2012 — libri dell’anno, libri mancati, libri sbagliati, libri recuperati…

Por­to Fran­co | Vener­dì 28 dicem­bre 2012 | Gian­fran­co Franchi |

Un fran­co 2012. Libri dell’anno:

  1. Umber­to Rober­to, “Roma Capta. Il Sac­co del­la cit­tà dai Gal­li ai Lan­zi­che­nec­chi”, Later­za. Un gran­de libro di sto­ria, scrit­to per rac­con­tare che l’eternità di Roma è ter­mi­nata da un pez­zo. È fini­to tut­to nel­la metà del V seco­lo dopo Cri­sto: nel san­gue e nel­la mise­ria. Rober­to ha piz­zi­cato uno dei veri rimos­si del­la nostra cul­tura: l’ammissione del­la lon­tana mor­te di Roma, spo­gliata di tut­to, tra­dita e abbandonata.
  2. Ema­nuele Tre­vi, “Qual­cosa di scrit­to”, Pon­te alle Gra­zie. Uno stra­no e sedu­cente anfi­bio, metà tri­buto a Paso­lini, metà memoir, metà roman­zo ini­zia­tico, metà gran­de sag­gio su “Petro­lio”. Un libro vera­mente potente.
  3. Tom­maso Gia­gni, “L’estraneo”, Einau­di. Un esor­dio tosto e pro­met­tente: un libro intri­so di Zeit­geist; una lea­le rap­pre­sen­ta­zione del degra­do e del col­lasso del­la civil­tà roma­na moder­na, a uno sbuf­fo dagli anni Zero.
  4. Jean Eche­noz, “Lam­pi”, Adel­phi. Gran­de ope­ra d’arte. Bio­gra­fia liri­ca e ispi­rata del misco­no­sciuto e talen­tuoso Niko­la Tesla, spi­rito sla­vo e nobi­le, gene­roso e mez­zo mat­to. Un vero libro adelphi.
  5. Jáchym Topol, “L’officina del dia­volo”, Zan­do­nai. Grot­te­sco, cini­co, ori­gi­nale: roman­zo del bor­go di Tere­zín, del mar­ti­rio del­la civil­tà e del­la veri­tà per mano dei tota­li­ta­ri­smi, del­la spe­cu­la­zione sui genocidi.
  6. Colet­te, “Pri­gioni e para­disi”, Del Vec­chio. Inspe­rata, riu­scita pri­ma edi­zione ita­liana di que­sto libro di fram­menti e pro­se bre­vi del­la scrit­trice fran­cese. Una lezio­ne di sti­le, di let­te­ra­rietà e di sensualità.
  7. Vasi­le Ernu, “Gli ulti­mi ere­tici dell’impero”, Hac­ca. Fasci­nosa inte­gra­zione dell’opera pri­ma del­lo scrit­tore e filo­sofo rume­no, “Nato in Urss”, è una medi­ta­zione sul socia­li­smo sovie­tico, sui gulag, sul­la liber­tà d’espressione, sul futu­ro del­la civil­tà. Mol­to coraggioso.
  8. Mas­si­mi­liano Di Pasqua­le, “Ucrai­na ter­ra di fron­tiera”, Il Siren­te. È il libro di una vita: un intel­li­gente e con­sa­pe­vole atto d’amore di un let­te­rato ita­liano appas­sio­nato di cul­tura ucrai­na – vero pon­te pop tra l’Italia e l’Ucraina. For­se l’unico.
  9. Die­go Zan­del, “Esse­re Bob Lang”, Hac­ca. Spiaz­zante roman­zo meta­let­te­ra­rio del­lo scrit­tore fiu­ma­no-roma­no Die­go Zan­del, filel­leno, let­tore for­te, ere­de di Ful­vio Tomiz­za. Diver­tis­se­ment mol­to snob.
  10. Watt Maga­zine, nume­ro zero.cinque. Per­ché è for­se la mas­sima espres­sione dell’arte di Mau­ri­zio Cec­cato: pri­ma di esse­re libro-rivi­sta, rac­colta di rac­conti illu­strata o rac­colta di illu­stra­zioni rac­con­tate, Watt è un Cec­cato. E Cec­cato è il massimo.

Libro più sba­gliato dell’anno: Tom­maso Pin­cio, “Pulp Roma”, Il Sag­gia­tore. Il pri­mo libro com­ple­ta­mente sba­gliato di Tom­maso Pin­cio: impro­ba­bile, mar­gi­nale, male assem­blato: inde­gno di lui. Un erro­re inat­teso. È pro­prio brutto.

Capo­la­voro man­cato: Ema­nuel Car­rère, “Limo­nov”, Adel­phi. Bio­gra­fia roman­zata di uno scrit­tore che ave­va già roman­zato la sua vita in tut­ti i suoi (mol­ti) libri, sin dagli esor­di, pote­va esse­re una gran­de sati­ra di Limo­nov, e dei Limo­nov, e una poten­te lezio­ne di sto­ria rus­sa con­tem­po­ra­nea, con incur­sioni nel­le orgo­gliose feri­te dei Bal­cani, à la Bab­si Jones: inve­ce Car­rère si è pre­so mol­to sul serio, for­te for­se del­la con­sa­pe­vo­lezza che Limo­nov, in Euro­pa, è vera­mente sco­no­sciuto. E così ha sba­gliato libro. Que­sto è un buon libro, ma è per i tan­ti neo­fiti di Limo­nov. Per tut­ti gli altri, è un discre­to bigna­mi, con qual­che impro­ba­bile deri­va ombe­li­cale car­rèra.

Let­ture rin­viate: 1. Filip­po Tue­na, “Stra­nieri alla ter­ra” [Nutri­menti, 2012]. La ragio­ne è che pun­to all’operaomnia, entro due anni. 2. John Chee­ver, “Rac­conti” [Fel­tri­nelli, 2012]. Stes­so discor­so, ma vor­rei comun­que leg­gerlo pri­ma in lin­gua ori­gi­nale. 3. John Edward Wil­liams, “Sto­ner” [Fazi, 2012]. Imma­gino pos­sa pia­cermi mol­to, ma non è il perio­do giu­sto. Maga­ri tra qual­che anno.

Sito let­te­ra­rio dell’annoFla­nerìhttp://www.flaneri.com/ – sem­pre intel­li­gente, par­ti­co­lar­mente ordi­nato, pia­ce­vol­mente fron­tale, piut­to­sto equi­li­brato: pra­ti­ca­mente uno dei pochi siti let­te­rari ita­liani cre­di­bili, in asso­luto. One­sta­mente, una del­le pochis­sime nuo­ve pro­po­ste degne di nota, in quest’ultimo trien­nio cao­tico, fiac­co e mol­to cial­trone. Tifo Flanerì.

Altre cose fran­che.  Recu­peri [ita­liani] dell’anno. 1. Ful­vio Tomiz­za, “Il sogno dal­mata”, Mon­da­dori, 2001. 2. Bab­si Jones, “Sap­piano le mie paro­le di san­gue”, Riz­zoli, 2007. 3. Ful­vio Tomiz­za, “Mate­rada”, Mon­da­dori, 1960. 4. Tom­maso Pin­cio, “Hotel a zero stel­le”, Later­za, 2011. 5. Orne­la Vorp­si, “Il pae­se dove non si muo­re mai”, Einau­di, 2005.

Recu­peri [stra­nieri] dell’anno. 1. Patrick Lei­gh Fer­mor, “Mani”, Adel­phi, 2006. 2. Dimi­tri Obo­len­sky, “Il com­mo­n­wealth bizan­tino”, Later­za, 1974. 3. Dra­gan Veli­kić, “Via Pola”, Zan­do­nai, 2009. 4. Robert Man­tran [a cura di], “Sto­ria dell’impero otto­mano”, Argo, 2000. 5. Ago­stino Per­tusi [a cura di], “La cadu­ta di Costan­ti­no­poli”, Fon­da­zione Val­la, 1976. 6. Nicho­las Valen­tine Ria­sa­no­v­sky, “Sto­ria del­la Rus­sia”, Bom­piani, 7. David Foster Wal­lace, “Il ten­nis come espe­rienza reli­giosa”, oggi in Einau­di, 2012.

Let­tura cri­tica fon­da­men­tale, in asso­luto: “Nar­ra­tori degli Anni Zero” di Andrea Cor­tel­lessa, Pon­te Sisto, 2012, 650 pagi­ne. E via andare.

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Ucraina terra di confine”: guida elegante e snob, firmata Max Di Pasquale [Il Sirente, 2012]

Tisca­li Social News | Lune­dì 25 giu­gno 2012 | Gian­fran­co Fran­chi |

Si par­la di Ucrai­na, da qual­che anno a que­sta par­te, addi­rit­tu­ra al di qua del­le Alpi, nel nostro infe­li­ce, pre­sun­tuo­so bel­pae­se; tut­to è comin­cia­to con un vec­chio spot, cre­do del Cor­rie­re del­la Sera, in cui un’astronave cade­va pro­prio sul ter­ri­to­rio d’una del­le nazio­ni nate dal­la disgre­ga­zio­ne dell’impero sovie­ti­co – appa­ri­va una vec­chia con­ta­di­na che inse­gna­va a dire “Ucrai­na” non sol­tan­to agli astro­nau­ti rus­si, ma agli ita­lia­ni al gran com­ple­to. Da que­sta pri­ma, robu­sta [si fa per dire] aper­tu­ra noial­tri ita­lia­ni abbia­mo dedi­ca­to pro­gres­si­vo, cre­scen­te spa­zio ai cal­cia­to­ri ucrai­ni [Shev­chen­ko in pri­mis], alle pit­to­re­sche pro­te­ste nude del­le neo­fem­mi­ni­ste ucrai­ne, le cele­ber­ri­me Femen, al colo­re del­la rivo­lu­zio­ne demo­cra­ti­ca di qual­che anno fa [“aran­cio­ne”], sco­pren­do en pas­sant, con negli­gen­za com­pli­ce, una depor­ta­zio­ne d’una popo­la­zio­ne ita­lia­na di Cri­mea [va da sé, per mano socia­li­sta, intel­li­gen­za sta­li­ni­sta] e for­se qual­che memo­ria degli anni bel­li di Feo­do­sia, vale a dire del­la Caf­fa geno­ve­se. Vie­ne a que­sto pun­to a col­ma­re le nostre carat­te­ri­sti­che lacu­ne tri­co­lo­ri un sag­gio del gior­na­li­sta e scrit­to­re mar­chi­gia­no Mas­si­mi­lia­no Di Pasqua­le, clas­se 1969: “Ucrai­na ter­ra di con­fi­ne”, pub­bli­ca­to dai tipi del Siren­te nel­la pri­ma­ve­ra 2012, è una gui­da intel­li­gen­te, snob e appas­sio­nan­te. È una gui­da che vie­ne a par­lar­ci di una ter­ra dal­la sto­ria com­ples­sa, mul­tiet­ni­ca e mul­ti­cul­tu­ra­le, bene­det­ta da un buon nume­ro di let­te­ra­ti di fama inter­na­zio­na­le, di gran­de rile­van­za stra­te­gi­ca nel con­cer­to euro­peo; è un libro che ci alfa­be­tiz­za a dove­re sul­la que­stio­ne Tymošen­ko, sen­si­bi­liz­zan­do­ci da ogni pun­to di vista, e ammo­nen­do­ci sull’opportunità di non sot­to­va­lu­tar­ne le impli­ca­zio­ni; è un sag­gio che rac­con­ta quan­to ter­ri­bi­le sia la nega­zio­ne o la ridu­zio­ne del­la memo­ria del geno­ci­dio degli ucrai­ni per mano socia­li­sta sovie­ti­ca, l’Holo­do­mor, e quan­to roman­ti­ca sia la memo­ria dell’antico regno dei Rus’ di Kiev, gran­de ami­co di Costan­ti­no­po­li; è un gran­de atto d’amore di un let­te­ra­to ita­lia­no appas­sio­na­to di cul­tu­ra ucrai­na – vero pon­te pop tra l’Italia e l’Ucraina. For­se l’unico sin qui emer­so a un cer­to livello.

Ucrai­na. Ter­ra di con­fi­ne”, come osser­va la docen­te di ucrai­ni­sti­ca Oxa­na Pachlo­v­ska, nel­la post­fa­zio­ne, è un libro che lascia gran­de spa­zio alle remi­ni­scen­ze e agli aned­do­ti let­te­ra­ri, pre­fe­ren­do sem­pre rivol­ger­si a un pub­bli­co com­pe­ten­te, dis­se­mi­nan­do con ele­gan­za omag­gi e rife­ri­men­ti a Gogol, al gali­zia­no asbur­gi­co Jose­ph Roth, a Sta­ni­slaw Lem, a Bru­no Schulz, a Michail Bul­ga­kov, a Gre­gor von Rez­zo­ri e a von Sacher-Masoch. Ma si sco­pro­no figu­re pro­ba­bil­men­te meno note, da que­ste par­ti, come Ivan Franko, arte­fi­ce del rin­no­va­men­to let­te­ra­rio ucrai­no di tar­do Otto­cen­to – in suo ono­re la cit­tà di Sta­ny­sla­viv è diven­ta­ta Iva­no-Frank­i­v­sk – e fau­to­re d’un’Ucraina libe­ra e demo­cra­ti­ca, nemi­ca del mar­xi­smo: mar­xi­smo che quel gran­de ave­va già sta­na­to: “reli­gio­ne dog­ma­ti­ca fon­da­ta sull’odio e la lot­ta di clas­se”, scri­ve­va, ben pri­ma del­la car­ne­fi­ci­na sovie­ti­ca del Nove­cen­to. Oppu­re, si sco­pro­no figu­re come Taras Shev­chen­ko, poe­ta ed eroe nazio­na­le ucrai­no, mor­to a Pie­tro­bur­go nel 1861; si trat­ta di un ere­de del­la tra­di­zio­ne dei Kob­zar, spie­ga Di Pasqua­le, vale a dire i “miti­ci can­ta­sto­rie ucrai­ni”. Ed è uno che ha sapu­to dire “lot­ta­te e vin­ce­re­te” non solo all’Ucraina, ma alla Polo­nia, alla Let­to­nia, all’Estonia, alla Litua­nia, alla Mol­do­va, ai popo­li del Cau­ca­so e dell’Asia, agli stes­si Rus­si [p. 101]. Un ribel­le demo­cra­ti­co e anti­cle­ri­ca­le – nemi­co dell’imperialismo rus­so, ami­co del popolo.

Ho tro­va­to bel­le e ispi­ra­te le pagi­ne sul­le cit­tà di Leo­po­li e Kyiv (Kyev), su Seba­sto­po­li, Odes­sa e Yal­ta; roman­ti­che le note sul “Robin Hood dei Car­pa­zi”, Olek­sa Dov­bush, già omag­gia­to da una novel­la di von Sacher-Masoch; mici­dia­li le note sul­le Asgar­da, e sul­la rea­le nazio­na­li­tà del­le Amaz­zo­ni; equi­li­bra­te e tri­sti le pagi­ne sul­la Shoah, e sul disa­stro nuclea­re di Cher­no­byl [già: è in Ucrai­na, non in Rus­sia], e one­ste e luci­de le epi­so­di­che pun­zec­chia­te anti­so­vie­ti­che, fon­da­te su argo­men­ta­zio­ni serie e su una docu­men­ta­zio­ne tosta. Tor­ne­rò sen­za dub­bio a con­sul­ta­re que­sto testo. Muo­vo un’ovvia cri­ti­ca: man­ca un’indice dei nomi – ciò è incom­pren­si­bi­le, e sba­glia­to – e un’altra, for­se meno ovvia; vale a dire che ogni tan­to ho sof­fer­to un po’ che qual­che capi­to­lo fos­se sta­to scrit­to cin­que o sei anni fa, e altri inve­ce più di recen­te. S’è trat­ta­to d’un cor­to­cir­cui­to comun­que non fasti­dio­so – sol­tan­to, ovvia­men­te, perio­di­ca­men­te sensibile.

Spe­ria­mo dav­ve­ro che a par­ti­re da que­sto sag­gio in tan­ti s’avvicinino con altro entu­sia­smo a que­sta ter­ra di fron­tie­ra [“u-krayi-na” è un’etimo che non tra­di­sce, accen­na l’autore a pagi­na 217], accan­to­nan­do per­ples­si­tà e pre­giu­di­zi sul gri­gio­re ere­di­ta­to dal­la vec­chia Urss: la coper­ti­na, con quel­la bel­la Chie­sa di San­ta Cate­ri­na di Cher­ni­hiv, è una veri­di­ca pro­mes­sa di ele­gan­za, cul­tu­ra e viva­ci­tà. Dimen­ti­ca­vo – mol­to ben fat­to l’inserto fotografico.

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