Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Lan­ke­nau­ta (Luca Meni­chet­ti, 4 feb­bra­io 2018)

Fuori da Gaza

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Dimen­ti­chia­mo­ci di leg­ge­re il roman­zo di Sel­ma Dab­ba­gh con l’occhio del­lo sto­ri­co o dell’appassionato di geo­po­li­ti­ca, in cer­ca di lumi su Hamas, sul­le cau­se del­le ope­ra­zio­ni Piom­bo fuso, Colon­na di nuvo­le, Mar­gi­ne di pro­te­zio­ne. È vero che l’autrice per anni è sta­ta un avvo­ca­to nota per il suo impe­gno pro­fes­sio­na­le in favo­re del­la cau­sa pale­sti­ne­se, ma “Fuo­ri da Gaza” è innan­zi­tut­to let­te­ra­tu­ra e le vicen­de, mai ste­reo­ti­pa­te, del­la fami­glia Muja­hed rap­pre­sen­ta­no la quo­ti­dia­ni­tà del­la vita, non­ché la coscien­za e le con­trad­dit­to­rie­tà di per­so­ne impri­gio­na­te, non sol­tan­to fisi­ca­men­te, den­tro un “ter­ri­to­rio a sta­tus con­te­so”. Uno spi­ra­glio di fuga in real­tà si pro­spet­ta fin dal­la pri­ma pagi­na del roman­zo: Rashid, peren­ne­men­te stra­ni­to dal­le can­ne, pro­prio men­tre Gaza è sot­to bom­bar­da­men­to israe­lia­no, rice­ve la noti­zia di aver vin­to una bor­sa di stu­dio e così di poter espa­tria­re a Lon­dra. Occa­sio­ne per ricon­giun­ger­si con la fidan­za­ta ingle­se ma soprat­tut­to per andar­se­ne “male­det­ta­men­te fuo­ri da lì”: “in mano a Rashid, quel­le e-mail era­no come cer­ti­fi­ca­ti di scar­ce­ra­zio­ne” (pp.19). Nel­le stes­se ore la sorel­la gemel­la Imam, atti­vi­sta inge­nua e impe­gna­ta fino al maso­chi­smo, subi­to dopo la mor­te cruen­ta di una gio­va­nis­si­ma allie­va, vie­ne con­tat­ta­ta da alcu­ni ambi­gui per­so­nag­gi lega­ti all’estremismo isla­mi­co: la pro­po­sta pri­ma sus­sur­ra­ta, ma poi sem­pre più evi­den­te, è quel­la di ven­di­ca­re le vit­ti­me dei bom­bar­da­men­ti facen­do­si esplo­de­re in un atten­ta­to sui­ci­da. Inten­to poi sven­ta­to sul nasce­re da Ziyyàd, un noto com­bat­ten­te del­la “Guar­dia patriot­ti­ca”: “Non hai visto che il nemi­co, e non ti dimen­ti­ca­re di chi è il nostro nemi­co, giu­sti­fi­ca l’attacco del­la scor­sa not­te con l’attentato di quel­la Haj­jar? Vuoi esse­re come lei? Lo spu­to che per­met­te loro di sca­te­nar­ci loro quest’inferno?” (pp.105). Ziyyàd avrà mol­to a che fare con una Iman tor­na­ta in par­te alla ragio­ne ma pur sem­pre ben deci­sa a non abban­do­na­re il suo impe­gno con­tro il nemi­co israe­lia­no. Un nemi­co che in real­tà vedia­mo solo di lon­ta­no e – il roman­zo lo fa capi­re chia­ra­men­te – che vie­ne forag­gia­to gra­zie a col­la­bo­ra­zio­ni­sti e ad una socie­tà pale­sti­ne­se pro­fon­da­men­te divi­sa: in “Fuo­ri da Gaza” lai­ci­tà, atei­smo, estre­mi­smo isla­mi­co, con­su­mi­smo di tipo occi­den­ta­le, rispet­to per le tra­di­zio­ni, la scel­ta di lot­ta poli­ti­ca o di lot­ta ter­ro­ri­sti­ca, con­vi­vo­no a stret­to con­tat­to e crea­no pro­ble­mi che van­no ad inci­de­re pri­ma di tut­to all’interno del­la fami­glia Muja­hed. Da que­sto pun­to di vista l’umiliante espa­trio di Iman ver­so un pae­se del Gol­fo, nuo­va resi­den­za del padre Jibrìl, già diri­gen­te dell’Olp ed ora pro­fon­da­men­te osti­le agli isla­mi­ci, rap­pre­sen­ta sol­tan­to una bre­ve paren­te­si, dove lo sti­le di vita con­su­mi­sti­co non rie­sce affat­to a limi­ta­re il disa­gio del­lo sra­di­ca­men­to e dell’incomprensione. Mol­to simi­le la situa­zio­ne in cui si vie­ne a tro­va­re il fra­tel­lo Rashid in quel di Lon­dra, pre­sto rag­giun­to dal­la sorel­la e dall’amico Kha­lìl. L’ambiente lon­di­ne­se è popo­la­to da radi­cal-chic – com­pre­sa Lisa, fidan­za­ta inna­mo­ra­ta del­la vit­ti­ma pale­sti­ne­se e mol­to poco dell’uomo Rashid –  che mostra­no un mas­si­ma­li­smo poco com­pa­ti­bi­le col disin­can­to del gio­va­ne, non­ché da per­so­nag­gi cor­dia­li, appa­ren­te­men­te soli­da­li ma che han­no capi­to dav­ve­ro poco del­la cul­tu­ra pale­sti­ne­se: “Dim­mi, allo­ra… – gli chie­se, le dita incro­cia­te sul tavo­lo, i pol­li­ci che si pic­chiet­ta­va­no l’un l’altro con appro­va­zio­ne, – in Pale­sti­na pra­ti­ca­te la muti­la­zio­ne dei geni­ta­li fem­mi­ni­li?” (pp.164).

Il disa­gio dei fra­tel­li è diven­ta­to anco­ra più acu­to sia per la pre­sen­za a Gaza del fra­tel­lo mag­gio­re Sabri, muti­la­to dal­lo scop­pio di un’autobomba che ha ster­mi­na­to la sua fami­glia, sia per la sco­per­ta dell’antica mili­tan­za poli­ti­ca, e non solo, del­la madre, cau­sa pri­ma del divor­zio dei loro geni­to­ri. Il ritor­no anti­ci­pa­to a Gaza di Rashid, dopo un poco ono­re­vo­le arre­sto per pos­ses­so di sostan­ze stu­pe­fa­cen­ti, una vol­ta fal­li­to il ten­ta­ti­vo di costruir­si altro­ve una vita nor­ma­le o alme­no non del tut­to fru­stran­te, ampli­fi­ca ancor di più i con­flit­ti e le incom­pren­sio­ni pre­sen­ti tra i Muja­hed. Fino all’epilogo dram­ma­ti­co e leta­le, ma che in qual­che modo risol­ve, come a taglia­re un nodo gor­dia­no, le fru­stra­zio­ni di Rashid e il suo non tro­va­re pace: “non si ren­de­va con­to che il fat­to di non poter sta­re né den­tro né fuo­ri, lo sta­va stran­go­lan­do, man­dan­do­lo fuo­ri testa?” (pp.304).

La Pale­sti­na e i pale­sti­ne­si di Sel­ma Dab­ba­gh sono quin­di tutt’altro che con­ven­zio­na­li, ben rap­pre­sen­ta­ti dal lato psi­co­lo­gi­co e con tut­te le loro con­trad­di­zio­ni, anche gra­zie ad una scrit­tu­ra che pro­ce­de, di pagi­na in pagi­na, con un sus­se­guir­si di tan­ti bre­vi flus­si di coscien­za: feli­ce espe­dien­te per rac­con­ta­re le rela­zio­ni di pote­re che gover­na­no il caos di una guer­ra non dichia­ra­ta, e nel con­tem­po la real­tà tutt’altro che scon­ta­ta di un’ordinaria e fra­gi­le fami­glia resi­den­te a Gaza; luo­go dove non è chia­ro chi gover­na chi e dove quin­di, più che mai, la con­trap­po­si­zio­ne tra fon­da­men­ta­li­smi reli­gio­si, poli­ti­ci e il prag­ma­ti­smo di patrio­ti disin­can­ta­ti ori­gi­na pro­fon­do males­se­re. Tan­to più nel con­te­sto di un con­flit­to dove la vio­len­za vie­ne esal­ta­ta in ragio­ne di un nazio­na­li­smo bel­li­ci­sta sem­pre più inca­ro­gni­to e, dall’altra par­te – di tut­ta evi­den­za l’empatia dell’autrice con la cau­sa dei pale­sti­ne­si e pari­men­ti la sua scar­sa sim­pa­tia per l’establishment dell’ANP e di Ḥamās – da un gover­no di uno Sta­to non rico­no­sciu­to, che for­se nem­me­no gover­na, alle pre­se con una pro­fon­da cor­ru­zio­ne e con un sem­pre più peri­co­lo­so fana­ti­smo isla­mi­sta. Il gran­de suc­ces­so che la cri­ti­ca bri­tan­ni­ca ha riser­va­to al roman­zo di Sel­ma Dab­ba­gh non ci stu­pi­sce: il rischio che “Fuo­ri da Gaza” diven­tas­se una sor­ta di roman­zo mili­tan­te è sta­to scon­giu­ra­to gra­zie alla rap­pre­sen­ta­zio­ne di una com­ples­si­tà fat­ta di vio­len­za ma anche di pro­fon­de con­trad­di­zio­ni e debo­lez­ze. Un esem­pio di come la let­te­ra­tu­ra sap­pia attra­ver­sa­re ed ave­re la meglio sugli ste­reo­ti­pi.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sel­ma Dab­ba­gh, (Dun­dee, Sco­zia, 1970) è una scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di ori­gi­ni pale­sti­ne­si, figlia di madre ingle­se e padre ori­gi­na­rio del­la zona di Aja­mi, nei pres­si di Jaf­fa. Il non­no di Sel­ma, arre­sta­to nume­ro­se vol­te dai Bri­tan­ni­ci per il suo impe­gno poli­ti­co e rin­chiu­so in pri­gio­ne per lun­go tem­po, lasciò la Pale­sti­na nel 1948. Sel­ma Dab­ba­gh è diven­ta­ta scrit­tri­ce solo dopo i trent’anni. Con­se­gui­ta la Lau­rea in giu­ri­spru­den­za e il Master al SOAS, ha lavo­ra­to per lun­go tem­po come lega­le nel cam­po dei dirit­ti uma­ni a Lon­dra, il Cai­ro e in Cisgior­da­nia.

Sel­ma Dab­ba­gh, “Fuo­ri da Gaza”, Il Siren­te (col­la­na “Altria­ra­bi migran­te”), Fagna­no Alto 2017, pp. 372. Tra­du­zio­ne dall’inglese di Bar­ba­ra Beni­ni. A cura di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li. Illu­stra­zio­ni di Pao­la Equi­zi.

Luca Meni­chet­ti. Lan­ke­nau­ta, feb­bra­io 2018

Le ballerine di Papicha : Kaouther Adimi
LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Lan­ke­nau­ta (Luca Meni­chet­ti, 12 ago­sto 2017)

Le ballerine di Papicha

"Le ballerine di Papicha" di Kaouther AdimiAdel, Kamel, Sarah, Yasmi­ne, Mou­na, Tarek, Hajj You­sef, la madre, Ham­za, sono alcu­ni dei per­so­nag­gi pre­sen­ti in “Le bal­le­ri­ne di Papi­cha”, ed anche i tito­li dei capi­to­li con i qua­li  si svi­lup­pa il roman­zo bre­ve di Kaou­ther Adi­mi. La cri­ti­ca let­te­ra­ria – ormai sono tra­scor­si sei anni  dal­la pri­ma edi­zio­ne di “L’envers des autres Actes” – ha infat­ti più vol­te scrit­to di una “nar­ra­zio­ne poli­fo­ni­ca”: in altri ter­mi­ni la mode­sta fami­glia che abi­ta nel “vec­chio palaz­zo di Alge­ri”, si rive­la di pagi­na in pagi­na gra­zie agli sguar­di impie­to­si dei suoi stes­si com­po­nen­ti e di colo­ro che han­no a che fare con Yasmi­ne o con Mou­na. Capi­to­li che sono nar­ra­zio­ni in pri­ma per­so­na, in cui la feli­ci­tà del­la gio­va­nis­si­ma Mou­na nel cal­za­re le “bal­le­ri­ne di Papi­cha”, rap­pre­sen­ta l’unico e auten­ti­co con­tral­ta­re a tut­to lo scon­for­to, rab­bia, pre­giu­di­zio, para­no­ia che inve­ce leg­gia­mo nei mono­lo­ghi dei più adul­ti. Così Yasmi­ne (“bel­la, libe­ra, luci­da, estra­nian­te”), l’universitaria che non vor­reb­be esse­re sog­gio­ga­ta dal­le tra­di­zio­ni più retri­ve: “Le vec­chie sce­me per le sca­le, che mi con­si­glia­no di coprir­mi di più. Le vec­chie mege­re che, in auto­bus, mi pren­do­no per mano e mi par­la­no dei figli che le fan­no dispe­ra­re. Le vec­chie tar­me odo­ro­se di men­ta e di rosa che si aggrap­pa­no al brac­cio, sen­za nem­me­no avver­tir­ti. Le vec­chie caria­ti­di che gri­da­no ordi­ni, con­si­gli, che si dibat­to­no, si agi­ta­no, si inner­vo­si­sco­no” (pp.25). Una rab­bia mani­fe­sta­ta con moda­li­tà maga­ri diver­se dagli abi­tan­ti del quar­tie­re, ma comun­que per­va­si­va e pre­sen­te in quan­ti­tà nel­la fami­glia di Yasmi­ne, luo­go in cui non ci si par­la più e che da tem­po è al cen­tro del­le chiac­chie­re e dei pet­te­go­lez­zi del vici­na­to. Il fra­tel­lo Adel è infat­ti inson­ne, tor­men­ta­to da qual­co­sa che poi nel cor­so del­la nar­ra­zio­ne si può intui­re ma che mai è rive­la­to in manie­ra del tut­to chia­ra. Inol­tre nell’appartamento è arri­va­ta anche Sarah, la sorel­la mag­gio­re, una pit­tri­ce che ha una figlia e un mari­to, Ham­za, che sem­bra aver per­so il lume dell’intelletto. Accan­to a loro una madre tra­di­zio­na­li­sta, che nel suo mono­lo­go ecce­de in cini­smo e disprez­zo nei con­fron­ti dei figli appa­ren­te­men­te eman­ci­pa­ti; e tut­ta una fau­na di tep­pi­stel­li dro­ga­ti, di mode­sti lavo­ra­to­ri, di uni­ver­si­ta­ri con­fu­si che mostra­no la socie­tà alge­ri­na, o alme­no quel pez­zo di socie­tà, alla stre­gua di una com­bi­na­zio­ne scon­clu­sio­na­ta di soli­tu­di­ni. Si com­pren­de per­ciò la scel­ta di Kaou­ther Adi­mi  di costrui­re il roman­zo assem­blan­do i diver­si pun­ti di vista e diver­si “flus­si di coscien­za” nei qua­li, secon­do noi giu­sta­men­te, la para­tas­si è ai mini­mi ter­mi­ni, facen­do emer­ge­re sem­mai dei cre­di­bi­li dia­lo­ghi inte­rio­ri.

Se poi vol­gia­mo lo sguar­do oltre la fami­glia “del vec­chio palaz­zo di Alge­ri”, se pren­dia­mo atto che  dia­lo­ga­re civil­men­te diven­ta un pro­ble­ma o addi­rit­tu­ra è qual­co­sa di incon­sue­to, nel leg­ge­re di gio­va­ni incer­ti se rima­ne­re in patria o se cer­ca­re for­tu­na altro­ve, di per­so­nag­gi stor­di­ti dagli stu­pe­fa­cen­ti, pie­ni di pre­giu­di­zi maschi­li­sti, allo­ra è legit­ti­mo pen­sa­re che “Le bal­le­ri­ne di Papi­cha” rap­pre­sen­ti dav­ve­ro una cri­ti­ca spie­ta­ta alla socie­tà alge­ri­na nel suo com­ples­so, che si agi­ta – o for­se meglio: che si è para­liz­za­ta –  tra pro­fon­di e anti­chi males­se­ri. E’ vero che Kaou­ther Adi­mi non sem­bra aver ricor­da­to espli­ci­ta­men­te quan­to acca­du­to duran­te la cosid­det­ta Pri­ma­ve­ra ara­ba, che pure ha coin­vol­to l’Algeria tra il 2010 e il 2012. Infat­ti, sul­la scia di spe­ran­ze pre­sto infran­te, anche in diver­se cit­tà dell’area Magh­reb si svi­lup­pa­ro­no pro­te­ste impo­nen­ti con­tro il regi­me esi­sten­te: ne sono sca­tu­ri­ti scon­tri pesan­ti tra atti­vi­sti dei par­ti­ti d’opposizione, sin­da­ca­li­sti e la poli­zia, la richie­sta di cam­bio di regi­me, di demo­cra­zia. Atti di corag­gio e di disob­be­dien­za civi­le che però non sono sta­ti pre­mia­ti: il pre­si­den­te Abde­la­ziz  Bou­te­fli­ka, in cari­ca dal 1999 gra­zie ai mili­ta­ri, è sem­pre un raʾīs e nel 2014, pro­prio a tre anni dal­la pri­ma pub­bli­ca­zio­ne di “L’envers des autres Actes”, anco­ra una vol­ta si è reso respon­sa­bi­le di una modi­fi­ca (“ad per­so­nam”) del­la Costi­tu­zio­ne ed è sta­to è sta­to rie­let­to con l’81% dei voti.

Insom­ma, un con­te­sto in cui alle dif­fi­col­tà mate­ria­li di una nazio­ne dal­lo svi­lup­po incer­to, che anco­ra vede nel­la migra­zio­ne uno stru­men­to per risol­ve­re i pro­ble­mi eco­no­mi­ci, si som­ma­no gra­vi limi­ti cul­tu­ra­li e poli­ti­ci: potrem­mo dire che la con­trap­po­si­zio­ne tra una tra­di­zio­ne vis­su­ta con tut­to il suo cari­co di pre­giu­di­zi, repres­sio­ne e visio­ne limi­ta­ta del mon­do, ovve­ro il cli­ma idea­le per i tan­ti Bou­te­fli­ka al pote­re, e il desi­de­rio di eman­ci­pa­zio­ne, lo tro­via­mo non sol­tan­to nel­le cro­na­che degli esper­ti di poli­ti­ca inter­na­zio­na­le, ma, con uno sguar­do più atten­to al pic­co­lo mon­do di una del­le tan­te pos­si­bi­li fami­glie alge­ri­ne, anche nel­le pagi­ne di Kaou­ther Adi­mi. Le quat­tro righe dell’epilogo (“L’indomani mat­ti­na appa­re in qual­che quo­ti­dia­no…..”) rap­pre­sen­ta­no appun­to uno dei più tra­gi­ci effet­ti del con­for­mi­smo esi­sten­te che – que­sto sem­bra voler­ci dire Kaou­ther Adi­mi – anche le “bal­le­ri­ne di Papi­cha”, nel sen­so di inter­pre­ta­re posi­ti­va­men­te lo spi­ri­to che incar­na­no (“quan­do si è una papi­cha, lo si è per tut­ta la vita”), potran­no con­tra­sta­re, archi­vian­do il cini­smo e la gret­tez­za del­le gene­ra­zio­ni pre­ce­den­ti.

La Mecca-Phuket (S. Azzeddine)

LA MECCAPHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ila­ria Vita­li, tra­dut­tri­ce di “La Mec­ca – Phu­ket”, nel­la pre­fa­zio­ne al libro di Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to di “un’arte di esse­re indo­ci­li”. Espres­sio­ne, secon­do noi, mol­to appro­pria­ta per­ché la pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to, Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni, per eman­ci­par­si sen­za tra­ge­die dal­le abi­tu­di­ni fol­klo­ri­sti­che e ipo­cri­te pre­sen­ti nel­la ban­lieue pari­gi­na, dovrà per for­za di cose tene­re a debi­ta distan­za tut­to quel­lo che, in fami­glia e nel suo giro di ami­ci­zie, sa di luo­go comu­ne, di taroc­ca­men­to e di cari­ca­tu­ra­le.

Tut­to faci­le in teo­ria, mol­to più dif­fi­ci­le nel­la pra­ti­ca; non fos­se altro che Fai­rouz e la sorel­la Kal­soum sono affe­zio­na­te ai loro geni­to­ri, di fat­to poco inte­gra­ti e tut­to­ra lega­ti a una cul­tu­ra a dir poco tra­di­zio­na­li­sta. Il padre, tan­to per dire, pas­sa gior­na­te inte­re pres­so del­le sad­da­ka (veglie fune­bri), che alla fami­glia “costa­no un occhio” (pp.106). Com­pren­si­bi­le allo­ra che le due sorel­le inten­da­no rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, nono­stan­te lo “hajj” degli immi­gra­ti si sia ormai impe­la­ga­to in pra­ti­che con­su­mi­sti­che – vedi la visci­da figu­ra del sig. Our­ghi­dour, tito­la­re di un’agenzia viag­gi –  alla stre­gua di una vacan­za a Phu­ket, nota loca­li­tà thai­lan­de­se e peren­ne ten­ta­zio­ne di Fai­rouz. Se i rispar­mi saran­no spe­si per la Mec­ca o per Phu­ket, sce­glien­do così tra due ver­sio­ni di con­su­mi­smo, lo sapre­mo solo al ter­mi­ne del rac­con­to. Più inte­res­san­te tut­to quel­lo che pre­ce­de, ovve­ro il sar­ca­smo di Fai­rouz, ali­men­ta­to dall’insofferenza, miti­ga­to dal­la com­pren­sio­ne, sem­pre alle pre­se con una fau­na che si agi­ta, nean­che trop­po dispe­ra­ta, tra due cul­tu­re: una situa­zio­ne che il più del­le vol­te lascia nel lim­bo gli immi­gra­ti di pri­ma e di secon­da gene­ra­zio­ne.

Que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne di indo­ci­li­tà, come ci ricor­da Ila­ria Vita­li, deve esse­re sta­ta una sfi­da mol­to com­ples­sa per un tra­dut­to­re, di fron­te alla lin­gua stra­ti­fi­ca­ta e usa­ta da Saphia Azzed­di­ne (e quin­di dal­la nuo­va gene­ra­zio­ne di fran­co-magre­bi­ni), tra “nuo­vi codi­ci sin­cre­ti­ci e poli­fo­ni­ci” (pp.xi), fra­nçais cas­sé e “argot des cités”. Il risul­ta­to è curio­so,  spes­so rive­la­to­re di quel “lim­bo”, gra­zie ad un pro­ce­de­re mol­to disin­vol­to e a momen­ti di schiet­ta iro­nia: “E visti i pro­gram­mi del­la TV fran­ce­se di oggi, un culo pote­va spun­ta­re dal nien­te, a qua­lun­que ora, anche la dome­ni­ca mat­ti­na sul 2 non era impos­si­bi­le. Quin­di, quan­do c’era mio padre, ci bec­ca­va­mo per for­za i cana­li maroc­chi­ni che pas­sa­va­no da una ricet­ta di cuci­na a un can­to cora­ni­co a una ricet­ta di cuci­na” (pp.33).

Un con­te­sto peri­fe­ri­co dove la tea­tra­li­tà ha un gran­de peso, nel qua­le gli ste­reo­ti­pi impaz­za­no e che pos­so­no diven­ta­re stru­men­ti per costrui­re nuo­ve per­so­na­li­tà: “Quan­do  ero pic­co­la, i miei ci obbli­ga­va­no a segui­re gli inse­gna­men­ti dell’onorevole Addel­ka­der Al-Islam, al seco­lo Didier Par­men­tier, con­ver­ti­to all’Islam dopo che le sue vacan­ze al Club Med di Kara­chi era­no sta­te accor­cia­te a cau­sa di un raid ame­ri­ca­no anda­to stor­to. Face­va il giro del­le ban­lieue tra­ve­sti­to da ara­bo puro­san­gue a salu­ta­va gli alun­ni con una mano sul cuo­re […] I suoi viag­gi sul­le mon­ta­gne del Cash­me­re face­va­no di lui un elet­to e lui ci gio­ca­va su per intes­se­re una leg­gen­da fab­bri­ca­ta comun­que su un gros­so malin­te­so” (pp.70).

Paro­le evi­den­te­men­te pie­ne di disin­can­to in un libro che pul­lu­la di per­so­nag­gi dal­le pro­spet­ti­ve mol­to limi­ta­te, nutri­te di mal­di­cen­ze e ste­reo­ti­pi. Qual­co­sa che si coglie fin dal­le pri­me righe del roman­zo: “Abi­ta­vo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il mas­si­mo che ti sen­ti­vi rispon­de­re. Oltre si sfio­ra­va il bla­sfe­mo. Non ci si avven­tu­ra­va mai. Per pau­ra che la gen­te dices­se che” (pp.5). Viste que­ste pre­mes­se si può com­pren­de­re come il ten­ta­ti­vo di Fai­rouz di coin­vol­ge­re geni­to­ri ed anche il fra­tel­lo Najiib, un ladrun­co­lo per­di­tem­po, ad un’esistenza meno con­ven­zio­na­le risul­ti un’impresa tita­ni­ca; soprat­tut­to quan­do l’integrazione, già com­pli­ca­ta per man­can­za di cul­tu­ra, o vie­ne rifiu­ta­ta in nome di usan­ze che da tem­po han­no per­du­to la loro ragion d’essere, oppu­re vie­ne sol­tan­to lam­bi­ta in vir­tù di atteg­gia­men­ti super­fi­cia­li e sul­la scor­ta del più avvi­len­te con­su­mi­smo. Così anche il cam­po del­la reli­gio­ne agli occhi di Fai­rouz diven­ta spec­chio di un cer­to modo di vive­re: “A quan­to pare, ci sono due modi di rap­por­tar­si a Dio qui sul­la ter­ra. Ci sono quel­li che chie­do­no per­do­no e quel­li che dico­no gra­zie” (pp.121). Paro­le che pre­ce­do­no la deci­sio­ne di come uti­liz­za­re i rispar­mi di Fai­rouz: se spen­der­li per il viag­gio alla Mec­ca oppu­re per la vacan­za a Phu­ket.

Saphia Azze­di­ne

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Ha tra­scor­so l’infanzia in Maroc­co e all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con il roman­zo “Con­fi­den­ces à Allah”, da cui sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to. Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce e regi­sta. Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le. In Ita­lia è sta­to tra­dot­to il suo roman­zo “Mon père est fem­me de ména­ge” (“Mio padre fa la don­na del­le puli­zie”, Giu­lio Per­ro­ne Edi­to­re 2011).

Saphia Azzed­di­ne, “La Mec­ca – Phu­ket”, Il Siren­te (col­la­na “Altria­ra­bi”), Fagna­no Alto 2016, pp.XII- 266. Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vita­li.

di  Luca Meni­chet­tiLan­ke­nau­ta, giu­gno 2017
Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia Sukkar

Ho ter­mi­na­to la let­tu­ra de “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” qual­che gior­no fa. Nel frat­tem­po ho let­to un altro libro: “Il cer­vel­lo auti­sti­co” di Tem­ple Gran­din con Richard Panek (Adel­phi). Due let­tu­re appa­ren­te­men­te distan­ti ma che, in real­tà, si inter­se­ca­no per­fet­ta­men­te con­si­de­ran­do che Adam, il ragaz­zi­no quat­tor­di­cen­ne pro­ta­go­ni­sta oltre che voce nar­ran­te del libro del­la Suk­kar, è affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger che, per chi non lo sapes­se, vie­ne spes­so assi­mi­la­ta all’autismo. Tem­ple Gran­din, una don­na auti­sti­ca sta­tu­ni­ten­se, bio­lo­ga e scrit­tri­ce, ne “Il cer­vel­lo auti­sti­co” si sof­fer­ma spes­so, ed ine­vi­ta­bil­men­te, sul­le pro­ble­ma­ti­che lega­te ai mala­ti di Asper­ger. Adam mi è venu­to in men­te ripe­tu­ta­men­te duran­te la let­tu­ra del libro del­la Gran­din. Adam che pone le stes­se doman­de, Adam che con­ta i pas­si che ser­vo­no per rag­giun­ge­re la sua stan­za, Adam che ha pau­ra dei posti che non cono­sce, Adam che deve com­pie­re sem­pre gli stes­si movi­men­ti, Adam che ripe­te nume­ri per ras­si­cu­rar­si, Adam che sen­te tut­ti i colo­ri del mon­do, Adam che osser­va la guer­ra in Siria e deve met­ter­la den­tro ai suoi qua­dri.

L’idea di Sumia Suk­kar è con­vin­cen­te e diver­sa: rac­con­ta­re la guer­ra siria­na attra­ver­so gli occhi inge­nui, disin­can­ta­ti ed incon­sue­ti di un ragaz­zi­no affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger. Per­ché maga­ri a pochi vie­ne in men­te che anche in Siria esi­sto­no bam­bi­ni con pro­ble­ma­ti­che di tal gene­re. Bam­bi­ni che, come Adam, vedo­no il loro pic­co­lo ras­si­cu­ran­te mon­do fami­lia­re e dome­sti­co anda­re in fran­tu­mi per col­pa di un con­flit­to che non rie­sco­no a com­pren­de­re, per col­pa di mili­zie del Gover­no che inve­ce di pro­teg­ge­re il popo­lo siria­no lo mas­sa­cra­no. Den­tro le infi­ni­te doman­de di Adam c’è scon­cer­to e inca­pa­ci­tà di capi­re. Come spie­ga­re quel che acca­de ad un bam­bi­no come Adam? A lui pia­ce anda­re a scuo­la, pia­ce man­gia­re i dol­ci, pia­ce gio­ca­re, pia­ce dise­gna­re e riem­pi­re i fogli di colo­ri ed imma­gi­ni. Cose sem­pli­ci e sem­pre ugua­li. Le bom­be, i mor­ti, il san­gue, le muti­la­zio­ni, le esplo­sio­ni, i pro­iet­ti­li. Tut­to è trop­po diver­so e trop­po dif­fi­ci­le per lui. Per for­tu­na Adam tro­va in sua sorel­la Yasmi­ne un rifu­gio, lei è il suo appog­gio e la sua sal­vez­za.

La madre di Adam è mor­ta da qual­che tem­po. Era mala­ta ma lui è riu­sci­to alme­no a salu­tar­la e a capi­re che sareb­be anda­ta via. La guer­ra, inve­ce, por­ta via le per­so­ne sen­za che Adam rie­sca nep­pu­re a dire loro un sem­pli­ce “ciao”. La guer­ra fa crol­la­re le case e riem­pie gli occhi e la boc­ca di pol­ve­re. La guer­ra ha tol­to l’acqua e la cor­ren­te. Non ci si può lava­re e non si può guar­da­re la TV. Yasmi­ne non può com­pra­re nul­la e il fri­go è sem­pre vuo­to. Gli altri fra­tel­li di Adam esco­no qua­si ogni gior­no per par­te­ci­pa­re a cor­tei di pro­te­sta ma anche quel­lo divie­ne peri­co­lo­so per­ché c’è chi spa­ra e chi muo­re. Adam vede san­gue, vomi­ta e svie­ne. Non sop­por­ta l’odore del san­gue, non reg­ge il con­tat­to con quel liqui­do vischio­so ma è comun­que costret­to a guar­da­re tan­to san­gue nel­la sua Alep­po. Chiun­que, attor­no a lui, per­de il pro­prio colo­re. Anche il ros­so rubi­no di Yasmi­ne si sco­lo­ra: la guer­ra tra­sfor­ma tut­to in gri­gio o vio­la, il colo­re del dolo­re.

Ogni capi­to­lo del libro rap­pre­sen­ta un colo­re diver­so e, di con­se­guen­za, una per­ce­zio­ne diver­sa. Ci sono l’arancione, il bian­co, il blu, il gra­na­ta, il nero, il ver­de, il magen­ta e altri anco­ra. Ci sono però tre capi­to­li che inter­rom­po­no la nar­ra­zio­ne colo­ra­ta di Adam. In que­sti capi­to­li la paro­la pas­sa a Yasmi­ne, pre­sa e segre­ga­ta chis­sà dove da uomi­ni che non si era­no mai visti. Yasmi­ne rapi­ta davan­ti ad un nego­zio e por­ta­ta altro­ve men­tre era con Adam. Vie­ne tor­tu­ra­ta, insul­ta­ta e stu­pra­ta pro­prio come avvie­ne a mol­te altre don­ne in un Pae­se in guer­ra. E così la Suk­kar rie­sce ad inne­sta­re nel rac­con­to di Adam la vicen­da tut­ta fem­mi­ni­le e mol­to dolo­ro­sa del­la gio­va­ne don­na. Il riflet­to­re, quin­di, vie­ne spo­sta­to, su quel­lo che una don­na rischia quo­ti­dia­na­men­te in Siria.

Entra­re nel cuo­re di un con­flit­to come quel­lo che da diver­si anni sta deva­stan­do la Siria non è affat­to sem­pli­ce. Sumia Suk­kar, però, è riu­sci­ta in tale inten­to gra­zie all’invenzione di un per­so­nag­gio auten­ti­co, puro e sen­si­bi­le come Adam. La guer­ra rima­ne la mostruo­si­tà che è ma la voce e lo sguar­do di Adam, coi suoi imman­ca­bi­li colo­ri e la sua lumi­no­sa inno­cen­za, han­no il pote­re di muta­re le pro­spet­ti­ve e di rical­co­la­re la real­tà per­ché rie­sco­no a tra­smet­te­re sfu­ma­tu­re e det­ta­gli che ai “nor­ma­li” soli­ta­men­te sfug­go­no. Sovrap­por­re un con­flit­to mor­ta­le alla can­di­da deli­ca­tez­za e al talen­to pre­zio­so di un ragaz­zi­no affet­to dal­la sin­dro­me di Asper­ger è sicu­ra­men­te un’idea intel­li­gen­te svi­lup­pa­ta, in que­sto roman­zo, attra­ver­so una nar­ra­zio­ne empa­ti­ca, atten­ta ed inten­sa. “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra” è usci­to per la pri­ma vol­ta, nel Regno Uni­to, nel 2013 quan­do l’esordiente Sumia Suk­kar ave­va appe­na 22 anni. Un’opera pri­ma che lascia ben spe­ra­re.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sumia Suk­kar è nata a Lon­dra nel 1992, figlia di padre siria­no e madre alge­ri­na. Ha sem­pre ama­to scri­ve­re e, pro­prio per que­sto, ha fre­quen­ta­to il cor­so di lau­rea in Scrit­tu­ra Crea­ti­va alla King­ston Uni­ver­si­ty di Lon­dra. Qui ha cono­sciu­to Todd Swift, poe­ta bri­tan­ni­co-cana­de­se oltre che diret­to­re del­la Casa Edi­tri­ce Eyewear. Il pro­fes­so­re, col­pi­to dal talen­to del­la Suk­kar, le ha offer­to un con­trat­to di pub­bli­ca­zio­ne. Il pri­mo roman­zo di Sumia Suk­kar, “The boy from Alep­po who pain­ted the war”, è usci­to nel 2013. Un anno più tar­di, nel 1014, a BBC ne ha trat­to un ria­dat­ta­men­to radio­fo­ni­co nel cor­so del pro­gram­ma “Satur­day Dra­ma”. Il roman­zo “The boy from Alep­po who pain­ted the war” è sta­to tra­dot­to in ita­lia­no e pub­bli­ca­to dall’Editrice il Siren­te nel 2016.

Sumia Suk­kar, “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra“, Edi­tri­ce il Siren­te, Fagna­no Alto, 2016. Tra­du­zio­ne dall’inglese di Bar­ba­ra Beni­ni. Tito­lo ori­gi­na­le: “The boy from Alep­po who pain­ted the war“, 2013.

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 Lan­ke­nau­ta, Maria Tor­to­ra, 2 Novem­bre 2016