L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affri­ca | Vener­dì 23 mar­zo 2012 | Mari­sa Fois |

C’è un re, di cui si festeg­gia il com­plean­no e la noti­zia sul gior­na­le, in pri­ma pagi­na, a carat­te­ri cubi­ta­li, accom­pa­gna­ta da una foto­gra­fia a gran­dez­za natu­ra­le di Sua Mae­stà, ne offu­sca un’altra: “Don­na par­ti­ta e mai più tor­na­ta”.
Lì, in quel Pae­se non ben defi­ni­to, ma che ha carat­te­ri­sti­che ben pre­ci­se – auto­ri­ta­rio, ric­co, auto­re­fe­ren­zia­le – “non era mai suc­ces­so che una don­na fos­se usci­ta e non fos­se più tor­na­ta. L’uomo, inve­ce, pote­va par­ti­re e non tor­na­re per set­te anni e, solo dopo que­sto perio­do, la moglie ave­va il dirit­to di chie­de­re la sepa­ra­zio­ne”. La don­na scom­par­sa era un’archeologa e “ave­va una pas­sio­ne per la ricer­ca del­le mum­mie, una sor­ta di pas­sa­tem­po”, non indos­sa­va il velo, ama­va il suo lavo­ro, era eman­ci­pa­ta. Per­ché è spa­ri­ta? Qual­cu­no l’ha costret­ta o è sta­ta una libe­ra scel­ta? È dav­ve­ro scomparsa?
L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi è una sor­ta di gial­lo intro­spet­ti­vo, che rac­con­ta la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le non solo nei Pae­si auto­ri­ta­ri, ma, in una pro­spet­ti­va più ampia, in ogni socie­tà. For­se pro­prio que­sto ha spin­to l’autrice – scrit­tri­ce e psi­chia­tra, non­ché una tra le più note mili­tan­ti del fem­mi­ni­smo inter­na­zio­na­le –  a non uti­liz­za­re nomi, ma solo cate­go­rie (don­ne e uomi­ni ) in modo che l’immedesimazione potes­se risul­ta­re più sem­pli­ce. Don­ne sot­to­mes­se al lavo­ro, don­ne che lavo­ra­no anche e più degli uomi­ni ma sen­za uno sti­pen­dio, che vie­ne inve­ce paga­to all’uomo che sta al loro fian­co e con cui con­di­vi­do­no il let­to e la casa, a cui sono costret­te a dire sem­pre di sì. Don­ne omo­lo­ga­te.Don­ne domi­na­te socialmente, economicamente e cul­tu­ral­men­te. In più, le rela­zio­ni socia­li sono influen­za­te anche dal petro­lio e dal­la sua poten­za, che ridu­ce l’intero Pae­se in schia­vi­tù, dipen­den­te da una for­za ester­na onnipresente.
Il librousci­to in Egit­to nel 2001, è sta­to subi­to cen­su­ra­to con­dan­na­to dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tem­pi del petro­lio” è, infat­ti, una cri­ti­ca diret­ta a Muba­rak, allo­ra sal­da­men­te al pote­re, e al suo gover­no, for­te­men­te con­di­zio­na­to da inge­ren­ze ester­ne. Ma è anche una cri­ti­ca a chi ten­ta di can­cel­la­re la sto­ria (emble­ma­ti­co è il caso del­la tra­sfor­ma­zio­ne del­le sta­tue che rap­pre­sen­ta­no divi­ni­tà fem­mi­ni­li in divi­ni­tà maschi­li),  alla scar­sa col­la­bo­ra­zio­ne tra don­ne e alla loro pau­ra di anda­re con­tro quel­lo che riten­go­no un desti­no già scrit­to e immo­di­fi­ca­bi­le. La nar­ra­zio­ne è come un viag­gio oni­ri­co: l’archeologa alter­na momen­ti di veglia al sogno, qua­si per non esse­re assor­bi­ta da que­sta monar­chia del petro­lio.

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L’amore ai tempi del petrolio

Vita | Lune­dì 31 gen­na­io 2011 | Lub­na Ammou­ne |

Visco­so e nero come il petro­lio. Sem­bre­reb­be que­sta la carat­te­ri­sti­ca pecu­lia­re di un amo­re pre­sen­ta­to nel libro di Nawal al-Sa’dawi, scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na, cono­sciu­ta a livel­lo inter­na­zio­na­le per la sua bat­ta­glia in nome dei dirit­ti del­le don­ne e del­la demo­cra­tiz­za­zio­ne nel mon­do ara­bo. In que­sto suo roman­zo, L’amore ai tem­pi del petro­lio, l’autrice per­cor­re una sto­ria den­sa di miste­ro di una don­na di cui non cono­scia­mo il nome. La pro­ta­go­ni­sta è un’archeologa che scom­pa­re sen­za lascia­re trac­cia. Il suo viag­gio, rea­le e allo stes­so tem­po visio­na­rio, si rive­la come il per­cor­so del­la men­te e del­la coscien­za di una don­na che vive in un regno auto­ri­ta­rio in cui tut­to ciò che por­ta il gene­re fem­mi­ni­le a inte­res­si che esu­la­no dal­la casa è sin­to­mo di una malat­tia psi­co­lo­gi­ca. È un mon­do in cui lumi­na­ri del­la Ter­ra non pos­so­no che esse­re uomi­ni, e dun­que è risa­pu­to, anche se taciu­to, il fat­to che ci sia­no sta­te fal­si­fi­ca­zio­ni sto­ri­che ine­ren­ti alla tra­sfor­ma­zio­ne del­le dee in dei, come quan­do Abu al Haul pre­se con la for­za il tro­no e ordi­nò che fos­se­ro rimos­si i seni da una sta­tua fem­mi­ni­le per­ché venis­se aggiun­ta la bar­ba. La ricer­ca­tri­ce scom­pa­re e dall’indomani si leg­ge la noti­zia sui gior­na­li, per­ché nes­su­na don­na ha mai osa­to abban­do­na­re casa e mari­to, disob­be­den­do alle rego­le, tan­to che la poli­zia si chie­de se sia una ribel­le o una don­na dal­la dub­bia mora­le. Men­tre il com­mis­sa­rio inter­ro­ga il mari­to del­la don­na scom­par­sa per far luce sul­le ragio­ni del­la fuga, l’archeologa ripen­sa al suo inna­mo­ra­men­to. Si chie­de se suo mari­to sia vera­men­te suo mari­to. Per­va­sa da que­sto dub­bio arri­va a cre­de­re che l’avesse spo­sa­ta for­se in sua assen­za, men­tre il con­trat­to era sta­to pre­pa­ra­to sen­za di lei, per­ché la don­na non è soli­ta par­te­ci­pa­re al pro­prio matri­mo­nio. L’universo maschi­le si allar­ga e com­pa­io­no altre figu­re, tra cui il dato­re di lavo­ro del­la pro­ta­go­ni­sta e l’uomo con cui deci­de di sta­re quan­do riap­pa­re e per il qua­le lascia il mari­to. Sem­bra­no qua­si mac­chie da cui la don­na si sen­te però inspie­ga­bil­men­te e istan­ta­nea­men­te attrat­ta, respin­ta e distac­ca­ta. La sua fuga potreb­be por­tar­la a ritro­va­re il suo orgo­glio, le sue aspi­ra­zio­ni e la sua dignità. Questo scat­to di auto­co­scien­za e di for­mi­da­bi­le intro­spe­zio­ne si riflet­te e si allar­ga ad altre figu­re fem­mi­ni­li che solo in quel momen­to capi­sco­no che “non sono meri­te­vo­li di un dirit­to che pren­do­no da mani che non sono loro” e che “han­no per­mes­so a loro stes­se del­le con­di­zio­ni che nem­me­no gli ani­ma­li accetterebbero”. Eppure l’archeologa con­ti­nua a strug­ger­si d’amore e non tro­va anco­ra un sen­so da con­fe­ri­re alla sua vita. Così, nel­la luce fio­ca di alcu­ne not­ti in cui il pro­get­to di scap­pa­re appa­re com­piu­to v’è qual­co­sa d’intralcio. Per­ché “fino a quan­do l’uomo avrà la capa­ci­tà di ride­re, la don­na non avrà desi­de­rio di scap­pa­re, alme­no non que­sta notte…”.

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L’amore ai tempi del petrolio

| LIBROMONDO | Vener­dì 13 novem­bre 2009 | Moni­ca Bian­chi La Foresti |

Il petro­lio “dono e male­di­zio­ne” è il pro­ta­go­ni­sta asso­lu­to di que­sto roman­zo. “Dono” per­ché ric­chez­za natu­ra­le ‘male­di­zio­ne’ per le con­se­guen­ze sul mon­do degli uomi­ni che vi ruo­ta intorno.
Le figu­re che si muo­vo su que­sto sfon­do si muo­vo­no come ombre stre­ma­te, abbru­ti­te dal­la situa­zio­ne di oppres­sio­ne e fati­ca. Inca­pa­ci di ragio­na­re sul­la assur­di­tà del­la pro­pria con­di­zio­ne. Solo una pic­co­la, sem­pli­ce don­na, impie­ga­ta di un uffi­cio archeo­lo­gi­co, chie­de una vacan­za dal suo lavo­ro, per “sod­di­sfa­re una sua curio­si­tà” (cosa che ver­rà poi defi­ni­ta dagli altri un “pas­sa­tem­po” cioè una cosa inutile).
Que­sta don­na par­te alla ricer­ca di even­tua­li resti archeo­lo­gi­ci del­la staua di una anti­ca dea por­tan­do uno scal­pel­lo nel­lo zai­no. Per­cor­re que­sto sce­na­rio cupo e deso­la­to, sof­fo­can­te, ma riu­sci­rà nell’intento!
La tra­ma è altret­tan­to oscu­ra e alla fine non si capi­sce esat­ta­men­te se que­sta dona fa ritor­no a casa, se vie­ne rag­giun­ta dal­le per­so­ne che la cer­ca­no o se incor­re in un altro desti­no. La gerar­chia del­la strut­tu­ra del roman­zo in que­sto pun­to sem­bra vacil­la­re (mari­to-poli­ziot­to­psi­co­lo­co-capo uffi­cio) ma soprat­tut­to la tra­ma si intrec­cia con le let­te­re di altre don­ne che ugual­men­te lascia­no a casa il fogliet­to “sono anda­ta in vacan­za”. Ecco pro­prio que­sto: anda­re in vacan­za, par­ti­re da don­ne sole, per per­cor­re­re un viag­gio di cono­scen­za, cre­sci­ta del­la pro­pria per­so­na met­te in moto le ener­gie di que­sto romanzo.
Lo sfon­do e i pre­sup­po­sti sono quel­li del­la socie­tà isla­mi­ca, ma mol­to si può rico­no­sce­re anche del­la nostra “libe­ra” socie­tà occidentale.
La let­tu­ra di que­sto libro è impe­gna­ti­va: un per­cor­so aspro in cui sogno e real­tà si con­fon­do­no in un mosai­co cata­stro­fi­co, livi­do, angosciante.

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Chiamatelo XXX Factor

D La Repub­bli­ca del­le don­ne n. 663 | Saba­to 19 set­tem­bre 2009 | Eli­sa Pierandrei |

Ahmed Nàgi. Blog­ger, 29 anni, Egit­to. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. È uno dei più gio­va­ni redat­to­ri di Akh­bar el Adab, pre­sti­gio­so set­ti­ma­na­le di cul­tu­ra. Sul suo blog, wasa kha­ia­lak (allar­ga l’immaginazione, shadow.manalaa.net), “spe­ri­men­to un diver­so livel­lo di lin­guag­gio, che mesco­la ara­bo col­lo­quia­le e clas­si­co per avvi­ci­na­re la gen­te alla let­te­ra­tu­ra”. Figlio di un pro­fes­sio­ni­sta di spic­co nel movi­men­to isla­mi­co dei Fra­tel­li Musul­ma­ni, è riu­sci­to a met­te­re da par­te le dif­fe­ren­ze ideo­lo­gi­che con il geni­to­re per un nuo­vo dia­lo­go. “Pen­sa­vo di lascia­re l’Egitto per New York. Ma ho visto i miei ami­ci là diven­ta­re mac­chi­ne. Lavo­ro, pale­stra, bere e ses­so nel week-end. Io voglio scri­ve­re”. In usci­ta a novem­bre in Ita­lia per il Siren­te c’è il suo roman­zo Rogers, viag­gio gio­vi­nez­za-vec­chia­ia con abban­do­no alla let­tu­ra, ascol­tan­do The Wall dei Pink Floyd.

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L’amore ai tempi del petrolio

L’Opinione del­le Liber­tà | Saba­to 17 otto­bre 2009 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Ci sono auto­ri la cui let­tu­ra rie­sce a far­ci imma­gi­na­re suo­ni, colo­ri, situa­zio­ni con par­ti­co­la­re viva­ci­tà. Ci sono auto­ri che rie­sco­no per­fi­no a evo­ca­re odo­ri (ave­te pre­sen­te l’inizio di quel capo­la­vo­ro del Nove­cen­to che è “Pro­fu­mo”, di Suskind?). Ma ci sono anche auto­ri che rie­sco­no a pro­iet­ta­re il let­to­re così den­tro al pro­prio volu­me, che si fini­sce col respi­rar­ne tutto.
Per me, que­sto aspet­to è sta­to asso­lu­ta­men­te scon­vol­gen­te nel leg­ge­re “L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi, edi­to nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na per i tipi del Siren­te lo scor­so mese di mar­zo, ed in ven­di­ta al prez­zo di 15 euro.
Il roman­zo si col­lo­ca a vari livel­li, ma sono soprat­tut­to la denun­cia socia­le su vasta sca­la e — para­dos­sal­men­te — la poe­sia vio­len­ta e visce­ra­le che la espri­me, i due aspet­ti dominanti.
L’autrice, una cele­bre psi­chia­tra egi­zia­na, è ben nota per il suo atti­vi­smo poli­ti­co che l’ha por­ta­ta a can­di­dar­si alle pri­me libe­re ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del pro­prio Pae­se. Come scrit­tri­ce ha pub­bli­ca­to sva­ria­ti roman­zi, che costi­tui­sco­no un ampio affre­sco del­la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le nel mon­do arabo.
Que­sto libro è sta­to cen­su­ra­to in Egit­to e riti­ra­to dal­la ven­di­ta su ordi­ne dell’autorità reli­gio­sa egi­zia­na Al Azhar. Tut­ta­via, il let­to­re che si aspet­tas­se un rife­ri­men­to diret­to all’Egitto o un’identificazione pre­ci­sa con un qual­sia­si altro pae­se ara­bo, reste­reb­be delu­so. L’ambientazione è vaga, oni­ri­ca: incu­bo o sogno, espres­sio­ni ambe­due di una real­tà che sfug­ge sem­pre o che, al con­tra­rio, è fin trop­po presente.
Per tut­to il libro tra­spa­re comun­que il gran­de attac­ca­men­to dell’autrice alle pro­prie ori­gi­ni — rive­la­to dal­la pro­fes­sio­ne del­la pro­ta­go­ni­sta, una don­na che svol­ge il lavo­ro di archeologa.
La tra­ma è sem­pli­ce ed esi­le. È la sto­ria di una don­na che, appun­to, un bel gior­no scom­pa­re lascian­do il mari­to per cer­ca­re di ritro­va­re le pro­prie idee, e che, quan­do tor­na, in real­tà ha una rela­zio­ne con un altro. Nel perio­do del­la sua scom­par­sa, men­tre la poli­zia la sta cer­can­do, la pro­ta­go­ni­sta si tro­va coin­vol­ta in un viag­gio osses­si­vo con­tras­se­gna­to dal petro­lio che inva­de tut­to: le sue par­ti­cel­le si posa­no sul­la pel­le, entra­no nel­le nari­ci, copro­no le pal­pe­bre, schian­ta­no, schiac­cia­no, annien­ta­no… le figu­re del roman­zo non han­no un nome, don­ne o uomi­ni che sia­no. Sono degli arche­ti­pi, meta­fo­re di
un mon­do in cui la don­na è stru­men­to di lavo­ro e fon­te di pia­ce­re, pur restan­do sen­za indi­vi­dua­li­tà: una mac­chi­na senz’anima, sen­za il dirit­to a pro­pri sen­ti­men­ti, sen­za la pos­si­bi­li­tà di espri­mer­si e fare sen­ti­re la pro­pria voce.
Cito un pas­sag­gio: “Que­sta don­na san­gui­na. Le don­ne ave­va­no neces­si­tà di san­gui­na­re, altri­men­ti il mon­do sareb­be rima­sto così e ogni cosa sareb­be fini­ta nel nul­la. Dob­bia­mo pren­de­re il san­gue fre­sco di que­sta don­na e por­tar­lo al mon­do morente”.
Il mes­sag­gio che Nawal al-Sa’dawi ci tra­smet­te è pro­prio que­sto. La real­tà fem­mi­ni­le non può pre­scin­de­re dal­la pro­pria con­di­zio­ne di sof­fe­ren­za, da cui non si è affran­ca­ta e, appa­ren­te­men­te, potreb­be non affran­car­si mai. E la risa­ta del maschio è il neces­sa­rio com­ple­men­to allo svol­gi­men­to di una vita che dovreb­be tro­va­re la pro­pria giu­sti­fi­ca­zio­ne nell’asservimento fun­zio­na­le ano­ni­mo (le par­ti­cel­le di petro­lio ci ren­do­no tut­ti ugua­li e indi­stin­gui­bi­li), una vita in cui schi­zo­fre­nia è l’etichetta che vie­ne appiop­pa­ta a chi — come la pro­ta­go­ni­sta — tro­va infi­ne il corag­gio di fare del­le scel­te diver­se e,
per­ciò stes­so, ribelli.

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La fuga di una donna alla ricerca di sé stessa

Medi­ter­ra­nea Onli­ne | Lune­dì 1 giu­gno 2009 | Cri­sti­na Giu­di­ce |

Un pae­se gover­na­to dagli uomi­ni, un’atmosfera den­sa, nera e sof­fo­can­te in cui resta­re invi­schia­ti come nel petro­lio. Il nuo­vo roman­zo del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal el-Sa’dawy.

Visio­na­rio, schi­zo­fre­ni­co, oni­ri­co. Sono alcu­ni degli agget­ti­vi che si pos­so­no usa­re per descri­ve­re l’ultimo roman­zo di Nawal el-Sa’dawy, L’amore ai tem­pi del petro­lio, una nar­ra­zio­ne buia, liqui­da e visco­sa pro­prio come que­sto liqui­do, pre­sen­ta­ta a Roma dal­la casa edi­tri­ce “il Siren­te” come secon­do tito­lo del­la nuo­va e inte­res­san­te col­la­na “Altri arabi”.
La scrit­tri­ce egi­zia­na affron­ta in que­sto libro i temi che da sem­pre le sono cari, ma qui più che mai assu­me una pro­spet­ti­va pret­ta­men­te psi­chia­tri­ca che fa emer­ge­re la sua figu­ra di medi­co e di esper­ta degli intri­ca­ti mec­ca­ni­smi del­la men­te uma­na. In que­sto caso una men­te mala­ta, in pre­da ad una sor­ta di deli­rio cau­sa­to da con­di­zio­ni di vita socia­le e affet­ti­va che costrin­go­no la pro­ta­go­ni­sta ad una fuga dal­la real­tà in un’atmosfera allu­ci­na­ta di costan­te alter­nan­za fra sogno e veglia, i cui con­tor­ni si sfu­ma­no e si mesco­la­no tan­to da esse­re indistinguibili.
For­se pro­prio il back­ground da medi­co per­met­te alla el-Sa’dawy, come ad altri scrit­to­ri egi­zia­ni con­tem­po­ra­nei, di ave­re uno sguar­do qua­si cli­ni­co nei con­fron­ti del­la real­tà, come ha nota­to il gior­na­li­sta Pino Bla­so­ne, inter­ve­nu­to alla pre­sen­ta­zio­ne del libro: «Già Mah­fuz, con la sua for­te cri­ti­ca ver­so la socie­tà, era sta­to un vero mae­stro del nuo­vo rea­li­smo egi­zia­no, un filo­ne por­ta­to avan­ti dal­le ulti­me gene­ra­zio­ni di scrit­to­ri, soprat­tut­to dopo gli even­ti dell’11 set­tem­bre 2001».
Il rea­li­smo del­la el-Sa’dawy, teo­riz­za­to nel libro-inter­vi­sta Dis­si­den­za e scrit­tu­ra, tro­va pie­na rea­liz­za­zio­ne nel­le pagi­ne di que­sto roman­zo: la con­di­zio­ne del­la don­na e il suo rap­por­to con l’uomo, la rela­zio­ne fra cul­tu­ra e liber­tà, il desi­de­rio di abbat­te­re le bar­rie­re e i tabù impo­sti dal­la socie­tà e dal­la reli­gio­ne. Tut­to que­sto sen­za dimen­ti­ca­re le pro­prie radi­ci: in un con­te­sto in cui tut­to è ano­ni­mo, dai per­so­nag­gi ai luo­ghi, il richia­mo all’antica civil­tà egi­zia­na e alle sue divi­ni­tà è l’unico pun­to fer­mo, qua­si il faro ver­so cui diri­ger­si quan­do si è per­sa la rot­ta per ritro­va­re il pro­prio pas­sa­to ed esse­re così capa­ci di affron­ta­re il presente.
La pro­ta­go­ni­sta del roman­zo è un’archeologa che scap­pa dal­la trap­po­la del­la vita coniu­ga­le per anda­re alla ricer­ca del­le anti­che divi­ni­tà fem­mi­ni­li in una socie­tà domi­na­ta dagli uomi­ni e dove anche il solo pen­sa­re che esi­sta­no divi­ni­tà fem­mi­ni­li è con­si­de­ra­to un tabù. L’uomo è padro­ne indi­scus­so di tut­to e depo­si­ta­rio del sape­re asso­lu­to e la don­na vive il rap­por­to con lui come uno scon­tro con­ti­nuo. Come ha nota­to Lau­ra Pisa­no, docen­te di sto­ria del gior­na­li­smo all’università di Caglia­ri, «il mari­to appa­re qua­si sem­pre sot­to for­ma di una voce che dà ordi­ni, nasco­sto die­tro le pagi­ne di un gior­na­le, qua­si come se la stam­pa fos­se vis­su­ta come vero stru­men­to di pote­re». Il para­dos­so però è che colui che ha il pote­re incon­tra­sta­to nel pae­se, il re, è anal­fa­be­ta, men­tre la don­na, pur non essen­do padro­na nep­pu­re del pro­prio desti­no, è una ricer­ca­tri­ce. «Chie­de­re cul­tu­ra da par­te del­la don­na – secon­do la Pisa­no – signi­fi­ca infran­ge­re il mono­po­lio del pote­re e l’idea che la cul­tu­ra fos­se una col­pa, una tra­sgres­sio­ne e una devia­zio­ne, era pre­sen­te anche in Euro­pa, dove la don­na ha avu­to acces­so all’istruzione di alto livel­lo solo mol­to tardi».
«Il pro­ble­ma del libe­ro acces­so alla cul­tu­ra e alla libe­ra espres­sio­ne del­le idee in Egit­to è anco­ra pre­sen­te – ha ricor­da­to Pao­la Gar­giu­lo, del grup­po par­la­men­ta­re don­ne al Sena­to – for­se anche per que­sto le nuo­ve gene­ra­zio­ni, che nel pae­se costi­tui­sco­no la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne, cer­ca­no nuo­ve vie, in par­ti­co­la­re quel­la vir­tua­le. Mol­ti blog­ger sono però fini­ti in car­ce­re e anche la ragaz­za che su Face­book die­de ini­zio al tam tam del movi­men­to del 6 apri­le (per la pro­cla­ma­zio­ne del­lo scio­pe­ro gene­ra­le, fini­to pur­trop­po in un fia­sco sia nel 2008 che nel 2009, ndr) è fini­ta in car­ce­re. Anche il roman­zo a fumet­ti “Metro”, che cono­sce un enor­me suc­ces­so vir­tua­le sul­la rete, è sta­to seque­stra­to dal­le librerie.
Un esem­pio posi­ti­vo del rap­por­to fra scrit­tu­ra e pote­re – ha con­ti­nua­to la Gar­giu­lo – è inve­ce quel­lo del­la maroc­chi­na Rita el-Kha­yat che nel 1999 fu la pri­ma don­na nel mon­do ara­bo a scri­ve­re una let­te­ra al re del Maroc­co riguar­do la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le, il docu­men­to for­se più auda­ce, corag­gio­so e scon­ve­nien­te del seco­lo scor­so e che richia­mò l’attenzione del sovra­no su pro­ble­mi non pri­ma pre­si nel­la giu­sta considerazione».
Nel suo ten­ta­ti­vo di ribel­lar­si con­tro que­sto tipo di socie­tà però la pro­ta­go­ni­sta tro­va un osta­co­lo anche nel­le altre don­ne e qui sem­bra che si pos­sa intra­ve­de­re una sor­ta di cri­ti­ca, che non sareb­be nep­pu­re ingiu­sti­fi­ca­ta, nei con­fron­ti del­le don­ne ara­be, spes­so inca­pa­ci esse stes­se, a vol­te per pigri­zia e altre per pau­ra, di abbat­te­re quel­le bar­rie­re con­tro cui la el-Sa’dawy lot­ta da tempo.
«Per riu­sci­re ad infran­ge­re le bar­rie­re – ha det­to la Pisa­no – è neces­sa­rio il dia­lo­go fra le cul­tu­re, sia di tipo reli­gio­so che arti­sti­co, let­te­ra­rio e cul­tu­ra­le, con­tra­stan­do tut­to ciò che crea osta­co­li e sepa­ra­zio­ni. In que­sto sen­so le reli­gio­ni, usa­te in modo poli­ti­co, sono viste dal­la el-Sa’dawy come ele­men­to di sepa­ra­zio­ne nel loro crea­re odi, divi­sio­ni e ingiustizie».
L’autrice stes­sa, in un con­ve­gno a Roma qual­che set­ti­ma­na fa, dis­se: «Biso­gna rele­ga­re la reli­gio­ne nel­la sfe­ra pri­va­ta del­la vita e non dar­le spa­zio in quel­la pub­bli­ca. Per que­sto ben ven­ga­no ini­zia­ti­ve come quel­la del gover­no fran­ce­se, che ha proi­bi­to qual­sia­si esi­bi­zio­ne di segni reli­gio­si negli ambien­ti pub­bli­ci. La reli­gio­ne per mol­ti ver­si è diven­ta­ta un fat­to socia­le come in Egit­to, dove le ragaz­ze indos­sa­no il velo con jeans e magliet­te stret­tis­si­mi. La reli­gio­ne non è mora­li­tà, ma poli­ti­ca. Stu­dian­do le reli­gio­ni mi sono tro­va­ta di fron­te a due tipi di mora­le, una per gli uomi­ni e una per le don­ne, una per i ric­chi e una per i pove­ri e ho nota­to che la reli­gio­ne crea solo divi­sio­ni. Abbia­mo biso­gno di vive­re in un mon­do sen­za reli­gio­ne, sen­za che ciò signi­fi­chi vive­re sen­za mora­le. Al con­tra­rio, sarem­mo più uma­ni e, quin­di, più uni­ti fra di noi».
Il pro­ble­ma fem­mi­ni­le secon­do la scrit­tri­ce è, oltre che reli­gio­so, poli­ti­co: «Le don­ne sono sot­to­po­ste a for­ti pres­sio­ni in tut­to il mon­do, sia di tipo socia­le, che eco­no­mi­co e poli­ti­co, e sono ovun­que vit­ti­me dei siste­mi: in Afgha­ni­stan, dove il regi­me tale­ba­no è sta­to crea­to dai Bush, come in Ame­ri­ca, dove domi­na il fon­da­men­ta­li­smo cri­stia­no, come in Euro­pa, dove sono schia­ve del­le con­ven­zio­ni sociali».
Non aven­do dun­que nes­su­no a cui rivol­ger­si nel mon­do rea­le, la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo si rifu­gia sia nel ricor­do del­la sua infan­zia, dove domi­na la figu­ra del­la zia devo­ta all’Immacolata, figu­ra pre­sen­te nel­la tra­di­zio­ne cri­stia­na come in quel­la musul­ma­na, sia nel mon­do ance­stra­le e for­te­men­te sim­bo­li­co del­le anti­che divi­ni­tà fem­mi­ni­li, dove anche la sfin­ge, il cui nome in ara­bo, Abu el-Hol (padre del ter­ro­re), è maschi­le assu­me iden­ti­tà fem­mi­ni­le diven­tan­do Um el-Hol (madre del ter­ro­re). È così che in un libro in cui nes­sun per­so­nag­gio è iden­ti­fi­ca­to da un nome, solo le divi­ni­tà sono defi­ni­te, esat­ta­men­te come suc­ce­de­va in alcu­ni rac­con­ti di epo­ca farao­ni­ca, come ha ricor­da­to Ema­nue­le Ciam­pi­ni, esper­to di egit­to­lo­gia dell’università “Ca’ Fosca­ri” di Vene­zia. Sekh­met, dea leo­nes­sa, prin­ci­pio divi­no ter­ri­bi­le e por­ta­tri­ce di mor­te, diven­ta qua­si alter ego del­la pro­ta­go­ni­sta. Pro­prio come lei, infat­ti, era fug­gi­ta dall’Egitto dan­do ini­zio a stra­gi ter­ri­bi­li oltre i con­fi­ni del pae­se. Lo stes­so dio sole inter­ven­ne per argi­na­re la sua ira sen­za fre­ni e la dea fu ripor­ta­ta in Egit­to con l’inganno, da un grup­po di divi­ni­tà fra cui il “bra­vo compagno”.
Il rap­por­to con l’uomo insom­ma, se pur con­flit­tua­le, risul­ta qua­si neces­sa­rio e com­ple­men­ta­re alla figu­ra fem­mi­ni­le, come sem­bra sot­tin­ten­de­re anche la el-Sa’dawy nel­le ulti­me righe del romanzo:
«Ma quan­do lo sen­tì ride­re, rise anche lei.
La vita sem­brò miglio­re di quel­lo che era sta­ta in precedenza.
Fino a quan­do l’uomo avrà la capa­ci­tà di ride­re, la don­na non avrà desi­de­rio di scap­pa­re, alme­no non que­sta not­te. Con­ti­nue­rà a dor­mi­re e doma­ni ci pro­ve­rà di nuovo”».

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L’amore in Egitto, ai tempi del petrolio

Reset DOC | Mar­te­dì 2 giu­gno 2009 | Fran­ce­sca Giorgi |

Una don­na mori­ge­ra­ta, sem­pre ligia al pro­prio dove­re e rispet­to­sa del­le leg­gi; un’archeologa, spe­cia­liz­za­ta nel­la ricer­ca di sta­tue raf­fi­gu­ran­ti divi­ni­tà fem­mi­ni­li dell’antico Egit­to. Che un gior­no deci­de di fug­gi­re, di “pren­der­si una vacan­za” dal mari­to e dal lavo­ro, e fini­sce per spa­ri­re, facen­do per­de­re le pro­prie trac­ce agli altri e a se stes­sa. Da qui si dipa­na L’amore ai tem­pi del petro­lio (il Siren­te 2009, Euro 15,00), l’ultima fati­ca let­te­ra­ria del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal al-Sa’dawi, fra le pro­ta­go­ni­ste indi­scus­se del fem­mi­ni­smo ara­bo contemporaneo.

Medi­co e psi­chia­tra, al-Sa’dawi si bat­te da mol­ti anni nel suo pae­se e in tut­to il mon­do con­tro la dise­gua­glian­za di gene­re e con­tro la pra­ti­ca del­le muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li, di cui da bam­bi­na fu vit­ti­ma lei stes­sa. Per le sue pre­se di posi­zio­ne è sta­ta con­si­de­ra­ta a lun­go una per­so­na con­tro­ver­sa e peri­co­lo­sa dal gover­no egi­zia­no, incar­ce­ra­ta nel 1981, costret­ta a rinun­cia­re alla can­di­da­tu­ra alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del 2005. Dopo mol­ti roman­zi, sag­gi e rac­col­te di novel­le tra­dot­ti in 20 lin­gue, che le han­no fat­to vin­ce­re nume­ro­si pre­mi, L’amore ai tem­pi del petro­lio fu pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta in Egit­to nel 2001 e subi­to cen­su­ra­to dal­la mas­si­ma isti­tu­zio­ne reli­gio­sa del pae­se. In linea con la natu­ra bat­ta­glie­ra dell’autrice, il libro è infat­ti a tut­ti gli effet­ti una denun­cia con­tro la socie­tà patriar­ca­le, la segre­ga­zio­ne fem­mi­ni­le, la vio­len­za per­pe­tra­ta quo­ti­dia­na­men­te ai dan­ni del­le don­ne, la nega­zio­ne per loro di ogni dirit­to uma­no. E, seb­be­ne l’ambientazione del­la sto­ria sia vaga, i riman­di al pae­se nata­le dell’autrice sono mol­te­pli­ci, tali per­lo­me­no da por­ta­re alla censura.
Dopo la fuga, la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo – che non vie­ne mai chia­ma­ta per nome, a imper­so­na­re per­fet­ta­men­te l’intero uni­ver­so fem­mi­ni­le – si ritro­va improv­vi­sa­men­te in un oscu­ro “Regno del petro­lio” dove si stan­no pre­pa­ran­do i festeg­gia­men­ti per il com­plean­no del Re. La don­na vie­ne per­ciò seque­stra­ta, con­se­gna­ta nel­le mani di un uomo e costret­ta a lavo­ra­re all’estrazione del liqui­do, che impre­gna di sé e invi­schia tut­to il mon­do cir­co­stan­te. Nel­la fab­bri­ca le don­ne han­no il com­pi­to di tra­spor­ta­re i bari­li sul­la testa, sen­za dirit­to al risto­ro né al sala­rio. La don­na si tro­va così ulte­rior­men­te schia­viz­za­ta, a dover soste­ne­re il con­fron­to con le altre don­ne, che spes­so rido­no del­le sue dif­fi­col­tà nell’adattarsi alla nuo­va condizione.
Ma la fati­ca più gran­de è il rap­por­to con l’uomo che ha rice­vu­to il com­pi­to di tener­la pres­so di sé. La pro­ta­go­ni­sta non è mai sta­ta abi­tua­ta in pas­sa­to ad adem­pie­re alle man­sio­ni con­si­de­ra­te nor­mal­men­te fem­mi­ni­li, come la cuci­na, né a sod­di­sfa­re indi­scu­ti­bil­men­te le richie­ste maschi­li. Il rap­por­to con l’uomo – anche in que­sto caso sen­za nome – rap­pre­sen­ta per lei una ulte­rio­re regres­sio­ne, che la por­ta in un cer­to sen­so a per­de­re il sen­so del suo per­cor­so. Ave­va scel­to di fug­gi­re per rom­pe­re con un matri­mo­nio e una vita socia­le infe­li­ci, e inve­ce di miglio­ra­re la pro­pria situa­zio­ne si ritro­va anco­ra più degra­da­ta. Ma fra i due si crea poco a poco un lega­me, che la pro­ta­go­ni­sta non sa iden­ti­fi­ca­re se non con l’amore, ma che in real­tà è sem­pli­ce­men­te il rico­no­sci­men­to del­la reci­pro­ca digni­tà. E’ que­sto che l’autrice auspi­ca si crei fra tut­ti gli uomi­ni e tut­te le don­ne: che si smet­ta di con­si­de­ra­re gli altri esse­ri uma­ni come del­le pro­prie­tà, come mer­ce di scam­bio, o come ogget­to di pote­re. Che final­men­te ci si rico­no­sca ognu­no nel­la pro­pria per­so­na­le identità.
L’amore ai tem­pi del petro­lio è un per­cor­so del tut­to oni­ri­co all’interno di una vicen­da dai con­tor­ni sfu­ma­ti, in cui l’inizio e la fine si con­fon­do­no qua­si a dise­gna­re una cir­co­la­ri­tà degli even­ti. La scrit­tu­ra ricor­da il flus­so di coscien­za, in cui il tem­po per­de valo­re rispet­to all’urgenza dell’espressione dei pen­sie­ri. Ma il riman­do alla real­tà, ango­scio­so e cruen­to, non per­met­te mai al let­to­re di sol­le­va­re i pie­di da terra.

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Incontro con Nawal El Saadawi

| lorellavezza.it | Lorel­la Vezza |

Mol­to inte­res­san­te e coin­vol­gen­te la sera­ta di lune­dì 18 a Tori­no al Cir­co­lo dei Let­to­ri dove ho avu­to il pia­ce­re di cono­sce­re per­so­nal­men­te Nawal El Saa­da­wi. Sera­ta nel­la qua­le ha par­te­ci­pa­to la con­si­glie­ra regio­na­le del Pie­mon­te Maria­cri­sti­na Spi­no­sa, la coor­di­na­tri­ce del pro­get­to Auro­ra Sai­da Ahmed Ali e la socia fon­da­tri­ce di Uni­fem Ita­lia Maria Magna­ni Noya. Nata a Il Cai­ro, rap­pre­sen­ta l’Egitto ed è una del­la tan­te vit­ti­me di un Pae­se dove non è faci­le supe­ra­re pre­giu­di­zi e tabù lega­ti al gene­re fem­mi­ni­le. Dopo gli stu­di uni­ver­si­ta­ri, Nawal affian­ca la car­rie­ra di medi­co, psi­chia­tra, all’ atti­vi­smo poli­ti­co e alla “bat­ta­glia fem­mi­ni­sta”. Le sue bat­ta­glie la pro­cu­re­ran­no la con­dan­na al car­ce­re nel 1981 sot­to il regi­me di Sadat. Nume­ro­se sono le accu­se, anche recen­ti, di apo­sta­sia da par­te di isti­tu­zio­ni isla­mi­che come Al-Azhar, a cau­sa del con­te­nu­to pro­vo­ca­to­rio dei suoi scrit­ti: ses­sua­li­tà, discri­mi­na­zio­ne del­la don­na ara­ba e la sua subor­di­na­zio­ne alla socie­tà patriar­ca­le. Psi­chia­tra e scrit­tri­ce, attual­men­te vive negli Sta­ti Uni­ti dove inse­gna pres­so la Duke Uni­ver­si­ty, North Caro­li­na. Ha scrit­to nume­ro­si libri sul­la con­di­zio­ne del­la don­na nell’Islam, dedi­can­do par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla pra­ti­ca del­le muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li. Nawal El Saa­da­wi è una fem­mi­ni­sta (costret­ta a vive­re fuo­ri dall’Egitto), che mostra la sua com­bat­ti­vi­tà sin da quan­do era bam­bi­na e che usa le paro­le e la memo­ria “per ribel­lar­si ad una socie­tà in cui la nasci­ta di una fem­mi­na equi­va­le ad una sven­tu­ra”. Scrit­tri­ce pro­li­fi­ca – in que­sti gior­ni ha pre­sen­ta­to alla Fie­ra Inter­na­zio­na­le del Libro il suo ulti­mo scrit­to “L’amore ai tem­pi del petro­lio” – ha vin­to nume­ro­si pre­mi, tra cui, nel 2004, il Pre­mio Nord-Sud con­fe­ri­to­le dal Con­si­glio d’Europa per il corag­gio, l’intraprendenza e la fidu­cia nel futu­ro dei dirit­ti uma­ni. Da mol­tis­si­mi anni si bat­te per il rispet­to dei dirit­ti uma­ni e con­tro ogni for­ma di vio­len­za sul­le don­ne. Una don­na ecce­zio­na­le sem­pli­ce e cari­sma­ti­ca nel­lo stes­so tem­po. Gli occhi espri­mo­no la vita­li­tà di una ragaz­zi­na seb­be­ne abbia avu­to espe­rien­ze sicu­ra­men­te trau­ma­ti­che Ascol­tar­la è un pia­ce­re par­la con cal­ma e deter­mi­na­zio­ne le sue idee sono chia­ris­si­me. Spie­ga che in nes­su­na par­te del mon­do le don­ne sono vera­men­te libe­re, cre­do­no di esser­lo, ma anche nei pae­si più indu­stria­liz­za­ti del mon­do subi­sco­no del­le discri­mi­na­zio­ni e sono schia­ve del­la socie­tà. Fa un’analisi appro­fon­di­ta dei vari tipi di muti­la­zio­ni: sia fem­mi­ni­li che maschi­li, ma anche psi­co­lo­gi­che. Que­ste ulti­me mol­to più peri­co­lo­se e dif­fu­se. Ecco per­ché lei è, per esem­pio, com­ple­ta­men­te con­tra­ria al truc­co che vede come un velo post moder­no usa­to dal­le don­ne in manie­ra orgo­glio­sa per sot­to­li­nea­re il loro esse­re, sen­za capi­re però, che l’unica arma che han­no dav­ve­ro è il loro cer­vel­lo. Non rispar­mia nes­su­no con le sue invet­ti­ve, non le reli­gio­ni che secon­do lei non per­met­to­no la nasci­ta di una vera demo­cra­zia, non le don­ne al pote­re ma nem­me­no il suo Pae­se. Con­di­vi­do pie­na­men­te che l’intelligenza è l’arma più impor­tan­te che una don­na pos­sie­de per far­si vale e rispet­ta­re. Una don­na deter­mi­na­ta, intel­li­gen­te dif­fi­cil­men­te può esse­re igno­ra­ta. La cura dell’aspetto e il truc­co fan­no ormai par­te del nostro tem­po, l’importante è non esser­ne schia­ve e pun­ta­re esclu­si­va­men­te su que­sto. Nawal El Saa­da­wi: una don­na for­te, deter­mi­na­ta, pie­na di ener­gia un esem­pio per tut­te noi.

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Nawal al-Sa’dawi, “L’amore ai tempi del petrolio”

Nigri­zia | Mag­gio 2009 |

Un roman­zo dall’atmosfera sur­rea­le, con il petro­lio che le don­ne por­ta­no a bari­li sul­la testa inve­ce dell’acqua, con il petro­lio che esce dai loro seni inve­ce del lat­te per i loro pic­co­li… Una don­na, un’archeologa, è scom­par­sa di casa: nul­la di simi­le si è mai visto in que­sto pae­se inno­mi­na­to dove «Sua Mae­stà» è anal­fa­be­ta e que­sto è per lui «segno di distin­zio­ne»… Un sur­rea­li­smo però ben rea­li­sta nel­la sua poten­tew den­nun­cia del­la con­di­zio­ne del­la don­na, di cui si fa com­pli­ce la don­na stes­se, da par­te di una sto­ri­ca e radi­ca­le fem­mi­ni­sta egi­zia­na (la cui pre­sen­za è pre­vi­sta all’imminente Fie­ra del Libro di Tori­no, con l’Egitto pae­se ospi­te). L’introduzione, non di cir­co­stan­za, è di Lui­sa Mor­gan­ti­ni. il Siren­te, 2009, pp. 140, € 15,00.

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Torino. Domani apre la XXII Edizione della Fiera del libro

Daze­bao | Mer­co­le­dì 13 mag­gio 2009 | Gior­gia Mecca |

TORINO — Doma­ni al Lin­got­to  di  Tori­no si apri­rà la ven­ti­due­si­ma edi­zio­ne del­la Fie­ra Inter­na­zio­na­le del Libro, la più impor­tan­te mani­fe­sta­zio­ne ita­lia­na lega­ta alla cul­tu­ra e all’editoria.  Quest’anno saran­no pre­sen­ti ben 1400 edi­to­ri. “L’Io e gli altri”, ovve­ro la nostra indi­vi­dua­li­tà e il rap­por­to con gli altri, è il tema prin­ci­pa­le di que­sta atte­sa edizione.
Non è un caso che la scel­ta sia rica­du­ta in un argo­men­to così attua­le che si lega par­ti­co­lar­men­te alla cri­si d’identita a cui assi­stia­mo in que­sti anni, la fol­le iper­tro­fia dell’Io che ha can­cel­la­to la pre­sen­za degli altri. Il nostro Io è mala­to, disgre­ga­to e soprat­tut­to inca­pa­ce di rap­por­tar­si con gli altri. Gli altri sono sem­pre piu per­ce­pi­ti come diver­si e quin­di sim­bo­lo del Male.  Abbia­mo per­so il sen­so del­la comu­ni­tà e sia­mo inca­pa­ci di rico­no­scer­ci in un pro­get­to comune. Con que­sto mes­sag­gio la fie­ra del libro vuo­le esse­re un’occasione uni­ca per rico­no­sce­re l’altro e per usci­re dal­la nostra indi­vi­dua­li­tà mala­ta. Un Io mala­to por­ta neces­sa­ria­men­te a una sco­ie­tà malata.

Lucia­no Can­fo­ra, il cele­bre sto­ri­co dell’antichità che ter­rà una lec­tio magi­stra­lis sul cesa­ri­smo, affer­ma pro­prio que­sto: “la socie­tà è diven­ta­ta una som­ma di ato­mi, una mas­sa iner­te in ado­ra­zio­ne di un lea­der cari­sma­ti­co”. La Fie­ra del Libro diven­ta cos’ un’opportunità per usci­re dal guscio, come reci­ta lo slo­gan, e per ricrea­re una socie­tà basa­ta sull’aggregazione solidale.  
La rifles­sio­ne di quest’anno non par­ti­rà dal­la let­te­ra­tu­ra ben­sì dal­le neu­ro­scien­ze. I due impor­tan­ti bio­lo­gi  Edoar­do Boci­nel­li e Gia­co­mo Riz­zo­lat­ti spie­ghe­ràn­no come fun­zio­na il nostro cer­vel­lo, la sede depu­ta­ta dell’identità, poi si par­le­rà di psi­coa­na­li­si e del­la gran­di scuo­le del ven­te­si­mo seco­lo, da Freud Jung a Lacan.
Accan­to all’Io e alla sua cri­si la Fie­ra del libro trat­te­rà anche argo­men­ti di attua­li­tà attra­ver­so i nume­ro­si dibat­ti­ti che sono pre­vi­sti in que­sti gior­ni: Emma Boni­no e il figlio del­la gior­na­li­sta rus­sa Anna Poli­t­ko­v­ska­ja par­le­ran­no di dirit­ti uma­ni, Fau­sto Ber­ti­not­ti e Anto­nio di Pie­tro discu­te­ran­no sul­la cri­si del­la sini­stra ita­lia­na, Mario Dea­glio inve­ce par­le­rà del­la cri­si mon­dia­le e del­le pos­si­bi­li vie d’uscita.

Nono­stan­te la cri­si e i tagli alla cul­tu­ra la Fie­ra non ha rinun­cia­to a fare le cose in gran­de per dar lustro a que­sto appun­ta­men­to. L’elenco degli ospi­ti è lun­ghis­si­mo, saran­no pre­sen­ti i nomi piu noti del­la let­te­ra­tu­ra nazio­na­le e inter­na­zio­na­le, David Gross­man, Bjorn Lars­son, Umber­to Eco, Gior­gio Falet­ti, che pro­prio alla Fie­ra pre­sen­te­rà il suo  nuo­vo libro “Io sono Dio”, Mag­di Allam, Gian­ri­co Caro­fi­glio e mol­ti altri. Ma i piu atte­si sono il pre­mio Nobel tur­co Orhan Pamuk, che ritor­na alla Fie­ra del Libro dopo un’assenza duran­ta ben otto anni e Rita Levi Mon­tal­ci­ni. Il pae­se ospi­te di que­sta edi­zio­ne è L’Egitto, uno sta­to lega­to da uno straor­di­na­rio lega­me con il capo­luo­go piemontese.
In que­sti gior­ni, infat­ti, sono pre­sen­ti due mostre sull’Antico Egit­to, oltre alle espo­si­zio­ni per­ma­nen­ti al Museo Egi­zio e Tori­no ospi­te­rà 20 scrit­to­ri egi­zia­ni tra cui Nawal Al Saa­da­wi che ha scrit­to quest’anno “L’amore ai tem­pi del Petro­lio”.
In que­sto perio­do in cui l’attenzione è rivol­ta alla cri­si di un mon­do dove la sfre­na­ta glo­ba­liz­za­zio­ne rischia l’implosione su se stes­sa, la Fie­ra del Libro pre­fe­ri­sce foca­liz­za­re “in pri­mis” l’attenzione sul­le sin­go­le indi­vi­dua­li­tà che si cela­no den­tro ogni esse­re uma­no. Un pun­to di  par­ten­za fon­da­men­ta­le per ini­zia­re a com­pren­de­re qua­le futu­ro ci aspet­ta, ma soprat­tut­to qua­li stra­de inten­dia­mo per­cor­re­re, evi­tan­do le soli­tu­di­ni sociali.

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Dissidente per principio

il mani­fe­sto | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Giu­lia­no Bat­ti­ston |

LA LETTERATURA COME ISTINTO E DISOBBEDIENZA Chi scri­ve ha una dop­pia respon­sa­bi­li­tà, ver­so di sé e ver­so gli altri. L’analisi cri­ti­ca e la libe­ra­zio­ne del­la pro­pria crea­ti­vi­tà, per l’autrice egi­zia­na Nawal Al Saa­da­wi ospi­te del­la ven­ti­due­si­ma Fie­ra del libro di Tori­no, sono il pri­mo pas­so ver­so il rico­no­sci­men­to dell’altro.

Pri­ma anco­ra che nel 1944, a soli tre­di­ci anni, scri­ves­se il suo roman­zo d’esordio, Memo­rie di una bam­bi­na di nome Soad, pub­bli­ca­to mol­ti anni dopo, l’egiziana Nawal Al Saa­da­wi era soli­ta indi­riz­za­re del­le let­te­re a Dio, chie­den­do­gli che con­ce­des­se a suo fra­tel­lo il dop­pio dei dirit­ti, rispet­to a lei, «sol­tan­to per­ché lui era maschio». Fu in que­gli anni — rac­con­ta oggi — che la futu­ra autri­ce di Fir­daus (Giun­ti, nuo­va edi­zio­ne 2007) diven­ne fem­mi­ni­sta, e che il suo fem­mi­ni­smo si com­bi­nò con la rilut­tan­za ad accet­ta­re i pre­cet­ti di un Dio che «mi ave­va crea­to esse­re uma­no sol­tan­to a metà», come spie­ga in uno dei suoi testi auto­bio­gra­fi­ci, Una figlia di Isi­de (Nutri­men­ti, 2002).
Pro­prio com­bi­nan­do il fem­mi­ni­smo, inte­so come «rifiu­to di ogni for­ma di ingiu­sti­zia, in cie­lo e in ter­ra, nel­la fami­glia o nel­lo Sta­to», e una disob­be­dien­za pre­co­ce­men­te matu­ra­ta («ero mol­to disob­be­dien­te, lo sono sta­ta fin da quan­do ero una bam­bi­na», rac­con­ta in Dis­si­den­za e scrit­tu­ra, Spi­ra­li, 2008), è nato il per­cor­so di una del­le intel­let­tua­li del mon­do ara­bo più influen­ti e ascol­ta­te. Ma anche una del­le più temu­te da quan­ti — gover­ni e auto­ri­tà reli­gio­se di ogni cre­do — mal sop­por­ta­no il corag­gio di una don­na, medi­co, psi­chia­tra, scrit­tri­ce e atti­vi­sta, che alle denun­ce con­tro le muti­la­zio­ni geni­ta­li con­ti­nua ad affian­ca­re la cri­ti­ca alla «cli­to­ri­dec­to­mia pisco­lo­gi­ca impo­sta dal siste­ma patriar­ca­le e clas­si­sta» per­ché, sostie­ne, «ampu­ta­re l’immaginazione non è meno peri­co­lo­so che ampu­ta­re par­ti del corpo».
Un siste­ma che ha sem­pre cer­ca­to di osta­co­lar­la, cen­su­ran­do i suoi libri, chiu­den­do le rivi­ste da lei fon­da­te, incar­ce­ran­do­la, inclu­den­do il suo nome nel­le liste di mor­te dei fon­da­men­ta­li­sti, por­tan­do­la in tri­bu­na­le con l’accusa di apo­sta­sia. Fino­ra i ten­ta­ti­vi del­le auto­ri­tà poli­ti­co-reli­gio­se, cie­ca­men­te obbe­dien­ti alla leg­ge divi­na o ter­re­stre, non han­no però fat­to altro che accre­sce­re l’autorevolezza di que­sta don­na tena­ce, obbe­dien­te sol­tan­to all’istinto del­la bam­bi­na che era un tem­po, quan­do comin­ciò a disobbedire.
Abbia­mo incon­tra­to Nawal Al Saa­da­wi alla Fie­ra del libro di Tori­no, dove oggi alle 15 ter­rà una lezio­ne su Crea­ti­vi­tà e dis­si­den­za, affian­ca­ta da Isa­bel­la Came­ra d’Afflitto.
Nel suo ulti­mo roman­zo tra­dot­to in ita­lia­no, L’amore ai tem­pi del petro­lio (il Siren­te, 2009), il Re sta­bi­li­sce che «ogni don­na sor­pre­sa in pos­ses­so di car­ta e pen­na ver­rà pro­ces­sa­ta». Lei usa car­ta e pen­na da quan­do era bam­bi­na, e sin da allo­ra vie­ne “pro­ces­sa­ta”. Qual è sta­ta la sua “col­pa” prin­ci­pa­le? Disob­be­di­re a quan­ti riven­di­ca­no il pos­ses­so di una veri­tà esclu­si­va e inalterabile?
Non mi è mai pia­ciu­to il ver­bo obbe­di­re, e ciò che esso signi­fi­ca. L’obbedienza infat­ti riman­da imme­dia­ta­men­te ai pre­cet­ti poli­ti­ci o reli­gio­si: si deve obbe­di­re alle auto­ri­tà, a chi detie­ne il pote­re, al siste­ma poli­ti­co nel suo com­ples­so, a Dio. Inol­tre, l’obbedienza con­trad­di­ce ine­vi­ta­bil­men­te la crea­ti­vi­tà, per­ché esse­re crea­ti­vi signi­fi­ca innan­zi­tut­to disob­be­di­re ed eser­ci­ta­re le armi del­la cri­ti­ca. Come lei saprà, dal 1993 ten­go negli Sta­ti Uni­ti e non solo dei cor­si uni­ver­si­ta­ri dedi­ca­ti a “Dis­si­den­za e crea­ti­vi­tà”, nei qua­li cer­co di sol­le­ci­ta­re i miei stu­den­ti a svi­lup­pa­re una men­ta­li­tà cri­ti­ca, un atteg­gia­men­to sospet­to­so ver­so ogni auto­ri­tà, che sia Dio, il capo di Sta­to o chiun­que altro pre­su­ma di pos­se­de­re una veri­tà inal­te­ra­bi­le. L’analisi cri­ti­ca è il pri­mo pas­so ver­so la dis­si­den­za e la crea­ti­vi­tà, che sono due fac­ce del­la stes­sa medaglia.
Lei sostie­ne che la crea­ti­vi­tà sia lega­ta alla «capa­ci­tà di disfa­re ciò che l’educazione for­ma­le e infor­ma­le ci ha fat­to a par­ti­re dal­la fan­ciul­lez­za». Vuol dire che non ci può esse­re vera crea­ti­vi­tà — e dis­si­den­za — se non si supe­ra quel­la che defi­ni­sce come «fram­men­ta­zio­ne del­la conoscenza»?
Le por­to il mio esem­pio: ho stu­dia­to medi­ci­na, ma una medi­ci­na imper­mea­bi­le al resto del­le disci­pli­ne, sepa­ra­ta dal­la filo­so­fia, dal­la reli­gio­ne, dal­la poli­ti­ca, dall’economia. Così, sono diven­ta­ta un medi­co igno­ran­te di ciò che mi acca­de­va intor­no, pro­prio per­ché edu­ca­ta secon­do i cri­te­ri del­la fram­men­ta­zio­ne del­la cono­scen­za. La crea­ti­vi­tà, inve­ce, è lo sfor­zo vol­to a disfa­re que­sta fram­men­ta­zio­ne e a ricon­net­te­re tut­ti gli ambi­ti sepa­ra­ti. Che ci sia biso­gno di far­lo lo dimo­stra­no i fat­ti: mol­te del­le malat­tie deri­va­no dal­la pover­tà, e la pover­tà è una que­stio­ne essen­zial­men­te poli­ti­ca, per­ché nasce dal­le scel­te poli­ti­che che ren­do­no alcu­ni pove­ri e altri ric­chi. Per poter esse­re dei buo­ni dot­to­ri, per­ciò, occor­re “met­te­re insie­me” le disci­pli­ne in gene­re distin­te; e per poter esse­re degli scrit­to­ri crea­ti­vi occor­re supe­ra­re la fal­sa distin­zio­ne tra fic­tion e non fic­tion, tra nar­ra­ti­va e sag­gi­sti­ca o autobiografia.
La cor­ni­ce tema­ti­ca del­la Fie­ra del Libro di quest’anno è il rap­por­to “Io, gli altri”. In un sag­gio del 2001, lei scri­ve che la crea­ti­vi­tà «è la capa­ci­tà di esse­re se stes­si a dispet­to di ogni pres­sio­ne», ma anche «di riu­sci­re a guar­da­re se stes­si in rela­zio­ne agli altri». Inten­de dire che non si può otte­ne­re liber­tà per­so­na­le e fidu­cia in se stes­si sen­za respon­sa­bi­li­tà ver­so gli altri, sen­za una rela­zio­ne sé/altri che non sia com­pro­mes­sa dal­la ten­ta­zio­ne di domi­na­re l’altro?
Infat­ti, è pro­prio così. Sono sem­pre sta­ta con­vin­ta che liber­tà e respon­sa­bi­li­tà sia­no lega­te in modo indis­so­lu­bi­le, che l’una non si pos­sa dare sen­za l’altra. Io, per esem­pio, scri­vo per me stes­sa, per il pia­ce­re che ne rica­vo, per il biso­gno di affer­ma­re la mia liber­tà e per dare for­ma alla mia crea­ti­vi­tà, ma ten­go sem­pre in men­te la respon­sa­bi­li­tà del­la pub­bli­ca­zio­ne, ten­go in con­tro gli altri, i miei even­tua­li inter­lo­cu­to­ri, colo­ro ai qua­li desti­no ideal­men­te il mio lavo­ro. Non si trat­ta di una scrit­tu­ra chiu­sa in se stes­sa, ma di una scrit­tu­ra che si apre, costi­tu­ti­va­men­te, agli altri. La crea­ti­vi­tà abo­li­sce la divi­sio­ne tra sé e gli altri, e insie­me tut­te le dico­to­mie che abbia­mo ere­di­ta­to dal perio­do schia­vi­sti­co e che il siste­ma patriar­ca­le clas­si­sta ripro­du­ce: divino/umano, diavolo/dio, paradiso/terra, corpo/spirito, uomo/donna, conscio/inconscio, etc. Gra­zie alla scrit­tu­ra, que­ste dico­to­mie ven­go­no ricom­po­ste nell’individuo, che a sua vol­ta vie­ne ricol­lo­ca­to all’interno del­la socie­tà, nel­la rela­zio­ne con gli altri. Da qui nasce la dop­pia respon­sa­bi­li­tà di chi scri­ve: ver­so sé e ver­so gli altri.
«Sono diven­ta­ta una fem­mi­ni­sta quand’ero bam­bi­na, all’età di set­te anni», ha rac­con­ta­to una vol­ta. Ci spie­ga cosa inten­de quan­do sostie­ne che oggi le don­ne deb­ba­no affron­ta­re «un dop­pio assal­to», quel­lo del «con­su­mi­smo del libe­ro mer­ca­to» da una par­te e quel­lo del «fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e poli­ti­co» dall’altra?
Dicen­do che sono diven­ta­ta fem­mi­ni­sta a otto anni inten­do dire che ogni bam­bi­no è natu­ral­men­te crea­ti­vo, ed è con­sa­pe­vo­le del­le ingiu­sti­zie che pati­sce. Quan­do sono oppres­si o limi­ta­ti, i bam­bi­ni si rivol­ta­no, disob­be­di­sco­no, oppu­re, sem­pli­ce­men­te, han­no pau­ra. Ecco, per me fem­mi­ni­smo signi­fi­ca rifiu­ta­re di ave­re pau­ra, rifiu­ta­re ogni for­ma di ingiu­sti­zia, poli­ti­ca, reli­gio­sa, di clas­se, di gene­re. Per quan­to riguar­da il “dop­pio assal­to”, basta pen­sa­re alle don­ne ira­che­ne, a quel­le afgha­ne, alle pale­sti­ne­si, che oggi com­bat­to­no due bat­ta­glie: con­tro l’occupazione ame­ri­ca­na (o israe­lia­na), lega­ta al con­su­mi­smo degli Sta­ti Uni­ti e allo sfrut­ta­men­to del petro­lio, e quel­la con­tro il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so, inco­rag­gia­to pro­prio dagli ame­ri­ca­ni. Il siste­ma capi­ta­li­sta patriar­ca­le, clas­si­sta e raz­zi­sta, non solo si basa sull’ingiustizia, ripro­du­cen­do­la, ma ha biso­gno di Dio e del­la reli­gio­ne per legit­ti­mar­la. Suc­ce­de in Iraq, ma suc­ce­de in Egit­to, un pae­se eco­no­mi­ca­men­te colo­niz­za­to, in Afgha­ni­stan e in Pale­sti­na. Per que­sto, con­te­sto chi par­la di post-colo­nia­li­smo: vivia­mo inve­ce in un perio­do di neocolonialismo.
In un sag­gio del 2002 su Esi­lio e resi­sten­za scri­ve: «Da quan­do sono nata ho sen­ti­to di esse­re in esi­lio». Per poi aggiun­ge­re: «la scrit­tu­ra mi ha aiu­ta­ta a com­bat­te­re l’esilio e la sen­sa­zio­ne di esse­re “alie­na”». Cre­de che la scrit­tu­ra sia uno stru­men­to con cui pos­sia­mo abi­ta­re la nostra “casa esi­sten­zia­le”, anche se sia­mo lon­ta­ni da quel­la “mate­ria­le”?
Chi scri­ve ha una dop­pia respon­sa­bi­li­tà, ver­so di sé e ver­so gli altri. L’analisi cri­ti­ca e la libe­ra­zio­ne del­la pro­pria crea­ti­vi­tà, per l’autrice egi­zia­na Nawal Al Saa­da­wi ospi­te del­la ven­ti­due­si­ma Fie­ra del libro di Tori­no, sono il pri­mo pas­so ver­so il rico­no­sci­men­to dell’altro.
Cos’è la casa? Dov’è che ci sen­tia­mo pro­pria­men­te a casa? Non cer­to in una par­ti­co­la­re por­zio­ne di ter­ra, non, neces­sa­ria­men­te, nel luo­go in cui sia­mo nati. Sia­mo a casa quan­do sia­mo nel posto in cui tro­via­mo giu­sti­zia, uma­ni­tà, liber­tà e amo­re, e dove tro­via­mo per­so­ne che sen­to­no il biso­gno di que­ste cose e che si bat­to­no per ottenerle.
Se sia­mo sul “suo­lo patrio”, ma sia­mo minac­cia­ti, oppres­si, impri­gio­na­ti per­ché ci espri­mia­mo libe­ra­men­te, sia­mo for­se a casa? Men­tre se sia­mo lon­ta­ni dal luo­go dove sia­mo nati, ma ci sen­tia­mo in sin­to­nia con le per­so­ne intor­no a noi, come mi capi­ta con i miei stu­den­ti ame­ri­ca­ni, allo­ra pos­sia­mo dir­ci a casa. La crea­ti­vi­tà ha il pote­re straor­di­na­rio di sospen­de­re l’esilio, per­fi­no di abo­lir­lo. Ricor­do che quan­do ero in pri­gio­ne e riu­sci­vo a scri­ve­re, sen­ti­vo di esse­re altro­ve. Gra­zie alla scrit­tu­ra ero libe­ra. Nono­stan­te fos­si tra quat­tro mura.

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Fiera del libro 2009. Gli appuntamenti da non perdere a Torino

| Marie Clai­re | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Clau­dia Spadoni |

Un pae­se ospi­te (l’Egitto), un tema (Io, gli altri), cin­que gior­ni (14–18 mag­gio), più di mil­le case edi­tri­ci e tan­ti ospi­ti inter­na­zio­na­li: l’edizione nume­ro ven­ti­due del­la Fie­ra del Libro di Tori­no ha un car­tel­lo­ne ric­chis­si­mo. Leg­gi che ti pas­sa (la cri­si)? Chis­sà. Noi, intan­to, vi dia­mo qual­che consiglio.
Le sue lot­te per l’emancipazione fem­mi­ni­le l’hanno costret­ta in car­ce­re e in esi­lio (negli Sta­ti Uni­ti, dove fa la docen­te uni­ver­si­ta­ria). In patria Nawal Al Saa­da­wi è sta­ta spes­so cen­su­ra­ta, in Ita­lia Giun­ti ha pub­bli­ca­to il suo famo­so Woman at point zero (tra­dot­to come Fir­daus), men­tre nei tito­li de il Siren­te tro­va­te il roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio: sto­rie duris­si­me con pro­ta­go­ni­ste che cer­ca­no la liber­tà. A Tori­no la scrit­tri­ce par­le­rà di crea­ti­vi­tà e dis­si­den­za. Dipen­den­ze necessarie?
Saba­to 16 mag­gio, Sala Blu, ore 15:00

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Le donne in un Paese fondamentalista

| Il Tem­po | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Anto­nel­la Melilli |

Ini­zia con un piglio velo­ce, non pri­vo di vena­tu­re d’ironia che tra­spa­io­no dal­le con­get­tu­re cer­vel­lo­ti­che di uno psi­co­lo­go a pro­po­si­to del­la fuga di un’archeologa, deci­sa a sfi­da­re la puni­zio­ne del­la mor­te abban­do­nan­do casa e mari­to per anda­re alla ricer­ca del­le anti­che idee. 
«L’amore ai tem­pi del petro­lio», ulti­ma ope­ra del­la scrit­tri­ce e dis­si­den­te egi­zia­na Naval al’Sadawi, (Edi­tri­ce il Siren­te, pag.140) nel­la tra­du­zio­ne dall’arabo di Mari­ka Mac­co. Una scrit­tri­ce già insi­gni­ta di nume­ro­si pre­mi e nota per la deter­mi­na­zio­ne di un impe­gno poli­ti­co e uma­ni­ta­rio che l’ha vista nel 2004 can­di­dar­si alle pri­me libe­re ele­zio­ni del suo pae­se e che l’ha por­ta­ta dal 2007 alla Pre­si­den­za del Par­la­men­to Euro­peo. Un impe­gno che si coglie con for­za anche nel­le pagi­ne di que­sto bre­ve roman­zo, espres­sio­ne inci­si­va e poten­te dell’arretratezza di un Pae­se impre­ci­sa­to, impa­nia­to però nel­le tra­di­zio­ni di un fon­da­men­ta­li­smo ance­stra­le. Dove la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le, rego­la­ta da con­vin­zio­ni arcai­che e fero­ci, sem­bra con­su­stan­ziar­si nel pae­sag­gio stes­so in cui la pro­ta­go­ni­sta appro­da, popo­la­to di don­ne schiac­cia­te sot­to il peso di bari­li pan­ciu­ti di petro­lio e con­dan­na­te a una fati­ca di buoi cie­chi sen­za voce né diritti.

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Al Piccolo Apollo i diritti delle donne

Cor­rie­re del­la Sera | Gio­ve­dì 14 mag­gio 2009 | Car­lot­ta De Leo |

CRIMINI AMBIENTALI — I tre auto­ri-regi­sti, Esme­ral­da Cala­bria, Andra D’Ambrosio e Pep­pe Rug­gie­ro, saran­no pre­sen­ti gio­ve­dì 14 alle 20.30 alla pre­sen­ta­zio­ne di Biu­ti­ful caun­tri, un viag­gio tra le 1.200 disca­ri­che abu­si­ve di rifiu­ti tos­si­ci nasco­ste sot­to la ter­ra di Napo­li e din­tor­ni. Il docu­men­ta­rio (pre­mia­to come miglior docu­men­ta­rio usci­to in sala ai Nastri d’Argento del­lo scor­so anno) rac­con­ta le sto­rie di alle­va­to­ri che vedo­no mori­re le pro­prie peco­re per la dios­si­na e quel­la di un edu­ca­to­re che lot­ta con­tro i cri­mi­ni ambien­ta­li. Sul­lo sfon­do una camor­ra impren­di­tri­ce che usa camion e pale mec­ca­ni­che al posto del­le pisto­le. Dopo la pro­ie­zio­ne, ci sarà spa­zio anche per par­la­re dei pro­ble­mi del Lazio: in pro­gram­ma, infat­ti, l’incontro con Pao­lo Mon­da­ni, gior­na­li­sta auto­re dell’inchiesta sul­la disca­ri­ca di Mala­grot­ta “L’Oro di Roma” anda­ta in onda nel­la tra­smis­sio­ne Report.

NAWAL AL-SADAWI — Vener­dì 15 alle 20.30, il cine­ma di via Con­te Ver­de ospi­te­rà l’incontro con Nawal al-Sa’dawi, scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na, soste­ni­tri­ce dei dirit­ti del­le don­ne. La al-Sa’dawi, intel­let­tua­le lai­ca tra le più influen­ti del mon­do ara­bo, sarà in diret­ta video dal­la fie­ra del libro di Tori­no dove pre­sen­te­rà il suo ulti­mo roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio che rac­con­ta una sto­ria fan­ta­sti­ca ambien­ta­ta in un pae­se auto­ri­ta­rio. Un regno del petro­lio dove un’archeologa rom­pe un tabù, abban­do­nan­do il mari­to e ricom­pa­ren­do al fian­co di un altro uomo. Attra­ver­so i suoi nume­ro­si roman­zi, la scrit­tri­ce ha lan­cia­to aper­te pro­vo­ca­zio­ni alla socie­tà patriar­ca­le ara­ba e per que­sto ha paga­to con restri­zio­ni alla sua liber­tà per­so­na­le. Non a caso, “L’amore ai tem­pi del petro­lio” è sta­to tra­dot­to in 20 lin­gue, ma ha subi­to la cen­su­ra in Egit­to. All’intervista, segui­ran­no rea­ding, musi­ca e il dibat­ti­to con Rena­ta Pepi­cel­li (uni­ver­si­tà di Bologna).

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Quanto è difficile l’amore ai tempi del petrolio

Mina­re­ti | Mar­te­dì 12 mag­gio 2009 | Ima­ne Barmaki |

La scom­par­sa di per­so­ne era un fat­to nor­ma­le” ma non se si trat­ta­va di una don­na. In un regno del petro­lio un’archeologa scom­pa­re. La poli­zia che inda­ga si chie­de se fos­se una ribel­le o una don­na dal­la dub­bia mora­le, in un pae­se in cui nes­su­na don­na può pen­sa­re di abban­do­na­re il mari­to. Nes­su­no pero’ si fa cari­co di pen­sa­re alle sue sof­fe­ren­ze da don­na e al suo esse­re sof­fo­ca­ta dal­la per­so­na che le sta accan­to da anni.
L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal Al Sa’dawi (edi­zio­ni il Siren­te, 2009) è una sto­ria pie­na di intri­gi e miste­ri in cui nel­la men­te del­la pro­ta­go­ni­sta si con­fon­do­no e si fon­do­no figu­re maschi­li diver­se.  Quan­do lei riap­pa­re é con un altro uomo, figu­ra ver­so la qua­le pro­va un sen­so di attra­zio­ne ma allo stes­so momen­to repul­sio­ne, un uomo che la oppri­me usan­do pro­prio il petro­lio, il liqui­do nero del qua­le rima­ne pre­gio­nie­ra e al qua­le non rie­sce a fug­gi­re: «come una trap­po­la che bloc­ca tut­te le dire­zio­ni, bloc­ca l’uscita del­la ter­ra, se non quan­do é smos­sa a cau­sa del ter­re­mo­to, di un vul­ca­no in eru­zio­ne, o di una bom­ba duran­te la guerra.»
É un viag­gio nel­la men­te di una don­na ara­ba in un pae­se auto­ri­ta­rio in cui la pro­ta­go­ni­sta “Par­te alla ricer­ca del suo orgo­glio per­du­to. Ave­va l’orgoglio di un ani­ma­le che si impun­ta con le zam­pe e non vuo­le piú cam­mi­na­re. Lei non era una don­na né per la cuci­na né per il let­to, non cono­sce­va a memo­ria le can­zo­ni che le don­ne can­ta­va­no quan­do stan­no in bagno. Non capi­va nem­me­no la pas­sio­ne che pote­va susci­ta­re nel cuo­re del mari­to l’osservarla men­tre cuci­na­va il cavo­lo ripie­no. Inol­tre, non sbat­te­va le ciglia quan­do il dato­re di lavo­ro, o Sua Mae­stà, la guardavano”.
Un libro den­so di meta­fo­re e con­ti­nue allu­sio­ni alla rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la don­na sot­to­mes­sa, asser­vi­ta, oppres­sa dall’uomo che ha cer­ca­to di nega­re con gli anni il valo­re sto­ri­co del­la don­na. Un libro scioc­can­te in cui la don­na, sen­za dirit­ti né sen­ti­men­ti, può esse­re tran­quil­la­men­te sosti­tui­ta da una mac­chi­na tut­to­fa­re, in gra­do di cuci­na­re, puli­re, scrivere…
Sem­bra rispon­de­re per­fet­ta­men­te al gri­do di Badriyya Al Bishr, la gior­na­li­sta sau­di­ta che ave­va scrit­to su “Asharq Al Awsat” del  9 otto­bre 2005: “…Imma­gi­na di esse­re una don­na e di ave­re biso­gno dell’assenso del tuo guar­dia­no per tut­to. Non solo, come riten­go­no i dot­to­ri del­la leg­ge, per spo­sar­ti, ver­gi­ne ovvia­men­te, ma per tut­te le que­stio­ni che riguar­da­no la tua vita. Non puoi stu­dia­re sen­za il con­sen­so del tuo guar­dia­no, nem­me­no se sei arri­va­ta al dot­to­ra­to. Non puoi ave­re un impie­go, nè man­gia­re un boc­co­ne di pane sen­za il con­sen­so del tuo guardiano…”
La Al Sa’dawi par­la di don­ne in gene­ra­le e in par­ti­co­la­re di don­ne ara­be. “La con­tra­rie­tà alle don­ne è uni­ver­sa­le e non riguar­da solo il mon­do ara­bo. Pen­so al fron­te cri­stia­no, ai cosid­det­ti ‘valo­ri del­la fami­glia’ con dop­pio stan­dard; e poi il radi­ca­men­to dell’idea di ver­gi­ni­tà obbli­ga­to­ria, i cosid­det­ti ‘delit­ti d’onore’, le misti­fi­ca­zio­ni cul­tu­ra­li, le vio­len­ze fisi­che e psi­co­lo­gi­che…”, come ha det­to l’autrice in un’intervista al “Cor­rie­re del­la Sera” nel 2008.
L’amore ai tem­pi del petro­lio” è sta­to pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta al Cai­ro nel 2001, l’opera, insie­me a diver­si altri roman­zi del­la Al Sa‘dawi, è sta­ta cen­su­ra­ta dal­la mas­si­ma isti­tu­zio­ne reli­gio­sa egi­zia­na Al Azhar, che dopo pochi mesi dal­la pub­bli­ca­zio­ne ne ha ordi­na­to il riti­ro da tut­te le libre­rie egi­zia­ne. Ripub­bli­ca­ta poi a Lon­dra nel­lo stes­so anno. Al Sa’dawi é vin­ci­tri­ce di nume­ro­si pre­mi let­te­ra­ri. In Ita­lia ha pub­bli­ca­to “Dio muo­re sul­le rive del Nilo”, “Fir­daus. Sto­ria di una don­na egi­zia­na” e “Una figlia di Iside”.
L’8 dicem­bre 2004 si é  pre­sen­ta­ta come can­di­da­ta alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li in Egitto.

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Alla presentazione di Taxi, musica profumi e parole

| Ara­bi­smo | Gio­ve­dì, 11 dicem­bre 2008 | Ales­san­dra Fabbretti |

La pre­sen­ta­zio­ne di Taxi di Kha­led Al Kha­mis­si ha risve­glia­to musi­ca, suo­ni, imma­gi­ni ed emo­zio­ni tra i muri dell’Associazione Cul­tu­ra­le Apol­lo Undi­ci (via Con­te Ver­de, 51 Roma), orga­niz­za­ta in col­la­bo­ra­zio­ne con l’associazione Un Pon­te Per.. e la casa edi­tri­ce Il Siren­te lo scor­so vener­dì 6 dicembre.

La chi­tar­ra di Mar­co Boni­ni e il con­trab­bas­so di Ric­car­do Gola han­no accom­pa­gna­to al rit­mo di tona­li­tà vibran­ti e pia­ce­vo­li la let­tu­ra di alcu­ni del­le sto­rie più par­ti­co­la­ri di Taxi, una rac­col­ta di 58 rac­con­ti dal sapo­re socio­lo­gi­co, ispi­ra­ti al micro­co­smo dei diver­ten­ti e onni­pre­sen­ti vei­co­li gial­li del Cai­ro, dal pun­to di vista tan­to degli auti­sti che dei passeggeri.

Luci sof­fu­se, pro­fu­mo d’incenso nell’aria, pau­se lun­ghe rese leg­ge­re dal­la musi­ca e la voce squil­lan­te del­la let­tri­ce han­no tra­spor­ta­to il pub­bli­co nei luo­ghi del libro, tra i vol­ti dei suoi abi­tan­ti e i colo­ri e i rumo­ri del­le sovraf­fol­la­te stra­de del­la capi­ta­le egiziana.

Per chi già la cono­sce­va, ha signi­fi­ca­to la rie­vo­ca­zio­ne di luo­ghi fami­lia­ri; per chi non l’ha anco­ra visi­ta­ta, que­sto testo dischiu­de cer­ta­men­te gli aspet­ti più veri e signi­fi­ca­ti­vi di un popo­lo che vive oggi a caval­lo tra il pas­sa­to e la moder­ni­tà, tra voglia di vive­re e dif­fi­col­tà quo­ti­dia­ne, tra otti­mi­smo e pes­si­mi­smo, tan­te dico­to­mie cau­sa­te dai nume­ro­si pro­ble­mi socia­li che gra­va­no su que­sto e tan­ti altri pae­si del Mon­do arabo.

La pover­tà, la mise­ria, il regi­me poli­ti­co, l’Islam intol­le­ran­te, le tra­di­zio­ni ceche che non lascia­no posto alla volon­tà indi­vi­dua­le intrec­cia­no i discor­si e le situa­zio­ni di que­sto testo poli­fo­ni­co, sen­za tut­ta­via appe­san­tir­ne la let­tu­ra o ridur­ne i toni scher­zo­si, iro­ni­ci e a vol­te esi­la­ran­ti che al Kha­mis­si dona attra­ver­so i suoi per­so­nag­gi, e ciò con­fe­ri­sce a que­sta rac­col­ta la capa­ci­tà di inte­res­sa­re e appas­sio­na­re il let­to­re ai temi più attua­li dell’Egitto contemporaneo.

Per le stra­de del Cai­ro si per­ce­pi­sce un sen­ti­men­to di Fine” scan­di­sce Al-Kha­mis­si “Fine per un’epoca, fine per la spe­ran­za, fine per la poli­ti­ca, che da più di vent’anni è occu­pa­ta dal­la pre­si­den­za di Mou­ba­rak. È que­sto sen­ti­men­to seve­ro che ho volu­to rac­con­ta­re nel mio libro. “Anche la nostal­gia è un’altra sen­sa­zio­ne che è pos­si­bi­le sen­ti­re: si pro­va nostal­gia, per esem­pio, per la vita come era negli anni ’70 e ’60, per il patriot­ti­smo, che mol­ti giu­di­ca­no ormai mor­to, per la pos­si­bi­li­tà di esi­ste­re sen­za pro­va­re fame e privazioni.

Duran­te un’intervista, il gior­na­li­sta mi ha chie­sto se la sto­ria “Niqab e tac­chi a spil­lo” fos­se vera o frut­to del­la mia fantasia.1 “ pro­se­gue l’autore “Pur­trop­po epi­so­di come que­sto sono estre­ma­men­te fre­quen­ti. In Egit­to esi­sto­no mol­tis­si­mi quar­tie­ri popo­la­ri, nei qua­li è dif­fi­ci­le per le ragaz­ze non indos­sa­re il velo o il niqab. Nel­la facol­tà dove mi sono lau­rea­to negli anni ’80, ricor­do che le stu­den­tes­se vela­te era­no sola­men­te due. L’anno scor­so, per caso, mi è capi­ta­to di dover­ci anda­re e ho potu­to con­sta­ta­re che solo due ragaz­ze non por­ta­va­no il velo. Allo­ra ho chie­sto loro se pote­vo inter­vi­star­le. Si sono rifiu­ta­te, ma mi han­no comun­que det­to che la dif­fu­sio­ne del velo non ha nul­la a che fare con la reli­gio­ne, ben­sì è un feno­me­no poli­ti­co e socia­le, che però cau­sa loro mol­ti fasti­di. Spes­so, mi han­no con­fi­da­to, gli auti­sti degli auto­bus rifiu­ta­no di far­le sali­re a bor­do pro­prio per­ché han­no il capo scoperto”.

Taxi rac­chiu­de in sé i mil­le vol­ti di una cit­tà, che per nume­ro di abi­tan­ti rap­pre­sen­ta 1/3 dell’Italia, nel­la qua­le coa­bi­ta­no espe­rien­ze, vite, con­vin­zio­ni e carat­te­ri dif­fe­ren­ti e mol­te­pli­ci in modo qua­si inim­ma­gi­na­bi­le, ecco per­ché il pub­bli­co ita­lia­no ne è rima­sto affa­sci­na­to e il libro ha attra­ver­sa­to da nord a sud il nostro pae­se, in una 10 gior­ni di incon­tri, pre­sen­ta­zio­ni e dibat­ti­ti, che ci augu­ria­mo non si arre­sti né costi­tui­sca un caso iso­la­to ed eccezionale.

È il quar­to rac­con­to del libro. Una ragaz­za, coper­ta dal­la testa a pie­di dal niqab, il tra­di­zio­na­le velo nero che lascia sco­per­ti solo gli occhi, una vol­ta nel Taxi ini­zia a cam­biar­si e a truc­car­si, susci­tan­do lo stu­po­re dell’autista; que­sti non rie­sce a fare fin­ta di nul­la e le chie­de il per­ché di tale biz­zar­ro com­por­ta­men­to. La don­na spie­ghe­rà che, pur essen­do costret­ta a indos­sa­re il niqab sia in casa che all’esterno, lavo­ra in segre­to come came­rie­ra in un ele­gan­te risto­ran­te dove può gua­da­gna­re più di qual­sia­si altro mestie­re che i suoi geni­to­ri approverebbero

Quan­do e per­ché ha deci­so di scri­ve­re que­sto libro, che ha la par­ti­co­la­ri­tà di ave­re come ogget­to, o con­te­sto, il Taxi?

Duran­te la mia vita mi sono sem­pre inte­res­sa­to alle paro­le, ai dia­lo­ghi del Cai­ro, alla genia­li­tà e alla sag­gez­za che gli egi­zia­ni san­no espri­me­re con gran­de sem­pli­ci­tà. Tale sag­gez­za, ana­liz­za­ta da un pun­to di vista poli­ti­co, eco­no­mi­co e socia­le, ha sem­pre desta­to in me pro­fon­do stu­po­re: essa deri­va da un popo­lo mil­le­na­rio, che nel cor­so dei seco­li ha sapu­to svi­lup­pa­re un rap­por­to for­te con le isti­tu­zio­ni. Io sono soli­to pren­de­re mol­to spes­so il Taxi. Un gior­no, un auti­sta mi rac­con­tò una sto­ria, che è fini­ta poi nel mio libro, a pro­po­si­to del Pri­mo Mini­stro egi­zia­no il qua­le ha la nazio­na­li­tà cana­de­se. L’ho tro­va­ta mol­to inte­res­san­te e rap­pre­sen­ta­ti­va di ciò che acca­de nor­mal­men­te per le stra­de, e allo­ra mi sono det­to che avrei dovu­ta scri­ver­la. Scri­ven­do­la, ho capi­to che dove­vo con­ti­nua­re. E così è nato il mio libro.

La con­fu­sio­ne, il rumo­re che regna nel­le stra­de e nel­le vie del Cai­ro può rap­pre­sen­ta­re in qual­che modo il popo­lo egiziano?

No, non lo cre­do affat­to. Il Cai­ro ha assi­sti­to ad una cre­sci­ta demo­gra­fi­ca enor­me duran­te il XX seco­lo All’inizio del 900 ave­va 600,000 abi­tan­ti, ver­so la metà ave­va rag­giun­to i 2,5 milio­ni, men­tre oggi si è arri­va­ti ai cir­ca 18 milio­ni. Si trat­ta dun­que di una cre­sci­ta demo­gra­fi­ca enor­me, che ha del­le con­se­guen­ze cer­ta­men­te pesan­ti sul­la cit­tà, come il traf­fi­co, l’inquinamento e il rumo­re, ma tut­to ciò non rap­pre­sen­ta la popo­la­zio­ne né la per­so­na­li­tà del Cairo.

Lei è mol­to cri­ti­co ver­so la poli­ti­ca, il gover­no e le leg­gi del suo pae­se. Ritie­ne che i cam­bia­men­ti che han­no luo­go in que­sto momen­to nel mon­do, come l’elezione del pre­si­den­te Barak Oba­ma negli Sta­ti Uni­ti, pos­sa­no riflet­ter­si anche sui regi­mi e i siste­mi dei pae­si ara­bi e sull’Egitto in particolare?

Pos­so dire che, aven­do ascol­ta­to mol­te per­so­ne al Cai­ro, come i pas­san­ti, gli auti­sti dei Taxi, o la pove­ra gen­te, la venu­ta di Oba­ma non cam­bie­rà nul­la per l’Egitto. Per gli Sta­ti Uni­ti cer­ta­men­te, per altri pae­se for­se, ma non per l’Egitto, come per la que­stio­ne del con­flit­to ara­bo-israe­lia­no. Per gli egi­zia­ni, quel­li che vivo­no nel­la mise­ria soprat­tut­to, repub­bli­ca­no o demo­cra­ti­co signi­fi­ca in fin dei con­ti solo vede­re due vol­ti diver­si. Non ser­ve cam­bia­re que­sto vol­to, che sia gio­va­ne o anzia­no, bian­co o afroa­me­ri­ca­no. C’è sta­to un cam­bia­men­to, cer­to, ma non è quel gene­re di cam­bia­men­to che ser­ve per miglio­ra­re le cose.

In un rac­con­to, lei descri­ve i Fra­tel­li Musul­ma­ni con mol­ta iro­nia. Quan­to c’è di vero in ciò che lei scri­ve in que­sto mono­lo­go, e di cui lei è con­vin­to anche nel­la realtà?

Per le stra­de del Cai­ro non si cre­de dav­ve­ro a una for­za poli­ti­ca di qual­sia­si tipo: né ai par­ti­ti, né ai Fra­tel­li Musul­ma­ni, né a nient’altro. C’è la sen­sa­zio­ne che in real­tà tut­te que­ste per­so­ne sia­no debo­li, che i movi­men­ti poli­ti­ci sia­no debo­li, che i par­ti­ti e gli avve­ni­men­ti sia­no debo­li. Tut­to ciò vie­ne defi­ni­to “balan­ce de fai­blas­se”, per­ché tut­ti sono pri­vi di for­za e quin­di nes­su­no può con­cre­ta­men­te cam­bia­re le cose. L’ironia nasce da que­sta con­di­zio­ne, e dal fat­to che nes­su­no cre­de che ci sarà un cam­bia­men­to. Anche i Fra­tel­li Musul­ma­ni, sen­za pote­re, non sono in gra­do di fare nul­la, esat­ta­men­te come gli altri, come ad esem­pio i par­ti­ti, sia­no essi di destra, di sini­stra o di centro.

Il suo libro, Taxi, ha riscos­so note­vo­le suc­ces­so nei pae­si Euro­pei. Perché?

Non mi sen­to anco­ra di dire che il mio libro ha avu­to un gran suc­ces­so in Euro­pa, ma lo spe­ro. Se esi­sto­no del­le per­so­ne che si inte­res­sa­no al mio libro, è per­ché esso rap­pre­sen­ta le stra­de del Cai­ro e quin­di ciò che suc­ce­de al gior­no d’oggi nel­la socie­tà egi­zia­na. In tut­ti i casi, la let­te­ra­tu­ra è un mez­zo di comu­ni­ca­zio­ne tra i pae­si e tra le cul­tu­re, come un pon­te, e io mi augu­ro che il mio testo rie­sca ad attra­ver­sa­re que­sto pon­te, posto tra le due rive del Medi­ter­ra­neo, tra l’Egitto e l’Italia, con mol­te altre let­te­ra­tu­re che sia­no por­ta­te in Egit­to o dall’Egitto ver­so l’estero.

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