Luci della città

| I viag­gi del Sole | Feb­bra­io 2011 | Kha­led Al Kha­mis­si |

I taxi, impre­ve­di­bi­li e indi­sci­pli­na­ti. I quar­tie­ri cre­sciu­ti a dismi­su­ra. Le moschee e i musei a cie­lo aper­to. Sto­rie e memo­rie del­la capi­ta­le. Dall’alba al tramonto.

Non è mai faci­le par­la­re del­la rela­zio­ne di una per­so­na con la pro­pria cit­tà: è un rap­por­to com­pli­ca­to, come quel­lo tra un uomo e la pro­pria fami­glia. La cit­tà è una per­so­na­li­tà viven­te che si modi­fi­ca a ogni istan­te, ma su una base sto­ri­ca mol­to for­te. Figu­ria­mo­ci, quin­di, se si trat­ta del Cai­ro, dove sono nato nel 1962 e dove sono sem­pre vis­su­to, a par­te i quat­tro anni tra­scor­si in Fran­cia per il dot­to­ra­to in Scien­ze poli­ti­che alla Sor­bo­na. Come potrei pen­sa­re a tut­ti i ricor­di rela­ti­vi ai miei ami­ci sen­za pen­sa­re anche, nel con­tem­po, alla mia cit­tà? È impos­si­bi­le. Mi sono inna­mo­ra­to mol­to pre­sto del Cai­ro, del­la sua geo­gra­fia e del­la sua sto­ria: un amo­re a pri­ma vista, si potreb­be dire. Cam­mi­na­vo nel­le sue stra­de, per i suoi vico­li per sco­prir­ne i segre­ti, e in quel modo leg­ge­vo e inter­pre­ta­vo le com­pli­ca­te vicen­de. Tan­to che, in una del­le mie let­tu­re pre­fe­ri­te, quan­do ave­vo 12–13 anni, era L’origine dei nomi del­le vie del Cai­ro… Dopo­di­ché usci­vo di casa e anda­vo alla ricer­ca di quel­le stra­de. Non dob­bia­mo dimen­ti­ca­re, infat­ti, che il Cai­ro è una cit­tà mil­le­na­ria, in cui si sono stra­ti­fi­ca­ti tan­ti cam­bia­men­ti, tan­te cul­tu­ra e tan­te influenze.
Oggi potrei con­si­de­ra­re la pos­si­bi­li­tà di vive­re qual­che perio­do all’estero; l’ha anche fat­to. Ma non sono con­vin­to di riu­sci­re psi­co­lo­gi­ca­men­te a gesti­re que­sta lon­ta­nan­za per lun­go tem­po. Né sono in gra­do di imma­gi­na­re quan­to sof­fe­ren­za com­por­te­reb­be per la mia ani­ma pro­fon­da­men­te cai­ro­ta. È anche vero che la situa­zio­ne poli­ti­ca è diven­ta­ta inso­ste­ni­bi­le: la ten­sio­ne socia­le mi pesa sui pol­mo­ni, facen­do­mi qua­si sof­fo­ca­re. Il brut­to e il degra­do vin­co­no ovun­que. Negli ulti­mi anni la mia ama­ta cit­tà è sta­ta sfi­gu­ra­ta. Innan­zi­tut­to il nume­ro degli abi­tan­ti è aumen­ta­to in manie­ra spa­ven­to­sa. Quan­do sono nato era­va­mo 3 milio­ni, per sali­re a 5 milio­ni negli Anni 70, a 8 milio­ni quan­do anda­vo all’università, men­tre ades­so ha supe­ra­to i 18 milioni!
Per non par­la­re poi del nostro pre­si­den­te Hosni Muba­rak, al pote­re dal 1981 (ormai sono 30 anni!). Il suo regi­me ha fal­li­to com­ple­ta­men­te nel pro­get­to di svi­lup­po del Pae­se, e la nostra capi­ta­le è una testi­mo­nian­za ine­qui­vo­ca­bi­le di que­sto insuc­ces­so. La cre­sci­ta di movi­men­ti rea­zio­na­ri finan­zia­ti dai petrol­dol­la­ri non ha poi fat­to altro che peg­gio­ra­re la brut­tez­za del­la cit­tà. Per non par­la­re del tas­so di inqui­na­men­to, dell’aria e del­le acque, che è diven­ta­to dav­ve­ro dif­fi­ci­le da gesti­re. Per for­tu­na alcu­ne cose sono rima­ste immu­ta­te: il fasci­no del Nilo, le memo­rie, la bel­lez­za inte­rio­re, il popo­lo egi­zia­no con la sua gran­de civi­liz­za­zio­ne… Lo stress, le rivo­lu­zio­ni socia­li pos­so­no pro­vo­ca­re dei muta­men­ti nel tem­pe­ra­men­to, ma non nell’essenza del­le per­so­ne. E gli egi­zia­ni resta­no con­ta­di­ni paci­fi­ci, dol­ci, tol­le­ran­ti e anche un po’ imbro­glio­ni, qua­li­tà essen­zia­li for­se per far fron­te a dit­ta­tu­re mil­le­na­rie. Tut­te que­ste cose mes­se insie­me, in una tale cit­tà dai mil­le vol­ti, per me sono irre­si­sti­bi­li e mi attrag­go­no come una cala­mi­ta. Come il museo a cie­lo aper­to di Saq­qa­ra, un’immensa necro­po­li che risa­le a qua­si cin­que­mi­la anni fa, o il mer­ca­to del­le fave sot­to casa mia. Abbia­mo ton­nel­la­te di sim­bo­li nei qua­li ci rico­no­scia­mo. La pira­mi­de di Cheo­pe, il mou­lid (i festeg­gia­men­ti in ono­re di un san­to o di un per­so­nag­gio vene­ra­bi­le, a metà tra fie­ra e festa reli­gio­sa) di Sayy­id­na al-Hus­sein o quel­lo di Sayy­i­da Zei­nab, la gran­de Moschea-Madra­sa del Sul­ta­no Has­san, che può esse­re con­si­de­ra­ta come una sor­ta di pira­mi­de dell’architettura isla­mi­ca. E poi, per ricon­ci­liar­si con la vita, che c’è di meglio di un giro in felu­ca sul Nilo al tramonto?
Ovvia­men­te, con­si­glio anche di pren­de­re il taxi e di fare due chiac­che­re con il con­du­cen­te. Esse­re un tas­si­sta al Cai­ro non è un mestie­re come altro­ve, è un modo per cer­ca­re di lavo­ra­re o alme­no di aumen­ta­re le entra­te men­si­li. I tas­si­sti pro­ven­go­no da ogni ango­lo del pae­se e tra loro si pos­so­no tro­va­re, con la stes­sa faci­li­tà, pro­fes­so­ri, medi­ci, con­ta­bi­li o anche anal­fa­be­ti. Rap­pre­sen­ta­no la clas­se socia­le di chi ha pro­ble­mi a sbar­ca­re il luna­rio: pra­ti­ca­men­te l’80 per cen­to del­la popo­la­zio­ne egi­zia­na. Per que­sto, far­li par­la­re, in Taxi, è sta­to come dare la paro­la all’intera cit­tà, la vera pro­ta­go­ni­sta, se voglia­mo l’eroina, del libro. E anche nel più recen­te L’arca di Noè, sep­pu­re in nega­ti­vo, c’è il Cai­ro: rap­pre­sen­ta la grot­ta in cui cado­no tut­te le per­so­na­li­tà, desi­de­ro­se di scap­pa­re via, maga­ri in Ame­ri­ca, per evi­ta­re la catastrofe.

0