«I miracoli» di Abbas Khider al Salone del Libro di Torino

I miracoli” di Abbas Khider, in anteprima nazionale al Salone del Libro di Torino dal 12 al 15 maggio.

Una moderna fiaba su rifugiati e immigrazione clandestina da una delle voci più promettenti della scena letteraria tedesca, il Best-seller e pluripremiato Abbas Khider.

I Mira­co­li un libro di Abbas Khi­der. Dise­gna­to sul­la fal­sa­ri­ga dell’esperienza dell’autore in una pri­gio­ne ira­che­na e come rifu­gia­to in Euro­pa, “I Mira­co­li” è uno straor­di­na­rio pon­te tra orien­te e occi­den­te. Sul tre­no diret­to a Mona­co, Rasul Hamid tro­va un volu­mi­no­so mano­scrit­to, leg­gen­do­lo sco­pre che vi è nar­ra­ta la sua storia…Rasul Hamid fug­gi­to dall’Iraq e arri­va­to con mil­le peri­pe­zie in Ger­ma­nia. Don­ne attraen­ti, com­pa­gni rifu­gia­ti, perio­di di lavo­ro ille­ga­le, mira­co­li e mol­ti — feli­ci — inci­den­ti, con­di­sco­no la let­tu­ra. Il roman­zo tra­gi­co­mi­co, a vol­te per­fi­no bur­le­sco, di Khi­der è una moder­na fia­ba sui rifu­gia­ti. Sapo­re orien­ta­le e cru­da real­tà rac­con­ta­ta in modo diret­to e sen­za vit­ti­mi­smi.

Abbas Khi­der è nato a Bag­dad il 3 mar­zo 1973. Arre­sta­to e dete­nu­to, all’età di dician­no­ve anni, sot­to il regi­me di Sad­dam Hus­sein. Nel 1996 è fug­gi­to dall’Iraq e ha vis­su­to in vari pae­si come pro­fu­go clan­de­sti­no. Dal 2000 vive in Ger­ma­nia dove ha stu­dia­to let­te­ra­tu­ra e filo­so­fia. Ha vin­to nume­ro­si pre­mi di poe­sia e let­te­ra­tu­ra, tra gli altri il pre­mio Adel­bert von Cha­mis­so per il gio­va­ne auto- re più pro­met­ten­te nel 2010 e i pre­mi Hil­de Domin e Nel­ly Sachs nel 2013.

Lo tro­ve­re­te, fre­sco di stam­pa, pres­so lo stand J158 — il Siren­te — Padi­glio­ne 2 - Salo­ne del Libro di Tori­no dal 12 al 15 Mag­gio.

Ecco­vi un assag­gio

I mira­co­li

(tra­du­zio­ne dal Tede­sco di Bar­ba­ra Tere­si)

Giu­ro su tut­te le crea­tu­re visi­bi­li e invi­si­bi­li: ho set­te vite. Come un gat­to. Anzi no, ne ho addi­rit­tu­ra il dop­pio. I gat­ti potreb­be­ro diven­ta­re ver­di dall’invidia. Nel­la mia vita i mira­co­li sono sem­pre acca­du­ti all’ultimo minu­to. Io ci cre­do, ai mira­co­li. A que­ste inso­li­te ecce­zio­na­li­tà per le qua­li sem­pli­ce­men­te non c’è altra defi­ni­zio­ne. Uno dei miste­ri del­la vita. Que­sti mira­co­li han­no mol­to in comu­ne con le coin­ci­den­ze, ma non pos­so nep­pu­re defi­nir­li coin­ci­den­ze per­ché que­ste ulti­me non capi­ta­no di fre­quen­te. Un caso è un caso, per bana­le che pos­sa suo­na­re. Si può par­la­re di una, mas­si­mo due gran­di casua­li­tà nel­la vita, ma non cer­to di una gran quan­ti­tà di avve­ni­men­ti for­tui­ti. Ci sono quin­di even­ti che sono mira­co­li, e non coin­ci­den­ze: così mi per­met­to di teo­riz­za­re, pur sen­za segui­re una logi­ca ari­sto­te­li­ca. Non sono una per­so­na super­sti­zio­sa, non cre­do all’ultraterreno né all’occulto. Nel cor­so del­la mia vita ho, per così dire, svi­lup­pa­to il mio per­so­na­le orien­ta­men­to reli­gio­so, adat­to a me sol­tan­to. Asso­lu­ta­men­te indi­vi­dua­le. Ad oggi, per esem­pio, io vene­ro gli pneu­ma­ti­ci. Sì, i coper­to­ni del­le auto! Per me non sono sol­tan­to i pie­di del­le mac­chi­ne, sono ange­li custo­di. Lo so, non deve suo­na­re del tut­to sen­sa­ta come affer­ma­zio­ne, dato che mol­ta gen­te ci ha lascia­to la vita, sot­to gli pneu­ma­ti­ci. Ma uno pneu­ma­ti­co può anche sal­var­ti la vita. Ed è così che ha avu­to ini­zio il pri­mo miracolo. Ero a Bagh­dad, in car­ce­re. Tro­var­si in gale­ra a Bagh­dad non è affat­to un mira­co­lo, e negli anni Novan­ta era per­fet­ta­men­te nor­ma­le. Men­tre ero lì… per con­ti­nua­re la let­tu­ra qui

0

La cattiva abitudine di spogliarsi” di Hassan Blasim

Trat­to dal­la rac­col­ta  di rac­con­ti “Il mat­to di piaz­za del­la Liber­tà” di Has­san Bla­sim, tra­du­zio­ne dall’arabo di Bar­ba­ra Tere­si

La cat­ti­va abi­tu­di­ne di spo­gliar­si”

Come sape­te, anche la pau­ra ha un odo­re… Men­tre mi rac­con­ta­va la sua sto­ria, quell’uomo ema­na­va un odo­re di pesce affu­mi­ca­to. Mi ren­de­vo con­to che era sin­ce­ro, one­sto, ma la sua cal­ma mi sem­bra­va affet­ta­ta. Non capi­ta spes­so la for­tu­na di incon­tra­re una per­so­na con una sto­ria inte­res­san­te e avvin­cen­te come quel­la di quest’uomo ori­gi­na­le. Già, meglio dire “ori­gi­na­le” che “fol­le”. Per­ché l’originalità con­si­ste nel par­la­re agli altri dei pro­pri incu­bi, mal­gra­do la pau­ra e il dolo­re.

Accad­de l’inverno scor­so. Rin­ca­sa­vo dopo il mio soli­to giro in cen­tro, un giro a zon­zo, il cui uni­co sco­po è raci­mo­la­re qual­co­sa. In gene­re rac­cat­ta­vo quel che si può tro­va­re nei bar mal­fa­ma­ti: quat­tro chiac­chie­re, una fica, una bir­ra gra­tis, uno spi­nel­lo, del­le cao­ti­che discus­sio­ni su que­stio­ni poli­ti- che, una ris­sa con un altro ubria­co, oppu­re sem­pli­ce­men­te la pos­si­bi­li­tà di mole­sta­re gli altri, così, per diver­ti­men­to, con la scu­sa di esse­re ubria­co. Lo sai, l’importante è che la gior­na­ta tra­scor­ra e che in essa ci sia un qual­che con­tat­to uma­no, per quan­to pic­co­lo. Il gior­no in cui è appar­so il lupo ho cono­sciu­to una ragaz­za stra­na… un gufo, un uccel­lo del malau­gu­rio. Tu ci cre­di nel­le fac­ce che por­ta­no sfi­ga? A vol­te si in- con­tra­no fac­ce che non sem­bra­no nep­pu­re rea­li, somi­glia­no piut­to­sto alle cose che si vedo­no nei sogni. Tu sei un arti­sta, puoi figu­rar­ti facil­men­te quel che inten­do dire, no? Voi arti­sti col­ti­va­te i sogni… Eh, sì! Io cre­do nei sogni più di quan­to non cre­da in Dio. I sogni ti entra­no den­tro e poi van­no via, per tor­na­re con nuo­vi frut­ti. Dio, inve­ce, è sol­tan­to un deser­to scon­fi­na­to, nient’altro. Rie­sci a imma­gi­na­re che un pit­to­re india­no, a Delhi, in que­sto momen­to sta lavo­ran­do a un qual­che sog­get­to che è lo stes­so di cui si com­po­ne il sogno di un uomo che sta dor­men­do in una cit­tà del Texas? ok, fan­cu­lo tut­to e tut­ti… Ma di cer­to sarai d’accordo con me sul fat­to che tut­te le arti si incon­tra­no in que­sto modo. E for­se anche l’amore e l’infelicità. Se, ad esem­pio, un poe­ta fin­lan­de­se scri­ve una poe­sia sul­la soli­tu­di­ne, que­sta poe­sia sarà il sogno di un’altra per­so­na che dor­me in un altro an- golo del mon­do. Se ci fos­se un moto­re di ricer­ca spe­cia­le per i sogni, come Goo­gle, allo­ra tut­ti i sogna­to­ri potreb­be- ro rin­trac­cia­re i loro sogni nel­le ope­re d’arte. Al sogna­to­re baste­reb­be inse­ri­re una paro­la o una bre­ve sequen­za di paro­le trat­te dal pro­prio sogno per veder com­pa­ri­re miglia­ia di risul­ta­ti nel moto­re di ricer­ca. Per­fe­zio­nan­do la ricer­ca giun­ge­reb­be al suo sogno e così ver­reb­be a sape­re cos’è sta­to in ori­gi­ne: un dipin­to, un pez­zo musi­ca­le o una bat­tu­ta di un’opera tea­tra­le. Inol­tre potreb­be sco­pri­re da qua­le Pae­se pro­vie­ne il suo sogno. Sì… Lo sai… la vita for­se… ok, fan­cu­lo tut­to e tut­ti!

Quel­la ragaz­za ave­va una fac­cia incre­di­bi­le, era come se l’ago di una mac­chi­na per cuci­re l’avesse tra­fit­ta per ore e ore. La sua pel­le era pun­tel­la­ta da doz­zi­ne di pic­co­li fori ton­di. Pri­ma mi ha det­to di esse­re spa­gno­la e poi, dopo cin­que minu­ti, ha affer­ma­to che sua madre è egi­zia­na e suo padre fin­lan­de­se. Cono­sce­va giu­sto quat­tro paro­le in ara­bo, e tut­te ave­va­no a che fare con gli orga­ni ses­sua­li, oppu­re era- no bestem­mie, sem­pre con­te­nen­ti la paro­la mer­da. Quel­la tro­ia! Si è sco­la­ta tre boc­ca­li di bir­ra a mie spe­se e poi si è mes­sa ad aspet­ta­re in un ango­lo buio. Cosa aspet­ta­va secon­do te? Di cer­to un altro caz­zo, dispo­sto a sbor­sa­re di più. Io ave­vo per­so 20 euro alla mac­chi­net­ta del poker. Mi sen­ti­vo esau­sto e affa­ma­to. Allo­ra, facen­do un cen­no alla tipa dal viso malau­gu­ro­so, con gesto tea­tra­le e iro­ni­co, uscii gri­dan­do come se mi stes­si rivol­gen­do a un vasto pub­bli­co: “Viva la vita!”

Sul­la via di casa, non riu­sci­vo a toglier­mi dal­la testa il vol­to di quel­la ragaz­za. Mi sem­bra­va di aver­la già vista, tan­to tem­po fa, in qual­che mer­ca­to popo­la­re, al mio Pae­se. Non so per­ché, ma me la figu­ra­vo sedu­ta a ven­de­re pepe­ro­ni ver- di e ros­si, avvol­ta in un lun­go man­tel­lo nero.

Sono sicu­ro che quel gior­no tre o quat­tro cose insie­me abbia­no con­tri­bui­to a por­tar­mi sfor­tu­na e cac­ciar­mi in quel pastic­cio. Sta’ a sen­ti­re… Non cre­de­rai alle tue orec­chie! Come al soli­to, quan­do sono arri­va­to a casa mi sono spo­glia- to e sono rima­sto com­ple­ta­men­te nudo. Sta­vo andan­do in bagno, quan­do l’ho visto sbu­ca­re fuo­ri dal sog­gior­no e cor­re­re ver­so di me. Con un bal­zo mi sono fion­da­to in bagno e ho chiu­so a chia­ve la por­ta. Ero come uno che aves­se appe­na visto l’angelo del­la mor­te. Era un lupo, giu­ro! Un lupo, an- che se tu dirai che for­se era un cane…

All’inizio, quan­do ho guar­da­to dal buco del­la ser­ra­tu­ra, non c’era. Tre­ma­vo. Per degli inter­mi­na­bi­li minu­ti regnò un silen­zio ter­ri­fi­can­te. Dopo aver guar­da­to diver­se vol­te dal buco del­la ser­ra­tu­ra, fui cer­to che era un lupo. Pri­ma lo sen­tii ansi­ma­re, poi lo vidi: sta­va annu­san­do i miei pan­ta­lo­ni e le mie mutan­de davan­ti alla por­ta di casa. Poi si accoc­co­lò, gli occhi pun­ta­ti tri­ste­men­te sul­la por­ta del bagno.

Un lupo in car­ne e ossa, in cit­tà, in un con­do­mi­nio, e pro­prio nel mio appar­ta­men­to! Sedu­to sul water, comin­ciai a pen­sa­re: “Nes­su­no, a par­te me, ha le chia­vi di casa; io abi­to al quar­to pia­no, e anche ipo­tiz­zan­do che… ok… che sia riu­sci­to a vola­re… e ad arri­va­re in bal­co­ne, ebbe­ne la por­ta­fi­ne­stra del bal­co­ne, in sog­gior­no, sta sem­pre chiu­sa!” Mi scap­pò la pipì sen­za che me ne ren­des­si con­to. Ero come para­liz­za­to, nudo sul­la taz­za del ces­so e con un lupo in casa. Che scher­zo era quel­lo?

Comin­ciai a rim­pro­ve­ra­re me stes­so, a insul­tar­mi anche: “Per­ché ogni vol­ta che entro in casa mi spo­glio come una put­ta­na? Se aves­si avu­to con me il cel­lu­la­re avrei chia­ma­to la poli­zia e tut­to sareb­be fini­to! Sono pro­prio un buo­no a nul­la! Ubria­co­ne, disoc­cu­pa­to, sto tut­to il tem­po in giro per i bar del­la cit­tà cer­can­do di pro­cu­rar­mi di che vive­re, ma da chi, poi? Da altri disgra­zia­ti che non fan­no meno schi­fo di me! Da gen­te cui il mon­do nuo­vo e scin­til­lan­te ha tira­to via il tap­pe­to da sot­to i pie­di! Pren­di per esem­pio una gras­so­na di qua­si quarant’anni in cer­ca di un rap­por­to occa­sio­na­le con un immi­gra­to ormai del tut­to arrug­gi­ni­to. Noi non abbia­mo il culo sodo e appe­ti­to­so, abbia­mo sol­tan­to un buco per la mer­da! Fan­cu­lo tut­to e tut­ti! Per­si­no la ragaz­za che ho incon­tra­to oggi, quel­la col viso but­te­ra­to, non si è accon­ten­ta­ta del mio invi­to. Si è spo­sta­ta in un altro tavo­li­no e si è mes­sa ad aspet­ta­re uno stron­zo miglio­re. Se aves­se accet­ta­to di sco­pa­re con me, sareb­be venu­ta qui nel mio appar­ta­men­to e sareb­be fug­gi­ta a chia­ma­re la poli­zia o i vici­ni. o for­se il lupo l’avrebbe sbra­na­ta. Ma qua­le lupo? Non è pos­si­bi­le, devo esser­mi sba­glia­to, for­se è sol­tan­to un’allucinazione…” Così dice­vo alla mia imma­gi­ne rifles­sa nel­lo spec­chio.

Tor­nai a guar­da­re dal buco del­la ser­ra­tu­ra. Era sem­pre accuc­cia­to al suo posto. ormai man­ca­va­no poche ore all’alba. Pen­sai che il gior­no dopo for­se qual­cu­no si sareb­be pre­oc­cu­pa­to per la mia assen­za. Era senz’altro un’idea ridi­co­la, una con­so­la­zio­ne fit­ti­zia, dato che da anni vivo da solo e non cono­sco nes­su­no, a par­te que­gli spa­ven­ta­pas­se­ri dei bar. Quel­li sono come me: soli, in cer­ca di qual­co­sa in giro per i bar. E se non tro­va­no nien­te, allo­ra se ne tor­na­no nei loro spor­chi let­ti a far­si divo­ra­re dal­la tri­stez­za e dal­la not­te. Gli uni­ci che potreb­be­ro bus­sa­re alla mia por­ta sono i testi­mo­ni di Geo­va. Ma anche quel­li sono spa­ri­ti da un pez­zo. For­se li ho ridot­ti alla dispe­ra­zio­ne a for­za di far­mi con­ti­nua­men­te bef­fe del loro Dio. Mi som­mer­ge­va­no con le loro rivi- ste, anche se per diver­tir­mi basta­va una sola fra­se di quel­le mon­ta­gne di libri e gior­na­li. La cosa diver­ten­te nel­le loro rivi­ste era­no quei ten­ta­ti­vi dispe­ra­ti di col­le­ga­re le sco­per­te scien­ti­fi­che con le sto­rie del­la Bib­bia. Quel­le che veni­va­no a far­mi visi­ta era­no due bel­le ragaz­ze. La mia fan­ta­sia mala­ta mi spin­ge­va ad acco­glier­le con entu­sia­smo. Cre­de­vo che, se aves­si instau­ra­to con loro un vero rap­por­to d’amicizia, ma- gari poi il tut­to sareb­be cul­mi­na­to in un foco­so amples­so. Te lo imma­gi­ni? Due ragaz­ze testi­mo­ni di Geo­va, nude, nel mio let­to… Una mi suc­chia il caz­zo e l’altra offre il suo cli­to­ri­de alla mia lin­gua men­tre reci­ta pas­si del­la Bib­bia…

Par­la­va­mo di mol­te cose. L’argomento che mi ha impres­sio­na­to di più è che i testi­mo­ni di Geo­va rifiu­ta­no, come gli ebrei, le tra­sfu­sio­ni di san­gue. Io scher­za­vo con loro, dice­vo che il san­gue è deli­zio­so, è la bevan­da dei vam­pi­ri. Par­la­vo dell’importanza del san­gue. “Il diret­to­re del cen­tro di bio­e­ti­ca dell’Università del­la Penn­syl­va­nia affer­ma con gran fred­dez­za scien­ti­fi­ca: “Il san­gue sta alla salu­te come il petro­lio sta ai tra­spor­ti”. Pen­sa­te: men­tre ogni anno miliar­di di bari­li di petro­lio ven­go­no estrat­ti dal sot­to­suo­lo per sod­di­sfa­re il fab­bi­so­gno mon­dia­le di car­bu­ran­te, dal cor­po uma­no ven­go­no pre­le­va­te cir­ca novan­ta milio­ni di uni­tà di san­gue nel­la spe­ran­za di aiu­ta­re chi sta male. Que­sta cifra impres­sio­nan­te rap­pre­sen­ta il volu­me di san­gue di cir­ca otto milio­ni di per­so­ne. Cio­no­no­stan­te, pro­prio come il petro­lio, a quan­to pare anche il san­gue scar­seg­gia. La comu­ni­tà me- dica mon­dia­le avver­te di que­sta caren­za.” Que­sto cock­tail di infor­ma­zio­ni scien­ti­fi­che o, per esse­re più pre­ci­si, le mie chiac­chie­re serie, ave­va­no lo sco­po di far capi­re alle due bel­le testi­mo­ni di Geo­va che io ero una per­so­na dav­ve­ro impor- tan­te nel mio Pae­se. Ave­vo det­to di cono­sce­re per­fet­ta­men­te l’ebraico e di aver tra­dot­to alcu­ni fasci­co­li segre­ti per il Mini­ste­ro del­la Dife­sa e per i ser­vi­zi di intel­li­gen­ce del mio Pae­se, aggiun­gen­do qual­che det­ta­glio poli­zie­sco e qual­che avven­tu­ra lega­ta alla mia pro­fes­sio­ne. Con loro bla­te­ra­vo a lun­go e, tra il serio e il face­to, nel cor­so di quel­le con­ver­sa­zio­ni tira­vo in bal­lo tut­to ciò che mi pas­sa­va per la testa. Face­vo anche doman­de, e mi rispon­de­vo da solo, men­tre le ragaz­ze se ne sta­va­no sedu­te, due colom­be del­la pace, sor- riden­do come se fos­se­ro appe­na sce­se dal cie­lo. “Ma cosa acca­dreb­be se un’epidemia leta­le si dif­fon­des­se in tut­to il mon­do, e tut­ti quan­ti aves­se­ro biso­gno di nuo­vo san­gue?” E, pri­ma anco­ra che la più gran­de del­le due aves­se il tem­po di rispon­de­re, io dichia­ra­vo con l’aria di un esper­to che par­li di gene­ti­ca: “Di cer­to scop­pie­reb­be una nuo­va guer­ra mon­dia­le.”

Ma non c’è ragio­ne di teme­re: se si farà una guer­ra per il san­gue, sarà una guer­ra puli­ta; sarà proi­bi­to l’uso di armi con­ven­zio­na­li o di ulti­ma gene­ra­zio­ne, non si potrà nep­pu­re usa­re un col­tel­lo da cuci­na. La guer­ra sarà una sor­ta di tor­neo di foot­ball ame­ri­ca­no e i sol­da­ti indos­se­ran­no abi­ti spor­ti­vi, leg­ge­ri. È ovvio che una guer­ra in cui il san­gue scor­re inu­til­men­te non ser­vi­reb­be a nul­la in un momen­to in cui il mon­do ne ha un estre­mo biso­gno, per­ciò, se un sol­da­to faces­se uso di armi, non ci sareb­be alcu­na pie­tà nei suoi con­fron­ti. Ma che guer­ra sareb­be? Fan­cu­lo tut­to e tut­ti! L’obiettivo degli eser­ci­ti sareb­be quel­lo di cat­tu­ra­re il mag­gior nume- ro pos­si­bi­le di sol­da­ti nemi­ci. I sol­da­ti com­bat­te­reb­be­ro tra loro e ogni fazio­ne cer­che­reb­be di cat­tu­ra­re nemi­ci, per poi tra­spor­tar­li nei fur­go­ni in atte­sa nel­le retro­vie. Sareb­be l’ultima guer­ra e fini­reb­be con il pre­lie­vo del san­gue dell’ul- timo uomo. I fur­go­ni, cari­chi di sol­da­ti pri­gio­nie­ri, chiu­si in gab­bia, par­ti­reb­be­ro alla vol­ta dei labo­ra­to­ri per i pre­lie­vi, dopo­di­ché il san­gue ver­reb­be equa­men­te distri­bui­to tra i cit­ta­di­ni. Ma lascia­mo per­de­re que­sta sto­ria, altri­men­ti le mie chiac­chie­re ti faran­no veni­re il mal di testa. Fan­cu­lo tut­to e tut­ti!

ok… par­la­vo tra me e me, tre­man­do: “Un lupo! oh mio Dio! Un lupo!” Quel­lo non si muo­ve­va dal suo posto, non anda­va nep­pu­re in cuci­na a cer­ca­re qual­co­sa da man­gia­re. Il suo uni­co movi­men­to, men­tre sta­va come pie­tri­fi­ca­to da- van­ti alla por­ta del bagno, con­si­ste­va nell’annusare le mie mutan­de e poi guar­da­re la por­ta con occhi assas­si­ni.

Di cer­to quel­la mia idea di lascia­re la fore­sta per tor­na- re a vive­re in cit­tà era sta­ta un’idea mer­do­sa… Ma era sta­ta col­pa del­le zan­za­re, quei male­det­ti vam­pi­ri! Lo sai che è solo la zan­za­ra fem­mi­na a nutrir­si di san­gue uma­no? Il maschio si nutre sola­men­te di lin­fa vege­ta­le e net­ta­re di fio­ri. Ho tra­scor­so più di cin­que mesi nel­la fore­sta. Duran­te il gior­no pesca­vo nel laghet­to vici­no, e di sera tra­du­ce­vo un libro mol­to inte­res­san­te sul­le ori­gi­ni del­la lin­gua ebrai­ca. Ero mol­to feli­ce del­la mia soli­tu­di­ne e del dono che la fore­sta mi ave­va elar­gi­to: dimen­ti­ca­re il mon­do degli uomi­ni. Beve­vo vino ros­so, ma con mode­ra­zio­ne. Il gua­io però era che tut­ti gli unguen­ti con cui mi spal­ma­vo il viso e il cor­po non riu­sci­va­no a fer­ma­re gli attac­chi del­le zan­za­re. E come pote­vo sen­tir­mi in pace men­tre un nugo­lo di zan­za­re mi aleg­gia- va intor­no alla testa per tut­to il gior­no, come l’aureola di Cri­sto nei qua­dri anti­chi? Di not­te le fem­mi­ne di zan­za­ra pene­tra­va­no sot­to le len­zuo­la come una coraz­za­ta e mi suc­chia­va­no il san­gue con ardo­re e avi­di­tà. Il padro­ne di casa, quan­do gli par­lai del­le zan­za­re, si pre­se gio­co di me, dis­se che le zan­za­re mi ama­va­no mol­to. Alla fine i miei sfor­zi nel com­bat­te­re le zan­za­re furo­no coro­na­ti da vio­len­te coli­che addo­mi­na­li. Il medi­co mi dis­se che si trat­ta­va sem­pli­ce­men­te di disor­di­ni ali­men­ta­ri, e che avrei dovu­to man­gia­re mol­ta ver­du­ra. E aggiun­se che avrei fat­to meglio a tor­nar­me­ne in cit­tà e vive­re in mez­zo alla gen­te, per­ché ovvia­men­te lo sto­ma­co risen­ti­va anche del mio sta­to di iso­la­men­to. Da lui capii anche che par­la­vo di me stes­so in modo stra­no. In bre­ve, vole­va dire che ave­vo biso­gno di uno psi­chia­tra. ok. Io sono qua­si sem­pre un otti­mo ascol­ta­to­re, e so apprez­za­re i con­si­gli. Deci­si di atte­ner­mi sol­tan­to al pri­mo con­si­glio del dot­to­re, e così tor­nai in cit­tà e mi mesco­lai con i rifiu­ti del­la socie­tà, quel­li dei bar mal­fa­ma­ti. Al di fuo­ri di una bot­ti­glia d’alcol il mon­do, per esse­re affron­ta­to, sem­bra aver biso­gno di un tore­ro; den­tro una bot­ti­glia d’alcol, inve­ce, il mon­do è una com­me­dia e ha biso­gno solo di più pagliac­ci… e fan­cu­lo tut­to e tut­ti!

In bagno c’erano solo un asciu­ga­ma­ni e un muc­chio di cal­zi­ni e mutan­de spor­chi. Io ero esau­sto e infred­do­li­to. Con­trol­lai per esser sicu­ro che il mio ospi­te fos­se anco­ra al suo posto, poi feci una doc­cia cal­da e tor­nai a riflet­te­re sul- la fac­cen­da. Se aves­si avu­to dei nemi­ci, sareb­be sta­to logi­co pen­sa­re che uno di loro aves­se por­ta­to il lupo in casa mia. Ma come si può por­ta­re un lupo in casa di qual­cun altro? Il pre­sun­to nemi­co avreb­be avu­to biso­gno dell’aiuto di qual­cu­no che lavo­ra allo zoo, e di una mac­chi­na. For­se era un lupo dome­sti­co, come un cane… o for­se io ero impaz­zi­to e mi sta­vo imma­gi­nan­do tut­to. È mai pos­si­bi­le che una per- sona sana di men­te cre­da a quel­lo che ti sto rac­con­tan­do? No, non dire che tu mi cre­di, ma… lo giu­ro su Geo­va e sui suoi ange­li… era un vero lupo! Chis­sà, for­se il dot­to­re ave­va ragio­ne…

Mi coprii con l’asciugamani e piom­bai in un son­no pro- fon­do, diste­so su cal­zi­ni e mutan­de. Mi sve­gliai in pre­da a una for­te emi­cra­nia che mi cri­vel­la­va la testa, simi­le a un assor­dan­te erpi­ce. Dove­va esse­re mez­zo­gior­no. La cosa assur­da, incre­di­bi­le, è che il lupo era anco­ra lì! Mer­da… Ma non ave­va fame? Per­ché sta­va lì, immo­bi­le come la Sfin­ge? L’idea del­la fame stri­sciò nel­la mia men­te come una ser­pe. Ero in pre­da al pani­co e mi misi a gri­da­re. Sarei rima­sto chiu­so in bagno fino a mori­re di fame? Ma in que­sto caso anche il lupo sareb­be mor­to di fame! Ma no, è risa­pu­to che i lupi sop­por­ta­no la fame meglio degli uomi­ni. Io però in bagno ave­vo l’acqua, men­tre a lui il rubi­net­to del­la cuci­na non sareb­be ser­vi­to a nien­te. Ma allo­ra io sarei mor­to di fame e lui di sete… No, no… in cuci­na, sul tavo­lo, c’era una sco­del­la di zup­pa. Chis­sà se gli sareb­be pia­ciu­ta la zup­pa del­la sera pri- ma. Comun­que sul tavo­lo c’era anche del pane, se lo aves­se volu­to…

Di col­po una tre­men­da iste­ria si impa­dro­nì di me. Mi misi a col­pi­re con for­za la por­ta e a gri­da­re chie­den­do aiu­to. Di tan­to in tan­to spia­vo dal buco del­la ser­ra­tu­ra le rea­zio­ni di quel male­det­to lupo. Dov’erano i vici­ni? Anche da loro era­no entra­ti i lupi? No, no… non pote­vo mori­re lì, in bagno. Pen­sai che sareb­be sta­to meglio far­mi sbra­na­re piut­to­sto che mori­re in quel modo orri­bi­le. E poi per­ché avreb­be dovu­to man­giar­mi? Sem­pre davan­ti allo spec­chio, cer­ca­vo di scac­cia­re le mie pau­re. Maga­ri lo avrei affron­ta­to, lot­tan­do con­tro di lui e riu­scen­do a scap­pa­re. For­se si sareb­be accon­ten­ta­to di ferir­mi. E se anche mi aves­se ampu­ta­to un brac­cio, sareb­be pur sem­pre sta­to meglio che mar­ci­re lì in bagno. Mi bagnai la fac­cia e poi rima­si per più d’un quar­to d’ora a lavar­mi i den­ti e scru­ta­re con atten­zio­ne il mio viso allo spec­chio. Col­pen­do le pare­ti, urla­vo e impre­ca­vo. Poi mi ven­ne un’idea: per­ché non apri­re la por­ta, get­tar via l’asciugamani e vede­re cosa sareb­be suc­ces­so? Ma non ave­vo il corag­gio di fare una cosa simi­le. E se il lupo mi fos­se bal­za­to addos­so, rapi­do, impe­den­do­mi di fug­gi­re? Allo­ra rico­min­ciai a gri­da­re e dar col­pi alle pare­ti, usan­do tut­ti i fla­co­ni di sham­poo fin­ché non si rom­pe­va­no. Sfi­ni­to, tor­nai a seder­mi sul water. Bev­vi dal lavan­di­no cur­van­do le mani a mo’ di taz­za, poi scop­piai in sin­ghioz­zi.

Mi diste­si sul­le fred­de mat­to­nel­le del bagno, rag­go­mi­to­lan­do­mi su me stes­so, come uno che abbia smes­so di cre­de­re e desi­de­ri sol­tan­to spa­ri­re da que­sto mon­do.

A not­te fon­da – la secon­da not­te – deci­si di por­re fine a quel­la pagliac­cia­ta. Che mi man­gias­se, o che io man­gias­si lui! Mi sen­ti­vo addos­so un’energia for­mi­da­bi­le, una sete di ven­det­ta che si agi­ta­va den­tro di me. Avrei fat­to a pez­zi quel lupo inu­ti­le e vigliac­co, e avrei arro­sti­to la sua car­ne e per­si­no la sua testa! Fan­cu­lo tut­to e tut­ti!

Aprii len­ta­men­te la por­ta del bagno. Il lupo si alzò in pie­di e io, cor­ren­do con tut­ta la for­za che mi era rima­sta, gli bal­zai con­tro. L’ultima cosa che ricor­do è l’istante in cui il lupo mi sal­tò addos­so…

C’era un buio fred­do, tetro. Un buio sor­do. Ad aiu­tar- mi in quel­le tene­bre c’era sol­tan­to il ricor­do di quel che era acca­du­to in que­gli ulti­mi istan­ti, seb­be­ne il ter­ro­re di non esi­ste­re più fisi­ca­men­te mi para­liz­zas­se nei miei ten­ta­ti- vi di esse­re pazien­te e aspet­ta­re la mise­ri­cor­dia di Dio in quell’oscurità. Quel che so è che, con­tra­ria­men­te a quan­to mi sta­va acca­den­do, quan­do muo­ri non rima­ne più nes­sun ricor­do, né alcu­na con­sa­pe­vo­lez­za del­la vita vis­su­ta, anche se la mor­te inte­sa come anni­chi­li­men­to tota­le è sol­tan­to una sup­po­si­zio­ne, nul­la di più. Avrei volu­to gri­da­re per chie­de­re aiu­to, ma non sape­vo dove fos­se la boc­ca, né come fare a lan­cia­re un gri­do. Qual era il mec­ca­ni­smo, il movi­men­to che biso­gna­va com­pie­re per riu­sci­re a gri­da­re? Come pote­vo far­mi da capo un’idea di dove fos­se­ro i pie­di o di come tro­va­re i capel­li per poter­li poi toc­ca­re?

Ero vera­men­te mor­to? Il vero dilem­ma in quell’oscurità non riguar­da­va la mia capa­ci­tà di muo­ver­mi o di fare qua­lun­que altra cosa; il gua­io era che gli stru­men­ti era­no spa­ri­ti, per­si in un mare di tene­bre. Uno sa come guar­da­re sen­za però cono­sce­re il meto­do o gli stru­men­ti per far­lo. Ma io sen­ti­vo, allo stes­so tem­po, di esi­ste­re anco­ra, sep­pu­re come un minu­sco­lo pun­to coscien­te, da qual­che par­te nel mon­do. Non so quan­to tem­po sia dura­to. Il pun­to minu­sco­lo comin­ciò ad allar­gar­si e io per­ce­pi­vo che la mia pel­le riac­qui­sta­va il suo calo­re e il mio respi­ro, dap­pri­ma mol­to len­to, si face­va gra­dual­men­te più velo­ce.

A quan­to pare, ave­vo sbat­tu­to la testa con­tro lo spi­go­lo del como­di­no e ave­vo per­so cono­scen­za. Mi era anche usci- to un po’ di san­gue. In casa non c’era nes­sun lupo. Era spa- rito, come eva­po­ra­to. La por­ta di casa era chiu­sa, solo quel­la del bagno era spa­lan­ca­ta. Indos­sai una cami­cia e pre­si il tele­fo­ni­no dal­la tasca dei pan­ta­lo­ni but­ta­ti per ter­ra, nel pun­to in cui c’era sta­to quel lupo che si era poi dis­sol­to nel nul­la. Mi misi a gira­re per casa con cir­co­spe­zio­ne, ma non c’era nes­su­no a par­te me. Mi sedet­ti sul diva­no e acce­si la tele­vi­sio­ne. C’era la repli­ca del­la ceri­mo­nia degli oscar e l’attore Brad Pitt, cin­gen­do la vita di Ange­li­na Jolie, par­la­va del­le sue chan­ce di vin­ce­re l’oscar.

Ho deci­so di tor­na­re nel­la fore­sta: meglio affron­ta­re le zan­za­re piut­to­sto che rischia­re che mi appa­ia, che so, un coc­co­dril­lo… Fan­cu­lo tut­to e tut­ti! Que­sto è l’ultimo bic­chie­re che bevo con te… Sei pro­prio un uomo stra­no, e for­se mi somi­gli un po’: hai un’incredibile capa­ci­tà di ascol­ta­re gli altri… Secon­do me tu… ok, for­se mi fac­cio un altro bic­chie­re con te pri­ma di andar­me­ne. Fan­cu­lo tut­to e tut­ti. Non so nean­che come ti chia­mi! Io sono Sal­màn…

–Has­san Bla­sim, pia­ce­re.

0

Hassan Blasim incontra il pubblico al Festival di Internazionale a Ferrara

Il plu­ri­pre­mia­to auto­re ira­che­no Has­san Bla­sim incon­tra il pub­bli­co al Festi­val di Inter­na­zio­na­le a Fer­ra­ra

Has­san Bla­sim auto­re di “Il mat­to di piaz­za del­la Liber­tà” ed. il Siren­te, col­la­na Altria­ra­bi sarà a Fer­ra­ra per un dop­pio appun­ta­men­to il 3 e 4 Otto­bre.

Saba­to 3 Otto­bre ore 14,30 Tea­tro Nuo­vo

I sogni di Bagh­dad” intro­du­ce e mode­ra Gad Ler­ner

La let­te­ra­tu­ra ira­che­na pro­va a rac­con­ta­re un pae­se che spro­fon­da nel­la guer­ra

Inter­ven­go­no:

Has­san Bla­sim, Inaam Kacha­chi, Ahmed Saa­da­wi.

Dome­ni­ca 4 Otto­bre ore 10,45 Cor­ti­le del Castel­lo

Dia­ri di liber­tà” in diret­ta con Radio3­Mon­do

inter­ven­go­no:

Has­san Bla­sim, Lizan­ne Foster, Asif Mohiud­din, let­tu­ra a cura di Mar­co Sgar­bi

Has­san Bla­sim è nato a Bagh­dad nel 1973. E’ un poe­ta, regi­sta, blog­ger e scrit­to­re. Dal 2004, in segui­to a pro­ble­mi sca­tu­ri­ti dal­la rea­liz­za­zio­ne del film Woun­ded Came­ra, ha dovu­to lascia­re l’Iraq e si è rifu­gia­to in Fin­lan­dia, dove vive tut­to­ra. Nel 2014 ha vin­to l’Independent forei­gn fic­tion pri­ze con il libro The Ira­qi Chri­st (Com­ma Press 2013). Per le nostre edi­zio­ni ha pub­bli­ca­to “Il mat­to di Piaz­za del­la liber­tà” (2012).

Il mat­to di piaz­za del­la Liber­tà” Imma­gi­na­te un uomo rapi­to e costret­to a dichia­ra­re in video di aver com­mes­so atro­ci cri­mi­ni in nome del­la reli­gio­ne. Oppu­re un viag­gio di clan­de­sti­ni diret­ti in Euro­pa che si tra­sfor­ma in una car­ne­fi­ci­na. Imma­gi­na­te un sol­da­to che, rima­sto chiu­so in una stan­za per diver­si gior­ni con la sua ama­ta, per soprav­vi­ve­re si nutre del suo cor­po e del suo san­gue. Cada­ve­ri che par­la­no, lupi man­na­ri, teste moz­za­te, cor­pi dila­nia­ti o scuo­ia­ti, padri che avve­le­na­no le figlie, figli che por­ta­no in vali­gia lo sche­le­tro del­la madre, mor­ti che scri­vo­no roman­zi, sui­ci­di, esplo­sio­ni di auto­bom­be, neo­na­zi­sti che in Euro­pa pic­chia­no a san­gue gli immi­gra­ti. E poi mat­ti, mat­ti dap­per­tut­to, e un con­fi­ne labi­le tra il rea­le e l’irreale. Pro­va­te a imma­gi­na­re tut­to que­sto e altro anco­ra. Imma­gi­ni rac­ca­pric­cian­ti e sce­ne da bri­vi­do, come nel­la miglio­re let­te­ra­tu­ra goti­ca. Ma que­sta non è sem­pli­ce­men­te let­te­ra­tu­ra goti­ca. Que­sto è l’Iraq. O l’Europa dei­ri­fu­gia­ti ira­che­ni. Tal­vol­ta, sem­bra dir­ci Has­san Bla­sim in que­sto suo splen­di­do libro d’esordio, la real­tà supe­ra la fin­zio­ne in orro­re e cru­del­tà.

0

La letteratura è una sfida – intervista allo scrittore iracheno Hassan Blasim

C maga­zi­ne | Lune­dì, 31 mar­zo 2014 | Agne­se Troc­chi |

Agli invi­ti dei pochi ami­ci cri­ti­ci rispon­de­va citan­do lo scrit­to­re unghe­re­se Béla Ham­vas: “In casa impa­ri a cono­sce­re il mon­do, men­tre in viag­gio impa­ri a cono­sce­re te stes­so.” A qua­si cin­quan­ta­set­te anni, Kha­led al-Hamràny non ave­va mai lascia­to la sua cit­ta.” (Has­san Bla­sim, Il Mer­ca­to del­le Sto­rie in Il Mat­to di Piaz­za del­la Liber­tà, il Siren­te ed.)

Se Kha­led al-Hamràny, per­so­nag­gio del rac­con­to Il Mer­ca­to del­le Sto­rie, non si è mai mos­so dal­la piaz­za del mer­ca­to del­la sua cit­tà, lo stes­so non si può dire del suo auto­re, lo scrit­to­re ira­che­no Has­san Bla­sim. Con­ti­nua a leg­ge­re →

0

Il camion per Berlino

| Mini­ma & Mora­lia | Lune­dì, 27 feb­bra­io 2012 |  |

Que­sto è l’incipit di un rac­con­to di Has­san Bla­sim, auto­re ira­che­no con­tem­po­ra­neo, tra­dot­to da Bar­ba­ra Tere­si per il libro «Il mat­to di piaz­za del­la Liber­tà» (edi­zio­ni Il Siren­te). Has­san Bla­sim, nato a Bagh­dad nel 1973, è poe­ta, regi­sta, blog­ger e auto­re di rac­con­ti bre­vi. Nel 2004, in segui­to a pro­ble­mi sca­tu­ri­ti dal­la rea­liz­za­zio­ne del film «Woun­ded Came­ra», ha dovu­to lascia­re l’Iraq e si è rifu­gia­to in Fin­lan­dia, dove vive tut­to­ra.

Trat­to da: Has­san Bla­sim, «Il mat­to di piaz­za del­la Liber­tà», Il Siren­te, Roma 2012 Con­ti­nua a leg­ge­re →

0