Il cambiamento è irreversibile presto toccherà anche la politica

La Repub­bli­ca | Saba­to 16 giu­gno 2012 | Dona­tel­la Alfonso |

LA LIBERTÀ ha sem­pre un prez­zo ma, avver­te Kha­led al Kha­mis­si, scrit­to­re e regi­sta cai­ro­ta che con il suo bestsel­ler Taxi (tra­dot­to in Ita­lia da “il Siren­te”) ha dato voce a pro­te­ste, sen­ti­men­ti, desi­de­ri del popo­lo egi­zia­no negli ulti­mi anni del regi­me di Hosni Muba­rak, «ormai è ini­zia­to un pro­ces­so irre­ver­si­bi­le, in Egit­to come negli altri Pae­si ara­bi. Pos­so­no anche veni­re i mili­ta­ri, può gover­na­re Sha­fiq, ma quel­la che è già una for­te tra­sfor­ma­zio­ne socia­le diven­te­rà, nell’ arco di due o tre anni, anche poli­ti­ca. È una rivo­lu­zio­ne sen­za par­ti­ti, pro­gram­mi, lea­der, ma è un per­cor­so di liber­tà. La stra­da è lun­ga, aspet­ta­te­ci: tra die­ci anni ci vedre­te». Kha­led al Kha­mis­si, si può par­la­re di un gol­pe in Egit­to? «La stam­pa occi­den­ta­le ado­ra i ter­mi­ni for­ti, ma io non la pen­so così. Se devo dire la veri­tà, non me ne impor­ta nul­la di quel­lo che acca­de sul­la cima del­la pira­mi­de, per­ché io guar­do alla base del­la pira­mi­de. Non inte­res­sa a me e non inte­res­sa alla gen­te. Che tor­ni Sha­fiq, che i mili­ta­ri pren­da­no il pote­re… sarà solo un pro­ble­ma di ver­ti­ce. I cam­bia­men­ti socia­li ormai sono irre­ver­si­bi­li». Ritor­no dei vec­chi gover­nan­ti, vit­to­ria dell’ Islam radi­ca­le un po’ dap­per­tut­to: la pri­ma­ve­ra ara­baè fini­ta? «Lo ripe­to dal gen­na­io del 2011: non c’ è nes­su­na pri­ma­ve­ra ara­ba, ma un cam­bia­men­to socia­le che con­ti­nua e por­te­rà a una vera tra­sfor­ma­zio­ne di tut­ti i nostri Pae­si entro una deci­na d’ anni. La gen­te sa che ci vuo­le tem­po, ma ha fidu­cia nel lun­go perio­do. Non teme né Sha­fiq, né i Fra­tel­li musul­ma­ni per­ché cre­de nel­la liber­tà, che gli isla­mi­sti inve­ce com­bat­to­no. Sha­fiq vuo­le veni­re? Bene, che ven­ga. Non cam­bie­rà quan­to sta acca­den­do alla base del­la socie­tà». Da quan­to lei dice sem­bra che i mili­ta­ri sia­no qua­si dei garan­ti del­la tra­sfor­ma­zio­ne: non teme inve­ce una guer­ra civi­le come ci fu in Alge­ria? «No, è pas­sa­to mol­to tem­po, la sto­ria è diver­sa, c’ è Inter­net, c’ è la pos­si­bi­li­tà di espri­mer­si e il corag­gio di far­lo. Inol­tre, non c’ è un nuo­vo pote­re isla­mi­co, i movi­men­ti radi­ca­li, negli anni, sono sta­ti soste­nu­ti e finan­zia­ti sia da Sadat che, soprat­tut­to, da Muba­rak. E, per quan­to riguar­da il Con­si­glio supre­mo del­le For­ze arma­te, non vedo la pos­si­bi­li­tà di una sfi­da tra il ritor­no al pote­re dell’ Ancien régi­me e un nuo­vo pote­re isla­mi­co. Ci sono inte­res­si poli­ti­ci e finan­zia­ri da difen­de­re, ser­ve una sta­bi­li­tà». Pen­sa a un ruo­lo degli intel­let­tua­li in que­sto per­cor­so di cre­sci­ta demo­cra­ti­ca? «No, gli intel­let­tua­li non han­no un peso suf­fi­cien­te. È la clas­se media, e soprat­tut­to sono i gio­va­ni, per­ché il 60 per cen­to degli egi­zia­ni ha meno di 25 anni, che non inten­do­no accet­ta­re né la for­ma­li­tà del siste­ma di Muba­rak né di quel­lo dei Fra­tel­li musul­ma­ni. Si andrà pro­gres­si­va­men­te ver­so una con­cre­tiz­za­zio­ne poli­ti­ca di quan­to si sta già facen­do sot­to il pro­fi­lo socia­le». Lei, quin­di, che futu­ro vede per il suo Pae­se? «Io sono otti­mi­sta. Il cam­bia­men­to e la liber­tà saran­no al pote­re tra una deci­na d’ anni. Aspettateci».

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Riva Sud

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 28 ago­sto 2011 | Sara Scheggia |

Taxi, vico­li, con­do­mi­ni. E il deser­to. Sono i luo­ghi del Magh­reb, quel­li che han­no tenu­to cal­de, sot­to la cene­re, le rivol­te esplo­se quest’anno. Descrit­ti da auto­ri egi­zia­ni ed alge­ri­ni, diven­te­ran­no tea­tro in uno spa­zio che si apre al pub­bli­co per la pri­ma vol­ta: il cor­ti­le del­la comu­ni­tà mino­ri­le di via del Pra­tel­lo. In quel luo­go, dove i ragaz­zi han­no crea­to un giar­di­no «segre­to» di pian­te offi­ci­na­li, ver­rà ospi­ta­to da doma­ni «Riva Sud Medi­ter­ra­neo», ras­se­gna di tea­tro, voci e musi­che che, oltre alla com­pa­gnia del Pra­tel­lo diret­ta da Pao­lo Bili, vedrà pro­ta­go­ni­ste anche altre real­tà cit­ta­di­ne. Si trat­ta di Tra un atto e l’altro, Tea­tri­no Clan­de­sti­no, Lala­ge Tea­tro e Medin­sud, che cure­rà l’accompagnamento musi­ca­le: insie­me ad atto­ri pro­fon­da­men­te diver­si ma tut­ti radi­ca­tia Bolo­gna, come Ange­la Mal­fi­ta­no, Fran­ce­sca Maz­za, Fio­ren­za Men­ni, Lucia­no Man­za­li­ni e Mau­ri­zio Car­dil­lo, met­te­ran­no in sce­na sei spet­ta­co­li per rac­con­ta­re le pri­ma­ve­re ara­be dei mesi scor­si. Ogni sera­ta, inol­tre, sarà intro­dot­ta da un inter­ven­to sul­la situa­zio­ne geo-poli­ti­ca in cor­so, con gli sto­ri­ci Gian­ni Sofri e Luca Ales­san­dri­ni, e lo scrit­to­re alge­ri­no resi­den­te a Raven­na Tahar Lamri.

«Il risul­ta­to pro­dot­to da atti­vi­tà come que­ste — spie­ga Giu­sep­pe Cen­to­ma­ni, diri­gen­te del Cen­tro di giu­sti­zia mino­ri­le dell’Emilia Roma­gna — vale il prez­zo da paga­re, cioè il rischio di fughe o l’incremento dei controlli.

In più, mol­ti ragaz­zi del car­ce­re e del­la comu­ni­tà sono di ori­gi­ne magre­bi­na: è impor­tan­te con­di­vi­de­re rifles­sio­ni sul loro mon­do». Il rife­ri­men­to è a qual­che mese fa, quan­do un dete­nu­to del car­ce­re del­la Doz­za è eva­so duran­te le pro­ve di uno spet­ta­co­lo teatrale.

«I mino­ri che seguia­mo rispon­do­no bene alle mani­fe­sta­zio­ni ester­ne — osser­va Loren­zo Roc­ca­ro, diret­to­re del­la Comu­ni­tà Pub­bli­ca di via del Pra­tel­lo 38, da cui pas­sa­no alme­no 130 ragaz­zi all’anno — Ora apri­ran­no le por­te del­la loro casa al pub­bli­co: li aiu­te­rà a per­ce­pi­re la comu­ni­tà come una vera resi­den­za in cui acco­glie­re ospi­ti». Riva Sud Medi­ter­ra­neo, soste­nu­ta da Lega­coop e Uni­pol e dai con­tri­bu­ti degli osti del­la stra­da, par­ti­rà doma­ni con «Voci dai taxi del Cai­ro. Oggi». Uno spet­ta­co­lo inter­pre­ta­to dai ragaz­zi del­la com­pa­gnia del Pra­tel­lo, trat­to dal roman­zo dell’egiziano Kha­led Al Kha­mis­si, che mixa mono­lo­ghi e dia­lo­ghi dei tas­si­sti del Cairo.

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Il mio diario a fumetti da piazza Tahrir

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 6 feb­bra­io 2011 | pp. 32–33 | sezio­ne: Dome­ni­ca­le | Fran­ce­sca Cafer­ri |

Lune­dì 24 gen­na­io. È la sera pri­ma del­la mani­fe­sta­zio­ne, non sap­pia­mo cosa aspet­tar­ci. Abbia­mo mol­te spe­ran­ze, ma doma­ni quan­te saran­no le per­so­ne che ver­ran­no in piaz­za? Comin­cio a rice­ve­re un sac­co di tele­fo­na­te di ami­ci, e così mi ritro­vo a pen­sa­re, a sape­re nel pro­fon­do del mio cuo­re, che quel­la che stia­mo per vive­re è la fine del regi­me di Muba­rak. Dico a tut­ti quel­li che cono­sco che doma­ni dob­bia­mo anda­re in piaz­za: se non cam­bi qual­co­sa di pic­co­lo tu, le cose gran­di non cam­bie­ran­no mai.

Mar­te­dì 25 gen­na­io. Il mio sogno sta diven­tan­do real­tà: in stra­da, improv­vi­sa­men­te, ci sono miglia­ia di per­so­ne. Gen­te che non ha nes­su­na espe­rien­za poli­ti­ca, che non è mai sta­ta atti­va, ma che oggi rispon­de all’ appel­lo lan­cia­to in nome di Kha­lid Said (un gio­va­ne atti­vi­sta egi­zia­no fer­ma­to e pic­chia­to a mor­te da due poli­ziot­ti fuo­ri da un inter­net cafè ad Ales­san­dria qual­che mese fa). La pagi­na a suo nome su Face­book è sta­ta una di quel­le che han­no chia­ma­to alla pro­te­sta: ma non mi aspet­ta­vo che in così tan­ti rispondessero.

Mer­co­le­dì 26 gen­na­io. Pos­sia­mo far­ce­la. Dopo la fiam­ma­ta di ieri, anche oggi la gen­te è tor­na­ta in stra­da. Inter­net non fun­zio­na, i tele­fo­ni­ni sono muti, nien­te sms. Ma tut­ti ci sia­mo diret­ti a piaz­za Tah­rir: per pas­sa­pa­ro­la, per­ché que­sta è la piaz­za del­la Libe­ra­zio­ne (Tah­rir in ara­bo, ndr). E noi voglia­mo esse­re libe­ri. È una spe­cie di mira­co­lo, ritro­var­ci tut­ti qui. Oggi abbia­mo deci­so: il momen­to deci­si­vo sarà vener­dì, dopo la pre­ghie­ra di mezzogiorno.

Vener­dì 28 gen­na­io. In cen­tro, con mia moglie. Andia­mo ver­so piaz­za Tah­rir, vedia­mo arri­va­re gen­te da ogni dire­zio­ne. Occu­pia­mo la piaz­za. La poli­zia è pre­oc­cu­pa­ta, ma noi sia­mo tan­tis­si­mi. Pro­va­no a fer­mar­ci, scon­tri, ma dav­ve­ro è impos­si­bi­le but­tar­ci fuo­ri da que­sta piaz­za. Tut­to acca­de mol­to in fret­ta: pri­ma la gio­ia, poi la rab­bia, gli scon­tri con la poli­zia, i can­no­ni ad acqua, le pal­lot­to­le di gom­ma. Arri­va­no i tank dell’ eser­ci­to, abbia­mo dav­ve­ro pau­ra: non sap­pia­mo cosa faran­no. Poi ci dico­no: «Sia­mo con voi». Un’ esplo­sio­ne di feli­ci­tà. Dura poco: la tele­vi­sio­ne annun­cia un discor­so di Muba­rak. Ciò che dice gela il nostro umo­re, la piaz­za è furio­sa. Una gior­na­ta paz­ze­sca oggi. Tor­no a casa tar­dis­si­mo, solo per ripo­sa­re un po’ .

Saba­to 29 gen­na­io. Mi sve­glio anco­ra pie­no di rab­bia. Tut­to è così ingiu­sto. Le pro­mes­se fat­te ieri sera da Muba­rak non pos­sia­mo accet­tar­le. Que­sto è anco­ra più chia­ro ora, al sor­ge­re del sole. Trop­po poco, trop­po tar­di. Dob­bia­mo tro­va­re il modo di urlar­lo al mon­do che ci guar­da: così non va bene. Voi in Occi­den­te ave­te scrit­to mol­to su Moham­med El Bara­dei (l’ex segre­ta­rio gene­ra­le dell’ Aiea, pre­mio Nobel per la pace e da mesi indi­ca­to come l’ anti­Mu­ba­rak, ndr). Noi arti­sti e intel­let­tua­li lo appog­gia­mo in vista di una tran­si­zio­ne: anche i Fra­tel­li musul­ma­ni lo fan­no. Ma dove­te sta­re atten­ti: è la rab­bia del­la gen­te che muo­ve que­sta pro­te­sta, soprat­tut­to la rab­bia dei gio­va­ni che si orga­niz­za­no via Inter­net. Sono le loro voci che devo­no esse­re ascol­ta­te, non quel­le del­la politica.

Lune­dì 31 gen­na­io. Resta­re in piaz­za, non anda­re via: è l’ uni­co modo per otte­ne­re qual­co­sa. E allo­ra la gen­te deci­de di resta­re a piaz­za Tah­rir, dan­do­si il cam­bio. «Come a Tie­nan­men», mi dice un ami­co. Lo sap­pia­mo, ci abbia­mo pen­sa­to. Lo voglio dire chia­ro: a que­sto pun­to sia­mo pron­ti a tut­to. Se Muba­rak vuo­le fare un bagno di san­gue, sap­pia che la gen­te è pron­ta al bagno di san­gue. Chi sta in piaz­za oggi non è più un cit­ta­di­no ordi­na­rio dell’Egitto, è una per­so­na con­sa­pe­vo­le. «Voglio ren­de­re il mio pae­se miglio­re», mi ha det­to un ragaz­zi­no: ave­va vin­to una bor­sa di stu­dio, dove­va par­ti­re, non lo ha fat­to, non è il momen­to. Non sia­mo più silen­zio­si e ras­se­gna­ti: la gen­te intor­noa me vuo­le solo una cosa. Un cam­bia­men­to vero e uno sta­to real­men­te demo­cra­ti­co: non ci fidia­mo di Omar Sulei­man (il capo dei ser­vi­zi segre­ti nomi­na­to vice­pre­si­den­te qual­che gior­no fa, ndr ), non voglia­mo ascol­ta­re le sue paro­le quan­do par­la di «tran­si­zio­ne»: non sia­mo sce­si in piaz­za per ave­re lui: voglia­mo esse­re libe­ri, inse­gna­re alla gen­te cosa sono i par­ti­ti e la democrazia.

Gio­ve­dì 3 feb­bra­io. Quel­lo che sta acca­den­do è la rea­liz­za­zio­ne del­le idee che ho scrit­to nel mio libro: l’ iner­zia a usci­ree par­te­ci­pa­re che tan­to cri­ti­ca­vo oraè fini­ta. Una ven­det­ta con­tro la cen­su­ra che ha bloc­ca­to il mio libro? No, non è que­sto. Io non mi ven­di­co, ma è bel­lis­si­mo. Non come fini­rà. Muba­rak ha par­la­to di nuo­vo ieri, pen­sa­va­mo che si dimet­tes­se: non lo ha fat­to. Non capi­sce che la gen­te non lo vuo­le. La rab­bia mon­ta. Gli agen­ti del­la sua guar­dia nazio­na­le, che indos­sa­no le uni­for­mi dell’ eser­ci­to, ci stan­no attac­can­do, tira­no sas­si, alcu­ni sono arma­ti. Ma non ci fer­mia­mo. Ieri ho dise­gna­to. Poco, solo per rac­con­ta­re quel­lo che sta suc­ce­den­do. Scri­ve­rò un altro libro quan­do tut­to que­sto sarà fini­to. E sarà la sto­ria di que­sti gior­ni. Ma ora è trop­po pre­sto per pensarci.

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Giovane, urbano e ribelle. Il nuovo romanzo arabo

| Libe­ra­zio­ne | Dome­ni­ca 4 apri­le 2010 | Gu.Ga. |

«Lo sai? Io ho un gran­de sogno. Vivo per quel sogno. (…) Lo sai qual è il mio sogno? Che io, dopo quat­tro anni, pren­do un taxi tut­to per me e gui­do fino al Sud Afri­ca per anda­re a vede­re la Cop­pa del Mon­do. Met­to insie­me una pia­stra dopo l’altra per quat­tro anni e poi par­to alla sco­per­ta del con­ti­nen­te africano».
Ben­ve­nu­ti al Cai­ro, la cit­tà dei tas­si­sti. Sui “tas­si­na­ri” del­la capi­ta­le egi­zia­na cir­co­la­no leg­gen­de, per­fi­no il loro nume­ro non è cer­to, si è svi­lup­pa­to un vero e pro­prio gene­re musi­ca­le e è cre­sciu­ta una nuo­va nar­ra­zio­ne metro­po­li­ta­na. Sfrec­cian­do, o per meglio dire spo­stan­do­si pazien­te­men­te da un ingor­go all’altro, i taxi egi­zia­ni rap­pre­sen­ta­no però tut­ta la viva­ci­tà del­le nuo­ve socie­tà ara­be, deci­sa­men­te in cor­sa ver­so il futu­ro. Un’emergenza cul­tu­ra­le che nel nostro pae­se han­no col­to tra gli altri alcu­ni edi­to­ri che han­no deci­so di con­sa­cra­re buo­na par­te del pro­prio lavo­ro e del­le pro­prie atten­zio­ni a quan­to di inte­res­san­te vie­ne pro­dot­to nel­la spon­da meri­dio­na­le del Medi­ter­ra­neo. Come la col­la­na Altria­ra­bi dell’Edi­tri­ce il Siren­te che ha pub­bli­ca­to nel 2008 Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (pp. 192, euro 15,00) di Kha­led Al Kha­mis­si, bestsel­ler egi­zia­no con­sa­cra­to al mito dei tas­si­sti, ma anche L’amore ai tem­pi del petro­lio (pp. 140, euro 15,00) di Nawal al-Sa’-dawi, una del­le più note e cele­bra­te scrit­tri­ci e fem­mi­ni­ste egi­zia­ne. O come le edi­zio­ni Epo­ché, che van­ta­no un ric­co cata­lo­go dedi­ca­to in gran par­te alla nar­ra­ti­va dell’Africa sub-saha­ria­na ma dove tro­va­no spa­zio anche diver­si tito­li pro­ve­nien­ti dai pae­si ara­bi. E’ il caso di Che il velo sia da spo­sa! (pp. 204, euro 15,00) dell’egiziana Gha­da Abdel Aal che rac­con­ta le peri­pe­zie di una gio­va­ne don­na “a cac­cia di mari­to”. O del­la rac­col­ta postu­ma del gran­de poe­ta pale­sti­ne­se Mah­mud Dar­wish, scom­par­so due anni fa, Come fio­ri di man­dor­lo o più lon­ta­no (pp. 148, euro 13,50), usci­ta da qual­che giorno.
Gha­da Abdel Aal ha trent’anni, fa la far­ma­ci­sta al Cai­ro e alla base del suo libro c’è il blog che ave­va lan­cia­to qual­che anno fa, inti­to­la­to “Voglio spo­sar­mi”, dove ave­va anno­ta­to minu­zio­sa­men­te, e sen­za rispar­mia­re iro­nia, il pro­fi­lo dei suoi pre­ten­den­ti e la pres­sio­ne del­la fami­glia per­ché lei tro­vas­se un mari­to. Quel suo dia­rio onli­ne ave­va rac­col­to un tale suc­ces­so da spin­ge­re una case edi­tri­ce cai­ro­ta a chie­der­le di tra­sfor­mar­lo in un rac­con­to. Che il velo sia da spo­sa! resti­tui­sce ora tut­ta la fre­schez­za e il gusto per il para­dos­so che han­no fat­to par­la­re di que­sta gio­va­ne egi­zia­na come del­la “Brid­get Jones del mon­do ara­bo”: « Pren­de­te una pen­na e un bloc-notes, per­ché sto per lan­ciar­vi una sfi­da impor­tan­te: Elen­ca­te cin­que aspet­ti in comu­me tra zia Shu­kriyya e al Qae­da. (…) Pri­mo: entram­bi — sia che li appro­via­te o che li bia­si­mia­te (e, per inci­so, se è pos­si­bi­le che qual­cu­no appro­vi al Qae­da, zia Shu­kriyya pro­prio no, è impen­sa­bi­le!) — com­pio­no azio­ni che han­no come risul­ta­to fina­le esplo­sio­ni, distru­zio­ne e di soli­to anche spar­gi­men­to di sangue».
Kha­led Al Kha­mis­si, clas­se 1962, è sta­to a lun­go gior­na­li­sta pri­ma di dedi­car­si soprat­tut­to alla let­te­ra­tu­ra. In Taxi ha rac­col­to aned­do­ti e sto­rie ascol­ta­te dai tas­si­ti del Cai­ro tra il 2005 e il 2006 che com­pon­go­no una sor­ta di foto­gra­fia dell’Egitto di oggi, visto che, come spie­ga l’autore, «costo­ro deten­go­no un’ampia cono­scen­za del­la socie­tà, per­ché la vivo­no con­cre­ta­men­te sul­la stra­da». Anche in que­sto caso il rac­con­to del­la nuo­va real­tà del mon­do ara­bo pas­sa per l’ironia: «Mol­to spes­so mi capi­ta di anda­re con tas­si­sti che non cono­sco­no bene i per­cor­si né i nomi del­le stra­de… tut­ta­via, que­sto qui si fre­gia­va dell’onore di non cono­sce­re nes­su­na stra­da eccet­to, natu­ral­men­te, quel­la di casa sua».

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Titusville, la città-fantasma che inventò l’oro nero

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 26 luglio 2009 | Vit­to­rio Zucconi |

TITUSVILLE (Penn­syl­va­nia). Tut­to quel­lo che resta del fiot­to che alla­gò la Ter­ra è un’ ampol­li­na di liqui­do scu­ro, espo­sta ai fede­li die­tro una vetri­na, come la reli­quia di un san­to. «Petro­lio», mi addi­ta sen­za toc­ca­re l’ ampol­la la signo­ra Zol­li, diret­tri­cee sacer­do­tes­sa di que­sto tem­pio-museo costrui­to fra le quie­te col­li­ne del­la Penn­syl­va­nia, accan­to a un bosco di lari­ci e di cer­vi, esat­ta­men­te sopra il ter­re­no dal qua­le, il 27 ago­sto del 1859, un avven­tu­rie­ro che si face­va chia­ma­re «colon­nel­lo» fece sgor­ga­re il greg­gio dal­la ter­ra per­fo­ra­ta. E lan­ciò, sen­za nep­pu­re ren­der­se­ne con­to, quel­la rivo­lu­zio­ne e quel­la indu­stria che oggi muo­vo­no il pia­ne­ta Ter­ra e che lo stan­no asfis­sian­do. Se nell’ Inghil­ter­ra del car­bo­ne e del vapo­re comin­ciò la rivo­lu­zio­ne indu­stria­le, fu da qui, dal­la ter­ra che un tem­po appar­te­ne­va alle sei nazio­ni degli Iro­che­si che rac­co­glie­va­no col cuc­chiai­no il «suc­co del­le roc­ce» in super­fi­cie per usar­lo come medi­ci­na­le, che si avviò quel­la caro­va­na di bari­li, oleo­dot­ti, petro­lie­re, raf­fi­ne­rie, sta­zio­ni di ser­vi­zio, cate­ne di mon­tag­gio e armi che rag­giun­go­no sei miliar­di di esse­ri uma­ni, pove­ri o ric­chi, ovun­que un sac­chet­to di pla­sti­ca arri­vi. ( segue dal­la coper­ti­na) Eppu­re luo­go meno trion­fa­le, meno pom­po­so, più timi­do, con la scon­tro­si­tà del­la Penn­syl­va­nia che Michael Cimi­no rac­con­tò nel suo Cac­cia­to­re, potreb­be esse­re imma­gi­na­to di que­sta lan­gui­da cit­ta­di­na di sei­mi­la­quat­tro­cen­to abi­tan­ti, mol­ti dei qua­li stu­den­ti in un cam­pus del­la Uni­ver­si­tà di Pitt­sbur­gh. Un vil­lag­gio qual­sia­si, nel «gran­de ovun­que ame­ri­ca­no», che sta nasco­sto tra le infi­ni­te val­li degli anti­chis­si­mi mon­ti Appa­la­chia­ni, la spi­na di roc­cia logo­ra­ta dal­le ere geo­lo­gi­che fra l’ Ala­ba­ma e Ter­ra­no­va. Iro­ni­ca­men­te, per il Pae­se che inven­tò l’ indu­stria del petro­lio, nes­su­na auto­stra­da lo rag­giun­ge, nes­sun vian­dan­te lo attra­ver­sa se non smar­ri­sce la stra­da, e rari turi­sti tran­si­ta­no avan­ti e indie­tro lun­go una Main Street rima­sta intrap­po­la­ta nel tem­po, dove non ti sor­pren­de­reb­be vede­re Super­man bam­bi­no sul­la Ford Model­lo T del padre. Sol­tan­to per­ché io sono l’ uni­co pas­seg­ge­ro, e visi­bil­men­te adul­to, sul fin­to tran­vai­no turi­sti­co che offre per cin­que dol­la­ri il giro del­la cit­tà, la gui­da mi addi­ta, con pudo­re, un palaz­zet­to di mat­to­ni ros­si a tre pia­ni che negli anni del­la “cor­sa al petro­lio” era il più viva­ce e fre­quen­ta­to bor­del­lo del­la con­tea. E oggi ospi­ta, per pura coin­ci­den­za, un nego­zio di abi­ti da spo­sa che quel­le pove­re ragaz­ze di fine Otto­cen­to costret­te ad amples­si feti­di coni tra­pa­na­to­ri del petro­lio avreb­be­ro sogna­to inva­no. Tut­to quel­lo che rima­ne del fiot­to che sgor­gò dal cam­po dove ora sor­ge il museo è appe­na abba­stan­za greg­gio per ali­men­ta­re la ripro­du­zio­ne (auten­ti­ca, come si dice qui) del­la pri­ma tri­vel­la del fin­to colon­nel­lo Edwin Dra­ke, un seco­lo e mez­zo fa, e per mostra­re ai visi­ta­to­ri del­le scuo­le come fun­zio­na l’ estra­zio­ne del petro­lio che non c’ è più. Se Titu­svil­le, bat­tez­za­ta con il nome del fon­da­to­re, non è diven­ta­ta una cit­tà fan­ta­sma come le cit­tà mine­ra­rie del C o l o r a d o , d e l Klon­di­ke, del­la Cali­for­nia quan­do le vene auri­fe­re si esau­ri­ro­no, è per il cam­pus uni­ver­si­ta­rio e per la pre­sen­za di una fab­bri­ca di pla­sti­ca, ali­men­ta­ta con il petro­lio impor­ta­to dall’ Ara­bia Sau­di­ta. Due motel a una stel­li­na, l’ imman­ca­bi­le gran­de magaz­zi­no di ciar­pa­me made in Cina, il Wal Mart, quat­tro saloo­ne una doz­zi­na di risto­ran­ti alla svel­ta sono tut­to quel­lo che rima­ne di una sco­per­ta che avreb­be pro­dot­to, cen­to­cin­quan­ta anni più tar­di, una ric­chez­za mon­dia­le da mil­le­tre­cen­to miliar­di di dol­la­ri annui per le nazio­ni pro­dut­tri­ci di petro­lio. E che qui, nel­la ter­ra spom­pa­ta, è un ricor­do. Il petro­lio greg­gio, per chi non lo aves­se mai visto da vici­no, è una cosa che fa schi­fo, come è ovvio che sia un distil­la­to di putre­fa­zio­ni orga­ni­che mil­le­na­rie. Ma qui non si avver­te più nell’ aria quell’ odo­re di cor­ru­zio­ne sul­fu­rea che mi rima­se per sem­pre nel­le nari­ci dai gior­ni del­la Pri­ma guer­ra del Gol­fo, quan­do Sad­dam Hus­sein nel feb­bra­io del 1991 alla­gò il Kuwait per la rab­bia di aver­lo per­du­to. Sono ormai solo i nomi dei pae­si e dei luo­ghi che si attra­ver­sa­no nel labi­rin­to degli Appa­la­chia­ni per rag­giun­ge­re Titu­svil­le da Pitt­sbur­gh che ricor­da­no che cosa esplo­se qui, nomi come Oil City, Pitho­le (il buco del poz­zo, oggi vil­lag­gio fan­ta­sma) e Oil Creek, il tor­ren­te del petro­lio, nel qua­le anco­ra affio­ra­no stria­tu­re lumi­ne­scen­ti di greg­gio. Alla metà dell’ Otto­cen­to, quan­do arri­vò il “colon­nel­lo” Dra­ke, che si era attri­bui­to il gra­do fasul­lo, il feto­re di petro­lio era pun­gen­te. Furo­no quell’ odo­re, la tra­di­zio­ne dei nati­vi che lo scuc­chia­ia­va­no dal­le poz­zan­ghe­re e il traf­fi­co dei pochi bari­lot­ti usa­ti per accen­de­re i lumi a petro­lio ad atti­ra­re il “colon­nel­lo” e a spin­ger­lo a chie­de­re i dirit­ti di esplo­ra­zio­ne al pro­prie­ta­rio dei ter­re­ni, che nep­pu­re imma­gi­na­va di esse­re sedu­to sopra il futu­ro del mon­do. Dra­ke arri­vò a Titu­svil­le quan­do il pae­se era un gru­mo di caset­te di legno attor­no a un “tra­ding post”, un empo­rio per il com­mer­cio con gli india­ni del­la vici­na val­le dell’ Ohio, con una bor­sa di pel­le, un cam­bio di mutan­do­ni, due­mi­la dol­la­ri in con­tan­ti otte­nu­ti da finan­zia­to­ri di Wall Street e lo spaz­zo­li­no da den­ti con le seto­li­ne logo­re che la bades­sa del tem­pio, la signo­ra Zol­li, figlia di gene­ra­zio­ni di immi­gra­ti ita­lia­ni pio­vu­ti sul­la Penn­syl­va­nia, mi mostra com­pia­ciu­ta. Ai geo­lo­gi, come agli abi­tan­ti ori­gi­na­li degli Appa­la­chia­ni, la pre­sen­za di petro­lio nel sot­to­suo­lo era evidente,e la naf­ta, da esso deri­va­ta, era cono­sciu­ta all’ uma­ni­tà da seco­li, pro­ba­bil­men­te par­te del­la ine­stin­gui­bi­le misce­la infer­na­le che le navi di Bisan­zio lan­cia­va­no sul­le flot­te nemi­che, il fuo­co gre­co. Ma quan­do, dopo ripe­tu­ti fori nel­la ter­ra, e debi­ti per rifi­nan­zia­re la ricer­ca, il pri­mo “gusher”, il pri­mo fiot­to uscì dal pra­ti­cel­lo fan­go­so, la sua intui­zio­ne non fu la mate­ria oleo­sa suc­chia­ta ai sedi­men­ti lascia­ti dall’ ocea­no tie­pi­do che ave­va inon­da­to que­sta val­le per milio­ni di anni. Fu nel­la visio­ne del­la doman­da insa­zia­bi­le che il mon­do avreb­be svi­lup­pa­to per quel­la schi­fez­za maleo­len­tee fino ad allo­ra qua­si inu­ti­le, per­ché il petro­lio in quel 1859 era una solu­zio­ne alla ricer­ca di un pro­ble­ma. Un car­bu­ran­te sen­za un moto­re. Man­ca­va­no anco­ra dicias­set­te anni alla mes­sa a pun­to del pri­mo moto­re a quat­tro tem­pi e a com­bu­stio­ne inter­na, crea­to da Daim­ler, Otto e May­bach nel­la lon­ta­nis­si­ma Ger­ma­nia. E decen­ni alla sco­per­ta del­la supe­rio­ri­tà del moto­re die­sel sul­le cal­da­ie a car­bo­ne per le navi da bat­ta­glia, insa­zia­bi­li divo­ra­tri­ci di naf­ta. Ma qual­cun altro, anche meglio del fin­to colon­nel­lo, ave­va capi­to qua­le inim­ma­gi­na­bi­le ric­chez­za la sua tri­vel­la in Penn­syl­va­nia ave­va stap­pa­to. Il suo nome era John D. Roc­ke­fel­ler, pic­co­lo com­mer­cian­te di Cle­ve­land, che die­ci anni dopo la sco­per­ta del gia­ci­men­to nel cuo­re dei mon­ti del­la Penn­syl­va­nia già si era impa­dro­ni­to del con­trol­lo dell’ ottan­ta per cen­to di tut­te le raf­fi­ne­rie del­la regio­ne, neces­sa­rie per tra­sfor­ma­re il bro­do nero in car­bu­ran­ti, con la sua Stan­dard Oil. La rea­zio­ne a cate­na che avreb­be tra­vol­to l’ inte­ro pia­ne­ta era par­ti­ta. In tre anni, le cata­pec­chie di Titu­svil­le sareb­be­ro cre­sciu­te per ospi­ta­re quin­di­ci­mi­la per­so­ne, il dop­pio di oggi, die­ci­mi­la nel­la vici­na Pitho­le, ven­ti­mi­laa Oil City, con tra­lic­ci fit­ti come oggi i lari­ci e i piop­pi che han­no mise­ri­cor­dio­sa­men­te rico­per­to e risa­na­to la ter­ra tra­sfor­ma­ta in fan­go dal­le ruo­te dei car­ri e dagli zoc­co­li dei caval­li F che tra­spor­ta­va­no le bot­ti. Poz­zi e tri­vel­le spun­ta­ro­no a caso, sen­za rego­le o nor­me di sicu­rez­za, comei cer­ca­to­ri d’ oro coni pen­to­li­ni nel Klon­di­ke, tal­men­te vici­ni e fit­ti da sca­te­na­re incen­di ed esplo­sio­ni che in un solo gior­no avreb­be­ro ince­ne­ri­to ottan­ta per­so­ne, cre­ma­te e rac­col­te in una fos­sa comu­ne sen­za cro­cio nomi. Sgor­ga­ro­no mar­che di lubri­fi­can­ti e car­bu­ran­ti desti­na­te a stam­par­si sul­le pare­ti di ogni gara­ge, Qua­ker Oil, dal­la set­ta di quac­che­ri che qui era­no emi­gra­ti, Penn­zoil, Ken­dall, Suno­co, e la più cele­bre, la Exxon, par­to­ri­ta dal­la Stan­dard Oil dei Rockefeller,a sua vol­ta figlia del­la Penn­syl­va­nia Rock Oil Com­pa­ny. Titu­svil­le era diven­ta­ta la cit­tà del fan­go, dove era più fati­co­so estrar­re i car­ri dal­la ter­ra col­lo­sa che estrar­re il petro­lio. Una vam­pa­ta che, come quel­la che con­su­mò la vita di ottan­ta uomi­ni, comin­ciòa spe­gner­si nei pri­mi anni del Ven­te­si­mo seco­lo, quan­do un ocea­no incom­pa­ra­bil­men­te più vasto e faci­le da estrar­re fu sco­per­to sot­to la pra­te­ria del Texas. Il regno di Titu­svil­le, i suoi son­tuo­si bor­del­li e saloon, le fon­de­rie che era­no spun­ta­te nel­le val­li ver­gi­ni degli altri fiu­mi vici­ni, il Mono­ga­he­la, il fiu­me del­la luna, l’ Ohio, l’ Alle­ghe­ny, conob­be­ro una secon­da, fulig­gi­no­sa pri­ma­ve­ra nel­la Secon­da guer­ra mon­dia­le, quan­do si dis­san­gua­ro­no per ali­men­ta­re la mobi­li­ta­zio­ne bel­li­ca. Men­tre Detroit era l’ arse­na­le del­la demo­cra­zia, Titu­svil­le e la sua regio­ne for­ni­va­no il car­bu­ran­te per far fun­zio­na­re le mac­chi­ne da guer­ra. Oggi il “juras­sic park” del­la rivo­lu­zio­ne nera sta esau­sto, come se il par­to di quel­la mostruo­si­tà l’ aves­se sfian­ca­to. I sedi­ci­mi­la poz­zi anco­ra atti­vi in que­ste val­li pro­du­co­no 4.027 bari­li al gior­no, appe­na un cuc­chia­io di “olio di roc­cia” rispet­to agli otto milio­ni di bari­li pom­pa­ti — ogni gior­no — sol­tan­to dai deser­ti d’ Ara­bia. Resta, sot­to l’ occhio affet­tuo­so del­la signo­ra Zol­li, la reli­quia di un san­to che li ha sedot­ti e abban­do­na­ti. Il tran­vai­no per turi­sti che non ci sono fun­zio­na a bat­te­rie elet­tri­che, per non inqui­na­re la cit­tà fos­si­le di un com­bu­sti­bi­le fossile.

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Sole, atomo, idrogeno Cosa c’ è dopo Big Oil

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 26 luglio 2009 | Mau­ri­zio Ricci |

L’ossessione del mon­do per il petro­lio non è irra­gio­ne­vo­le. Al con­tra­rio, è asso­lu­ta­men­te ragio­ne­vo­le: nien­te con­tie­ne così tan­to in così poco. Un solo litro di ben­zi­na vale 9 kilo­wat­to­re di ener­gia, il 30 per cen­to in più di un litro (per dire) di bio­e­ta­no­lo. Non c’ è da stu­pir­se­ne: quel litro di ben­zi­na è figlio di 25 ton­nel­la­te di anti­che pian­te, lascia­te a cuo­ce­re nel sot­to­suo­lo per deci­ne di milio­ni di anni, fino a diven­ta­re petro­lio. L’ uomo, per ora, non è in gra­do di repli­ca­re un simi­le con­cen­tra­to di ener­gia, pron­ta­men­te usa­bi­le e tra­spor­ta­bi­le. Peral­tro, ci vor­ran­no oltre qua­rant’ anni, dal­la pri­ma tri­vel­la­zio­ne del colon­nel­lo Dra­ke, per­ché il mon­do si ren­da con­to del­la por­ta­ta rivo­lu­zio­na­ria di quel­la sco­per­ta. Alla fine dell’ Otto­cen­to, il petro­lio, oltre che per le ulti­me lam­pa­de pre-Edi­son, veni­va usa­to sem­pre più per le pri­me auto­mo­bi­li, ma in con­cor­ren­za con un ven­ta­glio di altri car­bu­ran­ti. All’ Expo di Pari­gi del 1900, Rudolf Die­sel esi­bì, con orgo­glio, il pri­mo moto­re, appun­to, die­sel. Che fun­zio­na­va, però, a noc­cio­li­ne: il car­bu­ran­te era olio di ara­chi­di. In quel momen­to, in tut­ti gli Sta­ti Uni­ti, c’ era­no com­ples­si­va­men­te quin­di­ci­mi­la auto­mo­bi­li. ( segue dal­la coper­ti­na) Tut­to cam­bia, solo pochi mesi dopo: il 10 gen­na­io 1901, l’ ex capi­ta­no del­la mari­na austria­ca Antho­ny Lucas, esper­to di minie­re di sale, tro­va il petro­lio sot­to la col­li­na di Spind­le­top, nel Texas orien­ta­le. Spind­le­top non è il pri­mo poz­zo. Ma è il pri­mo mega­poz­zo. Fino ad allo­ra, i gia­ci­men­ti pro­du­ce­va­no, in media, fra i 300 e i 1000 bari­li al gior­no. Spind­le­top ne spu­ta 110mila al gior­no. Una eru­zio­ne imma­ne: il più gros­so pro­ble­ma per Lucas fu capi­re come con­te­ne­re quel get­to che sta­va inon­dan­do etta­ri e etta­ri di ter­re­no. Era la dimo­stra­zio­ne che il petro­lio era una fon­te d’ ener­gia abbon­dan­te e facil­men­te dispo­ni­bi­le. Pre­sto, la rivo­lu­zio­ne sareb­be diven­ta­ta mon­dia­le. Nel 1908, l’ Anglo Per­sian Oil Com­pa­ny (poi Bp) tro­va in Iran alle pen­di­ci dei mon­ti Zagros, un gia­ci­men­to con riser­ve per un miliar­do e mez­zo di bari­li, cam­bian­do, di col­po, la sto­ria del Medio Orien­te. Ma la rivo­lu­zio­ne anco­ra non è com­piu­ta: gli inge­gne­ri devo­no aggiu­sta­re il gio­va­ne moto­re a scop­pio per poter uti­liz­za­re la ben­zi­na inve­ce di un altro (e più costo­so) distil­la­to del petro­lio, il kero­se­ne. Solo nel 1919, chiu­sa la Pri­ma guer­ra mon­dia­le, nel­le 667mila auto in cir­co­la­zio­ne negli Usa il nume­ro di quel­le a ben­zi­na supe­re­rà quel­le a kerosene.E biso­gne­rà aspet­ta­re la fine del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le per­ché il petro­lio inva­da il mon­do. A que­sto pun­to, infat­ti, i pas­sag­gi chia­ve, nel roman­zo dell’ oro nero, sono due. Il pri­mo avvie­ne nei deser­ti dell’ Ara­bia sau­di­ta, dove la Stan­dard Oil (poi insie­me alla Texa­co) tro­va un ocea­no di petro­lio. È vici­no alla super­fi­cie, vici­no al mare. Estrar­lo costa pochi spic­cio­li: due dol­la­ri a bari­le. L’ ener­gia a prez­zi strac­cia­ti diven­ta il vola­no di un impo­nen­te svi­lup­po eco­no­mi­co, che le auto sem­pre più gran­die poten­ti sim­bo­leg­gia­no ai quat­tro ango­li del mon­do indu­stria­liz­za­to. Atten­zio­ne, però: l’ equa­zio­ne petro­lio ugua­le auto è sba­glia­ta. Solo il 50 per cen­to dell’ oro nero vie­ne bru­cia­to nei tra­spor­ti. Guar­da­te que­sta lista: micro­chip, tele­fo­ni, deter­si­vi per lava­piat­ti, piat­ti infran­gi­bi­li, sci, len­ti a con­tat­to, ane­ste­ti­ci, car­te di cre­di­to, ombrel­li, den­ti­fri­ci, val­vo­le car­dia­che, para­ca­du­te e si potreb­be con­ti­nua­rea lun­go. Sono tut­ti deri­va­ti del petro­lio. Il secon­do pas­sag­gio chia­ve è l’ inven­zio­ne del­la pla­sti­ca. Non ci muo­via­mo solo con il petro­lio. Ci nuo­tia­mo den­tro: il petro­lio è tut­to intor­no a noi (nel caso del­le val­vo­le car­dia­che, anche den­tro). Far­ne a meno sarà dolo­ro­so e dif­fi­ci­le. Ce ne sia­mo resi con­to, una pri­ma vol­ta, negli anni Set­tan­ta, quan­do l’ embar­go dell’ Opec (i pae­si pro­dut­to­ri) lo rese scar­soe costo­so. E, anco­ra di più, negli ulti­mi anni, con il prez­zo del bari­le in asce­sa, appa­ren­te­men­te, irre­fre­na­bi­le. Cosaè suc­ces­so? Di fat­to nes­su­no nega che sia fini­ta l’ era del petro­lio faci­le, abbon­dan­te e poco caro. Ma sul per­ché esi­sto­no due inter­pre­ta­zio­ni. La pri­ma è poli­ti­ca. Il petro­lio c’ è, e in quan­ti­tà ade­gua­te, pec­ca­to che sia nei posti sba­glia­ti. Nel 1954, con un col­po di Sta­to, la Bp riu­scì a rove­scia­re la nazio­na­liz­za­zio­ne del petro­lio ira­nia­no, ma, negli anni Ottan­ta, quan­do a nazio­na­liz­za­re furo­no i sau­di­ti e poi tut­ti i pae­si del Gol­fo Per­si­co, le mul­ti­na­zio­na­li si riti­ra­ro­no in buon ordi­ne. Oggi, il gros­so del petro­lio rima­sto nel sot­to­suo­lo è di pro­prie­tà di com­pa­gnie nazio­na­li che, dico­no i soste­ni­to­ri di que­sta tesi, non inve­sto­no nel­la ricer­ca di nuo­vi poz­zi e han­no di fat­to inte­res­se a tener­si stret­ta, fin­ché dura, que­sta fon­te di ric­chez­za. La secon­da inter­pre­ta­zio­ne è geo­lo­gi­ca. Qui, la data cru­cia­le nonè il 1980e la nazio­na­liz­za­zio­ne del petro­lio sau­di­ta, ma die­ci anni pri­ma, nel 1971, quan­do la pro­du­zio­ne ame­ri­ca­na di petro­lio ha rag­giun­to il suo pic­co e ha ini­zia­to ine­so­ra­bil­men­te a scen­de­re, tra­sfor­man­do gli Usa nei mag­gio­ri impor­ta­to­ri di petro­lio al mon­do. Lo stes­so pro­ces­so, dico­no que­sti geo­lo­gi, è desti­na­to a ripe­ter­si via via in tut­to il mon­do. Il petro­lio diven­te­rà sem­pre di meno, sem­pre più dif­fi­ci­le e costo­so (sot­to la ban­chi­sa arti­ca, in fon­do all’ ocea­no) da estrar­re. Da due anni a que­sta par­te è lo schie­ra­men­to dei geo­lo­gi che gua­da­gna con­sen­si. Gli orga­ni­smi inter­na­zio­na­li rive­do­no al ribas­so le sti­me sul­la dispo­ni­bi­li­tà di petro­lio nei pros­si­mi decen­ni. Gli uomi­ni del­le mul­ti­na­zio­na­li sono anche più bru­schi: Cri­sto­phe de Mar­ge­rie, boss del­la Total, uno dei gran­di di Big Oil, ha det­to recen­te­men­te che «il mon­do non riu­sci­rà mai a pro­dur­re più di 89 milio­ni di bari­li al gior­no». Oggi, sia­mo già a 85 milio­ni. E poi? La rivo­lu­zio­ne del colon­nel­lo Dra­ke e del capi­ta­no Lucas l’ abbia­mo bru­cia­ta in cen­to­cin­quant’ anni. Nes­su­no sa se il futu­ro sarà il sole, l’ ato­mo o l’ idro­ge­no. L’ era del dopo-petro­lio si apre con mol­te doman­de e poche risposte.

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Il “broker canaglia” del mercato del petrolio

La Repub­bli­ca | Saba­to 4 luglio 2009 | Enri­co Franceschini |

LONDRA - Israe­le sta­va attac­can­do l’Iran? Era scop­pia­ta la guer­ra in Ame­ri­ca Lati­na? C’era sta­to un gol­pe a Mosca? Un atten­ta­to in Iraq? O maga­ri, Dio non voglia, una nuo­va azio­ne di al Qae­da, un altro 11 set­tem­bre? I tra­ders del­la City che com­pra­no e ven­do­no petro­lio sui mer­ca­ti inter­na­zio­na­li, mar­te­dì scor­so, si tele­fo­na­va­no fre­ne­ti­ca­men­te ponen­do doman­de di que­sto gene­re, nel ten­ta­ti­vo di spie­gar­si cosa sta­va suc­ce­den­do. Sol­tan­to un qual­che ter­re­mo­to geo­po­li­ti­co, evi­den­te­men­te non anco­ra dif­fu­so da tele­vi­sio­ni e agen­zie di stam­pa, pote­va giu­sti­fi­ca­re l’improvvisa asce­sa del prez­zo del greg­gio. In un’ora, l’”oro nero” era sali­to da 71 a 73,5 dol­la­ri a bari­le, il livel­lo più alto dell’anno. In ses­san­ta minu­ti, con­trat­ti a ter­mi­ne per 16 milio­ni di bari­li di petro­lio, i “futu­res” come si chia­ma­no in ger­go, ave­va­no cam­bia­to di mano: l’equivalente del dop­pio del­la pro­du­zio­ne quo­ti­dia­na dell’Arabia Sau­di­ta, mag­gio­re pro­dut­to­re di petro­lio al mon­do. Mol­to più dei tra­di­zio­na­li 500 mila bari­li nor­mal­men­te ogget­to di com­pra­ven­di­ta a quell’ora del­la gior­na­ta. Cosa c’era sotto?
Ora si sco­pre che la geo­po­li­ti­ca non c’entrava nul­la. La cau­sa dell’impennata del greg­gio era un “bro­ker cana­glia” lon­di­ne­se. La sua iden­ti­tà è sta­ta rive­la­ta ieri dal Finan­cial Times: si chia­ma Ste­ve Per­kins, lavo­ra per la Pvm Oil Asso­cia­tes, più gran­de com­pa­gnia di bro­ke­ra­ge petro­li­fe­ro non quo­ta­ta in Bor­sa, ha fama di ope­ra­to­re esper­to e ben con­si­de­ra­to dai col­le­ghi. Ma a un cer­to pun­to, mar­te­dì, ha comin­cia­to a com­pie­re “ope­ra­zio­ni non auto­riz­za­te”, piaz­zan­do mas­sic­ce pun­ta­te sul mer­ca­to dei “futu­res”. Da solo è sta­to respon­sa­bi­le di metà dell’attività inso­li­ta, e il resto del movi­men­to è avve­nu­to per­ché altri bro­ker gli sono anda­ti die­tro, pur sen­za com­pren­de­re la ragio­ne di quan­to sta­va avve­nen­do. Quan­do la Pvm ha capi­to che die­tro il boom di con­trat­ta­zio­ni c’era qual­co­sa di ille­ci­to, ha dovu­to inter­rom­pe­re le con­trat­ta­zio­ni e denun­cia­re il fat­to alle auto­ri­tà, suben­do una note­vo­le per­di­ta: 10 milio­ni di dol­la­ri, bru­cia­ti dai truc­chi di una “cana­glia”, in meno di ses­san­ta minuti.
Per­ché Per­kins lo abbia fat­to, rima­ne per ora un miste­ro. La Pvm non par­la. Lui nem­me­no. Anzi, nem­me­no si sa dove sia. Ma in atte­sa che la Finan­cial Ser­vi­ces Autho­ri­ty, l’organismo che con­trol­la il set­to­re finan­zia­rio bri­tan­ni­co, ren­da noti i risul­ta­ti del­la sua inda­gi­ne, non è dif­fi­ci­le imma­gi­na­re che il “bro­ker cana­glia” aves­se orche­stra­to un com­plot­to per favo­ri­re qual­che gros­so spe­cu­la­to­re e rica­var­ci a sua vol­ta una bel­la per­cen­tua­le. Non è il pri­mo, né cer­to sarà l’ultimo, a com­pie­re impre­se simi­li. Non sem­pre il moven­te è il pro­fit­to. Appe­na il mese scor­so un altro tra­der del petro­lio, che lavo­ra­va nel­la sede di Lon­dra del­la Mor­gan Stan­ley, è sta­to licen­zia­to per ave­re nasco­sto ai suoi boss le per­di­te che ave­va accu­mu­la­to con ope­ra­zio­ni fat­te sot­to l’effetto dell’alcol: era tor­na­to in uffi­cio, dopo una pau­sa per il lunch dura­ta tre ore, ubria­co fra­di­cio. Più spes­so, vin­ci­te o per­di­te sono il frut­to di una ten­ta­ta truf­fa. A par­ti­re da Nick Lee­son, il bro­ker ingle­se che pro­vo­cò il col­las­so di una del­le più vec­chie ban­che di inve­sti­men­ti bri­tan­ni­che, la Barings, per­den­do un miliar­do e mez­zo di ster­li­ne dal suo uffi­cio di Sin­ga­po­re: dove lui finì in car­ce­re, men­tre la ban­ca, o quel che ne resta­va, veni­va ven­du­ta per una ster­li­na nomi­na­le a una con­cor­ren­te olan­de­se. L’ironia del­la sor­te, nel caso del “bro­ker cana­glia” di mar­te­dì scor­so, è che il pre­si­den­te del­la Pmv è uno dei più spie­ta­ti cri­ti­ci del­le spe­cu­la­zio­ni ecces­si­ve sul mer­ca­to del greg­gio, da lui sopran­no­mi­na­to “il casi­nò elet­tro­ni­co del petro­lio”. Un crou­pier sta­va por­tan­do­gli via la cas­sa sot­to il suo naso e lui non si era accor­to di niente. 

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Gli scrittori

La Repub­bli­ca | Vener­dì 5 giu­gno 2009 | Fran­ce­sca Cafer­ri |

Moh­sin Hamid: “Un uomo sin­ce­ro” QUELLO che mi ha dav­ve­ro impres­sio­na­to nel discor­so di Oba­ma è sta­ta la sin­ce­ri­tà che ho visto quan­do dice­va di vole­re rela­zio­ni diver­se da quel­le che ci sono sta­te fino­ra fra gli Sta­ti Uni­ti e i musul­ma­ni. La ten­sio­ne fon­da­men­ta­le che vedo in Oba­ma è quel­la fra un uomo sin­ce­ro, quan­do dice di voler cam­bia­re le cose, e il pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti, che inve­ce ha la respon­sa­bi­li­tà di difen­de­re gli inte­res­si ame­ri­ca­ni. Cer­ca un equi­li­brio fra que­ste due for­ze: se riu­sci­rà a tro­var­lo ce lo dirà sol­tan­to il tem­po. Mari­na Nemat: “Basta estre­mi­smi” HO APPREZZATO soprat­tut­to il pas­sag­gio in cui Oba­ma ha det­to che dob­bia­mo affron­ta­re l’ estre­mi­smo in ogni sua for­ma. Inol­tre è sta­to mol­to impor­tan­te il fat­to che abbia ammes­so che la rea­zio­ne degli Sta­ti Uni­ti all’ 11 set­tem­bre è sta­ta illo­gi­ca e che li ha por­ta­ti ad allon­ta­nar­si dai pro­pri idea­li e dal­la pro­te­zio­ne dei dirit­ti uma­ni. E infi­ne mi è pia­ciu­to che abbia mes­so l’ accen­to sul­la liber­tà di reli­gio­ne, sui dirit­ti del­le don­ne e sull’ impor­tan­za del­la non pro­li­fe­ra­zio­ne nuclea­re: nes­sun pae­se dovreb­be ave­re armi nuclea­ri. Fati­ma Mer­nis­si: “Una rivo­lu­zio­ne” IL SUO discor­so è una rivo­lu­zio­ne per­ché ha iden­ti­fi­ca­to la reli­gio­ne con la pace, e ha invi­ta­to a rispet­ta­re gli altri anche se non li cono­sci. Sem­pli­ce­men­te incre­di­bi­le fino a poco tem­po fa. È bel­lo sen­ti­re un pre­si­den­te degli Sta­ti Uni­ti che non par­la solo in ter­mi­ni di mer­ci: oggi mi pare che nes­su­no si curi più di pro­dur­re amo­re, inve­ce che odio. Eppu­re è un bene pre­zio­so, che ci vuo­le mol­to a far cre­sce­re. Se la socie­tà smet­tes­se di con­cen­trar­si sul­la pau­ra e pen­sas­se a tra­smet­te­re amo­re, sta­rem­mo tut­ti meglio. Kha­led Al Kha­mis­si: “Trop­pa reli­gio­ne” SONO mol­to delu­so: Oba­ma ha scel­to di usa­re lo stes­so lin­guag­gio reli­gio­so di Bush. Non sa che l’ uni­ver­si­tà del Cai­ro è sta­ta fon­da­ta da scrit­to­ri e intel­let­tua­li lai­ci? Ha par­la­to a me come musul­ma­no: ma io sono pri­ma di tut­to un egi­zia­no, un lai­co, un ara­bo. E poi ha par­la­to in modo mol­to irrea­li­sti­co, il bene e il male. Lavo­ra­re insie­me è bene. Il ter­ro­ri­smo è male. Ma que­ste divi­sio­ni non esi­sto­no nel­la real­tà: in ognu­no di noi c’ è il bene e c’ è il male. Sì, lo ammet­to: il mio giu­di­zio glo­ba­le è nega­ti­vo. DAVANTI ALLA TV Dall’ alto in bas­so, il discor­so di Oba­ma segui­to in tele­vi­sio­ne a Tira­na, a Gaza City da alcu­ni mili­tan­ti di Hamas e da una fami­glia di Calcutta.

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Di là del Mar Caspio

Il petro­lio è al cen­tro dei prin­ci­pa­li intri­ghi planetari. Eldorado ed infer­no, il Mar Caspio in que­sto sen­so è sem­pre appar­so remo­to, osti­le, instabile.

A lun­go, ha ten­ta­to il mon­do (ingle­si, ame­ri­ca­ni, rus­si, per­si­no cine­si) con le sue gran­di riser­ve petro­li­fe­re. Ma gli stra­nie­ri, bloc­ca­ti dal siste­ma chiu­so dell’Unione Sovie­ti­ca, non vi pote­ro­no arri­va­re. Poi l’Unione Sovie­ti­ca crol­lò, e nel­la regio­ne ini­ziò una cor­sa fre­ne­ti­ca su vasta sca­la. Insie­me ai petro­lie­ri, si accal­ca­ro­no nel Caspio i rap­pre­sen­tan­ti dei prin­ci­pa­li Pae­si del mon­do in cer­ca di una quo­ta dei tren­ta miliar­di di bari­li di riser­ve petro­li­fe­re cer­te che era­no in gio­co, e ini­ziò una tesa bat­ta­glia geo­po­li­ti­ca. I prin­ci­pa­li com­pe­ti­to­ri era­no Mosca e Washing­ton – la pri­ma cer­can­do di man­te­ne­re il con­trol­lo sui suoi Sta­ti satel­li­te, la secon­da inten­ta a far slog­gia­re la Rus­sia a bene­fi­cio dell’Occidente.
Il petro­lio e la glo­ria” è un libro di Ste­ve LeVi­ne (Edi­tri­ce il Siren­te,  20 Euro) in cui tut­to ciò è ben raccontato. LeVine ha lavo­ra­to nel­la regio­ne per il Wall Street Jour­nal, il New York Times e il New­sweek, ed è ligio alla gran­de scuo­la ame­ri­ca­na del gior­na­li­smo d’investigazione.  Egli sve­la le miste­rio­se mano­vre dei gigan­ti ener­ge­ti­ci mon­dia­li per ave­re una par­te nei ric­chi gia­ci­men­ti kaza­ki e aze­ri, men­tre le super­po­ten­ze cer­ca­no di otte­ne­re un pun­to di appog­gio stra­te­gi­co nel­la regio­ne e di osta­co­lar­si a vicen­da. Al cuo­re del­la sto­ria c’è la gara per costrui­re e gesti­re oleo­dot­ti che esca­no dall’isolata regio­ne, la chia­ve per con­trol­la­re il Caspio e il suo petrolio.
Il BTC, l’ oleo­dot­to per il petro­lio che fu costrui­to, il più lun­go al mon­do (1.750 chi­lo­me­tri, di cui oltre 300 attra­ver­so la Geor­gia), è sta­to uno dei più gran­di trion­fi in poli­ti­ca este­ra di Washing­ton. Mol­ti i per­so­nag­gi di que­sta saga caspia­na. Per esem­pio,  il “ com­pe­ti­tor” James Gif­fen, un affa­ri­sta ame­ri­ca­no che è sta­to anche il “fac­cen­die­re” a livel­lo poli­ti­co del­le com­pa­gnie petro­li­fe­re ansio­se di fare affa­ri nel Caspio e l’intermediario per il pre­si­den­te e i mini­stri del Kaza­ki­stan; o John Deuss, l’ostentato com­mer­cian­te olan­de­se di petro­lio che vin­se mol­to ma per­se ancor di più; Hei­dar Aliyev, l’ ex capo del Kgb aze­ro, diven­ta­to pre­si­den­te,  e spes­so — secon­do LeVi­ne — frain­te­so: ma, secon­do me, il suo è giu­di­zio partigiano.
LeVi­ne affer­ma che il pre­si­den­te aze­ro “tra­sce­se il suo pas­sa­to di mem­bro del Polit­bu­ro sovie­ti­co e fu la men­te diret­ti­va di un pro­get­to per allen­ta­re il con­trol­lo rus­so sul­le sue ex colo­nie nel­la regio­ne del Caspio”. In que­sta cor­ni­ce tro­va­no il loro posto fur­fan­ti, cana­glie e avven­tu­rie­ri d’ ogni gene­re gui­da­ti dall’irresistibile richia­mo di ric­chez­ze incal­co­la­bi­li e dal­la pos­si­bi­le “ulti­ma fron­tie­ra” dell’era dei com­bu­sti­bi­li fos­si­li. Non man­ca­no gli inter­ro­ga­ti­vi geo­po­li­ti­ci che ruo­ta­no attor­no alla ric­chez­za petro­li­fe­ra del Caspio, se la Rus­sia pos­sa esse­re un allea­to affi­da­bi­le e un part­ner com­mer­cia­le dell’Occidente, e cosa signi­fi­chi l’ingresso di Washing­ton in que­sta regio­ne cao­ti­ca ma impor­tan­te per la sua sta­bi­li­tà a lun­go termine.

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Vecchi, sporchi e pericolosi si fermano i taxi del Cairo

La Repub­bli­ca | Vener­dì 22 mag­gio 2009 | Fran­ce­sca Cafer­ri |

La bat­ta­glia per le stra­de del Cai­ro è comin­cia­ta. E pro­met­te di esse­re lun­ga, rumo­ro­sa, tra­sgres­si­va. Non è la soli­ta lot­ta per la soprav­vi­ven­za nel traf­fi­co di una del­le metro­po­li più cao­ti­che del mon­do, né tan­to­me­no il quo­ti­dia­no brac­cio di fer­ro fra chi infran­ge le rego­le del­la stra­da e chi cer­ca di far­le rispet­ta­re. L’ ulti­ma guer­ra che si è sca­te­na­ta sui via­li e nei vico­li del­la capi­ta­le egi­zia­na l’ han­no dichia­ra­ta i tas­si­sti al gover­no: ogget­to del con­ten­de­re la diret­ti­va con la qua­le le auto­ri­tà han­no sta­bi­li­to che entro tre anni tut­ti i taxi egi­zia­ni più vec­chi di 25 anni dovran­no obbli­ga­to­ria­men­te esse­re rim­piaz­za­ti con auto più nuo­ve. «Ridur­re l’ inqui­na­men­to e il nume­ro di inci­den­ti sono prio­ri­tà non più riman­da­bi­li», è la linea del mini­ste­ro dell’ Inter­no, che pro­met­te di ripu­li­re le stra­de egi­zia­ne entro il 2011da Dacia 1300 rome­ne, Fiat 1300, Peu­geot 504 e Sha­hins tur­che. Il prov­ve­di­men­to riguar­da miglia­ia di taxi (40mila nel­la sola Cai­ro), ma per il momen­to solo cin­que­mi­la tas­si­sti han­no dimo­stra­to inte­res­se a cam­bia­re macchina.A chi rot­ta­me­rà il vec­chio mezzo,i pro­dut­to­ri garan­ti­ran­no uno scon­to fra le 2000 e le 5000 ster­li­ne egi­zia­ne (fra 270 e i 670 euro cir­ca) sull’ acqui­sto di un’ auto nuo­va, le ban­che mutui a tas­si favo­re­vo­li e il mini­ste­ro dei tra­spor­ti un finan­zia­men­to men­si­le e l’ asse­gna­zio­ne di una cam­pa­gna pub­bli­ci­ta­ria da espor­re sul­le por­tie­re: i pro­ven­ti andran­no diret­ta­men­te al pro­prie­ta­rio del­la mac­chi­na. Qual­che set­ti­ma­na fa le pri­me auto nuo­ve sono arri­va­te, i tas­si­sti han­no capi­to che la leg­ge, alme­no in que­sta pri­ma fase, non sareb­be rima­sta sul­la car­ta e per que­sto han­no comin­cia­to a pro­te­sta­re. Walid, impie­ga­to pub­bli­co e — come secon­do lavo­ro — tas­si­staè sta­to frai pri­mia par­la­re con i gior­na­li­sti: «Gua­da­gno 1000 ster­li­ne al mese gui­dan­do ed è il dop­pio di quan­to pren­do in uffi­cio. Non cam­bie­rò la mia mac­chi­na a meno che non mi for­zi­no». «Lo sta­to dell’ auto dipen­de dal pro­prie­ta­rio e dall’ auti­sta, non dall’ anno di pro­du­zio­ne. La mia è degli anni ’ 70 ma è in un con­di­zio­ni miglio­ri di mol­te vet­tu­re nuo­ve», ha insi­sti­to con i cro­ni­sti del set­ti­ma­na­le Al Ahram un altro tas­si­sta, Ahmed Sayed. A pri­ma vista il gover­no non sem­bra inten­zio­na­to a fer­mar­si. «I fre­ni sono qua­si distrut­ti. Le ruo­te pos­so­no stac­car­si. Que­ste auto pro­vo­ca­no un gros­so nume­ro di inci­den­ti», ha det­to com­men­tan­do le pole­mi­che Sha­rif Gomaa, del mini­ste­ro dell’ Inter­no. Ma un esper­to del­la vita dei taxi cai­ro­ti come Kha­led al Kha­mis­si ritie­ne che anco­ra una vol­ta la rifor­ma non pas­se­rà. «Non per­ché non sia una buo­na idea — spie­ga — ma per­ché, come spes­so acca­de, l’ appli­ca­zio­ne è pes­si­ma. Le auto fra cui i tas­si­sti pos­so­no sce­glie­re per acce­de­re ai finan­zia­men­ti sono model­li cari e vec­chi, come la Lada rus­sa. Tut­ti san­no che nel giro di due anni que­sta mac­chi­na sarà rot­ta e inqui­ne­rà tan­to quan­to le quel­le che han­no 30 anni». Al Kha­mis­si sa di cosa par­la: nel 2007 il suo pri­mo libro — “Taxi, le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no”, sto­rie ed aned­do­ti sul­la vita quo­ti­dia­na nel­la capi­ta­le egi­zia­na vista attra­ver­so i fine­stri­ni — ven­det­te cen­ti­na­ia di miglia­ia di copie e fu ristam­pa­to set­te vol­te. «È come pro­va­re a met­te­re il truc­co sul viso di un mor­to per far­lo sem­bra­re più bel­lo — iro­niz­za l’ auto­re — il gover­no vuo­le miglio­ra­re l’ aspet­to del Cai­ro. E cosa fa? Pro­po­ne model­li sca­den­ti e costo­si. E come pen­sa­no che i tas­si­sti pos­sa­no pagar­le? Non pos­so­no cer­to aumen­ta­re i costi del­le cor­se, che sono già trop­po care per gli egi­zia­ni». Cosa fare allo­ra? Al Kha­mis­si non ha la sfe­ra per vede­re il futu­ro, ma vive al Cai­ro da anni ed è cer­to che que­sta rifor­ma, come tan­te di quel­le che l’ han­no pre­ce­du­ta, affon­de­rà pre­sto: «Que­sto è l’ Egit­to — con­clu­de — le rego­le che val­go­no per altri pae­si qui non fun­zio­na­no mai».

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Un romanzo inedito del Nobel Mahfuz

| La Repub­bli­ca | Saba­to 9 mag­gio 2009 | S.N. |

LA LETTERATURA egi­zia­na ospi­te alla Fie­ra del Libro di Tori­no non è solo Naguib Mah­fuz, il magni­fi­co Nobel scom­par­so nel 2006 e di cui comun­que a Tori­no sarà pre­sen­ta­to il roman­zo ine­di­to Autun­no egi­zia­no pub­bli­ca­to dal­la New­ton Comp­ton. ’ Ala Al-Aswa­ni, che inter­vi­stia­mo qui accan­to, ha avu­to in Ita­liae nel mon­do un suc­ces­so spe­cia­le, 4 milio­ni di copie ven­du­te nel mon­do. Gamal al-Ghi­ta­ni, Sunal­lah Ibra­him, Baha Taher, la gene­ra­zio­ne degli anni Ses­san­ta, con­ti­nua­no a esse­re pro­dut­ti­vi, e, così come Muham­mad al-Busa­ti o Sulay­man Fayyad, rac­con­ta­no la socie­tà, tan­to quel­la sofi­sti­ca­ta del Cai­ro quan­to quel­la dell’ entro­ter­ra rura­le. La nar­ra­ti­va lascia pochi aspet­ti sco­per­ti, e guar­da anche all’ estre­mi­smo, come del resto fa lo stes­so Al-Aswa­ni. Se Edward al-Khar­rat riper­cor­re la bel­le époque cosmo­po­li­ta di un tem­po, una pat­tu­glia di don­ne, come Sal­wa Bakr, Ahdaf Soueif, Lati­fa Zayyat, Nawal Saa­da­wi o la più gio­va­ne Miral Taha­wi, si sono dedi­ca­te e si dedi­ca­no a per­so­nag­gi che affron­ta­no con corag­gio la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le. Ci sono anche scrit­to­ri con­si­de­ra­ti mini­ma­li­sti, Ahmed Ala­j­di fra tut­ti, con il suo disa­gio ver­so l’ incom­ben­za dei miti ame­ri­ca­ni o come Kha­led Al Kha­mis­si, che con Taxi, attra­ver­so la vita quo­ti­dia­na di un tas­si­sta, leg­ge con iro­nia i males­se­ri di oggi.

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Egitto, scoppia la guerra del velo. Toglietelo o sarete licenziate

| La Repub­bli­ca | Mer­co­le­dì 8 apri­le 2009 | Fran­ce­sca Cafer­ri |

Le infer­mie­re egi­zia­ne dovran­no lavo­ra­re a viso sco­per­to. Oppu­re saran­no licen­zia­te. Il mini­ste­ro del­la Salu­te egi­zia­no met­te la paro­la “fine” a un dibat­ti­to che va avan­ti da mesi, pre­sen­tan­do in Par­la­men­to una leg­ge che vie­ta alle addet­te all’ assi­sten­za dei pazien­ti di pre­sen­tar­si a lavo­ro con il niqab, il velo inte­gra­le che lascia sco­per­ti solo gli occhi ed è accom­pa­gna­to da guan­ti neri sul­le mani. «Chi non toglie il niqab dovrà anda­rea casa», ha det­to il mini­stro del­la Salu­te Hatam al Jaba­ly pre­sen­tan­do la cir­co­la­re che det­ta le nuo­ve rego­le per le divi­se del­le infer­mie­re: potran­no indos­sa­re una ampia cami­cia con un cap­puc­cio lega­to al col­lo, che ter­rà coper­ti i capel­li ma non il viso. In Par­la­men­to due gior­ni fa al prov­ve­di­men­to si sono oppo­sti i depu­ta­ti che si rico­no­sco­no nei Fra­tel­li musul­ma­ni. «È un dirit­to del­le don­ne coprir­si il viso- ci spie­ga un loro por­ta­vo­ce — lo Sta­to non può minac­cia­re qua­si die­ci­mi­la don­ne di licen­zia­men­to per­ché eser­ci­ta­no un loro dirit­to. E non ci sono pro­ve scien­ti­fi­che che dimo­stri­no che un’ infer­mie­ra a viso coper­to ha un rap­por­to diver­so con i pazien­ti rispet­to a una che lavo­ra a viso sco­per­to». Il “no” del movi­men­to si inse­ri­sce in un brac­cio di fer­ro che va avan­ti da tem­po: nei gior­ni scor­si grup­pi vici­ni alla Fra­tel­lan­za han­no orga­niz­za­to una mani­fe­sta­zio­ne di pro­te­sta con­tro il gover­no e diver­si stu­den­ti che vi par­te­ci­pa­va­no sono sta­ti arre­sta­ti. Stes­sa sor­te è toc­ca­ta a un blog­ger accu­sa­to di dif­fon­de­re posi­zio­ni isla­mi­ste. La que­stio­ne del niqab agi­ta la vita poli­ti­ca egi­zia­na da mesi.A novem­bre il mini­ste­ro del­la Salu­te ha pro­mos­so un’ inda­gi­ne per capi­re quan­te, fra le ope­ra­tri­ci sani­ta­rie, lavo­ras­se­ro a viso coper­to. I risul­ta­ti sono sta­ti giu­di­ca­ti allar­man­ti: la per­cen­tua­le nazio­na­le era del 10% — quel­le che ora rischia­no il licen­zia­men­to — ma in alcu­ni ospe­da­li si arri­va­va al 35%, con pic­chi del 50%. E il 90% dei pazien­ti inter­vi­sta­ti dice­va di non esse­re d’ accor­do con la pra­ti­ca. Alla dif­fu­sio­ne dei risul­ta­ti seguì imme­dia­to l’ ini­zio del­le pole­mi­che: i Fra­tel­li musul­ma­ni mise­ro in guar­dia il gover­no da ogni ten­ta­ti­vo di limi­ta­re l’ uso del niqab. Il mini­ste­ro rispo­se che il velo inte­gra­le met­te a rischio il rap­por­to di fidu­cia che deve esi­ste­re fra mala­to e per­so­na­le sani­ta­rio. Ora, con la dif­fu­sio­ne del nuo­vo rego­la­men­to sul­le divi­se, si è arri­va­ti alla con­trap­po­si­zio­ne fina­le. La bat­ta­glia è sin­to­ma­ti­ca del­le for­ti ten­sio­ni che spac­ca­no la socie­tà egi­zia­na, dove l’ avan­za­ta del­le ideo­lo­gie più con­ser­va­tri­ci pare inar­re­sta­bi­le. «Nei miei anni in ospe­da­le in Egit­to non ho mai visto infer­mie­re a viso coper­to», com­men­ta Nawal el Saa­da­wi, medi­co, scrit­tri­ce e intel­let­tua­le costret­ta all’ esi­lio per le sue posi­zio­ni cri­ti­che ver­so il pre­si­den­te Muba­rak. «È un segno chia­ro di quan­to for­ti stia­no diven­tan­do gli isla­mi­sti. Ma nes­sun pae­se dovreb­be lascia­re che le infer­mie­re si copra­no il viso».

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La scrittrice che fa paura all’Islam

| La Repub­bli­ca | Lune­dì 18 giu­gno 2001 | Gian­lui­gi Melega |

Oggi al Cai­ro comin­cia il pro­ces­so a cari­co del­la Saa­da­wi, psi­chia­tra, roman­zie­ra e sag­gi­sta per­se­gui­ta­ta per­ché rite­nu­ta “apo­sta­ta”.

IL CAIRO — Que­sta è la pri­ma par­te di una sto­ria che si con­clu­de­rà oggi, quan­do la pro­ta­go­ni­sta sarà pro­ces­sa­ta da un tri­bu­na­le del Cai­ro e, se rite­nu­ta col­pe­vo­le, sarà con­dan­na­ta al divor­zio for­za­to ed even­tual­men­te a tre anni di car­ce­re. Nawal Saa­da­wi è una del­le più famo­se scrit­tri­ci egi­zia­ne. Ha 70 anni. Lau­rea­ta in medi­ci­na e psi­chia­tria, ha scrit­to oltre ven­ti tra sag­gi e roman­zi, è già sta­ta in pri­gio­ne per ragio­ni politiche.
Ha un carat­te­re indo­ma­bi­le e un mari­to di 78 anni, anche lui medi­co e scrit­to­re, di cui dice con iro­nia: «Potrei divor­zia­re da lui per mil­le ragio­ni per­so­na­li: ma se i fon­da­men­ta­li­sti isla­mi­ci rie­sco­no a far­mi con­dan­na­re al divor­zio for­za­to sta­re­mo insie­me per sempre» .
L’appartamento in cui vivo­no al Cai­ro è al ven­ti­seie­si­mo pia­no di un palaz­zo­ne di peri­fe­ria. Dal­la veran­da aper­ta entra un ven­to fre­sco, si vede il pode­ro­so Nilo che si bipar­ti­sce, dan­do ori­gi­ne a un pri­mo, gran­de ramo del suo del­ta. Nawal Saa­da­wi ha una testa leo­ni­na, i capel­li come una gon­fia cri­nie­ra bian­ca con­ti­nua­men­te scos­sa, la foga del­le paro­le tra­vol­gen­te. Pro­fu­ga poli­ti­ca ha inse­gna­to nel­le uni­ver­si­tà ame­ri­ca­ne dal ‘92 al ‘97, par­la benis­si­mo inglese.
«Sono nata in cam­pa­gna, nel 1932. Dopo la lau­rea, ho diret­to una rivi­sta di medi­ci­na e sono sta­ta nomi­na­ta diret­to­re del mini­ste­ro del­la Sani­tà con dele­ga all’assistenza per le don­ne. Dopo la pub­bli­ca­zio­ne di un mio testo medi­co, “La don­na e il ses­so”, sono sta­ta licen­zia­ta. Allo­ra ho inse­gna­to all’Università del Cai­ro, con ricer­che spe­cia­liz­za­te sul­le nevro­si fem­mi­ni­li. Nell’89 l’Onu mi ha affi­da­to la dire­zio­ne dei pro­gram­mi per le don­ne in Afri­ca e Medio Oriente» .
Sia­mo ad ascol­tar­la in una deci­na. Una dele­ga­zio­ne di fem­mi­ni­ste tuni­si­ne, un’avvocatessa cata­la­na e una bel­ga, una rap­pre­sen­tan­te del­la pre­si­den­za sve­de­se dell’Unione euro­pea e, per il Par­la­men­to di Stra­sbur­go, un’altra indo­ma­bi­le, Emma Boni­no, che dopo la delu­sio­ne elet­to­ra­le ita­lia­na, s’è get­ta­ta nel­la dife­sa di casi di don­ne oppres­se, impri­gio­na­te o minac­cia­te di mor­te per il corag­gio di difen­de­re i loro dirit­ti, in ogni par­te del mon­do. Per Nawal Saa­da­wi il Par­la­men­to euro­peo, su ini­zia­ti­va del­la Boni­no, ha appro­va­to una mozio­ne di soste­gno. E ora lei è qui per il processo.
Il mari­to del­la pro­ta­go­ni­sta, schi­vo e gen­ti­le ma non remis­si­vo, dice: «Sono iscrit­to al par­ti­to del Fron­te, quel­lo che in Par­la­men­to è più a sini­stra, e sono indi­gna­to per il fat­to che pochis­si­mi par­la­men­ta­ri anche del mio par­ti­to han­no par­la­to in favo­re di Nawal: vedo in giro trop­pa paura» .
«Nell’81 ven­ni arre­sta­ta e get­ta­ta in pri­gio­ne sen­za pro­ces­so da Anwar Sadat, in una reta­ta di 1.600 intel­let­tua­li che cri­ti­ca­va­no il gover­no», con­ti­nua la Saa­da­wi. Un mese dopo Sadat fu assas­si­na­to e Muba­rak, che gli era suc­ces­so come pre­si­den­te, libe­rò tut­ti: «Ci rice­vet­te a palaz­zo e dis­se, “anda­te a casa e dimen­ti­ca­te il pas­sa­to”; io chie­si la paro­la e dis­si “gra­zie per la liber­tà, ma non voglia­mo dimen­ti­ca­re: per­ché non voglia­mo che acca­da anco­ra”». Muba­rak non gra­dì trop­po il mio intervento» .
In Egit­to, se si è scrit­to­ri oggi si può fini­re su due liste nere. Una, uffi­cio­sa del gover­no: diret­to­ri di gior­na­li, radio e tv, san­no che cer­te per­so­ne non devo­no esse­re ospi­ta­te sui mez­zi che con­trol­la­no. Una, ora­le, che i fon­da­men­ta­li­sti isla­mi­ci fan­no cir­co­la­re nei mer­ca­ti, nel­le scuo­le, nel­le cam­pa­gne. I muez­zin urla­no il nome dell’”eretico” per l’Islam dagli alto­par­lan­ti del­le moschee e annun­cia­no con­dan­na e pena con un solo ver­bo: «Ammaz­za­te­lo!».
«Io ho sen­ti­to con le mie orec­chie la sen­ten­za con­tro di me gri­da­ta dal mina­re­to: “Ammaz­za­te­la!”», rac­con­ta Saa­da­wi. Fu allo­ra, nel ‘92, dopo die­ci anni dif­fi­ci­li, in cui però conob­be il suc­ces­so del­le tra­du­zio­ni dei suoi libri (in ita­lia­no sono sta­ti pub­bli­ca­ti “Firdaus”, “Dio muo­re sul Nilo” e “L’amore ai tem­pi del petro­lio”), che Saa­da­wi e suo mari­to deci­se­ro per l’esilio, andan­do a inse­gna­re in America.
Sono tor­na­ti quat­tro anni fa. Ma ades­so lei è, para­dos­sal­men­te, vit­ti­ma del suo mag­gio­re allea­to: la glo­ba­liz­za­zio­ne del­la tv. Fin­ché era lon­ta­na non dava fasti­dio. In Egit­to i gior­na­li han­no tre tabù, argo­men­ti di cui non si può par­lar male: il pre­si­den­te Muba­rak, le For­ze arma­te, e l’Arabia Sau­di­ta. E i fon­da­men­ta­li­sti, i cui Fra­tel­li musul­ma­ni sono fuo­ri­leg­ge come par­ti­to, han­no come cam­po di bat­ta­glia l’egemonia cul­tu­ra­le: pur­ché non allun­ghi­no il tiro alla poli­ti­ca, il gover­no li lascia fare. Ora, mol­te tv ara­be han­no inter­vi­sta­to la Saa­da­wi. E le para­bo­le sui tet­ti del Cai­ro han­no rilan­cia­to tra gli egi­zia­ni le sue cri­ti­che al gover­no e ai fon­da­men­ta­li­sti. Que­sta stra­na for­ma di liber­tà di paro­la tec­no­lo­gi­ca s’è ritor­ta con­tro di lei.
Un avvo­ca­to fon­da­men­ta­li­sta, Nabib Wahsh, spe­cia­li­sta in casi cla­mo­ro­si (ave­va denun­cia­to la regi­na Eli­sa­bet­ta per la mor­te del­la prin­ci­pes­sa Dia­na), ha denun­cia­to «per apo­sta­sia» la Saa­da­wi, chia­man­do­la per iscrit­to «brut­ta vec­chiac­cia» e soste­nen­do che quan­to dice e scri­ve è una con­ti­nua tra­sgres­sio­ne del­la leg­ge isla­mi­ca. Un apo­sta­ta, per la leg­ge isla­mi­ca, è un esse­re mor­to, quin­di non può esse­re spo­sa­to con un cre­den­te musul­ma­no. Quin­di, sostie­ne l’avvocato Wahsh, Nawal Saa­da­wi e suo mari­to devo­no divor­zia­re e vive­re sepa­ra­ti, e lei in pri­gio­ne. Qua­lun­que cre­den­te è auto­riz­za­to a fare qual­sia­si gesto per­ché la leg­ge isla­mi­ca sia osser­va­ta, per esem­pio pic­chet­ta­re la loro casa, o peg­gio. Ciò signi­fi­ca met­te­re la scrit­tri­ce alla mer­cè di qual­sia­si fana­ti­co fondamentalista.
Oggi, davan­ti a una pic­co­la fol­la di osser­va­to­ri inter­na­zio­na­li e, for­se, di estre­mi­sti isla­mi­ci, un giu­di­ce dovrà annun­cia­re il suo verdetto.

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Il Cairo a strisce

DLab | Lune­dì 14 giu­gno 2008 | Eli­sa Pie­ran­drei |

Si inti­to­la Metro la pri­ma gra­phic novel per adul­ti che par­la egi­zia­no. È nata dal­la mati­ta di Mag­di El Sha­fee, una lau­rea in far­ma­cia, e una pas­sio­ne infi­ni­ta per i fumet­ti, da quel­li di Ugo Pratt ai lavo­ri del suo mae­stro basco Golo, a Mar­ja­ne Satra­pi. Metro è ambien­ta­ta in una metro­po­li in cui Il Cai­ro è rico­no­sci­bi­le attra­ver­so i car­tel­lo­ni pub­bli­ci­ta­ri, la pas­seg­gia­ta lun­go il Nilo, le fer­ma­te del­la metro­po­li­ta­na. È in que­sta cit­tà fram­men­ta­ta e cor­rot­ta che i gio­va­ni pro­ta­go­ni­sti, Shi­hab e Musta­fa, sono coin­vol­ti in una rapi­na. Sha­fee ha pub­bli­ca­to per una pic­co­la casa edi­tri­ce, Mala­mih (www.magdycomics.com), che però, assi­cu­ra­no i gio­va­ni egi­zia­ni, è sta­ta uno dei pri­mi cult per la gene­ra­zio­ne di ven­ten­ni under­ground che fino a pochi anni fa era­no una rari­tà al Cai­ro. Il volu­me è in ven­di­ta alla Tow­n­hou­se Gal­le­ry (thetownhousegallery.com) e in pochi altri posti in città.

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