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Il cambiamento è irreversibile presto toccherà anche la politica

La Repubblica | Sabato 16 giugno 2012 | Donatella Alfonso |

LA LIBERTÀ ha sempre un prezzo ma, avverte Khaled al Khamissi, scrittore e regista cairota che con il suo bestseller Taxi (tradotto in Italia da “il Sirente“) ha dato voce a proteste, sentimenti, desideri del popolo egiziano negli ultimi anni del regime di Hosni Mubarak, «ormai è iniziato un processo irreversibile, in Egitto come negli altri Paesi arabi. Possono anche venire i militari, può governare Shafiq, ma quella che è già una forte trasformazione sociale diventerà, nell’ arco di due o tre anni, anche politica. È una rivoluzione senza partiti, programmi, leader, ma è un percorso di libertà. La strada è lunga, aspettateci: tra dieci anni ci vedrete». Khaled al Khamissi, si può parlare di un golpe in Egitto? «La stampa occidentale adora i termini forti, ma io non la penso così. Se devo dire la verità, non me ne importa nulla di quello che accade sulla cima della piramide, perché io guardo alla base della piramide. Non interessa a me e non interessa alla gente. Che torni Shafiq, che i militari prendano il potere… sarà solo un problema di vertice. I cambiamenti sociali ormai sono irreversibili». Ritorno dei vecchi governanti, vittoria dell’ Islam radicale un po’ dappertutto: la primavera arabaè finita? «Lo ripeto dal gennaio del 2011: non c’ è nessuna primavera araba, ma un cambiamento sociale che continua e porterà a una vera trasformazione di tutti i nostri Paesi entro una decina d’ anni. La gente sa che ci vuole tempo, ma ha fiducia nel lungo periodo. Non teme né Shafiq, né i Fratelli musulmani perché crede nella libertà, che gli islamisti invece combattono. Shafiq vuole venire? Bene, che venga. Non cambierà quanto sta accadendo alla base della società». Da quanto lei dice sembra che i militari siano quasi dei garanti della trasformazione: non teme invece una guerra civile come ci fu in Algeria? «No, è passato molto tempo, la storia è diversa, c’ è Internet, c’ è la possibilità di esprimersi e il coraggio di farlo. Inoltre, non c’ è un nuovo potere islamico, i movimenti radicali, negli anni, sono stati sostenuti e finanziati sia da Sadat che, soprattutto, da Mubarak. E, per quanto riguarda il Consiglio supremo delle Forze armate, non vedo la possibilità di una sfida tra il ritorno al potere dell’ Ancien régime e un nuovo potere islamico. Ci sono interessi politici e finanziari da difendere, serve una stabilità». Pensa a un ruolo degli intellettuali in questo percorso di crescita democratica? «No, gli intellettuali non hanno un peso sufficiente. È la classe media, e soprattutto sono i giovani, perché il 60 per cento degli egiziani ha meno di 25 anni, che non intendono accettare né la formalità del sistema di Mubarak né di quello dei Fratelli musulmani. Si andrà progressivamente verso una concretizzazione politica di quanto si sta già facendo sotto il profilo sociale». Lei, quindi, che futuro vede per il suo Paese? «Io sono ottimista. Il cambiamento e la libertà saranno al potere tra una decina d’ anni. Aspettateci».

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Riva Sud

La Repubblica | Domenica 28 agosto 2011 | Sara Scheggia |

Taxi, vicoli, condomini. E il deserto. Sono i luoghi del Maghreb, quelli che hanno tenuto calde, sotto la cenere, le rivolte esplose quest’anno. Descritti da autori egiziani ed algerini, diventeranno teatro in uno spazio che si apre al pubblico per la prima volta: il cortile della comunità minorile di via del Pratello. In quel luogo, dove i ragazzi hanno creato un giardino «segreto» di piante officinali, verrà ospitato da domani «Riva Sud Mediterraneo», rassegna di teatro, voci e musiche che, oltre alla compagnia del Pratello diretta da Paolo Bili, vedrà protagoniste anche altre realtà cittadine. Si tratta di Tra un atto e l’altro, Teatrino Clandestino, Lalage Teatro e Medinsud, che curerà l’accompagnamento musicale: insieme ad attori profondamente diversi ma tutti radicatia Bologna, come Angela Malfitano, Francesca Mazza, Fiorenza Menni, Luciano Manzalini e Maurizio Cardillo, metteranno in scena sei spettacoli per raccontare le primavere arabe dei mesi scorsi. Ogni serata, inoltre, sarà introdotta da un intervento sulla situazione geo-politica in corso, con gli storici Gianni Sofri e Luca Alessandrini, e lo scrittore algerino residente a Ravenna Tahar Lamri.

«Il risultato prodotto da attività come queste – spiega Giuseppe Centomani, dirigente del Centro di giustizia minorile dell’Emilia Romagna – vale il prezzo da pagare, cioè il rischio di fughe o l’incremento dei controlli.

In più, molti ragazzi del carcere e della comunità sono di origine magrebina: è importante condividere riflessioni sul loro mondo». Il riferimento è a qualche mese fa, quando un detenuto del carcere della Dozza è evaso durante le prove di uno spettacolo teatrale.

«I minori che seguiamo rispondono bene alle manifestazioni esterne – osserva Lorenzo Roccaro, direttore della Comunità Pubblica di via del Pratello 38, da cui passano almeno 130 ragazzi all’anno – Ora apriranno le porte della loro casa al pubblico: li aiuterà a percepire la comunità come una vera residenza in cui accogliere ospiti». Riva Sud Mediterraneo, sostenuta da Legacoop e Unipol e dai contributi degli osti della strada, partirà domani con «Voci dai taxi del Cairo. Oggi». Uno spettacolo interpretato dai ragazzi della compagnia del Pratello, tratto dal romanzo dell’egiziano Khaled Al Khamissi, che mixa monologhi e dialoghi dei tassisti del Cairo.

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Interviste Press Shafee

Il mio diario a fumetti da piazza Tahrir

| La Repubblica | Domenica 6 febbraio 2011 | pp. 32-33 | sezione: Domenicale | Francesca Caferri |

Lunedì 24 gennaio. È la sera prima della manifestazione, non sappiamo cosa aspettarci. Abbiamo molte speranze, ma domani quante saranno le persone che verranno in piazza? Comincio a ricevere un sacco di telefonate di amici, e così mi ritrovo a pensare, a sapere nel profondo del mio cuore, che quella che stiamo per vivere è la fine del regime di Mubarak. Dico a tutti quelli che conosco che domani dobbiamo andare in piazza: se non cambi qualcosa di piccolo tu, le cose grandi non cambieranno mai.

Martedì 25 gennaio. Il mio sogno sta diventando realtà: in strada, improvvisamente, ci sono migliaia di persone. Gente che non ha nessuna esperienza politica, che non è mai stata attiva, ma che oggi risponde all’ appello lanciato in nome di Khalid Said (un giovane attivista egiziano fermato e picchiato a morte da due poliziotti fuori da un internet cafè ad Alessandria qualche mese fa). La pagina a suo nome su Facebook è stata una di quelle che hanno chiamato alla protesta: ma non mi aspettavo che in così tanti rispondessero.

Mercoledì 26 gennaio. Possiamo farcela. Dopo la fiammata di ieri, anche oggi la gente è tornata in strada. Internet non funziona, i telefonini sono muti, niente sms. Ma tutti ci siamo diretti a piazza Tahrir: per passaparola, perché questa è la piazza della Liberazione (Tahrir in arabo, ndr). E noi vogliamo essere liberi. È una specie di miracolo, ritrovarci tutti qui. Oggi abbiamo deciso: il momento decisivo sarà venerdì, dopo la preghiera di mezzogiorno.

Venerdì 28 gennaio. In centro, con mia moglie. Andiamo verso piazza Tahrir, vediamo arrivare gente da ogni direzione. Occupiamo la piazza. La polizia è preoccupata, ma noi siamo tantissimi. Provano a fermarci, scontri, ma davvero è impossibile buttarci fuori da questa piazza. Tutto accade molto in fretta: prima la gioia, poi la rabbia, gli scontri con la polizia, i cannoni ad acqua, le pallottole di gomma. Arrivano i tank dell’ esercito, abbiamo davvero paura: non sappiamo cosa faranno. Poi ci dicono: «Siamo con voi». Un’ esplosione di felicità. Dura poco: la televisione annuncia un discorso di Mubarak. Ciò che dice gela il nostro umore, la piazza è furiosa. Una giornata pazzesca oggi. Torno a casa tardissimo, solo per riposare un po’ .

Sabato 29 gennaio. Mi sveglio ancora pieno di rabbia. Tutto è così ingiusto. Le promesse fatte ieri sera da Mubarak non possiamo accettarle. Questo è ancora più chiaro ora, al sorgere del sole. Troppo poco, troppo tardi. Dobbiamo trovare il modo di urlarlo al mondo che ci guarda: così non va bene. Voi in Occidente avete scritto molto su Mohammed El Baradei (l’ex segretario generale dell’ Aiea, premio Nobel per la pace e da mesi indicato come l’ antiMubarak, ndr). Noi artisti e intellettuali lo appoggiamo in vista di una transizione: anche i Fratelli musulmani lo fanno. Ma dovete stare attenti: è la rabbia della gente che muove questa protesta, soprattutto la rabbia dei giovani che si organizzano via Internet. Sono le loro voci che devono essere ascoltate, non quelle della politica.

Lunedì 31 gennaio. Restare in piazza, non andare via: è l’ unico modo per ottenere qualcosa. E allora la gente decide di restare a piazza Tahrir, dandosi il cambio. «Come a Tienanmen», mi dice un amico. Lo sappiamo, ci abbiamo pensato. Lo voglio dire chiaro: a questo punto siamo pronti a tutto. Se Mubarak vuole fare un bagno di sangue, sappia che la gente è pronta al bagno di sangue. Chi sta in piazza oggi non è più un cittadino ordinario dell’Egitto, è una persona consapevole. «Voglio rendere il mio paese migliore», mi ha detto un ragazzino: aveva vinto una borsa di studio, doveva partire, non lo ha fatto, non è il momento. Non siamo più silenziosi e rassegnati: la gente intornoa me vuole solo una cosa. Un cambiamento vero e uno stato realmente democratico: non ci fidiamo di Omar Suleiman (il capo dei servizi segreti nominato vicepresidente qualche giorno fa, ndr ), non vogliamo ascoltare le sue parole quando parla di «transizione»: non siamo scesi in piazza per avere lui: vogliamo essere liberi, insegnare alla gente cosa sono i partiti e la democrazia.

Giovedì 3 febbraio. Quello che sta accadendo è la realizzazione delle idee che ho scritto nel mio libro: l’ inerzia a usciree partecipare che tanto criticavo oraè finita. Una vendetta contro la censura che ha bloccato il mio libro? No, non è questo. Io non mi vendico, ma è bellissimo. Non come finirà. Mubarak ha parlato di nuovo ieri, pensavamo che si dimettesse: non lo ha fatto. Non capisce che la gente non lo vuole. La rabbia monta. Gli agenti della sua guardia nazionale, che indossano le uniformi dell’ esercito, ci stanno attaccando, tirano sassi, alcuni sono armati. Ma non ci fermiamo. Ieri ho disegnato. Poco, solo per raccontare quello che sta succedendo. Scriverò un altro libro quando tutto questo sarà finito. E sarà la storia di questi giorni. Ma ora è troppo presto per pensarci.

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Giovane, urbano e ribelle. Il nuovo romanzo arabo

| Liberazione | Domenica 4 aprile 2010 | Gu.Ga. |

«Lo sai? Io ho un grande sogno. Vivo per quel sogno. (…) Lo sai qual è il mio sogno? Che io, dopo quattro anni, prendo un taxi tutto per me e guido fino al Sud Africa per andare a vedere la Coppa del Mondo. Metto insieme una piastra dopo l’altra per quattro anni e poi parto alla scoperta del continente africano».
Benvenuti al Cairo, la città dei tassisti. Sui “tassinari” della capitale egiziana circolano leggende, perfino il loro numero non è certo, si è sviluppato un vero e proprio genere musicale e è cresciuta una nuova narrazione metropolitana. Sfrecciando, o per meglio dire spostandosi pazientemente da un ingorgo all’altro, i taxi egiziani rappresentano però tutta la vivacità delle nuove società arabe, decisamente in corsa verso il futuro. Un’emergenza culturale che nel nostro paese hanno colto tra gli altri alcuni editori che hanno deciso di consacrare buona parte del proprio lavoro e delle proprie attenzioni a quanto di interessante viene prodotto nella sponda meridionale del Mediterraneo. Come la collana Altriarabi dell’Editrice il Sirente che ha pubblicato nel 2008 Taxi. Le strade del Cairo si raccontano (pp. 192, euro 15,00) di Khaled Al Khamissi, bestseller egiziano consacrato al mito dei tassisti, ma anche L’amore ai tempi del petrolio (pp. 140, euro 15,00) di Nawal al-Sa’-dawi, una delle più note e celebrate scrittrici e femministe egiziane. O come le edizioni Epoché, che vantano un ricco catalogo dedicato in gran parte alla narrativa dell’Africa sub-sahariana ma dove trovano spazio anche diversi titoli provenienti dai paesi arabi. E’ il caso di Che il velo sia da sposa! (pp. 204, euro 15,00) dell’egiziana Ghada Abdel Aal che racconta le peripezie di una giovane donna “a caccia di marito”. O della raccolta postuma del grande poeta palestinese Mahmud Darwish, scomparso due anni fa, Come fiori di mandorlo o più lontano (pp. 148, euro 13,50), uscita da qualche giorno.
Ghada Abdel Aal ha trent’anni, fa la farmacista al Cairo e alla base del suo libro c’è il blog che aveva lanciato qualche anno fa, intitolato “Voglio sposarmi”, dove aveva annotato minuziosamente, e senza risparmiare ironia, il profilo dei suoi pretendenti e la pressione della famiglia perché lei trovasse un marito. Quel suo diario online aveva raccolto un tale successo da spingere una case editrice cairota a chiederle di trasformarlo in un racconto. Che il velo sia da sposa! restituisce ora tutta la freschezza e il gusto per il paradosso che hanno fatto parlare di questa giovane egiziana come della “Bridget Jones del mondo arabo”: « Prendete una penna e un bloc-notes, perché sto per lanciarvi una sfida importante: Elencate cinque aspetti in comume tra zia Shukriyya e al Qaeda. (…) Primo: entrambi – sia che li approviate o che li biasimiate (e, per inciso, se è possibile che qualcuno approvi al Qaeda, zia Shukriyya proprio no, è impensabile!) – compiono azioni che hanno come risultato finale esplosioni, distruzione e di solito anche spargimento di sangue».
Khaled Al Khamissi, classe 1962, è stato a lungo giornalista prima di dedicarsi soprattutto alla letteratura. In Taxi ha raccolto aneddoti e storie ascoltate dai tassiti del Cairo tra il 2005 e il 2006 che compongono una sorta di fotografia dell’Egitto di oggi, visto che, come spiega l’autore, «costoro detengono un’ampia conoscenza della società, perché la vivono concretamente sulla strada». Anche in questo caso il racconto della nuova realtà del mondo arabo passa per l’ironia: «Molto spesso mi capita di andare con tassisti che non conoscono bene i percorsi né i nomi delle strade… tuttavia, questo qui si fregiava dell’onore di non conoscere nessuna strada eccetto, naturalmente, quella di casa sua».

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Titusville, la città-fantasma che inventò l’oro nero

La Repubblica | Domenica 26 luglio 2009 | Vittorio Zucconi |

TITUSVILLE (Pennsylvania). Tutto quello che resta del fiotto che allagò la Terra è un’ ampollina di liquido scuro, esposta ai fedeli dietro una vetrina, come la reliquia di un santo. «Petrolio», mi addita senza toccare l’ ampolla la signora Zolli, direttricee sacerdotessa di questo tempio-museo costruito fra le quiete colline della Pennsylvania, accanto a un bosco di larici e di cervi, esattamente sopra il terreno dal quale, il 27 agosto del 1859, un avventuriero che si faceva chiamare «colonnello» fece sgorgare il greggio dalla terra perforata. E lanciò, senza neppure rendersene conto, quella rivoluzione e quella industria che oggi muovono il pianeta Terra e che lo stanno asfissiando. Se nell’ Inghilterra del carbone e del vapore cominciò la rivoluzione industriale, fu da qui, dalla terra che un tempo apparteneva alle sei nazioni degli Irochesi che raccoglievano col cucchiaino il «succo delle rocce» in superficie per usarlo come medicinale, che si avviò quella carovana di barili, oleodotti, petroliere, raffinerie, stazioni di servizio, catene di montaggio e armi che raggiungono sei miliardi di esseri umani, poveri o ricchi, ovunque un sacchetto di plastica arrivi. ( segue dalla copertina) Eppure luogo meno trionfale, meno pomposo, più timido, con la scontrosità della Pennsylvania che Michael Cimino raccontò nel suo Cacciatore, potrebbe essere immaginato di questa languida cittadina di seimilaquattrocento abitanti, molti dei quali studenti in un campus della Università di Pittsburgh. Un villaggio qualsiasi, nel «grande ovunque americano», che sta nascosto tra le infinite valli degli antichissimi monti Appalachiani, la spina di roccia logorata dalle ere geologiche fra l’ Alabama e Terranova. Ironicamente, per il Paese che inventò l’ industria del petrolio, nessuna autostrada lo raggiunge, nessun viandante lo attraversa se non smarrisce la strada, e rari turisti transitano avanti e indietro lungo una Main Street rimasta intrappolata nel tempo, dove non ti sorprenderebbe vedere Superman bambino sulla Ford Modello T del padre. Soltanto perché io sono l’ unico passeggero, e visibilmente adulto, sul finto tranvaino turistico che offre per cinque dollari il giro della città, la guida mi addita, con pudore, un palazzetto di mattoni rossi a tre piani che negli anni della “corsa al petrolio” era il più vivace e frequentato bordello della contea. E oggi ospita, per pura coincidenza, un negozio di abiti da sposa che quelle povere ragazze di fine Ottocento costrette ad amplessi fetidi coni trapanatori del petrolio avrebbero sognato invano. Tutto quello che rimane del fiotto che sgorgò dal campo dove ora sorge il museo è appena abbastanza greggio per alimentare la riproduzione (autentica, come si dice qui) della prima trivella del finto colonnello Edwin Drake, un secolo e mezzo fa, e per mostrare ai visitatori delle scuole come funziona l’ estrazione del petrolio che non c’ è più. Se Titusville, battezzata con il nome del fondatore, non è diventata una città fantasma come le città minerarie del C o l o r a d o , d e l Klondike, della California quando le vene aurifere si esaurirono, è per il campus universitario e per la presenza di una fabbrica di plastica, alimentata con il petrolio importato dall’ Arabia Saudita. Due motel a una stellina, l’ immancabile grande magazzino di ciarpame made in Cina, il Wal Mart, quattro saloone una dozzina di ristoranti alla svelta sono tutto quello che rimane di una scoperta che avrebbe prodotto, centocinquanta anni più tardi, una ricchezza mondiale da milletrecento miliardi di dollari annui per le nazioni produttrici di petrolio. E che qui, nella terra spompata, è un ricordo. Il petrolio greggio, per chi non lo avesse mai visto da vicino, è una cosa che fa schifo, come è ovvio che sia un distillato di putrefazioni organiche millenarie. Ma qui non si avverte più nell’ aria quell’ odore di corruzione sulfurea che mi rimase per sempre nelle narici dai giorni della Prima guerra del Golfo, quando Saddam Hussein nel febbraio del 1991 allagò il Kuwait per la rabbia di averlo perduto. Sono ormai solo i nomi dei paesi e dei luoghi che si attraversano nel labirinto degli Appalachiani per raggiungere Titusville da Pittsburgh che ricordano che cosa esplose qui, nomi come Oil City, Pithole (il buco del pozzo, oggi villaggio fantasma) e Oil Creek, il torrente del petrolio, nel quale ancora affiorano striature luminescenti di greggio. Alla metà dell’ Ottocento, quando arrivò il “colonnello” Drake, che si era attribuito il grado fasullo, il fetore di petrolio era pungente. Furono quell’ odore, la tradizione dei nativi che lo scucchiaiavano dalle pozzanghere e il traffico dei pochi barilotti usati per accendere i lumi a petrolio ad attirare il “colonnello” e a spingerlo a chiedere i diritti di esplorazione al proprietario dei terreni, che neppure immaginava di essere seduto sopra il futuro del mondo. Drake arrivò a Titusville quando il paese era un grumo di casette di legno attorno a un “trading post”, un emporio per il commercio con gli indiani della vicina valle dell’ Ohio, con una borsa di pelle, un cambio di mutandoni, duemila dollari in contanti ottenuti da finanziatori di Wall Street e lo spazzolino da denti con le setoline logore che la badessa del tempio, la signora Zolli, figlia di generazioni di immigrati italiani piovuti sulla Pennsylvania, mi mostra compiaciuta. Ai geologi, come agli abitanti originali degli Appalachiani, la presenza di petrolio nel sottosuolo era evidente,e la nafta, da esso derivata, era conosciuta all’ umanità da secoli, probabilmente parte della inestinguibile miscela infernale che le navi di Bisanzio lanciavano sulle flotte nemiche, il fuoco greco. Ma quando, dopo ripetuti fori nella terra, e debiti per rifinanziare la ricerca, il primo “gusher”, il primo fiotto uscì dal praticello fangoso, la sua intuizione non fu la materia oleosa succhiata ai sedimenti lasciati dall’ oceano tiepido che aveva inondato questa valle per milioni di anni. Fu nella visione della domanda insaziabile che il mondo avrebbe sviluppato per quella schifezza maleolentee fino ad allora quasi inutile, perché il petrolio in quel 1859 era una soluzione alla ricerca di un problema. Un carburante senza un motore. Mancavano ancora diciassette anni alla messa a punto del primo motore a quattro tempi e a combustione interna, creato da Daimler, Otto e Maybach nella lontanissima Germania. E decenni alla scoperta della superiorità del motore diesel sulle caldaie a carbone per le navi da battaglia, insaziabili divoratrici di nafta. Ma qualcun altro, anche meglio del finto colonnello, aveva capito quale inimmaginabile ricchezza la sua trivella in Pennsylvania aveva stappato. Il suo nome era John D. Rockefeller, piccolo commerciante di Cleveland, che dieci anni dopo la scoperta del giacimento nel cuore dei monti della Pennsylvania già si era impadronito del controllo dell’ ottanta per cento di tutte le raffinerie della regione, necessarie per trasformare il brodo nero in carburanti, con la sua Standard Oil. La reazione a catena che avrebbe travolto l’ intero pianeta era partita. In tre anni, le catapecchie di Titusville sarebbero cresciute per ospitare quindicimila persone, il doppio di oggi, diecimila nella vicina Pithole, ventimilaa Oil City, con tralicci fitti come oggi i larici e i pioppi che hanno misericordiosamente ricoperto e risanato la terra trasformata in fango dalle ruote dei carri e dagli zoccoli dei cavalli F che trasportavano le botti. Pozzi e trivelle spuntarono a caso, senza regole o norme di sicurezza, comei cercatori d’ oro coni pentolini nel Klondike, talmente vicini e fitti da scatenare incendi ed esplosioni che in un solo giorno avrebbero incenerito ottanta persone, cremate e raccolte in una fossa comune senza crocio nomi. Sgorgarono marche di lubrificanti e carburanti destinate a stamparsi sulle pareti di ogni garage, Quaker Oil, dalla setta di quaccheri che qui erano emigrati, Pennzoil, Kendall, Sunoco, e la più celebre, la Exxon, partorita dalla Standard Oil dei Rockefeller,a sua volta figlia della Pennsylvania Rock Oil Company. Titusville era diventata la città del fango, dove era più faticoso estrarre i carri dalla terra collosa che estrarre il petrolio. Una vampata che, come quella che consumò la vita di ottanta uomini, cominciòa spegnersi nei primi anni del Ventesimo secolo, quando un oceano incomparabilmente più vasto e facile da estrarre fu scoperto sotto la prateria del Texas. Il regno di Titusville, i suoi sontuosi bordelli e saloon, le fonderie che erano spuntate nelle valli vergini degli altri fiumi vicini, il Monogahela, il fiume della luna, l’ Ohio, l’ Allegheny, conobbero una seconda, fuligginosa primavera nella Seconda guerra mondiale, quando si dissanguarono per alimentare la mobilitazione bellica. Mentre Detroit era l’ arsenale della democrazia, Titusville e la sua regione fornivano il carburante per far funzionare le macchine da guerra. Oggi il “jurassic park” della rivoluzione nera sta esausto, come se il parto di quella mostruosità l’ avesse sfiancato. I sedicimila pozzi ancora attivi in queste valli producono 4.027 barili al giorno, appena un cucchiaio di “olio di roccia” rispetto agli otto milioni di barili pompati – ogni giorno – soltanto dai deserti d’ Arabia. Resta, sotto l’ occhio affettuoso della signora Zolli, la reliquia di un santo che li ha sedotti e abbandonati. Il tranvaino per turisti che non ci sono funziona a batterie elettriche, per non inquinare la città fossile di un combustibile fossile.

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Sole, atomo, idrogeno Cosa c’ è dopo Big Oil

La Repubblica | Domenica 26 luglio 2009 | Maurizio Ricci |

L’ossessione del mondo per il petrolio non è irragionevole. Al contrario, è assolutamente ragionevole: niente contiene così tanto in così poco. Un solo litro di benzina vale 9 kilowattore di energia, il 30 per cento in più di un litro (per dire) di bioetanolo. Non c’ è da stupirsene: quel litro di benzina è figlio di 25 tonnellate di antiche piante, lasciate a cuocere nel sottosuolo per decine di milioni di anni, fino a diventare petrolio. L’ uomo, per ora, non è in grado di replicare un simile concentrato di energia, prontamente usabile e trasportabile. Peraltro, ci vorranno oltre quarant’ anni, dalla prima trivellazione del colonnello Drake, perché il mondo si renda conto della portata rivoluzionaria di quella scoperta. Alla fine dell’ Ottocento, il petrolio, oltre che per le ultime lampade pre-Edison, veniva usato sempre più per le prime automobili, ma in concorrenza con un ventaglio di altri carburanti. All’ Expo di Parigi del 1900, Rudolf Diesel esibì, con orgoglio, il primo motore, appunto, diesel. Che funzionava, però, a noccioline: il carburante era olio di arachidi. In quel momento, in tutti gli Stati Uniti, c’ erano complessivamente quindicimila automobili. ( segue dalla copertina) Tutto cambia, solo pochi mesi dopo: il 10 gennaio 1901, l’ ex capitano della marina austriaca Anthony Lucas, esperto di miniere di sale, trova il petrolio sotto la collina di Spindletop, nel Texas orientale. Spindletop non è il primo pozzo. Ma è il primo megapozzo. Fino ad allora, i giacimenti producevano, in media, fra i 300 e i 1000 barili al giorno. Spindletop ne sputa 110mila al giorno. Una eruzione immane: il più grosso problema per Lucas fu capire come contenere quel getto che stava inondando ettari e ettari di terreno. Era la dimostrazione che il petrolio era una fonte d’ energia abbondante e facilmente disponibile. Presto, la rivoluzione sarebbe diventata mondiale. Nel 1908, l’ Anglo Persian Oil Company (poi Bp) trova in Iran alle pendici dei monti Zagros, un giacimento con riserve per un miliardo e mezzo di barili, cambiando, di colpo, la storia del Medio Oriente. Ma la rivoluzione ancora non è compiuta: gli ingegneri devono aggiustare il giovane motore a scoppio per poter utilizzare la benzina invece di un altro (e più costoso) distillato del petrolio, il kerosene. Solo nel 1919, chiusa la Prima guerra mondiale, nelle 667mila auto in circolazione negli Usa il numero di quelle a benzina supererà quelle a kerosene.E bisognerà aspettare la fine della Seconda guerra mondiale perché il petrolio invada il mondo. A questo punto, infatti, i passaggi chiave, nel romanzo dell’ oro nero, sono due. Il primo avviene nei deserti dell’ Arabia saudita, dove la Standard Oil (poi insieme alla Texaco) trova un oceano di petrolio. È vicino alla superficie, vicino al mare. Estrarlo costa pochi spiccioli: due dollari a barile. L’ energia a prezzi stracciati diventa il volano di un imponente sviluppo economico, che le auto sempre più grandie potenti simboleggiano ai quattro angoli del mondo industrializzato. Attenzione, però: l’ equazione petrolio uguale auto è sbagliata. Solo il 50 per cento dell’ oro nero viene bruciato nei trasporti. Guardate questa lista: microchip, telefoni, detersivi per lavapiatti, piatti infrangibili, sci, lenti a contatto, anestetici, carte di credito, ombrelli, dentifrici, valvole cardiache, paracadute e si potrebbe continuarea lungo. Sono tutti derivati del petrolio. Il secondo passaggio chiave è l’ invenzione della plastica. Non ci muoviamo solo con il petrolio. Ci nuotiamo dentro: il petrolio è tutto intorno a noi (nel caso delle valvole cardiache, anche dentro). Farne a meno sarà doloroso e difficile. Ce ne siamo resi conto, una prima volta, negli anni Settanta, quando l’ embargo dell’ Opec (i paesi produttori) lo rese scarsoe costoso. E, ancora di più, negli ultimi anni, con il prezzo del barile in ascesa, apparentemente, irrefrenabile. Cosaè successo? Di fatto nessuno nega che sia finita l’ era del petrolio facile, abbondante e poco caro. Ma sul perché esistono due interpretazioni. La prima è politica. Il petrolio c’ è, e in quantità adeguate, peccato che sia nei posti sbagliati. Nel 1954, con un colpo di Stato, la Bp riuscì a rovesciare la nazionalizzazione del petrolio iraniano, ma, negli anni Ottanta, quando a nazionalizzare furono i sauditi e poi tutti i paesi del Golfo Persico, le multinazionali si ritirarono in buon ordine. Oggi, il grosso del petrolio rimasto nel sottosuolo è di proprietà di compagnie nazionali che, dicono i sostenitori di questa tesi, non investono nella ricerca di nuovi pozzi e hanno di fatto interesse a tenersi stretta, finché dura, questa fonte di ricchezza. La seconda interpretazione è geologica. Qui, la data cruciale nonè il 1980e la nazionalizzazione del petrolio saudita, ma dieci anni prima, nel 1971, quando la produzione americana di petrolio ha raggiunto il suo picco e ha iniziato inesorabilmente a scendere, trasformando gli Usa nei maggiori importatori di petrolio al mondo. Lo stesso processo, dicono questi geologi, è destinato a ripetersi via via in tutto il mondo. Il petrolio diventerà sempre di meno, sempre più difficile e costoso (sotto la banchisa artica, in fondo all’ oceano) da estrarre. Da due anni a questa parte è lo schieramento dei geologi che guadagna consensi. Gli organismi internazionali rivedono al ribasso le stime sulla disponibilità di petrolio nei prossimi decenni. Gli uomini delle multinazionali sono anche più bruschi: Cristophe de Margerie, boss della Total, uno dei grandi di Big Oil, ha detto recentemente che «il mondo non riuscirà mai a produrre più di 89 milioni di barili al giorno». Oggi, siamo già a 85 milioni. E poi? La rivoluzione del colonnello Drake e del capitano Lucas l’ abbiamo bruciata in centocinquant’ anni. Nessuno sa se il futuro sarà il sole, l’ atomo o l’ idrogeno. L’ era del dopo-petrolio si apre con molte domande e poche risposte.

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Il “broker canaglia” del mercato del petrolio

La Repubblica | Sabato 4 luglio 2009 | Enrico Franceschini |

LONDRA – Israele stava attaccando l’Iran? Era scoppiata la guerra in America Latina? C’era stato un golpe a Mosca? Un attentato in Iraq? O magari, Dio non voglia, una nuova azione di al Qaeda, un altro 11 settembre? I traders della City che comprano e vendono petrolio sui mercati internazionali, martedì scorso, si telefonavano freneticamente ponendo domande di questo genere, nel tentativo di spiegarsi cosa stava succedendo. Soltanto un qualche terremoto geopolitico, evidentemente non ancora diffuso da televisioni e agenzie di stampa, poteva giustificare l’improvvisa ascesa del prezzo del greggio. In un’ora, l'”oro nero” era salito da 71 a 73,5 dollari a barile, il livello più alto dell’anno. In sessanta minuti, contratti a termine per 16 milioni di barili di petrolio, i “futures” come si chiamano in gergo, avevano cambiato di mano: l’equivalente del doppio della produzione quotidiana dell’Arabia Saudita, maggiore produttore di petrolio al mondo. Molto più dei tradizionali 500 mila barili normalmente oggetto di compravendita a quell’ora della giornata. Cosa c’era sotto?
Ora si scopre che la geopolitica non c’entrava nulla. La causa dell’impennata del greggio era un “broker canaglia” londinese. La sua identità è stata rivelata ieri dal Financial Times: si chiama Steve Perkins, lavora per la Pvm Oil Associates, più grande compagnia di brokerage petrolifero non quotata in Borsa, ha fama di operatore esperto e ben considerato dai colleghi. Ma a un certo punto, martedì, ha cominciato a compiere “operazioni non autorizzate”, piazzando massicce puntate sul mercato dei “futures”. Da solo è stato responsabile di metà dell’attività insolita, e il resto del movimento è avvenuto perché altri broker gli sono andati dietro, pur senza comprendere la ragione di quanto stava avvenendo. Quando la Pvm ha capito che dietro il boom di contrattazioni c’era qualcosa di illecito, ha dovuto interrompere le contrattazioni e denunciare il fatto alle autorità, subendo una notevole perdita: 10 milioni di dollari, bruciati dai trucchi di una “canaglia”, in meno di sessanta minuti.
Perché Perkins lo abbia fatto, rimane per ora un mistero. La Pvm non parla. Lui nemmeno. Anzi, nemmeno si sa dove sia. Ma in attesa che la Financial Services Authority, l’organismo che controlla il settore finanziario britannico, renda noti i risultati della sua indagine, non è difficile immaginare che il “broker canaglia” avesse orchestrato un complotto per favorire qualche grosso speculatore e ricavarci a sua volta una bella percentuale. Non è il primo, né certo sarà l’ultimo, a compiere imprese simili. Non sempre il movente è il profitto. Appena il mese scorso un altro trader del petrolio, che lavorava nella sede di Londra della Morgan Stanley, è stato licenziato per avere nascosto ai suoi boss le perdite che aveva accumulato con operazioni fatte sotto l’effetto dell’alcol: era tornato in ufficio, dopo una pausa per il lunch durata tre ore, ubriaco fradicio. Più spesso, vincite o perdite sono il frutto di una tentata truffa. A partire da Nick Leeson, il broker inglese che provocò il collasso di una delle più vecchie banche di investimenti britanniche, la Barings, perdendo un miliardo e mezzo di sterline dal suo ufficio di Singapore: dove lui finì in carcere, mentre la banca, o quel che ne restava, veniva venduta per una sterlina nominale a una concorrente olandese. L’ironia della sorte, nel caso del “broker canaglia” di martedì scorso, è che il presidente della Pmv è uno dei più spietati critici delle speculazioni eccessive sul mercato del greggio, da lui soprannominato “il casinò elettronico del petrolio”. Un croupier stava portandogli via la cassa sotto il suo naso e lui non si era accorto di niente.

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Gli scrittori

La Repubblica | Venerdì 5 giugno 2009 | Francesca Caferri |

Mohsin Hamid: “Un uomo sincero” QUELLO che mi ha davvero impressionato nel discorso di Obama è stata la sincerità che ho visto quando diceva di volere relazioni diverse da quelle che ci sono state finora fra gli Stati Uniti e i musulmani. La tensione fondamentale che vedo in Obama è quella fra un uomo sincero, quando dice di voler cambiare le cose, e il presidente degli Stati Uniti, che invece ha la responsabilità di difendere gli interessi americani. Cerca un equilibrio fra queste due forze: se riuscirà a trovarlo ce lo dirà soltanto il tempo. Marina Nemat: “Basta estremismi” HO APPREZZATO soprattutto il passaggio in cui Obama ha detto che dobbiamo affrontare l’ estremismo in ogni sua forma. Inoltre è stato molto importante il fatto che abbia ammesso che la reazione degli Stati Uniti all’ 11 settembre è stata illogica e che li ha portati ad allontanarsi dai propri ideali e dalla protezione dei diritti umani. E infine mi è piaciuto che abbia messo l’ accento sulla libertà di religione, sui diritti delle donne e sull’ importanza della non proliferazione nucleare: nessun paese dovrebbe avere armi nucleari. Fatima Mernissi: “Una rivoluzione” IL SUO discorso è una rivoluzione perché ha identificato la religione con la pace, e ha invitato a rispettare gli altri anche se non li conosci. Semplicemente incredibile fino a poco tempo fa. È bello sentire un presidente degli Stati Uniti che non parla solo in termini di merci: oggi mi pare che nessuno si curi più di produrre amore, invece che odio. Eppure è un bene prezioso, che ci vuole molto a far crescere. Se la società smettesse di concentrarsi sulla paura e pensasse a trasmettere amore, staremmo tutti meglio. Khaled Al Khamissi: “Troppa religione” SONO molto deluso: Obama ha scelto di usare lo stesso linguaggio religioso di Bush. Non sa che l’ università del Cairo è stata fondata da scrittori e intellettuali laici? Ha parlato a me come musulmano: ma io sono prima di tutto un egiziano, un laico, un arabo. E poi ha parlato in modo molto irrealistico, il bene e il male. Lavorare insieme è bene. Il terrorismo è male. Ma queste divisioni non esistono nella realtà: in ognuno di noi c’ è il bene e c’ è il male. Sì, lo ammetto: il mio giudizio globale è negativo. DAVANTI ALLA TV Dall’ alto in basso, il discorso di Obama seguito in televisione a Tirana, a Gaza City da alcuni militanti di Hamas e da una famiglia di Calcutta.

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Press LeVine

Di là del Mar Caspio

Il petrolio è al centro dei principali intrighi planetari. Eldorado ed inferno, il Mar Caspio in questo senso è sempre apparso remoto, ostile, instabile.

A lungo, ha tentato il mondo (inglesi, americani, russi, persino cinesi) con le sue grandi riserve petrolifere. Ma gli stranieri, bloccati dal sistema chiuso dell’Unione Sovietica, non vi poterono arrivare. Poi l’Unione Sovietica crollò, e nella regione iniziò una corsa frenetica su vasta scala. Insieme ai petrolieri, si accalcarono nel Caspio i rappresentanti dei principali Paesi del mondo in cerca di una quota dei trenta miliardi di barili di riserve petrolifere certe che erano in gioco, e iniziò una tesa battaglia geopolitica. I principali competitori erano Mosca e Washington – la prima cercando di mantenere il controllo sui suoi Stati satellite, la seconda intenta a far sloggiare la Russia a beneficio dell’Occidente.
Il petrolio e la gloria” è un libro di Steve LeVine (Editrice il Sirente,  20 Euro) in cui tutto ciò è ben raccontato. LeVine ha lavorato nella regione per il Wall Street Journal, il New York Times e il Newsweek, ed è ligio alla grande scuola americana del giornalismo d’investigazione.  Egli svela le misteriose manovre dei giganti energetici mondiali per avere una parte nei ricchi giacimenti kazaki e azeri, mentre le superpotenze cercano di ottenere un punto di appoggio strategico nella regione e di ostacolarsi a vicenda. Al cuore della storia c’è la gara per costruire e gestire oleodotti che escano dall’isolata regione, la chiave per controllare il Caspio e il suo petrolio.
Il BTC, l’ oleodotto per il petrolio che fu costruito, il più lungo al mondo (1.750 chilometri, di cui oltre 300 attraverso la Georgia), è stato uno dei più grandi trionfi in politica estera di Washington. Molti i personaggi di questa saga caspiana. Per esempio,  il “ competitor” James Giffen, un affarista americano che è stato anche il “faccendiere” a livello politico delle compagnie petrolifere ansiose di fare affari nel Caspio e l’intermediario per il presidente e i ministri del Kazakistan; o John Deuss, l’ostentato commerciante olandese di petrolio che vinse molto ma perse ancor di più; Heidar Aliyev, l’ ex capo del Kgb azero, diventato presidente,  e spesso — secondo LeVine — frainteso: ma, secondo me, il suo è giudizio partigiano.
LeVine afferma che il presidente azero “trascese il suo passato di membro del Politburo sovietico e fu la mente direttiva di un progetto per allentare il controllo russo sulle sue ex colonie nella regione del Caspio”. In questa cornice trovano il loro posto furfanti, canaglie e avventurieri d’ ogni genere guidati dall’irresistibile richiamo di ricchezze incalcolabili e dalla possibile “ultima frontiera” dell’era dei combustibili fossili. Non mancano gli interrogativi geopolitici che ruotano attorno alla ricchezza petrolifera del Caspio, se la Russia possa essere un alleato affidabile e un partner commerciale dell’Occidente, e cosa significhi l’ingresso di Washington in questa regione caotica ma importante per la sua stabilità a lungo termine.

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Vecchi, sporchi e pericolosi si fermano i taxi del Cairo

La Repubblica | Venerdì 22 maggio 2009 | Francesca Caferri |

La battaglia per le strade del Cairo è cominciata. E promette di essere lunga, rumorosa, trasgressiva. Non è la solita lotta per la sopravvivenza nel traffico di una delle metropoli più caotiche del mondo, né tantomeno il quotidiano braccio di ferro fra chi infrange le regole della strada e chi cerca di farle rispettare. L’ ultima guerra che si è scatenata sui viali e nei vicoli della capitale egiziana l’ hanno dichiarata i tassisti al governo: oggetto del contendere la direttiva con la quale le autorità hanno stabilito che entro tre anni tutti i taxi egiziani più vecchi di 25 anni dovranno obbligatoriamente essere rimpiazzati con auto più nuove. «Ridurre l’ inquinamento e il numero di incidenti sono priorità non più rimandabili», è la linea del ministero dell’ Interno, che promette di ripulire le strade egiziane entro il 2011da Dacia 1300 romene, Fiat 1300, Peugeot 504 e Shahins turche. Il provvedimento riguarda migliaia di taxi (40mila nella sola Cairo), ma per il momento solo cinquemila tassisti hanno dimostrato interesse a cambiare macchina.A chi rottamerà il vecchio mezzo,i produttori garantiranno uno sconto fra le 2000 e le 5000 sterline egiziane (fra 270 e i 670 euro circa) sull’ acquisto di un’ auto nuova, le banche mutui a tassi favorevoli e il ministero dei trasporti un finanziamento mensile e l’ assegnazione di una campagna pubblicitaria da esporre sulle portiere: i proventi andranno direttamente al proprietario della macchina. Qualche settimana fa le prime auto nuove sono arrivate, i tassisti hanno capito che la legge, almeno in questa prima fase, non sarebbe rimasta sulla carta e per questo hanno cominciato a protestare. Walid, impiegato pubblico e – come secondo lavoro – tassistaè stato frai primia parlare con i giornalisti: «Guadagno 1000 sterline al mese guidando ed è il doppio di quanto prendo in ufficio. Non cambierò la mia macchina a meno che non mi forzino». «Lo stato dell’ auto dipende dal proprietario e dall’ autista, non dall’ anno di produzione. La mia è degli anni ‘ 70 ma è in un condizioni migliori di molte vetture nuove», ha insistito con i cronisti del settimanale Al Ahram un altro tassista, Ahmed Sayed. A prima vista il governo non sembra intenzionato a fermarsi. «I freni sono quasi distrutti. Le ruote possono staccarsi. Queste auto provocano un grosso numero di incidenti», ha detto commentando le polemiche Sharif Gomaa, del ministero dell’ Interno. Ma un esperto della vita dei taxi cairoti come Khaled al Khamissi ritiene che ancora una volta la riforma non passerà. «Non perché non sia una buona idea – spiega – ma perché, come spesso accade, l’ applicazione è pessima. Le auto fra cui i tassisti possono scegliere per accedere ai finanziamenti sono modelli cari e vecchi, come la Lada russa. Tutti sanno che nel giro di due anni questa macchina sarà rotta e inquinerà tanto quanto le quelle che hanno 30 anni». Al Khamissi sa di cosa parla: nel 2007 il suo primo libro – “Taxi, le strade del Cairo si raccontano”, storie ed aneddoti sulla vita quotidiana nella capitale egiziana vista attraverso i finestrini – vendette centinaia di migliaia di copie e fu ristampato sette volte. «È come provare a mettere il trucco sul viso di un morto per farlo sembrare più bello – ironizza l’ autore – il governo vuole migliorare l’ aspetto del Cairo. E cosa fa? Propone modelli scadenti e costosi. E come pensano che i tassisti possano pagarle? Non possono certo aumentare i costi delle corse, che sono già troppo care per gli egiziani». Cosa fare allora? Al Khamissi non ha la sfera per vedere il futuro, ma vive al Cairo da anni ed è certo che questa riforma, come tante di quelle che l’ hanno preceduta, affonderà presto: «Questo è l’ Egitto – conclude – le regole che valgono per altri paesi qui non funzionano mai».

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Un romanzo inedito del Nobel Mahfuz

| La Repubblica | Sabato 9 maggio 2009 | S.N. |

LA LETTERATURA egiziana ospite alla Fiera del Libro di Torino non è solo Naguib Mahfuz, il magnifico Nobel scomparso nel 2006 e di cui comunque a Torino sarà presentato il romanzo inedito Autunno egiziano pubblicato dalla Newton Compton. ‘ Ala Al-Aswani, che intervistiamo qui accanto, ha avuto in Italiae nel mondo un successo speciale, 4 milioni di copie vendute nel mondo. Gamal al-Ghitani, Sunallah Ibrahim, Baha Taher, la generazione degli anni Sessanta, continuano a essere produttivi, e, così come Muhammad al-Busati o Sulayman Fayyad, raccontano la società, tanto quella sofisticata del Cairo quanto quella dell’ entroterra rurale. La narrativa lascia pochi aspetti scoperti, e guarda anche all’ estremismo, come del resto fa lo stesso Al-Aswani. Se Edward al-Kharrat ripercorre la belle époque cosmopolita di un tempo, una pattuglia di donne, come Salwa Bakr, Ahdaf Soueif, Latifa Zayyat, Nawal Saadawi o la più giovane Miral Tahawi, si sono dedicate e si dedicano a personaggi che affrontano con coraggio la condizione femminile. Ci sono anche scrittori considerati minimalisti, Ahmed Alajdi fra tutti, con il suo disagio verso l’ incombenza dei miti americani o come Khaled Al Khamissi, che con Taxi, attraverso la vita quotidiana di un tassista, legge con ironia i malesseri di oggi.

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Egitto, scoppia la guerra del velo. Toglietelo o sarete licenziate

| La Repubblica | Mercoledì 8 aprile 2009 | Francesca Caferri |

Le infermiere egiziane dovranno lavorare a viso scoperto. Oppure saranno licenziate. Il ministero della Salute egiziano mette la parola “fine” a un dibattito che va avanti da mesi, presentando in Parlamento una legge che vieta alle addette all’ assistenza dei pazienti di presentarsi a lavoro con il niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi ed è accompagnato da guanti neri sulle mani. «Chi non toglie il niqab dovrà andarea casa», ha detto il ministro della Salute Hatam al Jabaly presentando la circolare che detta le nuove regole per le divise delle infermiere: potranno indossare una ampia camicia con un cappuccio legato al collo, che terrà coperti i capelli ma non il viso. In Parlamento due giorni fa al provvedimento si sono opposti i deputati che si riconoscono nei Fratelli musulmani. «È un diritto delle donne coprirsi il viso- ci spiega un loro portavoce – lo Stato non può minacciare quasi diecimila donne di licenziamento perché esercitano un loro diritto. E non ci sono prove scientifiche che dimostrino che un’ infermiera a viso coperto ha un rapporto diverso con i pazienti rispetto a una che lavora a viso scoperto». Il “no” del movimento si inserisce in un braccio di ferro che va avanti da tempo: nei giorni scorsi gruppi vicini alla Fratellanza hanno organizzato una manifestazione di protesta contro il governo e diversi studenti che vi partecipavano sono stati arrestati. Stessa sorte è toccata a un blogger accusato di diffondere posizioni islamiste. La questione del niqab agita la vita politica egiziana da mesi.A novembre il ministero della Salute ha promosso un’ indagine per capire quante, fra le operatrici sanitarie, lavorassero a viso coperto. I risultati sono stati giudicati allarmanti: la percentuale nazionale era del 10% – quelle che ora rischiano il licenziamento – ma in alcuni ospedali si arrivava al 35%, con picchi del 50%. E il 90% dei pazienti intervistati diceva di non essere d’ accordo con la pratica. Alla diffusione dei risultati seguì immediato l’ inizio delle polemiche: i Fratelli musulmani misero in guardia il governo da ogni tentativo di limitare l’ uso del niqab. Il ministero rispose che il velo integrale mette a rischio il rapporto di fiducia che deve esistere fra malato e personale sanitario. Ora, con la diffusione del nuovo regolamento sulle divise, si è arrivati alla contrapposizione finale. La battaglia è sintomatica delle forti tensioni che spaccano la società egiziana, dove l’ avanzata delle ideologie più conservatrici pare inarrestabile. «Nei miei anni in ospedale in Egitto non ho mai visto infermiere a viso coperto», commenta Nawal el Saadawi, medico, scrittrice e intellettuale costretta all’ esilio per le sue posizioni critiche verso il presidente Mubarak. «È un segno chiaro di quanto forti stiano diventando gli islamisti. Ma nessun paese dovrebbe lasciare che le infermiere si coprano il viso».

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Press Saadawi

La scrittrice che fa paura all’Islam

| La Repubblica | Lunedì 18 giugno 2001 | Gianluigi Melega |

Oggi al Cairo comincia il processo a carico della Saadawi, psichiatra, romanziera e saggista perseguitata perché ritenuta “apostata”.

IL CAIRO – Questa è la prima parte di una storia che si concluderà oggi, quando la protagonista sarà processata da un tribunale del Cairo e, se ritenuta colpevole, sarà condannata al divorzio forzato ed eventualmente a tre anni di carcere. Nawal Saadawi è una delle più famose scrittrici egiziane. Ha 70 anni. Laureata in medicina e psichiatria, ha scritto oltre venti tra saggi e romanzi, è già stata in prigione per ragioni politiche.
Ha un carattere indomabile e un marito di 78 anni, anche lui medico e scrittore, di cui dice con ironia: «Potrei divorziare da lui per mille ragioni personali: ma se i fondamentalisti islamici riescono a farmi condannare al divorzio forzato staremo insieme per sempre» .
L’appartamento in cui vivono al Cairo è al ventiseiesimo piano di un palazzone di periferia. Dalla veranda aperta entra un vento fresco, si vede il poderoso Nilo che si bipartisce, dando origine a un primo, grande ramo del suo delta. Nawal Saadawi ha una testa leonina, i capelli come una gonfia criniera bianca continuamente scossa, la foga delle parole travolgente. Profuga politica ha insegnato nelle università americane dal ‘92 al ‘97, parla benissimo inglese.
«Sono nata in campagna, nel 1932. Dopo la laurea, ho diretto una rivista di medicina e sono stata nominata direttore del ministero della Sanità con delega all’assistenza per le donne. Dopo la pubblicazione di un mio testo medico, “La donna e il sesso”, sono stata licenziata. Allora ho insegnato all’Università del Cairo, con ricerche specializzate sulle nevrosi femminili. Nell’89 l’Onu mi ha affidato la direzione dei programmi per le donne in Africa e Medio Oriente» .
Siamo ad ascoltarla in una decina. Una delegazione di femministe tunisine, un’avvocatessa catalana e una belga, una rappresentante della presidenza svedese dell’Unione europea e, per il Parlamento di Strasburgo, un’altra indomabile, Emma Bonino, che dopo la delusione elettorale italiana, s’è gettata nella difesa di casi di donne oppresse, imprigionate o minacciate di morte per il coraggio di difendere i loro diritti, in ogni parte del mondo. Per Nawal Saadawi il Parlamento europeo, su iniziativa della Bonino, ha approvato una mozione di sostegno. E ora lei è qui per il processo.
Il marito della protagonista, schivo e gentile ma non remissivo, dice: «Sono iscritto al partito del Fronte, quello che in Parlamento è più a sinistra, e sono indignato per il fatto che pochissimi parlamentari anche del mio partito hanno parlato in favore di Nawal: vedo in giro troppa paura» .
«Nell’81 venni arrestata e gettata in prigione senza processo da Anwar Sadat, in una retata di 1.600 intellettuali che criticavano il governo», continua la Saadawi. Un mese dopo Sadat fu assassinato e Mubarak, che gli era successo come presidente, liberò tutti: «Ci ricevette a palazzo e disse, “andate a casa e dimenticate il passato”; io chiesi la parola e dissi “grazie per la libertà, ma non vogliamo dimenticare: perché non vogliamo che accada ancora”». Mubarak non gradì troppo il mio intervento» .
In Egitto, se si è scrittori oggi si può finire su due liste nere. Una, ufficiosa del governo: direttori di giornali, radio e tv, sanno che certe persone non devono essere ospitate sui mezzi che controllano. Una, orale, che i fondamentalisti islamici fanno circolare nei mercati, nelle scuole, nelle campagne. I muezzin urlano il nome dell'”eretico” per l’Islam dagli altoparlanti delle moschee e annunciano condanna e pena con un solo verbo: «Ammazzatelo!».
«Io ho sentito con le mie orecchie la sentenza contro di me gridata dal minareto: “Ammazzatela!”», racconta Saadawi. Fu allora, nel ‘92, dopo dieci anni difficili, in cui però conobbe il successo delle traduzioni dei suoi libri (in italiano sono stati pubblicati “Firdaus”, “Dio muore sul Nilo” e “L’amore ai tempi del petrolio“), che Saadawi e suo marito decisero per l’esilio, andando a insegnare in America.
Sono tornati quattro anni fa. Ma adesso lei è, paradossalmente, vittima del suo maggiore alleato: la globalizzazione della tv. Finché era lontana non dava fastidio. In Egitto i giornali hanno tre tabù, argomenti di cui non si può parlar male: il presidente Mubarak, le Forze armate, e l’Arabia Saudita. E i fondamentalisti, i cui Fratelli musulmani sono fuorilegge come partito, hanno come campo di battaglia l’egemonia culturale: purché non allunghino il tiro alla politica, il governo li lascia fare. Ora, molte tv arabe hanno intervistato la Saadawi. E le parabole sui tetti del Cairo hanno rilanciato tra gli egiziani le sue critiche al governo e ai fondamentalisti. Questa strana forma di libertà di parola tecnologica s’è ritorta contro di lei.
Un avvocato fondamentalista, Nabib Wahsh, specialista in casi clamorosi (aveva denunciato la regina Elisabetta per la morte della principessa Diana), ha denunciato «per apostasia» la Saadawi, chiamandola per iscritto «brutta vecchiaccia» e sostenendo che quanto dice e scrive è una continua trasgressione della legge islamica. Un apostata, per la legge islamica, è un essere morto, quindi non può essere sposato con un credente musulmano. Quindi, sostiene l’avvocato Wahsh, Nawal Saadawi e suo marito devono divorziare e vivere separati, e lei in prigione. Qualunque credente è autorizzato a fare qualsiasi gesto perché la legge islamica sia osservata, per esempio picchettare la loro casa, o peggio. Ciò significa mettere la scrittrice alla mercè di qualsiasi fanatico fondamentalista.
Oggi, davanti a una piccola folla di osservatori internazionali e, forse, di estremisti islamici, un giudice dovrà annunciare il suo verdetto.

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Il Cairo a strisce

DLab | Lunedì 14 giugno 2008 | Elisa Pierandrei |

Si intitola Metro la prima graphic novel per adulti che parla egiziano. È nata dalla matita di Magdi El Shafee, una laurea in farmacia, e una passione infinita per i fumetti, da quelli di Ugo Pratt ai lavori del suo maestro basco Golo, a Marjane Satrapi. Metro è ambientata in una metropoli in cui Il Cairo è riconoscibile attraverso i cartelloni pubblicitari, la passeggiata lungo il Nilo, le fermate della metropolitana. È in questa città frammentata e corrotta che i giovani protagonisti, Shihab e Mustafa, sono coinvolti in una rapina. Shafee ha pubblicato per una piccola casa editrice, Malamih (www.magdycomics.com), che però, assicurano i giovani egiziani, è stata uno dei primi cult per la generazione di ventenni underground che fino a pochi anni fa erano una rarità al Cairo. Il volume è in vendita alla Townhouse Gallery (thetownhousegallery.com) e in pochi altri posti in città.