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“La Mecca-Phuket” di Saphia Azzedine, giovane franco-marocchina ritrae il suo ambiente con lucida ironia

di Cristiana Missori, ANSAmed, 13/02/2017

”L’ascensore era spesso in panne ma i chiacchiericci trovavano sempre il modo di gironzolare da un piano all’altro. Di me dicevano che ero una sfrontata, di mia sorella che era una ragazza per bene e di mia madre che lasciava troppo grasso nel tajine di montone. Mio padre, tutto sommato, lo risparmiavano, anche se era l’unico di tutto il palazzo a non essere ancora hajj, il che lo tormentava. Perché i miei genitori avevano un’unica ossessione: fare il pellegrinaggio alla Mecca”. Il palazzo è quello di una banlieue parigina, il racconto, è quello di Fairouz, figlia di immigrati marocchini in Francia, che combatte ostinatamente contro se stessa per emanciparsi dalle sue origini.

Insieme a una delle sue sorelle minori, Kalsoum, decide di raggranellare la somma necessaria per regalare ai suoi genitori devoti il sogno di una vita: il hajj. A narrare la sua storia, è Saphia Azzeddine – giovane autrice franco-marocchina – che in La Mecca-Phuket (in uscita a fine febbraio nelle librerie per la collana Altriarabi Migrante de Il Sirente, pp. 130 Euro 15), compie un affresco molto ironico, a tratti irriverente e divertente, di quel che accade nell’edificio in cui vive la sua protagonista.

Stretta fra la voglia di vivere laicamente le sue origini arabo-musulmane: ”ero quello che si chiama comunemente una musulmana laica, che non rompe le palle a nessuno”, annuncia Fairouz in una delle prime pagine del libro. ”Ci tengo a precisarlo, perché visti da lontano si ha l’impressione che oggi i musulmani rompano le palle, sempre, continuamente e a tutti quanti. Quando non bruciano le macchine, bruciano le donne, quando non sono le donne, sono le sinagoghe e quando non sono le sinagoghe, se la prendono con le chiese, i musei e i neonati. Ma Dio è misericordioso, la Francia molto clemente e il musulmano abbastanza filosofo, in fin dei conti”.

Altrettanto lucida quando descrive i difetti della sua comunità di origine: ”Sembra che. Ho sentito dire che. Poi la gente dirà che. Ecco più o meno quello che rovina le società arabo-musulmane in generale e il mio palazzo in particolare. Abitavo in un casermone in cui i pettegolezzi facevano da fondamenta e il cemento da cervello (…). La megera del nono aveva riferito a mia madre (per il suo bene) quel che si diceva nelle alte sfere del palazzo. Una macchina nuova era proprio necessaria prima di adempiere a un dovere islamico? Quelle maldicenze tormentavano i miei poveri genitori che fingevano di fregarsene”.

Saphia Azzeddine, nata ad Agadir nel 1979, ha all’attivo sei romanzi. Da quello di esordio, Confidences à Allah (2008) sono stati tratti una pièce teatrale e un fumetto.

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Cristiana Missori, “ANSAmed” (7 novembre 2011)

IL RAGAZZO DI ALEPPO CHE HA DIPINTO LA GUERRA di Sumia Sukkar

Pisa Book Fest apre finestra su Siria con Hamadi e Sukkar

di Cristiana Missori, “ANSAmed” (7 novembre 2011)

Dall’11 al 13 novembre torna il Pisa Book Festival, il salone nazionale del libro dedicato alle case editrici indipendenti italiane. Ospitata al Palazzo dei Congressi, la maIl ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia Sukkarnifestazione – che dal 2003 riunisce editori, scrittori, traduttori, illustratori e artisti italiani e stranieri – aprirà una finestra sulla tragedia siriana con un doppio appuntamento: quello con Shady Hamadi, che presenterà il suo ultimo libro, ‘Esilio dalla Siria. Una lotta contro l’indifferenza’ (Add Editore, 2016) e Sumia Sukkar, con il suo ultimo romanzo, ‘Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra‘ (il Sirente, 2016). Due giovani autori – il primo nato a Milano nel 1988 madre italiana e padre siriano; la seconda, nata a Londra nel 1992, da padre siriano e madre algerina – che raccontano il dramma e la sofferenza del popolo siriano. Hamadi, attraverso il suo personale esilio (fino al 1997 gli è stato vietato di entrare in Siria in seguito all’esilio del padre Mohamed, membro del Movimento nazionalista arabo), affronta temi quali identità, integralismo, rapporto tra le religioni, libertà e lotta contro la dittatura. Sukkar invece sceglie di farlo attraverso gli occhi di un ragazzo affetto dalla sindrome di Asperger, che vuole capire il conflitto siriano e i suoi effetti dipingendo le sue emozioni.

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Libri: in italiano ultimo libro Nàgi, ma lui è in carcere

(di Luciana Borsatti) (ANSAmed) – ROMA, 3 OTT – Una sedia vuota per uno scrittore che non c’è e che in Egitto detiene anche il primato di primo autore finito in carcere per il proprio libro. Era quella riservata ad Ahmed Nagi, autore di “Vita: istruzioni per l’uso” (Il Sirente, pp. 270, 18 euro), in un incontro ieri a Roma cui ha potuto partecipare solo il grafico Ayman Al Zorqani, che ha co-firmato il libro per le sue provocatorie illustrazioni.

Il 20 febbraio scorso Nàgi è stato condannato a due anni di carcere per ‘oltraggio al pudore’, dopo che un capitolo del libro – già dato alle stampe – era stato pubblicato su un periodico letterario. Il processo era nato dalla denuncia di un privato cittadino che si era sentito turbato dai riferimenti al sesso frequenti in un racconto pur primariamente incentrato sulla realtà sociale del Cairo – metropoli che, dopo una terribile catastrofe naturale, una “Società degli Urbanisti”, vuole ricostruire cambiandola radicalmente.

Ma dopo il proscioglimento in primo grado, “la pubblica accusa ha deciso di trasformare l’indignazione del privato cittadino in indignazione dello Stato – afferma Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia che ha patrocinato il libro – facendo scattare la condanna”. Contro la quale a nulla sono valse le proteste di 700 intellettuali egiziani e il Premio Barbey Freedom to Write conferito da Pen al giovane scrittore. Tanto da far pensare, sottolinea ancora Noury, che la colpa di Nagi non siano stati tanto i dettagli su sesso e droga sparsi nel libro, quanto il realismo con cui descrive “una Cairo triste, violenza, putrida e cattiva”: l’aver mostrato cioè “l’immostrabile”. “E’ triste essere qui con Ahmed in prigione”, ha detto Al Zorqani. Pare che Nàgi stia fisicamente bene, ha aggiunto, ma sia costretto a subire “molte pressioni psicologiche”.

Il libro – scritto prima della rivoluzione del 2011 – “è una discesa tra le mille stratificazioni del Cairo”, racconta il grafico, dove a lui è andato tra l’altro il compito di descrivere con tratti impietosi “gli animali” della metropoli, stereotipi di personaggi che “cercano di rendersi accettabili”. Nagy, noto anche per essere stato uno dei primi blogger egiziani, non è l’unico autore che ha visto la propria opera censurata, me è stato appunto il primo a subire una condanna in carcere gli stessi motivi. In questo modo le istituzioni dell’era del presidente Sisi hanno voluto dare “un messaggio” anche agli altri, sostiene il giovane disegnatore, e per questo difficilmente potrà avere sconti di pena. Quanto al consenso sociale di cui l’ex generale gode, valuta Al Zorqani, è diminuito rispetto all’epoca del suo insediamento, certamente tra i giovani e anche per aver mancato di incontrare le aspettative di varie classi sociali in campo economico. Ma da qui a dire che non sarebbe ora in grado di vincere nuove elezioni ce ne passa: dipende da chi altro correrebbe per la carica, lascia capire il grafico, e resta forte tra gli egiziani il bisogno di stabilità che Sisi ha incarnato.

Ma sul fronte dei media il panorama descritto da Al Zorqani è quasi desertificato: o sono schierati con Sisi o sono la voce dei Fratelli musulmani (estromessi dal potere nel 2013, ndr).

Ampliato inolte lo spazio di manovra e di arbitrio di cui il singolo appartenente agli apparati di sicurezza può ora valersi rispetto al passato: come a dire, spiega, che un caso come quello di Giulio Regeni, torturato e ucciso da mani ancora ignote, ai tempi dell’ex presidente Mubarak non sarebbe potuto accadere senza che i vertici lo sapessero. (ANSAmed).

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Libri: ‘L’autunno, qui, è magico e immenso’, di Golan Haji

ANSAmed | 25 novembre 2013 | Cristiana Missori |

(ANSAmed) – ROMA, 25 NOV – La guerra, la bellezza, il sangue e l’amore. Sono questi alcuni temi che compongono la raccolta di poemi scritti negli ultimi due anni da Golan Haji, ”L’autunno, qui, è magico e immenso” (il Sirente, collana Altriarabi, pp.128, Euro 10), che il 29 novembre prossimo, verrà presentata a Bari nel corso dell’evento ”Narrazioni libere. Dalla Siria all’Italia il futuro è commons”.

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Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSAmed | Mercoledì 5 dicembre 2012 | Luciana Borsatti |

”Gli Stati Uniti e l’Europa, che hanno sostenuto Morsi, devono ora mandargli un messaggio chiaro: che sono contrari ad un colpo di stato come quello che sta compiendo”. Khaled Al Khamissi – scrittore noto per il suo best-seller ”Taxi”, tradotto in più’ lingue – non usa mezzi termini sulle responsabilità dell’Occidente nella deriva che l’Egitto ha preso in questi mesi, con gli ultimi colpi di mano del presidente Mohamed Morsi sul piano istituzionale ed i sanguinosi scontri di piazza tra suoi oppositori e sostenitori.

Gli Stati Uniti in particolare, sottolinea in un’intervista ad ANSAmed, hanno grandi responsabilità nell’aver sostenuto il presidente espresso dai Fratelli Musulmani. La sua elezione e’ stata il punto di arrivo, osserva, di una transizione affidata all’esercito e rivelatasi ”disastrosa” per l’Egitto. Negli ultimi mesi Morsi ha infatti portato avanti ”un coup d’etat”, denuncia, contro gli altri poteri dello stato e le altre forze politiche. Insieme ai Fratelli Musulmani, ”ha preso tutti i poteri nelle sue mani e provocato una vera e propria battaglia nelle strade del Paese. Il regime ha perso ogni legittimità e quella di questi giorni e’ una situazione di vero e proprio scontro con il popolo egiziano”. Uno scontro in cui vi sono stati anche i morti di stasera, ma anche gesti come quelli di un attivista dei Fratelli Musulmani che – riferisce dalla sua casa del Cairo, mentre si prepara a tornare anche lui a manifestare – avrebbe addirittura tagliato un orecchio ad un oppositore.

Eppure vi sono state delle aperture da parte dell’entourage di Morsi alle istanze dell’opposizione, come si possono valutare? ”Noi vogliamo fatti, non parole – risponde al Khamissi, che in Taxi raccolse gli umori dell’uomo della strada del Cairo prima della rivoluzione -. Anche prima Morsi aveva promesso che ci sarebbe stata una nuova Costituzione condivisa da tutti, e cosi’ non e’ stato”. Eppure, Morsi ha avuto l’appoggio del voto popolare alle elezioni. ”Dovete riconsiderare questa idea del voto – rilancia – io non ho votato, e cosi’ molti altri, perché non potevamo accettare di dover scegliere tra un candidato dei Fratelli Musulmani ed un uomo come Shafik, del vecchio regime di Mubarak”. E chi ha votato per Morsi lo ha fatto proprio perché’ non voleva Shafik, aggiunge, oppure per avere il ”denaro” che i Fratelli Musulmani potevano garantire loro.

Ma ora Europa e Stati Uniti non possono stare a guardare e ”devono parlare chiaro – conclude lo scrittore -. Deve ripartire il dialogo con gli altri partiti politici per una transizione pacifica e per una nuova Costituzione di tutti”.

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Libri: ‘La danza dello scorpione’ di Akram Musallam

| ANSAmed | Lunedì 10 ottobre 2011 |

“Eravamo adolescenti. E’ venuta da me in ‘sala da ballo’ verso sera. E’ arrivata all’improvviso e, dopo una presentazione piuttosto concisa, mi ha detto di essere venuta a mostrarmi uno scorpione che si era appena fatta tatuare proprio dove comincia la colonna vertebrale”. Inizia cosi’ il racconto del giovane scrittore palestinese, Akram Musallam, “La danza dello scorpione” (il Sirente, pp. 114, 15 euro), in questi giorni nelle librerie italiane. Con il narratore la ragazza, di origini francesi, trascorrerà la notte, per poi sparire e non tornare mai più. Sarà invece il piccolo scorpione color indaco a prendere vita e ad ossessionare i sogni del giovane ogni notte, nel tenace quanto fallimentare tentativo di arrampicarsi su uno specchio dal quale scivolerà, consumato da un’estenuante e vorticosa danza. Costruito proprio sulla metafora dello scorpione e ambientato a Ramallah, questo breve ma autoironico romanzo descrive con lucidità e amarezza la situazione mediorientale dopo gli Accordi di Oslo e il fallimento della seconda Intifada. Sullo sfondo, l’occupazione israeliana e il quotidiano rapporto dei palestinesi con la vita e la morte. “Ricordo – scrive il narratore – di avere lasciato Ramallah per qualche tempo, su consiglio medico, per riposarmi i nervi dalle complicazioni di un rapporto quotidiano con la morte o con notizie che la riguardavano”. L’impotenza dello scorpione narrata da Akram è anche quella del padre del narratore, che ha perso una gamba – e con essa la sua virilità – non a causa dell’occupazione, ma semplicemente per un chiodo arrugginito. Altre figure, dotate ciascuna di una forte carica simbolica, appaiono in tutta la storia per scomparire presto. Tra queste, quella rappresentata da un ex-detenuto, “somaro della rivoluzione” che è appena stato rilasciato dopo diciotto anni di carcere, e che è costretto a riprendere servizio presso coloro che lo hanno sempre considerato un vero e proprio somaro.

Premiato nel 2007 dalla prestigiosa fondazione Abdul Mohsen Al-Qattan, Akram è stato paragonato della critica a Emil Habibi, scrittore arabo israeliano autore del “Pessottimista”, scomparso nel 1996.

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Akram Musallam

| Midad|

Im Alleingang erobert der Erzähler des RomansAlexanders Gedanken seine Zuhörer: “Akram Musallam zeigt hier seine Meisterschaft, einen Monolog in den Ausmaßen eines ganzen Romans zu erfinden…. Nur an manchen Stellen entwickelt sich ein Frage- und Antwortspiel mit einem Unbekannten, das nicht über Bestätigung oder Verneinung der Fragen hinausgeht. Später erfahren wir den Namen des Unbekannten: Akram. Zweifelsohne pendelt Akram Musallam, der Autor, zwischen diesem Akram und dem Erzähler hin und her.“
Geboren wurde Musallam 1971 in Talfeet-Nablus. Sein Vater unterrichtete Englisch in der Grundschule des Dorfes. Er wuchs zusammen mit elf Geschwistern in einer Einzimmerwohnung auf und musste sich seinen Schlafplatz in einer der vier Ecken jeden Abend erkämpfen. Eine Treppe zwischen der Küche und dem einzigen Zimmer diente ihm als Schreibtisch – der Geruch der Öllampe steckt ihm noch in der Nase. Nach dem Gymnasium arbeitete Akram Musallam zwei Jahre lang auf einer Baustelle. Heute schreibt er als Redakteur für die lokale Tageszeitung „al-Ayyām“.
An der BirZeit Universität studierte Akram Musallam arabische Literatur, wo er sich vor allem mit dem Werk Nietzsches befasste. Dort machte er die Bekanntschaft mit dem Dichter und Philosophen Hussein Barghouthi, den er später in seinem Roman mit den Worten zitierte: „ Ich schreibe nicht das Schöne, ich schreibe das Unvergessene“.
In seinem Roman verzichtet der Autor auf komplexe Konstruktionen. Alexanders Gedanken besteht aus Erzählungen, die lose miteinander verknüpft werden. Unideologisch und lebendig berichtet der Autor von Alexander – nicht dem „Großen“, sondern dem „wirklichen“ Alexander aus den Augen eines Kindes.

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Fumetti: censurato al Cairo, ora rivincita in Italia

| ANSAmed | Lunedì 6 dicembre 2010 | Maria Grazia Marilotti |

”E’ un’emozione grandissima essere nella terra che ha dato i natali ai miei maestri, Milo Manara, Dino Battaglia, Hugo Pratt, Eleuteri Serpieri”. E’ per la prima volta in Italia Magdy El Shafee, il fumettista egiziano censuratissimo dal governo di Mubarak. In Egitto non si trova una sola copia della sua prima graphic novel egiziana, Metro.
Ambientata in una Cairo sotterranea, denuncia le ingiustizie e svela la natura dispotica del potere. Lui e il suo editore, Mohamed Sharqawi, sono stati processati e condannati alla distruzione di tutte le copie per alcune immagini considerate pornografiche e personaggi troppo rispondenti a reali uomini politici.
Il suo viaggio e’ partito da Cagliari, ospite di punta di Nues, il Festival internazionale del fumetto Mediterraneo organizzato dal vignettista sardo Bepi Vigna. Al pubblico ha presentato l’edizione italiana del ”Romanzo a fumetti” edita da il Sirente. ”Non pensavo di sollevare un tale vespaio, ma censura e condanna a parte, mi ha molto rincuorato la solidarieta’ ricevuta, intellettuali, blogger, gente del popolo e donne in prima linea, mi ha spinto a restare nel mio paese – racconta l’autore all’ANSA mentre passeggia per la Marina, storico quartiere cagliaritano – Sostegno e attestati di stima sono giunti anche da altri Paesi di cultura araba, Kuwait, Emirati, Paesi del Golfo, Libano. Sono grato all’Italia che lo ha tradotto e ai tanti che ne hanno parlato nei blog e siti internet”. Nel suo blog ‘For global Voice’ una sua sostenitrice ha scritto: ”se resti indifferente di fronte a chi subisce un’ingiustizia, se domani capita a te nessuno interviene”. Un messaggio forte che ha scosso le coscienze di tanti. Tanto che una marea di persone con la loro presenza in tribunale al Cairo ha voluto testimoniargli solidarieta’. ”Mi è rimasta impressa un’immagine di quella giornata: il volto stupito del giudice, persona peraltro educata e gentile, di fronte a tutta quella folla. Era come se il desiderio di liberta’ delle persone riuscisse a sconfiggere anche la censura”.
Ha tanti sogni Magdy, ma quello che vorrebbe vedere realizzato per primo e’ svegliarsi un giorno e trovarsi in un Paese dove non campeggi piu’ l’immagine di Mubarak come il simbolo dell’Egitto, un Paese con meno corruzione e ingiustizie.
”Mi piacerebbe che l’Egitto non balzasse alle cronache internazionali sempre con storie di possibili brogli alle elezioni. Vorrei che i nostri governati non si accanissero sempre con la repressione e pensassero al benessere dei cittadini. Perche’ l’Egitto libero significa soprattutto far emergere le migliori qualita’ degli egiziani. Un grande popolo di persone creative e con la pace nel cuore”. Durante l’intervista ha scherzato sulla vicenda di Ruby, presunta nipote di Mubarak: ”immagino una striscia con Mubarak che chiama al telefono Berlusconi. ‘Pronto Silvio, bravo, sei stato in gamba, hai vinto il primo round. Ora per il secondo devi preparare tuo figlio Piersilvio”.

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Fiera Libro: Egitto, ospite d’onore, spegne polemiche

ANSAmed | Venerdì 1 maggio 2009 | Cristiana Missori |

ROMA – ”Invitare l’Egitto come ospite d’onore della XXII edizione della Fiera internazionale del Libro di Torino rappresenta una importante occasione per mostrare i progressi compiuti dal nostro Paese nel campo culturale e non soltanto. La nostra presenza nel capoluogo piemontese e’ un chiaro riflesso degli intensi rapporti culturali, politici e economici che da decenni intercorrono tra l’Italia e l’Egitto”.
È entusiasta l’ambasciatore egiziano a Roma, Ashraf Rashed, dell’opportunità che è stata data al suo Paese e, sia pure incidentalmente, replica a chi ha criticato la scelta della prestigiosa manifestazione di Torino. ”Oggi come ieri, insomma, l’Egitto rappresenta il faro che guida la cultura del mondo arabo”, rimarca Rashed. E a chi, come l’International Solidarity Movement (Ism) Italia o il Forum Palestina, accusa l’Egitto di ‘stringere l’assedio intorno alla Striscia di Gaza, proprio come fa Israele’, e propone di boicottarne la presenza al salone, l’ambasciatore replica: ”Gli egiziani hanno fatto moltissimo per sostenere la causa palestinese. Siamo entrati piu’ volte in guerra per loro e oggi ci battiamo affinche’ il processo di pace in Medio Oriente possa avere esiti positivi. Torino costituisce una grande opportunita’ non soltanto per la cultura egiziana, ma anche per quella palestinese e di tutto il mondo arabo. Il boicottaggio e’ fuori da ogni logica”.
Rashed non tralascia di sottolineare l’ambizioso programma che dal 14 al 18 maggio vedra’ il suo Paese protagonista della piu’ importante fiera libraria della Penisola. ”Obiettivo primario – spiega il diplomatico – e’ fare conoscere al pubblico e agli editori italiani il folto elenco di scrittori egiziani”, soltanto in parte gia’ scoperti dai lettori della sponda Nord del Mediterraneo: da Ala Al Aswani (Palazzo Yacoubian, Feltrinelli, 2006) a Ibrahim Abd al-Magid, autore per Jouvence della Casa del Gelsomino (2007); da Khaled Al Khamissi (Taxi. Le strade del Cairo si raccontano, il Sirente, 2008), all’emergente Ahmed Alaidj, classe 1974, autore di Being Abbas El Abd, accaparrato e tradotto in inglese dalla American University in Cairo Press. ”Un vivaio da cui – sottolinea l’ambasciatore – non escludo possa venire fuori il prossimo Naguib Mahfouz”, premio Nobel per la letteratura nel 1988, cui la Fiera dedichera’ un reading delle pagine piu’ belle, insieme a una retrospettiva riservata ai maestri del Novecento quali Taha Hussein, il drammaturgo Tawfik el-Hakim e il poeta Salah Abdel Sabour.
E se il filo conduttore della kermesse sara’ il tema dell’Io e la relazione con l’altro, il diverso, inteso come nemico potenziale, Egitto e Italia presentano un progetto dedicato ai piu’ piccoli. ”Da circa un anno – anticipa Rashed – editori italiani e egiziani lavorano insieme alla traduzione di alcuni volumi affinche’ bambini egiziani possano leggere alcuni dei libri letti dai loro coetanei italiani e viceversa”. E’ un modo, prosegue il diplomatico, per dimostrare che i giovani leggono cose simili, se non addirittura uguali, ”e per smantellare questa teoria assurda della diversita’ che alcuni cercano continuamente di alimentare”.
Con ”L’Egitto al femminile”, invece, il salone di Torino celebra intellettuali di fama internazionale, come Radwa Ashour, scrittrice e illustratrice tradotta in tredici Paesi tra cui l’Italia (Fabbri, Giunti, Mondadori, Fatatrac); Salwa Bakr, critica teatrale e cinematografica e Ahdaf Soueif, autrice de Il profumo delle notti sul Nilo (Piemme, 2001); o ancora la dissidente Nawal Al Saadawi, invitata dagli organizzatori della Fiera, ma non dal governo egiziano.
Tanti, poi, gli eventi previsti in giro per la citta’ e dedicati all’archeologia – con la grande mostra dei Tesori sommersi in corso alla Reggia della Venaria Reale, o gli incontri cui interverranno gli studiosi Zahi Hawass, Edda Bresciani e Francesco Tiradritti (curatore della mostra su Akhenaton allestita a palazzo Bricherasio) – ma anche alla musica, alla danza tradizionale e folcloristica egiziane.

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Saadawi, la rischiosa ribellione delle donne arabe

| ANSAmed | Martedì 18 febbraio 2009 | Cristiana Missori |

“Quel giorno di settembre la notizia uscì sui giornali, in una pagina interna, a mala pena visibile a occhio nudo: donna partita e mai più tornata. Le donne non erano solite prendere giorni di vacanza e, quando una donna usciva, era assolutamente necessario ottenere il permesso scritto dal marito o timbrato dal datore di lavoro”. Con questo incipit, la scrittrice e dissidente egiziana Nawal El Saadawi trascina il lettore nelle pagine de “L’amore al tempo del petrolio”, romanzo in uscita l’8 marzo, edito da Il Sirente. In un oscuro regno del petrolio, in un Paese autoritario, forse l’Arabia saudita, o forse l’Egitto, un’archeologa scompare senza lasciare traccia. “Era già successo che sua moglie fosse andata in vacanza? Ha mai disubbidito?”, chiede il commissario al marito della studiosa che si è volatilizzata. Per la polizia che indaga, infatti, può trattarsi soltanto di una ribelle, oppure di una donna di non rispecchiata moralità. E’ una donna sottomessa, asservita e oppressa dall’uomo, quella descritta dall’autrice egiziana che, una volta ancora, torna a occuparsi della questione femminile nel mondo arabo. Poco importa dove è ambientata la storia. In questo libro denso di metafore e continue allusioni, dallo stile allucinato e visionario, il viaggio onirico – e al contempo reale – compiuto dalla protagonista, descrive l’esistenza di una donna in un qualsiasi regime autoritario. Trasformata in una macchina tuttofare, in grado di cucinare, pulire, scrivere, senza diritti né sentimenti, la donna diventa uno strumento funzionale all’uomo e dunque intercambiabile con un qualsiasi altro oggetto. E’ però anche una storia d’amore intrigante, insospettabile e densa di mistero, quella tratteggiata dalla scrittrice, che vede una volta tornata indietro, la protagonista lasciare il marito per un altro uomo. Medico psichiatra, più volte minacciata di morte da gruppi fondamentalisti, imprigionata sotto il regime di Sadat, nel 1993 Nawal El Saadawi è stata condannata a morte per eresia. Oggi l’autrice vive in esilio volontario negli Usa, ma a breve – fa sapere – tornerà in Egitto, la sua terra natale. “Un uomo – scrive l’autrice – può uscire e non tornare per sette anni e solo dopo quella data la donna può chiedere la separazione”. Per una donna, una sola notte invece è sufficiente per lanciare l’allarme e gridare allo scandalo. Pubblicato in varie antologie e tradotto in più di 20 lingue, “L’amore ai tempi del petrolio” – insieme a diversi altri romanzi della Saadawi, è stato censurato dalla massima istituzione religiosa egiziana, Al Azhar, che dopo pochi mesi dalla pubblicazione ne ha ordinato il ritiro da tutte le librerie egiziane.

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Egitto: Al Khamissi, eliminare la religione dalla carta d’identità

ANSAmed – 01/12/2008
di Luciana Borsatti

ROMA – Eliminare dalle carte di identità degli egiziani la dicitura ‘musulmano’, ‘ebreo’ o ‘cristiano’, perché “non deve avere alcuna importanza sapere a quale religione si appartenga”. È l’obiettivo della campagna condotta in Egitto da vari intellettuali e di cui si fa portavoce anche Khaled Al Khamissi , autore di “Taxi”, vero caso editoriale nel suo Paese, da poco tradotto in italiano con l’Editrice Il Sirente.
Una campagna che per ora si sta combattendo solo sulla stampa e negli incontri pubblici e non ancora in Parlamento, precisa Al Khamissi, ma che dimostra come, sostiene, nella società egiziana l’appartenza religiosa contino meno di quanto sembri.
La dicitura relativa alla fede nelle carte d’identità solleva inoltre, racconta, anche un altro problema: il fatto che il software in uso per i documenti elettronici non permette più l’inserimento di fedi diverse dalla triade dei tre grandi monoteismi, tagliando così fuori in particolare, la piccola minoranza Bahai. Una questione che il governo egiziano “rifiuta di risolvere”, evidenzia. Mentre sull’abolizione del dato sull’appartenza religiosa tout-court – ritenuto particolarmente ‘sensibile’ dalla legislazione sulla privacy nei paesi occidentali – le autorità “rifiutano anche di rispondere”.
Ma l’elemento religioso come elemento di appartenenza identitaria si collega a quella “islamizzazione del Paese”, ricorda ancora Al Kharmissi, che “ha avuto inizio con Sadat nel 1977 ed è proseguita anche con il successore Mubarak e il suo ministro per l’informazione Safwat El Sharif, in carica per 23 anni”, accompagnandosi con “finanziamenti dall’Arabia Saudita e dagli Usa”. Ma le divisioni tra le religioni, secondo Al Khamissi, non appartengono alla “vera anima del popolo egiziano – sottolinea – in cui prevale lo spirito della tolleranza. Il vero egiziano non ha grande interesse per queste questioni, per lui contano i problemi quotidiani della vita e della morte.
Visto che – aggiunge – su una popolazione di 75 milioni il 55% vice al di sotto dei livelli di povertà, il 20% è povero e il 20% sta appena a galla. E il restante 5%, infine, è tanto ricco che non gliene importa proprio di niente”.
Le tensioni religiose dunque “non sono altro che il riflesso di una situazione di crisi economica e sociale che il governo, privo di un progetto per il Paese, non sa risolvere”. Quanto l’appartenenza religiosa sia secondaria nella percezione della gente lo dimostra del resto il fatto, sottolinea ancora lo scrittore citando Lewis Amad, che è solo nei periodi di crisi economica e sociale che i genitori scelgono per i figli nomi di evidente derivazione religiosa. “Quando io andavo a scuola – ridorda lo scrittore 46 enne – non riconoscevo la religione dei miei compagni dal loro nome, ora mia figlia si”.
Convinzioni, quelle di Al Khamissi, che lo scrittore poggia sulle sue frequentazioni con i tassisti del Cairo, protagonisti delle 58 storie che racconta nel suo libro. Perché i tassisti della  (circa 220 mila abusivi, precisa, contro 80 mila regolari) sono la vera voce dell’Egitto più popolare, quello che fa più fatica e tirare avanti, e che raccolgono dai loro passeggeri le storie più autentiche della vita nel Paese, trasposte nel libro in una forma che si propone di darne la rappresentazione letteraria più veritiera.
Già pubblicato in inglese e presto anche in spagnolo, greco e francese, “Taxi” in Egitto  “è stato un successo – osserva –
che non avrei mai immaginato: in 18 mesi ha venduto oltre 100 mila copie, quando i libri in genere non ne vendono più di 3000. Un successo paragonabile solo a quello di ‘Chicago’ di Ala-Al-Aswani – conclude, citando l’autore di ‘Palazzo Yacoubian’ – e che non mi so spiegare”.