Le Vine: ecco come cambia la geografia del petrolio

Media Due­mi­la | Saba­to 8 dicem­bre 2012 | Reda­zio­ne |

Lo svi­lup­po di fon­ti alter­na­ti­ve come aspi­ra­zio­ne ad uno sti­le di vita più soste­ni­bi­le e non come ine­vi­ta­bi­le sur­ro­ga­to dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li. La sco­per­ta di nuo­ve riser­ve di idro­car­bu­ri in Pae­si fino­ra ai mar­gi­ni spo­sta il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che ener­ge­ti­che pub­bli­che.

Entu­sia­smi e timo­ri susci­ta­ti dal­le nuo­ve sco­per­te di idro­car­bu­ri. Il dibat­ti­to sul­le fon­ti alter­na­ti­ve. Gli equi­li­bri geo­po­li­ti­ci in Asia e nel Vec­chio Con­ti­nen­te e lo svi­lup­po dei pro­get­ti del­le gran­di arte­rie del gas. Ste­ve Le Vine, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord Ame­ri­ca, ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archi­via­to?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista 
cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscura.

Questo boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di sviluppo?

Questo boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di 
biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspira.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der 
rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra Ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio concreto?

In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra Ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi 
 pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli stati.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to un degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness pro­fit­te­vo­le?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te uma­ni­ta­ria.
La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in 
 Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Boli­via?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­la agen­zie di rating!
L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Con­ti­nen­te?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te  di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad 
 abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più  con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to 
  vereb­be seria­men­te ridimensionata.


Rispetto a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la glo­ria” ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pianeta?

C’e’ sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò  rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que  dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia   Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta  poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afghanistan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre  alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.

Originariamente il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co  non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to . E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10 miliar­di di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Penso che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP,  pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri,  abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to 
  que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se  rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro  sul tavo­lo.   Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una  pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decen­nio.

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La geografia del petrolio vista da uno scrittore

MIT Tech­no­lo­gy Review | Mar­te­dì 30 otto­bre 2012 | Rita Kir­by |

Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord America,ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archi­via­to?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscu­ra.

Que­sto boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di svi­lup­po?
Que­sto boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspi­ra.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio con­cre­to?
In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli sta­ti.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to uno degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness pro­fit­te­vo­le?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te uma­ni­ta­ria.

La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Boli­via?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­le agen­zie di rating!

L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Con­ti­nen­te?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to ver­reb­be seria­men­te ridi­men­sio­na­ta.

Rispet­to a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la gloria”,ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pia­ne­ta?
C’è sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afgha­ni­stan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.
Ori­gi­na­ria­men­te il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to. E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10miliardi di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabuc­co.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Pen­so che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP, pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri, abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro sul tavo­lo. Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decen­nio.

Chi è Ste­ve LeVi­ne Scrit­to­re, gior­na­li­sta e blog­ger, LeVi­ne, attual­men­te risie­de a Washing­ton, D.C., dove segue la geo­po­li­ti­ca dell’energia per la rivi­sta Forei­gn Poli­cy, che ospi­ta il suo blog “The Oil and the Glo­ry”. Per 11 anni, a par­ti­re da due set­ti­ma­ne dopo il crol­lo dell’Unione Sovie­ti­ca fino al 2003, ha vis­su­to tra l’Asia Cen­tra­le e il Cau­ca­so. È sta­to cor­ri­spon­den­te per The Wall Street Jour­nal per la regio­ne del­le otto nazio­ni e pri­ma anco­ra per The New York Times. Tra il 1988 e il 1991, LeVi­ne è sta­to cor­ri­spon­den­te di New­sweek per il Paki­stan e l’Afghanistan, men­tre dal 1985 al 1988 è sta­to cor­ri­spon­den­te dal­le Filip­pi­ne per New­sday. Ha pub­bli­ca­to due libri: The Oil and the Glo­ry (2007), che rac­con­ta vicen­de di bat­ta­glie alla con­qui­sta di for­tu­na, glo­ria e pote­re sul Mar Caspio; e Putin’s Laby­rinth (2008), la sto­ria del­la Rus­sia rac­con­ta­ta attra­ver­so la vita e la mor­te di sei per­so­nag­gi, di cui nel 2009 è sta­ta pub­bli­ca­ta una ver­sio­ne aggior­na­ta in edi­zio­ne in bros­su­ra da Ran­dom Hou­se.

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Ogni petrolio ha il suo picco

spensierata.mente | Mer­co­le­dì 18 luglio 2012 |  |

Come direb­be Totò, “ogni pic­co ha il suo petro­lio” . Ho let­to ulti­ma­men­te vari inter­ven­ti sul pic­co del petro­lio, che non esi­ste­reb­be più, o sareb­be un’idea supe­ra­ta e altre ame­ni­tà. A me pare che non si valu­ti­no le cose da un pun­to di vista mol­to sem­pli­ce: in natu­ra tut­te le risor­se sono limi­ta­te e che lo voglia­mo o no le minie­re e i gia­ci­men­ti con il tem­po si esau­ri­sco­no. Tut­to il resto sono scioc­chez­ze. Oppu­re si par­la d’altro, mischian­do petro­lio natu­ra­le, gas natu­ra­le, car­bo­ne, mer­ca­to del­le mate­rie pri­me, petro­lio e gas otte­nu­ti dal­la frat­tu­ra­zio­ne del­le roc­ce di sci­sto, in un miscu­glio insen­sa­to.

Tut­to nasce da “C’ERAVAMO SBAGLIATI SUL PICCO DEL PETROLIO” (www.comedonchisciotte.org) di Geor­ge Mon­biot.
” I fat­ti sono cam­bia­ti, ora dob­bia­mo cam­bia­re anche noi. Nel cor­so degli ulti­mi die­ci anni un’improbabile coa­li­zio­ne di geo­lo­gi, tri­vel­la­to­ri di petro­lio, ban­chie­ri, stra­te­ghi mili­ta­ri e ambien­ta­li­sti ci han­no pre­det­to che il pic­co del petro­lio – il decli­no del­le for­ni­tu­re mon­dia­li – era immi­nen­te.

Il Pic­co del Petro­lio non è avve­nu­to, ed è impro­ba­bi­le che acca­da per mol­to tem­po anco­ra.

Un rap­por­to dell’esperto petro­li­fe­ro Leo­nar­do Mau­ge­ri, pub­bli­ca­to dall’Università di Har­vard, for­ni­sce pro­ve incon­fu­ta­bi­li che è appe­na ini­zia­to un nuo­vo boom del petro­lio.”

E pro­se­gue mischian­do dati riguar­dan­ti il brent clas­si­co con quel­lo “inno­va­ti­vo” pro­dot­to con il frac­king.

Fa chia­rez­za sul pun­to U. Bar­di in “ABBASTANZA PETROLIO PER FRIGGERCI TUTTI” (www.comedonchisciotte.org)


“Geor­ge Mon­biot … Si sba­glia sul pic­co di petro­lio, ma ha ragio­ne sul­la sua con­clu­sio­ne fina­le: ci sono abba­stan­za com­bu­sti­bi­li fos­si­li per frig­ger­ci tut­ti.

il vero erro­re fat­to da Mon­biot è sta­to quel­lo di aver dato ecces­si­va impor­tan­za al pic­co del petro­lio per il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co. Fino ad ora le stra­va­gan­ze sul­la pro­du­zio­ne di petro­lio non han­no influen­za di mol­to l’andamento del­le emis­sio­ni di gas ser­ra. Ades­so anche se la pro­du­zio­ne di greg­gio è sta­zio­na­ria da diver­si anni, le emis­sio­ni di ani­dri­de car­bo­ni­ca con­ti­nua­no ad aumen­ta­re.

Que­sto è quel­lo che ci si aspet­ta: il petro­lio è solo una del­le fon­ti di CO2 in ecces­so nell’ atmo­sfe­ra e il costo sem­pre mag­gio­re per estrar­lo sta spin­gen­do l’ indu­stria ad un uti­liz­zo di car­bu­ran­ti spor­chi. In altre paro­le, stia­mo assi­sten­do ad una ten­den­za all’ uti­liz­zo di car­bu­ran­ti che rila­scia­no sem­pre più CO2 per la soli­ta ener­gia pro­dot­ta”

 
Al di la del­le tesi ambien­ta­li­ste sull’aumento di ani­dri­de car­bo­ni­ca, il cui con­tri­bu­to secon­do me è meno impor­tan­te del sem­pli­ce vapo­re acqueo, sul pic­co del petro­lio Bar­di ha ragio­ne.
Basta fare un ragio­na­men­to ordi­na­to, e si vedrà, al di la dei dati veri­tie­ri o meno, che il pic­co del petro­lio esi­ste, come esi­ste quel­lo del gas o del car­bo­ne ecc. Il pic­co del­la pro­du­zio­ne di petro­lio si misu­ra gia­ci­men­to per gia­ci­men­to, tipo­lo­gia per tipo­lo­gia, e poi si som­ma­no i vari con­tri­bu­ti.
Il pri­mo esem­pio, il più cla­mo­ro­so pic­co petro­li­fe­ro di un gia­ci­men­to impor­tan­te tra­di­zio­na­le, con con­se­guen­te esau­ri­men­to del­lo stes­so, fu quel­lo di Baku, capi­ta­le dell’Azerbaigian, un tem­po repub­bli­ca sovie­ti­ca rus­sa, oggi indi­pen­den­te. Attual­men­te sono anco­ra pre­sen­ti nel­la regio­ne poz­zi petro­li­fe­ri in mare. Quel­li ter­re­stri si sono esau­ri­ti da tem­po.

A par­ti­re dal 1873 Baku assi­stet­te al boom petro­li­fe­ro che die­de un for­te impul­so al suo svi­lup­po urba­ni­sti­co e indu­stria­le, dan­do vita al distret­to noto come la Cit­tà Nera. In un bre­ve las­so di tem­po la cit­tà vide la fio­ri­tu­ra di rap­pre­sen­tan­ze e dele­ga­zio­ni di com­pa­gnie pro­ve­nien­ti da ogni ango­lo del mon­do: sviz­ze­ri, ingle­si, ita­lia­ni, fran­ce­si, bel­gi, tede­schi e per­si­no ame­ri­ca­ni.

A Baku, nel 1848, ven­ne effet­tua­ta la pri­ma tri­vel­la­zio­ne al mon­do, lo sfrut­ta­men­to eco­no­mi­co dei gia­ci­men­ti ini­ziò nel 1872 e all’inizio del XX seco­lo l’area petro­li­fe­ra di Baku era la più gran­de del mon­do, se ne rica­va­va oltre la metà del con­su­mo mon­dia­le. Alla fine del XX seco­lo i gia­ci­men­ti ter­re­stri si esau­ri­ro­no e si pas­sò allo sfrut­ta­men­to dei gia­ci­men­ti mari­ni.”

it.wikipedia.org )

Il pic­co di estra­zio­ne del petro­lio dei gia­ci­men­ti ter­re­stri a Baku avven­ne pro­ba­bil­men­te nel 1941, quan­do ven­ne­ro estrat­ti 125 milio­ni di bari­li da par­te dei sovie­ti­ci. L’intenzione di Hitler nel­la secon­da guer­ra mon­dia­le era di occu­pa­re Baku per rifor­ni­re i suoi mez­zi mili­ta­ri e pro­se­gui­re la guer­ra.

“Nel 1940 Baku era la gem­ma dell’industria petro­li­fe­ra sovie­ti­ca e il petro­lio aze­ro rap­pre­sen­ta­va il 72 % del petro­lio estrat­to nell’Unione Sovie­ti­ca, con il qua­le veni­va­no rifor­ni­te le linee del fron­te.
Il pia­no di Hitler era quel­lo di pren­de­re Mai­kop (Rus­sia) e Groz­ny (Cece­nia ) ma soprat­tut­to Baku osses­sio­na­to dall’idea del petro­lio e dei rifor­ni­men­ti che pote­va­no ave­re un peso deci­si­vo sull’esito del­la guer­ra, con il Petro­lio cau­ca­si­co e le fat­to­rie Ucrai­ne l’ impe­ro nazi­sta avreb­be potu­to esse­re auto­suf­fi­cien­te.Il pia­no dell’operazione fu chia­ma­to Edel­weiss e non pia­ni­fi­ca­va nes­sun bom­bar­da­men­to su Baku per non dan­neg­gia­re i poz­zi petro­li­fe­ri

In ogni caso sen­za il petro­lio del Cau­ca­so in pri­mis di Baku il siste­ma mili­ta­re, indu­stria­le e agri­co­lo sovie­ti­co sareb­be col­las­sa­to.

Nel luglio 1942 i tede­schi pre­se­ro Rostov poi Mai­kop ma il petro­lio che pote­va esse­re dispo­ni­bi­le era poco visto che i rus­si in riti­ra­ta distrus­se­ro poz­zi e appa­rec­chia­tu­re, l’ avan­za­ta tede­sca pro­se­gui fino al Mon­te Elbrus il pun­to più alto del Cau­ca­so e il 25 set­tem­bre 1942 fu deci­sa come data dell’attacco defi­ni­ti­vo di Baku.

For­tu­na­ta­men­te ciò non avven­ne mai… La cor­sa si fer­mò con la defi­ni­ti­va scon­fit­ta di Sta­lin­gra­do e Baku non fu mai attac­ca­ta.”
(jenaplissken.tumblr.com)Quan­do finì la secon­da guer­ra mon­dia­le, la mano­mis­sio­ne dei poz­zi duran­te il con­flit­to, li rese inu­ti­liz­za­bi­li. Inol­tre non era­no più pro­dut­ti­vi, era­no sta­ti sfrut­ta­ti fino all’ultima goc­cia, alme­no con i meto­di estrat­ti­vi di allo­ra.

“Car­cas­se di vec­chi impian­ti petro­li­fe­ri, nere per l’invecchiamento e l’uso, si sta­glia­va­no silen­zio­sa­men­te sull’orizzonte”  (Il petro­lio e la glo­ria. — Di Ste­ve LeVi­ne books.google.it)
I leg­gen­da­ri gia­ci­men­ti di Baku, che ne ave­va­no fat­to la for­tu­na dal­la fine dell’ottocento, era­no esau­ri­ti.
Nel 1947, le tri­vel­la­zio­ni ripre­se­ro pio­nie­ri­sti­ca­men­te nel Mar Caspio, ma il petro­lio di Baku non ebbe più l’importanza per l’URSS e il mon­do che ebbe fino alla secon­da guer­ra mon­dia­le.
Il pic­co di petro­lio dei gia­ci­men­ti di Baku, fu quel­lo che si mani­fe­stò con più dram­ma­ti­ci­tà, a cau­sa del­la guer­ra, ma è un fat­to che tut­ti i gia­ci­men­ti si esau­ri­sco­no pri­ma o poi. E’ sba­glia­to mischia­re le car­te come ha fat­to Man­biot. Anche i gia­ci­men­ti petro­li­fe­ri e del gas col­ti­va­ti con la frat­tu­ra­zio­ne degli sci­sti avran­no un loro ciclo di estra­zio­ne e pri­ma o poi si esau­ri­ran­no. La pro­du­zio­ne dei gia­ci­men­ti tra­di­zio­na­li, è già sta­ta pro­lun­ga­ta uti­liz­zan­do tec­ni­che estrat­ti­ve sem­pre più inno­va­ti­ve e costo­se.
E il pun­to è pro­prio que­sto. Il petro­lio si esau­ri­sce non quan­do fini­sce vera­men­te, ma quan­do diven­ta ecces­si­va­men­te costo­so estrar­lo. Il van­tag­gio del frac­king è quel­lo di esse­re una tec­ni­ca non ecces­si­va­men­te one­ro­sa, meno di quel­la uti­liz­za­ta per “lava­re” le sab­bie bitu­mi­no­se.
Quin­di il pic­co com­ples­si­vo non può mai esse­re pre­vi­sto in modo pre­ci­so, poi­chè può sem­pre soprag­giun­ge­re una nuo­va tec­ni­ca che per­met­te di pro­dur­re nuo­vi tipi di greg­gio. La pre­vi­sio­ne va attua­liz­za­ta al momen­to in cui vie­ne fat­ta e dipen­de dal­le tec­ni­che estrat­ti­ve di quel momen­to.
Cer­to chi pen­sa­va che con il pic­co del petro­lio tra­di­zio­na­le si arri­vas­se rapi­da­men­te al suo esau­ri­men­to, rimar­rà delu­so. Il petro­lio è un com­bu­sti­bi­le, un tem­po eco­no­mi­co, con­te­nen­te all’85% car­bo­nio. Ma que­sto ele­men­to chi­mi­co che lo ren­de com­bu­sti­bi­le, è pre­sen­te sul­la Ter­ra sot­to diver­se for­me. La mag­gior riser­va di car­bo­nio ter­re­stre non si tro­va nell’atmosfera, e nem­me­no nei gia­ci­men­ti di idro­car­bu­ri, ma nel­le roc­ce cal­ca­ree deri­va­te dai gusci di miliar­di di micror­ga­ni­smi mari­ni che depo­si­tan­do­si si sono cemen­ta­ti in milio­ni di anni. Se si doves­se tro­va­re in futu­ro una tec­ni­ca per estrar­re il car­bo­nio da que­ste roc­ce, altro che pic­co del petro­lio…
Uno degli arti­co­li più ridi­co­li sul pic­co del petro­lio, in con­te­sta­zio­ne a Man­biot, è quel­lo scrit­to da C. Sta­gna­ro, su www.chicago-blog.it, il qua­le sostie­ne che:
“… la dispo­ni­bi­li­tà fisi­ca di greg­gio è una varia­bi­le rile­van­te ma non è né l’unica varia­bi­le né quel­la più impor­tan­te. Ciò che gui­da il pro­ces­so è infat­ti il siste­ma dei prez­zi. Se, stan­te un cer­to livel­lo del­la doman­da, la quan­ti­tà dispo­ni­bi­le di petro­lio a quei prez­zi dimi­nui­sce, i prez­zi sali­ran­no. Ciò non sarà pri­vo di con­se­guen­ze: da un lato i con­su­ma­to­ri mode­re­ran­no la pro­pria doman­da, dall’altro i pro­dut­to­ri tro­ve­ran­no eco­no­mi­co pro­dur­re da altre risor­se e inve­sti­re in ricer­ca per sco­prir­ne di nuo­ve “E’ l’idea clas­si­ca del­la teo­ria libe­ri­sta che si basa su beni e risor­se infi­ni­te. E’ come dire che la dina­mi­ca del­lo scam­bio di Sar­chia­po­nidipen­de uni­ca­men­te dal­la for­ma­zio­ne del prez­zo in un mer­ca­to di doman­da ed offer­ta, e non dal fat­to che il Sar­chia­po­ne esi­sta vera­men­te.
Le risor­se natu­ra­li sono fini­te, il loro esau­ri­men­to segue sem­pre lo stes­so sche­ma. Ridur­re il tut­to a doman­da e offer­ta mi pare una sem­pli­fi­ca­zio­ne ecces­si­va. Non sono fon­da­men­ta­li qui le tec­ni­che eco­no­mi­che, ma le tec­ni­che estrat­ti­ve, sen­za le qua­li non si va da nes­su­na par­te.
Comun­que, la situa­zio­ne di cri­si mon­dia­le, con­tri­bui­sce al rispar­mio di petro­lio e degli altri idro­car­bu­ri, e quin­di ad un pro­lun­ga­men­to del­le pre­vi­sio­ne sul­la loro estin­zio­ne. Cre­do che dovre­mo fare anco­ra i con­ti con le emis­sio­ni inqui­nan­ti degli idro­car­bu­ri per mol­to tem­po. Sul­le fon­ti alter­na­ti­ve, anche a cau­sa del­la cri­si, non si fan­no più inve­sti­men­ti, si con­ti­nue­rà per­tan­to a bru­cia­re petro­lio, gas e car­bo­ne. A meno che uno shock pro­vo­ca­to da una guer­ra in Medio Orien­te non fac­cia aumen­ta­re nuo­va­men­te il prez­zo del brent.
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È ancora l’unico che abbiamo

Cir­co­lo Paso­li­ni Pavia | Saba­to 5 set­tem­bre 2009 | Ire­ne Cam­pa­ri |

Par­lia­mo del petro­lio, altri­men­ti si rischia di capi­re poco del­le poli­ti­che nuclea­ri. In libre­ria ci sono diver­si sag­gi che trat­ta­no l’argomento, da Ste­ve LeVi­ne, Il petro­lio e la glo­ria, edi­zio­ni il Siren­te, e The the epic que­st for oil, money and power di Daniel Yer­gin, pre­mio Puli­tzer per quel sag­gio del 1991, tra­dot­to in ita­lia­no con il tito­lo Il pre­mio nel 1996 e ora non più in cata­lo­go. Quest’anno l’autore lo ha aggior­na­to. “Forei­gn Poli­cy” ha pro­po­sto un suo arti­co­lo il 24 ago­sto scor­so dal tito­lo: “It’s still the one”. E’ ancor l’unico. Meri­to­ria­men­te “Il Sole 24 ore” lo ha tra­dot­to. Le posi­zio­ni cir­ca il petro­lio, il suo ruo­lo e quan­to dure­rà sono all’ordine del gior­no. Sono appar­si in que­ste ore sul­la stam­pa inter­na­zio­na­le arti­co­li in cui si sot­to­li­nea­va l’ormai avvio del petro­lio ver­so il tra­mon­to. Se si doves­se appli­ca­re la teo­ria dei Cicli di Kon­dra­tiev, nel 2025 si dovreb­be arri­va­re alla satu­ra­zio­ne del macro­si­ste­ma (tra­spor­ti e indu­stria) ret­to da que­sta fon­te ener­ge­ti­ca e neces­sa­ria­men­te il mon­do pro­dut­ti­vo dovreb­be esse­re pron­to ad adat­tar­si. La guer­ra quin­di tra il nuclea­re, fis­sio­ne o fusio­ne fred­da, le ener­gie ver­di e rin­no­va­bi­li avreb­be poco più di 15 anni di tem­po per le doglie (ricon­ver­sio­ne del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sta com­pre­sa e con­flit­ti geo­po­li­ti­ci maga­ri spac­cia­ti per “etni­ci”) dopo­di­chè dovreb­be par­to­ri­re. Di segui­to è l’articolo di Yer­gin.

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Perché non si produce più petrolio

Pino Buon­gior­no The Glo­ba­li­st | Vener­dì 6 giu­gno 2008 | Pino Buon­gior­no |

Flash dal mon­do del petro­lio. A San Pao­lo del Bra­si­le la com­pa­gnia sta­ta­le Petro­bras annun­cia di aver sco­per­to un immen­so gia­ci­men­to di greg­gio a 7mila metri di pro­fon­di­tà, nel baci­no San­tos, con un poten­zia­le, tut­to da veri­fi­ca­re, di 33 miliar­di di bari­li. Tan­to quan­to baste­reb­be per fare entra­re il Bra­si­le nel club dei 10 mag­gio­ri espor­ta­to­ri di ener­gia al mon­do. 
Cam­bia­mo con­ti­nen­te ed andia­mo in Afri­ca. A Poin­te Noi­re, in Con­go, l’amministratore dele­ga­to dell’Eni Pao­lo Sca­ro­ni fir­ma un accor­do con il gover­no di Braz­za­vil­le per rica­va­re oli non con­ven­zio­na­li dal­lo sfrut­ta­men­to del­le sab­bie bitu­mi­no­se in un’area di 1790 chi­lo­me­tri qua­dra­ti. 
Men­tre in una sola set­ti­ma­na acca­de tut­to que­sto, a Pari­gi l’Agenzia inter­na­zio­na­le dell’energia (Aie) fa tra­pe­la­re i pri­mi risul­ta­ti-shock di una ricer­ca su 400 fra i mega­de­po­si­ti mon­dia­li di oro nero. Gli esper­ti dell’Aie sono allar­mi­sti per­ché pre­ve­do­no che la futu­ra offer­ta di petro­lio si ridur­rà note­vol­men­te. Con­tro gli attua­li 87 milio­ni di bari­li con­su­ma­ti ogni gior­no ne occor­re­reb­be­ro 116 milio­ni nel 2030 per soste­ne­re la doman­da mon­dia­le, spin­ta soprat­tut­to dal­la cre­sci­ta di Cina e India. Inve­ce l’invecchiamento pro­gres­si­vo dei poz­zi e la dimi­nu­zio­ne degli inve­sti­men­ti pro­dur­ran­no non più di 100 milio­ni di bari­li. 
L’ultimo flash è scat­ta­to a Washing­ton, dove i depu­ta­ti e i sena­to­ri met­to­no quo­ti­dia­na­men­te sul­la gri­glia i boss di “Big Oil” (i quat­tro colos­si mon­dia­li del petro­lio). Li accu­sa­no di rea­liz­za­re pro­fit­ti smi­su­ra­ti a sca­pi­to degli auto­mo­bi­li­sti e di spen­de­re trop­po poco per lo svi­lup­po di nuo­vi gia­ci­men­ti e soprat­tut­to per la ricer­ca di fon­ti di ener­gia alter­na­ti­ve. Il più ber­sa­glia­to è il pre­si­den­te e ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to di Exxon Mobil, Rex Til­ler­son, che l’anno scor­so ha fat­to con­qui­sta­re alla sua mul­ti­na­zio­na­le un record mai rag­giun­to nel­la sto­ria del capi­ta­li­smo: 40,6 miliar­di di uti­li. Per nul­la inti­mo­ri­to dal­la con­tem­po­ra­nea ribel­lio­ne dei discen­den­ti del­la fami­glia Roc­ke­fel­ler, fra i mag­gio­ri azio­ni­sti, che chie­do­no “una svol­ta ver­de”, Til­ler­son con­trat­tac­ca e pun­ta l’indice con­tro lo stes­so Geor­ge W. Bush per­ché è anda­to a Riad a chie­de­re al monar­ca sau­di­ta di pom­pa­re più greg­gio quan­do inve­ce avreb­be dovu­to fare di più per aumen­ta­re la pro­du­zio­ne in Ame­ri­ca, in par­ti­co­la­re, al lar­go del­le coste del­la Flo­ri­da e del­la Cali­for­nia. 
“Sia­mo al momen­to del­la veri­tà soprat­tut­to per le com­pa­gnie petro­li­fe­re” spie­ga a “Pano­ra­maSte­ve LeVi­ne, uno dei prin­ci­pa­li ana­li­sti del set­to­re, auto­re del bestsel­ler “The Oil and the Glo­ry”, dedi­ca­to al “Gran­de gio­co” del petro­lio nel Cau­ca­so, che sarà pre­sto pub­bli­ca­to anche in Ita­lia. “C’è in que­sto momen­to una gran­de ansia e con­tem­po­ra­nea­men­te un cer­to entu­sia­smo per sco­pri­re poz­zi fino­ra ine­splo­ra­ti e anche risor­se non con­ven­zio­na­li, come il petro­lio pesan­te del baci­no dell’Orinoco in Vene­zue­la e le sab­bie bitu­mi­no­se del­la pro­vin­cia di Alber­ta, in Cana­da, e del Con­go. Ma la cor­sa vera e pro­pria non è anco­ra scat­ta­ta. Ini­zie­rà solo quan­do le com­pa­gnie capi­ran­no a qua­li nuo­vi con­di­zio­ni dovran­no trat­ta­re con i gran­di pae­si pro­dut­to­ri di petro­lio e di gas natu­ra­le, come l’Arabia Sau­di­ta, il Bra­si­le e la Rus­sia”. 
Di cer­to, spie­ga­no gli esper­ti, stia­mo pagan­do i 20 anni di ben­zi­na a bas­so costo che han­no fre­na­to, se non bloc­ca­to del tut­to, l’esplorazione e l’estrazione del petro­lio, per­ché non ne vale­va la pena. Oggi gli alti prez­zi (con il petro­lio che potreb­be rag­giun­ge­re i 150 dol­la­ri al bari­le già quest’estate e i 200 dol­la­ri l’anno pros­si­mo, secon­do un recen­te rap­por­to di Gold­man Sachs) dovreb­be­ro spin­ge­re in sen­so con­tra­rio. Ma non è sem­pre così. E’ vero che l’Arabia Sau­di­ta ha pro­mes­so di inve­sti­re 129 miliar­di di dol­la­ri in pro­get­ti di espan­sio­ne nei pros­si­mi cin­que anni, a comin­cia­re dal­lo sfrut­ta­men­to del cam­po petro­li­fe­ro di Khu­rais, con l’obiettivo, già alla fine del pros­si­mo anno, di aumen­ta­re la pro­du­zio­ne quo­ti­dia­na fino a 12 milio­ni di bari­li. Ma è altret­tan­to incon­te­sta­bi­le il trend gene­ra­le che si sta affer­man­do fra i pae­si pro­dut­to­ri, i qua­li han­no il con­trol­lo del 90 per cen­to del­le riser­ve mon­dia­li: è il nazio­na­li­smo ener­ge­ti­co. La Rus­sia è in pri­ma fila nel soste­ne­re la neces­si­tà di man­te­ne­re alti i prez­zi anche a costo di sacri­fi­ca­re le sco­per­te di nuo­vi gia­ci­men­ti o di evi­ta­re il decli­no dei vec­chi. E quan­do non sono le stra­te­gie poli­ti­che del Crem­li­no a det­ta­re la poli­ti­ca ener­ge­ti­ca mon­dia­le s’impongono le ten­sio­ni geo­po­li­ti­che. Suc­ce­de in Iraq, il secon­do pae­se al mon­do per riser­ve pro­va­te, dove le ban­de sun­ni­te e scii­te fan­no a gara a bru­cia­re i poz­zi e a mina­re gli oleo­dot­ti. Acca­de in Iran, para­liz­za­to dal­le san­zio­ni inter­na­zio­na­li per i pro­get­ti sul­la bom­ba ato­mi­ca. Per non par­la­re dal­la Nige­ria, infe­sta­ta dal­la guer­ri­glia. Nel con­ti­nen­te lati­no-ame­ri­ca­no è il Vene­zue­la a non poter espri­me­re tut­te le sue poten­zia­li­tà a cau­sa del “boli­va­ri­smo” di Hugo Cha­vez, che allon­ta­na i gran­di inve­sti­to­ri inter­na­zio­na­li. 
Quan­to al restan­te 10 per cen­to gesti­to dal­le ex set­te sorel­le, anche qui l’offerta non rie­sce a pareg­gia­re la doman­da. “L’esplorazione è cer­ta­men­te ripar­ti­ta con gran­de vigo­re. Alcu­ni impor­tan­ti suc­ces­si sono già visi­bi­li in Afri­ca e in Sud Ame­ri­ca” assi­cu­ra a “Pano­ra­ma” Clau­dio Descal­zi, il vice­di­ret­to­re gene­ra­le del­la pro­du­zio­ne di Eni. “Ma dob­bia­mo anche scon­ta­re la rigi­di­tà del siste­ma indu­stria­le: è limi­ta­ta la dispo­ni­bi­li­tà di piat­ta­for­me, di mez­zi nava­li, di can­tie­ri, di accia­ie­rie e, non ulti­ma, di per­so­na­le spe­cia­liz­za­to”. 
Tut­to que­sto com­por­ta un aumen­to ver­ti­gi­no­so dei costi per la costru­zio­ne dei nuo­vi impian­ti petro­li­fe­ri e per la tec­no­lo­gia neces­sa­ria finen­do per ritar­da­re qua­si tut­ti i pro­get­ti più impor­tan­ti., come Kasha­gan. Gli ana­li­sti del Cera, uno dei mag­gio­ri cen­tri di ricer­ca del set­to­re, han­no fat­to un po’ di con­ti e sono arri­va­ti alla con­clu­sio­ne che, “se nel 2000 un qual­sia­si pez­zo di equi­pag­gia­men­to costa­va 100 dol­la­ri, oggi ne costa 210”. 
In buo­na sostan­za, alme­no nel bre­ve e nel medio perio­do, la que­stio­ne non è “la fine del petro­lio”, ma la sua pro­du­zio­ne lar­ga­men­te insuf­fi­cien­te. Per dir­la con le paro­le di John Watson, uno dei capi di Che­vron, “il pro­ble­ma dell’oro nero non è sot­to la super­fi­cie, ma al di sopra”.

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Di là del Mar Caspio

Il petro­lio è al cen­tro dei prin­ci­pa­li intri­ghi planetari. Eldorado ed infer­no, il Mar Caspio in que­sto sen­so è sem­pre appar­so remo­to, osti­le, insta­bi­le.

A lun­go, ha ten­ta­to il mon­do (ingle­si, ame­ri­ca­ni, rus­si, per­si­no cine­si) con le sue gran­di riser­ve petro­li­fe­re. Ma gli stra­nie­ri, bloc­ca­ti dal siste­ma chiu­so dell’Unione Sovie­ti­ca, non vi pote­ro­no arri­va­re. Poi l’Unione Sovie­ti­ca crol­lò, e nel­la regio­ne ini­ziò una cor­sa fre­ne­ti­ca su vasta sca­la. Insie­me ai petro­lie­ri, si accal­ca­ro­no nel Caspio i rap­pre­sen­tan­ti dei prin­ci­pa­li Pae­si del mon­do in cer­ca di una quo­ta dei tren­ta miliar­di di bari­li di riser­ve petro­li­fe­re cer­te che era­no in gio­co, e ini­ziò una tesa bat­ta­glia geo­po­li­ti­ca. I prin­ci­pa­li com­pe­ti­to­ri era­no Mosca e Washing­ton – la pri­ma cer­can­do di man­te­ne­re il con­trol­lo sui suoi Sta­ti satel­li­te, la secon­da inten­ta a far slog­gia­re la Rus­sia a bene­fi­cio dell’Occidente.
Il petro­lio e la glo­ria” è un libro di Ste­ve LeVi­ne (Edi­tri­ce il Siren­te,  20 Euro) in cui tut­to ciò è ben raccontato. LeVine ha lavo­ra­to nel­la regio­ne per il Wall Street Jour­nal, il New York Times e il New­sweek, ed è ligio alla gran­de scuo­la ame­ri­ca­na del gior­na­li­smo d’investigazione.  Egli sve­la le miste­rio­se mano­vre dei gigan­ti ener­ge­ti­ci mon­dia­li per ave­re una par­te nei ric­chi gia­ci­men­ti kaza­ki e aze­ri, men­tre le super­po­ten­ze cer­ca­no di otte­ne­re un pun­to di appog­gio stra­te­gi­co nel­la regio­ne e di osta­co­lar­si a vicen­da. Al cuo­re del­la sto­ria c’è la gara per costrui­re e gesti­re oleo­dot­ti che esca­no dall’isolata regio­ne, la chia­ve per con­trol­la­re il Caspio e il suo petro­lio.
Il BTC, l’ oleo­dot­to per il petro­lio che fu costrui­to, il più lun­go al mon­do (1.750 chi­lo­me­tri, di cui oltre 300 attra­ver­so la Geor­gia), è sta­to uno dei più gran­di trion­fi in poli­ti­ca este­ra di Washing­ton. Mol­ti i per­so­nag­gi di que­sta saga caspia­na. Per esem­pio,  il “ com­pe­ti­tor” James Gif­fen, un affa­ri­sta ame­ri­ca­no che è sta­to anche il “fac­cen­die­re” a livel­lo poli­ti­co del­le com­pa­gnie petro­li­fe­re ansio­se di fare affa­ri nel Caspio e l’intermediario per il pre­si­den­te e i mini­stri del Kaza­ki­stan; o John Deuss, l’ostentato com­mer­cian­te olan­de­se di petro­lio che vin­se mol­to ma per­se ancor di più; Hei­dar Aliyev, l’ ex capo del Kgb aze­ro, diven­ta­to pre­si­den­te,  e spes­so — secon­do LeVi­ne — frain­te­so: ma, secon­do me, il suo è giu­di­zio par­ti­gia­no.
LeVi­ne affer­ma che il pre­si­den­te aze­ro “tra­sce­se il suo pas­sa­to di mem­bro del Polit­bu­ro sovie­ti­co e fu la men­te diret­ti­va di un pro­get­to per allen­ta­re il con­trol­lo rus­so sul­le sue ex colo­nie nel­la regio­ne del Caspio”. In que­sta cor­ni­ce tro­va­no il loro posto fur­fan­ti, cana­glie e avven­tu­rie­ri d’ ogni gene­re gui­da­ti dall’irresistibile richia­mo di ric­chez­ze incal­co­la­bi­li e dal­la pos­si­bi­le “ulti­ma fron­tie­ra” dell’era dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li. Non man­ca­no gli inter­ro­ga­ti­vi geo­po­li­ti­ci che ruo­ta­no attor­no alla ric­chez­za petro­li­fe­ra del Caspio, se la Rus­sia pos­sa esse­re un allea­to affi­da­bi­le e un part­ner com­mer­cia­le dell’Occidente, e cosa signi­fi­chi l’ingresso di Washing­ton in que­sta regio­ne cao­ti­ca ma impor­tan­te per la sua sta­bi­li­tà a lun­go ter­mi­ne.

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Cina e Russia. Sfida aperta alle 5 sorelle

La Stam­pa | Lune­dì 19 novem­bre 2007 | Mau­ri­zio Moli­na­ri |

I gigan­ti ener­ge­ti­ci di Pechi­no e Mosca pon­go­no sfi­de mol­to diver­se ma ugual­men­te serie ai con­cor­ren­ti d’Occidente.

È una del­le bar­zel­let­te più di moda ad Alma Aty, in Kaza­kh­stan, a sve­la­re cosa sta avve­nen­do sul mer­ca­to del greg­gio: «In cit­tà c’è una pic­co­la dele­ga­zio­ne cine­se, sono die­ci­mi­la». A rac­con­ta­re l’aneddoto è Evan Fei­gen­baum, brac­cio destro del Segre­ta­rio di Sta­to Con­do­leez­za Rice sull’Asia Cen­tra­le e vete­ra­no del­le guer­re com­mer­cia­li per il con­trol­lo del­le risor­se ener­ge­ti­che. Fei­gen­baum rac­con­ta la bar­zel­let­ta al «Coun­cil on Forei­gn Rela­tions» per­ché la ritie­ne veri­tie­ra: «Dal Mar Caspio all’Estremo Orien­te i cine­si sono all’offensiva, costrui­sco­no, acqui­sta­no, esplo­ra­no, inve­sto­no e spen­do­no una gran­de quan­ti­tà di dana­ro e di risor­se uma­ne». Lo slan­cio del­la Repub­bli­ca popo­la­re sul mer­ca­to ener­ge­ti­co nasce dal­la neces­si­tà di impor­ta­re la metà del fab­bi­so­gno nazio­na­le ed è rias­sun­to dai nomi di tre gigan­ti: Chi­na Natio­nal Petro­leum Cor­po­ra­tion (Cnpc), Chi­na Natio­nal Off­sho­re Oil Cor­po­ra­tion (Cnooc) e Sino­pec.

«Han­no ruo­li e com­pi­ti diver­si — spie­ga Edward Mor­se, ana­li­sta di greg­gio di fama mon­dia­le, in for­za a Leh­man Bro­thers — per­ché Cnpc è il gigan­te pub­bli­co mag­gior pro­dut­to­re di car­bu­ran­te e Cnooc esplo­ra i gia­ci­men­ti off-sho­re in Cina men­tre Sino­pec va aggres­si­va­men­te alla ricer­ca di nuo­vi mer­ca­ti all’estero». Sijin Chang è l’analista di Eura­sia Group che segue 24 ore su 24 le mos­se dei tre colos­si e assi­cu­ra che «fan­no una dura con­cor­ren­za alle gran­di com­pa­gnie occi­den­ta­li» per due ragio­ni. Pri­mo: «Dispon­go­no di sol­di pub­bli­ci in gran­de quan­ti­tà e non lesi­na­no a spen­der­li». Secon­do: «Su indi­ca­zio­ne del gover­no sfrut­ta­no le aree di cri­si per inse­diar­si». Gli esem­pi più lam­pan­ti ven­go­no dal Sudan, dove Sino­pec ha qua­si un mono­po­lio sul­le estra­zio­ni, e il Turk­me­ni­stan, dove sem­pre Sino­pec ha sigla­to un con­trat­to tren­ten­na­le per la rea­liz­za­zio­ne di un mega oleo­dot­to desti­na­to a por­ta­re gas e car­bu­ran­te ver­so Orien­te. «Pechi­no gio­ca duro nel­la gran­de par­ti­ta degli oleo­dot­ti — assi­cu­ra Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta del Wall Street Jour­nal auto­re del libro «The Oil and the Glo­ry» — pun­ta a sigla­re in Kaza­kh­stan un con­trat­to simi­le a quel­lo turk­me­no, per ali­men­tar­si via ter­ra sen­za dover pas­sa­re per la Rus­sia o per il Gol­fo Per­si­co».
Ma non è tut­to. Robin West, pre­si­den­te di PFC Ener­gy Inc. e fra i più ascol­ta­ti esper­ti di ener­gia in Ame­ri­ca, spie­ga che «la for­za dei cine­si è nel fat­to che han­no mana­ger aggres­si­vi, gesti­sco­no le azien­de pub­bli­che come se fos­se­ro pri­va­te e sono in gra­do di sfrut­ta­re a loro van­tag­gio le rego­le del­la con­cor­ren­za meglio di mol­te com­pa­gnie occi­den­ta­li». Pro­prio a que­sto meto­do «aggres­si­vo e com­pe­ti­ti­vo» West attri­bui­sce il suc­ces­so di Petro­Chi­na, di pro­prie­tà sta­ta­le, che toc­can­do un valo­re di mer­ca­to di un tri­lio­ne di dol­la­ri ha sca­val­ca­to la riva­le ame­ri­ca­na Exxon­Mo­bil — fer­ma a 488 miliar­di di dol­la­ri — diven­tan­do que­sto mese la pri­ma azien­da del mon­do per capi­ta­le azio­na­rio. «La sfi­da cine­se alle Cin­que Sorel­le — aggiun­ge West rife­ren­do­si alle mag­gio­ri com­pa­gnie petro­li­fe­re occi­den­ta­li — è mol­to simi­le a quel­le che si pre­pa­ra­no in India e Bra­si­le, gio­ca­no alle nostre stes­se rego­le ed han­no otti­mi mana­ger ma con più dena­ro sul piat­to».
Se que­sto avvie­ne è anche per­ché le Cin­que Sorel­le — Exxon­Mo­bil, Royal Dutch Shell, Bri­tish Petro­leum, Che­vron e Cono­co­Phil­lips — gesti­sco­no diver­sa­men­te i pro­fit­ti: un recen­te stu­dio del Baker Insti­tu­te del­la Rice Uni­ver­si­ty atte­sta che spen­do­no sem­pre di meno in esplo­ra­zio­ni, ceden­do ter­re­no ai riva­li di altre nazio­ni che «sono dun­que meglio posi­zio­na­ti per lo sfrut­ta­men­to dei nuo­vi gia­ci­men­ti». I mono­po­li non-occi­den­ta­li «rap­pre­sen­ta­no i tito­la­ri dei pri­mi die­ci gia­ci­men­ti del mon­do men­tre Exxon­Mo­bil, BP, Che­vron, Royal Dutch e Shell sono rispet­ti­va­men­te al 14°, 17°, 19° e 25° posto» spie­ga Amy Myers Jaf­fe, auto­re del rap­por­to del Baker Insti­tu­te. «Se le Cin­que Sorel­le spen­do­no meno per l’esplorazione — osser­va Mor­se — è per­ché per loro ora­mai la finan­za con­ta più dell’estrazione e gli azio­ni­sti più dei tri­vel­la­to­ri, desti­na­no le risor­se ad ope­ra­zio­ni di mer­ca­to tese a raf­for­za­re pro­fit­ti più che a rischia­re capi­ta­li in nuo­ve aree».
Quan­do si dice «mono­po­li» Mor­se, West, LeVi­ne e Jaf­fe pen­sa­no subi­to alla Rus­sia di Vla­di­mir Putin. «La sfi­da rus­sa è diver­sa da quel­la cine­se per­ché non è di mer­ca­to ben­sì si basa sul­la gestio­ne qua­si mono­po­li­sti­ca del­le immen­se risor­se nazio­na­li» spie­ga West, secon­do cui «l’unica manie­ra per rispon­de­re è veni­re a pat­t