Intervista a Balthazar Clémenti

Il figlio dell’attore francese ricorda quella mattina del 1971 quando il padre finì per un anno in galera per un po’ di hashish.

«Mi sve­gliò la poli­zia, cer­ca­va­no mio padre li ho visti, mise­ro la dro­ga sot­to il let­to»

di Giu­lia­no Cape­ce­la­tro — Libe­ra­zio­ne, pag. 17, Inter­vi­ste, 8 mag­gio 2008

Cad­de dall’alto di un sogno, Bal­tha­zar. In fran­tu­mi l’infanzia dora­ta in una Roma dai colo­ri di favo­la. Offu­sca­ta l’immagine del padre. Atto­re cele­ber­ri­mo e con­te­so, gio­va­ne divo dal­la bel­lez­za andro­gi­na. Pier­re Clé­men­ti, alto, fles­suo­so, una gran chio­ma che si ada­gia­va sul­le spal­le magre con gra­zia ange­li­ca, e incor­ni­cia­va l’irrequieta oscu­ri­tà del­lo sguar­do. Cad­de dall’alto di un sogno, Bal­tha­zar, la mat­ti­na del 24 luglio 1971. Qual­cu­no dove­va aver accu­sa­to Pier­re Clé­men­ti.
«Fui pro­prio io ad apri­re la por­ta. Dove­va­no esse­re le nove. C’era un tizio … con un imper­mea­bi­le, se non m’inganno: un poli­ziot­to in bor­ghe­se. Poi arri­va­ro­no i cara­bi­nie­ri… E’ come se fos­se ieri. Una sto­ria che mi ha segna­to, mi ha fat­to sof­fri­re. E a Pier­re, con­fes­so, per un po’ glie­ne ho volu­to».
Arri­va da Pari­gi la voce di Bal­tha­zar Clé­men­ti. Distan­za nel­lo spa­zio, distan­za nel tem­po. E’ un qua­ran­ten­ne, oggi, che si gua­da­gna da vive­re col mestie­re di atto­re. Come il padre. Che nell’ esta­te del 1971 rima­se impi­glia­to in una brut­ta sto­ria di dro­ga. Un po’ di cocai­na, dell’hashish. Nel­la casa del­la sua com­pa­gna, Anna Maria Lau­ri­cel­la, in via dei Ban­chi Vec­chi.
«Entra­ro­no… io ricor­do che mise­ro del­la dro­ga sot­to il let­to… mi ordi­na­ro­no di tor­na­re a dor­mi­re. Fru­ga­ro­no dap­per­tut­to… per­qui­si­ro­no. Ma la dro­ga… io ricor­do che furo­no loro a met­ter­la».
Ave­va cin­que anni quel gior­no: la por­ta si aprì e, come in una favo­la nera, la vita si capo­vol­se. Spa­rì quel padre fan­ta­sti­co, che offri­va al bam­bi­no un mon­do magi­co. E’ dif­fi­ci­le rie­la­bo­ra­re un’emozione al tele­fo­no. Rivi­ver­la dopo qua­si qua­ran­ta anni. La voce flui­sce sen­za sma­glia­tu­re. Solo a trat­ti, la fra­se si spe­gne in una bre­ve risa­ta dal­le sono­ri­tà infan­ti­li. For­se il ten­ta­ti­vo incon­scio di met­te­re un con­fi­ne, di auto­con­vin­cer­si che quel­la vicen­da è dav­ve­ro con­clu­sa.
«Ci fece­ro sali­re su una mac­chi­na. Pier­re, Anna Maria… io non vole­vo stac­car­mi da mio padre. Poi ho solo dei flash, imma­gi­ni con­fu­se… Ricor­do un ter­re­no aper­to su cui si vede­va un edi­fi­cio moder­no».
Una Roma meta­fi­si­ca si pro­fi­la sul­lo sfon­do del­la memo­ria. Gli occhi del bam­bi­no affer­ra­no fram­men­ti di real­tà, che l’adulto ten­ta di ricom­por­re in un qua­dro plau­si­bi­le. Istan­ti con­vul­si: l’irruzione, la per­qui­si­zio­ne, l’arresto. Il padre trat­ta­to da delin­quen­te comu­ne.
E il bam­bi­no Bal­tha­zar che si ribel­la. Con le lacri­me, la rab­bia. Con la voce, che chie­de tra i sin­ghioz­zi una pisto­la. Per poter spa­ra­re a que­gli sbir­ri. A que­gli uomi­ni che han­no mes­so le mani su suo padre. E che lo han­no ruvi­da­men­te riscos­so dall’incanto.
Famo­so e vez­zeg­gia­to, Pier­re Clé­men­ti. Ruo­li impor­tan­ti con gran­di regi­sti. Luis Buñuel per La via lat­tea. Pier Pao­lo Paso­li­ni per Por­ci­le. Ber­nar­do Ber­to­luc­ci per Il con­for­mi­sta, Il part­ner. Lilia­na Cava­ni per I can­ni­ba­li. Glau­ber Rocha per Cut­ting heads. Un improv­vi­so benes­se­re, una vita di agi e lus­si per il bor­der-line nato a Pari­gi nel 1942 sen­za padre, da una ragaz­za còr­sa, il bohé­mien squat­tri­na­to che rac­co­glie­va cic­che a Saint Ger­main des Prés, l’attore novi­zio che un Alain Delon in vena di inu­si­ta­te gene­ro­si­tà tra­sci­na con sé alla cor­te di Luchi­no Viscon­ti per una par­ti­ci­na ne Il Gat­to­par­do. L’interprete che snob­ba il Saty­ri­con di Fede­ri­co Fel­li­ni per­ché quel set gli fa veni­re in men­te una cate­na di mon­tag­gio.
«Era la dol­ce vita — rac­con­ta Bal­tha­zar, e sot­to­li­nea il ricor­do con la sua bre­ve, som­mes­sa risa­ta -. Vive­vo in pie­na liber­tà. Gira­vo a pie­di nudi per le stra­de di Roma. La figlia di Anna Maria ave­va una pas­sion­cel­la per me. Una ragaz­za sim­pa­ti­ca, cari­na per quel poco che ricor­do. Rima­ne­va­mo spes­so soli a casa, poi la sera rag­giun­ge­va­mo i geni­to­ri in un risto­ran­te, a piaz­za di Spa­gna, via del Babui­no, piaz­za del Popo­lo. Vede­vo i film di Paso­li­ni pri­ma che uscis­se­ro, in una sala pri­va­ta di via Mar­gut­ta. E poi Posi­ta­no, Pier­re ave­va affit­ta­to vil­la Murat, ci pas­sa­va­mo le vacan­ze. Anda­va­mo in bar­ca. Ricor­do una pasqua; ven­ne mia madre e nasco­se nel giar­di­no del­le uova, che noi bam­bi­ni dove­va­mo cer­ca­re. Ven­ne a tro­var­ci Ber­to­luc­ci… in segui­to mi avreb­be chie­sto se ave­vo anco­ra la mac­chi­na dei pom­pie­ri. La dol­ce vita… poi l’incubo».
L’Italia del­le stra­gi di sta­to, del­la ten­sio­ne gol­pi­sta, del­le tra­me mas­so­ni­che (è in quell’ anno che Licio Gel­li pren­de il coman­do del­la P2), del fasci­smo sem­pre risor­gen­te, e che pro­prio alla fine del 1971 for­ni­rà a Gio­van­ni Leo­ne, demo­cri­stia­no spe­cia­li­sta di gover­ni bal­nea­ri, i voti deci­si­vi per issar­si sul­la più impor­tan­te pol­tro­na del­la repub­bli­ca, ha ele­va­to a nemi­co pub­bli­co nume­ro uno la dro­ga. E cala la man­na­ia di una nor­ma­ti­va retro­gra­da e cie­ca­men­te repres­si­va. Sen­za distin­zio­ni. E, comun­que, sen­za mai distur­ba­re quei salot­ti buo­ni, da Tori­no a Roma, da Mila­no a Napo­li e Paler­mo, in cui la cocai­na ha sem­pre cir­co­la­to con l’innocente fre­quen­za dei bon­bon.
«Io cre­do — rac­con­ta Bal­tha­zar — che aves­se­ro biso­gno di un capro espia­to­rio visi­bi­le, cono­sciu­to. Lui era una star inter­na­zio­na­le. Por­ta­va i capel­li lun­ghi e non ave­va mai tra­di­to la sua voca­zio­ne alla mar­gi­na­li­tà…. In qual­che modo dava fasti­dio. E si pre­sta­va allo sco­po, ave­va un pas­sa­to poli­ti­co di sini­stra… c’è un cor­to­me­trag­gio che ave­va gira­to a Pari­gi, nel mag­gio ‘68, La révo­lu­tion, con mia madre Mar­gue­ri­te che sven­to­la una ban­die­ra ros­sa… Fuma­va, di sicu­ro fuma­va un po’ di hashish, chi non fuma­va in quell’ epo­ca? Ma la dro­ga in casa, quel gior­no… il mio ricor­do è che l’ han­no mes­sa loro per far vede­re che ave­va­no tro­va­to quel­lo che cer­ca­va­no».
Regi­na Coe­li. Rebib­bia. Una con­dan­na a due anni in pri­mo gra­do. Pier­re Clé­men­ti, atto­re di gri­do, diven­ta un ano­ni­mo dete­nu­to del­le car­ce­ri roma­ne. Che pri­ma ten­te­rà di con­te­sta­re, dia­lo­ga­re. Quin­di, la testa com­ple­ta­men­te rasa­ta, si chiu­de­rà in un muti­smo asce­ti­co. For­ma radi­ca­le di pro­te­sta. Ma anche un radi­ca­le muta­men­to di pro­spet­ti­va. Usci­to dal car­ce­re, l’attore rie­vo­che­rà l’esperienza di reclu­sio­ne in un libro, Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, pub­bli­ca­to da Gal­li­mard e da poco ritra­dot­to in ita­lia­no (Pier­re Clé­men­ti, Pen­sie­ri dal car­ce­re, Il Siren­te, pagi­ne 146, 12,50 euro).
«Andai a tro­var­lo con mia madre. Non ho imma­gi­ni niti­de di quel gior­no… un’atmosfera sini­stra, can­cel­li, sbar­re, una sala pic­co­lis­si­ma, sem­bra­va l’emiciciclo di un’aula uni­ver­si­ta­ria. C’era sol­tan­to un’altra per­so­na con una don­na. Rima­nem­mo poco, non più di un’ora cre­do. Gli ave­vo por­ta­to dei mar­rons gla­cés. Lo tro­vai con i capel­li a zero».
I capel­li spa­ri­ti can­cel­la­no l’immagine di quel padre magi­co. Si azze­ra anche l’infanzia feli­ce e spen­sie­ra­ta di Bal­tha­zar. «Fui affi­da­to per qual­che tem­po a uno degli avvo­ca­ti. Mia madre era trop­po impe­gna­ta nel lavo­ro, anche lei nel cine­ma, per poter­si occu­pa­re a tem­po pie­no di me. Ci vede­va­mo nei week end. Ogni tan­to mi por­ta­va in viag­gio con sé. Ma in pre­va­len­za stet­ti con i miei non­ni. Andai in col­le­gio. La sto­ria mi ave­va scos­so. Mi sve­glia­vo nel cuo­re del­la not­te. E sen­ti­vo sem­pre par­la­re di mio padre alla tele­vi­sio­ne».
L’appello. In un’aula affol­la­ta di tele­ca­me­re. Insuf­fi­cien­za di pro­ve. Dopo oltre un anno e mez­zo di deten­zio­ne. Ma resta la con­dan­na per Anna Maria, che gira la testa dall’altra par­te, feri­ta per la dispa­ri­tà di trat­ta­men­to. Via le manet­te, ma imme­dia­ta l’espulsione. Inde­si­de­ra­bi­le: ven­ti­quat­tro ore di tem­po per lascia­re l’ Ita­lia.
«All’ aero­por­to di Orly, quan­do Pier­re tor­nò in Fran­cia, c’era una tale res­sa di gior­na­li­sti che non riu­sci­vo ad avvi­ci­nar­lo. Fu tut­to un sus­se­guir­si di inter­vi­ste, di incon­tri. Un gior­no, in una radio si imbat­te in Fra­nçois Mit­ter­rand, che gli dice: vi voglia­mo mol­to bene; vi abbia­mo soste­nu­to. Par­la­va già allo­ra da pre­si­den­te. Andai a vive­re per qual­che tem­po con lui, in rue des Eco­les. Poi mi ripre­se mia madre. Ma io vole­vo tor­na­re dai non­ni. A dicias­set­te anni comin­ciai a vive­re da solo, maga­ri a casa di qual­che fidan­za­ta».
L’attore Clé­men­ti cam­bia vita. Abban­do­na la ribal­ta. Sce­glie per­cor­si più ardui. River­sa la rab­bia sul­le sce­ne tea­tra­li, impu­gnan­do Genet, Artaud e anche testi di sua mano. Da regi­sta si orien­ta ver­so un cine­ma meno pati­na­to, indi­pen­den­te, cen­tra­to su per­so­nag­gi mar­gi­na­li. Gira Il sole , una sor­ta di poe­ma fil­ma­to, un dia­rio in cui si par­la del­la pri­gio­ne, del­la giu­sti­zia len­ta, este­nuan­te, di un’esperienza da cui non si esce intat­ti.
«Non si ripre­se mai — rac­con­ta Bal­tha­zar -. Evi­ta­va di par­la­re di quel­la sto­ria. Per lui era una spe­cie di segre­to. Era una per­so­na mol­to pudi­ca. Si chiu­se sem­pre più in se stes­so. Rifiu­tò offer­te allet­tan­ti, anche dal pun­to di vista finan­zia­rio».
A 57 anni, nel dicem­bre 1999, lo ucci­se un can­cro al fega­to. Ma la figu­ra dell’attore non scom­pa­re dall’universo cine­ma­to­gra­fi­co. Con­ti­nua, anzi, a ripre­sen­tar­si. Il Cen­tre Pom­pi­dou, al Beau­bourg di Pari­gi, gli ha dedi­ca­to un omag­gio. L’anno scor­so la Cine­ma­te­ca di Bolo­gna ha pre­sen­ta­to due medio­me­trag­gi scrit­ti e inter­pre­ta­ti da Clé­men­ti: Visa de cen­su­re del 1968 con Jean Pier­re Kal­fon e New Old del 1979 con Klaus Kin­ski. Jean­ne Hoff­stet­ter ha scrit­to una sua bio­gra­fia roman­za­ta. Su Inter­net vie­ne dif­fu­so un dvd, Pier­re Clé­men­ti cinéa­ste: l’intégrale.
Il pros­si­mo appun­ta­men­to è a Luc­ca, a otto­bre pros­si­mo, per il festi­val del cine­ma spe­ri­men­ta­le. Bal­tha­zar è sta­to invi­ta­to.
«Ora voglio rin­trac­cia­re i poe­mi scrit­ti in car­ce­re. Li ave­va uno dei suoi avvo­ca­ti, diven­ta­to poi un pez­zo gros­so del gover­no fran­ce­se. Ma non sono più sta­ti ritro­va­ti».
E’ sem­pre quel­la figu­ra esi­le, alta, dai lun­ghi capel­li e lo sguar­do tra­so­gna­to, che cer­ca Bal­tha­zar. Quel sogno da cui lo risve­glia­ro­no una mat­ti­na di luglio.
«Con Pier­re non fu un rap­por­to faci­le. Solo da adul­to ho capi­to dav­ve­ro il suo atteg­gia­men­to. Pri­ma un po’ glie­ne vole­vo. Ma lui era diver­so, ave­va rin­ne­ga­to la car­rie­ra faci­le, com­mer­cia­le. Si sen­ti­va un mar­gi­na­le. Era un vero arti­sta. Ed ora pos­so dire che le sue scel­te mi tro­va­no d’ accor­do».

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La guerra di Pierre

Quarta di copertina 

di Cri­sti­na Pic­ci­no (da ALIAS N. 6 — il mani­fe­sto, 11/02/2006)

Era il 1971 quan­do l’attore fran­ce­se Clé­men­ti, a Roma a gira­re «Necro­po­li» di Fran­co Bro­ca­ni, ven­ne arre­sta­to per dro­ga. Un bli­tz per disto­glie­re l’attenzione dal caso val­pre­da. «Cosa di meglio che quei ragaz­zi stra­nie­ri coi capel­li lun­ghi, spor­chi, che non lavo­ra­no», scri­ve il poe­ta del­la rivo­lu­zio­ne nel suo dia­rio dal car­ce­re.

Era un mat­ti­no d’estate quan­do i cara­bi­nie­ri arri­va­ro­no nel­la casa dell’amica che ospi­ta­va pier­re Clé­men­ti a Roma: 24 luglio 1971, decen­nio a veni­re di anta­go­ni­smi libe­ra­ti dal 68, una rivo­lu­zio­ne di cui l’attore fran­ce­se era ico­na e pro­ta­go­ni­sta. In Part­ner di Ber­to­luc­ci lo vedia­mo cor­re­re per le stra­de del­la capi­ta­le, era lui che rac­con­ta­va qui già il mag­gio fran­ce­se, irre­quie­to, inef­fa­bi­le, un’insofferenza alle rego­le sin da pic­co­lo che era il suo magne­ti­smo. Bel­lez­za andro­gi­na, poten­za d’attore, sen­si­bi­li­tà psi­che­de­li­ca che poi ne farà il pro­ta­go­ni­sta «natu­ra­le» del magni­fi­co Sweet Movie di Maka­ve­jev, ave­va incan­ta­to oltre a Ber­to­luc­ci (col qua­le gire­rà anche Il con­for­mi­sta, 70) Luis Buñuel (Bel­la di gior­no, 66, La via lat­tea, 69), Marc’O (Les Ido­les, 64), Phi­lip­pe Gar­rel (Le lit vier­ge, 69, La cica­tri­ce inte­rio­re, 70), Glau­ber Rocha (Cabe­zas scor­ta­das, 70), Lilia­na Cava­ni (I can­ni­ba­li, 69), Pier Pao­lo Paso­li­ni (Por­ci­li, 69). Il cine­ma insom­ma che più distil­la­va imma­gi­na­rio e vita, di cui vis­su­to e sen­si­bi­li­tà dell’attore era­no incar­na­zio­ne e alchi­mia per­fet­ta. A Roma Clé­men­ti sta­va giran­do Necro­po­li di Fran­co Bro­ca­ni, anco­ra cine­ma ita­lia­no che lui ado­ra­va. Paso­li­ni, intan­to, «un san Pao­lo a suo modo che pen­sa di ave­re come mis­sio­ne l’affrancamento degli ita­lia­ni dal­le car­cas­se mora­li e dal­le rego­le cat­to­li­che che li han­no castra­ti per seco­li ren­den­do­li ver­go­gno­si del­la pro­pria ses­sua­li­tà». Poi Fel­li­ni, Viscon­ti (era sta­to anche nel Gat­to­par­do), De Sica…

Quel­la mat­ti­na Clé­men­ti dor­mi­va, il figlio, Bal­tha­zar, un bim­bet­to di cin­que anni, apre la por­ta. È un atti­mo. I cara­bi­nie­ri fru­ga­no deter­mi­na­ti — «i vici­ni si sono lamen­ta­ti» diran­no a moti­va­re l’irruzione da Anna Maria, così si chia­ma l’amica di Clé­men­ti, una cosa dove c’era sem­pre un posto per tut­ti, cosa che da sola basta a giu­di­ca­re, a dichia­ra­re col­pe­vo­lez­za. Che cer­ca­no è faci­le imma­gi­nar­lo: dro­ga. E la tro­va­no, natu­ral­men­te, un po’ di hashish, un piz­zi­co di cocai­na, roba da nien­te (e con tut­ta pro­ba­bi­li­tà mes­sa da loro stes­si) che basta però a por­ta­re Clé­men­ti e Anna Maria in gale­ra. Un po’ quel­lo che avver­rà con la pros­si­ma leg­ge Fini. Clé­men­ti reste­rà in pri­gio­ne diciot­to mesi di cui otto atten­den­do il pro­ces­so al qua­le vie­ne pri­ma con­dan­na­to a due anni, e poi, in appel­lo, assol­to. Ma intan­to pas­sa­no altri die­ci mesi, die­ci mesi di abbru­ti­men­to, vio­len­za, nega­zio­ne di tut­to. È in que­sto tem­po tra regi­na Coe­li – la pri­gio­ne del popo­lo come lui la chia­ma – e Rebib­bia, «il car­ce­re model­lo», che Clé­men­ti scri­ve Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, qual­co­sa di più che un dia­rio o un’autobiografia, un vero rac­con­to del car­ce­re ma soprat­tut­to mec­ca­ni­smi che lo strut­tu­ra­no, e di quel­la repres­sio­ne capil­la­re e orga­niz­za­ta mes­sa in atto da cara­bi­nie­ri e fasci­sti con il sup­por­to degli appa­ra­ti media­ti­ci. Sono gli anni dei «casi» costrui­ti con sapien­za, del­le indi­vi­dua­li­tà demo­li­te per col­pi­re il movi­men­to che met­te sem­pre più in cri­si la supre­ma­zia di una logi­ca poli­ti­ca che è solo repres­sio­ne a tut­to cam­po. Val­pre­da accu­sa­to di stra­ge anche se inno­cen­te, ma anar­chi­co, dun­que col­pe­vo­le. Da Brai­ban­ti, pri­mo col­pe­vo­le di dis­sen­so fino al «caso» del qua­li hashish e mari­jua­na, e un incre­di­bi­le cla­mo­re media­ti­co di mala infor­ma­zio­ne e fana­ti­smo anti­co­mu­ni­sta. La dro­ga ci dice Clé­men­ti è il pre­te­sto, il sim­bo­lo e la sin­te­si con cui anni­chi­li­re le figu­re sco­mo­de e non assi­mi­la­bi­li alle nor­me. La sua scrit­tu­ra ci por­ta den­tro a tut­to que­sto, e lo fa par­ti­re da un vis­su­to (in pri­ma per­so­na) che mai è sovrae­spo­sto ma indi­gna­to, strug­gen­te, rab­bio­so con la dol­cez­za gen­ti­le di un poe­ta del­la rivol­ta. Che sa bene il pae­se in cui si tro­va rin­chiu­so, non diver­so dal­la sua Fran­cia e dal resto del mon­do che cer­ca di difen­der­si da chi met­te in discus­sio­ne sfrut­ta­men­to, pri­vi­le­gio, nega­zio­ne del­la con­sa­pe­vo­lez­za. L’Italia che rac­con­ta Clé­men­ti è quel­la del codi­ce fasci­sta Roc­co, del­le rivol­te car­ce­ra­rie fini­te in mas­sa­cro, dell’istruzione nega­ta in car­ce­re come il lavo­ro o una qual­sia­si spe­cia­liz­za­zio­ne così che chi poi esce sia costret­to a rien­trar­ci. «per­ché quel­la mat­ti­na d’estate i poli­ziot­ti sono venu­ti a bus­sa­re pro­prio alla por­ta di Anna Maria?» si chie­de più vol­te nel cor­so del rac­con­to. E rispon­de: «ci vole­va qual­co­sa che disto­glies­se l’attenzione dal­lo scan­da­lo intor­no alla con­dan­na di Val­pre­da, mol­to rischio­so per il siste­ma giu­di­zia­rio e poli­zie­sco (…) Cosa di meglio che dei ragaz­zi stra­nie­ri coi capel­li lun­ghi, spor­chi, che non voglio­no lavo­ra­re e che si dro­ga­no, que­sti hip­pie…».

A Regi­na Coe­li car­ce­re duro, nes­sun dirit­to, let­tu­re e posta con­trol­la­ti, il rischio con­ti­nuo del­la cel­la di iso­la­men­to (in cui fini­sce anche lui). Se si rispon­de si diven­ta subi­to ele­men­ti peri­co­lo­si. Clé­men­ti rifiu­ta il mon­do, smet­te di par­la­re, di leg­ge­re, di man­gia­re, non vuo­le visi­te. «Dopo il silen­zio, e set­ti­ma­ne di vita vege­ta­ti­va, è arri­va­to il momen­to del­la rivol­ta. La sola arma che un pri­gio­nie­ro ha è il suo cor­po» scri­ve. E anco­ra: «ho visto cose ter­ri­bi­li a Regi­na Coe­li. E uomi­ni subli­mi».

Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, ripub­bli­ca­to in Fran­cia dal­le edi­zio­ni folio, l’edizione ori­gi­na­le usci­ta nel 1973 era ormai intro­va­bi­le (in Ita­lia l’ha pub­bli­ca­to il For­mi­chie­re, ormai scom­par­so, ora si sta cer­can­do un nuo­vo edi­to­re) si com­po­ne per istan­ta­nee in cui Pier­re Clé­men­ti dete­nu­to incon­tra Pier­re Clé­men­ti atto­re: bru­cian­ti, la stes­sa incan­de­scen­za distil­la­ta nei suoi film. Che entra­no nel­lo «sma­sche­ra­men­to» del car­ce­re insie­me a altri appun­ti di memo­ria, l’erranza nel­le stra­de di Saint-Ger­main, l’incontro con Jean-Pier­re Kal­fon, i set di Buñuel per Bel­la di gior­no… E le don­ne, «le stel­le filan­ti» come le chia­ma, anche quel­le ita­lia­ne, «del popo­lo», incon­tra­te nei vaga­bon­dag­gi tra­ste­ve­ri­ni, lui per scel­ta lon­ta­no dai salot­ti di piaz­za del Popo­lo e in affi­ni­tà coi tavo­li­ni pro­le­ta­ri di un quar­tie­re allo­ra anco­ra segno vita­le di una metro­po­li non del tut­to spos­ses­sa­ta di sé. Cine­ma e vita insom­ma, cioè imma­gi­na­rio non pia­ni­fi­ca­bi­le, che pro­du­ce inquie­ti­tu­di­ne e per que­sto va can­cel­la­to. Clé­men­ti pri­gio­nie­ro denu­da anche i suoi «inter­lo­cu­to­ri»: i diret­to­ri del car­ce­re per tipo­lo­gie, mel­li­fluo, o «sogna­to­re», o sma­sche­ra­to di gen­ti­lez­za che ti rovi­na. I poli­ziot­ti reclu­ta­ti tra pove­ri e igno­ran­ti, a cui si inse­gna a leg­ge­re e a pic­chia­re, cari­ca­ti a anfe­ta­mi­na pri­ma del­le mani­fe­sta­zio­ni, stes­sa tec­ni­ca usa­ta dai fran­ce­si nel­la guer­ra di Alge­ria. «Il siste­ma ha pau­ra dell’energia di mas­sa. Biso­gna bloc­car­la o cana­liz­zar­la cer­can­do con ogni mez­zo di ricon­ver­ti­re la poten­zia­le ener­gia crea­ti­va in repres­sio­ne». Poi c’è la spe­ran­za, che è lot­ta per cam­biar­la la pri­gio­ne, e che fa di Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels un libro com­bat­ten­te a ogni pas­sag­gio. E di eva­sio­ne ma dal siste­ma ver­so l’utopia, che un gior­no le pri­gio­ni scom­pa­ia­no, che i mini­stri del­la giu­sti­zia sia­no tor­men­ta­ti da inson­nia pen­san­do­ci, e che fini­sca l’ipocrisia. Clé­men­ti non sarà più lo stes­so una vol­ta fuo­ri. «Biso­gna sape­re anda­re mol­to lon­ta­no» ave­va scrit­to. Resi­sten­za estre­mi­sta, qua­si un’altra spe­ri­men­ta­zio­ne.

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