al cen­tro dei dibat­ti­ti del talk show e del­le pre­sen­ta­zio­ni di libri, ci saran­no come al soli­to i diritti, decli­na­ti sui “fem­mi­ni­smi”, dirit­ti del­le don­ne ed Lgb­ti nel Medi­ter­ra­neo, le eco­no­mie e le rela­zio­ni eco­no­mi­che soste­ni­bi­li, gio­va­ni e inno­va­ti­ve, la liber­tà di espres­sio­ne vista attra­ver­so i fumet­ti e la gra­phic novel e, natu­ral­men­te, le migra­zio­ni: affron­ta­te que­sta vol­ta da una pro­spet­ti­va par­ti­co­la­re ovve­ro, “quan­do la migrazio­ni bus­sa­no alla tua por­ta”.

Al Festi­val pres­so ex fab­bri­ca Cam­pol­mi, di fron­te al Museo del Tes­su­to tro­ve­re­te anche la libre­ria con tut­ti i tito­li del­le col­la­ne Altria­ra­bi e Altria­ra­bi Migran­te dell’editrice il Siren­te. 

Un uomo non piange mai : Faïza GuèneFaï­za Guè­ne pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kif­fe Kif­fe, demain, 2004). Accol­to come il pro­to­ti­po del nuo­vo roman­zo “socia­le” fran­ce­se. L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”. “Un uomo non pian­ge mai” è il suo ulti­mo libro e quel­lo a cui è più affe­zio­na­ta.

Rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la liber­tà.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, 400.000 copie ven­du­te, Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se con­tem­po­ra­nea.»

 

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A breve “Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Un uomo non piange mai” a maggio in Libreria

Que­sto bel­lis­si­mo roman­zo ci dice mol­to di più sul­la vita di tut­ti i trat­ta­ti di socio­lo­gia e discor­si poli­ti­ciL’Express.

Una cro­na­ca sen­si­bi­le e diver­ten­te, un sot­ti­le ritrat­to di un’epoca, in cui tut­ti i para­me­tri di rife­ri­men­to sono in fran­tu­mi. “Un uomo non pian­ge mai” rac­con­ta con gar­bo e sen­si­bi­li­tà la sto­ria di una fami­glia alge­ri­na emi­gra­ta in Fran­cia. Nato a Niz­za da geni­to­ri alge­ri­ni, Mou­rad Chen­noun vor­reb­be costruir­si un desti­no. Il suo peg­gior incu­bo: diven­ta­re un vec­chio ragaz­zo obe­so con i capel­li sale e pepe, nutri­to da sua madre a base di olio di frit­tu­ra. Per evi­ta­re que­sto, dovrà eman­ci­par­si da una pesan­te sto­ria fami­lia­re. Ma è vera­men­te nel­la rot­tu­ra che diven­te­rà pie­na­men­te se stes­so? Sen­za giu­di­zio e sen­za durez­za, Faï­za Guè­ne si inter­ro­ga sul­la tra­di­zio­ne fami­lia­re e sul­la que­stio­ne del­la liber­tà.

«Tra­dot­ta in 26 lin­gue, Faï­za Guè­ne si è impo­sta come una del­le voci più ori­gi­na­li del­la let­te­ra­tu­ra fran­ce­se con­tem­po­ra­nea.»

Faï­za Guè­ne, née en 1985 à Bobi­gny, roman­ciè­re, scé­na­ri­ste et réa­li­sa­tri­ce fra­nçai­se.

Faï­za Guè­ne nasce nel 1985 a Bobi­gny, in Fran­cia, da geni­to­ri di ori­gi­ne alge­ri­na, e cre­sce a Pan­tin, nel­la ban­lieue “incen­dia­ria” a nord-est di Pari­gi, dove cono­sce la real­tà del sot­to­bo­sco urba­no che spin­ge pove­ri e immi­gra­ti all’auto-emarginazione. Gra­zie all’incoraggiamento del pro­fes­so­re di Fran­ce­se che la segue al liceo, Faï­za pub­bli­ca il suo pri­mo libro all’età di 19 anni (Kife Kife, demain, 2004). L’autrice diven­ta, così, la por­ta­vo­ce di un disa­gio tut­to fran­ce­se, quel­lo dei “ban­lieu­sards”.

Un uomo non pian­ge mai” di Faï­za Guè­ne è il V tito­lo del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te, che rac­co­glie le ope­re di gio­va­ni auto­ri euro­pei di ori­gi­ne ara­ba, soste­nu­ta dall’U.E. Tra­dot­to dal fran­ce­se da Fede­ri­ca Pisto­no, illu­stra­zio­ne di coper­ti­na di Pao­la Equi­zi. Nel­la stes­sa col­la­na: “L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re”, “I mira­co­li”, “il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”, “La Mec­ca-Phu­ket”.

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