Fuori da Gaza, ma mai del tutto…

Fuori da Gaza, ma mai del tutto, ecco i sogni dei giovani palestinesi

Rashid vuole studiare a Londra, Imam viene scelta per un attacco suicida. Il romanzo di Selma Dabbagh ci svela i ragazzi della Striscia a noi sconosciuti

di Delia Vac­ca­rel­lo Glo­ba­li­st

Chi sono i gio­va­ni pale­sti­ne­si? Sia­mo in gra­do di intui­re le loro sto­rie, i sogni, il desi­de­rio di ave­re un futu­ro, le stra­te­gie mes­se in atto per rea­liz­zar­lo? For­se respi­ria­mo un’aria trop­po intri­sa di pre­giu­di­zi, for­se sia­mo tut­ti pre­si nel­la rete di una sof­fo­can­te quan­to dif­fu­sa isla­mo­fo­bia per intra­ve­de­re i pro­fi­li dei ragaz­zi del­la Stri­scia. A far­ci entra­re nel­le vite di Rashid che vuo­le anda­re a stu­dia­re a Lon­dra e di Iman, la sorel­la gemel­la, alla qua­le vie­ne pro­po­sto di far­si esplo­de­re in un attac­co sui­ci­da è Sel­ma Dab­ba­gh con il suo roman­zo “Fuo­ri da Gaza” pub­bli­ca­to e tra­dot­to dal­la casa edi­tri­ce Il Siren­te. Rashid vuo­le anda­re via, anche se lavo­ra in un cen­tro di volon­ta­ria­to, anche se cono­sce il sen­so del­la lot­ta per il suo popo­lo, è “fuo­ri”.

E’ già fuo­ri quan­do ci sono i bom­bar­da­men­ti, e lui fuma uno spi­nel­lo fat­to gra­zie a Glo­ria, la pian­ta di mari­jua­na che col­ti­va con pas­sio­ne, è fuo­ri quan­do vede nel­la sua came­ra dvd con vam­pi­ri e pol­ter­gei­st, è fuo­ri quan­do pen­sa alla ragaz­za che lo fa impaz­zi­re. E quan­do rice­ve la mail con la comu­ni­ca­zio­ne del­la bor­sa di stu­dio per l’Inghilterra sa bene che equi­va­le per lui a una scar­ce­ra­zio­ne.

Iman è den­tro. Ma qual­cu­no vuo­le che lo sia anco­ra di più. “Abbia­mo un com­pi­to per te”, le vie­ne det­to da una don­na che l’avvicina anti­ci­pan­do­le altri con­tat­ti. Vie­ne por­ta­ta a vede­re in una stan­zet­ta i gio­va­ni cor­pi del­le vit­ti­me dell’ultimo bom­bar­da­men­to, la scor­gia­mo inten­ta a osser­va­re un depliant di un cen­tro per i muti­la­ti che ha visi­ta­to mesi addie­tro. E la imma­gi­nia­mo soc­cor­re­re bam­bi­ni con mon­che­ri­ni e tubi­ci­ni in boc­ca. Han­no un fra­tel­lo mag­gio­re che sta fati­co­sa­men­te cer­can­do di scri­ve­re un sag­gio sull’Intifada e che a dif­fe­ren­za di loro ha una vita ormai tra­gi­ca­men­te segna­ta dai bom­bar­da­men­ti, non ha le gam­be e pati­sce i dolo­ri atro­ci del­le pia­ghe sul fon­do schie­na. Con una scrit­tu­ra sen­sua­le, capa­ce di modu­la­re ter­mi­ni raf­fi­na­ti e lin­guag­gio quo­ti­dia­no insie­me a un les­si­co del­la pau­ra e dell’orrore Sel­ma Dab­ba­gh scri­ve un roman­zo d’esordio illu­mi­nan­te, Guar­dian Book of the year per due anni con­se­cu­ti­vi.

La nar­ra­zio­ne di ciò che avvie­ne entro il nucleo fami­lia­re diven­ta spec­chio del­le divi­sio­ni del­la socie­tà pale­sti­ne­se e del modo diver­so di con­ce­pi­re la Resi­sten­za, mol­to influen­za­to dai diver­si approc­ci gene­ra­zio­na­li. Lo sguar­do del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se trat­teg­gia un fuo­ri che appa­re un “non luo­go” tan­to ago­gna­to quan­to irra­giun­gi­bi­le, rap­pre­sen­ta il desi­de­rio non solo di una vita nor­ma­le ma anche di allen­ta­re o dimen­ti­ca­re anche solo per un istan­te l’occupazione, qua­si diven­ta­ta ormai non solo con­di­zio­ne sto­ri­ca e poli­ti­ca dei pale­sti­ne­si ma anche esi­sten­zia­le.

Rashid rie­sce a rag­giun­ge­re il suo “fuo­ri”. Nell’anno lon­di­ne­se, con­qui­sta­to gra­zie alla bor­sa di stu­dio, lo sor­pren­dia­mo chie­der­si qua­le sia il suo dove­re nazio­na­le “strap­pa­to da qual­sia­si luo­go tran­quil­lo gli fos­se sta­to offer­to, spin­to in un mon­do con­flit­tua­le dove non ave­va spa­zio”. Dopo pochi istan­ti lo vedia­mo leg­ge­re una email del fra­tel­lo che lo ripor­ta in Pale­sti­na, che gli nar­ra del­le divi­sio­ni con una par­te dei paren­ti, dovu­te a que­stio­ni poli­ti­che, dell’organizzazione per favo­ri­re colo­ro che non han­no un appar­ta­men­to e vivo­no in ten­da, del­la nuo­va casa lascia­ta dal­la moglie di un uomo col­la­bo­ra­zio­ni­sta dove andran­no, una casa con un giar­di­no auspi­ca­bi­le per chi vive in car­roz­zi­na, dove la madre sta già alle­sten­do un orto.… Rashid è a Lon­dra ma non è a Lon­dra, ades­so che è fisi­ca­men­te “fuo­ri” non può dav­ve­ro esse­re­lo. A strat­to­nar­lo tra Inghil­ter­ra e Gaza sono email, discor­si poli­ti­ci, ma anche gli incu­bi che tur­ba­no il suo son­no. E qui il sen­so del­la nar­ra­zio­ne da sto­ri­co e antro­po­lo­gi­co si fa anche più pro­fon­do. Per quan­to si sogni e real­men­te si vada “fuo­ri”, nul­la è fuo­ri, sem­bra sug­ge­rir­ci l’autrice.

Tra den­tro e fuo­ri nes­su­na dif­fe­ren­za.

10 novem­bre 2017

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FUORI DA GAZA, E DA SE STESSI

ARRIVA IN ITALIAFUORI DA GAZA”, ROMANZO D’ESORDIO DI SELMA DABBAGH, SCRITTRICE ANGLO-PALESTINESE, PER LA TRADUZIONE DI BARBARA BENINI E EDITO DA IL SIRENTE.

Sto par­lan­do trop­po, vero? Non rie­sco pro­prio a far­mi entra­re in testa ciò che ho visto”
“Non è qual­co­sa che si pos­sa ‘far entra­re in testa’. E’ trop­po ingiu­sto per far­se­ne una ragio­ne, trop­po inca­si­na­to per sbro­gliar­lo. E se ti sfor­zi di com­pren­der­lo, se in qua­lun­que modo cer­chi una giu­sti­fi­ca­zio­ne, allo­ra sei fot­tu­ta. E noi sia­mo spac­cia­ti”

Pale­sti­na, Gaza, pri­mi anni Due­mi­la. Un gio­va­ne uomo sie­de sul tet­to del­la sua casa, di not­te, e osser­va i bom­bar­da­men­ti che scon­quas­sa­no la Stri­scia. Non occor­re mol­to tem­po per capi­re che sia­mo all’inizio del­la Secon­da Inti­fa­da, una del­le pagi­ne più buie e dolo­ro­se che la popo­la­zio­ne pale­sti­ne­se abbia vis­su­to.
E’ così che pren­de avvio “Out of it” – “Fuo­ri da Gaza” nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na edi­ta da Il Siren­te – roman­zo d’esordio del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se Sel­ma Dab­ba­gh.

E’ CON UN VOLO IMMAGINARIO VERSO UN ALTROVE POSSIBILE CHE INIZIA IL VIAGGIO FRA LE SUE PAGINE, COMPIUTO DA UNO DEI GIOVANI PROTAGONISTI DI QUESTO PICCOLO MA STRAORDINARIO AFFRESCO NARRATIVO, CAPACE DI DISCOSTARSI DALLA TRADIZIONE LETTERARIA PALESTINESE RESTANDOVI, NEL CONTEMPO, PERFETTAMENTE ALLINTERNO.

Come in altri roman­zi è anco­ra una vol­ta una fami­glia ad esse­re espe­dien­te let­te­ra­rio e cuo­re del­la nar­ra­zio­ne, per­no di una sto­ria che si arti­co­la seguen­do­ne le dina­mi­che inti­me e pro­fon­de, in un con­te­sto tan­to dif­fi­ci­le da spie­ga­re che a vol­te – come in que­sto caso – è mol­to più effi­ca­ce non far­lo. Lascian­do piut­to­sto che sia lo sguar­do dei pro­ta­go­ni­sti – i gemel­li Rashid e Iman Muja­hed, inten­sa­men­te lega­ti eppu­re diver­si – a con­dur­re il let­to­re in un viag­gio attra­ver­so la “bana­li­tà del male” e le sue con­se­guen­ze.

E saran­no pro­prio le divi­sio­ni all’interno del­la fami­glia a far­si spec­chio del­le mede­si­me spac­ca­tu­re in seno ad una socie­tà stan­ca di asse­dio e di occu­pa­zio­ne. Attra­ver­so la sua nar­ra­zio­ne infat­ti Dab­ba­gh rie­sce a rico­strui­re in modo sem­pli­ce, ma estre­ma­men­te effi­ca­ce, le calei­do­sco­pi­che sfac­cet­ta­tu­re di una socie­tà com­ples­sa, in cui tut­to è poli­ti­co, per­si­no l’esistenza.

E, SEGUENDO GLI SCONTRI E LE INCOMPRENSIONI FAMILIARI, A RESTITUIRCI UN QUADRO SULLE DIVISIONI INTRA-PALESTINESI, SULLE DIVERSE VISIONI DELLA RESISTENZA, SPESSO DETTATE DA DISTANZE NON SOLO POLITICHE E IDEOLOGICHE, MA SOPRATTUTTO GENERAZIONALI.

Nel far­lo, Dab­ba­gh inclu­de con mae­stria ele­men­ti cen­tra­li del­la que­stio­ne pale­sti­ne­se, come la dia­spo­ra, il dirit­to al ritor­no, il dispe­ra­to ten­ta­ti­vo di costruir­si, nell’Altro­ve pos­si­bi­le, una vita nor­ma­le.

ECCO ALLORA CHE IL FUORI DA QUI DIVENTA CONDIZIONE ESISTENZIALE. IL FUORI-LUOGO, FUORI-TEMPO E FUORI-CONTESTO CHE SI FA PARADIGMA DI UNA PERENNE DIASPORA, NON SOLO GEOGRAFICA MA ANCHE INTERIORE, CHE RENDE I PROTAGONISTI OSTAGGIO DI UNA PERENNE GHURBA. E CHE RENDE LA PALESTINA NON SOLO PIÙ LUOGO OCCUPATO, MA ANCHEOSSESSIONE CHE OCCUPA”, PER DIRLA CON SUAD AMIRY.

Fuo­ri da qui non è più solo il desi­de­rio dei gio­va­ni pro­ta­go­ni­sti di usci­re dal­la Stri­scia di Gaza che li sof­fo­ca. E’ anche il modo in cui si sen­to­no, in fon­do, fuo­ri dal nuo­vo con­te­sto in cui cer­ca­no di ambien­tar­si; è il desi­de­rio di libe­rar­si del­la Pale­sti­na solo per un istan­te, sen­za poter­lo fare. Di poter par­la­re, ogni tan­to, di altro. E’ il non poter dimen­ti­ca­re chi si è, anche quan­do si è Altro­ve. E’ il ten­ta­ti­vo di eva­de­re non solo da un luo­go, ma anche dal­le pres­sio­ni socia­li, dal­le aspet­ta­ti­ve fami­lia­ri, dai ricor­di del pas­sa­to e dal peren­ne para­go­ne con esso. Un fuo­ri che acco­mu­na tut­ti: lo sono Iman e Rashid quan­do lascia­no Gaza, ma anche il loro padre, che nel vil­lag­gio pale­sti­ne­se da cui pro­vie­ne sa di non poter più fare ritor­no.

NEL TRATTEGGIARE PERSONAGGI FEMMINILI FORTISSIMI, CHE BEN RISPECCHIANO LA STORIA FONDAMENTALE DELLATTIVISMO DI GENERE IN PALESTINA, DABBAGH HA UN ULTERIORE, GRANDE MERITO. QUELLO DI AVER RACCONTATO GAZA IN MODO NUOVO E CON PAROLE NUOVE.

Attra­ver­so la voce di una gio­va­ne gene­ra­zio­ne spes­so invi­si­bi­le, di cui assai rara­men­te si scri­ve. Che sen­te il peso non solo dell’occupazione, ma soprat­tut­to del­le sue con­se­guen­ze. Quel­le più pic­co­le, inti­me ed appa­ren­te­men­te insi­gni­fi­can­ti, ma che han­no a che fare con una sfe­ra iden­ti­ta­ria e pro­fon­da. Una gene­ra­zio­ne che vor­reb­be, in fon­do, solo una vita nor­ma­le.

Con la sua nar­ra­zio­ne Sel­ma Dab­ba­gh trat­teg­gia per­so­nag­gi cre­di­bi­li con incre­di­bi­le abi­li­tà, arric­chi­ta da pic­co­li ma straor­di­na­ri par­ti­co­la­ri, desti­na­ti a rima­ne­re impres­si a lun­go. E rie­sce nell’impresa di far­ci vede­re il mon­do attra­ver­so il loro sguar­do, che si scam­bia e si alter­na, in un rac­con­to cora­le che uni­sce mol­te voci sen­za con­fon­der­le mai.

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Si era for­ma­to un capan­nel­lo di per­so­ne intor­no a un con­ta­di­no che sta­va gri­dan­do con dei maz­zi di fio­ri in mano. Tut­ti urla­va­no con­tro la chiu­su­ra del con­fi­ne. Pro­te­sta­va­no per i fio­ri che appas­si­va­no. Per quei fio­ri che sem­bra­va­no met­te­re così seria­men­te a rischio la sicu­rez­za. Per il fat­to che sareb­be sta­ta la fine per lui. Ci avreb­be nutri­to le sue muc­che, con quei fio­ri. Li avreb­be but­ta­ti (la fol­la ama que­ste cose). No, anzi, li avreb­be rega­la­ti a tut­te le don­ne. E infat­ti alcu­ni ragaz­zi si era­no mes­si a cor­re­re in giro con i fio­ri, e Iman si era ritro­va­ta tra le brac­cia un bou­quet bagna­to, da cul­la­re come fos­se un neo­na­to. Riu­sci­va a vede­re tut­ta la sce­na, ma da una cer­ta distan­za, qua­si stes­se acca­den­do dall’altro lato di uno spes­so pan­nel­lo di ple­xi­glas spor­co, uno di quel­li die­tro cui si sede­va­no le loro guar­die. E se ne sta­va fer­ma lì, in mez­zo alla stra­da, immo­bi­le. Atten­den­do solo che quel­la cor­ti­na si alzas­se”.
(Estrat­to da “Fuo­ri da Gaza”, tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni).

 

Ceci­lia Dal­la Negra per QCO­DE­Ma­ga­zi­ne

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Una vita quotidiana all’inferno, intervista a Selma Dabbagh

Intervista alla scrittrice palestinese Selma Dabbagh, a Roma, ospite del Salone dell’editoria sociale, con il romanzo «Fuori da Gaza», uscito per editrice il Sirente

«Non ho avu­to biso­gno di trar­re ispi­ra­zio­ne dal­la sto­ria del­la mia fami­glia per dar vita ai Muja­hed, i pro­ta­go­ni­sti del roman­zo, per­ché ci sono espe­rien­ze dolo­ro­se come l’esilio che appar­ten­go­no a tut­te le fami­glie pale­sti­ne­si. Mio non­no veni­va da Jaf­fa, finì in pri­gio­ne più vol­te e rischiò di esse­re assas­si­na­to a cau­sa del suo impe­gno poli­ti­co. Deci­se di andar­se­ne dopo il 1948 quan­do mio padre fu col­pi­to da una gra­na­ta lan­cia­ta da un grup­po para­mi­li­ta­re ebrai­co. Fini­ro­no pri­ma in Siria, quin­di in Kuwait e infi­ne in Gran Bre­ta­gna, dove mio padre conob­be mia madre che è ingle­se. Però la Pale­sti­na non ha mai lascia­to la nostra casa, abbia­mo sem­pre par­te­ci­pa­to a mani­fe­sta­zio­ni, fat­to par­te di Ong e nel­la mia fami­glia allar­ga­ta ci sono sta­ti dei mem­bri dell’Olp».

Nata in Sco­zia nel 1970, dopo aver vis­su­to tra l’Europa e il Medio­rien­te Sel­ma Dab­ba­gh si è sta­bi­li­ta a Lon­dra dove alter­na la sua atti­vi­tà di avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni e il suo soste­gno ai movi­men­ti di soli­da­rie­tà con i pale­sti­ne­si, al suo lavo­ro di scrit­tri­ce. Suoi rac­con­ti sono com­par­si in diver­se rac­col­te, uno è sta­to adat­ta­to per la radio dal­la Bbc, men­tre Fuo­ri da Gaza, pub­bli­ca­to nel­la col­la­na Altria­ra­bi del Siren­te (tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni, pp. 184, euro 15) è sta­to nomi­na­to libro dell’anno dal Guar­dian nel 2012.

Nel roman­zo è descrit­ta la vita quo­ti­dia­na di una fami­glia pale­sti­ne­se nell’inferno di Gaza, dove gio­va­ni che come Rashid e sua sorel­la Iman, che cer­che­ran­no anche di costruir­si una vita lon­ta­no dal­la guer­ra, tra il Gol­fo e Lon­dra, vedo­no le pro­prie esi­sten­ze stret­te tra i bom­bar­da­men­ti israe­lia­ni e il cre­sce­re del fon­da­men­ta­li­smo isla­mi­co. Un roman­zo che, oltre alla clau­stro­fo­bia di una cit­tà e di un mon­do sot­to asse­dio, evo­ca il desi­de­rio di liber­tà che scuo­te le nuo­ve gene­ra­zio­ni del­le socie­tà medio­rien­ta­li e che ha già ali­men­ta­to le «pri­ma­ve­re ara­be».

Il suo roman­zo sem­bra costrui­to sul­la dia­let­ti­ca che vivo­no i gio­va­ni pale­sti­ne­si che ne sono pro­ta­go­ni­sti tra il voler resta­re per lot­ta­re e le spin­te a fug­gi­re per inse­gui­re le pro­prie aspi­ra­zio­ni. Cosa resta dell’individuo e dei suoi desi­de­ri in una simi­le situa­zio­ne?
È alla ten­sio­ne tra que­sti due sen­ti­men­ti che riman­da l’idea stes­sa del libro: l’essere pron­ti a dare la pro­pria vita per la cau­sa o scap­pa­re da quei luo­ghi. Fin dal tito­lo ingle­se, Out of It, ho cer­ca­to di tene­re insie­me le due dimen­sio­ne di que­sto «fuo­ri»: da un posto fisi­co come da una dimen­sio­ne men­ta­le, o coscien­za poli­ti­ca se si vuo­le. Si trat­ta di un’esplorazione dei diver­si fat­to­ri che han­no fino a oggi spin­to le per­so­ne a rima­ne­re o ad andar­se­ne, a oppor­si al con­te­sto poli­ti­co in cui vivo­no o a disto­glie­re sem­pli­ce­men­te lo sguar­do da tut­to ciò.
In que­sto sen­so, lo spa­zio con­ces­so alla pro­pria indi­vi­dua­li­tà e ai pro­pri desi­de­ri è un tema impor­tan­tis­si­mo. Ricor­do di aver par­te­ci­pa­to a un matri­mo­nio di una fami­glia di Gaza che si svol­ge­va in Gior­da­nia subi­to dopo che gli israe­lia­ni ave­va­no ini­zia­to a bom­bar­da­re la Stri­scia. Un gio­va­ne pre­sen­te scop­piò in lacri­me, in real­tà per­ché si era lascia­to con la fidan­za­ta, e sua sorel­la si rivol­se a lui in modo bru­sco, chie­den­do­gli per­ché faces­se così e per­ché inve­ce non pian­ge­va per il suo popo­lo. Per i pale­sti­ne­si, la sen­sa­zio­ne di non poter inda­ga­re que­sto spa­zio inte­rio­re è spes­so mol­to con­cre­ta.

Ambien­ta­re il libro soprat­tut­to a Gaza ha reso espli­ci­to que­sto con­flit­to che è anche di natu­ra inte­rio­re?
Ho scel­to Gaza per­ché espri­me in modo estre­mo la situa­zio­ne che vivo­no però tut­ti i pale­sti­ne­si. Vole­vo esplo­ra­re il modo in cui il con­te­sto, poli­ti­co, la guer­ra, la vio­len­za, incom­be sul mon­do inte­rio­re di cia­scu­no. Non sta­vo cer­can­do di descri­ve­re Gaza in modo spe­ci­fi­co, quan­to piut­to­sto rac­con­ta­re lo sta­to di guer­ra, di asse­dio, la pres­sio­ne eser­ci­ta­ta sugli indi­vi­dui. Que­sta pres­sio­ne che vivo­no i per­so­nag­gi, i con­flit­ti e le ten­sio­ni in cui sono immer­si, del resto sono stru­men­ti essen­zia­li per un roman­zie­re.

Se gli inter­ro­ga­ti­vi che lo attra­ver­sa­no riguar­da­no gli indi­vi­dui, nel suo libro pre­va­le la dimen­sio­ne cora­le. Lo imma­gi­na come fos­se il roman­zo di un popo­lo?
Spe­ro che que­sto sia il risul­ta­to. Vole­vo cer­ca­re di cat­tu­ra­re diver­se dimen­sio­ni del­la vita pale­sti­ne­se che negli ulti­mi 70 anni si è fat­ta sem­pre più diver­si­fi­ca­ta. I pale­sti­ne­si sono disper­si a livel­lo inter­na­zio­na­le, si sono adat­ta­ti e ope­ra­no in diver­si pae­si e cul­tu­re. Ho scrit­to la mia tesi su tut­ti i meto­di, lega­li o meno, attra­ver­so i qua­li sono sta­ti sepa­ra­ti e divi­si. Mi sono chie­sta che cosa li legas­se anco­ra, mal­gra­do que­sta sepa­ra­zio­ne, e ho deci­so che a far­lo sia la con­sa­pe­vo­lez­za di un’ingiustizia irri­sol­ta. E ognu­no dei per­so­nag­gi del roman­zo ha una rela­zio­ne emo­ti­va diver­sa con que­sto sen­so di ingiu­sti­zia.

Dal­la madre dei pro­ta­go­ni­sti, già atti­va nel Fron­te popo­la­re, a Lana, la moglie di Sabri, uno dei figli, che face­va poli­ti­ca fin da ragaz­zi­na, fino a Iman che appa­re qua­si ten­ta­ta dal mes­sag­gio degli isla­mi­sti, quel­la che lei rac­con­ta è anche, se non soprat­tut­to, una sto­ria di don­ne…
Sareb­be sta­to dif­fi­ci­le non far­lo. Le don­ne sono sta­te coin­vol­te in ogni fase del­la lot­ta pale­sti­ne­se, fin dal­la rivol­ta ara­ba del 1936. Figu­re fem­mi­ni­li sono pre­sen­ti in tut­te le diver­se onda­te del movi­men­to, a par­ti­re da da quel perio­do. E anco­ra oggi. Non si può scri­ve­re que­sta sto­ria sen­za par­la­re del loro ruo­lo e coin­vol­gi­men­to in tut­to ciò.

inter­vi­sta di Gui­do Cal­di­ron per il Mani­fe­sto

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