Le Vine: ecco come cambia la geografia del petrolio

Media Due­mi­la | Saba­to 8 dicem­bre 2012 | Reda­zio­ne |

Lo svi­lup­po di fon­ti alter­na­ti­ve come aspi­ra­zio­ne ad uno sti­le di vita più soste­ni­bi­le e non come ine­vi­ta­bi­le sur­ro­ga­to dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li. La sco­per­ta di nuo­ve riser­ve di idro­car­bu­ri in Pae­si fino­ra ai mar­gi­ni spo­sta il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che ener­ge­ti­che pubbliche.

Entu­sia­smi e timo­ri susci­ta­ti dal­le nuo­ve sco­per­te di idro­car­bu­ri. Il dibat­ti­to sul­le fon­ti alter­na­ti­ve. Gli equi­li­bri geo­po­li­ti­ci in Asia e nel Vec­chio Con­ti­nen­te e lo svi­lup­po dei pro­get­ti del­le gran­di arte­rie del gas. Ste­ve Le Vine, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord Ame­ri­ca, ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archiviato?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista 
cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscura.

Questo boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di sviluppo?

Questo boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di 
biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspira.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der 
rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra Ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio concreto?

In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra Ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi 
 pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli stati.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to un degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness profittevole?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te umanitaria.
La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in 
 Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Bolivia?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­la agen­zie di rating!
L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Continente?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te  di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad 
 abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più  con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to 
  vereb­be seria­men­te ridimensionata.


Rispetto a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la glo­ria” ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pianeta?

C’e’ sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò  rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que  dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia   Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta  poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afghanistan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre  alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.

Originariamente il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co  non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to . E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10 miliar­di di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Penso che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP,  pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri,  abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to 
  que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se  rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro  sul tavo­lo.   Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una  pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decennio.

0

La geografia del petrolio vista da uno scrittore

MIT Tech­no­lo­gy Review | Mar­te­dì 30 otto­bre 2012 | Rita Kirby |

Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord America,ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archiviato?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscura.

Que­sto boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di sviluppo?
Que­sto boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspira.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio concreto?
In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli stati.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to uno degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness profittevole?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te umanitaria.

La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Bolivia?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­le agen­zie di rating!

L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Continente?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to ver­reb­be seria­men­te ridimensionata.

Rispet­to a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la gloria”,ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pianeta?
C’è sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afghanistan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.
Ori­gi­na­ria­men­te il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to. E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10miliardi di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabucco.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Pen­so che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP, pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri, abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro sul tavo­lo. Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decennio.

Chi è Ste­ve LeVi­ne Scrit­to­re, gior­na­li­sta e blog­ger, LeVi­ne, attual­men­te risie­de a Washing­ton, D.C., dove segue la geo­po­li­ti­ca dell’energia per la rivi­sta Forei­gn Poli­cy, che ospi­ta il suo blog “The Oil and the Glo­ry”. Per 11 anni, a par­ti­re da due set­ti­ma­ne dopo il crol­lo dell’Unione Sovie­ti­ca fino al 2003, ha vis­su­to tra l’Asia Cen­tra­le e il Cau­ca­so. È sta­to cor­ri­spon­den­te per The Wall Street Jour­nal per la regio­ne del­le otto nazio­ni e pri­ma anco­ra per The New York Times. Tra il 1988 e il 1991, LeVi­ne è sta­to cor­ri­spon­den­te di New­sweek per il Paki­stan e l’Afghanistan, men­tre dal 1985 al 1988 è sta­to cor­ri­spon­den­te dal­le Filip­pi­ne per New­sday. Ha pub­bli­ca­to due libri: The Oil and the Glo­ry (2007), che rac­con­ta vicen­de di bat­ta­glie alla con­qui­sta di for­tu­na, glo­ria e pote­re sul Mar Caspio; e Putin’s Laby­rinth (2008), la sto­ria del­la Rus­sia rac­con­ta­ta attra­ver­so la vita e la mor­te di sei per­so­nag­gi, di cui nel 2009 è sta­ta pub­bli­ca­ta una ver­sio­ne aggior­na­ta in edi­zio­ne in bros­su­ra da Ran­dom House.

0

Ogni petrolio ha il suo picco

spensierata.mente | Mer­co­le­dì 18 luglio 2012 |  |

Come direb­be Totò, “ogni pic­co ha il suo petro­lio” . Ho let­to ulti­ma­men­te vari inter­ven­ti sul pic­co del petro­lio, che non esi­ste­reb­be più, o sareb­be un’idea supe­ra­ta e altre ame­ni­tà. A me pare che non si valu­ti­no le cose da un pun­to di vista mol­to sem­pli­ce: in natu­ra tut­te le risor­se sono limi­ta­te e che lo voglia­mo o no le minie­re e i gia­ci­men­ti con il tem­po si esau­ri­sco­no. Tut­to il resto sono scioc­chez­ze. Oppu­re si par­la d’altro, mischian­do petro­lio natu­ra­le, gas natu­ra­le, car­bo­ne, mer­ca­to del­le mate­rie pri­me, petro­lio e gas otte­nu­ti dal­la frat­tu­ra­zio­ne del­le roc­ce di sci­sto, in un miscu­glio insensato.

Tut­to nasce da “C’ERAVAMO SBAGLIATI SUL PICCO DEL PETROLIO” (www.comedonchisciotte.org) di Geor­ge Monbiot.
” I fat­ti sono cam­bia­ti, ora dob­bia­mo cam­bia­re anche noi. Nel cor­so degli ulti­mi die­ci anni un’improbabile coa­li­zio­ne di geo­lo­gi, tri­vel­la­to­ri di petro­lio, ban­chie­ri, stra­te­ghi mili­ta­ri e ambien­ta­li­sti ci han­no pre­det­to che il pic­co del petro­lio – il decli­no del­le for­ni­tu­re mon­dia­li – era imminente.

Il Pic­co del Petro­lio non è avve­nu­to, ed è impro­ba­bi­le che acca­da per mol­to tem­po ancora.

Un rap­por­to dell’esperto petro­li­fe­ro Leo­nar­do Mau­ge­ri, pub­bli­ca­to dall’Università di Har­vard, for­ni­sce pro­ve incon­fu­ta­bi­li che è appe­na ini­zia­to un nuo­vo boom del petrolio.”

E pro­se­gue mischian­do dati riguar­dan­ti il brent clas­si­co con quel­lo “inno­va­ti­vo” pro­dot­to con il fracking.

Fa chia­rez­za sul pun­to U. Bar­di in “ABBASTANZA PETROLIO PER FRIGGERCI TUTTI” (www.comedonchisciotte.org)


“Geor­ge Mon­biot … Si sba­glia sul pic­co di petro­lio, ma ha ragio­ne sul­la sua con­clu­sio­ne fina­le: ci sono abba­stan­za com­bu­sti­bi­li fos­si­li per frig­ger­ci tutti.

il vero erro­re fat­to da Mon­biot è sta­to quel­lo di aver dato ecces­si­va impor­tan­za al pic­co del petro­lio per il cam­bia­men­to cli­ma­ti­co. Fino ad ora le stra­va­gan­ze sul­la pro­du­zio­ne di petro­lio non han­no influen­za di mol­to l’andamento del­le emis­sio­ni di gas ser­ra. Ades­so anche se la pro­du­zio­ne di greg­gio è sta­zio­na­ria da diver­si anni, le emis­sio­ni di ani­dri­de car­bo­ni­ca con­ti­nua­no ad aumen­ta­re.

Que­sto è quel­lo che ci si aspet­ta: il petro­lio è solo una del­le fon­ti di CO2 in ecces­so nell’ atmo­sfe­ra e il costo sem­pre mag­gio­re per estrar­lo sta spin­gen­do l’ indu­stria ad un uti­liz­zo di car­bu­ran­ti spor­chi. In altre paro­le, stia­mo assi­sten­do ad una ten­den­za all’ uti­liz­zo di car­bu­ran­ti che rila­scia­no sem­pre più CO2 per la soli­ta ener­gia prodotta”

 
Al di la del­le tesi ambien­ta­li­ste sull’aumento di ani­dri­de car­bo­ni­ca, il cui con­tri­bu­to secon­do me è meno impor­tan­te del sem­pli­ce vapo­re acqueo, sul pic­co del petro­lio Bar­di ha ragione.
Basta fare un ragio­na­men­to ordi­na­to, e si vedrà, al di la dei dati veri­tie­ri o meno, che il pic­co del petro­lio esi­ste, come esi­ste quel­lo del gas o del car­bo­ne ecc. Il pic­co del­la pro­du­zio­ne di petro­lio si misu­ra gia­ci­men­to per gia­ci­men­to, tipo­lo­gia per tipo­lo­gia, e poi si som­ma­no i vari contributi.
Il pri­mo esem­pio, il più cla­mo­ro­so pic­co petro­li­fe­ro di un gia­ci­men­to impor­tan­te tra­di­zio­na­le, con con­se­guen­te esau­ri­men­to del­lo stes­so, fu quel­lo di Baku, capi­ta­le dell’Azerbaigian, un tem­po repub­bli­ca sovie­ti­ca rus­sa, oggi indi­pen­den­te. Attual­men­te sono anco­ra pre­sen­ti nel­la regio­ne poz­zi petro­li­fe­ri in mare. Quel­li ter­re­stri si sono esau­ri­ti da tempo.

A par­ti­re dal 1873 Baku assi­stet­te al boom petro­li­fe­ro che die­de un for­te impul­so al suo svi­lup­po urba­ni­sti­co e indu­stria­le, dan­do vita al distret­to noto come la Cit­tà Nera. In un bre­ve las­so di tem­po la cit­tà vide la fio­ri­tu­ra di rap­pre­sen­tan­ze e dele­ga­zio­ni di com­pa­gnie pro­ve­nien­ti da ogni ango­lo del mon­do: sviz­ze­ri, ingle­si, ita­lia­ni, fran­ce­si, bel­gi, tede­schi e per­si­no americani.

A Baku, nel 1848, ven­ne effet­tua­ta la pri­ma tri­vel­la­zio­ne al mon­do, lo sfrut­ta­men­to eco­no­mi­co dei gia­ci­men­ti ini­ziò nel 1872 e all’inizio del XX seco­lo l’area petro­li­fe­ra di Baku era la più gran­de del mon­do, se ne rica­va­va oltre la metà del con­su­mo mon­dia­le. Alla fine del XX seco­lo i gia­ci­men­ti ter­re­stri si esau­ri­ro­no e si pas­sò allo sfrut­ta­men­to dei gia­ci­men­ti marini.”

it.wikipedia.org )

Il pic­co di estra­zio­ne del petro­lio dei gia­ci­men­ti ter­re­stri a Baku avven­ne pro­ba­bil­men­te nel 1941, quan­do ven­ne­ro estrat­ti 125 milio­ni di bari­li da par­te dei sovie­ti­ci. L’intenzione di Hitler nel­la secon­da guer­ra mon­dia­le era di occu­pa­re Baku per rifor­ni­re i suoi mez­zi mili­ta­ri e pro­se­gui­re la guerra.

“Nel 1940 Baku era la gem­ma dell’industria petro­li­fe­ra sovie­ti­ca e il petro­lio aze­ro rap­pre­sen­ta­va il 72 % del petro­lio estrat­to nell’Unione Sovie­ti­ca, con il qua­le veni­va­no rifor­ni­te le linee del fronte.
Il pia­no di Hitler era quel­lo di pren­de­re Mai­kop (Rus­sia) e Groz­ny (Cece­nia ) ma soprat­tut­to Baku osses­sio­na­to dall’idea del petro­lio e dei rifor­ni­men­ti che pote­va­no ave­re un peso deci­si­vo sull’esito del­la guer­ra, con il Petro­lio cau­ca­si­co e le fat­to­rie Ucrai­ne l’ impe­ro nazi­sta avreb­be potu­to esse­re auto­suf­fi­cien­te.Il pia­no dell’operazione fu chia­ma­to Edel­weiss e non pia­ni­fi­ca­va nes­sun bom­bar­da­men­to su Baku per non dan­neg­gia­re i poz­zi petroliferi

In ogni caso sen­za il petro­lio del Cau­ca­so in pri­mis di Baku il siste­ma mili­ta­re, indu­stria­le e agri­co­lo sovie­ti­co sareb­be collassato.

Nel luglio 1942 i tede­schi pre­se­ro Rostov poi Mai­kop ma il petro­lio che pote­va esse­re dispo­ni­bi­le era poco visto che i rus­si in riti­ra­ta distrus­se­ro poz­zi e appa­rec­chia­tu­re, l’ avan­za­ta tede­sca pro­se­gui fino al Mon­te Elbrus il pun­to più alto del Cau­ca­so e il 25 set­tem­bre 1942 fu deci­sa come data dell’attacco defi­ni­ti­vo di Baku.

For­tu­na­ta­men­te ciò non avven­ne mai… La cor­sa si fer­mò con la defi­ni­ti­va scon­fit­ta di Sta­lin­gra­do e Baku non fu mai attaccata.”
(jenaplissken.tumblr.com)Quan­do finì la secon­da guer­ra mon­dia­le, la mano­mis­sio­ne dei poz­zi duran­te il con­flit­to, li rese inu­ti­liz­za­bi­li. Inol­tre non era­no più pro­dut­ti­vi, era­no sta­ti sfrut­ta­ti fino all’ultima goc­cia, alme­no con i meto­di estrat­ti­vi di allora.

“Car­cas­se di vec­chi impian­ti petro­li­fe­ri, nere per l’invecchiamento e l’uso, si sta­glia­va­no silen­zio­sa­men­te sull’orizzonte”  (Il petro­lio e la glo­ria. — Di Ste­ve LeVi­ne books.google.it)
I leg­gen­da­ri gia­ci­men­ti di Baku, che ne ave­va­no fat­to la for­tu­na dal­la fine dell’ottocento, era­no esauriti.
Nel 1947, le tri­vel­la­zio­ni ripre­se­ro pio­nie­ri­sti­ca­men­te nel Mar Caspio, ma il petro­lio di Baku non ebbe più l’importanza per l’URSS e il mon­do che ebbe fino alla secon­da guer­ra mondiale.
Il pic­co di petro­lio dei gia­ci­men­ti di Baku, fu quel­lo che si mani­fe­stò con più dram­ma­ti­ci­tà, a cau­sa del­la guer­ra, ma è un fat­to che tut­ti i gia­ci­men­ti si esau­ri­sco­no pri­ma o poi. E’ sba­glia­to mischia­re le car­te come ha fat­to Man­biot. Anche i gia­ci­men­ti petro­li­fe­ri e del gas col­ti­va­ti con la frat­tu­ra­zio­ne degli sci­sti avran­no un loro ciclo di estra­zio­ne e pri­ma o poi si esau­ri­ran­no. La pro­du­zio­ne dei gia­ci­men­ti tra­di­zio­na­li, è già sta­ta pro­lun­ga­ta uti­liz­zan­do tec­ni­che estrat­ti­ve sem­pre più inno­va­ti­ve e costose.
E il pun­to è pro­prio que­sto. Il petro­lio si esau­ri­sce non quan­do fini­sce vera­men­te, ma quan­do diven­ta ecces­si­va­men­te costo­so estrar­lo. Il van­tag­gio del frac­king è quel­lo di esse­re una tec­ni­ca non ecces­si­va­men­te one­ro­sa, meno di quel­la uti­liz­za­ta per “lava­re” le sab­bie bituminose.
Quin­di il pic­co com­ples­si­vo non può mai esse­re pre­vi­sto in modo pre­ci­so, poi­chè può sem­pre soprag­giun­ge­re una nuo­va tec­ni­ca che per­met­te di pro­dur­re nuo­vi tipi di greg­gio. La pre­vi­sio­ne va attua­liz­za­ta al momen­to in cui vie­ne fat­ta e dipen­de dal­le tec­ni­che estrat­ti­ve di quel momento.
Cer­to chi pen­sa­va che con il pic­co del petro­lio tra­di­zio­na­le si arri­vas­se rapi­da­men­te al suo esau­ri­men­to, rimar­rà delu­so. Il petro­lio è un com­bu­sti­bi­le, un tem­po eco­no­mi­co, con­te­nen­te all’85% car­bo­nio. Ma que­sto ele­men­to chi­mi­co che lo ren­de com­bu­sti­bi­le, è pre­sen­te sul­la Ter­ra sot­to diver­se for­me. La mag­gior riser­va di car­bo­nio ter­re­stre non si tro­va nell’atmosfera, e nem­me­no nei gia­ci­men­ti di idro­car­bu­ri, ma nel­le roc­ce cal­ca­ree deri­va­te dai gusci di miliar­di di micror­ga­ni­smi mari­ni che depo­si­tan­do­si si sono cemen­ta­ti in milio­ni di anni. Se si doves­se tro­va­re in futu­ro una tec­ni­ca per estrar­re il car­bo­nio da que­ste roc­ce, altro che pic­co del petrolio…
Uno degli arti­co­li più ridi­co­li sul pic­co del petro­lio, in con­te­sta­zio­ne a Man­biot, è quel­lo scrit­to da C. Sta­gna­ro, su www.chicago-blog.it, il qua­le sostie­ne che:
“… la dispo­ni­bi­li­tà fisi­ca di greg­gio è una varia­bi­le rile­van­te ma non è né l’unica varia­bi­le né quel­la più impor­tan­te. Ciò che gui­da il pro­ces­so è infat­ti il siste­ma dei prez­zi. Se, stan­te un cer­to livel­lo del­la doman­da, la quan­ti­tà dispo­ni­bi­le di petro­lio a quei prez­zi dimi­nui­sce, i prez­zi sali­ran­no. Ciò non sarà pri­vo di con­se­guen­ze: da un lato i con­su­ma­to­ri mode­re­ran­no la pro­pria doman­da, dall’altro i pro­dut­to­ri tro­ve­ran­no eco­no­mi­co pro­dur­re da altre risor­se e inve­sti­re in ricer­ca per sco­prir­ne di nuo­ve “E’ l’idea clas­si­ca del­la teo­ria libe­ri­sta che si basa su beni e risor­se infi­ni­te. E’ come dire che la dina­mi­ca del­lo scam­bio di Sar­chia­po­nidipen­de uni­ca­men­te dal­la for­ma­zio­ne del prez­zo in un mer­ca­to di doman­da ed offer­ta, e non dal fat­to che il Sar­chia­po­ne esi­sta veramente.
Le risor­se natu­ra­li sono fini­te, il loro esau­ri­men­to segue sem­pre lo stes­so sche­ma. Ridur­re il tut­to a doman­da e offer­ta mi pare una sem­pli­fi­ca­zio­ne ecces­si­va. Non sono fon­da­men­ta­li qui le tec­ni­che eco­no­mi­che, ma le tec­ni­che estrat­ti­ve, sen­za le qua­li non si va da nes­su­na parte.
Comun­que, la situa­zio­ne di cri­si mon­dia­le, con­tri­bui­sce al rispar­mio di petro­lio e degli altri idro­car­bu­ri, e quin­di ad un pro­lun­ga­men­to del­le pre­vi­sio­ne sul­la loro estin­zio­ne. Cre­do che dovre­mo fare anco­ra i con­ti con le emis­sio­ni inqui­nan­ti degli idro­car­bu­ri per mol­to tem­po. Sul­le fon­ti alter­na­ti­ve, anche a cau­sa del­la cri­si, non si fan­no più inve­sti­men­ti, si con­ti­nue­rà per­tan­to a bru­cia­re petro­lio, gas e car­bo­ne. A meno che uno shock pro­vo­ca­to da una guer­ra in Medio Orien­te non fac­cia aumen­ta­re nuo­va­men­te il prez­zo del brent.
0

È ancora l’unico che abbiamo

Cir­co­lo Paso­li­ni Pavia | Saba­to 5 set­tem­bre 2009 | Ire­ne Campari |

Par­lia­mo del petro­lio, altri­men­ti si rischia di capi­re poco del­le poli­ti­che nuclea­ri. In libre­ria ci sono diver­si sag­gi che trat­ta­no l’argomento, da Ste­ve LeVi­ne, Il petro­lio e la glo­ria, edi­zio­ni il Siren­te, e The the epic que­st for oil, money and power di Daniel Yer­gin, pre­mio Puli­tzer per quel sag­gio del 1991, tra­dot­to in ita­lia­no con il tito­lo Il pre­mio nel 1996 e ora non più in cata­lo­go. Quest’anno l’autore lo ha aggior­na­to. “Forei­gn Poli­cy” ha pro­po­sto un suo arti­co­lo il 24 ago­sto scor­so dal tito­lo: “It’s still the one”. E’ ancor l’unico. Meri­to­ria­men­te “Il Sole 24 ore” lo ha tra­dot­to. Le posi­zio­ni cir­ca il petro­lio, il suo ruo­lo e quan­to dure­rà sono all’ordine del gior­no. Sono appar­si in que­ste ore sul­la stam­pa inter­na­zio­na­le arti­co­li in cui si sot­to­li­nea­va l’ormai avvio del petro­lio ver­so il tra­mon­to. Se si doves­se appli­ca­re la teo­ria dei Cicli di Kon­dra­tiev, nel 2025 si dovreb­be arri­va­re alla satu­ra­zio­ne del macro­si­ste­ma (tra­spor­ti e indu­stria) ret­to da que­sta fon­te ener­ge­ti­ca e neces­sa­ria­men­te il mon­do pro­dut­ti­vo dovreb­be esse­re pron­to ad adat­tar­si. La guer­ra quin­di tra il nuclea­re, fis­sio­ne o fusio­ne fred­da, le ener­gie ver­di e rin­no­va­bi­li avreb­be poco più di 15 anni di tem­po per le doglie (ricon­ver­sio­ne del­la pro­du­zio­ne capi­ta­li­sta com­pre­sa e con­flit­ti geo­po­li­ti­ci maga­ri spac­cia­ti per “etni­ci”) dopo­di­chè dovreb­be par­to­ri­re. Di segui­to è l’articolo di Yergin.

0

Perché non si produce più petrolio

Pino Buon­gior­no The Glo­ba­li­st | Vener­dì 6 giu­gno 2008 | Pino Buongiorno |

Flash dal mon­do del petro­lio. A San Pao­lo del Bra­si­le la com­pa­gnia sta­ta­le Petro­bras annun­cia di aver sco­per­to un immen­so gia­ci­men­to di greg­gio a 7mila metri di pro­fon­di­tà, nel baci­no San­tos, con un poten­zia­le, tut­to da veri­fi­ca­re, di 33 miliar­di di bari­li. Tan­to quan­to baste­reb­be per fare entra­re il Bra­si­le nel club dei 10 mag­gio­ri espor­ta­to­ri di ener­gia al mondo. 
Cam­bia­mo con­ti­nen­te ed andia­mo in Afri­ca. A Poin­te Noi­re, in Con­go, l’amministratore dele­ga­to dell’Eni Pao­lo Sca­ro­ni fir­ma un accor­do con il gover­no di Braz­za­vil­le per rica­va­re oli non con­ven­zio­na­li dal­lo sfrut­ta­men­to del­le sab­bie bitu­mi­no­se in un’area di 1790 chi­lo­me­tri quadrati. 
Men­tre in una sola set­ti­ma­na acca­de tut­to que­sto, a Pari­gi l’Agenzia inter­na­zio­na­le dell’energia (Aie) fa tra­pe­la­re i pri­mi risul­ta­ti-shock di una ricer­ca su 400 fra i mega­de­po­si­ti mon­dia­li di oro nero. Gli esper­ti dell’Aie sono allar­mi­sti per­ché pre­ve­do­no che la futu­ra offer­ta di petro­lio si ridur­rà note­vol­men­te. Con­tro gli attua­li 87 milio­ni di bari­li con­su­ma­ti ogni gior­no ne occor­re­reb­be­ro 116 milio­ni nel 2030 per soste­ne­re la doman­da mon­dia­le, spin­ta soprat­tut­to dal­la cre­sci­ta di Cina e India. Inve­ce l’invecchiamento pro­gres­si­vo dei poz­zi e la dimi­nu­zio­ne degli inve­sti­men­ti pro­dur­ran­no non più di 100 milio­ni di barili. 
L’ultimo flash è scat­ta­to a Washing­ton, dove i depu­ta­ti e i sena­to­ri met­to­no quo­ti­dia­na­men­te sul­la gri­glia i boss di “Big Oil” (i quat­tro colos­si mon­dia­li del petro­lio). Li accu­sa­no di rea­liz­za­re pro­fit­ti smi­su­ra­ti a sca­pi­to degli auto­mo­bi­li­sti e di spen­de­re trop­po poco per lo svi­lup­po di nuo­vi gia­ci­men­ti e soprat­tut­to per la ricer­ca di fon­ti di ener­gia alter­na­ti­ve. Il più ber­sa­glia­to è il pre­si­den­te e ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to di Exxon Mobil, Rex Til­ler­son, che l’anno scor­so ha fat­to con­qui­sta­re alla sua mul­ti­na­zio­na­le un record mai rag­giun­to nel­la sto­ria del capi­ta­li­smo: 40,6 miliar­di di uti­li. Per nul­la inti­mo­ri­to dal­la con­tem­po­ra­nea ribel­lio­ne dei discen­den­ti del­la fami­glia Roc­ke­fel­ler, fra i mag­gio­ri azio­ni­sti, che chie­do­no “una svol­ta ver­de”, Til­ler­son con­trat­tac­ca e pun­ta l’indice con­tro lo stes­so Geor­ge W. Bush per­ché è anda­to a Riad a chie­de­re al monar­ca sau­di­ta di pom­pa­re più greg­gio quan­do inve­ce avreb­be dovu­to fare di più per aumen­ta­re la pro­du­zio­ne in Ame­ri­ca, in par­ti­co­la­re, al lar­go del­le coste del­la Flo­ri­da e del­la California. 
“Sia­mo al momen­to del­la veri­tà soprat­tut­to per le com­pa­gnie petro­li­fe­re” spie­ga a “Pano­ra­maSte­ve LeVi­ne, uno dei prin­ci­pa­li ana­li­sti del set­to­re, auto­re del bestsel­ler “The Oil and the Glo­ry”, dedi­ca­to al “Gran­de gio­co” del petro­lio nel Cau­ca­so, che sarà pre­sto pub­bli­ca­to anche in Ita­lia. “C’è in que­sto momen­to una gran­de ansia e con­tem­po­ra­nea­men­te un cer­to entu­sia­smo per sco­pri­re poz­zi fino­ra ine­splo­ra­ti e anche risor­se non con­ven­zio­na­li, come il petro­lio pesan­te del baci­no dell’Orinoco in Vene­zue­la e le sab­bie bitu­mi­no­se del­la pro­vin­cia di Alber­ta, in Cana­da, e del Con­go. Ma la cor­sa vera e pro­pria non è anco­ra scat­ta­ta. Ini­zie­rà solo quan­do le com­pa­gnie capi­ran­no a qua­li nuo­vi con­di­zio­ni dovran­no trat­ta­re con i gran­di pae­si pro­dut­to­ri di petro­lio e di gas natu­ra­le, come l’Arabia Sau­di­ta, il Bra­si­le e la Russia”. 
Di cer­to, spie­ga­no gli esper­ti, stia­mo pagan­do i 20 anni di ben­zi­na a bas­so costo che han­no fre­na­to, se non bloc­ca­to del tut­to, l’esplorazione e l’estrazione del petro­lio, per­ché non ne vale­va la pena. Oggi gli alti prez­zi (con il petro­lio che potreb­be rag­giun­ge­re i 150 dol­la­ri al bari­le già quest’estate e i 200 dol­la­ri l’anno pros­si­mo, secon­do un recen­te rap­por­to di Gold­man Sachs) dovreb­be­ro spin­ge­re in sen­so con­tra­rio. Ma non è sem­pre così. E’ vero che l’Arabia Sau­di­ta ha pro­mes­so di inve­sti­re 129 miliar­di di dol­la­ri in pro­get­ti di espan­sio­ne nei pros­si­mi cin­que anni, a comin­cia­re dal­lo sfrut­ta­men­to del cam­po petro­li­fe­ro di Khu­rais, con l’obiettivo, già alla fine del pros­si­mo anno, di aumen­ta­re la pro­du­zio­ne quo­ti­dia­na fino a 12 milio­ni di bari­li. Ma è altret­tan­to incon­te­sta­bi­le il trend gene­ra­le che si sta affer­man­do fra i pae­si pro­dut­to­ri, i qua­li han­no il con­trol­lo del 90 per cen­to del­le riser­ve mon­dia­li: è il nazio­na­li­smo ener­ge­ti­co. La Rus­sia è in pri­ma fila nel soste­ne­re la neces­si­tà di man­te­ne­re alti i prez­zi anche a costo di sacri­fi­ca­re le sco­per­te di nuo­vi gia­ci­men­ti o di evi­ta­re il decli­no dei vec­chi. E quan­do non sono le stra­te­gie poli­ti­che del Crem­li­no a det­ta­re la poli­ti­ca ener­ge­ti­ca mon­dia­le s’impongono le ten­sio­ni geo­po­li­ti­che. Suc­ce­de in Iraq, il secon­do pae­se al mon­do per riser­ve pro­va­te, dove le ban­de sun­ni­te e scii­te fan­no a gara a bru­cia­re i poz­zi e a mina­re gli oleo­dot­ti. Acca­de in Iran, para­liz­za­to dal­le san­zio­ni inter­na­zio­na­li per i pro­get­ti sul­la bom­ba ato­mi­ca. Per non par­la­re dal­la Nige­ria, infe­sta­ta dal­la guer­ri­glia. Nel con­ti­nen­te lati­no-ame­ri­ca­no è il Vene­zue­la a non poter espri­me­re tut­te le sue poten­zia­li­tà a cau­sa del “boli­va­ri­smo” di Hugo Cha­vez, che allon­ta­na i gran­di inve­sti­to­ri internazionali. 
Quan­to al restan­te 10 per cen­to gesti­to dal­le ex set­te sorel­le, anche qui l’offerta non rie­sce a pareg­gia­re la doman­da. “L’esplorazione è cer­ta­men­te ripar­ti­ta con gran­de vigo­re. Alcu­ni impor­tan­ti suc­ces­si sono già visi­bi­li in Afri­ca e in Sud Ame­ri­ca” assi­cu­ra a “Pano­ra­ma” Clau­dio Descal­zi, il vice­di­ret­to­re gene­ra­le del­la pro­du­zio­ne di Eni. “Ma dob­bia­mo anche scon­ta­re la rigi­di­tà del siste­ma indu­stria­le: è limi­ta­ta la dispo­ni­bi­li­tà di piat­ta­for­me, di mez­zi nava­li, di can­tie­ri, di accia­ie­rie e, non ulti­ma, di per­so­na­le specializzato”. 
Tut­to que­sto com­por­ta un aumen­to ver­ti­gi­no­so dei costi per la costru­zio­ne dei nuo­vi impian­ti petro­li­fe­ri e per la tec­no­lo­gia neces­sa­ria finen­do per ritar­da­re qua­si tut­ti i pro­get­ti più impor­tan­ti., come Kasha­gan. Gli ana­li­sti del Cera, uno dei mag­gio­ri cen­tri di ricer­ca del set­to­re, han­no fat­to un po’ di con­ti e sono arri­va­ti alla con­clu­sio­ne che, “se nel 2000 un qual­sia­si pez­zo di equi­pag­gia­men­to costa­va 100 dol­la­ri, oggi ne costa 210”. 
In buo­na sostan­za, alme­no nel bre­ve e nel medio perio­do, la que­stio­ne non è “la fine del petro­lio”, ma la sua pro­du­zio­ne lar­ga­men­te insuf­fi­cien­te. Per dir­la con le paro­le di John Watson, uno dei capi di Che­vron, “il pro­ble­ma dell’oro nero non è sot­to la super­fi­cie, ma al di sopra”.

0

Di là del Mar Caspio

Il petro­lio è al cen­tro dei prin­ci­pa­li intri­ghi planetari. Eldorado ed infer­no, il Mar Caspio in que­sto sen­so è sem­pre appar­so remo­to, osti­le, instabile.

A lun­go, ha ten­ta­to il mon­do (ingle­si, ame­ri­ca­ni, rus­si, per­si­no cine­si) con le sue gran­di riser­ve petro­li­fe­re. Ma gli stra­nie­ri, bloc­ca­ti dal siste­ma chiu­so dell’Unione Sovie­ti­ca, non vi pote­ro­no arri­va­re. Poi l’Unione Sovie­ti­ca crol­lò, e nel­la regio­ne ini­ziò una cor­sa fre­ne­ti­ca su vasta sca­la. Insie­me ai petro­lie­ri, si accal­ca­ro­no nel Caspio i rap­pre­sen­tan­ti dei prin­ci­pa­li Pae­si del mon­do in cer­ca di una quo­ta dei tren­ta miliar­di di bari­li di riser­ve petro­li­fe­re cer­te che era­no in gio­co, e ini­ziò una tesa bat­ta­glia geo­po­li­ti­ca. I prin­ci­pa­li com­pe­ti­to­ri era­no Mosca e Washing­ton – la pri­ma cer­can­do di man­te­ne­re il con­trol­lo sui suoi Sta­ti satel­li­te, la secon­da inten­ta a far slog­gia­re la Rus­sia a bene­fi­cio dell’Occidente.
Il petro­lio e la glo­ria” è un libro di Ste­ve LeVi­ne (Edi­tri­ce il Siren­te,  20 Euro) in cui tut­to ciò è ben raccontato. LeVine ha lavo­ra­to nel­la regio­ne per il Wall Street Jour­nal, il New York Times e il New­sweek, ed è ligio alla gran­de scuo­la ame­ri­ca­na del gior­na­li­smo d’investigazione.  Egli sve­la le miste­rio­se mano­vre dei gigan­ti ener­ge­ti­ci mon­dia­li per ave­re una par­te nei ric­chi gia­ci­men­ti kaza­ki e aze­ri, men­tre le super­po­ten­ze cer­ca­no di otte­ne­re un pun­to di appog­gio stra­te­gi­co nel­la regio­ne e di osta­co­lar­si a vicen­da. Al cuo­re del­la sto­ria c’è la gara per costrui­re e gesti­re oleo­dot­ti che esca­no dall’isolata regio­ne, la chia­ve per con­trol­la­re il Caspio e il suo petrolio.
Il BTC, l’ oleo­dot­to per il petro­lio che fu costrui­to, il più lun­go al mon­do (1.750 chi­lo­me­tri, di cui oltre 300 attra­ver­so la Geor­gia), è sta­to uno dei più gran­di trion­fi in poli­ti­ca este­ra di Washing­ton. Mol­ti i per­so­nag­gi di que­sta saga caspia­na. Per esem­pio,  il “ com­pe­ti­tor” James Gif­fen, un affa­ri­sta ame­ri­ca­no che è sta­to anche il “fac­cen­die­re” a livel­lo poli­ti­co del­le com­pa­gnie petro­li­fe­re ansio­se di fare affa­ri nel Caspio e l’intermediario per il pre­si­den­te e i mini­stri del Kaza­ki­stan; o John Deuss, l’ostentato com­mer­cian­te olan­de­se di petro­lio che vin­se mol­to ma per­se ancor di più; Hei­dar Aliyev, l’ ex capo del Kgb aze­ro, diven­ta­to pre­si­den­te,  e spes­so — secon­do LeVi­ne — frain­te­so: ma, secon­do me, il suo è giu­di­zio partigiano.
LeVi­ne affer­ma che il pre­si­den­te aze­ro “tra­sce­se il suo pas­sa­to di mem­bro del Polit­bu­ro sovie­ti­co e fu la men­te diret­ti­va di un pro­get­to per allen­ta­re il con­trol­lo rus­so sul­le sue ex colo­nie nel­la regio­ne del Caspio”. In que­sta cor­ni­ce tro­va­no il loro posto fur­fan­ti, cana­glie e avven­tu­rie­ri d’ ogni gene­re gui­da­ti dall’irresistibile richia­mo di ric­chez­ze incal­co­la­bi­li e dal­la pos­si­bi­le “ulti­ma fron­tie­ra” dell’era dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li. Non man­ca­no gli inter­ro­ga­ti­vi geo­po­li­ti­ci che ruo­ta­no attor­no alla ric­chez­za petro­li­fe­ra del Caspio, se la Rus­sia pos­sa esse­re un allea­to affi­da­bi­le e un part­ner com­mer­cia­le dell’Occidente, e cosa signi­fi­chi l’ingresso di Washing­ton in que­sta regio­ne cao­ti­ca ma impor­tan­te per la sua sta­bi­li­tà a lun­go termine.

0

Cina e Russia. Sfida aperta alle 5 sorelle

La Stam­pa | Lune­dì 19 novem­bre 2007 | Mau­ri­zio Molinari |

I gigan­ti ener­ge­ti­ci di Pechi­no e Mosca pon­go­no sfi­de mol­to diver­se ma ugual­men­te serie ai con­cor­ren­ti d’Occidente.

È una del­le bar­zel­let­te più di moda ad Alma Aty, in Kaza­kh­stan, a sve­la­re cosa sta avve­nen­do sul mer­ca­to del greg­gio: «In cit­tà c’è una pic­co­la dele­ga­zio­ne cine­se, sono die­ci­mi­la». A rac­con­ta­re l’aneddoto è Evan Fei­gen­baum, brac­cio destro del Segre­ta­rio di Sta­to Con­do­leez­za Rice sull’Asia Cen­tra­le e vete­ra­no del­le guer­re com­mer­cia­li per il con­trol­lo del­le risor­se ener­ge­ti­che. Fei­gen­baum rac­con­ta la bar­zel­let­ta al «Coun­cil on Forei­gn Rela­tions» per­ché la ritie­ne veri­tie­ra: «Dal Mar Caspio all’Estremo Orien­te i cine­si sono all’offensiva, costrui­sco­no, acqui­sta­no, esplo­ra­no, inve­sto­no e spen­do­no una gran­de quan­ti­tà di dana­ro e di risor­se uma­ne». Lo slan­cio del­la Repub­bli­ca popo­la­re sul mer­ca­to ener­ge­ti­co nasce dal­la neces­si­tà di impor­ta­re la metà del fab­bi­so­gno nazio­na­le ed è rias­sun­to dai nomi di tre gigan­ti: Chi­na Natio­nal Petro­leum Cor­po­ra­tion (Cnpc), Chi­na Natio­nal Off­sho­re Oil Cor­po­ra­tion (Cnooc) e Sinopec.

«Han­no ruo­li e com­pi­ti diver­si — spie­ga Edward Mor­se, ana­li­sta di greg­gio di fama mon­dia­le, in for­za a Leh­man Bro­thers — per­ché Cnpc è il gigan­te pub­bli­co mag­gior pro­dut­to­re di car­bu­ran­te e Cnooc esplo­ra i gia­ci­men­ti off-sho­re in Cina men­tre Sino­pec va aggres­si­va­men­te alla ricer­ca di nuo­vi mer­ca­ti all’estero». Sijin Chang è l’analista di Eura­sia Group che segue 24 ore su 24 le mos­se dei tre colos­si e assi­cu­ra che «fan­no una dura con­cor­ren­za alle gran­di com­pa­gnie occi­den­ta­li» per due ragio­ni. Pri­mo: «Dispon­go­no di sol­di pub­bli­ci in gran­de quan­ti­tà e non lesi­na­no a spen­der­li». Secon­do: «Su indi­ca­zio­ne del gover­no sfrut­ta­no le aree di cri­si per inse­diar­si». Gli esem­pi più lam­pan­ti ven­go­no dal Sudan, dove Sino­pec ha qua­si un mono­po­lio sul­le estra­zio­ni, e il Turk­me­ni­stan, dove sem­pre Sino­pec ha sigla­to un con­trat­to tren­ten­na­le per la rea­liz­za­zio­ne di un mega oleo­dot­to desti­na­to a por­ta­re gas e car­bu­ran­te ver­so Orien­te. «Pechi­no gio­ca duro nel­la gran­de par­ti­ta degli oleo­dot­ti — assi­cu­ra Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta del Wall Street Jour­nal auto­re del libro «The Oil and the Glo­ry» — pun­ta a sigla­re in Kaza­kh­stan un con­trat­to simi­le a quel­lo turk­me­no, per ali­men­tar­si via ter­ra sen­za dover pas­sa­re per la Rus­sia o per il Gol­fo Persico».
Ma non è tut­to. Robin West, pre­si­den­te di PFC Ener­gy Inc. e fra i più ascol­ta­ti esper­ti di ener­gia in Ame­ri­ca, spie­ga che «la for­za dei cine­si è nel fat­to che han­no mana­ger aggres­si­vi, gesti­sco­no le azien­de pub­bli­che come se fos­se­ro pri­va­te e sono in gra­do di sfrut­ta­re a loro van­tag­gio le rego­le del­la con­cor­ren­za meglio di mol­te com­pa­gnie occi­den­ta­li». Pro­prio a que­sto meto­do «aggres­si­vo e com­pe­ti­ti­vo» West attri­bui­sce il suc­ces­so di Petro­Chi­na, di pro­prie­tà sta­ta­le, che toc­can­do un valo­re di mer­ca­to di un tri­lio­ne di dol­la­ri ha sca­val­ca­to la riva­le ame­ri­ca­na Exxon­Mo­bil — fer­ma a 488 miliar­di di dol­la­ri — diven­tan­do que­sto mese la pri­ma azien­da del mon­do per capi­ta­le azio­na­rio. «La sfi­da cine­se alle Cin­que Sorel­le — aggiun­ge West rife­ren­do­si alle mag­gio­ri com­pa­gnie petro­li­fe­re occi­den­ta­li — è mol­to simi­le a quel­le che si pre­pa­ra­no in India e Bra­si­le, gio­ca­no alle nostre stes­se rego­le ed han­no otti­mi mana­ger ma con più dena­ro sul piatto».
Se que­sto avvie­ne è anche per­ché le Cin­que Sorel­le — Exxon­Mo­bil, Royal Dutch Shell, Bri­tish Petro­leum, Che­vron e Cono­co­Phil­lips — gesti­sco­no diver­sa­men­te i pro­fit­ti: un recen­te stu­dio del Baker Insti­tu­te del­la Rice Uni­ver­si­ty atte­sta che spen­do­no sem­pre di meno in esplo­ra­zio­ni, ceden­do ter­re­no ai riva­li di altre nazio­ni che «sono dun­que meglio posi­zio­na­ti per lo sfrut­ta­men­to dei nuo­vi gia­ci­men­ti». I mono­po­li non-occi­den­ta­li «rap­pre­sen­ta­no i tito­la­ri dei pri­mi die­ci gia­ci­men­ti del mon­do men­tre Exxon­Mo­bil, BP, Che­vron, Royal Dutch e Shell sono rispet­ti­va­men­te al 14°, 17°, 19° e 25° posto» spie­ga Amy Myers Jaf­fe, auto­re del rap­por­to del Baker Insti­tu­te. «Se le Cin­que Sorel­le spen­do­no meno per l’esplorazione — osser­va Mor­se — è per­ché per loro ora­mai la finan­za con­ta più dell’estrazione e gli azio­ni­sti più dei tri­vel­la­to­ri, desti­na­no le risor­se ad ope­ra­zio­ni di mer­ca­to tese a raf­for­za­re pro­fit­ti più che a rischia­re capi­ta­li in nuo­ve aree».
Quan­do si dice «mono­po­li» Mor­se, West, LeVi­ne e Jaf­fe pen­sa­no subi­to alla Rus­sia di Vla­di­mir Putin. «La sfi­da rus­sa è diver­sa da quel­la cine­se per­ché non è di mer­ca­to ben­sì si basa sul­la gestio­ne qua­si mono­po­li­sti­ca del­le immen­se risor­se nazio­na­li» spie­ga West, secon­do cui «l’unica manie­ra per rispon­de­re è veni­re a pat­ti, cede­re quo­te di mer­ca­to inter­na­zio­na­le per aver­ne in cam­bio den­tro la Rus­sia». Ale­xan­der Kli­ment è l’analista rus­so di pun­ta di Eura­sia Group e leg­ge così la map­pa ener­ge­ti­ca: «Rosneft è pro­ba­bil­men­te la più gran­de azien­da petro­li­fe­ra del mon­do così come Gaz­prom ha pochi riva­li sul gas, entram­be sono ema­na­zio­ne del pote­re poli­ti­co e ten­go­no sot­to con­trol­lo le risor­se nazio­na­li». Men­tre l’asso nel­la mani­ca del Crem­li­no «è Lukoil»: sul­la car­ta pri­va­ta ma in real­tà sot­to il con­trol­lo di Putin, ha il com­pi­to di «esplo­ra­re nuo­vi mer­ca­ti» inse­dian­do­si «lì dove l’Occidente non vuo­le o non può», a comin­cia­re dall’Iran di Mah­mud Ahmadinejad.
«Ma chi doves­se pen­sa­re che Lukoil si fer­me­rà alle zone di cri­si sba­glia — aggiun­ge Car­ter Page, respon­sa­bi­le dell’Energia per Mer­rill Lynch — per­ché la loro ambi­zio­ne è por­ta­re la con­cor­ren­za sui mer­ca­ti nor­da­me­ri­ca­no ed euro­peo, come già sta avve­nen­do». Basta con­ta­re i distri­bu­to­ri Lukoil a New York per accor­ger­se­ne. Se l’aggressività di cine­si e rus­si è il tema del gior­no per gli ana­li­sti petro­li­fe­ri ame­ri­ca­ni è anche vero che nes­su­no vede in que­sti nuo­vi gigan­ti dei rea­li con­cor­ren­ti sul pia­no del­la tec­no­lo­gia. «Su inno­va­zio­ne e svi­lup­po né i rus­si né i cine­si sono in gra­do di sfi­da­re le Cin­que Sorel­le — con­cor­da­no Mor­se e West — la tec­no­lo­gia resta il loro tal­lo­ne d’Achille». Qua­li che sia­no le pros­si­me pun­ta­te del­la sfi­da ener­ge­ti­ca Car­ter Page ha pochi dub­bi su quan­to sta avve­nen­do: «È l’energia il vero gio­co del pote­re mondiale».

0

Dal Caucaso all’Asia centrale, gas e petrolio nel «Grande Gioco»

| Le Mon­de Diplo­ma­ti­que | Giu­gno 2007 | Régis Genté (*) |

Il ver­ti­ce di metà mag­gio tra l’Unione euro­pea e la Rus­sia si è are­na­to in par­ti­co­la­re sul­la que­stio­ne del­la coo­pe­ra­zio­ne ener­ge­ti­ca: l’Unione, che impor­ta dal­la Rus­sia il quar­to del pro­prio con­su­mo di petro­lio e di gas, si pre­oc­cu­pa dell’accresciuto pote­re di Mosca in que­sto cam­po. L’accordo con­clu­so, il 12 mag­gio, dal pre­si­den­te rus­so Vla­di­mir Putin con i suoi omo­lo­ghi turk­me­no e kaza­ko, con­fer­ma un rove­scia­men­to di ten­den­za: a lun­go mes­so sul­la difen­si­va dal­la poli­ti­ca di aggi­ra­men­to degli oleo­dot­ti e dei gasdot­ti, impo­sta dal­le gran­di poten­ze, Mosca ha ripre­so l’offensiva.

Il nuo­vo «Gran­de Gio­co» ha rag­giun­to il cul­mi­ne. Con in più, que­sta vol­ta, al cen­tro del gio­co, il petro­lio e il gas. Ma la doman­da di idro­car­bu­ri non spie­ga da sola la bat­ta­glia tra le gran­di poten­ze che inten­do­no impos­ses­sar­si dei gia­ci­men­ti del­le ex repub­bli­che sovie­ti­che dell’Asia cen­tra­le e del Cau­ca­so, sfug­gi­te al domi­nio di Mosca con il crol­lo dell’Urss nel 1991. L’oro nero e l’oro gri­gio sono anche lo stru­men­to di una lot­ta di influen­za in vista del con­trol­lo del cen­tro del con­ti­nen­te eura­sia­ti­co. Per inter­po­ste major petro­li­fe­re, gli oleo­dot­ti sono le lun­ghe cor­de che con­sen­to­no alle gran­di poten­ze di anco­ra­re al pro­prio siste­ma geo­stra­te­gi­co i nuo­vi otto sta­ti indi­pen­den­ti (Nei) del­la regio­ne (1). Nel XIX seco­lo, il «Gran­de Gio­co», un’espressione diven­ta­ta leg­gen­da­ria con Kim, il roman­zo di Rudyard Kipling, allu­de­va alla lot­ta d’influenza tra gran­di poten­ze, in mol­ti aspet­ti simi­le a quel­la odier­na. All’epoca, la posta in gio­co era­no le cosid­det­te «Indie», il gio­iel­lo del­la coro­na bri­tan­ni­ca ambi­to dal­la Rus­sia impe­ria­le (2). La lot­ta si pro­tras­se per un seco­lo e si con­clu­se nel 1907, quan­do Lon­dra e San Pie­tro­bur­go tro­va­ro­no un accor­do per la sud­di­vi­sio­ne del­le loro zone d’influenza, con la crea­zio­ne di uno sta­to tam­po­ne tra di loro, l’Afghanistan (3). Que­sto accor­do ha ret­to fino al 1991. Oggi, seb­be­ne sia­no cam­bia­ti i meto­di e le idee che gui­da­no le gran­di poten­ze, e i pro­ta­go­ni­sti non sia­no gli stes­si, l’obiettivo ulti­mo per­ma­ne. Si trat­ta di colo­niz­za­re, in un modo o nell’altro, l’Asia cen­tra­le per neu­tra­liz­zar­si a vicenda.
Cer­to il gas e il petro­lio sono ricer­ca­ti in quan­to tali, ma anche come stru­men­to di influen­za, spie­ga Murat­bek Ima­na­liev, un ex diplo­ma­ti­co kir­ghi­zo (e in pas­sa­to sovie­ti­co), che pre­sie­de l’Institute for Public Poli­cy a Bich­tek (Kir­ghi­zi­stan). Subi­to dopo il crol­lo dell’Urss, i Nei vedo­no nel petro­lio un mez­zo per rim­pol­pa­re il bilan­cio e raf­for­za­re l’indipendenza nei con­fron­ti di Mosca. Alla fine degli anni 80, l’impresa ame­ri­ca­na Che­vron met­te gli occhi sul gia­ci­men­to di Ten­guiz, tra i più gran­di del mon­do, a ove­st del Kaza­ki­stan. La Che­vron ne acqui­sta il 50% nel 1993. Sull’altra riva del Mar Caspio, il pre­si­den­te aze­ro Guei­dar Aliev fir­ma, nel 1994, il «con­trat­to del seco­lo» con socie­tà petro­li­fe­re stra­nie­re, per lo sfrut­ta­men­to del cam­po Aze­ri-Chi­rag-Gune­shli. La Rus­sia è furi­bon­da: il petro­lio del Caspio le sfug­ge. Essa oppo­ne a Baku la man­can­za di sta­tu­to giu­ri­di­co del mar Caspio, di cui non si sa se sia un mare o un lago. Mosca si era illu­sa che le cose sareb­be­ro anda­te meglio con Aliev piut­to­sto che con il suo pre­de­ces­so­re, il pri­mo pre­si­den­te dell’Azerbaigian indi­pen­den­te, il nazio­na­li­sta anti-rus­so Albull­faz Elt­chi­bey, rove­scia­to da un gol­pe nel giu­gno 1993, pochi gior­ni pri­ma del­la fir­ma di impor­tan­ti con­trat­ti con alcu­ne major anglo­sas­so­ni. Fine cono­sci­to­re dei mec­ca­ni­smi del siste­ma sovie­ti­co, Guei­dar Aliev, ex gene­ra­le del Kgb ed ex mem­bro del Polit­bu­ro, trat­ta in segre­to con i petro­lie­ri rus­si per tro­va­re un ter­re­no di accor­do con Mosca: Lukoil ottie­ne il 10% del con­sor­zio Azeri-Chirag-Guneshli.
È l’inizio del­la lot­ta tra Est e Ove­st per impa­dro­nir­si dei gia­ci­men­ti del­la regio­ne. Negli anni ’90, per giu­sti­fi­ca­re la pene­tra­zio­ne nel baci­no del mar Caspio, gli Sta­ti uni­ti gon­fia­no le sti­me del­le riser­ve di idro­car­bu­ri di quest’area. Par­la­no di 243 miliar­di di bari­li di petro­lio. Poco meno dell’Arabia sau­di­ta! Oggi si valu­ta­no ragio­ne­vol­men­te que­ste riser­ve a cir­ca 50 miliar­di di bari­li di petro­lio e 9,1 tri­lio­ni di metri cubi di gas, ossia dal 4 al 5% del­le riser­ve mon­dia­li. Se gli Sta­ti uni­ti si sono ser­vi­ti di que­sto gros­so bluff, è per­ché «essi vole­va­no ad ogni costo costrui­re il Btc (l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan).
Han­no pro­va­to di tut­to… per ten­ta­re di impe­di­re l’estensione dell’influenza rus­sa, di osta­co­lar­la. Non so quan­to sapes­se­ro di esa­ge­ra­re», dice Ste­ve Levi­ne, gior­na­li­sta ame­ri­ca­no spe­cia­li­sta di que­sti pro­ble­mi fin dai pri­mi anni ’90 (4). Que­sto gio­co d’influenza s’imballa. Appro­fit­tan­do del­la «guer­ra con­tro il ter­ro­ri­smo» in Afgha­ni­stan dopo gli atten­ta­ti dell’11 set­tem­bre, i mili­ta­ri ame­ri­ca­ni si inse­dia­no nel­la ex-Urss. Con la bene­di­zio­ne di una Rus­sia inde­bo­li­ta. Washing­ton inse­dia le sue basi nel Kir­ghi­zi­stan e nell’Uzbekistan, pro­met­ten­do di lascia­re que­sti pae­si appe­na sareb­be sta­ta sra­di­ca­ta la can­cre­na isla­mi­sta. «Bush si è ser­vi­to di que­sto impe­gno mili­ta­re mas­sic­cio nell’Asia cen­tra­le per sug­gel­la­re la vit­to­ria del­la Guer­ra fred­da con­tro la Rus­sia, argi­na­re l’influenza cine­se e man­te­ne­re il nodo scor­so­io intor­no all’Iran», dice Lutz Kle­ve­man, ex cor­ri­spon­den­te di guer­ra (5). Inol­tre Washing­ton svol­ge un ruo­lo deter­mi­nan­te nel­le rivo­lu­zio­ni colo­ra­te in Geor­gia (nel 2003), in Ucrai­na (2004) e nel Kir­ghi­zi­stan (2005) che sono altret­tan­ti pesan­ti scac­chi per Mosca (6). Scon­vol­ti da que­sti rove­scia­men­ti di pote­re in serie, alcu­ni auto­cra­ti del­la regio­ne vol­ta­no le spal­le all’America e si riav­vi­ci­na­no alle Rus­sia o alla Cina. Infat­ti il gio­co si è com­pli­ca­to negli ulti­mi anni man mano che Pechi­no si intro­met­te­va negli affa­ri dell’Asia cen­tra­le e che l’Europa, in segui­to alla guer­ra del gas tra Rus­sia e Ucrai­na del gen­na­io 2006, acce­le­ra­va i suoi pro­get­ti di cap­ta­zio­ne dell’oro gri­gio caspi­co. Petro­lio, sicu­rez­za, lot­ta d’influenza e bat­ta­glie ideo­lo­gi­che: biso­gna pun­ta­re su tut­ti i fron­ti per cavar­se­la in que­sto «Gran­de Gio­co». Ini­zial­men­te, la Rus­sia è chia­ra­men­te in van­tag­gio in que­sto brac­cio di fer­ro: nel 1991, con­trol­la tut­ti gli oleo­dot­ti che con­sen­to­no ai Nei di tra­spor­ta­re i loro idro­car­bu­ri. Ma gli appa­rat­chi­ki diven­ta­ti pre­si­den­ti si sfor­za­no di non met­te­re tut­te le loro uova nel panie­re rus­so. Dopo la cadu­ta dell’Urss, ven­go­no costrui­ti una mez­za doz­zi­na di oleo­dot­ti che non attra­ver­sa­no il ter­ri­to­rio del gran­de fra­tel­lo: Mosca per­de così par­te del suo peso poli­ti­co ed eco­no­mi­co. Un tem­po scon­vol­ta dal­la pre­sen­za mili­ta­re ame­ri­ca­na e dal­la serie di «rivo­lu­zio­ni colo­ra­te», Mosca si raf­for­za nei pae­si vici­ni L’esempio del Turk­me­ni­stan è emble­ma­ti­co del­le rela­zio­ni del­la Rus­sia con i ter­ri­to­ri del suo anti­co domi­nio: dei 50 miliar­di di metri cubi di gas pro­dot­ti nel 2006 nel Turk­me­ni­stan, 40 sono sta­ti ven­du­ti alla Rus­sia. Scel­ta obbli­ga­ta. A par­te un pic­co­lo gasdot­to inau­gu­ra­to nel 1997, che lo col­le­ga all’Iran, il Turk­me­ni­stan dispo­ne solo del Sac-4, un oleo­dot­to che arri­va in Rus­sia. Una cate­na vera e propria.
E, nell’aprile 2003, il pre­si­den­te rus­so Vla­di­mir Putin è in gra­do di costrin­ge­re il suo omo­lo­go turk­me­no Sapar­mu­rad Nia­zov (scom­par­so alla fine del 2006) a fir­ma­re un con­trat­to di 25 anni per 80 miliar­di di metri cubi all’anno, ven­du­ti al prez­zo ridi­co­lo di 44 dollari/1000 m3. Ben pre­sto Ach­kha­bad cer­ca di rimet­te­re in que­stio­ne que­ste con­di­zio­ni e bloc­ca le con­se­gne. Nell’inverno 2005 Mosca si ras­se­gna a paga­re 65 dollari/1000 m3 per­ché il gas turk­me­no è indi­spen­sa­bi­le in par­ti­co­la­re per rifor­ni­re a bas­so prez­zo la popo­la­zio­ne rus­sa. Nel set­tem­bre 2006, Gaz­prom va oltre e fir­ma un con­trat­to con Ach­kha­bad impe­gnan­do­si, per il perio­do 2007–2009, a paga­re 100 dollari/1000 m3. Que­sto per­ché, cin­que mesi pri­ma, in apri­le, il dit­ta­to­re scom­par­so ave­va fir­ma­to con il pre­si­den­te cine­se Hu Jin­tao un docu­men­to che impe­gna­va il Turk­me­ni­stan a for­ni­re alla Cina, per una dura­ta di trent’anni, 30 miliar­di di metri cubi di gas natu­ra­le ogni anno, a par­ti­re dal 2009, e a costrui­re un gasdot­to lun­go 2000 chi­lo­me­tri. Que­sto spie­ga pro­ba­bil­men­te per­ché Gaz­prom ha dovu­to alza­re le sue tarif­fe. For­se Ach­kha­bad vuo­le anco­ra alza­re il prez­zo? Dopo la sua pri­ma visi­ta uffi­cia­le a Mosca in veste di pre­si­den­te, Gur­ban­gu­ly Ber­dy­mu­kham­me­dov invi­ta Che­vron a par­te­ci­pa­re allo svi­lup­po del set­to­re ener­ge­ti­co turk­me­no. Mai il suo pre­de­ces­so­re ave­va osa­to fare simi­le pro­po­sta a una major inter­na­zio­na­le. Peral­tro il pre­si­den­te non respin­ge le pro­po­ste euro­pee riguar­dan­ti il cor­ri­do­io trans­ca­spi­co. E’ pos­si­bi­le che minac­ci di far entra­re gli occi­den­ta­li nel suo gio­co per spin­ge­re Gaz­prom ad accet­ta­re un prez­zo più alto — infat­ti all’Europa chie­de più di 250 dollari/1000 m3. Eppu­re Putin ave­va pro­po­sto di restau­ra­re il SAC-4 e di costrui­re un altro gasdot­to che col­le­gas­se i due pae­si. «La Rus­sia vuo­le mostra­re ai turk­me­ni che è pron­ta a fare mol­to per loro. Mosca spe­ra di dis­sua­der­li dal trat­ta­re con i cine­si e gli occi­den­ta­li», osser­va il gior­na­li­sta rus­so Arka­dy Dub­nov. «La bat­ta­glia che Mosca deve con­dur­re con­tro il Turk­me­ni­stan dimo­stra che la Rus­sia non è più onni­po­ten­te nel­le ex repub­bli­che sovie­ti­che e che ciò che pre­va­le oggi è il prag­ma­ti­smo eco­no­mi­co di Putin e del­la sua cer­chia», con­clu­de que­sto esper­to del­la Comu­ni­tà degli Sta­ti indi­pen­den­ti (Cei). Il 12 mag­gio scor­so duran­te una visi­ta di una set­ti­ma­na in Asia Cen­tra­le, Vla­di­mir Putin ha fir­ma­to con i suoi omo­lo­ghi turk­me­no e kaza­co un accor­do per l’ammodernamento del gasdot­to Cac-4 e la costru­zio­ne di un altro tubo, desti­na­ti a tra­spor­ta­re il gas del Turk­me­ni­stan in Rus­sia. È in gran fret­ta che il pre­si­den­te rus­so è arri­va­to a Turk­men­ba­chi per strap­pa­re que­sto accor­do, pro­prio men­tre un ana­lo­go ver­ti­ce con­cor­ren­te era orga­niz­za­to nel­lo stes­so perio­do a Cra­co­via, in Polo­nia. Là sva­ria­ti pae­si situa­ti ai mar­gi­ni del­la Rus­sia spe­ra­va­no di lan­cia­re oleo­dot­ti osti­li. Il pre­si­den­te kaza­co ha per­fi­no dovu­to rinun­cia­re a recar­vi­si per acco­glie­re Putin. Come è riu­sci­ta la Rus­sia a rag­giun­ge­re i pro­pri fini? Essa sem­bra ave­re argo­men­ti che ne fan­no anco­ra e sen­za dub­bio per un lun­go perio­do, la più poten­te del­le gran­di poten­ze in Asia cen­tra­le. Pechi­no e Bru­xel­les han­no di che pre­oc­cu­par­si per i per i loro pro­get­ti di approv­vi­gio­na­men­to in Asia centrale.
Il meto­do rus­so ha l’inconveniente di esse­re spes­so bru­ta­le. Per que­sto, nel 2005, la cri­si del gas tra Mosca e Kiev è sta­ta sof­fer­ta dagli euro­pei (7). Lo spet­tro dell’interruzione del­le for­ni­tu­re aleg­gia­va sul vec­chio con­ti­nen­te che impor­ta un quar­to del suo gas dal­la Russia.
Tut­ta­via, sdram­ma­tiz­za Jérô­me Guil­let, auto­re di uno stu­dio sul­le guer­re del gas del 2006, que­ste cri­si sono «lo spec­chio del­le lot­te che si tra­ma­no nel­le quin­te tra fazio­ni poten­ti all’interno del Crem­li­no o in Ucrai­na, più che l’effetto di un uso deli­be­ra­to dell’arma ener­ge­ti­ca» (8).
Pri­mo pro­dut­to­re mon­dia­le di gas e secon­do di petro­lio, la Rus­sia ha ritro­va­to la tran­quil­li­tà finan­zia­ria e pren­de ini­zia­ti­ve strategiche.
Il 15 mar­zo scor­so, ha fir­ma­to un accor­do con la Bul­ga­ria e la Gre­cia per la costru­zio­ne dell’oleodotto Bur­gas-Ale­xan­drou­po­li (Bap). Un vero con­cor­ren­te per il Btc e, meglio anco­ra, il pri­mo che lo sta­to rus­so con­trol­li sul ter­ri­to­rio euro­peo. Pari­men­ti, da alcu­ni mesi, il grez­zo scor­re lun­go i 1.760 chi­lo­me­tri del Btc come il gas nel Baku-Tbi­lis­si-Erzu­rum (Bte). L’arteria vita­le dell’influenza occi­den­ta­le nel­la ex-Urss fun­zio­na e pro­du­ce i pri­mi effet­ti poli­ti­ci. Da quest’anno, la Geor­gia sem­bra dipen­de­re un po’ meno dal gas rus­so, men­tre un anno fa, non pote­va impor­tar­ne altro. Gli aumen­ti cla­mo­ro­si impo­sti dal­la Rus­sia — in due anni, il gas è pas­sa­to da 55 a 230 dollari/1000 m3. — han­no col­pi­to l’economia geor­gia­na meno di quan­to Mosca si aspet­tas­se. Le quan­ti­tà for­ni­te dal Bte a tito­lo di royal­ty, e dal­la Tur­chia, che cede a prez­zo di affe­zio­ne la par­te di gas che le spet­ta per que­sto gasdot­to, han­no per­mes­so alla Geor­gia di com­por­re un prez­zo medio accet­ta­bi­le (9). Peg­gio anco­ra per Mosca: il ten­ta­ti­vo di impor­re all’Azerbaigian un aumen­to dei prez­zi nel­la stes­sa misu­ra, nel­la spe­ran­za che col­pi­sca di riman­do le for­ni­tu­re desti­na­te a T’bilisi, ha for­te­men­te irri­ta­to il pre­si­den­te Ilham Aliev. «Que­sto pro­va che il Btc (come il Bte) rap­pre­sen­ta sen­za dub­bio la più gran­de vit­to­ria ame­ri­ca­na in poli­ti­ca inter­na­zio­na­le negli ulti­mi quin­di­ci anni. Un suc­ces­so in fat­to di “con­tain­ment” del­la Rus­sia e di soste­gno all’indipendenza del­le repub­bli­che cau­ca­si­che», sostie­ne Ste­ve Levi­ne. Que­sti oleo­dot­ti offro­no agli Sta­ti uni­ti e all’Europa la pos­si­bi­li­tà di lan­cia­re due pro­get­ti per diver­si­fi­ca­re le loro fon­ti di approv­vi­gio­na­men­to e attrar­re nel­la loro cer­chia poli­ti­ca i Nei del­la regio­ne. Il pri­mo, il Kaza­kh­stan Caspian Trans­por­ta­tion System (Kcts), desti­na­to a con­vo­glia­re il petro­lio del gia­ci­men­to di Kacha­gan, il più gran­de sco­per­to nel mon­do negli ulti­mi trent’anni. La pro­du­zio­ne deve ini­zia­re alla fine del 2010, e gli azio­ni­sti del con­sor­zio inca­ri­ca­to del­lo sfrut­ta­men­to di que­sto gia­ci­men­to, com­po­sto da gran­di majors occi­den­ta­li (10), si pro­pon­go­no di tra­spor­ta­re da 1,2 a 1,5 milio­ni di bari­li al gior­no lun­go un iti­ne­ra­rio sud-ove­st che attra­ver­se­rà il mar Caspio.
Impos­si­bi­le far pas­sa­re l’oleodotto sot­to il mare a cau­sa dell’opposizione dei rus­si e degli ira­nia­ni: una flot­ta di petro­lie­re farà la spo­la tra il Kaza­ki­stan e l’Azerbaigian, dove un nuo­vo ter­mi­nal petro­li­fe­ro col­le­ghe­rà il «siste­ma» al Btc. Que­sto, gra­zie ad alcu­ne sta­zio­ni di pom­pag­gio sup­ple­men­ta­ri e all’uso di pro­dot­ti desti­na­ti a dina­miz­za­re il pas­sag­gio dell’olio nel­le tuba­tu­re, dovreb­be ave­re un aumen­to del­la capa­ci­tà da 1 a 1,8 milio­ni di bari­li al gior­no. Il secon­do pro­get­to riguar­da l’«oro gri­gio» ed è per ora appe­na abboz­za­to: si trat­ta del «cor­ri­do­io trans­ca­spi­co», desti­na­to a rifor­ni­re l’Europa di gas kaza­ko e turk­me­no. «Par­lia­mo di “cor­ri­do­io” e non di gasdot­to — pre­ci­sa Faou­zi Ben­sa­ra, con­si­glie­re per l’energia alla Com­mis­sio­ne euro­pea — Pro­po­nia­mo di avvia­re una rifles­sio­ne su solu­zio­ni tec­no­lo­gi­che alter­na­ti­ve, come inco­rag­gia­re inve­sti­men­ti per la pro­du­zio­ne di gas natu­ra­le lique­fat­to nel Turk­me­ni­stan, ad esem­pio, il qua­le potreb­be in segui­to esse­re tra­spor­ta­to via nave fino a Baku». L’Unione euro­pea non vuo­le esse­re pro­ta­go­ni­sta del «gran­de gio­co», pre­ci­sa que­sto alto fun­zio­na­rio: «L’Ue è moti­va­ta solo dal suo biso­gno. Pre­sto ci occor­re­ran­no da 120 a 150 miliar­di di metri cubi di gas all’anno.
Il nostro obiet­ti­vo è tro­va­re que­sti volu­mi sup­ple­men­ta­ri e diver­si­fi­ca­re le nostre fon­ti di approv­vi­gio­na­men­to. Nient’altro. Indi­vi­due­re­mo solu­zio­ni che saran­no com­ple­men­ta­ri a quel­le che già esistono».
In com­pen­so, un altro gran­de pipe­li­ne stra­te­gi­co pro­mos­so da Washing­ton ha scar­se pos­si­bi­li­tà di attua­zio­ne: si trat­ta del Tapi (Turk­me­ni­stan-Afgha­ni­stan-Paki­stan-India), il famo­so gasdot­to che gli Sta­ti uni­ti, con la socie­tà petro­li­fe­ra ame­ri­ca­na Uno­cal, si ripro­met­te­va­no di costrui­re con i tali­ban nel­la secon­da metà degli anni ’90. «Que­sto pro­get­to com­por­ta trop­pi incon­ve­nien­ti, riguar­dan­ti la sicu­rez­za, con il ritor­no dei tali­ban in Afghanistan.
Peral­tro, mol­ti esper­ti riten­go­no che le riser­ve del Turk­me­ni­stan non sia­no sta­te cor­ret­ta­men­te valu­ta­te», dice il pro­fes­so­re Ajay Kumar Pat­nalk, spe­cia­li­sta del­la Rus­sia e dell’Asia cen­tra­le all’università Jawa­har­lal Neh­ru, a New Delhi.
Washing­ton difen­de­va il Tapi, sia per iso­la­re l’Iran, sia per inde­bo­li­re la Rus­sia nell’Asia cen­tra­le. Ormai, gli Sta­ti uni­ti inten­do­no inte­gra­re l’Afghanistan tra i pae­si vici­ni e allo stes­so tem­po for­nir­gli risor­se per riscal­da­re le sue popo­la­zio­ni e rilan­cia­re la sua eco­no­mia, come pegno del­la sua sta­bi­li­tà. In que­sto sen­so, nel 2005, il dipar­ti­men­to di sta­to ame­ri­ca­no ha rior­ga­niz­za­to la sua divi­sio­ne Asia del Sud fon­den­do­la con la divi­sio­ne Asia cen­tra­le, per age­vo­la­re le rela­zio­ni a tut­ti i livel­li in quest’area desi­gna­ta come «Gran­de Asia centrale».
L’energia costi­tui­sce uno dei vet­to­ri essen­zia­li del­le rela­zio­ni inter­ne nel­la regio­ne. Sono quin­di nati diver­si pro­get­ti di cen­tra­li idroe­let­tri­che, ad esem­pio nel Tagi­ki­stan, desti­na­ti ad ali­men­ta­re il Nord afgha­no. Ma l’idea nel suo insie­me non va avan­ti. New Delhi in par­ti­co­la­re, si sen­te lon­ta­na dall’Asia cen­tra­le ed esi­ta a diven­ta­re par­te inte­gran­te del Tapi. Sareb­be più attrat­ta dal pro­get­to di gasdot­to Iran-Paki­stan-India (Ipi), pro­po­sto da Teh­ran, seb­be­ne l’Iran-Libya Sanc­tions Act (Ilsa) — median­te il qua­le Washing­ton puni­sce ogni impre­sa che inve­sta nel petro­lio o il gas di que­sti pae­si — vie­ta a New Delhi di fare il pas­so. «L’Iran è il gran­de per­den­te del nuo­vo “gran­de gio­co”. Non solo gli oleo­dot­ti aggi­ra­no il suo ter­ri­to­rio, ma nes­su­no può inve­sti­re in Iran — rile­va Moham­med Reza-Dja­li­li, spe­cia­li­sta ira­nia­no del­le rela­zio­ni inter­na­zio­na­li dell’Asia cen­tra­le — . Ma sono pro­prio gli inve­sti­men­ti che man­ca­no in que­sto pae­se. Le sue instal­la­zio­ni risal­go­no agli anni 1970, sic­ché l’Iran è costret­to a impor­ta­re il 40% del­la sua ben­zi­na. Non ha potu­to esplo­ra­re la sua par­te del mar Caspio e il suo enor­me poten­zia­le di gas solo par­zial­men­te sfrut­ta­to». Peral­tro è para­dos­sa­le che il «Gran­de Gio­co» esclu­da Teh­ran, men­tre i pro­dut­to­ri di idro­car­bu­ri nell’Asia cen­tra­le sogna­no una via meri­dio­na­le: «Può esse­re meno caro e piut­to­sto sem­pli­ce sul pia­no tec­ni­co — spie­ga Arnaud Breuil­lac, diret­to­re Total per l’Europa cen­tra­le e l’Asia con­ti­nen­ta­le. Sia­mo in una logi­ca di diver­si­fi­ca­zio­ne del­le nostre vie di espor­ta­zio­ne. In que­sto qua­dro, abb­bia­mo pre­so un’opzione sul­la via sud, tan­to più che la regio­ne di con­su­mo più vici­na al mar Caspio è il nord Iran». Que­sto spie­ga per­ché il riav­vi­ci­na­men­to con l’Organizzazione di coo­pe­ra­zio­ne di Shan­ghai (Ocs) (11) rap­pre­sen­ti in que­sto con­te­sto, secon­do Reza-Dja­li­li, «un sal­va­gen­te del­la poli­ti­ca ira­nia­na nell’Asia cen­tra­le. Per que­sto tra­mi­te, Teh­ran può intrec­cia­re lega­mi con l’Asia, in par­ti­co­la­re con la Cina, e raf­for­zar­si nel suo brac­cio di fer­ro con gli Sta­ti uni­ti». Da par­te sua, la Cina — spie­ga Thier­ry Kell­ner, spe­cia­li­sta del­la Cina e dell’Asia cen­tra­le — per­se­gue tre obiet­ti­vi in que­sto «Gran­de Gio­co»: «La sua sicu­rez­za, in par­ti­co­la­re nel­la pro­vin­cia tur­co­fo­na del­lo Xin­jiang, che fian­cheg­gia l’Asia cen­tra­le; la coo­pe­ra­zio­ne con i vici­ni, per impe­di­re che un’altra gran­de poten­za diven­ti trop­po poten­te nel­lo spa­zio cen­tro-asia­ti­co; infi­ne l’approvvigionamento ener­ge­ti­co». I nume­ro­si acqui­sti di dirit­ti di estra­zio­ne petro­li­fe­ra di Pechi­no in Asia cen­tra­le, da alcu­ni anni, han­no fat­to cor­re­re mol­to inchio­stro. Nel dicem­bre 2005, la Cina inau­gu­ra­va addi­rit­tu­ra un oleo­dot­to che col­le­ga Atas­su, nel Kaza­kh­stan, ad Ala­chan­ku, nel­lo Xin­jiang. «Il pri­mo con­trat­to petro­li­fe­ro fir­ma­to da Pechi­no nell’Asia cen­tra­le risa­le al 1997 — rile­va Kell­ner. La Cina lavo­ra sul lun­go ter­mi­ne. Ha sapu­to costrui­re basi soli­de nell’Asia cen­tra­le, e oggi que­sta poli­ti­ca paga».
Que­sta fre­ne­sia di acqui­sti non rispon­de sol­tan­to alla richie­sta di idro­car­bu­ri in un pae­se che ha una cre­sci­ta annua del 10%. Secon­do Kell­ner, tra­du­ce anche la sua visio­ne geo­po­li­ti­ca: «La Cina non vede le cose in ter­mi­ni di mer­ca­to, seb­be­ne l’offerta e la richie­sta di petro­lio sia­no glo­ba­liz­za­te. Per garan­ti­re la pro­pria sicu­rez­za ener­ge­ti­ca, si offre gia­ci­men­ti e oleo­dot­ti che ne assi­cu­ra­no l’approvvigionamento diret­to, ma che sono mol­to costo­si. Men­tre è essen­zia­le che offer­ta e doman­da si equi­li­bri­no a livel­lo mon­dia­le per man­te­ne­re i prezzi.
Nel suo stes­so inte­res­se, Pechi­no dovreb­be piut­to­sto con­tri­bui­re a que­sto equi­li­brio sen­za neces­sa­ria­men­te pen­sa­re ai pro­pri approv­vi­gio­na­men­ti diretti».
Le ex repub­bli­che sovie­ti­che sfrut­ta­no la con­cor­ren­za tra le gran­di poten­ze per con­so­li­da­re la pro­pria indi­pen­den­za eco­no­mi­ca e poli­ti­ca Inve­sti­re nell’Asia cen­tra­le signi­fi­ca anche, per i cine­si, la pos­si­bi­li­tà di inse­rir­si negli affa­ri del­la regio­ne per con­tri­bui­re alla sua sicu­rez­za — così dico­no. Pechi­no si impe­gna nell’Ocs per fede­ra­re gli sta­ti mem­bri sui temi pre­di­let­ti, come la lot­ta con­tro il ter­ro­ri­smo o la coo­pe­ra­zio­ne eco­no­mi­ca ed ener­ge­ti­ca. Di più, l’organizzazione for­ma un bloc­co in gra­do di crea­re una for­te soli­da­rie­tà in caso di desta­bi­liz­za­zio­ne del­la regio­ne, o di accre­sciu­ta influen­za degli Sta­ti uni­ti che potreb­be­ro arri­va­re al pun­to di minac­cia­re i pote­ri costi­tui­ti. L’ondata di «rivo­lu­zio­ni colo­ra­te» nel­lo spa­zio ex-sovie­ti­co a par­ti­re dal 2003 ha così por­ta­to l’organizzazione a pren­de­re una posi­zio­ne più net­ta con­tro Washing­ton. Nel luglio 2005, ad esem­pio, i suoi sei mem­bri soste­ne­va­no Tash­kent nel­la sua esi­gen­za di chiu­de­re la base mili­ta­re aerea ame­ri­ca­na di Kar­shi-Kha­na­bad, aper­ta nel qua­dro dell’operazione in Afgha­ni­stan. In effet­ti, non esi­ste più nes­sun Gl sul suo­lo uzbe­ko. In real­tà, il «gran­de gio­co» con­vie­ne alle repub­bli­che d’Asia cen­tra­le e del Cau­ca­so che pun­ta­no sul­la con­cor­ren­za tra le gran­di potenze.
Diven­ta­no un po’ più indi­pen­den­ti, in quan­to pos­so­no dire di «no» a una di que­ste gran­di poten­ze per rivol­ger­si a un’altra gran­de capitale.
Il che spes­so signi­fi­ca soprat­tut­to sce­glie­re la pro­pria dipendenza.
Men­tre il Kaza­ki­stan apre la sua eco­no­mia al mon­do, l’Uzbekistan la chiu­de, e men­tre la Geor­gia pun­ta fino in fon­do sul­la car­ta ame­ri­ca­na, il Turk­me­ni­stan con­ser­va una pro­fon­da sfi­du­cia nei con­fron­ti di Washington.
Al di là di que­ste dif­fe­ren­ze, il «gran­de gio­co» con­sen­te loro di esse­re meno costret­te a segui­re la stra­da impo­sta da una del­le poten­ze domi­nan­ti. Ad esem­pio, se il discor­so demo­cra­ti­co dell’Occidente com­pro­met­te gli inte­res­si dei diri­gen­ti cen­tro-asia­ti­ci o cau­ca­si­ci, essi pos­so­no comun­que vol­tar­gli le spal­le, visto che né Pechi­no né Mosca sono mol­to rigo­ro­si in mate­ria. A dire il vero, nem­me­no Washing­ton o Bru­xel­les lo sono sistematicamente.
Gli impe­ra­ti­vi stra­te­gi­ci li por­ta­no spes­so a rele­ga­re i dirit­ti del­la per­so­na in secon­do pia­no, cosa che discre­di­ta note­vol­men­te i valo­ri cosid­det­ti «occi­den­ta­li», nei qua­li i pote­ri del­la regio­ne non vedo­no altro che un’arma ideo­lo­gi­ca. Dopo il 2003, per met­te­re a tace­re le cri­ti­che, i loro diri­gen­ti per­fe­zio­na­no, mese dopo mese, un discor­so sul loro modo «orien­ta­le», di costrui­re la demo­cra­zia a casa pro­pria. Nel frat­tem­po, la cor­ru­zio­ne regna in que­sto «gran­de gio­co»: la man­na del petro­lio e del gas, anche se si trat­ta di ric­chez­ze nazio­na­li, sfug­ge in gran par­te al con­trol­lo demo­cra­ti­co degli abi­tan­ti di que­sti paesi.

note:
* Gior­na­li­sta indi­pen­den­te, Bishek (Kir­ghi­zi­stan)
(1) Si leg­ga Vic­ken Che­te­rian, «Il “Gran­de Gio­co” del petro­lio in Trans­cau­ca­sia» e «L’Asia cen­tra­le, retro­via ame­ri­ca­na», Le Mon­de diplomatique/il mani­fe­sto, rispet­ti­va­men­te otto­bre 1997 e feb­bra­io 2003.
(2) La teo­ria del­lo Hear­tland si deve al bri­tan­ni­co Hal­ford John Mac­kin­der (1861–1947). Padre del­la geo­po­li­ti­ca con­tem­po­ra­nea, egli con­ce­pi­va il pia­ne­ta come un insie­me che gira intor­no al con­ti­nen­te eura­sia­ti­co, lo Hear­tland. Per domi­na­re il mon­do, occor­re domi­na­re que­sto «per­no geo­gra­fi­co del mon­do». Mac­kin­der rite­ne­va che la Rus­sia, padro­na dell’Heartland a cau­sa del­la sua posi­zio­ne geo­gra­fi­ca, pos­se­des­se una supe­rio­ri­tà stra­te­gi­ca sul­la Gran Bre­ta­gna, poten­za marittima.
(3) Sul «gran­de gio­co», cfr. Peter Hop­kirk, The Great Game, On Secret Ser­vi­ce in Cen­tral Asia, Oxford Uni­ver­si­ty Press, New York, 1991.
Per un bre­ve rias­sun­to, cfr. Boris Eisen­baum, Guer­res en Asie centrale.
Lut­tes d’influences, pétro­le, isla­mi­sme et mafias, 1850–2004, Gras­set, Pari­gi, 2005.
(4) Egli pub­bli­che­rà il pros­si­mo otto­bre un libro inti­to­la­to The Oil and the Glo­ry: The Pur­suit of Empi­re and For­tu­ne on the Caspian Sea, Ran­dom Hou­se, New York, 2007.
(5) «Oil and the New “Great Game”», The Nation, New York, 16 feb­bra­io 2004.
(6) Si leg­ga Vic­ken Che­te­rian, «Le stra­ne rivo­lu­zio­ni che avven­go­no all’Est», Le Mon­de diplomatique/il mani­fe­sto, otto­bre 2005.
(7) Si leg­ga Vic­ken Che­te­rian, «La rivo­lu­zio­ne aran­cio­ne si sco­lo­ra», Le Mon­de diplomatique/il mani­fe­sto, set­tem­bre 2006.
(8) Jérô­me Guil­let, «Gaz­prom, par­te­nai­re pré­vi­si­bi­le: reli­re les cri­ses éner­gé­ti­ques Rus­sie-Ukrai­ne et Rus­sie-Bela­rus», Rus­sie, Nei­Vi­sions, n° 18 Ifri, mar­zo 2007. Per una visio­ne oppo­sta, cfr. Chri­sto­phe-Ale­xan­dre Pail­lard, «Gasprom: mode d’emploi pour un sui­ci­de éner­gé­ti­que», Rus­sie, Nei Visions, n° 17 Ifri, mar­zo 2007.
(9) Cfr. «La Géor­gie ten­te de rédui­re sa dépen­dan­ce éner­gé­ti­que vis-à-vis de la Rus­sie», Bul­le­tin de l’industrie pétro­liè­re, Pari­gi, 8 feb­bra­io 2007.
(10) Gli azio­ni­sti di Agip Kco sono Eni (18,52%), Exxon­Mo­bil (18,52%); Shell (18,52%), Cono­co­Phil­lips (9,26%), la socie­tà nazio­na­le petro­li­fe­ra kaza­ka Kaz­Mu­nay­Gas (8,33%), Inpex (8,33%).
(11) L’Ocs è sta­ta crea­ta nel 1996 con la deno­mi­na­zio­ne di «grup­po di Shan­ghai». Com­pren­de oggi sei Sta­ti mem­bri (Cina, Kaza­kh­stan, Kir­ghi­zi­stan, Uzbe­ki­stan, Rus­sia, Tagi­ki­stan) e quat­tro osser­va­to­ri (India, Iran, Mon­go­lia, Paki­stan). Que­sto ulti­mo sta­tu­to di osser­va­to­re è sta­to nega­to agli Sta­ti uniti.

0

L’Oriente e l’Occidente si contendono l’oro nero

San Fran­ci­sco Chro­ni­cle | Dome­ni­ca 9 dicem­bre 2007 | Kel­ly McEvers |

In 1859, a reti­red rail­way con­duc­tor named Edwin Dra­ke struck oil in a tiny Penn­syl­va­nia town cal­led Titu­svil­le. Back then, cru­de was refi­ned for use in kero­se­ne lamps. Soon, the Dra­ke Well was pum­ping hun­dreds of thou­sands of bar­rels of oil. The Petro­leum Age was under way.
Yet few Ame­ri­cans know that a deca­de befo­re this ama­zing disco­ve­ry, the world’s fir­st com­mer­cial oil well had alrea­dy been plum­bed on a penin­su­la far from Penn­syl­va­nia, a penin­su­la who­se name means “pla­ce of sal­ty waters” — a hook of land that juts into the bri­ny Caspian Sea.
Land­loc­ked by Iran, Turk­me­ni­stan, Kaza­kh­stan, Rus­sia, Azer­bai­jan — names that Ame­ri­cans the­se days might asso­cia­te with an abun­dan­ce of natu­ral resour­ces — the Caspian Sea is actual­ly a lake, but one that hap­pens to blan­ket some of the world’s lar­ge­st oil and gas fields.
To spend time in any of the­se coun­tries, four of which once belon­ged to the Soviet Union, is to see the names such as Che­vron and BP embla­zo­ned on eve­ry­thing from sta­tio­ne­ry to ship­ping con­tai­ners and to won­der, how did Western com­pa­nies get here?
Ste­ve LeVi­ne, an ener­gy cor­re­spon­dent for the Wall Street Jour­nal who cove­red the Caspian region from 1992 to 2003, answers this que­stion in sur­pri­sing detail in “The Oil and the Glo­ry.” Chan­ce mee­tings on pla­nes, Con­nec­ti­cut man­sions, CIA debrie­fings, Carib­bean yacht crui­ses, Gul­fstream jets — all the­se are set pie­ces in LeVine’s account of how, long befo­re it was offi­cial poli­cy, Western oil­men “instinc­ti­ve­ly gra­sped the essen­ce of déten­te” with the Evil Empi­re, and found ways to open it up for business.
Oil dea­lings bet­ween the West and Soviet Union star­ted as far back as 1928, when Jose­ph Sta­lin laun­ched a five-year plan to revi­ve Soviet indu­stry and “una­ba­shed­ly employed Ame­ri­cans and Euro­peans” to deve­lop the oil fields off the Caspian Sea.
Later, after World War II, when the Allies’ rela­tion­ship with Sta­lin sou­red and the Cold War began, it took midd­le­men, such as a flam­boyant Tur­kish Arme­nian emi­gre in Boston and his pro­te­ge, a wily Cali­for­nia social clim­ber, to open doors for Western oil­men in an other­wi­se clo­sed Soviet Union.
That Cali­for­nian was Jim Gif­fen, who gol­fed and glad-han­ded his way to a job as chief advi­ser to Che­vron, which even­tual­ly signed a momen­tous deal to drill and mana­ge day-to-day ope­ra­tions at a “super­giant” oil field cal­led Ten­giz, just off Kaza­kh­stan in the Caspian Sea — and keep 20 per­cent of the profits.
Gif­fen see­med to know all the right hands to sha­ke in late 1980s Moscow, espe­cial­ly after Soviet Pre­si­dent Mikhail Gor­ba­chev lega­li­zed joint ven­tu­res with the West, and later in Kaza­kh­stan, when it and other repu­blics gai­ned inde­pen­den­ce and were able to nego­tia­te oil deals on their own.
Throu­ghout that hea­dy, chao­tic time, Gif­fen had a par­ti­cu­lar abi­li­ty to make it appear as if his pro­po­sals for Ame­ri­can com­pa­nies to exploit Soviet oil fields had the bles­sing of Washing­ton. The domi­nant fea­tu­re in Giffen’s New York offi­ce, LeVi­ne wri­tes, was pho­to­gra­phs of Gif­fen with key players in the U.S. govern­ment and big oil, inclu­ding one of Con­do­leez­za Rice, who then was on Chevron’s board of directors.
Yet even Gif­fen couldn’t have pre­dic­ted how swif­tly the Soviet Union would col­lap­se — or how fier­ce­ly his allies in Moscow would try to thwart Western ven­tu­res in the new­ly inde­pen­dent, post-Soviet republics.
The Che­vron-Ten­giz deal in Kaza­kh­stan, for instan­ce, got much more com­pli­ca­ted when the com­pa­ny was for­ced to trans­port its cru­de throu­gh old, small Soviet pipe­li­nes, whe­re high-qua­li­ty Ten­giz oil had to mix with a blend of lower-qua­li­ty Rus­sian cru­de, and Rus­sia char­ged high tariffs for the privilege.
So began a poli­cy shift in the Uni­ted Sta­tes — away from ope­ning up to the enti­re post-Soviet region in favor of exploi­ting Caspian oil whi­le con­tai­ning Rus­sia. But this poli­cy shift did not come easi­ly, LeVi­ne reports, espe­cial­ly given the influen­ce over then-Pre­si­dent Bill Clin­ton of his long­ti­me friend and depu­ty secre­ta­ry of sta­te, Stro­be Tal­bott, who belie­ved that the awa­ke­ning giant, Rus­sia, must be appea­sed at all costs.
Even­tual­ly, thou­gh, mid­le­vel players in the admi­ni­stra­tion were able to make the case that it was in America’s inte­re­st to sup­port an oil pipe­li­ne from East to West that cir­cum­ven­ted Rus­sia, and archri­val Iran. The plan was to start the pipe­li­ne at the Caspian, tra­vel over the moun­tains of new­ly inde­pen­dent Geor­gia and end at the Tur­kish port of Cey­han, on the Medi­ter­ra­nean Sea.
LeVi­ne meti­cu­lou­sly recoun­ts the pro­cess of get­ting this pipe­li­ne built — a pro­cess that span­ned more than a deca­de and seve­ral admi­ni­stra­tions in a han­d­ful of coun­tries — pain­ting a rare pic­tu­re of how a few deter­mi­ned poli­cy­ma­kers can alter the geo­po­li­ti­cal map.
That level of detail seems gra­tui­tous the few times LeVi­ne talks to town­speo­ple in the­se far-flung repu­blics, peo­ple without indoor plum­bing who gai­ned lit­tle from the oil boom. The­se pas­sa­ges seem too quick and too for­ced, as does a chap­ter on a fai­led Uno­cal plan to build a pipe­li­ne across Afgha­ni­stan. The only real scoop here is that the com­pa­ny bought and instal­led a fax machi­ne for the Taliban.
Other­wi­se, “The Oil and the Glo­ry” is a fine, grip­ping read, one that takes us to a once-for­bid­den land, and sho­ws us how many others have gone befo­re us — and prospered.

0

Il petrolio e la gloria di Steve LeVine

Con­de Nast Port­fo­lio | Novem­bre 2007 | Andy Young |

The Caspian Sea region’s oil was com­mer­cia­li­zed in 1886, when Zey­na­lab­din Tagiyev—known as the Azer­bai­ja­ni Eunuch Maker—struck a gusher that spewed more cru­de into the sea than all the world’s func­tio­nal wells were pro­du­cing at the time. As LeVine’s enga­ging account details, the area has sin­ce been disco­ve­red, plun­de­red, and for­got­ten time and again. But now, with the ope­ning of the Baku-Cey­han pipe­li­ne in spring 2006, the Caspian may well be the key to our ener­gy inde­pen­den­ce from the Midd­le East. A for­mer Wall Street Jour­nal wri­ter, LeVi­ne brings this all ali­ve by intro­du­cing us to regio­nal strong­men, Ame­ri­can fixers, Western oil-com­pa­ny exe­cu­ti­ves, and sha­dy ener­gy tra­ders who, sin­ce the brea­kup of the Soviet empi­re, have jostled for Cen­tral Asia’s enor­mous oil pri­ze whi­le Mother Rus­sia looms mena­cin­gly in the back­ground. The deft poli­ti­cal por­trait of this stra­te­gic, vola­ti­le area makes the book essen­tial rea­ding, but it’s LeVine’s fine wri­ting that makes it a pleasure.

0

Il petrolio e la gloria. La corsa al dominio e alle ricchezze della regione del Mar Caspio

Forei­gn Affairs | Novembre/Dicembre 2007 | Robert Legvold |

Hard­ly any topic has been more chewed over in recent years than the poli­tics of Caspian Sea oil and gas. But behind the repor­ted head but­ting of govern­men­ts, the play-by-play over pipe­li­nes, and an end­less stream of aca­de­mic con­fe­ren­ces, a bare-knuc­kle, swa­sh­buc­kling dra­ma has pit­ched and rol­led, with oil­men vying for a share of the­se riches. LeVi­ne, a cor­re­spon­dent for The Wall Street Jour­nal, has done due dili­gen­ce in fra­ming both the histo­ri­cal and the con­tem­po­ra­ry poli­ti­cal set­tings, but the treat is in the roi­ling tale of the gam­bles, bra­va­do, and maneu­ve­ring of the deal­ma­kers. James Gif­fen, the impre­sa­rio of Kazakhstan’s oil sur­ge, now under indict­ment in U.S. court, plays a cen­tral role, but the­re are many others in the cast. Like a good sce­na­ri­st, LeVi­ne deve­lops the cha­rac­ters for each seg­ment befo­re pro­cee­ding with the plot. For peo­ple who liked Michael Dou­glas in Wall Street, here is an even more sub­tle and com­plex movie script.

0

La corsa al petrolio nel Mar Caspio

Busi­nes­sWeek | Lune­dì 12 novem­bre 2007 | Stan­ley Reed |

The disin­te­gra­tion of the Soviet Union in the ear­ly 1990s unlea­shed a modern-day Klon­di­ke in the bleak but oil-soa­ked region around the Caspian Sea. Sto­ries of how com­pa­nies such as Che­vron (CVX ) and Exxon­Mo­bil (XOM ) gai­ned access to the huge oil fields of Kaza­kh­stan and Azer­bai­jan have lea­ked out in dribs and drabs, but now Ste­ve LeVi­ne has gathe­red the who­le Wild East tale in one can­ny and enter­tai­ning book, The Oil and the Glo­ry: The Pur­suit of Empi­re and For­tu­ne on the Caspian Sea.
LeVi­ne, who spent many years in Rus­sia and its nei­gh­bors as a cor­re­spon­dent for The Wall Street Jour­nal and other publi­ca­tions, has fil­led his volu­me with intri­guing, some­ti­mes daun­ting cha­rac­ters. Lud­vig Nobel, a 19th cen­tu­ry entre­pre­neur and mem­ber of the famed Swe­dish fami­ly, orga­ni­zed the Caspian oil tra­de much as John D. Roc­ke­fel­ler did the U.S. busi­ness. Zey­na­lab­din Tagiyev, an Aze­ri oil baron of the 1880s, once orde­red ser­van­ts to castra­te a rival for his wife’s affec­tions. Marat Mana­fov, Azerbaijan’s oil nego­tia­tor during the 1990s, shook up mee­tings by poin­ting a pistol at Western oil executives.
More impor­tant, the book zooms in on the dubious prac­ti­ces, intri­gue, and poli­ti­cal arm-twi­sting that can be a key part of deals in deve­lo­ping nations, whe­re ever more of the oil busi­ness takes pla­ce. In Kaza­kh­stan in the 1990s, lar­ge sums from oil com­pa­nies alle­ged­ly ended up in the Swiss bank accoun­ts of the country’s Pre­si­dent. At the same time, in Azer­bai­jan, a $230 mil­lion “signing bonus” paid by a con­sor­tium of Western com­pa­nies was almo­st instan­tly disper­sed “to off­sho­re accoun­ts in coun­tries with lax ban­king laws,” accor­ding to a Penn­zoil offi­cial quo­ted by LeVine.
LeVi­ne also under­sco­res the inten­se­ly poli­ti­cal natu­re of oil. Both Rus­sia and the U.S. employed govern­ment muscle to influen­ce which com­pa­nies gai­ned access to Caspian coun­tries’ reser­ves and the rou­tes throu­gh which it would be expor­ted. Al Gore tried to use his Vice-Pre­si­den­tial clout in Chevron’s favor again­st the mave­rick Dutch oil tra­der John Deuss. Deuss, play­ing a cle­ver but ulti­ma­te­ly losing game, was try­ing to par­lay the bac­king of the Sul­tan of Oman into a lock on the vital pipe­li­ne rou­te out of Kazakhstan.
Much less inte­re­sting than such cha­rac­ters, in LeVine’s tel­ling, are the oil com­pa­ny exe­cu­ti­ves, who are bur­de­ned both by a sen­se of enti­tle­ment and a tin ear for local poli­tics. BP’s John Bro­w­ne, then head of the company’s explo­ra­tion and pro­duc­tion, did impress his Kaza­kh hosts by gul­ping down a local delicacy—a sheep’s eye. But, says LeVi­ne, Che­vron CEO Ken­neth Derr “lite­ral­ly tur­ned his back” on Kaza­kh­stan Pre­si­dent Nur­sul­tan Nazar­bayev when he asked for help in buil­ding a soc­cer sta­dium for his new capi­tal, Asta­na. Nazar­bayev, who­se oil Derr cove­ted, “was sui­ta­bly flab­ber­ga­sted and insulted.”
A key figu­re in much of the Caspian intri­gue was one James H. Gif­fen, the son of a Stock­ton (Calif.) haber­da­sher who beca­me a player in the hard-to-pene­tra­te world of U.S.-Soviet tra­de. In the mid-1980s, Gif­fen con­vin­ced Soviet lea­der Mikhail Gor­ba­chev that U.S. busi­ness could help cure his country’s ailing eco­no­my. The apex of Giffen’s career: the deal he bro­ke­red giving Che­vron exclu­si­ve rights to Kazakhstan’s Ten­giz, a gem of an oil field that is pro­ba­bly among the world’s 10 lar­ge­st. In return, says LeVi­ne, Gif­fen got 7.5 cen­ts on each bar­rel Che­vron pro­du­ced, poten­tial­ly tens of mil­lions of dollars.
For years Gif­fen, a fre­quent sour­ce for Busi­nes­sWeek repor­ters, master­ful­ly jug­gled dif­fe­rent inte­rests, inclu­ding the Kaza­khs, the oil com­pa­nies, and the CIA. He and Nazar­bayev “some­ti­mes retrea­ted into the coun­try­si­de for days at a time, accom­pa­nied by young Kaza­kh women and well sup­plied with whi­skey.” But his influen­ce waned, and in 2003 he was arre­sted at New York’s John F. Ken­ne­dy Inter­na­tio­nal Air­port on char­ges of fun­ne­ling $77 mil­lion in bri­bes from U.S. oil com­pa­nies to Nazar­bayev and other Kaza­kh insiders.
He still awai­ts trial, insi­sting that he had been, in LeVine’s words, “a U.S. agent in Kazakhstan…in one of the most stra­te­gic regions in the world.” Wha­te­ver hap­pens to him, the spot is sure to spa­wn other outra­geous cha­rac­ters to take his place.

0

Il petrolio e la gloria. La corsa all’impero e alla fortuna del Mar Caspio di Steve LeVine

 | Registan.net | Dome­ni­ca 21 otto­bre 2007 | Joshua Foust |

For well over a cen­tu­ry, the Caspian basin has been “the next big thing” for ener­gy, a poten­tial­ly weal­thy region crip­pled only by its inac­ces­si­bi­li­ty. This was the result of tech­no­lo­gy in the nine­teenth cen­tu­ry, when oil was expor­ted on mule­back, and later ideo­lo­gy, when the Bol­she­viks sei­zed Western asse­ts, and the Sovie­ts later denied wester­ners access only until they despe­ra­te­ly nee­ded cash. Sin­ce “The Fall,” the mad scram­ble for the region’s oil and gas has rea­ched a fever pitch, resul­ting in the destruc­tion of seve­ral lar­ge com­pa­nies, the acqui­si­tion of others, and an incre­di­ble degree of poli­ti­cal and com­mer­cial back-dea­ling and betrayal.
This sto­ry, which most only know in a gene­ral sen­se (if at all), is the sto­ry LeVi­ne lays out. The pri­ma­ry author of a blog which shares its name with his book, LeVi­ne was a regio­nal cor­re­spon­dent for the New York Times and the Alma­ty bureau chief for the Wall Street Jour­nal. Such a posi­tion gave him key access to many of the players he describes—from the hila­riou­sly pom­pous midd­le­men like James Gif­fen to heads of sta­te like Nur­sul­tan Nazarbayev—and a bra­cing, spell­bin­ding nar­ra­ti­ve full of intri­gue to tie toge­ther an incre­di­bly com­plex story.
Whi­le the broa­de­st stro­kes of this sto­ry aren’t espe­cial­ly new (regu­lar rea­ders of most blogs or news accoun­ts of Cen­tral Asia won’t find world-alte­ring sur­pri­ses), LeVi­ne adds value by not only pla­cing the cur­rent geo­po­li­ti­cal wran­gle in a broad histo­ri­cal con­text, but by offe­ring deep insights into what each of the players was thin­king, as well as all of the mes­sy back room nego­tia­tions that crea­ted the modern Caspian. This is whe­re his access as a jour­na­li­st real­ly comes out to shi­ne: he had the bene­fit of col­lec­ting inter­views and notes over more than a deca­de, all of which allo­wed him to craft what could be a defi­ni­ti­ve histo­ry not just of the strug­gle for Caspian oil, but of the men who strug­gled for it. New cha­rac­ters, mostly if not always unheard of pop in and out of the sto­ry, some­ti­mes chan­ging it but always adding intri­gue. For exam­ple, the erra­tic beha­vior of Aze­ri nego­tia­tor Marat Mana­fov, remem­be­red mostly for dra­wing a pistol on oil exe­cu­ti­ves at a posh hotel, was mind-bog­gling to read, espe­cial­ly in such a serious con­text and with such huge stakes.
Much like Ste­ve Coll’s master­pie­ce on the CIA-al-Qae­da strug­gle throu­ghout the 80s and 90s, this insi­der access is incre­di­bly valua­ble, but only gets you so far: at some point, the rea­li­za­tion sets in that this is everyone’s per­so­nal inter­pre­ta­tion and spin of what hap­pe­ned and what they were thin­king. Whi­le it’s true that this the case of most histo­ries, the relian­ce on per­so­na­li­ty lea­ves big gaps that I wish could be fil­led in, most espe­cial­ly what was hap­pe­ning on the Rus­sian side. We learn a great deal about what the Clin­ton Whi­te Hou­se was thin­king (and inter­nal­ly deba­ting) during the mad rush of the 90s, much of what the major oil exe­cu­ti­ves were up to, and even a sur­pri­sing amount of the nor­mal­ly hyper-pri­va­te midd­le­men. The­re is keen insight into what the Aze­ris and Kaza­khs were try­ing to get. But the cove­ra­ge of Rus­sia felt odd­ly flat.
This isn’t much of a criticism—there are only so many peo­ple one can talk to, even over a deca­de, espe­cial­ly on a sub­ject as inten­se­ly sen­si­ti­ve (and espe­cial­ly so in Rus­sia) as oil rights and explo­ra­tion and poli­tics. But whi­le such an exer­ci­se gains one an incre­di­ble glimp­se into how the oil indu­stry ope­ra­tes, and more impor­tan­tly how it plays into natio­nal and inter­na­tio­nal poli­tics, it can only go so far.
Indeed, whi­le this is a glo­rious histo­ry writ­ten in the vein of Hopkirk’s The Great Game, it is short on ana­ly­sis. Whi­le LeVi­ne rai­ses appro­pria­te and trou­bling questions—such as Russia’s relia­bi­li­ty as an hone­st bro­ker or tra­ding part­ner, and whe­ther America’s self-inser­tion into the region will be for good or ill—there’s not much here to help in answe­ring them.
The histo­ry, howe­ver, is indeed glo­rious. I found the ope­ning sec­tion, in which LeVi­ne details the fir­st Baku boom a cen­tu­ry ago, of incre­di­ble inte­re­st. Asi­de from the gau­dy exces­ses of the ori­gi­nal barons (the cur­rent ones are more discreet in how they blow mil­lions on luxu­ry), what was most stri­king was the incre­di­ble waste. This was some­thing even the con­tem­po­ra­ry Euro­peans, such as the descen­dan­ts of Alfred Nobel (who not only were the pri­ma­ry deve­lo­pers in Baku, but also inven­ted the modern oil tan­ker), found shoc­king. Wells would be tap­ped and left as gushers, spewing untold amoun­ts of wealth into the air and then into the ground, making eve­ry­thing a sou­py, use­less, toxic mess. This hor­ren­dous waste and pol­lu­tion, unfor­tu­na­te­ly, con­ti­nued throu­gh the Soviet era, right to the 1985 Ten­giz blo­wout that bur­ned for over a year. 85 miles away, 700-ft tall column of fla­me was visi­ble, and appa­ren­tly it was so hot water boi­led from near­ly 200 feet away.
There’s ano­ther untold sto­ry the­re, one perhaps wor­thy of fol­low up: the unbe­lie­va­ble envi­ron­men­tal dama­ge the Sovie­ts wrought, in Cen­tral Asia (mostly Kaza­kh­stan, as the Aral Sea, Semi­pa­la­tin­sk, and Ten­giz disa­sters may indi­ca­te), but across the enti­re USSR. Oil is a mes­say, dan­ge­rous industry—that much eve­ryo­ne can agree to (and the bat­tle over pre­ser­ving the wild­li­fe refu­ges off Sakha­lin speak to some long-over­due push back again­st rec­kless explo­ra­tion). But so is com­mu­ni­sm, both in the hun­dred mil­lion peo­ple sacri­fi­ced to its ideo­lo­gy last cen­tu­ry and the con­ti­nued lega­cy of the scars its land bears. LeVine’s book is an impor­tant part of this sto­ry, and is so well writ­ten it is worth rea­ding even if one has no inte­re­st on the sub­ject. But it is only a part of a much gran­der, and sad­der, story.

0

Nel vortice del petrolio

Panorama.it | Gio­ve­dì 24 Gen­na­io 2008 | Pino Buongiorno |

Sono poten­ti. Sono cele­bri. Ma quest’anno sono anche ter­ri­bil­men­te ansio­si. I 2.450 par­te­ci­pan­ti all’annuale appun­ta­men­to del World eco­no­mic forum di Davos, sul­le Alpi sviz­ze­re, dal 23 al 27 gen­na­io, san­no che è ini­zia­to un anno di straor­di­na­rie incer­tez­ze poli­ti­che ed eco­no­mi­che, come mai negli ulti­mi due decenni.
Pri­ma di par­ti­re per la «Magi­ca mon­ta­gna» tan­to cara a Tho­mas Mann, i capi di sta­to e di gover­no, gli impren­di­to­ri del­le mul­ti­na­zio­na­li, gli acca­de­mi­ci e gli scien­zia­ti di fama han­no rice­vu­to un volu­mi­no­so rap­por­to inti­to­la­to «Rischi 2008». Il livel­lo di allar­me, segna­la­to dai 100 top mana­ger ed esper­ti inter­vi­sta­ti, è altis­si­mo sia per i timo­ri cre­scen­ti di un’imminente sta­gna­zio­ne ame­ri­ca­na ed euro­pea sia per il vuo­to poli­ti­co che si è venu­to a crea­re nell’anno del­le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li in Rus­sia e in Ame­ri­ca. «È un futu­ro di sfi­de ecce­zio­na­li» avver­te Klaus Sch­wab, il fon­da­to­re del World eco­no­mic forum. «Ma anche di oppor­tu­ni­tà per dimo­stra­re le capa­ci­tà di leadership».
In soli 12 mesi il pia­ne­ta è cam­bia­to pro­fon­da­men­te. L’anno scor­so si discu­te­va di cam­bia­men­to del cli­ma. L’agenda poli­ti­ca del 2008 rimet­te al pri­mo pun­to la sicu­rez­za del­le fon­ti ener­ge­ti­che, come all’inizio degli anni Ottan­ta. La poli­ti­ca este­ra ame­ri­ca­na ha sem­pre avu­to come prin­ci­pio gui­da quel­lo di evi­ta­re che altre nazio­ni potes­se­ro usa­re l’oro nero per far avan­za­re le pro­prie pre­te­se ege­mo­ni­che. Dun­que, petro­lio acces­si­bi­le per tut­ti, a prez­zi di mer­ca­to. Ma diver­si muta­men­ti nel rap­por­to doman­da-offer­ta ora minac­cia­no que­sto sistema.
Il gap ten­de a ridur­si, la pro­du­zio­ne è ai mas­si­mi livel­li e i con­su­mi, soprat­tut­to negli Sta­ti Uni­ti e in Asia, cre­sco­no espo­nen­zial­men­te: dagli 87 miliar­di di bari­li attua­li ai 110 miliar­di fra una deci­na di anni.
Nell’era dei 100 dol­la­ri al bari­le, la fati­di­ca soglia toc­ca­ta il 2 gen­na­io scor­so, i pae­si pro­dut­to­ri festeg­gia­no una pro­spe­ri­tà sen­za pre­ce­den­ti: 700 miliar­di di dol­la­ri in più solo nel 2007. La con­se­guen­za fin trop­po ovvia è che alcu­ni di essi, Rus­sia in par­ti­co­la­re (ma anche Vene­zue­la), voglio­no gio­ca­re un ruo­lo poli­ti­co assai più incisivo.
Nel­lo stes­so tem­po la sete di petro­lio scuo­te i pae­si con­su­ma­to­ri (Usa, Unio­ne Euro­pea, Giap­po­ne, India e Cina), che si lan­cia­no in una cac­cia spa­smo­di­ca all’ultima goc­cia di greg­gio, facen­do veni­re meno le vec­chie allean­ze e sna­tu­ran­do le rego­le del mercato.
Ter­zo: le gran­di com­pa­gnie petro­li­fe­re per­do­no pro­gres­si­va­men­te ter­re­no nei pae­si pro­dut­to­ri. Devo­no affron­ta­re un peri­co­lo­so «nazio­na­li­smo del­le risor­se» che por­ta a uti­liz­za­re l’energia come arma poli­ti­ca pri­vi­le­gia­ta. Sono doman­de fin trop­po reto­ri­che quel­le che si pone un recen­te rap­por­to del Natio­nal petro­leum coun­cil ame­ri­ca­no: «La com­pe­ti­ti­vi­tà per le risor­se sem­pre più scar­se sfo­ce­rà in con­flit­ti poli­ti­ci e anche mili­ta­ri fra le mag­gio­ri potenze?».
E anco­ra: «Gli accor­di bila­te­ra­li fra le nazio­ni diven­te­ran­no comu­ni, nel momen­to in cui i gover­ni ten­ta­no di assi­cu­rar­si i pro­dot­ti ener­ge­ti­ci al di fuo­ri dei tra­di­zio­na­li mec­ca­ni­smi di mer­ca­to?». La real­tà, al di là del­le pre­vi­sio­ni più fosche, è che l’ordine mon­dia­le è sta­to scon­vol­to. La super­po­ten­za ame­ri­ca­na non det­ta più leg­ge da sola e soprat­tut­to non ha più l’influenza di una vol­ta. Quan­do Geor­ge W. Bush arri­vò alla Casa Bian­ca, nel gen­na­io 2001, il bari­le costa­va 30 dol­la­ri. Quan­do ini­ziò il secon­do man­da­to, nel gen­na­io 2005, era sali­to a 48 dol­la­ri, fino ai 100,1 dol­la­ri del 2 gen­na­io: una cre­sci­ta com­ples­si­va di qua­si il 230 per cen­to. Lo shock negli Sta­ti Uni­ti, ubria­chi di ben­zi­na a bas­so prez­zo, è sta­to ter­ri­bi­le, tan­to da bloc­ca­re la cre­sci­ta, assie­me alla cri­si del cre­di­to, al crol­lo del mer­ca­to immo­bi­lia­re e alla sva­lu­ta­zio­ne del dollaro.
Scen­do­no gli Sta­ti Uni­ti, avan­za­no nuo­vi pro­ta­go­ni­sti. Oggi il mon­do si può defi­ni­re mul­ti­po­la­re. La Cina, il secon­do pae­se con­su­ma­to­re di ener­gia, si è mes­sa a com­pe­te­re sul­le rot­te del petro­lio, tra­sfor­man­do­si in una poten­za qua­si neo­co­lo­nia­le in Afri­ca e in Sud Ame­ri­ca. Per pro­teg­ge­re i con­trat­ti nei nuo­vi mer­ca­ti dei pae­si emer­gen­ti il gover­no di Pechi­no ha deci­so di uti­liz­za­re la for­za nava­le e aerea.
Secon­do un rap­por­to del Pen­ta­go­no, la Cina sta addi­rit­tu­ra costruen­do una flot­ta di cin­que nuo­vi sot­to­ma­ri­ni nuclea­ri inter­con­ti­nen­ta­li, dota­ti di mis­si­li balistici.
Anco­ra più sor­pren­den­te è la resur­re­zio­ne del­la Rus­sia nel cor­so degli ulti­mi 18 mesi. «Il Crem­li­no ha sco­per­to che nel 21° seco­lo è più faci­le mar­cia­re attra­ver­so l’Europa facen­do busi­ness piut­to­sto che con l’Armata ros­sa» dichia­ra a Pano­ra­ma Ste­ve Levi­ne, uno dei mag­gio­ri esper­ti del­la nuo­va geo­po­li­ti­ca dell’energia, auto­re del recen­te best-sel­ler Oil and Glo­ry. «È un’altra dimen­sio­ne nel­lo spo­sta­men­to del cen­tro di gra­vi­tà per quan­to riguar­da l’influenza glo­ba­le ver­so est».
Nel­le dichia­ra­zio­ni uffi­cia­li Sta­ti Uni­ti e Unio­ne Euro­pea si oppon­go­no ai pia­ni rus­si di costru­zio­ne dei nuo­vi gasdot­ti. Eppu­re, chie­de Levi­ne, «chi sono i part­ner del­la Rus­sia in que­sti progetti?
Ger­ma­nia e Ita­lia. Il Crem­li­no usa la for­za o la per­sua­sio­ne, a secon­da degli inter­lo­cu­to­ri, per con­vin­ce­re socie­tà come Eni, Basf ed E.On a coo­pe­ra­re sia nei pro­gram­mi del South Stream sia in quel­li del North Stream. È il prez­zo da paga­re per ave­re acces­so ai gia­ci­men­ti di gas natu­ra­le russo».
Dopo aver ono­ra­to tut­ti i debi­ti, il gover­no rus­so ha aumen­ta­to il bud­get fede­ra­le di 10 vol­te dal 1999, ha accu­mu­la­to riser­ve in oro e in mone­te for­ti pari a 425 miliar­di di dol­la­ri e ha crea­to un fon­do di sta­bi­liz­za­zio­ne di 150 miliar­di di dol­la­ri. Il risul­ta­to è che il pre­si­den­te Vla­di­mir Putin e il suo pro­ba­bi­le suc­ces­so­re Dmi­tri Med­ve­dev sono in gra­do oggi di recla­ma­re il ritor­no alla pro­pria sfe­ra d’influenza del­le ex repub­bli­che sovietiche.
Non solo, han­no la for­za per resi­ste­re al nuo­vo siste­ma di dife­sa mis­si­li­sti­co volu­to da Washing­ton nell’Europa orien­ta­le e per affron­ta­re in pie­na auto­no­mia que­stio­ni sca­bro­se come il nuclea­re ira­nia­no e l’indipendenza del Kosovo.
Anche il vene­zue­la­no Hugo Chá­vez usa l’improvvisa ric­chez­za per allar­ga­re il suo rag­gio d’azione soprat­tut­to in Ame­ri­ca Lati­na, dove può con­ta­re su allea­ti fede­li in Boli­via, Nica­ra­gua e per­si­no in Argen­ti­na. A Bue­nos Aires è esplo­so nel­le scor­se set­ti­ma­ne uno scan­da­lo poli­ti­co per i pre­sun­ti finan­zia­men­ti elar­gi­ti da Chá­vez alla cam­pa­gna elet­to­ra­le del­la vin­ci­tri­ce Cri­sti­na Kirchner.
All’improvviso, gra­zie ai 13 miliar­di di bari­li del mega­gia­ci­men­to di Kasha­gan, dove ha un ruo­lo chia­ve l’Eni, il Kaza­kh­stan rin­no­va il «Gran­de gio­co» nell’Asia cen­tra­le pre­ten­den­do il ruo­lo di arbi­tro. Rus­sia, Cina, Sta­ti Uni­ti e Unio­ne Euro­pea cor­teg­gia­no il pre­si­den­te Nur­sul­tan Nazar­ba­iev e si con­ten­do­no gli oleo­dot­ti. L’autocrate di Asta­na è abi­le ad accon­ten­ta­re ora una super­po­ten­za ora l’altra, man­te­nen­do sem­pre in equi­li­brio la bilan­cia del pote­re, ma badan­do a pro­teg­ge­re i pro­pri interessi.
Per chiu­de­re il con­ten­zio­so sul­lo sfrut­ta­men­to di Kasha­gan, sol­le­va­to l’estate scor­sa, Nazar­ba­iev ha otte­nu­to un bonus di 4,5 miliar­di di dol­la­ri per i ritar­di nel­la pro­du­zio­ne e ha fat­to tra­sfe­ri­re l’8,5 per cen­to dell’intero pro­get­to alla socie­tà petro­li­fe­ra di sta­to Kaz­Mu­nai­gaz, mes­sa sul­lo stes­so pia­no del­le sorel­le occi­den­ta­li maggiori.
Anche la Tur­chia, cen­tro nevral­gi­co per il pas­sag­gio del­le petro­lie­re e degli oleo­dot­ti, ritor­na agli anti­chi splen­do­ri sul pal­co­sce­ni­co inter­na­zio­na­le, coc­co­la­ta da mol­te diplo­ma­zie, pri­me fra tut­te quel­le ame­ri­ca­na e italiana.
In que­sta nuo­va geo­po­li­ti­ca gui­da­ta dal bari­le di greg­gio c’è chi non si accon­ten­ta solo di con­ta­re di più, ma fa shop­ping stra­te­gi­co in giro per il mondo.
È il caso dell’Arabia Sau­di­ta e degli Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti. «Que­sti pae­si pro­dut­to­ri voglio­no un posto al tavo­lo dell’alta finan­za» spie­ga Ste­ve Levi­ne.
Un recen­te dos­sier del­la socie­tà di con­su­len­ze McKin­sey sti­ma che gli inve­sti­to­ri ara­bi del Gol­fo han­no ora in mano un immen­so teso­ro di pro­prie­tà spar­se in tut­to il pia­ne­ta per com­ples­si­vi 3,8 milio­ni di miliar­di. La sola Abu Dha­bi invest­ment autho­ri­ty, che ha asset sti­ma­ti attor­no ai 900 miliar­di di dol­la­ri, ha oggi la stes­sa for­za finan­zia­ria del­la Ban­ca del Giap­po­ne. Per sal­va­re il colos­so ame­ri­ca­no Citi­group sono dovu­ti inter­ve­ni­re sia il fon­do di inve­sti­men­ti sta­ta­li dell’emirato di Abu Dha­bi sia il prin­ci­pe e miliar­da­rio sau­di­ta Alwa­leed bin Talal.
I petro­dol­la­ri (sem­pre più petroeu­ro) com­pra­no tut­to: influen­za poli­ti­ca e gran­di impre­se. Il dena­ro dell’energia alte­ra così i vec­chi equi­li­bri, ma non ne inven­ta di nuo­vi. Di cer­to il mon­do si com­pli­ca come negli anni del­la guer­ra fred­da. Basta osser­va­re quel­lo che sta suc­ce­den­do oggi nel Mare Arti­co. Rus­sia, Cana­da, Nor­ve­gia, Dani­mar­ca e Sta­ti Uni­ti recla­ma­no la sovra­ni­tà sui fon­da­li del Polo Nord per poter sfrut­ta­re le immen­se risor­se sot­to­ma­ri­ne. E, tan­to per non per­de­re tem­po, la Rus­sia il 2 ago­sto 2007 ha pen­sa­to bene di anti­ci­pa­re le poten­ze riva­li e di pian­ta­re la sua ban­die­ra a 4.200 metri di profondità.

1

Riciclaggio: nove miliardi di $ lavati nel software

 | Ita­lia­sve­glia­ti | Lune­dì 23 apri­le 2007 | Fran­ce­sco Man­ga­scià |

In accor­do con il Times News net­work, die­ci busi­ness­men india­ni assie­me ai loro com­pli­ci euro­pei, si son pre­si gio­co del­la giu­sti­zia, con l’aiuto del­la Fir­st Curaçao Inter­na­tio­nal Bank, nono­stan­te que­sta fos­se sta­ta inter­det­ta nel Set­tem­bre del 2006, per le evi­den­ze espo­ste dal­le auto­ri­tà del Regno Uni­to, gra­zie anche all’aiuto degli inve­sti­ga­to­ri olan­de­si, che pro­va­va­no la sua com­pli­ci­tà nell’aiutare uomi­ni d’affari euro­pei e india­ni, a rici­cla­re il dena­ro spor­co di uomi­ni di affa­ri euro­pei e indiani.
Il per­cor­so del dena­ro, ha rive­la­to agli inve­sti­ga­to­ri che que­sta ban­ca, ha spo­sta­to il dena­ro rici­clan­do­lo in diver­se ban­che in tut­to il mon­do, inclu­sa la Uni­ted Bank of Swi­tzer­land, UBS.
Men­tre l’interdizione rice­vu­ta obbli­ga­va la Fir­st Curaçao Inter­na­tio­nal Bank a sospen­de­re i suoi affa­ri in occi­den­te, la stes­sa segui­ta­va ad ope­ra­re a Ban­ga­lo­re, sot­to la coper­tu­ra del­la Tran­sworld ICT Solu­tions Pvt Ltd, un ope­ra­zio­ne di soft­ware, di pro­prie­tà di un olan­de­se John Deuss, che casual­men­te era uno dei diret­to­ri del­la  Fir­st Curaçao Inter­na­tio­nal Bank.
Quan­do gli inve­sti­ga­to­ri india­ni, han­no seque­stra­to il ser­ver del­la Tran­sworld ICT, han­no sco­per­to che que­sta socie­tà di soft­ware era solo la foglia di fico, che dove­va copri­re ogni ope­ra­zio­ne di riciclaggio.
Que­sta asso­cia­zio­ne a delin­que­re tran­sa­zio­na­le, ha fino ad ora ope­ra­to rici­clan­do il dena­ro spor­co all’interno di socie­tà che ope­ra­no all’interno del mon­do del soft­ware; secon­do fon­ti atten­di­bi­lis­si­me, in pochi mesi attra­ver­so que­ste ope­ra­zio­ni  sono sta­ti rici­cla­ti 9 miliar­di di $.
La stam­pa ita­lia­na da un po’ di tem­po, lustri, non si può cer­ta­men­te defi­ni­re una stam­pa dina­mi­ca, ma tace­re anche ades­so su cer­ti con­su­len­ti e cer­te ami­ci­zie, signi­fi­ca esse­re anche conniventi.

0