(…) è ciò che di meglio vi possa capitare stasera!

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L’ultima let­te­ra pri­ma di lascia­re Napo­li ovve­ro l’Italia.
L’ultimo degli orsi che non san­no più dove nascon­der­si e che resi­sto­no.

Lun­ga vita agli orsi!
Lun­ga vita alle per­so­ne del­le caver­ne!

Buon 25 apri­le 2008.

Sui monti Tatra, Zakopane, Polonia, 1944

Caro Fra­nek,
l’altra not­te ho ucci­so altri tre nazi­sti a mani nude. Ho taglia­to loro la gola men­tre dor­mi­va­no e ho tra­sci­na­to i loro cor­pi in un bur­ro­ne. Non sono un omi­ci­da, ma loro mi han­no tra­sfor­ma­to in un assas­si­no, per difen­de­re la nostra gen­te, per difen­de­re me stes­so. Se devo, li ucci­de­rò uno dopo l’altro. Come i miei com­pa­gni, io sono la Resi­sten­za. Noi tut­ti sia­mo la Resi­sten­za. È que­sta la veri­tà. Caro fra­tel­lo, stai atten­to ai bugiar­di, agli imbro­glio­ni, ai ladri che pre­ten­do­no di esse­re i tuoi sal­va­to­ri. Sia­mo noi stes­si i nostri sal­va­to­ri. Nes­sun altro. Non c’è nes­sun Dio. C’è una fra­tel­lan­za di uomi­ni e don­ne, e poi ci sono quel­li che, ubria­chi di pote­re, voglio­no eli­mi­na­re tut­to ciò che è uma­no.
Potre­sti pen­sa­re che sono paz­zo. Comun­que sia, capi­rai che è que­sta guer­ra la fol­lia . Mi ha tra­sfor­ma­to in un dispe­ra­to, dispe­ra­to per­ché que­sta guer­ra deve fini­re. Ma fin­ché con­ti­nuia­mo a com­bat­te­re guer­re come que­sta, e non a com­bat­te­re la stes­sa idea di Guer­ra, non avre­mo mai pace su que­sta ter­ra. Io non ho pace.
Vivo in una caver­na su un alto tor­ren­te sopra Zako­pa­ne. L’aria è fred­da. Pos­so vede­re per chi­lo­me­tri oltre i Tatra e le loro cime inne­va­te. Un tem­po qui vive­va­no gli orsi. Nes­su­no sa dove vivo­no ades­so, duran­te que­sta guer­ra. Come gli orsi, sono sta­to gui­da­to sem­pre più in alto e sem­pre più all’interno del­le pro­fon­di­tà del­le mon­ta­gne. La mia caver­na è pro­fon­da più o meno ven­ti metri. Il suo­lo è rico­per­to di ossa di ani­ma­li. Io sono l’animale più recen­te, l’orso più recen­te. E nes­su­no sa che vivo qui. Man­gio bac­che. Met­to trap­po­le per le lepri. Ho ruba­to il cibo ai tede­schi, le loro coper­te e pisto­le. Scri­vo que­sta let­te­ra sul­la loro car­ta con la loro pen­na. Sta­not­te fume­rò il loro tabac­co.
Non cre­de­rai a quel­lo che sto per dir­ti. I tede­schi sta­va­no tra­spor­tan­do gio­iel­li. Da dove li aves­se­ro ruba­ti non lo so, ma ades­so sono miei. E sono splen­di­di. Devo­no esse­re dia­man­ti, gran­dis­si­mi e bril­lan­ti. Mai in vita mia ho visto un simi­le teso­ro. Li nascon­de­rò e poi, quan­do fini­sce que­sta guer­ra, la nostra fami­glia avrà i sol­di per com­pra­re una bel­la casa e una fat­to­ria. Non ho novi­tà per la mam­ma o per i fra­tel­li. Non pre­oc­cu­pa­te­vi per me. Mi pren­do cura di me.
Mor­te ai fasci­sti! Mor­te ai guer­ra­fon­dai! Lun­ga vita agli orsi e alla gen­te del­le caver­ne di tut­to il mon­do! Lun­ga vita alla nostra fami­glia. Caris­si­mo fra­tel­lo. Ti voglio bene e mi man­chi.

Har­ry

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Presentato il volume di Norman Nawrocki

 L’AQUILA. Eccen­tri­co, coin­vol­gen­te, anar­chi­co. È Nor­man Naw­roc­ki, arti­sta cana­de­se, figlio d’immigrati polac­co ucrai­ni, auto­re del libro L’anarchico e il dia­vo­lo fan­no caba­ret che è sta­to pre­sen­ta­to gio­ve­dì a palaz­zo Car­li. Un incon­tro pro­mos­so dal­la casa edi­tri­ce «il Siren­te fuo­ri». Il libro è una sor­ta di dia­rio on the road in giro per l’Europa tra una sug­ge­stio­ne musi­ca­le e un’altra. Una sor­ta di sto­ria anar­chi­ca del rock che segue le trac­ce del viag­gio di Nor­man per il vec­chio con­ti­nen­te alla ricer­ca del­lo zio Har­ry, di cui pub­bli­ca le let­te­re scrit­te al tem­po dell’occupazione nazi­sta del­la Polo­nia. Al rac­con­to si affian­ca­no descri­zio­ni e con­si­de­ra­zio­ne dell’autore sull’attualità, in par­ti­co­la­re sul mon­do del pre­ca­ria­to, nel qua­le l’autore fa rien­tra­re tut­ti colo­ro ai qua­li non sono garan­ti­ti a pie­no i dirit­ti. La paro­la “pre­ca­ria­to” deri­va dal lati­no e indi­ca tut­to ciò che si ottie­ne con pre­ghie­re e che quin­di vie­ne con­ces­so per gra­zia e non per dirit­to. La radi­ce eti­mo­lo­gi­ca è una spia evi­den­te del­la con­di­zio­ne di emar­gi­na­ti, rom, disoc­cu­pa­ti e arti­sti di stra­da che tro­va­no spa­zio nel­le pagi­ne di Naw­roc­ki. Nel libro è rifles­sa una misce­la di suo­ni d’avanguardia, e dan­za popla­ri, con sug­ge­stio­ni rock, folk, punk e jazz.
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