LA MECCAPHUKET

LA MECCAPHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ila­ria Vita­li, tra­dut­tri­ce di “La Mec­ca – Phu­ket”, nel­la pre­fa­zio­ne al libro di Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to di “un’arte di esse­re indo­ci­li”. Espres­sio­ne, secon­do noi, mol­to appro­pria­ta per­ché la pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to, Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni, per eman­ci­par­si sen­za tra­ge­die dal­le abi­tu­di­ni fol­klo­ri­sti­che e ipo­cri­te pre­sen­ti nel­la ban­lieue pari­gi­na, dovrà per for­za di cose tene­re a debi­ta distan­za tut­to quel­lo che, in fami­glia e nel suo giro di ami­ci­zie, sa di luo­go comu­ne, di taroc­ca­men­to e di cari­ca­tu­ra­le.

Tut­to faci­le in teo­ria, mol­to più dif­fi­ci­le nel­la pra­ti­ca; non fos­se altro che Fai­rouz e la sorel­la Kal­soum sono affe­zio­na­te ai loro geni­to­ri, di fat­to poco inte­gra­ti e tut­to­ra lega­ti a una cul­tu­ra a dir poco tra­di­zio­na­li­sta. Il padre, tan­to per dire, pas­sa gior­na­te inte­re pres­so del­le sad­da­ka (veglie fune­bri), che alla fami­glia “costa­no un occhio” (pp.106). Com­pren­si­bi­le allo­ra che le due sorel­le inten­da­no rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, nono­stan­te lo “hajj” degli immi­gra­ti si sia ormai impe­la­ga­to in pra­ti­che con­su­mi­sti­che – vedi la visci­da figu­ra del sig. Our­ghi­dour, tito­la­re di un’agenzia viag­gi –  alla stre­gua di una vacan­za a Phu­ket, nota loca­li­tà thai­lan­de­se e peren­ne ten­ta­zio­ne di Fai­rouz. Se i rispar­mi saran­no spe­si per la Mec­ca o per Phu­ket, sce­glien­do così tra due ver­sio­ni di con­su­mi­smo, lo sapre­mo solo al ter­mi­ne del rac­con­to. Più inte­res­san­te tut­to quel­lo che pre­ce­de, ovve­ro il sar­ca­smo di Fai­rouz, ali­men­ta­to dall’insofferenza, miti­ga­to dal­la com­pren­sio­ne, sem­pre alle pre­se con una fau­na che si agi­ta, nean­che trop­po dispe­ra­ta, tra due cul­tu­re: una situa­zio­ne che il più del­le vol­te lascia nel lim­bo gli immi­gra­ti di pri­ma e di secon­da gene­ra­zio­ne.

Que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne di indo­ci­li­tà, come ci ricor­da Ila­ria Vita­li, deve esse­re sta­ta una sfi­da mol­to com­ples­sa per un tra­dut­to­re, di fron­te alla lin­gua stra­ti­fi­ca­ta e usa­ta da Saphia Azzed­di­ne (e quin­di dal­la nuo­va gene­ra­zio­ne di fran­co-magre­bi­ni), tra “nuo­vi codi­ci sin­cre­ti­ci e poli­fo­ni­ci” (pp.xi), fra­nçais cas­sé e “argot des cités”. Il risul­ta­to è curio­so,  spes­so rive­la­to­re di quel “lim­bo”, gra­zie ad un pro­ce­de­re mol­to disin­vol­to e a momen­ti di schiet­ta iro­nia: “E visti i pro­gram­mi del­la TV fran­ce­se di oggi, un culo pote­va spun­ta­re dal nien­te, a qua­lun­que ora, anche la dome­ni­ca mat­ti­na sul 2 non era impos­si­bi­le. Quin­di, quan­do c’era mio padre, ci bec­ca­va­mo per for­za i cana­li maroc­chi­ni che pas­sa­va­no da una ricet­ta di cuci­na a un can­to cora­ni­co a una ricet­ta di cuci­na” (pp.33).

Un con­te­sto peri­fe­ri­co dove la tea­tra­li­tà ha un gran­de peso, nel qua­le gli ste­reo­ti­pi impaz­za­no e che pos­so­no diven­ta­re stru­men­ti per costrui­re nuo­ve per­so­na­li­tà: “Quan­do  ero pic­co­la, i miei ci obbli­ga­va­no a segui­re gli inse­gna­men­ti dell’onorevole Addel­ka­der Al-Islam, al seco­lo Didier Par­men­tier, con­ver­ti­to all’Islam dopo che le sue vacan­ze al Club Med di Kara­chi era­no sta­te accor­cia­te a cau­sa di un raid ame­ri­ca­no anda­to stor­to. Face­va il giro del­le ban­lieue tra­ve­sti­to da ara­bo puro­san­gue a salu­ta­va gli alun­ni con una mano sul cuo­re […] I suoi viag­gi sul­le mon­ta­gne del Cash­me­re face­va­no di lui un elet­to e lui ci gio­ca­va su per intes­se­re una leg­gen­da fab­bri­ca­ta comun­que su un gros­so malin­te­so” (pp.70).

Paro­le evi­den­te­men­te pie­ne di disin­can­to in un libro che pul­lu­la di per­so­nag­gi dal­le pro­spet­ti­ve mol­to limi­ta­te, nutri­te di mal­di­cen­ze e ste­reo­ti­pi. Qual­co­sa che si coglie fin dal­le pri­me righe del roman­zo: “Abi­ta­vo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il mas­si­mo che ti sen­ti­vi rispon­de­re. Oltre si sfio­ra­va il bla­sfe­mo. Non ci si avven­tu­ra­va mai. Per pau­ra che la gen­te dices­se che” (pp.5). Viste que­ste pre­mes­se si può com­pren­de­re come il ten­ta­ti­vo di Fai­rouz di coin­vol­ge­re geni­to­ri ed anche il fra­tel­lo Najiib, un ladrun­co­lo per­di­tem­po, ad un’esistenza meno con­ven­zio­na­le risul­ti un’impresa tita­ni­ca; soprat­tut­to quan­do l’integrazione, già com­pli­ca­ta per man­can­za di cul­tu­ra, o vie­ne rifiu­ta­ta in nome di usan­ze che da tem­po han­no per­du­to la loro ragion d’essere, oppu­re vie­ne sol­tan­to lam­bi­ta in vir­tù di atteg­gia­men­ti super­fi­cia­li e sul­la scor­ta del più avvi­len­te con­su­mi­smo. Così anche il cam­po del­la reli­gio­ne agli occhi di Fai­rouz diven­ta spec­chio di un cer­to modo di vive­re: “A quan­to pare, ci sono due modi di rap­por­tar­si a Dio qui sul­la ter­ra. Ci sono quel­li che chie­do­no per­do­no e quel­li che dico­no gra­zie” (pp.121). Paro­le che pre­ce­do­no la deci­sio­ne di come uti­liz­za­re i rispar­mi di Fai­rouz: se spen­der­li per il viag­gio alla Mec­ca oppu­re per la vacan­za a Phu­ket.

Saphia Azze­di­ne

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Ha tra­scor­so l’infanzia in Maroc­co e all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con il roman­zo “Con­fi­den­ces à Allah”, da cui sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to. Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce e regi­sta. Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le. In Ita­lia è sta­to tra­dot­to il suo roman­zo “Mon père est fem­me de ména­ge” (“Mio padre fa la don­na del­le puli­zie”, Giu­lio Per­ro­ne Edi­to­re 2011).

Saphia Azzed­di­ne, “La Mec­ca – Phu­ket”, Il Siren­te (col­la­na “Altria­ra­bi”), Fagna­no Alto 2016, pp.XII- 266. Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li.

di  Luca Meni­chet­tiLan­ke­nau­ta, giu­gno 2017
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La ribellione di Fairouz fra le banlieue parigine

La Mecca-Pukhet di Saphia Azzeddine

di Fran­ce­sca Bel­li­no il Mat­ti­no

Per moti­vi sto­ri­ci lega­ti al colo­nia­li­smo, la Fran­cia è il pae­se euro­peo abi­ta­to dal mag­gior nume­ro di migran­ti magh­re­bi­ni e que­sta pre­sen­za mas­sic­cia ha fat­to nasce­re, sin dagli Anni ’80, una nar­ra­ti­va fran­ce­se tar­ga­ta G2. Un esem­pio signi­fi­ca­ti­vo tra le varie voci let­te­ra­rie del­la secon­da gene­ra­zio­ne sono i libri di Saphia Azzed­di­ne, nata in Maroc­co e tra­sfe­ri­ta­si in Fran­cia all’età di 9 anni, del­la qua­le Il Siren­te ha appe­na pub­bli­ca­to il roman­zo La Mec­ca-Phu­ket (tra­du­zio­ne di Ila­ria Vita­li).
La sto­ria è ambien­ta­ta in una ban­lieue pari­gi­na disa­gia­ta e rac­con­ta la lot­ta per l’emancipazione del­la gio­va­ne “musul­ma­na lai­ca” Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, nata in Fran­cia da geni­to­ri maroc­chi­ni, con­si­de­ra­ta “sfron­ta­ta” dai pet­te­go­li del quar­tie­re solo per il suo sen­tir­si una don­na libe­ra di sce­glie­re. Fai­rouz, infat­ti, pur rispet­tan­do alcu­ni pre­cet­ti del­la sua reli­gio­ne di appar­te­nen­za, come fare il rama­dan e non bere alcool, pren­de le distan­ze dell’identità fami­lia­re e por­ta avan­ti la sua bat­ta­glia quo­ti­dia­na da “indo­mi­ta”. Nono­stan­te si sen­ta com­ple­ta­men­te diver­sa dai geni­to­ri, li ama e li rispet­ta e, per ren­der­li feli­ci, deci­de di rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, uno dei cin­que pila­stri dell’Islam che va com­piu­to alme­no una vol­ta del­la vita. Comin­cia così a rac­co­glie­re i sol­di neces­sa­ri per il pro­get­to insie­me alla sorel­la men­tre la sua vita scor­re tra stu­dio, ami­che e sogni in un quar­tie­re gri­gio spes­so pre­so d’assalto da “gior­na­li­sti in cer­ca di scoop cir­con­da­ti da guar­die del cor­po per ren­de­re con­to del­la minac­cia isla­mi­co-inte­gra­li­sta-estre­mi­sta-oscu­ran­ti­sta-sala­fi­ta-waha­bi­ta”.

Per riflet­te­re la sepa­ra­zio­ne tra la secon­da gene­ra­zio­ne e chi l’ha pre­ce­du­ta, l’autrice fa un uso del­la lin­gua a più livel­li: da un lato il modo di espri­mer­si “gio­va­ni­le” del­la pro­ta­go­ni­sta che nar­ra in pri­ma per­so­na, dall’altro il lin­guag­gio “spez­za­to” dei geni­to­ri, un fran­ce­se appros­si­ma­ti­vo tipi­co di chi non ha mai matu­ra­to una buo­na padro­nan­za del­la lin­gua. La mag­gior par­te dei per­so­nag­gi del roman­zo che si pre­sen­ta snel­lo e vivo, par­la il cosid­det­to “argot des cités”, un les­si­co infar­ci­to di pre­sti­ti, soprat­tut­to dal­le lin­gue ara­be e afri­ca­ne, che spa­zia fino al ver­lan, anti­ca pra­ti­ca che rove­scia le paro­le, inver­ten­do non solo le let­te­re dell’alfabeto ma l’intero siste­ma di valo­ri tra­smes­so.
La pro­ta­go­ni­sta denun­cia così l’esclusione socia­le di chi vive nei caser­mo­ni del­le ban­lieue di Pari­gi dove i pre­giu­di­zi e le discri­mi­na­zio­ni pos­so­no nasce­re anche solo dal nome: “Fai­rouz Mou­fa­kh­rou… Ecco che cosa sug­ge­ri­sce il mio nome, una sfi­ga­ta che abi­ta in un appar­ta­men­to dove non cam­bia­no mai l’aria e che è sta­ta cul­la­ta per tut­ta l’infanzia dal rumo­re del­la pen­to­la a pres­sio­ne!”.

23 Mar­zo 2017

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Riccardo Michelucci, “Avvenire”, 8 aprile 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzeddine

Intervista. La scrittrice Saphia Azzedine: banlieue, la rabbia non è islam

di Ric­car­do Miche­luc­ci, “Avve­ni­re”, 8 apri­le 2017

Nel suo nuo­vo roman­zo la gio­va­ne scrit­tri­ce affron­ta con tono leg­ge­ro gli ste­reo­ti­pi sul­la sua reli­gio­ne.

«Cre­de­vo in Dio. Face­vo il rama­dan. Non man­gia­vo maia­le. Non beve­vo alcool. Ero ver­gi­ne. Non spar­la­vo. Cioè, solo un po’. Ero quel­la che si chia­ma comu­ne­men­te musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no. Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti».

Un fiu­me inter­rot­to di paro­le con­di­to da una vena iro­ni­ca e a trat­ti irri­ve­ren­te ci rac­con­ta la real­tà odier­na del­le ban­lieue pari­gi­ne e la vita degli immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, dei qua­li si sen­te par­la­re qua­si esclu­si­va­men­te attra­ver­so i fat­ti di cro­na­ca. La voce nar­ran­te è quel­la del­la gio­va­ne Fai­rouz, pro­ta­go­ni­sta di “La Mec­ca-Phu­ket”, il roman­zo del­la scrit­tri­ce fran­co-maroc­chi­na Saphia Azzed­di­ne, appe­na usci­to in ita­lia­no per l’editrice il Siren­te (pagi­ne 130, euro 15,00). Fai­rouz vive con la fami­glia a Cré­teil, un sob­bor­go di Pari­gi, in «un caser­mo­ne dove i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cer­vel­lo da cemen­to» e desi­de­ra eman­ci­par­si dal­le ori­gi­ni ara­bo­mu­sul­ma­ne.
Un gior­no deci­de insie­me a una sorel­la di rac­co­glie­re i sol­di neces­sa­ri per rega­la­re il sogno di una vita ai devo­ti geni­to­ri: il hajj, ovve­ro il pel­le­gri­nag­gio isla­mi­co cano­ni­co alla Mec­ca. Ma fini­rà inve­ce per spen­de­re quei sol­di in altro modo, cioè pren­den­do dei bigliet­ti per andar­si a diver­ti­re in un resort di Phu­ket, in Thai­lan­dia.

«Alla fine pre­fe­ri­rà rin­gra­zia­re Dio per i pic­co­li pia­ce­ri del­la vita, inve­ce che chie­der­gli per­do­no», ci spie­ga Azzed­di­ne. Dopo i pre­ce­den­ti roman­zi Con­fi­den­ces à Allah e Mio padre fa la don­na del­le puli­zie (quest’ultimo tra­dot­to alcu­ni anni fa da Giu­lio Per­ro­ne edi­to­re), La Mec­ca-Phu­ket­com­ple­ta la tri­lo­gia che la scrit­tri­ce ha dedi­ca­to al con­fron­to con la sua reli­gio­ne, un tema appa­ren­te­men­te com­ples­so del qua­le rie­sce a par­la­re in modo disin­can­ta­to e diver­ten­te ma non fri­vo­lo, con­vin­ta com’è che non sia neces­sa­rio esse­re sem­pre seri o, peg­gio, arrab­bia­ti, quan­do si par­la di reli­gio­ne.

Nata ad Aga­dir nel 1979, Saphia Azzed­di­ne ha lascia­to il Maroc­co a 9 anni e da allo­ra vive in Fran­cia, dove lavo­ra anche come attri­ce e regi­sta. Ha sei roman­zi all’attivo, «e il set­ti­mo già con­se­gna­to all’editore», pre­ci­sa. Da quel­lo di esor­dio sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to, da La Mec­ca-Phu­ket per­si­no una tra­spo­si­zio­ne cine­ma­to­gra­fi­ca. Quest’ultimo pre­sen­ta anche una par­ti­co­la­re atten­zio­ne al lin­guag­gio, e ci fa cono­sce­re i codi­ci lin­gui­sti­ci nati nel­le peri­fe­rie disa­gia­te con fun­zio­ni di rico­no­sci­men­to iden­ti­ta­rio e gene­ra­zio­na­le.

In que­sto caso è sta­ta una pre­ci­sa scel­ta dovu­ta all’ambientazione del roman­zo?
«Per la veri­tà no. Di soli­to non costrui­sco nien­te, non pro­gram­mo alcun­ché pri­ma di met­ter­mi a scri­ve­re, né come né quan­to, e scri­vo sem­pre in modo mol­to spon­ta­neo. In tut­ti i miei roman­zi mi sono sfor­za­ta di ante­por­re i per­so­nag­gi a me stes­sa. Sono io ad adat­tar­mi alla loro vita, e quin­di anche al loro modo di espri­mer­si».

Fino a che pun­to il per­so­nag­gio di Fai­rouz è ispi­ra­to alla sua per­so­na­li­tà? Ci sono altri ele­men­ti auto­bio­gra­fi­ci nel­la sto­ria?
«Io sono den­tro tut­ti i miei per­so­nag­gi, non mi nascon­do mai die­tro la fin­zio­ne. Li amo e li com­pren­do. Non neces­sa­ria­men­te la pen­so sem­pre come loro, però. Fai­rouz mi asso­mi­glia per­ché ha la mia stes­sa rab­bia ma anche un suo modo mol­to per­so­na­le di con­ce­pi­re Allah, che la por­ta mol­to più spes­so a rin­gra­ziar­lo piut­to­sto che a chie­der­gli scu­sa».

Cosa pen­sa dell’attuale situa­zio­ne nel­le ban­lieue fran­ce­si?L’immagine che si ha dall’esterno, for­se super­fi­cia­le, è quel­la di una real­tà esplo­si­va che la poli­ti­ca non sa affron­ta­re, e che anche per que­sto si incan­cre­ni­sce col tem­po.
«È una situa­zio­ne dif­fi­ci­le, cer­to, ma non sol­tan­to a cau­sa del mal­con­ten­to del­le comu­ni­tà e del­le deri­ve di natu­ra reli­gio­sa, come ven­go­no descrit­te tut­ti i gior­ni dai mez­zi d’informazione. Il pro­ble­ma del­le peri­fe­rie è anzi­tut­to di carat­te­re socia­le, ed è ali­men­ta­to dal­le ingiu­sti­zie subi­te dal­la popo­la­zio­ne».

Pen­sa che que­sto pro­ble­ma sia anda­to ad aggra­var­si negli ulti­mi decen­ni?
«Sicu­ra­men­te. Le tele­vi­sio­ni e i gior­na­li non han­no mai smes­so di costrui­re una sor­ta di isla­mi­smo imma­gi­na­rio che con l’andar del tem­po, per rea­zio­ne, è diven­ta­to real­tà. Da alme­no trent’anni i musul­ma­ni fran­ce­si ven­go­no stig­ma­tiz­za­ti, cri­mi­na­liz­za­ti, se le gio­va­ni don­ne indos­sa­no un fou­lard c’è chi ne fa subi­to un affa­re di Sta­to. L’islam ha dimo­stra­to di ave­re le spal­le lar­ghe. A for­za di descri­ve­re i padri come tor­tu­ra­to­ri e aguz­zi­ni, i figli come dei bru­ti e le don­ne come per­so­ne sot­to­mes­se, c’è sta­to un riget­to nei con­fron­ti del­lo Sta­to e un allon­ta­na­men­to di que­ste comu­ni­tà dal­la vita socia­le del Pae­se. È sta­ta una rea­zio­ne abba­stan­za spon­ta­nea. Sen­za par­la­re del pro­ble­ma del­la colo­niz­za­zio­ne, un cri­mi­ne che ha lascia­to trac­ce che si sen­to­no tut­to­ra, dopo tan­ti anni».

Cosa si aspet­ta dall’esito del­le pros­si­me ele­zio­ni pre­si­den­zia­li fran­ce­si?
«Non so, non mi aspet­to nien­te. Pri­ma era­va­mo soli­ti vota­re per il male mino­re. Ades­so è diven­ta­to dif­fi­ci­le anche distin­gue­re, sia­mo di fron­te a dei burat­ti­ni pri­vi di ani­ma. Qual­cu­no potrà anche rite­ner­la una posi­zio­ne dema­go­gi­ca ma, se è così, è col­pa dei poli­ti­ci».

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La Mecca-Phuket” di Saphia Azzedine, giovane franco-marocchina ritrae il suo ambiente con lucida ironia

di Cri­stia­na Mis­so­ri, ANSA­med, 13/02/2017

”L’ascensore era spes­so in pan­ne ma i chiac­chie­ric­ci tro­va­va­no sem­pre il modo di giron­zo­la­re da un pia­no all’altro. Di me dice­va­no che ero una sfron­ta­ta, di mia sorel­la che era una ragaz­za per bene e di mia madre che lascia­va trop­po gras­so nel taji­ne di mon­to­ne. Mio padre, tut­to som­ma­to, lo rispar­mia­va­no, anche se era l’unico di tut­to il palaz­zo a non esse­re anco­ra hajj, il che lo tor­men­ta­va. Per­ché i miei geni­to­ri ave­va­no un’unica osses­sio­ne: fare il pel­le­gri­nag­gio alla Mec­ca”. Il palaz­zo è quel­lo di una ban­lieue pari­gi­na, il rac­con­to, è quel­lo di Fai­rouz, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni in Fran­cia, che com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue ori­gi­ni.

Insie­me a una del­le sue sorel­le mino­ri, Kal­soum, deci­de di rag­gra­nel­la­re la som­ma neces­sa­ria per rega­la­re ai suoi geni­to­ri devo­ti il sogno di una vita: il hajj. A nar­ra­re la sua sto­ria, è Saphia Azzed­di­ne — gio­va­ne autri­ce fran­co-maroc­chi­na — che in La Mec­ca-Phu­ket (in usci­ta a fine feb­bra­io nel­le libre­rie per la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te de Il Siren­te, pp. 130 Euro 15), com­pie un affre­sco mol­to iro­ni­co, a trat­ti irri­ve­ren­te e diver­ten­te, di quel che acca­de nell’edificio in cui vive la sua pro­ta­go­ni­sta.

Stret­ta fra la voglia di vive­re lai­ca­men­te le sue ori­gi­ni ara­bo-musul­ma­ne: ”ero quel­lo che si chia­ma comu­ne­men­te una musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no”, annun­cia Fai­rouz in una del­le pri­me pagi­ne del libro. ”Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti”.

Altret­tan­to luci­da quan­do descri­ve i difet­ti del­la sua comu­ni­tà di ori­gi­ne: ”Sem­bra che. Ho sen­ti­to dire che. Poi la gen­te dirà che. Ecco più o meno quel­lo che rovi­na le socie­tà ara­bo-musul­ma­ne in gene­ra­le e il mio palaz­zo in particolare. Abitavo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo (…). La mege­ra del nono ave­va rife­ri­to a mia madre (per il suo bene) quel che si dice­va nel­le alte sfe­re del palaz­zo. Una mac­chi­na nuo­va era pro­prio neces­sa­ria pri­ma di adem­pie­re a un dove­re isla­mi­co? Quel­le mal­di­cen­ze tor­men­ta­va­no i miei pove­ri geni­to­ri che fin­ge­va­no di fre­gar­se­ne”.

Saphia Azzed­di­ne, nata ad Aga­dir nel 1979, ha all’attivo sei roman­zi. Da quel­lo di esor­dio, Con­fi­den­ces à Allah (2008) sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to.

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Arriva “La Mecca — Phuket”

La Mecca — Phuket”  in anteprima  al Festival del Libro di Firenze

 “La Mecca — Phuket” di Saphia Azzedine in anteprima per voi allo stand de il Sirente a Libro Aperto, Primo Festival del libro a Firenze (17 — 19 febbraio Fortezza da Basso, Firenze).

Per chi invece non passa per Firenze lo troverete a fine febbraio nelle migliori librerie.

Un libro per vin­ce­re qual­che ste­reo­ti­po sul mon­do ara­bo-isla­mi­co, con un’ironia graf­fian­te e un lin­guag­gio spez­za­to, tipi­co del miglio­re argot ban­lieu­sard, vi ritro­ve­re­te cata­pul­ta­ti nel­le ban­lieue pari­gi­ne, dove navi­gan­do tra intel­li­gen­za pra­ti­ca e stu­pi­di­tà teo­ri­ca, Fairouz, figlia d’immigrati maroc­chi­ni in Fran­cia, com­bat­te osti­na­ta­men­te con­tro se stes­sa per eman­ci­par­si dal­le sue ori­gi­ni. In modo ner­vo­so ma effi­ca­ce, saprà riap­pro­priar­si del­la sua vita, muo­ven­do­si tra quel che le ha tra­smes­so la fami­glia e quel­lo che si pro­fi­la all’orizzonte. All’orizzonte, oltre la Fran­cia, c’è la Mec­ca… ma dopo­tut­to, per­ché non Phu­ket?

Di pochi gior­ni fa la noti­zia di un paven­ta­to ritor­no del­lo spet­tro del­la vio­len­za nel­le ban­lieue, ecco cosa ne pen­sa Fai­rouz pro­ta­go­ni­sta del libro “La Mec­ca-Phu­ket”.

Cre­de­vo in Dio. Face­vo il rama­dan. non man­gia­vo maia­le. non beve­vo alcool. Ero ver­gi­ne. non spar­la­vo. Cioè, solo un po’. Ero quel­lo che si chia­ma comu­ne­men­te una musul­ma­na lai­ca, che non rom­pe le pal­le a nes­su­no. Ci ten­go a pre­ci­sar­lo, per­ché visti da lon­ta­no si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua- men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne, bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne, sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe, se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti.

A vol­te, veni­va­no nel mio quar­tie­re squa­dre di gior­na­li­sti in cer­ca di scoop cir­con­da­ti da guar­die del cor­po per ren­de­re con­to del­la minac­cia isla­mi­co-inte­gra­li­sta-estre­mi­sta-oscu­ran­ti­sta-sala­fi­ta-waha­bi­ta, in sol­do­ni per inter­vi- sta­re qual­che coglio­ne con una tuni­ca bian­ca, igno­ran­do coscien­zio­sa­men­te dei ragaz­zi anco­ra sul­la ret­ta via ma che non avreb­be­ro tar­da­to a cede­re per non esse­re sta­ti appog­gia­ti da nes­su­no. Impe­di­vo a mio fra­tel­lo di pren­der­li a sas­sa­te con i suoi ami­ci quan­do li vede­va arri­va­re con l’aria fra­ter­na. Ma in real­tà gli impe­di­vo soprat­tut­to di far­si pren­de­re o di far casi­no, in modo che capis­se­ro che era trop­po veni­re a ser­vir­si a casa nostra e poi non divi­de­re alla fine del mese. Gli spac­cia­to­ri per­lo­me­no han­no la decen­za di far man­gia­re tut­to l’indotto, dal col­ti­va­to­re al palo. Dopo il loro repor­ta­ge abiet­to, ave­va­no la coscien­za tal­men­te spor­ca che si redi­me­va­no con un docu­men­ta­rio sdol­ci­na­to in secon­da sera­ta (“Dr. Hou­se” non si toc­ca, non scher­zia­mo) sui “ragaz­zi di ban­lieue che ce l’hanno fat­ta” e le “ragaz­ze di ori­gi­ne ara­ba che non si sot­to­met­to­no”.

Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li, “La Mec­ca-Phu­ket” di Saphia Azze­di­ne

 

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