Libri: in italiano ultimo libro Nàgi, ma lui è in carcere

(di Lucia­na Bor­sat­ti) (ANSA­med) — ROMA, 3 OTT — Una sedia vuo­ta per uno scrit­to­re che non c’è e che in Egit­to detie­ne anche il pri­ma­to di pri­mo auto­re fini­to in car­ce­re per il pro­prio libro. Era quel­la riser­va­ta ad Ahmed Nagi, auto­re di “Vita: istru­zio­ni per l’uso” (Il Siren­te, pp. 270, 18 euro), in un incon­tro ieri a Roma cui ha potu­to par­te­ci­pa­re solo il gra­fi­co Ayman Al Zor­qa­ni, che ha co-fir­ma­to il libro per le sue pro­vo­ca­to­rie illu­stra­zio­ni.

Il 20 feb­bra­io scor­so Nàgi è sta­to con­dan­na­to a due anni di car­ce­re per ‘oltrag­gio al pudo­re’, dopo che un capi­to­lo del libro — già dato alle stam­pe — era sta­to pub­bli­ca­to su un perio­di­co let­te­ra­rio. Il pro­ces­so era nato dal­la denun­cia di un pri­va­to cit­ta­di­no che si era sen­ti­to tur­ba­to dai rife­ri­men­ti al ses­so fre­quen­ti in un rac­con­to pur pri­ma­ria­men­te incen­tra­to sul­la real­tà socia­le del Cai­ro — metro­po­li che, dopo una ter­ri­bi­le cata­stro­fe natu­ra­le, una “Socie­tà degli Urba­ni­sti”, vuo­le rico­strui­re cam­bian­do­la radi­cal­men­te.

Ma dopo il pro­scio­gli­men­to in pri­mo gra­do, “la pub­bli­ca accu­sa ha deci­so di tra­sfor­ma­re l’indignazione del pri­va­to cit­ta­di­no in indi­gna­zio­ne del­lo Sta­to — affer­ma Ric­car­do Nou­ry, por­ta­vo­ce di Amne­sty Inter­na­tio­nal Ita­lia che ha patro­ci­na­to il libro — facen­do scat­ta­re la con­dan­na”. Con­tro la qua­le a nul­la sono val­se le pro­te­ste di 700 intel­let­tua­li egi­zia­ni e il Pre­mio Bar­bey Free­dom to Wri­te con­fe­ri­to da Pen al gio­va­ne scrit­to­re. Tan­to da far pen­sa­re, sot­to­li­nea anco­ra Nou­ry, che la col­pa di Nagi non sia­no sta­ti tan­to i det­ta­gli su ses­so e dro­ga spar­si nel libro, quan­to il rea­li­smo con cui descri­ve “una Cai­ro tri­ste, vio­len­za, putri­da e cat­ti­va”: l’aver mostra­to cioè “l’immostrabile”. “E’ tri­ste esse­re qui con Ahmed in pri­gio­ne”, ha det­to Al Zor­qa­ni. Pare che Nàgi stia fisi­ca­men­te bene, ha aggiun­to, ma sia costret­to a subi­re “mol­te pres­sio­ni psi­co­lo­gi­che”.

Il libro — scrit­to pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011 — “è una disce­sa tra le mil­le stra­ti­fi­ca­zio­ni del Cai­ro”, rac­con­ta il gra­fi­co, dove a lui è anda­to tra l’altro il com­pi­to di descri­ve­re con trat­ti impie­to­si “gli ani­ma­li” del­la metro­po­li, ste­reo­ti­pi di per­so­nag­gi che “cer­ca­no di ren­der­si accet­ta­bi­li”. Nagy, noto anche per esse­re sta­to uno dei pri­mi blog­ger egi­zia­ni, non è l’unico auto­re che ha visto la pro­pria ope­ra cen­su­ra­ta, me è sta­to appun­to il pri­mo a subi­re una con­dan­na in car­ce­re gli stes­si moti­vi. In que­sto modo le isti­tu­zio­ni dell’era del pre­si­den­te Sisi han­no volu­to dare “un mes­sag­gio” anche agli altri, sostie­ne il gio­va­ne dise­gna­to­re, e per que­sto dif­fi­cil­men­te potrà ave­re scon­ti di pena. Quan­to al con­sen­so socia­le di cui l’ex gene­ra­le gode, valu­ta Al Zor­qa­ni, è dimi­nui­to rispet­to all’epoca del suo inse­dia­men­to, cer­ta­men­te tra i gio­va­ni e anche per aver man­ca­to di incon­tra­re le aspet­ta­ti­ve di varie clas­si socia­li in cam­po eco­no­mi­co. Ma da qui a dire che non sareb­be ora in gra­do di vin­ce­re nuo­ve ele­zio­ni ce ne pas­sa: dipen­de da chi altro cor­re­reb­be per la cari­ca, lascia capi­re il gra­fi­co, e resta for­te tra gli egi­zia­ni il biso­gno di sta­bi­li­tà che Sisi ha incar­na­to.

Ma sul fron­te dei media il pano­ra­ma descrit­to da Al Zor­qa­ni è qua­si deser­ti­fi­ca­to: o sono schie­ra­ti con Sisi o sono la voce dei Fra­tel­li musul­ma­ni (estro­mes­si dal pote­re nel 2013, ndr).

Amplia­to inol­te lo spa­zio di mano­vra e di arbi­trio di cui il sin­go­lo appar­te­nen­te agli appa­ra­ti di sicu­rez­za può ora valer­si rispet­to al pas­sa­to: come a dire, spie­ga, che un caso come quel­lo di Giu­lio Rege­ni, tor­tu­ra­to e ucci­so da mani anco­ra igno­te, ai tem­pi dell’ex pre­si­den­te Muba­rak non sareb­be potu­to acca­de­re sen­za che i ver­ti­ci lo sapes­se­ro. (ANSA­med).

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Prima si andava in galera, ora in televisione

Repubblica — 12 dicembre 2007   pagina 26   sezione: COMMENTI

Caro Augias, que­sta mia let­te­ra vuo­le esse­re una pic­co­la «bou­teil­le à la mer» lan­cia­ta alla memo­ria col­let­ti­va del­la socie­tà civi­le ita­lia­na, par­ten­do da un epi­so­dio avve­nu­to parec­chi anni fa, esat­ta­men­te nel luglio del 1971, a Roma. So che lei ama la Fran­cia e la cul­tu­ra fran­ce­se e sicu­ra­men­te si ricor­de­rà del caso di Pier­re Clè­men­ti incar­ce­ra­to per ben due anni nel car­ce­re di Regi­na Coe­li per un po’ di hasci­sc. A nul­la val­se­ro allo­ra le testi­mo­nian­ze di regi­sti come Paso­li­ni, Ber­to­luc­ci, Fel­li­ni. L’ atto­re che era al mas­si­mo del­la sua espres­sio­ne arti­sti­ca uscì dal­la reclu­sio­ne distrut­to nel cor­po e nell’ ani­ma. Cle­men­ti è mor­to nel 1999 a soli 59 anni. La rifles­sio­ne che vor­rei sol­le­va­re par­ten­do da un lon­ta­no e dram­ma­ti­co epi­so­dio è pro­prio que­sta: come è cam­bia­ta la socie­tà ita­lia­na in que­sti anni. Suc­ce­de ora che se ammaz­zi, stu­pri, ven­di pro­sti­tu­zio­ne, spac­ci dro­ga, non vai in pri­gio­ne ma sei invi­ta­to ai dibat­ti­ti tele­vi­si­vi, diven­ti una vedet­te, peg­gio: un model­lo da segui­re per le gio­va­ni gene­ra­zio­ni in un «can­ni­ba­li­smo media­ti­co» immon­do. Cosa è suc­ces­so? Cathy Mar­chand cathymarchand@hotmail.it Già, che cosa ci è suc­ces­so per pas­sa­re da un estre­mo all’ altro? Era­va­mo un pae­se dove le guar­die anda­va­no a mul­ta­re chi si bacia­va in mac­chi­na, sia­mo diven­ta­ti un pae­se di oltrag­gio­sa impu­di­ci­zia. Mora­le, inten­do, pri­ma che fisi­ca. L’ anda­men­to, alme­no in par­te, è gene­ra­le. Nata­sha Kam­push, la ragaz­za austria­ca tenu­ta pri­gio­nie­ra per anni da Wol­fgang Pri­klo­pil, oggi dician­no­ven­ne, si mostra in pose sedu­cen­ti nel suo sito web. Suo padre pren­de un com­pen­so per anda­re in tele­vi­sio­ne a rac­con­ta­re i guai suoi e del­la figlia. E’ la socie­tà del­lo spet­ta­co­lo che, come sem­pre, col­pi­sce di più i più fra­gi­li. Noi, per esem­pio. Anche se il feno­me­no è sta­to stu­dia­to, for­se non si sono anco­ra valu­ta­te tut­te le con­se­guen­ze del­la pes­si­ma peda­go­gia che il pic­co­lo scher­mo impar­ti­sce. Scu­san­do­mi con chi leg­ge vor­rei cita­re un caso che cono­sco di per­so­na e che mi pare esem­pla­re. Quan­do vent’ anni fa Rai­tre di Ange­lo Gugliel­mi deci­se di met­te­re in onda “Tele­fo­no gial­lo”, la con­se­gna obbli­ga­to­ria era che si trat­tas­se di casi chiu­si, delit­ti (pri­va­ti e pub­bli­ci) sì irri­sol­ti, ma archi­via­ti. Nel­la Rai di allo­ra non si rite­ne­va leci­to discu­te­re e svi­sce­ra­re casi nei qua­li le inda­gi­ni era­no anco­ra ai pri­mi pas­si date le cono­scen­ze di neces­si­tà incom­ple­te che il gior­na­li­smo ha. Oggi, come sap­pia­mo, que­sta rego­la non vale più. Del resto non c’ è più nem­me­no la ver­go­gna di non sape­re, sosti­tui­ta dal­la sfron­ta­tez­za, il rite­gno sul­le per­so­na­li mise­rie che ven­go­no anzi sban­die­ra­te per­ché fan­no ride­re; gen­te anche di nome è dispo­sta a far­si inon­da­re di pan­na o di acqua colo­ra­ta pur di sta­re qual­che minu­to davan­ti a una tele­ca­me­ra; non vale nem­me­no la pena di cita­re ciò che è emer­so con Val­let­to­po­li. Era­va­mo un pae­se arre­tra­to e bigot­to quan­do il pove­ro Clè­men­ti fini­va in gale­ra per qual­che gram­mo di fumo; for­se non sia­mo capa­ci di esse­re altro. — CORRADO AUGIAS c.augias@repubblica.it
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Intervista a Balthazar Clémenti

Il figlio dell’attore francese ricorda quella mattina del 1971 quando il padre finì per un anno in galera per un po’ di hashish.

«Mi sve­gliò la poli­zia, cer­ca­va­no mio padre li ho visti, mise­ro la dro­ga sot­to il let­to»

di Giu­lia­no Cape­ce­la­tro — Libe­ra­zio­ne, pag. 17, Inter­vi­ste, 8 mag­gio 2008

Cad­de dall’alto di un sogno, Bal­tha­zar. In fran­tu­mi l’infanzia dora­ta in una Roma dai colo­ri di favo­la. Offu­sca­ta l’immagine del padre. Atto­re cele­ber­ri­mo e con­te­so, gio­va­ne divo dal­la bel­lez­za andro­gi­na. Pier­re Clé­men­ti, alto, fles­suo­so, una gran chio­ma che si ada­gia­va sul­le spal­le magre con gra­zia ange­li­ca, e incor­ni­cia­va l’irrequieta oscu­ri­tà del­lo sguar­do. Cad­de dall’alto di un sogno, Bal­tha­zar, la mat­ti­na del 24 luglio 1971. Qual­cu­no dove­va aver accu­sa­to Pier­re Clé­men­ti.
«Fui pro­prio io ad apri­re la por­ta. Dove­va­no esse­re le nove. C’era un tizio … con un imper­mea­bi­le, se non m’inganno: un poli­ziot­to in bor­ghe­se. Poi arri­va­ro­no i cara­bi­nie­ri… E’ come se fos­se ieri. Una sto­ria che mi ha segna­to, mi ha fat­to sof­fri­re. E a Pier­re, con­fes­so, per un po’ glie­ne ho volu­to».
Arri­va da Pari­gi la voce di Bal­tha­zar Clé­men­ti. Distan­za nel­lo spa­zio, distan­za nel tem­po. E’ un qua­ran­ten­ne, oggi, che si gua­da­gna da vive­re col mestie­re di atto­re. Come il padre. Che nell’ esta­te del 1971 rima­se impi­glia­to in una brut­ta sto­ria di dro­ga. Un po’ di cocai­na, dell’hashish. Nel­la casa del­la sua com­pa­gna, Anna Maria Lau­ri­cel­la, in via dei Ban­chi Vec­chi.
«Entra­ro­no… io ricor­do che mise­ro del­la dro­ga sot­to il let­to… mi ordi­na­ro­no di tor­na­re a dor­mi­re. Fru­ga­ro­no dap­per­tut­to… per­qui­si­ro­no. Ma la dro­ga… io ricor­do che furo­no loro a met­ter­la».
Ave­va cin­que anni quel gior­no: la por­ta si aprì e, come in una favo­la nera, la vita si capo­vol­se. Spa­rì quel padre fan­ta­sti­co, che offri­va al bam­bi­no un mon­do magi­co. E’ dif­fi­ci­le rie­la­bo­ra­re un’emozione al tele­fo­no. Rivi­ver­la dopo qua­si qua­ran­ta anni. La voce flui­sce sen­za sma­glia­tu­re. Solo a trat­ti, la fra­se si spe­gne in una bre­ve risa­ta dal­le sono­ri­tà infan­ti­li. For­se il ten­ta­ti­vo incon­scio di met­te­re un con­fi­ne, di auto­con­vin­cer­si che quel­la vicen­da è dav­ve­ro con­clu­sa.
«Ci fece­ro sali­re su una mac­chi­na. Pier­re, Anna Maria… io non vole­vo stac­car­mi da mio padre. Poi ho solo dei flash, imma­gi­ni con­fu­se… Ricor­do un ter­re­no aper­to su cui si vede­va un edi­fi­cio moder­no».
Una Roma meta­fi­si­ca si pro­fi­la sul­lo sfon­do del­la memo­ria. Gli occhi del bam­bi­no affer­ra­no fram­men­ti di real­tà, che l’adulto ten­ta di ricom­por­re in un qua­dro plau­si­bi­le. Istan­ti con­vul­si: l’irruzione, la per­qui­si­zio­ne, l’arresto. Il padre trat­ta­to da delin­quen­te comu­ne.
E il bam­bi­no Bal­tha­zar che si ribel­la. Con le lacri­me, la rab­bia. Con la voce, che chie­de tra i sin­ghioz­zi una pisto­la. Per poter spa­ra­re a que­gli sbir­ri. A que­gli uomi­ni che han­no mes­so le mani su suo padre. E che lo han­no ruvi­da­men­te riscos­so dall’incanto.
Famo­so e vez­zeg­gia­to, Pier­re Clé­men­ti. Ruo­li impor­tan­ti con gran­di regi­sti. Luis Buñuel per La via lat­tea. Pier Pao­lo Paso­li­ni per Por­ci­le. Ber­nar­do Ber­to­luc­ci per Il con­for­mi­sta, Il part­ner. Lilia­na Cava­ni per I can­ni­ba­li. Glau­ber Rocha per Cut­ting heads. Un improv­vi­so benes­se­re, una vita di agi e lus­si per il bor­der-line nato a Pari­gi nel 1942 sen­za padre, da una ragaz­za còr­sa, il bohé­mien squat­tri­na­to che rac­co­glie­va cic­che a Saint Ger­main des Prés, l’attore novi­zio che un Alain Delon in vena di inu­si­ta­te gene­ro­si­tà tra­sci­na con sé alla cor­te di Luchi­no Viscon­ti per una par­ti­ci­na ne Il Gat­to­par­do. L’interprete che snob­ba il Saty­ri­con di Fede­ri­co Fel­li­ni per­ché quel set gli fa veni­re in men­te una cate­na di mon­tag­gio.
«Era la dol­ce vita — rac­con­ta Bal­tha­zar, e sot­to­li­nea il ricor­do con la sua bre­ve, som­mes­sa risa­ta -. Vive­vo in pie­na liber­tà. Gira­vo a pie­di nudi per le stra­de di Roma. La figlia di Anna Maria ave­va una pas­sion­cel­la per me. Una ragaz­za sim­pa­ti­ca, cari­na per quel poco che ricor­do. Rima­ne­va­mo spes­so soli a casa, poi la sera rag­giun­ge­va­mo i geni­to­ri in un risto­ran­te, a piaz­za di Spa­gna, via del Babui­no, piaz­za del Popo­lo. Vede­vo i film di Paso­li­ni pri­ma che uscis­se­ro, in una sala pri­va­ta di via Mar­gut­ta. E poi Posi­ta­no, Pier­re ave­va affit­ta­to vil­la Murat, ci pas­sa­va­mo le vacan­ze. Anda­va­mo in bar­ca. Ricor­do una pasqua; ven­ne mia madre e nasco­se nel giar­di­no del­le uova, che noi bam­bi­ni dove­va­mo cer­ca­re. Ven­ne a tro­var­ci Ber­to­luc­ci… in segui­to mi avreb­be chie­sto se ave­vo anco­ra la mac­chi­na dei pom­pie­ri. La dol­ce vita… poi l’incubo».
L’Italia del­le stra­gi di sta­to, del­la ten­sio­ne gol­pi­sta, del­le tra­me mas­so­ni­che (è in quell’ anno che Licio Gel­li pren­de il coman­do del­la P2), del fasci­smo sem­pre risor­gen­te, e che pro­prio alla fine del 1971 for­ni­rà a Gio­van­ni Leo­ne, demo­cri­stia­no spe­cia­li­sta di gover­ni bal­nea­ri, i voti deci­si­vi per issar­si sul­la più impor­tan­te pol­tro­na del­la repub­bli­ca, ha ele­va­to a nemi­co pub­bli­co nume­ro uno la dro­ga. E cala la man­na­ia di una nor­ma­ti­va retro­gra­da e cie­ca­men­te repres­si­va. Sen­za distin­zio­ni. E, comun­que, sen­za mai distur­ba­re quei salot­ti buo­ni, da Tori­no a Roma, da Mila­no a Napo­li e Paler­mo, in cui la cocai­na ha sem­pre cir­co­la­to con l’innocente fre­quen­za dei bon­bon.
«Io cre­do — rac­con­ta Bal­tha­zar — che aves­se­ro biso­gno di un capro espia­to­rio visi­bi­le, cono­sciu­to. Lui era una star inter­na­zio­na­le. Por­ta­va i capel­li lun­ghi e non ave­va mai tra­di­to la sua voca­zio­ne alla mar­gi­na­li­tà…. In qual­che modo dava fasti­dio. E si pre­sta­va allo sco­po, ave­va un pas­sa­to poli­ti­co di sini­stra… c’è un cor­to­me­trag­gio che ave­va gira­to a Pari­gi, nel mag­gio ‘68, La révo­lu­tion, con mia madre Mar­gue­ri­te che sven­to­la una ban­die­ra ros­sa… Fuma­va, di sicu­ro fuma­va un po’ di hashish, chi non fuma­va in quell’ epo­ca? Ma la dro­ga in casa, quel gior­no… il mio ricor­do è che l’ han­no mes­sa loro per far vede­re che ave­va­no tro­va­to quel­lo che cer­ca­va­no».
Regi­na Coe­li. Rebib­bia. Una con­dan­na a due anni in pri­mo gra­do. Pier­re Clé­men­ti, atto­re di gri­do, diven­ta un ano­ni­mo dete­nu­to del­le car­ce­ri roma­ne. Che pri­ma ten­te­rà di con­te­sta­re, dia­lo­ga­re. Quin­di, la testa com­ple­ta­men­te rasa­ta, si chiu­de­rà in un muti­smo asce­ti­co. For­ma radi­ca­le di pro­te­sta. Ma anche un radi­ca­le muta­men­to di pro­spet­ti­va. Usci­to dal car­ce­re, l’attore rie­vo­che­rà l’esperienza di reclu­sio­ne in un libro, Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, pub­bli­ca­to da Gal­li­mard e da poco ritra­dot­to in ita­lia­no (Pier­re Clé­men­ti, Pen­sie­ri dal car­ce­re, Il Siren­te, pagi­ne 146, 12,50 euro).
«Andai a tro­var­lo con mia madre. Non ho imma­gi­ni niti­de di quel gior­no… un’atmosfera sini­stra, can­cel­li, sbar­re, una sala pic­co­lis­si­ma, sem­bra­va l’emiciciclo di un’aula uni­ver­si­ta­ria. C’era sol­tan­to un’altra per­so­na con una don­na. Rima­nem­mo poco, non più di un’ora cre­do. Gli ave­vo por­ta­to dei mar­rons gla­cés. Lo tro­vai con i capel­li a zero».
I capel­li spa­ri­ti can­cel­la­no l’immagine di quel padre magi­co. Si azze­ra anche l’infanzia feli­ce e spen­sie­ra­ta di Bal­tha­zar. «Fui affi­da­to per qual­che tem­po a uno degli avvo­ca­ti. Mia madre era trop­po impe­gna­ta nel lavo­ro, anche lei nel cine­ma, per poter­si occu­pa­re a tem­po pie­no di me. Ci vede­va­mo nei week end. Ogni tan­to mi por­ta­va in viag­gio con sé. Ma in pre­va­len­za stet­ti con i miei non­ni. Andai in col­le­gio. La sto­ria mi ave­va scos­so. Mi sve­glia­vo nel cuo­re del­la not­te. E sen­ti­vo sem­pre par­la­re di mio padre alla tele­vi­sio­ne».
L’appello. In un’aula affol­la­ta di tele­ca­me­re. Insuf­fi­cien­za di pro­ve. Dopo oltre un anno e mez­zo di deten­zio­ne. Ma resta la con­dan­na per Anna Maria, che gira la testa dall’altra par­te, feri­ta per la dispa­ri­tà di trat­ta­men­to. Via le manet­te, ma imme­dia­ta l’espulsione. Inde­si­de­ra­bi­le: ven­ti­quat­tro ore di tem­po per lascia­re l’ Ita­lia.
«All’ aero­por­to di Orly, quan­do Pier­re tor­nò in Fran­cia, c’era una tale res­sa di gior­na­li­sti che non riu­sci­vo ad avvi­ci­nar­lo. Fu tut­to un sus­se­guir­si di inter­vi­ste, di incon­tri. Un gior­no, in una radio si imbat­te in Fra­nçois Mit­ter­rand, che gli dice: vi voglia­mo mol­to bene; vi abbia­mo soste­nu­to. Par­la­va già allo­ra da pre­si­den­te. Andai a vive­re per qual­che tem­po con lui, in rue des Eco­les. Poi mi ripre­se mia madre. Ma io vole­vo tor­na­re dai non­ni. A dicias­set­te anni comin­ciai a vive­re da solo, maga­ri a casa di qual­che fidan­za­ta».
L’attore Clé­men­ti cam­bia vita. Abban­do­na la ribal­ta. Sce­glie per­cor­si più ardui. River­sa la rab­bia sul­le sce­ne tea­tra­li, impu­gnan­do Genet, Artaud e anche testi di sua mano. Da regi­sta si orien­ta ver­so un cine­ma meno pati­na­to, indi­pen­den­te, cen­tra­to su per­so­nag­gi mar­gi­na­li. Gira Il sole , una sor­ta di poe­ma fil­ma­to, un dia­rio in cui si par­la del­la pri­gio­ne, del­la giu­sti­zia len­ta, este­nuan­te, di un’esperienza da cui non si esce intat­ti.
«Non si ripre­se mai — rac­con­ta Bal­tha­zar -. Evi­ta­va di par­la­re di quel­la sto­ria. Per lui era una spe­cie di segre­to. Era una per­so­na mol­to pudi­ca. Si chiu­se sem­pre più in se stes­so. Rifiu­tò offer­te allet­tan­ti, anche dal pun­to di vista finan­zia­rio».
A 57 anni, nel dicem­bre 1999, lo ucci­se un can­cro al fega­to. Ma la figu­ra dell’attore non scom­pa­re dall’universo cine­ma­to­gra­fi­co. Con­ti­nua, anzi, a ripre­sen­tar­si. Il Cen­tre Pom­pi­dou, al Beau­bourg di Pari­gi, gli ha dedi­ca­to un omag­gio. L’anno scor­so la Cine­ma­te­ca di Bolo­gna ha pre­sen­ta­to due medio­me­trag­gi scrit­ti e inter­pre­ta­ti da Clé­men­ti: Visa de cen­su­re del 1968 con Jean Pier­re Kal­fon e New Old del 1979 con Klaus Kin­ski. Jean­ne Hoff­stet­ter ha scrit­to una sua bio­gra­fia roman­za­ta. Su Inter­net vie­ne dif­fu­so un dvd, Pier­re Clé­men­ti cinéa­ste: l’intégrale.
Il pros­si­mo appun­ta­men­to è a Luc­ca, a otto­bre pros­si­mo, per il festi­val del cine­ma spe­ri­men­ta­le. Bal­tha­zar è sta­to invi­ta­to.
«Ora voglio rin­trac­cia­re i poe­mi scrit­ti in car­ce­re. Li ave­va uno dei suoi avvo­ca­ti, diven­ta­to poi un pez­zo gros­so del gover­no fran­ce­se. Ma non sono più sta­ti ritro­va­ti».
E’ sem­pre quel­la figu­ra esi­le, alta, dai lun­ghi capel­li e lo sguar­do tra­so­gna­to, che cer­ca Bal­tha­zar. Quel sogno da cui lo risve­glia­ro­no una mat­ti­na di luglio.
«Con Pier­re non fu un rap­por­to faci­le. Solo da adul­to ho capi­to dav­ve­ro il suo atteg­gia­men­to. Pri­ma un po’ glie­ne vole­vo. Ma lui era diver­so, ave­va rin­ne­ga­to la car­rie­ra faci­le, com­mer­cia­le. Si sen­ti­va un mar­gi­na­le. Era un vero arti­sta. Ed ora pos­so dire che le sue scel­te mi tro­va­no d’ accor­do».

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Cenni storici su Regina Coeli

La sto­ria di Regi­na Coe­li è deter­mi­na­ta dal­la sto­ria di Roma e dell’Italia. Il modo in cui sto­ria del­la cit­tà e del car­ce­re si intrec­cia­no si evin­ce chia­ra­men­te anche solo dai bre­vi cen­ni che seguo­no, a dimo­stra­zio­ne del fat­to che il car­ce­re è par­te, a pie­no tito­lo, del tes­su­to cit­ta­di­no.

Nel 1973 l’attore fran­ce­se Pier­re Clé­men­ti ha scrit­to un libro che si intrec­cia con que­sta sto­ria ed è appar­so nuo­va­men­te nel 2007 pres­so l’Edi­tri­ce il Siren­te con il tito­lo Pen­sie­ri dal car­ce­re. Il libro riper­cor­re attra­ver­so rifles­sio­ni e flash nar­ra­ti­vi l’esperienza car­ce­ra­ria dell’attore e regi­sta: l’arresto, l’arrivo nel car­ce­re di Rebib­bia e poi in quel­lo di Regi­na Coe­li, l’incontro con l’umanità repres­sa e dimen­ti­ca­ta, la cru­da real­tà del­le rivol­te e del­le rap­pre­sa­glie, l’annullamento spi­ri­tua­le ancor pri­ma che fisi­co, l’ipocrisia del ceto diri­gen­te ita­lia­no, il pro­ces­so fino all’assoluzione defi­ni­ti­va che suo­ne­rà para­dos­sal­men­te come una con­dan­na. L’articolo che segue è a cura di Lucia­na Arcu­ri e le noti­zie sto­ri­che sono trat­te da:

  • ADINOLFI G., Sto­ria di Regi­na Coe­li e del­le car­ce­ri roma­ne, Roma, Bon­si­gno­ri, 1998;
  • D’AMICO S., Regi­na Coe­li, Paler­mo, Sel­le­rio, 1994;
  • ROSSI E., Nove anni sono mol­ti. Let­te­re dal car­ce­re 1930–39, Tori­no, Bol­la­ti Borin­ghie­ri, 2001;
  • CLÈMENTI P., Pen­sie­ri dal car­ce­re, Fagna­no Alto (AQ), Edi­tri­ce il Siren­te, 2007.

L’Edificio e la con­ver­sio­ne in car­ce­re
La costru­zio­ne ven­ne ini­zia­ta nel 1643 per ospi­ta­re un mona­ste­ro, che la com­mit­ten­te Anna Colon­na vol­le posto sot­to la dire­zio­ne dei Car­me­li­ta­ni Scal­zi. Fu poi aper­to nel 1654 ed affi­da­to alle cure di Suor Maria Chia­ra del­la Pas­sio­ne, anche lei appar­te­nen­te alla fami­glia dei Colon­na. Già due anni dopo, nel 1656, rischiò di cam­bia­re desti­na­zio­ne d’uso: a cau­sa di un’epidemia di peste si pen­sò di uti­liz­zar­lo come laz­za­ret­to, come del resto accad­de ad altri edi­fi­ci reli­gio­si del­la zona. Regi­na Coe­li alla fine fu inve­ce rispar­mia­to.
Per la pri­ma vol­ta ospi­tò dete­nu­ti con­dan­na­ti a pene bre­vi, e solo in alcu­ne cel­le, dopo l’annessione di Roma al Regno d’Italia, con la con­se­guen­te con­fi­sca dei beni eccle­sia­sti­ci. Esi­ste­va­no a Roma, in quell’epoca, quat­tro car­ce­ri: San Miche­le, pri­ma ospi­zio, poi car­ce­re mino­ri­le e infi­ne car­ce­re degli oppo­si­to­ri poli­ti­ci nel­lo Sta­to Pon­ti­fi­cio, le Car­ce­ri Nuo­ve e Regi­na Coe­li per gli uomi­ni, men­tre alle don­ne era desti­na­to il Buon Pasto­re. I tre isti­tu­ti maschi­li dispo­ne­va­no di 64 came­ro­ni e 202 cel­le per una popo­la­zio­ne di cir­ca mil­le dete­nu­ti.
Dal 1872 si acce­se anche in Ita­lia un dibat­ti­to sul­lo sta­to e l’insufficienza degli sta­bi­li­men­ti peni­ten­zia­ri, come del resto avve­ni­va in Euro­pa e in Ame­ri­ca. Si discu­te­va allo­ra, non per la pri­ma vol­ta, su come rego­la­men­ta­re la vita deten­ti­va, in par­ti­co­la­re sull’opportunità del silen­zio asso­lu­to, dell’isolamento not­te e gior­no, del lavo­ro. Fu pro­po­sta la costru­zio­ne di un uni­co gran­de car­ce­re, degno del­la cit­tà che, secon­do una leg­ge del Regno d’Italia del 1864, dove­va esse­re a siste­ma cel­lu­la­re, ossia pre­ve­de­re una cel­la per ogni dete­nu­to. Si discus­se anche sul luo­go del­la costru­zio­ne: fu scar­ta­ta la zona di S. Cro­ce in Geru­sa­lem­me per l’alto rischio mala­ri­co, si trat­tò per il Con­ven­to del­le Set­te Sale al Col­le Oppio; ma la rapi­da cre­sci­ta demo­gra­fi­ca del­la cit­tà rese indi­spen­sa­bi­li altre ed ingen­ti spe­se per la costru­zio­ne di nuo­vi quar­tie­ri e nuo­ve stra­de. Infi­ne, nel 1880, Depre­tis, Mini­stro dell’Interno, dichia­rò l’intenzione del Gover­no di limi­tar­si ad un pro­get­to più sem­pli­ce e meno costo­so.
Fu allo­ra che si deci­se di tra­sfor­ma­re in Car­ce­re Regi­na Coe­li, che si tro­va­va in una zona, a quei tem­pi, poco abi­ta­ta ma non lon­ta­na dal cen­tro. Oltre ad ospi­ta­re già con­dan­na­ti a pene bre­vi, per una capien­za di cir­ca 200, dal 1873 era anche sede di una scuo­la per 150 allie­vi aspi­ran­ti guar­die car­ce­ra­rie, moti­vo per cui si fa risa­li­re a que­sta data l’origine del­la poli­zia peni­ten­zia­ria. Suc­ces­si­va­men­te, dal 1903 ospi­te­rà una scuo­la di poli­zia scien­ti­fi­ca.
La ristrut­tu­ra­zio­ne ebbe ini­zio nel 1881 e fu ter­mi­na­ta nel 1900. Anche nei decen­ni seguen­ti vi saran­no ristrut­tu­ra­zio­ni e amplia­men­ti che sfrut­te­ran­no il vici­no con­ven­to del­le Man­tel­la­te, che dal 1873 era desti­na­to alle dete­nu­te, le ulti­me del­le qua­li saran­no tra­sfe­ri­te a Rebib­bia nel 1959. In prin­ci­pio fu con­ce­pi­to con tre distin­ti fab­bri­ca­ti: quel­lo affac­cia­to su Via del­la Lun­ga­ra, ospi­tan­te la dire­zio­ne, gli allog­gi, il cor­po di guar­dia, il par­la­to­rio, la cuci­na, il medi­co e i magaz­zi­ni; due fab­bri­ca­ti a cro­cie­ra con una roton­da cen­tra­le coper­ta da una gran­de vol­ta a padi­glio­ne, ospi­tan­ti le cel­le. Secon­do un uso ere­di­ta­to dai seco­li pre­ce­den­ti era­no pre­vi­ste cel­le a paga­men­to e la pos­si­bi­li­tà di far­si por­ta­re il vit­to da fuo­ri, e tale con­di­zio­ne per­mar­rà sicu­ra­men­te alme­no sino al 1943.
Si par­la del­la demo­li­zio­ne di Regi­na Coe­li già nel con­gres­so pena­le e peni­ten­zia­rio di Ber­li­no del 1935. Ci si pose allo­ra come obiet­ti­vo per il seguen­te Con­gres­so, che dove­va tener­si a Roma, la costru­zio­ne di una cit­tà peni­ten­zia­ria, che dove­va sor­ge­re a For­te Boc­cea, con cel­le sin­go­le, ospe­da­le e offi­ci­ne. Ma la guer­ra d’Etiopia, l’appoggio a Fran­co in Spa­gna e poi lo scop­pio del­la secon­da guer­ra mon­dia­le rese­ro anco­ra una vol­ta prio­ri­ta­rie altre spe­se. A Regi­na Coe­li furo­no inve­ce instal­la­ti nuo­vi labo­ra­to­ri di radio­lo­gia e ana­li­si, non­ché l’infermeria medi­ca e chi­rur­gi­ca, ed alla tipo­gra­fia e alla lega­to­ria già esi­sten­ti si aggiun­se­ro la fale­gna­me­ria, la sar­to­ria e la cal­zo­le­ria.
Nean­che dopo la costru­zio­ne dell’imponente com­ples­so di Rebib­bia, che com­pren­de quat­tro diver­si isti­tu­ti peni­ten­zia­ri, si è giun­ti alla chiu­su­ra di Regi­na Coe­li, ove a tutt’oggi sono in cor­so lavo­ri di ristrut­tu­ra­zio­ne. Né per il giu­bi­leo del 2000, sem­pre per via dell’elevato impor­to del­la spe­sa. Pure, ora più che in pas­sa­to, l’età e la con­ce­zio­ne stes­sa dell’edificio dan­no luo­go a uno stri­den­te con­tra­sto con la con­ce­zio­ne del­la pena e con quan­to pre­vi­sto dall’Ordinamento Peni­ten­zia­rio e dall’ultimo Rego­la­men­to. Si pen­si agli spa­zi dedi­ca­ti alla cosid­det­ta “ora d’aria”, pic­co­li cor­ti­li in cemen­to, alla man­can­za di strut­tu­re dedi­ca­te all’esercizio fisi­co, all’assenza di loca­li adat­ti ad atti­vi­tà comu­ni all’intero car­ce­re (come è ben noto, tut­te le atti­vi­tà all’interno di Regi­na Coe­li, dai con­cer­ti alle visi­te dei Papi, fino alla litur­gia dome­ni­ca­le, avven­go­no nel­la pri­ma roton­da); fino alla man­can­za di riscal­da­men­to in alcu­ne sezio­ni.

Duran­te il fasci­smo
Con l’avvento del fasci­smo e la repres­sio­ne degli oppo­si­to­ri poli­ti­ci, Regi­na Coe­li vedrà pas­sa­re nomi illu­stri del­la cul­tu­ra ita­lia­na e per­so­nag­gi che rico­pri­ran­no in segui­to impor­tan­ti cari­che isti­tu­zio­na­li: ricor­dia­mo in par­ti­co­la­re San­dro Per­ti­ni, che sarà pro­ta­go­ni­sta con altri di un’evasione, Gae­ta­no Sal­ve­mi­ni, Alci­de De Gaspe­ri, Gram­sci, che vi fu dete­nu­to per bre­vi perio­di ma li ricor­da tra i peg­gio­ri del suo tem­po in car­ce­re, Cesa­re Pave­se, Luchi­no Viscon­ti.
I poli­ti­ci era­no in gran par­te reclu­si nel VI brac­cio, dove, fino al 1943, era­no in iso­la­men­to. Le con­di­zio­ni di vita era­no duris­si­me: un solo pasto di pane e mine­stra al gior­no, cimi­ci, con­di­zio­ni igie­ni­che pre­ca­rie.
Fran­ce­sco Fau­sto Nit­ti, che rima­se a Regi­na Coe­li tre set­ti­ma­ne nel 1926, accu­sa­to di cospi­ra­zio­ne, descri­ve nel libro “Le nostre pri­gio­ni e la nostra eva­sio­ne” le con­di­zio­ni del­la deten­zio­ne nel­le cel­le di rigo­re: “…Ogni cel­la è lun­ga un metro e mez­zo e lar­ga un metro. Ha una por­ta di legno mas­sic­cio, for­ni­ta di due can­cel­li di fer­ro. Un uomo chiu­so là den­tro per tan­ti gior­ni ha l’impressione di esse­re sepol­to vivo. Il pane e l’acqua sono i suoi ali­men­ti. Una tavo­la di legno fis­sa­ta al muro è il gia­ci­glio. La luce entra da un pic­co­lo fine­stri­no sul sof­fit­to altis­si­mo. Poi­ché il fine­stri­no è for­ni­to di dupli­ci sbar­re, di gri­glie e di vetri pol­ve­ro­si, la luce non entra in quel­la tom­ba che per due ore al giorno…C’è un’orribile ricer­ca­tez­za nell’infliggere sof­fe­ren­ze: nel­le “cel­le di rigo­re” l’acqua è con­te­nu­ta in un reci­pien­te metal­li­co, assi­cu­ra­to a una cate­na e posto tra i due can­cel­li che sono all’ingresso. Per bere occor­re ingi­noc­chiar­si a ter­ra, alza­re al di là del pri­mo can­cel­lo attra­ver­so le sbar­re il reci­pien­te e avvi­ci­nar­lo alla boc­ca. E’ un sup­pli­zio di Tan­ta­lo rive­du­to e cor­ret­to.”.
Del­le con­di­zio­ni di deten­zio­ne a Regi­na Coe­li in que­sto perio­do, e di come fos­se affron­ta­ta dai pri­gio­nie­ri poli­ti­ci, ci ha lascia­to testi­mo­nian­za Erne­sto Ros­si che vi rima­se oltre sei anni. Inse­gnan­te, poi scrit­to­re, fu arre­sta­to con altri com­po­nen­ti di Giu­sti­zia e Liber­tà. Iso­la­men­to in cel­la, cen­su­ra sul­la cor­ri­spon­den­za con i fami­lia­ri, tri­plo nul­la osta (del diret­to­re del car­ce­re, del cap­pel­la­no e del Mini­ste­ro dell’Interno) per l’acquisto di libri, testa rasa­ta, divi­sa a righe, due ispe­zio­ni quo­ti­dia­ne del­la cel­la e qual­cu­na di not­te, con­trol­lo a vista dal­lo spion­ci­no, lam­pa­di­na acce­sa tut­ta la not­te, trop­po debo­le per leg­ge­re, trop­po for­te per dor­mi­re, vit­to scar­so, assen­za di riscal­da­men­to sono carat­te­riz­zan­ti il suo sog­gior­no nel car­ce­re roma­no. Pure, gli ade­ren­ti a Giu­sti­zia e Liber­tà ave­va­no due ore al gior­no di incon­tro in una sala comu­ne, in real­tà allo sco­po di rica­va­re infor­ma­zio­ni, poi­ché, con uno dei pri­mi espe­ri­men­ti ita­lia­ni di con­trol­lo ambien­ta­le, nel­la stan­za era­no sta­ti nasco­sti dei micro­fo­ni, come per altro veni­va­no ascol­ta­ti, nono­stan­te il divie­to di leg­ge, i col­lo­qui con gli avvo­ca­ti (che pote­va­no esse­re chia­ma­ti solo per moti­vi per­so­na­li e civi­li, come una sepa­ra­zio­ne). Quel­le due ore era­no dedi­ca­te all’amicizia , all’ironia ver­so il regi­me e la pro­pria con­di­zio­ne, e soprat­tut­to allo stu­dio comu­ne di varie mate­rie, dal dirit­to all’economia alla mate­ma­ti­ca. Si trat­ta­va infat­ti di per­so­ne col­te, che uti­liz­za­ro­no al meglio il tem­po del car­ce­re, e lo stru­men­to del­la let­tu­ra e dell’apprendimento per resi­ste­re a una deten­zio­ne di cui non cono­sce­va­no la fine. In com­pen­so era vie­ta­to scri­ve­re nel­la sala comu­ne e quin­di pren­de­re appun­ti; In un’intercettazione del 1934 Ros­si dice­va: ”Ma io scri­vo ugualmente…scrivo a ter­ra con l’acqua e il dito; il Mini­ste­ro non vuo­le che noi si scri­va, ed io scri­vo lo stes­so; l’acqua ce la lasce­ran­no spe­ria­mo, e con il dito pos­so scri­ve­re quan­to voglio.”
Ros­si, e pro­ba­bil­men­te non fu il solo, fu soste­nu­to nel­la sua deci­sio­ne di non abiu­ra­re la pro­pria posi­zio­ne anti­fa­sci­sta sia dal­la madre che dal­la moglie, che anzi lo spo­sò in car­ce­re nel 1931, per­den­do per que­sto il posto di lavo­ro.
Con­di­zio­ni dure, che saran­no però impen­sa­bi­li poco dopo, alla cadu­ta del fasci­smo.

Dal 25 luglio 1943 alla fine del­la guer­ra
Dopo l’arresto di Mus­so­li­ni, il gover­no Bado­glio decre­ta la scar­ce­ra­zio­ne dei pri­gio­nie­ri poli­ti­ci, fat­ta ecce­zio­ne per gli anar­chi­ci e i comu­ni­sti, che saran­no scar­ce­ra­ti in ago­sto in segui­to alle pres­sio­ni del­le orga­niz­za­zio­ni sin­da­ca­li.
Comin­cia­no inve­ce ad afflui­re a Regi­na Coe­li espo­nen­ti di rilie­vo del Par­ti­to Fasci­sta, tra cui Bot­tai, fon­da­to­re dei fasci e Achil­le Sto­ra­ce, segre­ta­rio del par­ti­to. Fu una paren­te­si di bre­ve dura­ta. Subi­to dopo l’8 set­tem­bre infat­ti, il ter­zo brac­cio fu occu­pa­to dai Tede­schi, e fino alla fine del­la guer­ra Regi­na Coe­li fu uti­liz­za­ta per gli arre­sti effet­tua­ti dai Tede­schi e dai fasci­sti del­la Repub­bli­ca di Salò, insie­me al car­ce­re di Via Tas­so.
Oltre ai par­ti­gia­ni e ai poli­ti­ci furo­no incar­ce­ra­ti in que­sto perio­do anche mol­ti appar­te­nen­ti alle diver­se armi per atti di boi­cot­tag­gio o per aver for­ni­to arma­men­ti e aiu­ti alla guer­ra par­ti­gia­na; sacer­do­ti e lai­ci per aver nasco­sto ebrei. Ma basta­va mol­to meno, anche solo la dif­fu­sio­ne di volan­ti­ni. Solo in que­sto perio­do, nell’intera sto­ria del car­ce­re, nel ter­zo brac­cio furo­no reclu­se anche don­ne. Si trat­ta di un perio­do del tut­to par­ti­co­la­re, per­ché la guer­ra era ormai anche guer­ra civi­le e ciò che avve­ni­va, in par­ti­co­la­re l’olocausto, coin­vol­se­ro nel­la neces­si­tà di una scel­ta tan­te per­so­ne diver­se per sto­ria, for­ma­zio­ne e ruo­lo socia­le: sacer­do­ti, mili­ta­ri, comu­ni­sti, anar­chi­ci, cat­to­li­ci, stu­den­ti e pro­fes­so­ri uni­ver­si­ta­ri. Solo in que­sto par­ti­co­la­re momen­to il per­so­na­le del car­ce­re, dal diret­to­re ai medi­ci agli agen­ti di custo­dia, pre­se posi­zio­ne con­tro i tede­schi favo­ren­do in vari modi i pri­gio­nie­ri, sal­van­do la vita ad alcu­ni, ed addi­rit­tu­ra orga­niz­zan­do l’evasione di cui fu pro­ta­go­ni­sta tra gli altri San­dro Per­ti­ni. Si giun­se ad allog­gia­re a Regi­na Coe­li fino a 2500 per­so­ne, quan­do la capien­za mas­si­ma, già al limi­te del vivi­bi­le, è infe­rio­re ai 900. Tan­to che in otto­bre ci fu una sol­le­va­zio­ne dei dete­nu­ti comu­ni, che pre­se­ro in ostag­gio due magi­stra­ti fin­chè la rivol­ta non fu repres­sa con le armi. Il vit­to scar­seg­gia­va, anche in rela­zio­ne alla penu­ria all’esterno. Non era più il tem­po del­la resi­sten­za dei dete­nu­ti poli­ti­ci, né degli stu­di, esse­re arre­sta­ti dai tede­schi signi­fi­ca­va tor­tu­ra e spes­so la mor­te. Furo­no scar­ce­ra­ti i gerar­chi fasci­sti arre­sta­ti dopo il 25 luglio, ed arre­sta­ti inve­ce diver­si fir­ma­ta­ri dell’ordine del gior­no Gran­di, pre­sen­ta­to il 25 luglio con­tro Mus­so­li­ni. In otto­bre ven­ne­ro pre­si anche San­dro Per­ti­ni e Giu­sep­pe Sara­gat, che saran­no sot­trat­ti al ter­zo brac­cio e quin­di ai tede­schi per­ché i docu­men­ti rela­ti­vi ai loro pro­ces­si era­no sta­ti inten­zio­nal­men­te reca­pi­ta­ti alla giu­sti­zia mili­ta­re ita­lia­na, e in segui­to fat­ti eva­de­re con la com­pli­ci­tà di diver­se per­so­ne. In novem­bre, nel cor­so di una reta­ta pres­so la tipo­gra­fia del gior­na­le Ita­lia Libe­ra, voce uffi­cia­le del Par­ti­to d’Azione, fu arre­sta­to tra gli altri Leo­ne Ginz­burg, che ne era diret­to­re, e che mori­rà in feb­bra­io nell’infermeria del car­ce­re in segui­to alle per­cos­se subi­te dai nazi­sti.
Qui ven­ne man­da­to a mori­re, per le tor­tu­re subi­te a Via Tas­so, anche Bar­to­lo Di Pie­tro, che era coman­dan­te di un grup­po di par­ti­gia­ni. I nazi­sti di soli­to tra­sfe­ri­va­no da Via Tas­so a Regi­na Coe­li i pri­gio­nie­ri già stre­ma­ti dal­le tor­tu­re, quan­do non rite­ne­va­no più uti­le pro­lun­gar­le per otte­ne­re infor­ma­zio­ni.
Gli arre­sti era­no nume­ro­si anche in con­se­guen­za di una dif­fu­sa atti­vi­tà di dela­zio­ne che si veri­fi­cò in quei mesi, tan­to che a Via Tas­so c’era un ingres­so sul retro dedi­ca­to alle spie, da cui si pote­va pas­sa­re sen­za esse­re nota­ti.
Nel feb­bra­io furo­no con­dot­ti a Regi­na Coe­li anche i 66 uomi­ni arre­sta­ti in segui­to all’irruzione nel mona­ste­ro del­la Basi­li­ca di San Pao­lo, dove era­no nasco­sti.
A meno di 24 ore dall’attentato di Via Rasel­la si con­su­mò la stra­ge del­le Fos­se Ardea­ti­ne. Il nume­ro fis­sa­to per le ese­cu­zio­ni era di die­ci per ognu­na del­le 32 vit­ti­me tede­sche. Duran­te il pro­ces­so Kap­pler dichia­rò che aven­do avu­to noti­zia del­la mor­te di un altro dei feri­ti, ave­va lui stes­so deci­so di aumen­ta­re a 330 i mor­ti per rap­pre­sa­glia. Per rag­giun­ge­re il nume­ro pre­sta­bi­li­to Kap­pler chie­se al que­sto­re Caru­so 50 pri­gio­nie­ri. Il que­sto­re chie­se a sua vol­ta a Regi­na Coe­li un elen­co, in cui anda­va­no inclu­si i già con­dan­na­ti alla pena capi­ta­le, o colo­ro le cui accu­se pre­ve­de­va­no la pena di mor­te. Ma poi­ché l’elenco tar­da­va, e i nazi­sti ave­va­no fret­ta per­chè la stra­ge fu ese­gui­ta in segre­to, ven­ne­ro aper­te le cel­le e furo­no scel­ti pri­gio­nie­ri a caso, tra cui già assol­ti e impu­ta­ti di rea­ti lie­vi, e tut­ti i 66 ebrei pre­sen­ti nel ter­zo brac­cio. Vi era­no per­so­ne fer­ma­te ai posti di bloc­co e non anco­ra inter­ro­ga­te; tra gli altri nove ragaz­zi tra i 14 e i 18 anni. Inve­ce di 320 i giu­sti­zia­ti furo­no 335, come si sep­pe dopo la Libe­ra­zio­ne, quan­do si pro­ce­det­te all’identificazione del­le sal­me. Secon­do alcu­ne testi­mo­nian­ze diret­te di altri allo­ra dete­nu­ti, dal ter­zo brac­cio di Regi­na Coe­li furo­no fat­te par­ti­re, fu det­to per lavo­ra­re, 192 per­so­ne.
Dopo la stra­ge l’attività di arre­sti e con­se­guen­ti ese­cu­zio­ni non si fer­mò. Ricor­dia­mo qui, per tut­ti, la figu­ra assai nota di Don Giu­sep­pe Moro­si­ni, la cui vicen­da ispi­rò poi il film “Roma cit­tà aper­ta” di Rober­to Ros­sel­li­ni.
Ai pri­mi di giu­gno del 1944 tut­ti avver­ti­va­no l’imminente arri­vo del­le for­ze allea­te. I nazi­sti si riti­ra­ro­no, sosti­tui­ti nel­la custo­dia del car­ce­re, in real­tà per cir­ca un gior­no, da repar­ti pro­ve­nien­ti dall’Alto Adi­ge. Il 4 giu­gno il Comi­ta­to di Libe­ra­zio­ne Nazio­na­le decre­ta­va l’immediata scar­ce­ra­zio­ne dei pri­gio­nie­ri poli­ti­ci.
Sot­to il gover­no pre­sie­du­to da Bono­mi, fu nomi­na­to sovrin­ten­den­te alle car­ce­ri il capi­ta­no ame­ri­ca­no Free­man. Per pri­ma cosa si pro­ce­det­te alla ristrut­tu­ra­zio­ne di Regi­na Coe­li, e tra l’altro ad imbian­ca­re le pare­ti, con la can­cel­la­zio­ne del­le scrit­te mura­li dei dete­nu­ti. Ne fu rin­ve­nu­ta una che ricor­dia­mo per­ché lega­ta alla sto­ria del­la depor­ta­zio­ne degli ebrei roma­ni: era di un gio­va­ne ebreo, mor­to alle Fos­se Ardea­ti­ne, che accu­sa­va Cele­ste Di Por­to, det­ta la “pan­te­ra nera”, una ragaz­za anch’essa ebrea, tri­ste­men­te nota in cit­tà per la sua atti­vi­tà di dela­zio­ne, sul­la cui vicen­da Giu­sep­pe Pede­ria­li ha scrit­to un bel libro inti­to­la­to “Stel­la di Piaz­za Giu­dia”. E’ una del­le figu­re che la memo­ria dei roma­ni si tra­man­da, come quel­la del­la don­na, una pove­ra gat­ta­ra, che cer­cò di avvi­sa­re gli abi­tan­ti del ghet­to dell’inizio dell’arresto in mas­sa e non fu cre­du­ta, anch’essa immor­ta­la­ta nel roman­zo “La sto­ria” di Elsa Moran­te.

Dal dopo­guer­ra ai gior­ni nostri
Subi­to dopo la Libe­ra­zio­ne comin­cia­ro­no i pro­ces­si ai fasci­sti. Tra gli altri quel­lo con­tro il que­sto­re di Roma Pie­tro Caru­so, che fu a sua vol­ta dete­nu­to a Regi­na Coe­li. Al pro­ces­so era­no pre­sen­ti i paren­ti dei pri­gio­nie­ri pre­le­va­ti da Regi­na Coe­li per le Fos­se Ardea­ti­ne; si radu­nò una vera e pro­pria fol­la, che inva­se il Palaz­zo di Giu­sti­zia, tan­to che la pri­ma udien­za fu sospe­sa. Tra la fol­la sem­pre più agi­ta­ta si tro­va­va anche Dona­to Car­ret­ta, diret­to­re del car­ce­re dal set­tem­bre 1943 al luglio del 1944, che dove­va testi­mo­nia­re con­tro il que­sto­re. Qual­cu­no però lo scam­biò per Caru­so. Sot­trat­to ad un pri­mo ten­ta­ti­vo di lin­ciag­gio nell’aula, fu rico­no­sciu­to all’uscita; dopo un ten­ta­ti­vo anda­to a vuo­to di costrin­ge­re un con­du­cen­te di tram a schiac­ciar­lo, la fol­la lo get­tò nel fiu­me e ne appe­se poi il cor­po sul por­to­ne di Regi­na Coe­li. Ter­ri­bi­le ed effe­ra­ta esplo­sio­ne, che testi­mo­nia però qua­le scon­vol­gi­men­to a livel­lo del sen­ti­re cit­ta­di­no aves­se pro­vo­ca­to la stra­ge del­le Fos­se Ardea­ti­ne.
Anche Kap­pler restò un anno a Regi­na Coe­li in atte­sa del pro­ces­so tenu­to­si pres­so il Tri­bu­na­le Mili­ta­re che allo­ra era a Palaz­zo Sal­via­ti; e Pie­tro Koch, capo di una ban­da di fasci­sti che ave­va imper­ver­sa­to per la cit­tà, arre­stan­do e tor­tu­ran­do quan­to i nazi­sti, che fu com­ple­ta­men­te iso­la­to, e poi fuci­la­to.
Poi Regi­na Coe­li tor­nò ad esse­re un car­ce­re per i rea­ti comu­ni. Biso­gna giun­ge­re alla fine degli anni ’60, con l’arresto di Pie­tro Val­pre­da per la bom­ba che esplo­se alla Ban­ca dell’Agricoltura a Mila­no, per­ché si tor­ni a par­la­re di accu­sa­ti di atti di boi­cot­tag­gio poli­ti­co. In real­tà fu poi sca­gio­na­to, e si par­lò di stra­ge di sta­to. Si inau­gu­ra­va però la sta­gio­ne dei nuo­vi dete­nu­ti poli­ti­ci: que­sta defi­ni­zio­ne in real­tà si deve a loro stes­si, che tali si con­si­de­ra­va­no nei con­fron­ti di un siste­ma che rite­ne­va­no di dover abbat­te­re con la vio­len­za.
Cam­bia­va anche il rap­por­to tra “poli­ti­ci” e “comu­ni”: men­tre duran­te l’occupazione tede­sca era­no sta­ti i dete­nu­ti comu­ni a sol­le­var­si, recla­man­do un’amnistia pri­ma per l’insediamento del gover­no Bado­glio e poi per la Repub­bli­ca di Salò, le rivol­te che scuo­te­ran­no il siste­ma peni­ten­zia­rio in tut­ta Ita­lia negli anni ’70 saran­no vice­ver­sa spes­so fomen­ta­te e capeg­gia­te dai poli­ti­ci che, oltre ad ave­re a dispo­si­zio­ni mag­gio­ri stru­men­ti cul­tu­ra­li, ela­bo­ra­ro­no un discor­so di tipo poli­ti­co e strut­tu­ra­le sul car­ce­re e il suo ruo­lo nell’attuale socie­tà, sia den­tro che fuo­ri le mura dei peni­ten­zia­ri. Il cli­ma cul­tu­ra­le e poli­ti­co di que­gli anni, insie­me al dila­ga­re del­le rivol­te, che chie­de­va­no la rifor­ma peni­ten­zia­ria, con­dus­se­ro in effet­ti ad una serie di stu­di e inchie­ste sul­le con­di­zio­ni di deten­zio­ne e ad una rifles­sio­ne sul­la fina­li­tà del­la pena e quin­di sul­la sua appli­ca­zio­ne. Tut­to ciò con­tri­buì a dare vita all’Ordinamento Peni­ten­zia­rio, anco­ra in vigo­re, che fu pro­mul­ga­to nel 1975. Pur por­tan­do un enor­me cam­bia­men­to all’interno del siste­ma car­ce­ra­rio, si può dire che anco­ra oggi esso non sia pie­na­men­te rea­liz­za­to, ma come spes­so acca­de, deli­nea comun­que una real­tà cui biso­gna ideal­men­te ten­de­re.
Anche Regi­na Coe­li è sta­ta tea­tro di una rivol­ta nel 1973, che cau­sò mol­ti dan­ni. In segui­to, poi­ché le con­di­zio­ni igie­ni­che era­no una del­le riven­di­ca­zio­ni avan­za­te, dall’unione di due cel­le si rica­ve­rà il gabi­net­to. Poi, con la fine degli anni ’70, vedrà pas­sa­re i ter­ro­ri­sti; e vari atten­ta­ti saran­no diret­ti a per­so­ne dell’amministrazione peni­ten­zia­ria, dal diri­gen­te sani­ta­rio di Regi­na Coe­li, a un’impiegata del cen­tro stu­di del Mini­ste­ro,  a una vigi­la­tri­ce di Rebib­bia, fino al gene­ra­le dei cara­bi­nie­ri Gal­va­li­gi, che era respon­sa­bi­le dell’Ufficio Coor­di­na­men­to del­le misu­re di sicu­rez­za negli isti­tu­ti peni­ten­zia­ri.
Negli anni ’90 si è costi­tui­to un Comi­ta­to di Ispet­to­ri Euro­pei che ha visi­ta­to que­stu­re e car­ce­ri in tut­ta Euro­pa; il rap­por­to sul­la real­tà ita­lia­na è sta­to pub­bli­ca­to da Sel­le­rio nel 1995; non man­ca di rile­va­re l’inadeguatezza del­la strut­tu­ra di Regi­na Coe­li.
La biblio­gra­fia alle­ga­ta, pur par­zia­le, for­ni­sce tito­li uti­li sia nell’ambito del­le testi­mo­nian­ze per­so­na­li che del­la rifles­sio­ne e degli stu­di sto­ri­co-giu­ri­di­ci sul car­ce­re.

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Lunga vita a questo libro che lo proietta al centro del nostro amore

di Fran­co Capac­chio­ne (da Rol­ling Sto­ne, mar­zo 2008)

Nel 1971 Pier­re Clé­men­ti, ico­na per­fet­ta del cine­ma miti­co, fir­ma­to Roche, Paso­li­ni, Gar­rel, Ber­to­luc­ci, Buñuel, è arre­sta­to a Roma per dro­ga. Vie­ne rila­scia­to per insuf­fi­cien­za di pro­ve, ma rice­ve anche un fol­gio di via. Tor­na­to in Fran­cia scri­ve que­sto dia­rio. Magni­fi­ci fla­sh­back sve­la­no i suoi ini­zi in tea­tro a Pari­gi, anco­ra gof­fo nel por­ger­si allo sguar­do del­lo spet­ta­to­re. Poi, gli incon­tri ita­lia­ni: Viscon­ti che gli dà una pic­co­la par­te in Il Gat­to­par­do e quan­do lo vede per la pri­ma vol­ta gli dice: «Per un giub­bot­to nero, hai mani da prin­ci­pe…»; Buñuel, con un «vol­to favo­lo­so, lavo­ra­to dal­la vita, pesan­te e sca­va­to»: per lui, Pier­re è davan­ti alla mac­chi­na da pre­sa in Bel­la di gior­no e La via lat­tea. Infi­ne, Fel­li­ni: lo vuo­le nel Saty­ri­con, ma lui rifiu­ta: «Era come la Fiat, cen­ti­na­ia di atto­ri, miglia­ia di ope­rai, di figu­ran­ti, di arti­gia­ni all’opera per mesi, una cit­tà inte­ra da costrui­re e da abi­ta­re…». Clé­men­ti, che fu anche regi­sta, è mor­to nel 1999. Lun­ga vita a que­sto libro che lo pro­iet­ta al cen­tro del nostro amo­re.

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IL FARO” Bozza di progetto per una nuova edizione del giornale dell’Istituto Penitenziario di “Regina Coeli”.

Alcu­ni estrat­ti di “Pen­sie­ri dal car­ce­re” saran­no pub­bli­ca­ti sul Faro, pro­get­to per una nuo­va edi­zio­ne del gior­na­le dell’Istituto Peni­ten­zia­rio di “Regi­na Coe­li”. Il nome non è casua­le si rife­ri­sce al Faro che svet­ta sul­la bal­co­na­ta del Gia­ni­co­lo e dista pochi metri dal­le cel­le d’angolo del car­ce­re, da quel pun­to del mon­te, fino a tem­pi recen­tis­si­mi, era con­sue­tu­di­ne che i fami­lia­ri dei dete­nu­ti vi si riu­nis­se­ro per comu­ni­ca­re con loro gri­dan­do. Anche Pier­re Clé­men­ti è sta­to rin­chiu­so in que­sto car­ce­re e da qui ha scrit­to “qual­che mes­sag­gio per­so­na­le” come vei­co­lo di comu­ni­ca­zio­ne per oltre­pas­sa­re quel­le mura. Il “Faro” è il sim­bo­lo di comu­ni­ca­zio­ne tra il den­tro e il fuo­ri.

Il pro­get­to Faro vuo­le costrui­re un’occasione per dare voce all’emarginazione ed alla sof­fe­ren­za e non solo per susci­ta­re emo­zio­ni ed inte­res­se, ma soprat­tut­to per deter­mi­na­re fat­ti ispi­ra­ti alla digni­tà uma­na, al cam­bia­men­to, alla soli­da­rie­tà. Il gior­na­le vuo­le offri­re ai dete­nu­ti del car­ce­re di Regi­na Coe­li ed alle per­so­ne coin­vol­te nel pro­get­to una pos­si­bi­li­tà di con­fron­to che sti­mo­li la fan­ta­sia, indu­ca alla rifles­sio­ne e, per­ché no, pro­vo­chi la gio­ia di una risa­ta tut­ti insie­me nel lavo­ro di ste­su­ra del gior­na­le.

Insie­me al Faro il Siren­te vuo­le crea­re un incon­tro dibat­ti­to occa­sio­ne per par­la­re di Cle­men­ti e del­la situa­zio­ne nel­le car­ce­ri ita­lia­ne di oggi e degli anni ’70. Nel­la pre­sen­ta­zio­ne – dibat­ti­to inter­ver­ran­no alcu­ni por­ta­vo­ce del Faro e Bal­tha­zar Cle­men­ti, che da bam­bi­no ave­va vis­su­to l’arresto di suo padre, accu­sa­to di deten­zio­ne di dro­ga.

La pro­po­sta di una nuo­va edi­zio­ne del vec­chio gior­na­le “Il Faro” che si face­va, mol­to tem­po fa a Regi­na Coe­li, è venu­ta dagli stes­si dete­nu­ti duran­te gli incon­tri di “Leg­ge­re e con­ver­sa­re in car­ce­re” orga­niz­za­ti dall’Associazione di Volon­ta­ria­to “A Roma, Insie­me” e svol­ti con caden­za set­ti­ma­na­le per un intie­ro anno qual­che anno fa.
Sen­tia­mo, oggi, la neces­si­tà di ripren­de­re quel­la pro­po­sta per­ché i moti­vi e gli obiet­ti­vi che la soste­ne­va­no non solo non sono venu­ti meno, ma si sono raf­for­za­ti ed este­si sia per la muta­ta real­tà del car­ce­re, del­le per­so­ne che lo abi­ta­no, sia per­ché mol­ti dei pro­ble­mi già evi­den­zia­ti allo­ra o si sono aggra­va­ti o, comun­que, non sono sta­ti risol­ti: salu­te, stra­nie­ri, immi­gra­zio­ne, disa­gio men­ta­le, tos­si­co­di­pen­den­ze, affet­ti­vi­tà.
Il mono­to­no scor­re­re del­la vita quo­ti­dia­na in car­ce­re con le sue atte­se, le sue sof­fe­ren­ze, le sue soli­tu­di­ni, le sue spe­ran­ze, le sue distan­ze dal mon­do ester­no pone­va allo­ra e, for­se anco­ra di più oggi, l’urgenza di tes­se­re, in tut­ti i modi, un filo di soli­da­rie­tà e di comu­ni­ca­zio­ne tra “den­tro e fuo­ri” e di offri­re uno “spi­ra­glio sul mon­do” a chi ne è esclu­so fos­se pure sol­tan­to per bre­vi perio­di.
Scri­ve­re, ester­na­re le pro­prie emo­zio­ni e sen­ti­men­ti, i pro­pri ricor­di, esi­ge rifles­sio­ne, cono­scen­za degli altri, di ciò che ci cir­con­da e di con­se­guen­za di noi stes­si. È un modo ame­no per usci­re dal pro­prio io e con­fon­der­si con l’altro, con gli altri, usci­re dal luo­go dove si vive e lascia­re respi­ra­re la men­te.
Voglia­mo costrui­re insie­me un’occasione in più per dare voce all’emarginazione ed alla sof­fe­ren­za e non solo per susci­ta­re emo­zio­ni ed inte­res­se, ma soprat­tut­to per deter­mi­na­re fat­ti ispi­ra­ti alla digni­tà uma­na, al cam­bia­men­to, alla soli­da­rie­tà.
Mol­ti han­no dif­fi­col­tà, per diver­si moti­vi, ad acco­star­si alla scrit­tu­ra, ma la mag­gior par­te del­le per­so­ne è desi­de­ro­sa di par­la­re e rac­con­ta­re. Pro­prio que­sta volon­tà per­met­te­rà loro di acqui­si­re le neces­sa­rie cono­scen­ze, anche con l’aiuto di esper­ti di comu­ni­ca­zio­ne e dei “redat­to­ri” ester­ni, per scri­ve­re diret­ta­men­te le loro emo­zio­ni, pro­po­ste e spe­ran­ze.
Il gior­na­le vuo­le offri­re ai dete­nu­ti del car­ce­re di Regi­na Coe­li ed alle per­so­ne coin­vol­te nel pro­get­to una pos­si­bi­li­tà di con­fron­to che sti­mo­li la fan­ta­sia, indu­ca alla rifles­sio­ne e, per­ché no, pro­vo­chi la gio­ia di una risa­ta tut­ti insie­me nel lavo­ro di ste­su­ra del gior­na­le.

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La guerra di Pierre

Quarta di copertina 

di Cri­sti­na Pic­ci­no (da ALIAS N. 6 — il mani­fe­sto, 11/02/2006)

Era il 1971 quan­do l’attore fran­ce­se Clé­men­ti, a Roma a gira­re «Necro­po­li» di Fran­co Bro­ca­ni, ven­ne arre­sta­to per dro­ga. Un bli­tz per disto­glie­re l’attenzione dal caso val­pre­da. «Cosa di meglio che quei ragaz­zi stra­nie­ri coi capel­li lun­ghi, spor­chi, che non lavo­ra­no», scri­ve il poe­ta del­la rivo­lu­zio­ne nel suo dia­rio dal car­ce­re.

Era un mat­ti­no d’estate quan­do i cara­bi­nie­ri arri­va­ro­no nel­la casa dell’amica che ospi­ta­va pier­re Clé­men­ti a Roma: 24 luglio 1971, decen­nio a veni­re di anta­go­ni­smi libe­ra­ti dal 68, una rivo­lu­zio­ne di cui l’attore fran­ce­se era ico­na e pro­ta­go­ni­sta. In Part­ner di Ber­to­luc­ci lo vedia­mo cor­re­re per le stra­de del­la capi­ta­le, era lui che rac­con­ta­va qui già il mag­gio fran­ce­se, irre­quie­to, inef­fa­bi­le, un’insofferenza alle rego­le sin da pic­co­lo che era il suo magne­ti­smo. Bel­lez­za andro­gi­na, poten­za d’attore, sen­si­bi­li­tà psi­che­de­li­ca che poi ne farà il pro­ta­go­ni­sta «natu­ra­le» del magni­fi­co Sweet Movie di Maka­ve­jev, ave­va incan­ta­to oltre a Ber­to­luc­ci (col qua­le gire­rà anche Il con­for­mi­sta, 70) Luis Buñuel (Bel­la di gior­no, 66, La via lat­tea, 69), Marc’O (Les Ido­les, 64), Phi­lip­pe Gar­rel (Le lit vier­ge, 69, La cica­tri­ce inte­rio­re, 70), Glau­ber Rocha (Cabe­zas scor­ta­das, 70), Lilia­na Cava­ni (I can­ni­ba­li, 69), Pier Pao­lo Paso­li­ni (Por­ci­li, 69). Il cine­ma insom­ma che più distil­la­va imma­gi­na­rio e vita, di cui vis­su­to e sen­si­bi­li­tà dell’attore era­no incar­na­zio­ne e alchi­mia per­fet­ta. A Roma Clé­men­ti sta­va giran­do Necro­po­li di Fran­co Bro­ca­ni, anco­ra cine­ma ita­lia­no che lui ado­ra­va. Paso­li­ni, intan­to, «un san Pao­lo a suo modo che pen­sa di ave­re come mis­sio­ne l’affrancamento degli ita­lia­ni dal­le car­cas­se mora­li e dal­le rego­le cat­to­li­che che li han­no castra­ti per seco­li ren­den­do­li ver­go­gno­si del­la pro­pria ses­sua­li­tà». Poi Fel­li­ni, Viscon­ti (era sta­to anche nel Gat­to­par­do), De Sica…

Quel­la mat­ti­na Clé­men­ti dor­mi­va, il figlio, Bal­tha­zar, un bim­bet­to di cin­que anni, apre la por­ta. È un atti­mo. I cara­bi­nie­ri fru­ga­no deter­mi­na­ti — «i vici­ni si sono lamen­ta­ti» diran­no a moti­va­re l’irruzione da Anna Maria, così si chia­ma l’amica di Clé­men­ti, una cosa dove c’era sem­pre un posto per tut­ti, cosa che da sola basta a giu­di­ca­re, a dichia­ra­re col­pe­vo­lez­za. Che cer­ca­no è faci­le imma­gi­nar­lo: dro­ga. E la tro­va­no, natu­ral­men­te, un po’ di hashish, un piz­zi­co di cocai­na, roba da nien­te (e con tut­ta pro­ba­bi­li­tà mes­sa da loro stes­si) che basta però a por­ta­re Clé­men­ti e Anna Maria in gale­ra. Un po’ quel­lo che avver­rà con la pros­si­ma leg­ge Fini. Clé­men­ti reste­rà in pri­gio­ne diciot­to mesi di cui otto atten­den­do il pro­ces­so al qua­le vie­ne pri­ma con­dan­na­to a due anni, e poi, in appel­lo, assol­to. Ma intan­to pas­sa­no altri die­ci mesi, die­ci mesi di abbru­ti­men­to, vio­len­za, nega­zio­ne di tut­to. È in que­sto tem­po tra regi­na Coe­li – la pri­gio­ne del popo­lo come lui la chia­ma – e Rebib­bia, «il car­ce­re model­lo», che Clé­men­ti scri­ve Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, qual­co­sa di più che un dia­rio o un’autobiografia, un vero rac­con­to del car­ce­re ma soprat­tut­to mec­ca­ni­smi che lo strut­tu­ra­no, e di quel­la repres­sio­ne capil­la­re e orga­niz­za­ta mes­sa in atto da cara­bi­nie­ri e fasci­sti con il sup­por­to degli appa­ra­ti media­ti­ci. Sono gli anni dei «casi» costrui­ti con sapien­za, del­le indi­vi­dua­li­tà demo­li­te per col­pi­re il movi­men­to che met­te sem­pre più in cri­si la supre­ma­zia di una logi­ca poli­ti­ca che è solo repres­sio­ne a tut­to cam­po. Val­pre­da accu­sa­to di stra­ge anche se inno­cen­te, ma anar­chi­co, dun­que col­pe­vo­le. Da Brai­ban­ti, pri­mo col­pe­vo­le di dis­sen­so fino al «caso» del qua­li hashish e mari­jua­na, e un incre­di­bi­le cla­mo­re media­ti­co di mala infor­ma­zio­ne e fana­ti­smo anti­co­mu­ni­sta. La dro­ga ci dice Clé­men­ti è il pre­te­sto, il sim­bo­lo e la sin­te­si con cui anni­chi­li­re le figu­re sco­mo­de e non assi­mi­la­bi­li alle nor­me. La sua scrit­tu­ra ci por­ta den­tro a tut­to que­sto, e lo fa par­ti­re da un vis­su­to (in pri­ma per­so­na) che mai è sovrae­spo­sto ma indi­gna­to, strug­gen­te, rab­bio­so con la dol­cez­za gen­ti­le di un poe­ta del­la rivol­ta. Che sa bene il pae­se in cui si tro­va rin­chiu­so, non diver­so dal­la sua Fran­cia e dal resto del mon­do che cer­ca di difen­der­si da chi met­te in discus­sio­ne sfrut­ta­men­to, pri­vi­le­gio, nega­zio­ne del­la con­sa­pe­vo­lez­za. L’Italia che rac­con­ta Clé­men­ti è quel­la del codi­ce fasci­sta Roc­co, del­le rivol­te car­ce­ra­rie fini­te in mas­sa­cro, dell’istruzione nega­ta in car­ce­re come il lavo­ro o una qual­sia­si spe­cia­liz­za­zio­ne così che chi poi esce sia costret­to a rien­trar­ci. «per­ché quel­la mat­ti­na d’estate i poli­ziot­ti sono venu­ti a bus­sa­re pro­prio alla por­ta di Anna Maria?» si chie­de più vol­te nel cor­so del rac­con­to. E rispon­de: «ci vole­va qual­co­sa che disto­glies­se l’attenzione dal­lo scan­da­lo intor­no alla con­dan­na di Val­pre­da, mol­to rischio­so per il siste­ma giu­di­zia­rio e poli­zie­sco (…) Cosa di meglio che dei ragaz­zi stra­nie­ri coi capel­li lun­ghi, spor­chi, che non voglio­no lavo­ra­re e che si dro­ga­no, que­sti hip­pie…».

A Regi­na Coe­li car­ce­re duro, nes­sun dirit­to, let­tu­re e posta con­trol­la­ti, il rischio con­ti­nuo del­la cel­la di iso­la­men­to (in cui fini­sce anche lui). Se si rispon­de si diven­ta subi­to ele­men­ti peri­co­lo­si. Clé­men­ti rifiu­ta il mon­do, smet­te di par­la­re, di leg­ge­re, di man­gia­re, non vuo­le visi­te. «Dopo il silen­zio, e set­ti­ma­ne di vita vege­ta­ti­va, è arri­va­to il momen­to del­la rivol­ta. La sola arma che un pri­gio­nie­ro ha è il suo cor­po» scri­ve. E anco­ra: «ho visto cose ter­ri­bi­li a Regi­na Coe­li. E uomi­ni subli­mi».

Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, ripub­bli­ca­to in Fran­cia dal­le edi­zio­ni folio, l’edizione ori­gi­na­le usci­ta nel 1973 era ormai intro­va­bi­le (in Ita­lia l’ha pub­bli­ca­to il For­mi­chie­re, ormai scom­par­so, ora si sta cer­can­do un nuo­vo edi­to­re) si com­po­ne per istan­ta­nee in cui Pier­re Clé­men­ti dete­nu­to incon­tra Pier­re Clé­men­ti atto­re: bru­cian­ti, la stes­sa incan­de­scen­za distil­la­ta nei suoi film. Che entra­no nel­lo «sma­sche­ra­men­to» del car­ce­re insie­me a altri appun­ti di memo­ria, l’erranza nel­le stra­de di Saint-Ger­main, l’incontro con Jean-Pier­re Kal­fon, i set di Buñuel per Bel­la di gior­no… E le don­ne, «le stel­le filan­ti» come le chia­ma, anche quel­le ita­lia­ne, «del popo­lo», incon­tra­te nei vaga­bon­dag­gi tra­ste­ve­ri­ni, lui per scel­ta lon­ta­no dai salot­ti di piaz­za del Popo­lo e in affi­ni­tà coi tavo­li­ni pro­le­ta­ri di un quar­tie­re allo­ra anco­ra segno vita­le di una metro­po­li non del tut­to spos­ses­sa­ta di sé. Cine­ma e vita insom­ma, cioè imma­gi­na­rio non pia­ni­fi­ca­bi­le, che pro­du­ce inquie­ti­tu­di­ne e per que­sto va can­cel­la­to. Clé­men­ti pri­gio­nie­ro denu­da anche i suoi «inter­lo­cu­to­ri»: i diret­to­ri del car­ce­re per tipo­lo­gie, mel­li­fluo, o «sogna­to­re», o sma­sche­ra­to di gen­ti­lez­za che ti rovi­na. I poli­ziot­ti reclu­ta­ti tra pove­ri e igno­ran­ti, a cui si inse­gna a leg­ge­re e a pic­chia­re, cari­ca­ti a anfe­ta­mi­na pri­ma del­le mani­fe­sta­zio­ni, stes­sa tec­ni­ca usa­ta dai fran­ce­si nel­la guer­ra di Alge­ria. «Il siste­ma ha pau­ra dell’energia di mas­sa. Biso­gna bloc­car­la o cana­liz­zar­la cer­can­do con ogni mez­zo di ricon­ver­ti­re la poten­zia­le ener­gia crea­ti­va in repres­sio­ne». Poi c’è la spe­ran­za, che è lot­ta per cam­biar­la la pri­gio­ne, e che fa di Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels un libro com­bat­ten­te a ogni pas­sag­gio. E di eva­sio­ne ma dal siste­ma ver­so l’utopia, che un gior­no le pri­gio­ni scom­pa­ia­no, che i mini­stri del­la giu­sti­zia sia­no tor­men­ta­ti da inson­nia pen­san­do­ci, e che fini­sca l’ipocrisia. Clé­men­ti non sarà più lo stes­so una vol­ta fuo­ri. «Biso­gna sape­re anda­re mol­to lon­ta­no» ave­va scrit­to. Resi­sten­za estre­mi­sta, qua­si un’altra spe­ri­men­ta­zio­ne.

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