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“L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affrica | Venerdì 23 marzo 2012 | Marisa Fois |

C’è un re, di cui si festeggia il compleanno e la notizia sul giornale, in prima pagina, a caratteri cubitali, accompagnata da una fotografia a grandezza naturale di Sua Maestà, ne offusca un’altra: “Donna partita e mai più tornata”.
Lì, in quel Paese non ben definito, ma che ha caratteristiche ben precise – autoritario, ricco, autoreferenziale – “non era mai successo che una donna fosse uscita e non fosse più tornata. L’uomo, invece, poteva partire e non tornare per sette anni e, solo dopo questo periodo, la moglie aveva il diritto di chiedere la separazione”. La donna scomparsa era un’archeologa e “aveva una passione per la ricerca delle mummie, una sorta di passatempo”, non indossava il velo, amava il suo lavoro, era emancipata. Perché è sparita? Qualcuno l’ha costretta o è stata una libera scelta? È davvero scomparsa?
L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi è una sorta di giallo introspettivo, che racconta la condizione femminile non solo nei Paesi autoritari, ma, in una prospettiva più ampia, in ogni società. Forse proprio questo ha spinto l’autrice – scrittrice e psichiatra, nonché una tra le più note militanti del femminismo internazionale –  a non utilizzare nomi, ma solo categorie (donne e uomini ) in modo che l’immedesimazione potesse risultare più semplice. Donne sottomesse al lavoro, donne che lavorano anche e più degli uomini ma senza uno stipendio, che viene invece pagato all’uomo che sta al loro fianco e con cui condividono il letto e la casa, a cui sono costrette a dire sempre di sì. Donne omologate.Donne dominate socialmente, economicamente e culturalmente. In più, le relazioni sociali sono influenzate anche dal petrolio e dalla sua potenza, che riduce l’intero Paese in schiavitù, dipendente da una forza esterna onnipresente.
Il librouscito in Egitto nel 2001, è stato subito censurato condannato dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tempi del petrolio” è, infatti, una critica diretta a Mubarak, allora saldamente al potere, e al suo governo, fortemente condizionato da ingerenze esterne. Ma è anche una critica a chi tenta di cancellare la storia (emblematico è il caso della trasformazione delle statue che rappresentano divinità femminili in divinità maschili),  alla scarsa collaborazione tra donne e alla loro paura di andare contro quello che ritengono un destino già scritto e immodificabile. La narrazione è come un viaggio onirico: l’archeologa alterna momenti di veglia al sogno, quasi per non essere assorbita da questa monarchia del petrolio.

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L’amore ai tempi del petrolio

Vita | Lunedì 31 gennaio 2011 | Lubna Ammoune |

Viscoso e nero come il petrolio. Sembrerebbe questa la caratteristica peculiare di un amore presentato nel libro di Nawal al-Sa’dawi, scrittrice e psichiatra egiziana, conosciuta a livello internazionale per la sua battaglia in nome dei diritti delle donne e della democratizzazione nel mondo arabo. In questo suo romanzo, L’amore ai tempi del petrolio, l’autrice percorre una storia densa di mistero di una donna di cui non conosciamo il nome. La protagonista è un’archeologa che scompare senza lasciare traccia. Il suo viaggio, reale e allo stesso tempo visionario, si rivela come il percorso della mente e della coscienza di una donna che vive in un regno autoritario in cui tutto ciò che porta il genere femminile a interessi che esulano dalla casa è sintomo di una malattia psicologica. È un mondo in cui luminari della Terra non possono che essere uomini, e dunque è risaputo, anche se taciuto, il fatto che ci siano state falsificazioni storiche inerenti alla trasformazione delle dee in dei, come quando Abu al Haul prese con la forza il trono e ordinò che fossero rimossi i seni da una statua femminile perché venisse aggiunta la barba. La ricercatrice scompare e dall’indomani si legge la notizia sui giornali, perché nessuna donna ha mai osato abbandonare casa e marito, disobbedendo alle regole, tanto che la polizia si chiede se sia una ribelle o una donna dalla dubbia morale. Mentre il commissario interroga il marito della donna scomparsa per far luce sulle ragioni della fuga, l’archeologa ripensa al suo innamoramento. Si chiede se suo marito sia veramente suo marito. Pervasa da questo dubbio arriva a credere che l’avesse sposata forse in sua assenza, mentre il contratto era stato preparato senza di lei, perché la donna non è solita partecipare al proprio matrimonio. L’universo maschile si allarga e compaiono altre figure, tra cui il datore di lavoro della protagonista e l’uomo con cui decide di stare quando riappare e per il quale lascia il marito. Sembrano quasi macchie da cui la donna si sente però inspiegabilmente e istantaneamente attratta, respinta e distaccata. La sua fuga potrebbe portarla a ritrovare il suo orgoglio, le sue aspirazioni e la sua dignità. Questo scatto di autocoscienza e di formidabile introspezione si riflette e si allarga ad altre figure femminili che solo in quel momento capiscono che “non sono meritevoli di un diritto che prendono da mani che non sono loro” e che “hanno permesso a loro stesse delle condizioni che nemmeno gli animali accetterebbero”. Eppure l’archeologa continua a struggersi d’amore e non trova ancora un senso da conferire alla sua vita. Così, nella luce fioca di alcune notti in cui il progetto di scappare appare compiuto v’è qualcosa d’intralcio. Perché “fino a quando l’uomo avrà la capacità di ridere, la donna non avrà desiderio di scappare, almeno non questa notte…”.

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L’amore ai tempi del petrolio

| LIBROMONDO | Venerdì 13 novembre 2009 | Monica Bianchi La Foresti |

Il petrolio “dono e maledizione” è il protagonista assoluto di questo romanzo. “Dono” perché ricchezza naturale ‘maledizione’ per le conseguenze sul mondo degli uomini che vi ruota intorno.
Le figure che si muovo su questo sfondo si muovono come ombre stremate, abbrutite dalla situazione di oppressione e fatica. Incapaci di ragionare sulla assurdità della propria condizione. Solo una piccola, semplice donna, impiegata di un ufficio archeologico, chiede una vacanza dal suo lavoro, per “soddisfare una sua curiosità” (cosa che verrà poi definita dagli altri un “passatempo” cioè una cosa inutile).
Questa donna parte alla ricerca di eventuali resti archeologici della staua di una antica dea portando uno scalpello nello zaino. Percorre questo scenario cupo e desolato, soffocante, ma riuscirà nell’intento!
La trama è altrettanto oscura e alla fine non si capisce esattamente se questa dona fa ritorno a casa, se viene raggiunta dalle persone che la cercano o se incorre in un altro destino. La gerarchia della struttura del romanzo in questo punto sembra vacillare (marito-poliziottopsicoloco-capo ufficio) ma soprattutto la trama si intreccia con le lettere di altre donne che ugualmente lasciano a casa il foglietto “sono andata in vacanza”. Ecco proprio questo: andare in vacanza, partire da donne sole, per percorrere un viaggio di conoscenza, crescita della propria persona mette in moto le energie di questo romanzo.
Lo sfondo e i presupposti sono quelli della società islamica, ma molto si può riconoscere anche della nostra “libera” società occidentale.
La lettura di questo libro è impegnativa: un percorso aspro in cui sogno e realtà si confondono in un mosaico catastrofico, livido, angosciante.

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Chiamatelo XXX Factor

D La Repubblica delle donne n. 663 | Sabato 19 settembre 2009 | Elisa Pierandrei |

Ahmed Nàgi. Blogger, 29 anni, Egitto. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. È uno dei più giovani redattori di Akhbar el Adab, prestigioso settimanale di cultura. Sul suo blog, wasa khaialak (allarga l’immaginazione, shadow.manalaa.net), “sperimento un diverso livello di linguaggio, che mescola arabo colloquiale e classico per avvicinare la gente alla letteratura”. Figlio di un professionista di spicco nel movimento islamico dei Fratelli Musulmani, è riuscito a mettere da parte le differenze ideologiche con il genitore per un nuovo dialogo. “Pensavo di lasciare l’Egitto per New York. Ma ho visto i miei amici là diventare macchine. Lavoro, palestra, bere e sesso nel week-end. Io voglio scrivere”. In uscita a novembre in Italia per il Sirente c’è il suo romanzo Rogers, viaggio giovinezza-vecchiaia con abbandono alla lettura, ascoltando The Wall dei Pink Floyd.

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L’amore ai tempi del petrolio

L’Opinione delle Libertà | Sabato 17 ottobre 2009 | Maria Antonietta Fontana |

Ci sono autori la cui lettura riesce a farci immaginare suoni, colori, situazioni con particolare vivacità. Ci sono autori che riescono perfino a evocare odori (avete presente l’inizio di quel capolavoro del Novecento che è “Profumo”, di Suskind?). Ma ci sono anche autori che riescono a proiettare il lettore così dentro al proprio volume, che si finisce col respirarne tutto.
Per me, questo aspetto è stato assolutamente sconvolgente nel leggere “L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi, edito nella traduzione italiana per i tipi del Sirente lo scorso mese di marzo, ed in vendita al prezzo di 15 euro.
Il romanzo si colloca a vari livelli, ma sono soprattutto la denuncia sociale su vasta scala e – paradossalmente – la poesia violenta e viscerale che la esprime, i due aspetti dominanti.
L’autrice, una celebre psichiatra egiziana, è ben nota per il suo attivismo politico che l’ha portata a candidarsi alle prime libere elezioni presidenziali del proprio Paese. Come scrittrice ha pubblicato svariati romanzi, che costituiscono un ampio affresco della condizione femminile nel mondo arabo.
Questo libro è stato censurato in Egitto e ritirato dalla vendita su ordine dell’autorità religiosa egiziana Al Azhar. Tuttavia, il lettore che si aspettasse un riferimento diretto all’Egitto o un’identificazione precisa con un qualsiasi altro paese arabo, resterebbe deluso. L’ambientazione è vaga, onirica: incubo o sogno, espressioni ambedue di una realtà che sfugge sempre o che, al contrario, è fin troppo presente.
Per tutto il libro traspare comunque il grande attaccamento dell’autrice alle proprie origini – rivelato dalla professione della protagonista, una donna che svolge il lavoro di archeologa.
La trama è semplice ed esile. È la storia di una donna che, appunto, un bel giorno scompare lasciando il marito per cercare di ritrovare le proprie idee, e che, quando torna, in realtà ha una relazione con un altro. Nel periodo della sua scomparsa, mentre la polizia la sta cercando, la protagonista si trova coinvolta in un viaggio ossessivo contrassegnato dal petrolio che invade tutto: le sue particelle si posano sulla pelle, entrano nelle narici, coprono le palpebre, schiantano, schiacciano, annientano… le figure del romanzo non hanno un nome, donne o uomini che siano. Sono degli archetipi, metafore di
un mondo in cui la donna è strumento di lavoro e fonte di piacere, pur restando senza individualità: una macchina senz’anima, senza il diritto a propri sentimenti, senza la possibilità di esprimersi e fare sentire la propria voce.
Cito un passaggio: “Questa donna sanguina. Le donne avevano necessità di sanguinare, altrimenti il mondo sarebbe rimasto così e ogni cosa sarebbe finita nel nulla. Dobbiamo prendere il sangue fresco di questa donna e portarlo al mondo morente”.
Il messaggio che Nawal al-Sa’dawi ci trasmette è proprio questo. La realtà femminile non può prescindere dalla propria condizione di sofferenza, da cui non si è affrancata e, apparentemente, potrebbe non affrancarsi mai. E la risata del maschio è il necessario complemento allo svolgimento di una vita che dovrebbe trovare la propria giustificazione nell’asservimento funzionale anonimo (le particelle di petrolio ci rendono tutti uguali e indistinguibili), una vita in cui schizofrenia è l’etichetta che viene appioppata a chi – come la protagonista – trova infine il coraggio di fare delle scelte diverse e,
perciò stesso, ribelli.

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La fuga di una donna alla ricerca di sé stessa

Mediterranea Online | Lunedì 1 giugno 2009 | Cristina Giudice |

Un paese governato dagli uomini, un’atmosfera densa, nera e soffocante in cui restare invischiati come nel petrolio. Il nuovo romanzo della scrittrice egiziana Nawal el-Sa’dawy.

Visionario, schizofrenico, onirico. Sono alcuni degli aggettivi che si possono usare per descrivere l’ultimo romanzo di Nawal el-Sa’dawy, L’amore ai tempi del petrolio, una narrazione buia, liquida e viscosa proprio come questo liquido, presentata a Roma dalla casa editrice “il Sirente” come secondo titolo della nuova e interessante collana “Altri arabi”.
La scrittrice egiziana affronta in questo libro i temi che da sempre le sono cari, ma qui più che mai assume una prospettiva prettamente psichiatrica che fa emergere la sua figura di medico e di esperta degli intricati meccanismi della mente umana. In questo caso una mente malata, in preda ad una sorta di delirio causato da condizioni di vita sociale e affettiva che costringono la protagonista ad una fuga dalla realtà in un’atmosfera allucinata di costante alternanza fra sogno e veglia, i cui contorni si sfumano e si mescolano tanto da essere indistinguibili.
Forse proprio il background da medico permette alla el-Sa’dawy, come ad altri scrittori egiziani contemporanei, di avere uno sguardo quasi clinico nei confronti della realtà, come ha notato il giornalista Pino Blasone, intervenuto alla presentazione del libro: «Già Mahfuz, con la sua forte critica verso la società, era stato un vero maestro del nuovo realismo egiziano, un filone portato avanti dalle ultime generazioni di scrittori, soprattutto dopo gli eventi dell’11 settembre 2001».
Il realismo della el-Sa’dawy, teorizzato nel libro-intervista Dissidenza e scrittura, trova piena realizzazione nelle pagine di questo romanzo: la condizione della donna e il suo rapporto con l’uomo, la relazione fra cultura e libertà, il desiderio di abbattere le barriere e i tabù imposti dalla società e dalla religione. Tutto questo senza dimenticare le proprie radici: in un contesto in cui tutto è anonimo, dai personaggi ai luoghi, il richiamo all’antica civiltà egiziana e alle sue divinità è l’unico punto fermo, quasi il faro verso cui dirigersi quando si è persa la rotta per ritrovare il proprio passato ed essere così capaci di affrontare il presente.
La protagonista del romanzo è un’archeologa che scappa dalla trappola della vita coniugale per andare alla ricerca delle antiche divinità femminili in una società dominata dagli uomini e dove anche il solo pensare che esistano divinità femminili è considerato un tabù. L’uomo è padrone indiscusso di tutto e depositario del sapere assoluto e la donna vive il rapporto con lui come uno scontro continuo. Come ha notato Laura Pisano, docente di storia del giornalismo all’università di Cagliari, «il marito appare quasi sempre sotto forma di una voce che dà ordini, nascosto dietro le pagine di un giornale, quasi come se la stampa fosse vissuta come vero strumento di potere». Il paradosso però è che colui che ha il potere incontrastato nel paese, il re, è analfabeta, mentre la donna, pur non essendo padrona neppure del proprio destino, è una ricercatrice. «Chiedere cultura da parte della donna – secondo la Pisano – significa infrangere il monopolio del potere e l’idea che la cultura fosse una colpa, una trasgressione e una deviazione, era presente anche in Europa, dove la donna ha avuto accesso all’istruzione di alto livello solo molto tardi».
«Il problema del libero accesso alla cultura e alla libera espressione delle idee in Egitto è ancora presente – ha ricordato Paola Gargiulo, del gruppo parlamentare donne al Senato – forse anche per questo le nuove generazioni, che nel paese costituiscono la maggioranza della popolazione, cercano nuove vie, in particolare quella virtuale. Molti blogger sono però finiti in carcere e anche la ragazza che su Facebook diede inizio al tam tam del movimento del 6 aprile (per la proclamazione dello sciopero generale, finito purtroppo in un fiasco sia nel 2008 che nel 2009, ndr) è finita in carcere. Anche il romanzo a fumetti “Metro”, che conosce un enorme successo virtuale sulla rete, è stato sequestrato dalle librerie.
Un esempio positivo del rapporto fra scrittura e potere – ha continuato la Gargiulo – è invece quello della marocchina Rita el-Khayat che nel 1999 fu la prima donna nel mondo arabo a scrivere una lettera al re del Marocco riguardo la condizione femminile, il documento forse più audace, coraggioso e sconveniente del secolo scorso e che richiamò l’attenzione del sovrano su problemi non prima presi nella giusta considerazione».
Nel suo tentativo di ribellarsi contro questo tipo di società però la protagonista trova un ostacolo anche nelle altre donne e qui sembra che si possa intravedere una sorta di critica, che non sarebbe neppure ingiustificata, nei confronti delle donne arabe, spesso incapaci esse stesse, a volte per pigrizia e altre per paura, di abbattere quelle barriere contro cui la el-Sa’dawy lotta da tempo.
«Per riuscire ad infrangere le barriere – ha detto la Pisano – è necessario il dialogo fra le culture, sia di tipo religioso che artistico, letterario e culturale, contrastando tutto ciò che crea ostacoli e separazioni. In questo senso le religioni, usate in modo politico, sono viste dalla el-Sa’dawy come elemento di separazione nel loro creare odi, divisioni e ingiustizie».
L’autrice stessa, in un convegno a Roma qualche settimana fa, disse: «Bisogna relegare la religione nella sfera privata della vita e non darle spazio in quella pubblica. Per questo ben vengano iniziative come quella del governo francese, che ha proibito qualsiasi esibizione di segni religiosi negli ambienti pubblici. La religione per molti versi è diventata un fatto sociale come in Egitto, dove le ragazze indossano il velo con jeans e magliette strettissimi. La religione non è moralità, ma politica. Studiando le religioni mi sono trovata di fronte a due tipi di morale, una per gli uomini e una per le donne, una per i ricchi e una per i poveri e ho notato che la religione crea solo divisioni. Abbiamo bisogno di vivere in un mondo senza religione, senza che ciò significhi vivere senza morale. Al contrario, saremmo più umani e, quindi, più uniti fra di noi».
Il problema femminile secondo la scrittrice è, oltre che religioso, politico: «Le donne sono sottoposte a forti pressioni in tutto il mondo, sia di tipo sociale, che economico e politico, e sono ovunque vittime dei sistemi: in Afghanistan, dove il regime talebano è stato creato dai Bush, come in America, dove domina il fondamentalismo cristiano, come in Europa, dove sono schiave delle convenzioni sociali».
Non avendo dunque nessuno a cui rivolgersi nel mondo reale, la protagonista del romanzo si rifugia sia nel ricordo della sua infanzia, dove domina la figura della zia devota all’Immacolata, figura presente nella tradizione cristiana come in quella musulmana, sia nel mondo ancestrale e fortemente simbolico delle antiche divinità femminili, dove anche la sfinge, il cui nome in arabo, Abu el-Hol (padre del terrore), è maschile assume identità femminile diventando Um el-Hol (madre del terrore). È così che in un libro in cui nessun personaggio è identificato da un nome, solo le divinità sono definite, esattamente come succedeva in alcuni racconti di epoca faraonica, come ha ricordato Emanuele Ciampini, esperto di egittologia dell’università “Ca’ Foscari” di Venezia. Sekhmet, dea leonessa, principio divino terribile e portatrice di morte, diventa quasi alter ego della protagonista. Proprio come lei, infatti, era fuggita dall’Egitto dando inizio a stragi terribili oltre i confini del paese. Lo stesso dio sole intervenne per arginare la sua ira senza freni e la dea fu riportata in Egitto con l’inganno, da un gruppo di divinità fra cui il “bravo compagno”.
Il rapporto con l’uomo insomma, se pur conflittuale, risulta quasi necessario e complementare alla figura femminile, come sembra sottintendere anche la el-Sa’dawy nelle ultime righe del romanzo:
«Ma quando lo sentì ridere, rise anche lei.
La vita sembrò migliore di quello che era stata in precedenza.
“Fino a quando l’uomo avrà la capacità di ridere, la donna non avrà desiderio di scappare, almeno non questa notte. Continuerà a dormire e domani ci proverà di nuovo”».

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L’amore in Egitto, ai tempi del petrolio

Reset DOC | Martedì 2 giugno 2009 | Francesca Giorgi |

Una donna morigerata, sempre ligia al proprio dovere e rispettosa delle leggi; un’archeologa, specializzata nella ricerca di statue raffiguranti divinità femminili dell’antico Egitto. Che un giorno decide di fuggire, di “prendersi una vacanza” dal marito e dal lavoro, e finisce per sparire, facendo perdere le proprie tracce agli altri e a se stessa. Da qui si dipana L’amore ai tempi del petrolio (il Sirente 2009, Euro 15,00), l’ultima fatica letteraria della scrittrice egiziana Nawal al-Sa’dawi, fra le protagoniste indiscusse del femminismo arabo contemporaneo.

Medico e psichiatra, al-Sa’dawi si batte da molti anni nel suo paese e in tutto il mondo contro la diseguaglianza di genere e contro la pratica delle mutilazioni genitali femminili, di cui da bambina fu vittima lei stessa. Per le sue prese di posizione è stata considerata a lungo una persona controversa e pericolosa dal governo egiziano, incarcerata nel 1981, costretta a rinunciare alla candidatura alle elezioni presidenziali del 2005. Dopo molti romanzi, saggi e raccolte di novelle tradotti in 20 lingue, che le hanno fatto vincere numerosi premi, L’amore ai tempi del petrolio fu pubblicato per la prima volta in Egitto nel 2001 e subito censurato dalla massima istituzione religiosa del paese. In linea con la natura battagliera dell’autrice, il libro è infatti a tutti gli effetti una denuncia contro la società patriarcale, la segregazione femminile, la violenza perpetrata quotidianamente ai danni delle donne, la negazione per loro di ogni diritto umano. E, sebbene l’ambientazione della storia sia vaga, i rimandi al paese natale dell’autrice sono molteplici, tali perlomeno da portare alla censura.
Dopo la fuga, la protagonista del romanzo – che non viene mai chiamata per nome, a impersonare perfettamente l’intero universo femminile – si ritrova improvvisamente in un oscuro “Regno del petrolio” dove si stanno preparando i festeggiamenti per il compleanno del Re. La donna viene perciò sequestrata, consegnata nelle mani di un uomo e costretta a lavorare all’estrazione del liquido, che impregna di sé e invischia tutto il mondo circostante. Nella fabbrica le donne hanno il compito di trasportare i barili sulla testa, senza diritto al ristoro né al salario. La donna si trova così ulteriormente schiavizzata, a dover sostenere il confronto con le altre donne, che spesso ridono delle sue difficoltà nell’adattarsi alla nuova condizione.
Ma la fatica più grande è il rapporto con l’uomo che ha ricevuto il compito di tenerla presso di sé. La protagonista non è mai stata abituata in passato ad adempiere alle mansioni considerate normalmente femminili, come la cucina, né a soddisfare indiscutibilmente le richieste maschili. Il rapporto con l’uomo – anche in questo caso senza nome – rappresenta per lei una ulteriore regressione, che la porta in un certo senso a perdere il senso del suo percorso. Aveva scelto di fuggire per rompere con un matrimonio e una vita sociale infelici, e invece di migliorare la propria situazione si ritrova ancora più degradata. Ma fra i due si crea poco a poco un legame, che la protagonista non sa identificare se non con l’amore, ma che in realtà è semplicemente il riconoscimento della reciproca dignità. E’ questo che l’autrice auspica si crei fra tutti gli uomini e tutte le donne: che si smetta di considerare gli altri esseri umani come delle proprietà, come merce di scambio, o come oggetto di potere. Che finalmente ci si riconosca ognuno nella propria personale identità.
L’amore ai tempi del petrolio è un percorso del tutto onirico all’interno di una vicenda dai contorni sfumati, in cui l’inizio e la fine si confondono quasi a disegnare una circolarità degli eventi. La scrittura ricorda il flusso di coscienza, in cui il tempo perde valore rispetto all’urgenza dell’espressione dei pensieri. Ma il rimando alla realtà, angoscioso e cruento, non permette mai al lettore di sollevare i piedi da terra.

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Incontro con Nawal El Saadawi

| lorellavezza.it | Lorella Vezza |

Molto interessante e coinvolgente la serata di lunedì 18 a Torino al Circolo dei Lettori dove ho avuto il piacere di conoscere personalmente Nawal El Saadawi. Serata nella quale ha partecipato la consigliera regionale del Piemonte Mariacristina Spinosa, la coordinatrice del progetto Aurora Saida Ahmed Ali e la socia fondatrice di Unifem Italia Maria Magnani Noya. Nata a Il Cairo, rappresenta l’Egitto ed è una della tante vittime di un Paese dove non è facile superare pregiudizi e tabù legati al genere femminile. Dopo gli studi universitari, Nawal affianca la carriera di medico, psichiatra, all’ attivismo politico e alla “battaglia femminista”. Le sue battaglie la procureranno la condanna al carcere nel 1981 sotto il regime di Sadat. Numerose sono le accuse, anche recenti, di apostasia da parte di istituzioni islamiche come Al-Azhar, a causa del contenuto provocatorio dei suoi scritti: sessualità, discriminazione della donna araba e la sua subordinazione alla società patriarcale. Psichiatra e scrittrice, attualmente vive negli Stati Uniti dove insegna presso la Duke University, North Carolina. Ha scritto numerosi libri sulla condizione della donna nell’Islam, dedicando particolare attenzione alla pratica delle mutilazioni genitali femminili. Nawal El Saadawi è una femminista (costretta a vivere fuori dall’Egitto), che mostra la sua combattività sin da quando era bambina e che usa le parole e la memoria “per ribellarsi ad una società in cui la nascita di una femmina equivale ad una sventura”. Scrittrice prolifica – in questi giorni ha presentato alla Fiera Internazionale del Libro il suo ultimo scritto “L’amore ai tempi del petrolio” – ha vinto numerosi premi, tra cui, nel 2004, il Premio Nord-Sud conferitole dal Consiglio d’Europa per il coraggio, l’intraprendenza e la fiducia nel futuro dei diritti umani. Da moltissimi anni si batte per il rispetto dei diritti umani e contro ogni forma di violenza sulle donne. Una donna eccezionale semplice e carismatica nello stesso tempo. Gli occhi esprimono la vitalità di una ragazzina sebbene abbia avuto esperienze sicuramente traumatiche Ascoltarla è un piacere parla con calma e determinazione le sue idee sono chiarissime. Spiega che in nessuna parte del mondo le donne sono veramente libere, credono di esserlo, ma anche nei paesi più industrializzati del mondo subiscono delle discriminazioni e sono schiave della società. Fa un’analisi approfondita dei vari tipi di mutilazioni: sia femminili che maschili, ma anche psicologiche. Queste ultime molto più pericolose e diffuse. Ecco perché lei è, per esempio, completamente contraria al trucco che vede come un velo post moderno usato dalle donne in maniera orgogliosa per sottolineare il loro essere, senza capire però, che l’unica arma che hanno davvero è il loro cervello. Non risparmia nessuno con le sue invettive, non le religioni che secondo lei non permettono la nascita di una vera democrazia, non le donne al potere ma nemmeno il suo Paese. Condivido pienamente che l’intelligenza è l’arma più importante che una donna possiede per farsi vale e rispettare. Una donna determinata, intelligente difficilmente può essere ignorata. La cura dell’aspetto e il trucco fanno ormai parte del nostro tempo, l’importante è non esserne schiave e puntare esclusivamente su questo. Nawal El Saadawi: una donna forte, determinata, piena di energia un esempio per tutte noi.

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Nawal al-Sa’dawi, “L’amore ai tempi del petrolio”

Nigrizia | Maggio 2009 |

Un romanzo dall’atmosfera surreale, con il petrolio che le donne portano a barili sulla testa invece dell’acqua, con il petrolio che esce dai loro seni invece del latte per i loro piccoli… Una donna, un’archeologa, è scomparsa di casa: nulla di simile si è mai visto in questo paese innominato dove «Sua Maestà» è analfabeta e questo è per lui «segno di distinzione»… Un surrealismo però ben realista nella sua potentew dennuncia della condizione della donna, di cui si fa complice la donna stesse, da parte di una storica e radicale femminista egiziana (la cui presenza è prevista all’imminente Fiera del Libro di Torino, con l’Egitto paese ospite). L’introduzione, non di circostanza, è di Luisa Morgantini. il Sirente, 2009, pp. 140, € 15,00.

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Torino. Domani apre la XXII Edizione della Fiera del libro

Dazebao | Mercoledì 13 maggio 2009 | Giorgia Mecca |

TORINO – Domani al Lingotto  di  Torino si aprirà la ventiduesima edizione della Fiera Internazionale del Libro, la più importante manifestazione italiana legata alla cultura e all’editoria.  Quest’anno saranno presenti ben 1400 editori. “L’Io e gli altri”, ovvero la nostra individualità e il rapporto con gli altri, è il tema principale di questa attesa edizione.
Non è un caso che la scelta sia ricaduta in un argomento così attuale che si lega particolarmente alla crisi d’identita a cui assistiamo in questi anni, la folle ipertrofia dell’Io che ha cancellato la presenza degli altri. Il nostro Io è malato, disgregato e soprattutto incapace di rapportarsi con gli altri. Gli altri sono sempre piu percepiti come diversi e quindi simbolo del Male.  Abbiamo perso il senso della comunità e siamo incapaci di riconoscerci in un progetto comune. Con questo messaggio la fiera del libro vuole essere un’occasione unica per riconoscere l’altro e per uscire dalla nostra individualità malata. Un Io malato porta necessariamente a una scoietà malata.

Luciano Canfora, il celebre storico dell’antichità che terrà una lectio magistralis sul cesarismo, afferma proprio questo: “la società è diventata una somma di atomi, una massa inerte in adorazione di un leader carismatico”. La Fiera del Libro diventa cos’ un’opportunità per uscire dal guscio, come recita lo slogan, e per ricreare una società basata sull’aggregazione solidale.  
La riflessione di quest’anno non partirà dalla letteratura bensì dalle neuroscienze. I due importanti biologi  Edoardo Bocinelli e Giacomo Rizzolatti spiegherànno come funziona il nostro cervello, la sede deputata dell’identità, poi si parlerà di psicoanalisi e della grandi scuole del ventesimo secolo, da Freud Jung a Lacan.
Accanto all’Io e alla sua crisi la Fiera del libro tratterà anche argomenti di attualità attraverso i numerosi dibattiti che sono previsti in questi giorni: Emma Bonino e il figlio della giornalista russa Anna Politkovskaja parleranno di diritti umani, Fausto Bertinotti e Antonio di Pietro discuteranno sulla crisi della sinistra italiana, Mario Deaglio invece parlerà della crisi mondiale e delle possibili vie d’uscita.

Nonostante la crisi e i tagli alla cultura la Fiera non ha rinunciato a fare le cose in grande per dar lustro a questo appuntamento. L’elenco degli ospiti è lunghissimo, saranno presenti i nomi piu noti della letteratura nazionale e internazionale, David Grossman, Bjorn Larsson, Umberto Eco, Giorgio Faletti, che proprio alla Fiera presenterà il suo  nuovo libro “Io sono Dio”, Magdi Allam, Gianrico Carofiglio e molti altri. Ma i piu attesi sono il premio Nobel turco Orhan Pamuk, che ritorna alla Fiera del Libro dopo un’assenza duranta ben otto anni e Rita Levi Montalcini. Il paese ospite di questa edizione è L’Egitto, uno stato legato da uno straordinario legame con il capoluogo piemontese.
In questi giorni, infatti, sono presenti due mostre sull’Antico Egitto, oltre alle esposizioni permanenti al Museo Egizio e Torino ospiterà 20 scrittori egiziani tra cui Nawal Al Saadawi che ha scritto quest’anno “L’amore ai tempi del Petrolio“.
In questo periodo in cui l’attenzione è rivolta alla crisi di un mondo dove la sfrenata globalizzazione rischia l’implosione su se stessa, la Fiera del Libro preferisce focalizzare “in primis” l’attenzione sulle singole individualità che si celano dentro ogni essere umano. Un punto di  partenza fondamentale per iniziare a comprendere quale futuro ci aspetta, ma soprattutto quali strade intendiamo percorrere, evitando le solitudini sociali.

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Dissidente per principio

il manifesto | Sabato 16 maggio 2009 | Giuliano Battiston |

LA LETTERATURA COME ISTINTO E DISOBBEDIENZA Chi scrive ha una doppia responsabilità, verso di sé e verso gli altri. L’analisi critica e la liberazione della propria creatività, per l’autrice egiziana Nawal Al Saadawi ospite della ventiduesima Fiera del libro di Torino, sono il primo passo verso il riconoscimento dell’altro.

Prima ancora che nel 1944, a soli tredici anni, scrivesse il suo romanzo d’esordio, Memorie di una bambina di nome Soad, pubblicato molti anni dopo, l’egiziana Nawal Al Saadawi era solita indirizzare delle lettere a Dio, chiedendogli che concedesse a suo fratello il doppio dei diritti, rispetto a lei, «soltanto perché lui era maschio». Fu in quegli anni – racconta oggi – che la futura autrice di Firdaus (Giunti, nuova edizione 2007) divenne femminista, e che il suo femminismo si combinò con la riluttanza ad accettare i precetti di un Dio che «mi aveva creato essere umano soltanto a metà», come spiega in uno dei suoi testi autobiografici, Una figlia di Iside (Nutrimenti, 2002).
Proprio combinando il femminismo, inteso come «rifiuto di ogni forma di ingiustizia, in cielo e in terra, nella famiglia o nello Stato», e una disobbedienza precocemente maturata («ero molto disobbediente, lo sono stata fin da quando ero una bambina», racconta in Dissidenza e scrittura, Spirali, 2008), è nato il percorso di una delle intellettuali del mondo arabo più influenti e ascoltate. Ma anche una delle più temute da quanti – governi e autorità religiose di ogni credo – mal sopportano il coraggio di una donna, medico, psichiatra, scrittrice e attivista, che alle denunce contro le mutilazioni genitali continua ad affiancare la critica alla «clitoridectomia piscologica imposta dal sistema patriarcale e classista» perché, sostiene, «amputare l’immaginazione non è meno pericoloso che amputare parti del corpo».
Un sistema che ha sempre cercato di ostacolarla, censurando i suoi libri, chiudendo le riviste da lei fondate, incarcerandola, includendo il suo nome nelle liste di morte dei fondamentalisti, portandola in tribunale con l’accusa di apostasia. Finora i tentativi delle autorità politico-religiose, ciecamente obbedienti alla legge divina o terrestre, non hanno però fatto altro che accrescere l’autorevolezza di questa donna tenace, obbediente soltanto all’istinto della bambina che era un tempo, quando cominciò a disobbedire.
Abbiamo incontrato Nawal Al Saadawi alla Fiera del libro di Torino, dove oggi alle 15 terrà una lezione su Creatività e dissidenza, affiancata da Isabella Camera d’Afflitto.
Nel suo ultimo romanzo tradotto in italiano, L’amore ai tempi del petrolio (il Sirente, 2009), il Re stabilisce che «ogni donna sorpresa in possesso di carta e penna verrà processata». Lei usa carta e penna da quando era bambina, e sin da allora viene “processata”. Qual è stata la sua “colpa” principale? Disobbedire a quanti rivendicano il possesso di una verità esclusiva e inalterabile?
Non mi è mai piaciuto il verbo obbedire, e ciò che esso significa. L’obbedienza infatti rimanda immediatamente ai precetti politici o religiosi: si deve obbedire alle autorità, a chi detiene il potere, al sistema politico nel suo complesso, a Dio. Inoltre, l’obbedienza contraddice inevitabilmente la creatività, perché essere creativi significa innanzitutto disobbedire ed esercitare le armi della critica. Come lei saprà, dal 1993 tengo negli Stati Uniti e non solo dei corsi universitari dedicati a “Dissidenza e creatività”, nei quali cerco di sollecitare i miei studenti a sviluppare una mentalità critica, un atteggiamento sospettoso verso ogni autorità, che sia Dio, il capo di Stato o chiunque altro presuma di possedere una verità inalterabile. L’analisi critica è il primo passo verso la dissidenza e la creatività, che sono due facce della stessa medaglia.
Lei sostiene che la creatività sia legata alla «capacità di disfare ciò che l’educazione formale e informale ci ha fatto a partire dalla fanciullezza». Vuol dire che non ci può essere vera creatività – e dissidenza – se non si supera quella che definisce come «frammentazione della conoscenza»?
Le porto il mio esempio: ho studiato medicina, ma una medicina impermeabile al resto delle discipline, separata dalla filosofia, dalla religione, dalla politica, dall’economia. Così, sono diventata un medico ignorante di ciò che mi accadeva intorno, proprio perché educata secondo i criteri della frammentazione della conoscenza. La creatività, invece, è lo sforzo volto a disfare questa frammentazione e a riconnettere tutti gli ambiti separati. Che ci sia bisogno di farlo lo dimostrano i fatti: molte delle malattie derivano dalla povertà, e la povertà è una questione essenzialmente politica, perché nasce dalle scelte politiche che rendono alcuni poveri e altri ricchi. Per poter essere dei buoni dottori, perciò, occorre “mettere insieme” le discipline in genere distinte; e per poter essere degli scrittori creativi occorre superare la falsa distinzione tra fiction e non fiction, tra narrativa e saggistica o autobiografia.
La cornice tematica della Fiera del Libro di quest’anno è il rapporto “Io, gli altri”. In un saggio del 2001, lei scrive che la creatività «è la capacità di essere se stessi a dispetto di ogni pressione», ma anche «di riuscire a guardare se stessi in relazione agli altri». Intende dire che non si può ottenere libertà personale e fiducia in se stessi senza responsabilità verso gli altri, senza una relazione sé/altri che non sia compromessa dalla tentazione di dominare l’altro?
Infatti, è proprio così. Sono sempre stata convinta che libertà e responsabilità siano legate in modo indissolubile, che l’una non si possa dare senza l’altra. Io, per esempio, scrivo per me stessa, per il piacere che ne ricavo, per il bisogno di affermare la mia libertà e per dare forma alla mia creatività, ma tengo sempre in mente la responsabilità della pubblicazione, tengo in contro gli altri, i miei eventuali interlocutori, coloro ai quali destino idealmente il mio lavoro. Non si tratta di una scrittura chiusa in se stessa, ma di una scrittura che si apre, costitutivamente, agli altri. La creatività abolisce la divisione tra sé e gli altri, e insieme tutte le dicotomie che abbiamo ereditato dal periodo schiavistico e che il sistema patriarcale classista riproduce: divino/umano, diavolo/dio, paradiso/terra, corpo/spirito, uomo/donna, conscio/inconscio, etc. Grazie alla scrittura, queste dicotomie vengono ricomposte nell’individuo, che a sua volta viene ricollocato all’interno della società, nella relazione con gli altri. Da qui nasce la doppia responsabilità di chi scrive: verso sé e verso gli altri.
«Sono diventata una femminista quand’ero bambina, all’età di sette anni», ha raccontato una volta. Ci spiega cosa intende quando sostiene che oggi le donne debbano affrontare «un doppio assalto», quello del «consumismo del libero mercato» da una parte e quello del «fondamentalismo religioso e politico» dall’altra?
Dicendo che sono diventata femminista a otto anni intendo dire che ogni bambino è naturalmente creativo, ed è consapevole delle ingiustizie che patisce. Quando sono oppressi o limitati, i bambini si rivoltano, disobbediscono, oppure, semplicemente, hanno paura. Ecco, per me femminismo significa rifiutare di avere paura, rifiutare ogni forma di ingiustizia, politica, religiosa, di classe, di genere. Per quanto riguarda il “doppio assalto”, basta pensare alle donne irachene, a quelle afghane, alle palestinesi, che oggi combattono due battaglie: contro l’occupazione americana (o israeliana), legata al consumismo degli Stati Uniti e allo sfruttamento del petrolio, e quella contro il fondamentalismo religioso, incoraggiato proprio dagli americani. Il sistema capitalista patriarcale, classista e razzista, non solo si basa sull’ingiustizia, riproducendola, ma ha bisogno di Dio e della religione per legittimarla. Succede in Iraq, ma succede in Egitto, un paese economicamente colonizzato, in Afghanistan e in Palestina. Per questo, contesto chi parla di post-colonialismo: viviamo invece in un periodo di neocolonialismo.
In un saggio del 2002 su Esilio e resistenza scrive: «Da quando sono nata ho sentito di essere in esilio». Per poi aggiungere: «la scrittura mi ha aiutata a combattere l’esilio e la sensazione di essere “aliena”». Crede che la scrittura sia uno strumento con cui possiamo abitare la nostra “casa esistenziale”, anche se siamo lontani da quella “materiale”?
Chi scrive ha una doppia responsabilità, verso di sé e verso gli altri. L’analisi critica e la liberazione della propria creatività, per l’autrice egiziana Nawal Al Saadawi ospite della ventiduesima Fiera del libro di Torino, sono il primo passo verso il riconoscimento dell’altro.
Cos’è la casa? Dov’è che ci sentiamo propriamente a casa? Non certo in una particolare porzione di terra, non, necessariamente, nel luogo in cui siamo nati. Siamo a casa quando siamo nel posto in cui troviamo giustizia, umanità, libertà e amore, e dove troviamo persone che sentono il bisogno di queste cose e che si battono per ottenerle.
Se siamo sul “suolo patrio”, ma siamo minacciati, oppressi, imprigionati perché ci esprimiamo liberamente, siamo forse a casa? Mentre se siamo lontani dal luogo dove siamo nati, ma ci sentiamo in sintonia con le persone intorno a noi, come mi capita con i miei studenti americani, allora possiamo dirci a casa. La creatività ha il potere straordinario di sospendere l’esilio, perfino di abolirlo. Ricordo che quando ero in prigione e riuscivo a scrivere, sentivo di essere altrove. Grazie alla scrittura ero libera. Nonostante fossi tra quattro mura.

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Fiera del libro 2009. Gli appuntamenti da non perdere a Torino

| Marie Claire | Sabato 16 maggio 2009 | Claudia Spadoni |

Un paese ospite (l’Egitto), un tema (Io, gli altri), cinque giorni (14-18 maggio), più di mille case editrici e tanti ospiti internazionali: l’edizione numero ventidue della Fiera del Libro di Torino ha un cartellone ricchissimo. Leggi che ti passa (la crisi)? Chissà. Noi, intanto, vi diamo qualche consiglio.
Le sue lotte per l’emancipazione femminile l’hanno costretta in carcere e in esilio (negli Stati Uniti, dove fa la docente universitaria). In patria Nawal Al Saadawi è stata spesso censurata, in Italia Giunti ha pubblicato il suo famoso Woman at point zero (tradotto come Firdaus), mentre nei titoli de il Sirente trovate il romanzo L’amore ai tempi del petrolio: storie durissime con protagoniste che cercano la libertà. A Torino la scrittrice parlerà di creatività e dissidenza. Dipendenze necessarie?
Sabato 16 maggio, Sala Blu, ore 15:00

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Le donne in un Paese fondamentalista

| Il Tempo | Sabato 16 maggio 2009 | Antonella Melilli |

Inizia con un piglio veloce, non privo di venature d’ironia che traspaiono dalle congetture cervellotiche di uno psicologo a proposito della fuga di un’archeologa, decisa a sfidare la punizione della morte abbandonando casa e marito per andare alla ricerca delle antiche idee. 
«L’amore ai tempi del petrolio», ultima opera della scrittrice e dissidente egiziana Naval al’Sadawi, (Editrice il Sirente, pag.140) nella traduzione dall’arabo di Marika Macco. Una scrittrice già insignita di numerosi premi e nota per la determinazione di un impegno politico e umanitario che l’ha vista nel 2004 candidarsi alle prime libere elezioni del suo paese e che l’ha portata dal 2007 alla Presidenza del Parlamento Europeo. Un impegno che si coglie con forza anche nelle pagine di questo breve romanzo, espressione incisiva e potente dell’arretratezza di un Paese imprecisato, impaniato però nelle tradizioni di un fondamentalismo ancestrale. Dove la condizione femminile, regolata da convinzioni arcaiche e feroci, sembra consustanziarsi nel paesaggio stesso in cui la protagonista approda, popolato di donne schiacciate sotto il peso di barili panciuti di petrolio e condannate a una fatica di buoi ciechi senza voce né diritti.

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Al Piccolo Apollo i diritti delle donne

Corriere della Sera | Giovedì 14 maggio 2009 | Carlotta De Leo |

CRIMINI AMBIENTALI – I tre autori-registi, Esmeralda Calabria, Andra D’Ambrosio e Peppe Ruggiero, saranno presenti giovedì 14 alle 20.30 alla presentazione di Biutiful cauntri, un viaggio tra le 1.200 discariche abusive di rifiuti tossici nascoste sotto la terra di Napoli e dintorni. Il documentario (premiato come miglior documentario uscito in sala ai Nastri d’Argento dello scorso anno) racconta le storie di allevatori che vedono morire le proprie pecore per la diossina e quella di un educatore che lotta contro i crimini ambientali. Sullo sfondo una camorra imprenditrice che usa camion e pale meccaniche al posto delle pistole. Dopo la proiezione, ci sarà spazio anche per parlare dei problemi del Lazio: in programma, infatti, l’incontro con Paolo Mondani, giornalista autore dell’inchiesta sulla discarica di Malagrotta “L’Oro di Roma” andata in onda nella trasmissione Report.

NAWAL AL-SA’DAWI – Venerdì 15 alle 20.30, il cinema di via Conte Verde ospiterà l’incontro con Nawal al-Sa’dawi, scrittrice e psichiatra egiziana, sostenitrice dei diritti delle donne. La al-Sa’dawi, intellettuale laica tra le più influenti del mondo arabo, sarà in diretta video dalla fiera del libro di Torino dove presenterà il suo ultimo romanzo L’amore ai tempi del petrolio che racconta una storia fantastica ambientata in un paese autoritario. Un regno del petrolio dove un’archeologa rompe un tabù, abbandonando il marito e ricomparendo al fianco di un altro uomo. Attraverso i suoi numerosi romanzi, la scrittrice ha lanciato aperte provocazioni alla società patriarcale araba e per questo ha pagato con restrizioni alla sua libertà personale. Non a caso, “L’amore ai tempi del petrolio” è stato tradotto in 20 lingue, ma ha subito la censura in Egitto. All’intervista, seguiranno reading, musica e il dibattito con Renata Pepicelli (università di Bologna).

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Quanto è difficile l’amore ai tempi del petrolio

Minareti | Martedì 12 maggio 2009 | Imane Barmaki |

La scomparsa di persone era un fatto normale” ma non se si trattava di una donna. In un regno del petrolio un’archeologa scompare. La polizia che indaga si chiede se fosse una ribelle o una donna dalla dubbia morale, in un paese in cui nessuna donna può pensare di abbandonare il marito. Nessuno pero’ si fa carico di pensare alle sue sofferenze da donna e al suo essere soffocata dalla persona che le sta accanto da anni.
L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal Al Sa’dawi (edizioni il Sirente, 2009) è una storia piena di intrigi e misteri in cui nella mente della protagonista si confondono e si fondono figure maschili diverse.  Quando lei riappare é con un altro uomo, figura verso la quale prova un senso di attrazione ma allo stesso momento repulsione, un uomo che la opprime usando proprio il petrolio, il liquido nero del quale rimane pregioniera e al quale non riesce a fuggire: «come una trappola che blocca tutte le direzioni, blocca l’uscita della terra, se non quando é smossa a causa del terremoto, di un vulcano in eruzione, o di una bomba durante la guerra.»
É un viaggio nella mente di una donna araba in un paese autoritario in cui la protagonista “Parte alla ricerca del suo orgoglio perduto. Aveva l’orgoglio di un animale che si impunta con le zampe e non vuole piú camminare. Lei non era una donna né per la cucina né per il letto, non conosceva a memoria le canzoni che le donne cantavano quando stanno in bagno. Non capiva nemmeno la passione che poteva suscitare nel cuore del marito l’osservarla mentre cucinava il cavolo ripieno. Inoltre, non sbatteva le ciglia quando il datore di lavoro, o Sua Maestà, la guardavano”.
Un libro denso di metafore e continue allusioni alla rappresentazione della donna sottomessa, asservita, oppressa dall’uomo che ha cercato di negare con gli anni il valore storico della donna. Un libro scioccante in cui la donna, senza diritti né sentimenti, può essere tranquillamente sostituita da una macchina tuttofare, in grado di cucinare, pulire, scrivere…
Sembra rispondere perfettamente al grido di Badriyya Al Bishr, la giornalista saudita che aveva scritto su “Asharq Al Awsat” del  9 ottobre 2005: “…Immagina di essere una donna e di avere bisogno dell’assenso del tuo guardiano per tutto. Non solo, come ritengono i dottori della legge, per sposarti, vergine ovviamente, ma per tutte le questioni che riguardano la tua vita. Non puoi studiare senza il consenso del tuo guardiano, nemmeno se sei arrivata al dottorato. Non puoi avere un impiego, nè mangiare un boccone di pane senza il consenso del tuo guardiano…”
La Al Sa’dawi parla di donne in generale e in particolare di donne arabe. “La contrarietà alle donne è universale e non riguarda solo il mondo arabo. Penso al fronte cristiano, ai cosiddetti ‘valori della famiglia’ con doppio standard; e poi il radicamento dell’idea di verginità obbligatoria, i cosiddetti ‘delitti d’onore’, le mistificazioni culturali, le violenze fisiche e psicologiche…”, come ha detto l’autrice in un’intervista al “Corriere della Sera” nel 2008.
L’amore ai tempi del petrolio” è stato pubblicato per la prima volta al Cairo nel 2001, l’opera, insieme a diversi altri romanzi della Al Sa‘dawi, è stata censurata dalla massima istituzione religiosa egiziana Al Azhar, che dopo pochi mesi dalla pubblicazione ne ha ordinato il ritiro da tutte le librerie egiziane. Ripubblicata poi a Londra nello stesso anno. Al Sa’dawi é vincitrice di numerosi premi letterari. In Italia ha pubblicato “Dio muore sulle rive del Nilo”, “Firdaus. Storia di una donna egiziana” e “Una figlia di Iside”.
L’8 dicembre 2004 si é  presentata come candidata alle elezioni presidenziali in Egitto.

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Press Khamissi

Alla presentazione di Taxi, musica profumi e parole

| Arabismo | Giovedì, 11 dicembre 2008 | Alessandra Fabbretti |

La presentazione di Taxi di Khaled Al Khamissi ha risvegliato musica, suoni, immagini ed emozioni tra i muri dell’Associazione Culturale Apollo Undici (via Conte Verde, 51 Roma), organizzata in collaborazione con l’associazione Un Ponte Per.. e la casa editrice Il Sirente lo scorso venerdì 6 dicembre.

La chitarra di Marco Bonini e il contrabbasso di Riccardo Gola hanno accompagnato al ritmo di tonalità vibranti e piacevoli la lettura di alcuni delle storie più particolari di Taxi, una raccolta di 58 racconti dal sapore sociologico, ispirati al microcosmo dei divertenti e onnipresenti veicoli gialli del Cairo, dal punto di vista tanto degli autisti che dei passeggeri.

Luci soffuse, profumo d’incenso nell’aria, pause lunghe rese leggere dalla musica e la voce squillante della lettrice hanno trasportato il pubblico nei luoghi del libro, tra i volti dei suoi abitanti e i colori e i rumori delle sovraffollate strade della capitale egiziana.

Per chi già la conosceva, ha significato la rievocazione di luoghi familiari; per chi non l’ha ancora visitata, questo testo dischiude certamente gli aspetti più veri e significativi di un popolo che vive oggi a cavallo tra il passato e la modernità, tra voglia di vivere e difficoltà quotidiane, tra ottimismo e pessimismo, tante dicotomie causate dai numerosi problemi sociali che gravano su questo e tanti altri paesi del Mondo arabo.

La povertà, la miseria, il regime politico, l’Islam intollerante, le tradizioni ceche che non lasciano posto alla volontà individuale intrecciano i discorsi e le situazioni di questo testo polifonico, senza tuttavia appesantirne la lettura o ridurne i toni scherzosi, ironici e a volte esilaranti che al Khamissi dona attraverso i suoi personaggi, e ciò conferisce a questa raccolta la capacità di interessare e appassionare il lettore ai temi più attuali dell’Egitto contemporaneo.

“Per le strade del Cairo si percepisce un sentimento di Fine” scandisce Al-Khamissi “Fine per un’epoca, fine per la speranza, fine per la politica, che da più di vent’anni è occupata dalla presidenza di Moubarak. È questo sentimento severo che ho voluto raccontare nel mio libro. “Anche la nostalgia è un’altra sensazione che è possibile sentire: si prova nostalgia, per esempio, per la vita come era negli anni ’70 e ’60, per il patriottismo, che molti giudicano ormai morto, per la possibilità di esistere senza provare fame e privazioni.

“Durante un’intervista, il giornalista mi ha chiesto se la storia “Niqab e tacchi a spillo” fosse vera o frutto della mia fantasia.1 “ prosegue l’autore “Purtroppo episodi come questo sono estremamente frequenti. In Egitto esistono moltissimi quartieri popolari, nei quali è difficile per le ragazze non indossare il velo o il niqab. Nella facoltà dove mi sono laureato negli anni ’80, ricordo che le studentesse velate erano solamente due. L’anno scorso, per caso, mi è capitato di doverci andare e ho potuto constatare che solo due ragazze non portavano il velo. Allora ho chiesto loro se potevo intervistarle. Si sono rifiutate, ma mi hanno comunque detto che la diffusione del velo non ha nulla a che fare con la religione, bensì è un fenomeno politico e sociale, che però causa loro molti fastidi. Spesso, mi hanno confidato, gli autisti degli autobus rifiutano di farle salire a bordo proprio perché hanno il capo scoperto”.

Taxi racchiude in sé i mille volti di una città, che per numero di abitanti rappresenta 1/3 dell’Italia, nella quale coabitano esperienze, vite, convinzioni e caratteri differenti e molteplici in modo quasi inimmaginabile, ecco perché il pubblico italiano ne è rimasto affascinato e il libro ha attraversato da nord a sud il nostro paese, in una 10 giorni di incontri, presentazioni e dibattiti, che ci auguriamo non si arresti né costituisca un caso isolato ed eccezionale.

È il quarto racconto del libro. Una ragazza, coperta dalla testa a piedi dal niqab, il tradizionale velo nero che lascia scoperti solo gli occhi, una volta nel Taxi inizia a cambiarsi e a truccarsi, suscitando lo stupore dell’autista; questi non riesce a fare finta di nulla e le chiede il perché di tale bizzarro comportamento. La donna spiegherà che, pur essendo costretta a indossare il niqab sia in casa che all’esterno, lavora in segreto come cameriera in un elegante ristorante dove può guadagnare più di qualsiasi altro mestiere che i suoi genitori approverebbero

Quando e perché ha deciso di scrivere questo libro, che ha la particolarità di avere come oggetto, o contesto, il Taxi?

Durante la mia vita mi sono sempre interessato alle parole, ai dialoghi del Cairo, alla genialità e alla saggezza che gli egiziani sanno esprimere con grande semplicità. Tale saggezza, analizzata da un punto di vista politico, economico e sociale, ha sempre destato in me profondo stupore: essa deriva da un popolo millenario, che nel corso dei secoli ha saputo sviluppare un rapporto forte con le istituzioni. Io sono solito prendere molto spesso il Taxi. Un giorno, un autista mi raccontò una storia, che è finita poi nel mio libro, a proposito del Primo Ministro egiziano il quale ha la nazionalità canadese. L’ho trovata molto interessante e rappresentativa di ciò che accade normalmente per le strade, e allora mi sono detto che avrei dovuta scriverla. Scrivendola, ho capito che dovevo continuare. E così è nato il mio libro.

La confusione, il rumore che regna nelle strade e nelle vie del Cairo può rappresentare in qualche modo il popolo egiziano?

No, non lo credo affatto. Il Cairo ha assistito ad una crescita demografica enorme durante il XX secolo All’inizio del 900 aveva 600,000 abitanti, verso la metà aveva raggiunto i 2,5 milioni, mentre oggi si è arrivati ai circa 18 milioni. Si tratta dunque di una crescita demografica enorme, che ha delle conseguenze certamente pesanti sulla città, come il traffico, l’inquinamento e il rumore, ma tutto ciò non rappresenta la popolazione né la personalità del Cairo.

Lei è molto critico verso la politica, il governo e le leggi del suo paese. Ritiene che i cambiamenti che hanno luogo in questo momento nel mondo, come l’elezione del presidente Barak Obama negli Stati Uniti, possano riflettersi anche sui regimi e i sistemi dei paesi arabi e sull’Egitto in particolare?

Posso dire che, avendo ascoltato molte persone al Cairo, come i passanti, gli autisti dei Taxi, o la povera gente, la venuta di Obama non cambierà nulla per l’Egitto. Per gli Stati Uniti certamente, per altri paese forse, ma non per l’Egitto, come per la questione del conflitto arabo-israeliano. Per gli egiziani, quelli che vivono nella miseria soprattutto, repubblicano o democratico significa in fin dei conti solo vedere due volti diversi. Non serve cambiare questo volto, che sia giovane o anziano, bianco o afroamericano. C’è stato un cambiamento, certo, ma non è quel genere di cambiamento che serve per migliorare le cose.

In un racconto, lei descrive i Fratelli Musulmani con molta ironia. Quanto c’è di vero in ciò che lei scrive in questo monologo, e di cui lei è convinto anche nella realtà?

Per le strade del Cairo non si crede davvero a una forza politica di qualsiasi tipo: né ai partiti, né ai Fratelli Musulmani, né a nient’altro. C’è la sensazione che in realtà tutte queste persone siano deboli, che i movimenti politici siano deboli, che i partiti e gli avvenimenti siano deboli. Tutto ciò viene definito “balance de faiblasse”, perché tutti sono privi di forza e quindi nessuno può concretamente cambiare le cose. L’ironia nasce da questa condizione, e dal fatto che nessuno crede che ci sarà un cambiamento. Anche i Fratelli Musulmani, senza potere, non sono in grado di fare nulla, esattamente come gli altri, come ad esempio i partiti, siano essi di destra, di sinistra o di centro.

Il suo libro, Taxi, ha riscosso notevole successo nei paesi Europei. Perché?

Non mi sento ancora di dire che il mio libro ha avuto un gran successo in Europa, ma lo spero. Se esistono delle persone che si interessano al mio libro, è perché esso rappresenta le strade del Cairo e quindi ciò che succede al giorno d’oggi nella società egiziana. In tutti i casi, la letteratura è un mezzo di comunicazione tra i paesi e tra le culture, come un ponte, e io mi auguro che il mio testo riesca ad attraversare questo ponte, posto tra le due rive del Mediterraneo, tra l’Egitto e l’Italia, con molte altre letterature che siano portate in Egitto o dall’Egitto verso l’estero.