Nawrocki nel mondo libero

Quarta di copertina 

di Jamie O’Meara (da locals@large, dicem­bre 2002)

Alla mia sini­stra, l’area del die­tro le quin­te, una pesan­te por­ta di legno che si apre su nien­te di meno che un sal­to a pic­co nel­le rovi­ne sgre­to­la­te di cemen­to del­la metà poste­rio­re dell’edificio. Dall’altro lato del tea­tro in legno c’è una vec­chia fine­stra. Stan­do di fron­te al moni­tor, si può guar­da­re giù nel fan­go­so par­cheg­gio. No, aspet­ta, non è un par­cheg­gio – è una festa di pol­li sel­vag­gi che si bec­ca­no. Ho un bre­ve momen­to di dis­so­cia­zio­ne.
E’ la pri­ma­ve­ra del 1995, e un paio di anni pri­ma ho attra­ver­sa­to l’ex con­fi­ne tra Ger­ma­nia est e Repub­bli­ca Ceca con i miei com­pa­gni di band di Mon­tréal, attra­ver­san­do regio­ni di minie­re di car­bo­ne inqui­na­te come mai visto. La cit­ta­di­na dove stia­mo per suo­na­re ha fama di esse­re uno dei luo­ghi più disgra­zia­ti del­la ter­ra, anche peg­gio del­la bor­sa del cal­zi­no di Jim­my (bat­te­ri­sta, natu­ral­men­te). Dopo aver loca­liz­za­to il loca­le – sia­mo pro­prio l’unica band che cono­sco a esser­si per­sa in una cit­tà con due sole stra­de pol­ve­ro­se – discu­tem­mo se resta­re nel fur­go­ne dove, seb­be­ne l’aria fos­se fini­ta, era respi­ra­bi­le, oppu­re sta­re fuo­ri dove pro­prio non lo era. Nel­la sala in cui dove­va­mo suo­na­re quel­la sera c’era la stan­za prin­ci­pa­le e, un po’ distan­te, un pic­co­lo bar qua­dra­to con cen­ti­na­ia di teste di ani­ma­li siste­ma­te sul­le pare­ti. Sem­bra­va­no topi con le cor­na, con un’espressione di sor­pre­sa e rab­bia irri­gi­di­ta sul­le loro pic­co­le fac­ce pun­tu­te. Come da accor­di ci fu ser­vi­ta la cena bol­len­te che pre­ce­de­va lo spet­ta­co­lo, men­tre guar­da­va­no Bever­ly Hills 90210 dop­pia­to in ceco, su una vec­chia tv nel bar. La vita è fero­ce, ma buo­na…
Leg­ge­re l’ultimo libro di Nor­man Naw­roc­ki, L’anarchico e il dia­vo­lo fan­no caba­ret, mi ha ripor­ta­to a ricor­di che non ave­vo mai pen­sa­to di ave­re, come quel­lo di cui sopra. Il musi­ci­sta di Mon­tréal (Naw­roc­ki, insie­me al co-cospi­ra­to­re Syl­vain Cŏté, è la gui­da di Rhy­thm Acti­vi­sm, che si defi­ni­sce una “orche­stra di noti­zie ribel­li”), auto­re (ha quat­tro libri al suo atti­vo) e atti­vi­sta poli­ti­co è sta­to sul­la stra­da per qua­si diciot­to anni, in tour con grup­pi musi­ca­li, caba­ret e spet­ta­co­li di poe­sia. L’anarchico e il dia­vo­lo fan­no caba­ret dà la cro­na­ca dell’ultima scor­re­ria di Rhy­thm Acti­vi­sm attra­ver­so l’Europa (dove sono sta­ti set­te vol­te), un viag­gio tra nove pae­si che li ha visti por­ta­re a un gran nume­ro di fan il loro amal­ga­ma poli­ti­ciz­za­to di musi­ca tra­di­zio­na­le dell’est Euro­pa e di punk occi­den­ta­le, da anar­chi­ci sta­gio­na­ti a vege­ta­ria­ni di sini­stra, da zin­ga­ri sra­di­ca­ti a curio­si. E ai loro bam­bi­ni. Inter­ca­la­ti ai rac­con­ti di stra­da vi sono lavo­ri di bre­ve nar­ra­ti­va (così come let­te­re cro­no­lo­gi­ca­men­te distan­zia­te da uno “zio per­du­to” che può esse­re inven­ta­to o no, Naw­roc­ki non lo spe­ci­fi­ca) che ger­mo­glia­no da per­so­ne e per­so­nag­gi che ha incon­tra­to nel tour.
Come ci si potreb­be aspet­ta­re da una per­so­na del calo­re di Naw­roc­ki la pro­sa, popo­la­ta da espres­sio­ni radi­ca­li e lin­guag­gio da atti­vi­sti – qual­co­sa che ine­vi­ta­bil­men­te è lega­to all’argomento — è ter­ra ter­ra e sen­za pre­te­se. Quan­do Naw­roc­ki lavo­ra sull’esperienza di pri­ma per­so­na, è un nar­ra­to­re capa­ce e accat­ti­van­te, che costrui­sce imma­gi­ni tri­di­men­sio­na­li degli spa­zi da lui visi­ta­ti. E come Naw­roc­ki sot­to­li­nea, noi Nord-Ame­ri­ca­ni abbia­mo mol­to da impa­ra­re dagli euro­pei sul soste­gno agli arti­sti.
Naw­roc­ki è affi­la­to come un raso­io quan­do pas­sa dal pit­to­re­sco al filo­so­fi­co, come fa nel suo diver­ten­te discor­so sugli “appas­sio­na­ti di musi­ca” (“chi con­su­ma musi­ca… ma rara­men­te dà spa­zio nel­la pro­pria esi­sten­za a qual­co­sa di poli­ti­co”) con­tro i “poli­ti­ci” (han­no poco tem­po per il diver­ti­men­to, per la musi­ca, o qual­sia­si altra arte, anche se que­sta è ‘poli­ti­ca’. Quan­do ne han­no, è per qual­co­sa che ten­de a esse­re con­ven­zio­na­le… Date loro libri poli­ti­ci. Anche all’ora di anda­re a let­to. E non pro­va­te a esse­re diver­ten­ti”). Diver­ten­te, per quan­to pos­si­bil­men­te invo­lon­ta­rio, è il tema ricor­ren­te dei pic­co­li fur­ti, che si trat­ti di cioc­co­la­to – oltre alla vod­ka, il cioc­co­la­to sem­bra esse­re la dro­ga pre­fe­ri­ta di Rhy­thm Acti­vi­sm – a una sta­zio­ne di ben­zi­na tede­sca, o di una cola­zio­ne in un alber­go dell’est Euro­pa. (Alza­te le vostre ban­die­re nere e mar­cia­te, com­pa­gni! Con gli oppres­so­ri capi­ta­li­sti del­le McCor­po­ra­zio­ni scon­fit­ti, sare­mo libe­ri di ruba­re tut­to quel­lo che voglia­mo. Meno godi­bi­le, tut­ta­via, è la con­fu­sio­ne gene­ra­ta dove il pro­ces­so crea­ti­vo di Naw­roc­ki si sovrap­po­ne al dia­rio del tour di Rhy­thm Acti­vi­sm. Per ragio­ni sco­no­sciu­te Naw­roc­ki dà una descri­zio­ne roman­za­ta dei cin­que mem­bri del­la band, cam­bian­do i loro nomi e i loro trat­ti carat­te­ri­sti­ci. Il risul­ta­to è che quan­do all’inizio ce li intro­du­ce, ten­dia­mo a con­si­de­rar­li di meno per­ché sem­bra­no meno rea­li. Le sto­rie di stra­da per­do­no il loro lustro se non si può esse­re sicu­ri che le per­so­ne al cen­tro del­la sto­ria esi­sto­no. Il gran­de ex punk GBB è dav­ve­ro il gui­da­to­re fol­le del fur­go­ne in Unghe­ria? O for­se era Mar­ti­ne, la ragaz­za sexy dai capel­li cor­vi­ni del mer­chan­di­se? O for­se non è mai acca­du­to…
A com­pli­ca­re ulte­rior­men­te le cose, la ruvi­da ipper­real­tà del dia­rio del tour con­tra­sta visi­bil­men­te con le bre­vi vignet­te di fan­ta­sia, che sono spes­so melo­dram­ma­ti­che e inde­bo­li­te da cli­chè, e con le let­te­re di un fal­so zio polac­co che Naw­roc­ki sostie­ne di star cer­can­do in Euro­pa. O alme­no io cre­do che sia uno zio postic­cio: su que­sto ho cam­bia­to idea un paio di vol­te, ma alla fine l’individuo sem­bra trop­po eccen­tri­co per esse­re cre­di­bi­le, pro­prio come i per­so­nag­gi idea­liz­za­ti del­le sto­rie bre­vi. E se fos­se sta­to rea­le, Naw­roc­ki avreb­be sca­te­na­to un casi­no per tro­var­lo, come inve­ce non ha fat­to.
Det­to que­sto, l’autore rag­giun­ge il mas­si­mo nel capi­to­lo “Impa­ran­do a insul­ta­re”, una descri­zio­ne degli spo­sta­men­ti del­la band in Unghe­ria, inclu­so un incon­tro con un gior­na­li­sta musi­ca­le ubria­co e con uno stu­den­te di medi­ci­na raz­zi­sta, nar­ra­ti in modo vivi­do e avvin­cen­te. In que­sto Naw­ro­cy è inat­tac­ca­bi­le e mi fa voler cono­sce­re di più su di lui, sugli altri tour, sui cam­bia­men­ti socia­li e poli­ti­ci di cui lui e i suoi com­pa­gni di band han­no potu­to testi­mo­nia­re da una posi­zio­ne uni­ca a par­ti­re dal­la cadu­ta del Muro.

(tra­du­zio­ne di Enri­co Monier)

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La guerra di Pierre

Quarta di copertina 

di Cri­sti­na Pic­ci­no (da ALIAS N. 6 — il mani­fe­sto, 11/02/2006)

Era il 1971 quan­do l’attore fran­ce­se Clé­men­ti, a Roma a gira­re «Necro­po­li» di Fran­co Bro­ca­ni, ven­ne arre­sta­to per dro­ga. Un bli­tz per disto­glie­re l’attenzione dal caso val­pre­da. «Cosa di meglio che quei ragaz­zi stra­nie­ri coi capel­li lun­ghi, spor­chi, che non lavo­ra­no», scri­ve il poe­ta del­la rivo­lu­zio­ne nel suo dia­rio dal car­ce­re.

Era un mat­ti­no d’estate quan­do i cara­bi­nie­ri arri­va­ro­no nel­la casa dell’amica che ospi­ta­va pier­re Clé­men­ti a Roma: 24 luglio 1971, decen­nio a veni­re di anta­go­ni­smi libe­ra­ti dal 68, una rivo­lu­zio­ne di cui l’attore fran­ce­se era ico­na e pro­ta­go­ni­sta. In Part­ner di Ber­to­luc­ci lo vedia­mo cor­re­re per le stra­de del­la capi­ta­le, era lui che rac­con­ta­va qui già il mag­gio fran­ce­se, irre­quie­to, inef­fa­bi­le, un’insofferenza alle rego­le sin da pic­co­lo che era il suo magne­ti­smo. Bel­lez­za andro­gi­na, poten­za d’attore, sen­si­bi­li­tà psi­che­de­li­ca che poi ne farà il pro­ta­go­ni­sta «natu­ra­le» del magni­fi­co Sweet Movie di Maka­ve­jev, ave­va incan­ta­to oltre a Ber­to­luc­ci (col qua­le gire­rà anche Il con­for­mi­sta, 70) Luis Buñuel (Bel­la di gior­no, 66, La via lat­tea, 69), Marc’O (Les Ido­les, 64), Phi­lip­pe Gar­rel (Le lit vier­ge, 69, La cica­tri­ce inte­rio­re, 70), Glau­ber Rocha (Cabe­zas scor­ta­das, 70), Lilia­na Cava­ni (I can­ni­ba­li, 69), Pier Pao­lo Paso­li­ni (Por­ci­li, 69). Il cine­ma insom­ma che più distil­la­va imma­gi­na­rio e vita, di cui vis­su­to e sen­si­bi­li­tà dell’attore era­no incar­na­zio­ne e alchi­mia per­fet­ta. A Roma Clé­men­ti sta­va giran­do Necro­po­li di Fran­co Bro­ca­ni, anco­ra cine­ma ita­lia­no che lui ado­ra­va. Paso­li­ni, intan­to, «un san Pao­lo a suo modo che pen­sa di ave­re come mis­sio­ne l’affrancamento degli ita­lia­ni dal­le car­cas­se mora­li e dal­le rego­le cat­to­li­che che li han­no castra­ti per seco­li ren­den­do­li ver­go­gno­si del­la pro­pria ses­sua­li­tà». Poi Fel­li­ni, Viscon­ti (era sta­to anche nel Gat­to­par­do), De Sica…

Quel­la mat­ti­na Clé­men­ti dor­mi­va, il figlio, Bal­tha­zar, un bim­bet­to di cin­que anni, apre la por­ta. È un atti­mo. I cara­bi­nie­ri fru­ga­no deter­mi­na­ti — «i vici­ni si sono lamen­ta­ti» diran­no a moti­va­re l’irruzione da Anna Maria, così si chia­ma l’amica di Clé­men­ti, una cosa dove c’era sem­pre un posto per tut­ti, cosa che da sola basta a giu­di­ca­re, a dichia­ra­re col­pe­vo­lez­za. Che cer­ca­no è faci­le imma­gi­nar­lo: dro­ga. E la tro­va­no, natu­ral­men­te, un po’ di hashish, un piz­zi­co di cocai­na, roba da nien­te (e con tut­ta pro­ba­bi­li­tà mes­sa da loro stes­si) che basta però a por­ta­re Clé­men­ti e Anna Maria in gale­ra. Un po’ quel­lo che avver­rà con la pros­si­ma leg­ge Fini. Clé­men­ti reste­rà in pri­gio­ne diciot­to mesi di cui otto atten­den­do il pro­ces­so al qua­le vie­ne pri­ma con­dan­na­to a due anni, e poi, in appel­lo, assol­to. Ma intan­to pas­sa­no altri die­ci mesi, die­ci mesi di abbru­ti­men­to, vio­len­za, nega­zio­ne di tut­to. È in que­sto tem­po tra regi­na Coe­li – la pri­gio­ne del popo­lo come lui la chia­ma – e Rebib­bia, «il car­ce­re model­lo», che Clé­men­ti scri­ve Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, qual­co­sa di più che un dia­rio o un’autobiografia, un vero rac­con­to del car­ce­re ma soprat­tut­to mec­ca­ni­smi che lo strut­tu­ra­no, e di quel­la repres­sio­ne capil­la­re e orga­niz­za­ta mes­sa in atto da cara­bi­nie­ri e fasci­sti con il sup­por­to degli appa­ra­ti media­ti­ci. Sono gli anni dei «casi» costrui­ti con sapien­za, del­le indi­vi­dua­li­tà demo­li­te per col­pi­re il movi­men­to che met­te sem­pre più in cri­si la supre­ma­zia di una logi­ca poli­ti­ca che è solo repres­sio­ne a tut­to cam­po. Val­pre­da accu­sa­to di stra­ge anche se inno­cen­te, ma anar­chi­co, dun­que col­pe­vo­le. Da Brai­ban­ti, pri­mo col­pe­vo­le di dis­sen­so fino al «caso» del qua­li hashish e mari­jua­na, e un incre­di­bi­le cla­mo­re media­ti­co di mala infor­ma­zio­ne e fana­ti­smo anti­co­mu­ni­sta. La dro­ga ci dice Clé­men­ti è il pre­te­sto, il sim­bo­lo e la sin­te­si con cui anni­chi­li­re le figu­re sco­mo­de e non assi­mi­la­bi­li alle nor­me. La sua scrit­tu­ra ci por­ta den­tro a tut­to que­sto, e lo fa par­ti­re da un vis­su­to (in pri­ma per­so­na) che mai è sovrae­spo­sto ma indi­gna­to, strug­gen­te, rab­bio­so con la dol­cez­za gen­ti­le di un poe­ta del­la rivol­ta. Che sa bene il pae­se in cui si tro­va rin­chiu­so, non diver­so dal­la sua Fran­cia e dal resto del mon­do che cer­ca di difen­der­si da chi met­te in discus­sio­ne sfrut­ta­men­to, pri­vi­le­gio, nega­zio­ne del­la con­sa­pe­vo­lez­za. L’Italia che rac­con­ta Clé­men­ti è quel­la del codi­ce fasci­sta Roc­co, del­le rivol­te car­ce­ra­rie fini­te in mas­sa­cro, dell’istruzione nega­ta in car­ce­re come il lavo­ro o una qual­sia­si spe­cia­liz­za­zio­ne così che chi poi esce sia costret­to a rien­trar­ci. «per­ché quel­la mat­ti­na d’estate i poli­ziot­ti sono venu­ti a bus­sa­re pro­prio alla por­ta di Anna Maria?» si chie­de più vol­te nel cor­so del rac­con­to. E rispon­de: «ci vole­va qual­co­sa che disto­glies­se l’attenzione dal­lo scan­da­lo intor­no alla con­dan­na di Val­pre­da, mol­to rischio­so per il siste­ma giu­di­zia­rio e poli­zie­sco (…) Cosa di meglio che dei ragaz­zi stra­nie­ri coi capel­li lun­ghi, spor­chi, che non voglio­no lavo­ra­re e che si dro­ga­no, que­sti hip­pie…».

A Regi­na Coe­li car­ce­re duro, nes­sun dirit­to, let­tu­re e posta con­trol­la­ti, il rischio con­ti­nuo del­la cel­la di iso­la­men­to (in cui fini­sce anche lui). Se si rispon­de si diven­ta subi­to ele­men­ti peri­co­lo­si. Clé­men­ti rifiu­ta il mon­do, smet­te di par­la­re, di leg­ge­re, di man­gia­re, non vuo­le visi­te. «Dopo il silen­zio, e set­ti­ma­ne di vita vege­ta­ti­va, è arri­va­to il momen­to del­la rivol­ta. La sola arma che un pri­gio­nie­ro ha è il suo cor­po» scri­ve. E anco­ra: «ho visto cose ter­ri­bi­li a Regi­na Coe­li. E uomi­ni subli­mi».

Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, ripub­bli­ca­to in Fran­cia dal­le edi­zio­ni folio, l’edizione ori­gi­na­le usci­ta nel 1973 era ormai intro­va­bi­le (in Ita­lia l’ha pub­bli­ca­to il For­mi­chie­re, ormai scom­par­so, ora si sta cer­can­do un nuo­vo edi­to­re) si com­po­ne per istan­ta­nee in cui Pier­re Clé­men­ti dete­nu­to incon­tra Pier­re Clé­men­ti atto­re: bru­cian­ti, la stes­sa incan­de­scen­za distil­la­ta nei suoi film. Che entra­no nel­lo «sma­sche­ra­men­to» del car­ce­re insie­me a altri appun­ti di memo­ria, l’erranza nel­le stra­de di Saint-Ger­main, l’incontro con Jean-Pier­re Kal­fon, i set di Buñuel per Bel­la di gior­no… E le don­ne, «le stel­le filan­ti» come le chia­ma, anche quel­le ita­lia­ne, «del popo­lo», incon­tra­te nei vaga­bon­dag­gi tra­ste­ve­ri­ni, lui per scel­ta lon­ta­no dai salot­ti di piaz­za del Popo­lo e in affi­ni­tà coi tavo­li­ni pro­le­ta­ri di un quar­tie­re allo­ra anco­ra segno vita­le di una metro­po­li non del tut­to spos­ses­sa­ta di sé. Cine­ma e vita insom­ma, cioè imma­gi­na­rio non pia­ni­fi­ca­bi­le, che pro­du­ce inquie­ti­tu­di­ne e per que­sto va can­cel­la­to. Clé­men­ti pri­gio­nie­ro denu­da anche i suoi «inter­lo­cu­to­ri»: i diret­to­ri del car­ce­re per tipo­lo­gie, mel­li­fluo, o «sogna­to­re», o sma­sche­ra­to di gen­ti­lez­za che ti rovi­na. I poli­ziot­ti reclu­ta­ti tra pove­ri e igno­ran­ti, a cui si inse­gna a leg­ge­re e a pic­chia­re, cari­ca­ti a anfe­ta­mi­na pri­ma del­le mani­fe­sta­zio­ni, stes­sa tec­ni­ca usa­ta dai fran­ce­si nel­la guer­ra di Alge­ria. «Il siste­ma ha pau­ra dell’energia di mas­sa. Biso­gna bloc­car­la o cana­liz­zar­la cer­can­do con ogni mez­zo di ricon­ver­ti­re la poten­zia­le ener­gia crea­ti­va in repres­sio­ne». Poi c’è la spe­ran­za, che è lot­ta per cam­biar­la la pri­gio­ne, e che fa di Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels un libro com­bat­ten­te a ogni pas­sag­gio. E di eva­sio­ne ma dal siste­ma ver­so l’utopia, che un gior­no le pri­gio­ni scom­pa­ia­no, che i mini­stri del­la giu­sti­zia sia­no tor­men­ta­ti da inson­nia pen­san­do­ci, e che fini­sca l’ipocrisia. Clé­men­ti non sarà più lo stes­so una vol­ta fuo­ri. «Biso­gna sape­re anda­re mol­to lon­ta­no» ave­va scrit­to. Resi­sten­za estre­mi­sta, qua­si un’altra spe­ri­men­ta­zio­ne.

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Così l’angelo nero di Buñuel a Roma scrisse le sue prigioni

Quarta di copertina 

di Mar­co Cica­la (da Il Vener­dì di Repub­bli­ca, 21/12/2007) 

Oltre che con il regi­sta spa­gno­lo, Pier­re Clé­men­ti ave­va lavo­ra­to con Ber­to­luc­ci e Paso­li­ni. Vive­va in Ita­lia da anti­di­vo. Ma un gior­no, come rac­con­tò in un libro ora ripub­bli­ca­to, finì a Regi­na Coe­li per dro­ga. Uscì un anno e mez­zo dopo. Ma mai dav­ve­ro.
 SPESSO LE ROGNE arri­va­no la mat­ti­na pre­sto. Come gli uffi­ci giu­di­zia­ri. O quel­li del recu­pe­ro cre­di­ti. O gli sbir­ri. Che il 24 luglio del 1971 irrom­pe­va­no nell’abitazione roma­na dell’attore Pier­re Clé­men­ti e, dopo per­qui­si­zio­ne, se lo por­ta­va­no via in manet­te. Insie­me a pochi gram­mi di cocai­na e qual­che bri­cio­la di hashish tro­va­ti, pare, nell’appartamento. È il pri­mo atto di una vicen­da non meta­fo­ri­ca­men­te kaf­kia­na che dure­rà diciot­to mesi. Tan­ti ne pas­sò in gale­ra l’attore-icona del­la con­tro­cul­tu­ra, fac­cia d’angelo ribel­le che con­qui­stò Buñuel, Ber­to­luc­ci, Paso­li­ni.

Due anni dopo la scar­ce­ra­zio­ne e il ritor­no coat­to in Fran­cia, Pier­re Clé­men­ti rac­con­tò quell’esperienza in un pic­co­lo libro, Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, che ades­so vie­ne ripub­bli­ca­to in ita­lia­no col tito­lo Pen­sie­ri dal car­ce­re. Lace­ran­te reso­con­to auto­bio­gra­fi­co-esi­sten­zia­le, rifles­sio­ne sul siste­ma peni­ten­zia­rio, ma anche invo­lon­ta­rio spac­ca­to di un’Italia, quel­la dei pri­mis­si­mi 70, for­mi­co­lan­te di beat­niks e neo­fa­sci­sti, livo­ri pro­le­ta­ri e para­no­ie per­be­ni­ste, vec­chi mala­vi­to­si arti­gia­na­li e nuo­vi fac­cen­die­ri all’avanguardia.

Nel ’71 vie­ne sve­la­to il ten­ta­to gol­pe Bor­ghe­se, s’infiammano i tumul­ti mis­si­ni a Reg­gio Cala­bria, nasce il quo­ti­dia­no il mani­fe­sto, scop­pia lo scan­da­lo degli appal­ti Anas (una paleo tan­gen­to­po­li), Cefis espu­gna i ver­ti­ci del­la Mon­te­di­son, entra in vigo­re l’Iva, Gio­van­ni Leo­ne è elet­to pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca anche gra­zie ai voti del Msi. Anno­ta Clé­men­ti, can­di­da­men­te: «Ave­vo let­to da qual­che par­te che Gio­van­ni Leo­ne, il pre­si­den­te del­la Repub­bli­ca ita­lia­na, era sta­to avvo­ca­to, e mi dice­vo: ecco uno che ha pote­re e cono­sce la real­tà del­le car­ce­ri. Farà qual­co­sa…». E inve­ce, impu­ta­to si alzi: «Ai sen­si del­la leg­ge nume­ro… lei è accu­sa­to di deten­zio­ne e uso di stu­pe­fa­cen­ti, aven­do il rap­por­to di poli­zia sta­bi­li­to…». Due anni di reclu­sio­ne.

Clé­men­ti ama l’Italia «paso­li­nia­na» dei bul­let­ti fra­gi­li e spa­val­di, del­le mam­me arcai­che, dei ter­ro­ni inur­ba­ti, del­le mogli gene­ro­se ma ven­di­ca­ti­ve («San­no bene che qual­che vol­ta l’uomo va con una put­ta­na. Ma poi tor­na. E, se non tor­na, strap­pa­no ciò che difen­de­va­no. Impaz­zi­sco­no. Nel­le car­ce­ri ita­lia­ne ci sono cen­ti­na­ia di Medee». Ama quan­to resta del­la savia e scol­lac­cia­ta ple­be capi­to­li­na, quel­la che per seco­li ha can­ta­to il car­ce­ra­to come un eroe a metà tra Vir­gi­lio e Gioac­chi­no Bel­li («Dal cor­ti­le del­la pri­gio­ne si scor­ge una ter­raz­za del­la cit­tà dove ogni saba­to le mogli, le fidan­za­te e le put­ta­ne dei dete­nu­ti ven­go­no a mostrar­si nude, por­tan­do loro un po’ di con­so­la­zio­ne»). Ama que­ste sco­rie di un’umanità in via di spa­ri­zio­ne. E, da die­tro le sbar­re, gli piac­cio­no anco­ra di più. Regi­na Coe­li è Roma: «Per quan­to spes­se ne sia­no le mura… Essa è attra­ver­sa­ta dal­la vita del­la cit­tà, dai suoi rumo­ri, dai suoi odo­ri e per­si­no dal­le sue visio­ni».

Ma più toc­can­te è for­se la rie­vo­ca­zio­ne dell’universo giu­di­zia­rio di que­gli anni. Imma­gi­na­te­vi una spe­cie di Rim­baud-hip­pie fini­to da Pari­gi den­tro un’aula di tri­bu­na­le roma­no nel ’71: un suk toga­to fat­to di avvo­ca­tic­ci para­cu­li col ghi­gno di Vit­to­rio Gass­man, giu­di­ci col cipi­glio di Gino Cer­vi rima­sti lì dal Ven­ten­nio, cara­bi­nie­ri coi baf­fi di Tibe­rio Mur­gia o Vit­to­rio De Sica.

De Sica che, insie­me a Fel­li­ni, andò a depor­re in dife­sa di Clé­men­ti. Ma nien­te da fare. Per­ché il bel Pier­re è un tipo stra­no, trop­po stra­no per un posto come Roma che, mal­gra­do l’atavica non­cu­ran­za, resta pur sem­pre un pae­so­ne. Dove la gen­te mor­mo­ra. I vici­ni pro­te­sta­no. Nel­la casa in cui abi­ta Clé­men­ti fa festa fino all’alba. Si incro­cia­no ragaz­ze nude sul pia­ne­rot­to­lo. Gri­da d’amore risuo­na­no. Poco impor­ta se l’imputato si pro­cla­mi inno­cen­te, occa­sio­na­le fuma­to­re di hashish ma con­tra­rio alle dro­ghe («Non sono un viag­gio ma una pri­gio­ne»): Clé­men­ti Pier­re, «nato il 28 set­tem­bre 1942 a Pari­gi, XIV arron­dis­se­ment, alle sei del mat­ti­no» da padre igno­to e madre por­tie­ra, ha capel­li lun­ghi e bar­ba, per­so­na­li­tà e con­dot­ta che «dimo­stra­no una pre­di­spo­si­zio­ne fisi­ca e psi­co­lo­gi­ca alla deten­zio­ne e al con­su­mo di stu­pe­fa­cen­ti».

Ha lavo­ra­to con regi­sti di fama, ma in film che all’epoca si chia­ma­va­no d’essai, per­ciò non ha un sol­do. Il che lo ren­de mas­si­ma­men­te sospet­to. In car­ce­re si arro­vel­la, imba­sti­sce teo­rie cospi­ra­zio­ni­ste («L’anarchico Val­pre­da si tro­va­va in gale­ra, da tem­po si era cer­ti del­la sua inno­cen­za e la stam­pa dava gran­de rial­to a que­sto scan­da­lo… L’apparato di Sta­to ita­lia­no ave­va biso­gno di un diver­si­vo»), spe­ra, pro­te­sta, si tor­men­ta («Il regi­me peni­ten­zia­rio è la nega­zio­ne dell’essere uma­no… Signi­fi­ca far tor­na­re l’uomo allo sta­to di feto, per­ché si ricon­ver­ta in mac­chi­na ben­pen­san­te… L’individuo che esce di pri­gio­ne è minu­zio­sa­men­te fab­bri­ca­to per far­vi ritor­no»). Con­si­de­ra­zio­ni che rie­cheg­gia­no il dibat­ti­to di que­gli anni sul car­ce­re, l’istituzione tota­le, Gof­f­man, Focault… E che, le si con­di­vi­da o no, ci ricor­da­no quan­to oggi la rifles­sio­ne sul­la pri­gio­ne sia spa­ven­to­sa­men­te lati­tan­te.

Per Buñuel, Clé­men­ti fu il dia­vo­lo-ange­lo del­la Via lat­tea e lo sprez­zan­te aman­te tut­to cuo­io del­la Deneu­ve in Bel­la di gior­no. Per Ber­to­luc­ci lo sdop­pia­to rivo­lu­zio­na­rio di Part­ner e lo chauf­feur omo­sex del Con­for­mi­sta. Per Paso­li­ni il can­ni­ba­le di Por­ci­le. In Ita­lia ini­ziò col Gat­to­par­do di Viscon­ti, rac­co­man­da­to da Alain Delon. Dis­se no a Fel­li­ni per Saty­ri­con. Lavo­rò con la Cava­ni, Glau­ber Rocha, Janc­sò, Maka­ve­jev, Ivo­ry… Alla fine uscì dal car­ce­re per insuf­fi­cien­za di pro­ve. Ma in fon­do non ne ven­ne più fuo­ri. Nem­me­no con quel libro, quel­lo sfo­go tera­peu­ti­co. È mor­to a Pari­gi nel ’99 per un tumo­re al fega­to.

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