Emozioni vietate in Maghreb

Il giovane Mourad un giorno decide di voler piangere

Un uomo non piange mai” di Faïza Guène

Il Fat­to Quo­ti­dia­no di Fran­ce­sca Bellino

Per un’antica con­sue­tu­di­ne, ave­re momen­ti di debo­lez­za nel Magh­reb ara­bo-musul­ma­no è per­mes­so solo alle don­ne. Da qui l’espressione anco­ra dif­fu­sa Un uomo non pian­ge mai, scel­ta per il tito­lo del suo nuo­vo roman­zo dal­la scrit­tri­ce fran­ce­se di ori­gi­ne alge­ri­ne Faï­za Guè­ne, nota per il bestsel­ler Kif kif doma­ni, dia­rio semi­se­rio di un’adolescente del­la ban­lieue pari­gi­na con cui esor­dì nel 2004, tra­dot­to in 26 lin­gue. Alla base di quest’espressione c’è un’attitudine che affon­da in soli­de leg­gi tra­di­zio­na­li per cui un uomo può mostra­re for­za e corag­gio e man­te­ne­re digni­tà solo se non cede allo scon­for­to, sen­ti­men­to mes­so in discus­sio­ne dal pro­ta­go­ni­sta Mou­rad nato a Niz­za da fami­glia alge­ri­na, che nar­ra la sua ricer­ca d’identità. Sin da pic­co­lo i geni­to­ri gli ripe­to­no que­sta fra­se che lui rie­la­bo­ra insie­me a tan­ti sti­mo­li con­tra­stan­ti, trop­pi tan­to da pre­fe­ri­re i libri agli ami­ci. “Mia madre sof­fri­va nel veder­mi solo. Mi cre­de­va, di vol­ta in volt, pau­ro­so, affet­to da tur­be del­la per­so­na­li­tà, omo­ses­sua­le” rac­con­ta Mou­rad intro­du­cen­do la madre che ha, più del padre, un atteg­gia­men­to seve­ro che nasce da el keb­da, ter­mi­ne che signi­fi­ca “fega­to”, ma è indi­ca­to per indi­ca­re l’affetto del­le madri per i figli, quell’ “ecces­so di amo­re che fa pau­ra, che fini­sce per somi­glia­re a un regi­me dispo­ti­co” a cui è neces­sa­rio ribel­lar­si per cre­sce­re ed emanciparsi.

31 Mag­gio 2017

0

La ribellione di Fairouz fra le banlieue parigine

La Mecca-Pukhet di Saphia Azzeddine

di Fran­ce­sca Bel­li­no il Mattino

Per moti­vi sto­ri­ci lega­ti al colo­nia­li­smo, la Fran­cia è il pae­se euro­peo abi­ta­to dal mag­gior nume­ro di migran­ti magh­re­bi­ni e que­sta pre­sen­za mas­sic­cia ha fat­to nasce­re, sin dagli Anni ’80, una nar­ra­ti­va fran­ce­se tar­ga­ta G2. Un esem­pio signi­fi­ca­ti­vo tra le varie voci let­te­ra­rie del­la secon­da gene­ra­zio­ne sono i libri di Saphia Azzed­di­ne, nata in Maroc­co e tra­sfe­ri­ta­si in Fran­cia all’età di 9 anni, del­la qua­le Il Siren­te ha appe­na pub­bli­ca­to il roman­zo La Mec­ca-Phu­ket (tra­du­zio­ne di Ila­ria Vitali).
La sto­ria è ambien­ta­ta in una ban­lieue pari­gi­na disa­gia­ta e rac­con­ta la lot­ta per l’emancipazione del­la gio­va­ne “musul­ma­na lai­ca” Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, nata in Fran­cia da geni­to­ri maroc­chi­ni, con­si­de­ra­ta “sfron­ta­ta” dai pet­te­go­li del quar­tie­re solo per il suo sen­tir­si una don­na libe­ra di sce­glie­re. Fai­rouz, infat­ti, pur rispet­tan­do alcu­ni pre­cet­ti del­la sua reli­gio­ne di appar­te­nen­za, come fare il rama­dan e non bere alcool, pren­de le distan­ze dell’identità fami­lia­re e por­ta avan­ti la sua bat­ta­glia quo­ti­dia­na da “indo­mi­ta”. Nono­stan­te si sen­ta com­ple­ta­men­te diver­sa dai geni­to­ri, li ama e li rispet­ta e, per ren­der­li feli­ci, deci­de di rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, uno dei cin­que pila­stri dell’Islam che va com­piu­to alme­no una vol­ta del­la vita. Comin­cia così a rac­co­glie­re i sol­di neces­sa­ri per il pro­get­to insie­me alla sorel­la men­tre la sua vita scor­re tra stu­dio, ami­che e sogni in un quar­tie­re gri­gio spes­so pre­so d’assalto da “gior­na­li­sti in cer­ca di scoop cir­con­da­ti da guar­die del cor­po per ren­de­re con­to del­la minac­cia islamico-integralista-estremista-oscurantista-salafita-wahabita”.

Per riflet­te­re la sepa­ra­zio­ne tra la secon­da gene­ra­zio­ne e chi l’ha pre­ce­du­ta, l’autrice fa un uso del­la lin­gua a più livel­li: da un lato il modo di espri­mer­si “gio­va­ni­le” del­la pro­ta­go­ni­sta che nar­ra in pri­ma per­so­na, dall’altro il lin­guag­gio “spez­za­to” dei geni­to­ri, un fran­ce­se appros­si­ma­ti­vo tipi­co di chi non ha mai matu­ra­to una buo­na padro­nan­za del­la lin­gua. La mag­gior par­te dei per­so­nag­gi del roman­zo che si pre­sen­ta snel­lo e vivo, par­la il cosid­det­to “argot des cités”, un les­si­co infar­ci­to di pre­sti­ti, soprat­tut­to dal­le lin­gue ara­be e afri­ca­ne, che spa­zia fino al ver­lan, anti­ca pra­ti­ca che rove­scia le paro­le, inver­ten­do non solo le let­te­re dell’alfabeto ma l’intero siste­ma di valo­ri trasmesso.
La pro­ta­go­ni­sta denun­cia così l’esclusione socia­le di chi vive nei caser­mo­ni del­le ban­lieue di Pari­gi dove i pre­giu­di­zi e le discri­mi­na­zio­ni pos­so­no nasce­re anche solo dal nome: “Fai­rouz Mou­fa­kh­rou… Ecco che cosa sug­ge­ri­sce il mio nome, una sfi­ga­ta che abi­ta in un appar­ta­men­to dove non cam­bia­no mai l’aria e che è sta­ta cul­la­ta per tut­ta l’infanzia dal rumo­re del­la pen­to­la a pressione!”.

23 Mar­zo 2017

0

La guerra di Aleppo vissuta con la sindrome di Asperger

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra” il nuovo libro di Sumia Sukkar

Quan­do esplo­de una bom­ba per Adam, il gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta di “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” di Sumia Suk­kar (Il Siren­te, tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni), diven­ta tut­to gri­gio. Ogni emo­zio­ne per lui cor­ri­spon­de a un colo­re e ogni choc lo spin­ge a dipin­ge­re. Adam vive ad Alep­po, ha 14 anni, è affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger, distur­bo del­lo svi­lup­po impa­ren­ta­to con l’autismo, ed è sua la voce nar­ran­te del­la sto­ria che Sumia Suk­kar, gio­va­ne autri­ce nata a Lon­dra nel 1992 da padre siria­no e madre alge­ri­na, ha scel­to per rac­con­ta­re la vita di una fami­glia siria­na nel mez­zo del­la dram­ma­ti­ca cri­si comin­cia­ta nel 2011.

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia Sukkar

Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guerra_cover

Un pun­to di vista ori­gi­na­le che enfa­tiz­za e poten­zia la sen­sa­zio­ne di incom­pren­si­bi­li­tà e di assur­do che si pro­va di fron­te al con­flit­to siria­no e che por­ta l’attenzione sul mon­do dell’infanzia feri­ta dal­le guer­re. I bam­bi­ni siria­ni, infat­ti, come sot­to­li­nea anche l’autrice “si sono sve­glia­ti improv­vi­sa­men­te un gior­no e si sono tro­va­ti adul­ti, per­den­do una par­te essen­zia­le dell’esperienza del­la crescita”.

Scuo­le chiu­se, pol­ve­re su ogni super­fi­ce, man­can­za di cibo e di elet­tri­ci­tà, cor­pi ste­si a ter­ra, boa­ti improv­vi­si, pau­ra, vio­len­za e distru­zio­ne ovun­que. “Non c’è più colo­re ad Alep­po. Tut­to è gri­gio, anche noi”. Que­sta è la real­tà che il pic­co­lo Adam vive d’un trat­to nel­la sua bel­la Alep­po, cit­tà che Sumia Suk­kar non ha mai visto ma che si è fat­ta rac­con­ta­re dai paren­ti in lun­ghe e stra­zian­ti con­ver­sa­zio­ni via Skype.

Più che il luo­go per l’autrice era impor­tan­te mostra­re le dif­fi­col­tà di com­pren­sio­ne del­la situa­zio­ne che si vivo­no oggi in Siria e che lei stes­sa pro­va. Una real­tà che Sumia sen­te appar­te­ner­le pro­fon­da­men­te pur essen­do nata in Inghil­ter­ra e sen­ten­do­si “a casa” a Lon­dra. Adam, il pro­ta­go­ni­sta, non capi­sce quel­lo che suc­ce­de intor­no a lui. La guer­ra gli fa gira­re la testa. Non rie­sce a rin­trac­cia­re i pen­sie­ri, met­ter­li in ordi­ne e a dire ciò che sente.

Ho scel­to un per­so­nag­gio con la sin­dro­me di Asper­ger per dar­gli un toc­co di inno­cen­za, in con­tra­sto con le cose orri­bi­li che acca­do­no in guer­ra” spie­ga l’autrice al suo debut­to nar­ra­ti­vo che ha già rac­col­to mol­ti suc­ces­si, tra cui la dram­ma­tiz­za­zio­ne radio­fo­ni­ca del­la sto­ria tra­smes­sa nel pre­sti­gio­so “Satur­day Dra­ma” del­la BBC, dopo la qua­le sono sta­ti acqui­sta­ti i dirit­ti per la rea­liz­za­zio­ne di un film trat­to dal libro.

Sumia Suk­kar

Sumia fa gira­re la vita del pro­ta­go­ni­sta intor­no al colo­re. Adam vede le per­so­ne avvol­te da un’aurea colo­ra­ta a secon­da dei loro sta­ti d’animo e, per pro­va­re sol­lie­vo, dipin­ge il suo ter­ri­fi­can­te vis­su­to, gior­no per gior­no, choc dopo choc, men­tre la sua mera­vi­glio­sa cit­tà vie­ne divi­sa e distrut­ta dai bom­bar­da­men­ti. Resta­no nel­le stra­de solo sche­le­tri di palaz­zi, poz­ze di fan­go, fasci di fili elet­tri­ci pen­zo­lan­ti e fumo nell’aria, la gen­te muo­re o scap­pa e anche la sua casa fini­rà in mace­rie. L’unico modo che il ragaz­zi­no tro­va per non pen­sa­re, per espri­me­re le sue emo­zio­ni e per soprav­vi­ve­re a un’atmosfera cupa, impol­ve­ra­ta e neb­bio­sa è la pittura.

L’arte diven­ta così una for­ma di resi­sten­za a que­sto momen­to buio in cui il gio­va­ne pro­ta­go­ni­sta si tro­va tan­to da valu­ta­re la pos­si­bi­li­tà di dise­gna­re con il san­gue, inte­so come meta­fo­ra di vita. “Come può il san­gue pren­de­re il posto del colo­re?” si chie­de a un cer­to pun­to quan­do gli com­pa­re davan­ti agli occhi e una par­te di sé lo spin­ge a pren­der­ne un po’ per dipin­ge­re. “Il san­gue è vera­men­te den­so, ma c’è ne così tan­to che sem­bra acqua… / Sem­bra cal­do e fred­do allo stes­so tem­po. Quan­do toc­chi il san­gue, è come se le tue sen­sa­zio­ni si scol­le­gas­se­ro. I miei sen­si sono con­fu­si…” dice Adam e tira indie­tro la mano. Poi fa uno schiz­zo: un occhio nel mez­zo del­la pagi­na con una pupil­la che ha den­tro una sto­ria. Come se quel­la sto­ria fos­se tut­ta da scri­ve­re: la sto­ria del­la nuo­va Siria che rina­sce­rà dopo la distruzione.

 Reset, Fran­ce­sca Bel­li­no, 11/01/2017

0

Ormai Il Cairo è il regno dell’arbitrio”

L’INTERVISTA  Ayman al-Zur­qa­ny — Il dise­gna­to­re in Ita­lia per pre­sen­ta­re un libro mes­so all’indice

di Fran­ce­sca Bellino

Quan­do lo scrit­to­re e blog­ger egi­zia­no Ahmed Nàgi ha scrit­to “Vita: istru­zio­ni per l’uso” non pote­va imma­gi­na­re quan­to gli avreb­be con­di­zio­na­to la vita. L’ha scrit­to pri­ma del­le rivol­te del 2011 con la spe­ran­za di vede­re miglio­ra­re la con­di­zio­ne dei gio­va­ni del Cai­ro, ma la sua schiet­tez­za e il suo talen­to nar­ra­ti­vo sono sta­ti ripa­ga­ti con una con­dan­na del Tri­bu­na­le di Bulaq a due anni di car­ce­re per “offe­sa alla pub­bli­ca mora­le” per i rife­ri­men­ti espli­ci­ti a dro­ga, ses­so e alcool.

Insi­gni­to del Pre­mio Bar­bey Free­dom to Wri­te da Pen Inter­na­tio­nal e ora pub­bli­ca­to in Ita­lia da il Siren­te (tra­du­zio­ne dall’arabo di Eli­sa­bet­ta Ros­si e Fer­nan­da Fischio­ne), il roman­zo è arric­chi­to dal­le illu­stra­zio­ni del dise­gna­to­re Ayman al Zor­qa­ni venu­to in Ita­lia a pre­sen­ta­re il libro in assen­za del­lo scrittore.

Ayman, come sta Ahmed Nàgi?

Non pos­so anda­re a tro­var­lo. Pos­so­no entra­re in car­ce­re solo i paren­ti più stret­ti e gli avvo­ca­ti. Ci scri­via­mo let­te­re e rie­sco a veder­lo duran­te i pro­ces­si, da lon­ta­no. Fisi­ca­men­te non sta male, ma psi­co­lo­gi­ca­men­te sì. I car­ce­rie­ri non gli con­se­gna­no i libri. Non voglio­no dar­gli speranza.

Per­ché è sta­to arrestato?

E’ la pri­ma vol­ta che in Egit­to uno scrit­to­re vie­ne arre­sta­to per un suo testo. Un cit­ta­di­no lo ha denun­cia­to dopo aver let­to sul perio­di­co let­te­ra­rio Akbar el Adab un estrat­to del roman­zo usci­to due anni fa, soste­nen­do che il testo gli ave­va dato “un estre­mo sen­so di males­se­re”, dive­nu­to males­se­re di Sta­to mon­ta­to da un fun­zio­na­rio di poli­zia che pro­ba­bil­men­te vole­va sfrut­ta­re la situa­zio­ne. E così ha ingran­di­to la vicen­da. Ma al fon­do del­la vicen­da c’è un mec­ca­ni­smo inne­sca­to­si con l’arrivo di Al Sisi che ha cau­sa­to anche la mor­te di Giu­lio Regeni.

Ovve­ro?

Con Muba­rak nes­sun pic­co­lo fun­zio­na­rio avreb­be mai potu­to pren­de­re una tale ini­zia­ti­va. Si aspet­ta­va sem­pre un suo ordi­ne. Con Al Sisi, inve­ce, si è avvia­to un nuo­vo feno­me­no che è quel­lo del­le ini­zia­ti­ve dal bas­so, come è acca­du­to con la denun­cia di Nàgi. Ai tem­pi di Muba­rak nes­su­no stra­nie­ro sareb­be sta­to ucci­so e nes­su­no scrit­to­re arre­sta­to sen­za il suo volere.

Qua­li sono le novi­tà sul caso Regeni?

La ver­sio­ne che vie­ne rac­con­ta­ta è che una spia del regi­me ave­va chie­sto allo stu­den­te di aiu­tar­lo ad ave­re un pas­sa­por­to per l’Italia, ma in segui­to a diver­gen­ze l’informatore avreb­be accu­sa­to Rege­ni di esse­re una spia e lo avreb­be denun­cia­to a poli­ziot­ti di bas­so ran­go che, di loro ini­zia­ti­va, lo avreb­be­ro tor­tu­ra­to a morte.

Che cli­ma c’è in Egitto?

Di gran­de pau­ra. Anche chi non ha fat­to nul­la ed è alli­nea­to ai costu­mi tra­di­zio­na­li e con­ser­va­to­ri cai­ro­ti, quan­do incon­tra per stra­da un poli­ziot­to teme gli pos­sa acca­de­re qualcosa.

E gli arti­sti come vivono?

Nel con­stan­te con­tra­sto fra il desi­de­rio di espri­mer­ci e la voglia di dedi­ca­re tem­po alla nostra arte e il biso­gno di oppor­ci alla visio­ne con­ser­va­tri­ce.  Con Muba­rak c’era una liber­tà di espres­sio­ne di fac­cia­ta e dei limi­ti pre­ci­si da non supe­ra­re, quin­di mol­ta auto­cen­su­ra. In “Vita: istru­zio­ni per l’uso” Nàgi mostra le varie cit­tà con­te­nu­te nel Cai­ro, quel­la di super­fi­cie e quel­le sot­ter­ra­nee, la distru­zio­ne del­la metro­po­li e il vuo­to che ne rima­ne. Ma né io, né lui abbia­mo mai avu­to l’intenzione di dire come deve esse­re la Cai­ro del futuro.

Il Fat­to Quo­ti­dia­no 12/10/2016

0

Un romanzo visionario che con coraggio sfugge agli schemi letterari egiziani

Un romanzo visionario che con coraggio  sfugge agli schemi letterari egiziani

Da Reset-Dia­lo­gues on Civilizations

Recen­sio­ne di “Vita: istru­zio­ni per l’uso” di Ahmed Nàgi di Fran­ce­sca Bel­li­no del 22 set­tem­bre 2016

Ben­ve­nu­ti nell’infernale Cai­ro, dove la vita è una con­ti­nua atte­sa e l’odore di immon­di­zia e ster­co di ani­ma­li di qua­lun­que sor­ta è in ogni dove” scri­ve lo scrit­to­re e blog­ger egi­zia­no Ahmad Nàgy in uno dei tan­ti pas­sag­gi del suo roman­zo Vita: istru­zio­ni per l’uso, (Il Siren­te, tra­du­zio­ne dall’arabo di Eli­sa­bet­ta Ros­si e Fer­nan­do Fischio­ne), in cui descri­ve la capi­ta­le egi­zia­na come una sof­fo­can­te “real­tà da incu­bo”, un luo­go dove anche il fiu­me Nilo si intri­sti­sce quan­do lo attraversa.
É sen­za dub­bio Il Cai­ro, con il suo decli­no e la sua auspi­ca­ta e neces­sa­ria “rie­di­fi­ca­zio­ne”, la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo che per Nàgi ha signi­fi­ca­to una con­dan­na dal tri­bu­na­le di Bulaq lo scor­so 20 feb­bra­io a due anni di car­ce­re per “offe­sa alla pub­bli­ca mora­le” segui­ta alla pub­bli­ca­zio­ne sul perio­di­co let­te­ra­rio Akh­bar el Adab di un estrat­to del roman­zo pub­bli­ca­to in Egit­to nel 2014 con il tito­lo Ist­kh­dam al-Hayat. Il “rea­to” si rife­ri­sce in par­ti­co­la­re all’esplicita sce­na di ses­so con cui si chiu­de il sesto capi­to­lo che rac­con­ta una sera­ta tra ven­ten­ni tra­scor­sa rol­lan­do can­ne, beven­do bir­ra, discu­ten­do sul­le ulti­me mode come il feti­ci­smo ses­sua­le di lec­ca­re le pupil­le e sognan­do l’amore.

Insie­me a una foto­gra­fia cri­ti­ca del Cai­ro, il roman­zo offre al let­to­re anche una det­ta­glia­ta e dispe­ra­ta descri­zio­ne del­la con­tem­po­ra­nea gio­ven­tù egi­zia­na, spae­sa­ta, fru­stra­ta, impos­si­bi­li­ta­ta a mani­fe­sta­re e vive­re i sen­ti­men­ti, alla con­ti­nua ricer­ca di liber­tà e benes­se­re in una socie­tà tri­ste e repres­sa che impron­ta­ta le rela­zio­ni sull’apparenza e il giu­di­zio altrui.
“Qui dico­no: Fa’ come vuoi, ma espri­mi i tuoi sen­ti­men­ti come voglio­no gli altri” scri­ve Nàgi evi­den­zian­do che “quan­do vivi o ti muo­vi den­tro il Cai­ro, vie­ni costan­te­men­te offe­so. Anche met­ten­do insie­me tut­te le for­ze del­la ter­ra, non potre­sti cam­bia­re que­sto destino”.
Tut­to il roman­zo che si pre­sen­ta in una for­ma nar­ra­ti­va spe­ri­men­ta­le, arric­chi­to dal­le illu­stra­zio­ni dell’artista cai­ro­ta Ayman al-Zur­qa­ny, è attra­ver­sa­to da que­sto sen­ti­men­to di ras­se­gna­zio­ne e da un sen­so di scon­fit­ta e d’impossibilità di cam­bia­re il desti­no indi­vi­dua­le e del­la nazio­ne. “Non sei padro­ne di te stes­so, non sei padro­ne di nien­te in que­sta cit­tà. È lei che ti pos­sie­de” scri­ve l’autore per mar­ca­re l’impotenza dei gio­va­ni egi­zia­ni e la loro sof­fe­ren­za di vive­re in una cit­tà capa­ce solo di adde­stra­re alla speranza.

Nàgi non fa cen­ni al pri­ma o dopo rivo­lu­zio­ne 2011. Per lui i pro­ble­mi strut­tu­ra­li del­le rela­zio­ni sen­ti­men­ta­li e car­na­li del­la socie­tà egi­zia­na resta­no sem­pre ugua­li: tesi e dif­fi­ci­li. “I for­tu­na­ti che in que­sta cit­tà supe­ra­no la fase del­la repres­sio­ne ses­sua­le – spie­ga -, fini­sco­no per tro­var­si in un’area in cui il ses­so non è che un ramo secon­da­rio dell’amicizia. Altri­men­ti, diven­ta un chio­do fisso”.
L’atmosfera cata­stro­fi­ca si respi­ra sin dal­le pri­me pagi­ne in cui l’autore pro­po­ne una disto­pia, un feno­me­no spa­ven­to­so, “lo Tsu­na­mi del deser­to”, per cui gli abi­tan­ti del Cai­ro si risve­glia­ro­no sepol­ti sot­to ton­nel­la­te di sab­bia e pol­ve­re. Per par­la­re del pre­sen­te, dun­que, Nàgi ipo­tiz­za un futu­ro in cui nasce “La Socie­tà degli Urba­ni­sti”, un’organizzazione ret­ta dal­la poten­te maga Papri­ka, che vuo­le distrug­ge­re il Cai­ro del­le con­trad­di­zio­ni per crea­re un nuo­vo cen­tro urba­no futu­ri­sti­co in cui a far da padro­na è la tec­no­lo­gia. In que­sto modo Nàgi intro­du­ce nel­la nar­ra­ti­va ara­ba con deri­ve fan­ta­scien­ti­fi­che, la cata­stro­phic fic­tion, un gene­re che gira intor­no alla distru­zio­ne del pia­ne­ta ter­ra con cata­stro­fi natu­ra­li, pro­prio come avvie­ne nell’incipit del libro. Rico­strui­re il Cai­ro dopo la sua neces­sa­ria distru­zio­ne (inte­sa come even­to puri­fi­ca­to­re), diven­ta il cuo­re del­la storia.

Nàgi, già cono­sciu­to in Ita­lia per il suo esor­dio, Rogers e la via del Dra­go divo­ra­to dal Sole (Il Siren­te, 2010), dimo­stra anche que­sta vol­ta la sua abi­li­tà descrit­ti­va nell’offrire al let­to­re una radio­gra­fia dei “rag­grup­pa­men­ti uma­ni invi­si­bi­li” che abi­ta­no la cit­tà mil­le­na­ria: dai fana­ti­ci reli­gio­si che si muo­vo­no in grup­pi di fra­tel­li e sorel­le agli omo­ses­sua­li, dai bam­bi­ni di stra­da immer­si nei fumi del­la col­la tra le barac­co­po­li agli spac­cia­to­ri di hashish, dagli uomi­ni d’affari obe­si agli scam­bi­sti e ai sadomasochisti.
A que­ste pagi­ne va aggiun­ta l’esilarante car­rel­la­ta degli “ani­ma­li del Cai­ro”, una serie di carat­te­ri che si pos­so incon­tra­re per le stra­de del­la capi­ta­le egi­zia­na: dal cane ran­da­gio all’artista pesce-gat­to, dal­la fan­ciul­la vela­ta al rino­ce­ron­te sel­va­ti­co, dal­lo sca­ra­fag­gio ai der­vi­sci, dal ver­me allo shey­kh-tigre, al taxi bio­lo­gi­co al topo nero.
Nàgi, al qua­le PEN Inter­na­tio­nal ha asse­gna­to il Pre­mio Bar­bey Free­dom to Wri­te, non è l’unico caso di voce cri­ti­ca zit­ti­ta nell’era Al-Sisi. Del libro e di liber­tà d’espressione vio­la­ta si par­le­rà al Festi­val del­la Let­te­ra­tu­ra Medi­ter­ra­nea a Luce­ra il 25 set­tem­bre alla pre­sen­za, tra gli altri, dell’autore del­le illu­stra­zio­ni Ayman al-Zur­qa­ny nel focus “Tut­ti i segni del­la dissidenza”.

0

Nawal Al Saadawi a Torino il 18 maggio 2009, Palazzo Badini

TITOLO EVENTO: Incon­tro con l’intellettuale lai­ca più influen­te del mon­do ara­bo: Nawal al-Sa’dawi
QUANDO: Lune­dì 18 mag­gio 2009
DOVEPalaz­zo Badi­ni / Aula Magna / Facol­tà di Lin­gue e Let­te­ra­tu­re Stra­nie­re / Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Tori­no / Via Giu­sep­pe Verdi, 10 / 10124 Torino
ORE: 10:00
INGRESSO: Libe­ro
CONTATTISimo­ne Ben­ve­nu­ti /   32… / il@sirente.it
MAGGIORI INFORMAZIONI: www.sirente.it

L’uni­ver­si­tà degli stu­di di Tori­no in col­la­bo­ra­zio­ne con l’edi­tri­ce il Siren­te vi invi­ta­no lune­dì 18 mag­gio alle 10,00 all’incontro con intel­let­tua­le lai­ca più influen­te del mon­do ara­bo: Nawal al-Sa’dawi. Ver­rà pre­sen­ta­to il suo ulti­mo roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio. Segui­rà dibat­ti­to con Fran­ce­sca Bel­li­no (Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Tori­no), Clau­dia Maria Tres­so (Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Tori­no), Eli­sa­bet­ta Doni­ni (Alma Mater). Ingres­so libero.

Par­tì alla ricer­ca del suo orgo­glio per­du­to. Ave­va l’orgoglio di un ani­ma­le che si impun­ta con le zam­pe e non vuo­le più cam­mi­na­re. Lei non era una don­na né per la cuci­na né per il let­to, non cono­sce­va a memo­ria le can­zo­ni che le don­ne can­ta­no quan­do stan­no in bagno. Non capi­va nem­me­no la pas­sio­ne che pote­va susci­ta­re nel cuo­re del mari­to l’osservarla men­tre cuci­na­va il cavo­lo ripie­no. Inol­tre, non sbat­te­va le ciglia quan­do il dato­re di lavo­ro, o Sua Mae­stà, la guardavano”

0