Dal Caucaso all’Asia centrale, gas e petrolio nel «Grande Gioco»

| Le Mon­de Diplo­ma­ti­que | Giu­gno 2007 | Régis Gen­té (*) |

Il ver­ti­ce di metà mag­gio tra l’Unione euro­pea e la Rus­sia si è are­na­to in par­ti­co­la­re sul­la que­stio­ne del­la coo­pe­ra­zio­ne ener­ge­ti­ca: l’Unione, che impor­ta dal­la Rus­sia il quar­to del pro­prio con­su­mo di petro­lio e di gas, si pre­oc­cu­pa dell’accresciuto pote­re di Mosca in que­sto cam­po. L’accordo con­clu­so, il 12 mag­gio, dal pre­si­den­te rus­so Vla­di­mir Putin con i suoi omo­lo­ghi turk­me­no e kaza­ko, con­fer­ma un rove­scia­men­to di ten­den­za: a lun­go mes­so sul­la difen­si­va dal­la poli­ti­ca di aggi­ra­men­to degli oleo­dot­ti e dei gasdot­ti, impo­sta dal­le gran­di poten­ze, Mosca ha ripre­so l’offensiva.

Il nuo­vo «Gran­de Gio­co» ha rag­giun­to il cul­mi­ne. Con in più, que­sta vol­ta, al cen­tro del gio­co, il petro­lio e il gas. Ma la doman­da di idro­car­bu­ri non spie­ga da sola la bat­ta­glia tra le gran­di poten­ze che inten­do­no impos­ses­sar­si dei gia­ci­men­ti del­le ex repub­bli­che sovie­ti­che dell’Asia cen­tra­le e del Cau­ca­so, sfug­gi­te al domi­nio di Mosca con il crol­lo dell’Urss nel 1991. L’oro nero e l’oro gri­gio sono anche lo stru­men­to di una lot­ta di influen­za in vista del con­trol­lo del cen­tro del con­ti­nen­te eura­sia­ti­co. Per inter­po­ste major petro­li­fe­re, gli oleo­dot­ti sono le lun­ghe cor­de che con­sen­to­no alle gran­di poten­ze di anco­ra­re al pro­prio siste­ma geo­stra­te­gi­co i nuo­vi otto sta­ti indi­pen­den­ti (Nei) del­la regio­ne (1). Nel XIX seco­lo, il «Gran­de Gio­co», un’espressione diven­ta­ta leg­gen­da­ria con Kim, il roman­zo di Rudyard Kipling, allu­de­va alla lot­ta d’influenza tra gran­di poten­ze, in mol­ti aspet­ti simi­le a quel­la odier­na. All’epoca, la posta in gio­co era­no le cosid­det­te «Indie», il gio­iel­lo del­la coro­na bri­tan­ni­ca ambi­to dal­la Rus­sia impe­ria­le (2). La lot­ta si pro­tras­se per un seco­lo e si con­clu­se nel 1907, quan­do Lon­dra e San Pie­tro­bur­go tro­va­ro­no un accor­do per la sud­di­vi­sio­ne del­le loro zone d’influenza, con la crea­zio­ne di uno sta­to tam­po­ne tra di loro, l’Afghanistan (3). Que­sto accor­do ha ret­to fino al 1991. Oggi, seb­be­ne sia­no cam­bia­ti i meto­di e le idee che gui­da­no le gran­di poten­ze, e i pro­ta­go­ni­sti non sia­no gli stes­si, l’obiettivo ulti­mo per­ma­ne. Si trat­ta di colo­niz­za­re, in un modo o nell’altro, l’Asia cen­tra­le per neu­tra­liz­zar­si a vicen­da.
Cer­to il gas e il petro­lio sono ricer­ca­ti in quan­to tali, ma anche come stru­men­to di influen­za, spie­ga Murat­bek Ima­na­liev, un ex diplo­ma­ti­co kir­ghi­zo (e in pas­sa­to sovie­ti­co), che pre­sie­de l’Institute for Public Poli­cy a Bich­tek (Kir­ghi­zi­stan). Subi­to dopo il crol­lo dell’Urss, i Nei vedo­no nel petro­lio un mez­zo per rim­pol­pa­re il bilan­cio e raf­for­za­re l’indipendenza nei con­fron­ti di Mosca. Alla fine degli anni 80, l’impresa ame­ri­ca­na Che­vron met­te gli occhi sul gia­ci­men­to di Ten­guiz, tra i più gran­di del mon­do, a ove­st del Kaza­ki­stan. La Che­vron ne acqui­sta il 50% nel 1993. Sull’altra riva del Mar Caspio, il pre­si­den­te aze­ro Guei­dar Aliev fir­ma, nel 1994, il «con­trat­to del seco­lo» con socie­tà petro­li­fe­re stra­nie­re, per lo sfrut­ta­men­to del cam­po Aze­ri-Chi­rag-Gune­shli. La Rus­sia è furi­bon­da: il petro­lio del Caspio le sfug­ge. Essa oppo­ne a Baku la man­can­za di sta­tu­to giu­ri­di­co del mar Caspio, di cui non si sa se sia un mare o un lago. Mosca si era illu­sa che le cose sareb­be­ro anda­te meglio con Aliev piut­to­sto che con il suo pre­de­ces­so­re, il pri­mo pre­si­den­te dell’Azerbaigian indi­pen­den­te, il nazio­na­li­sta anti-rus­so Albull­faz Elt­chi­bey, rove­scia­to da un gol­pe nel giu­gno 1993, pochi gior­ni pri­ma del­la fir­ma di impor­tan­ti con­trat­ti con alcu­ne major anglo­sas­so­ni. Fine cono­sci­to­re dei mec­ca­ni­smi del siste­ma sovie­ti­co, Guei­dar Aliev, ex gene­ra­le del Kgb ed ex mem­bro del Polit­bu­ro, trat­ta in segre­to con i petro­lie­ri rus­si per tro­va­re un ter­re­no di accor­do con Mosca: Lukoil ottie­ne il 10% del con­sor­zio Aze­ri-Chi­rag-Gune­shli.
È l’inizio del­la lot­ta tra Est e Ove­st per impa­dro­nir­si dei gia­ci­men­ti del­la regio­ne. Negli anni ’90, per giu­sti­fi­ca­re la pene­tra­zio­ne nel baci­no del mar Caspio, gli Sta­ti uni­ti gon­fia­no le sti­me del­le riser­ve di idro­car­bu­ri di quest’area. Par­la­no di 243 miliar­di di bari­li di petro­lio. Poco meno dell’Arabia sau­di­ta! Oggi si valu­ta­no ragio­ne­vol­men­te que­ste riser­ve a cir­ca 50 miliar­di di bari­li di petro­lio e 9,1 tri­lio­ni di metri cubi di gas, ossia dal 4 al 5% del­le riser­ve mon­dia­li. Se gli Sta­ti uni­ti si sono ser­vi­ti di que­sto gros­so bluff, è per­ché «essi vole­va­no ad ogni costo costrui­re il Btc (l’oleodotto Baku-Tbi­li­si-Cey­han).
Han­no pro­va­to di tut­to… per ten­ta­re di impe­di­re l’estensione dell’influenza rus­sa, di osta­co­lar­la. Non so quan­to sapes­se­ro di esa­ge­ra­re», dice Ste­ve Levi­ne, gior­na­li­sta ame­ri­ca­no spe­cia­li­sta di que­sti pro­ble­mi fin dai pri­mi anni ’90 (4). Que­sto gio­co d’influenza s’imballa. Appro­fit­tan­do del­la «guer­ra con­tro il ter­ro­ri­smo» in Afgha­ni­stan dopo gli atten­ta­ti dell’11 set­tem­bre, i mili­ta­ri ame­ri­ca­ni si inse­dia­no nel­la ex-Urss. Con la bene­di­zio­ne di una Rus­sia inde­bo­li­ta. Washing­ton inse­dia le sue basi nel Kir­ghi­zi­stan e nell’Uzbekistan, pro­met­ten­do di lascia­re que­sti pae­si appe­na sareb­be sta­ta sra­di­ca­ta la can­cre­na isla­mi­sta. «Bush si è ser­vi­to di que­sto impe­gno mili­ta­re mas­sic­cio nell’Asia cen­tra­le per sug­gel­la­re la vit­to­ria del­la Guer­ra fred­da con­tro la Rus­sia, argi­na­re l’influenza cine­se e man­te­ne­re il nodo scor­so­io intor­no all’Iran», dice Lutz Kle­ve­man, ex cor­ri­spon­den­te di guer­ra (5). Inol­tre Washing­ton svol­ge un ruo­lo deter­mi­nan­te nel­le rivo­lu­zio­ni colo­ra­te in Geor­gia (nel 2003), in Ucrai­na (2004) e nel Kir­ghi­zi­stan (2005) che sono altret­tan­ti pesan­ti scac­chi per Mosca (6). Scon­vol­ti da que­sti rove­scia­men­ti di pote­re in serie, alcu­ni auto­cra­ti del­la regio­ne vol­ta­no le spal­le all’America e si riav­vi­ci­na­no alle Rus­sia o alla Cina. Infat­ti il gio­co si è com­pli­ca­to negli ulti­mi anni man mano che Pechi­no si intro­met­te­va negli affa­ri dell’Asia cen­tra­le e che l’Europa, in segui­to alla guer­ra del gas tra Rus­sia e Ucrai­na del gen­na­io 2006, acce­le­ra­va i suoi pro­get­ti di cap­ta­zio­ne dell’oro gri­gio caspi­co. Petro­lio, sicu­rez­za, lot­ta d’influenza e bat­ta­glie ideo­lo­gi­che: biso­gna pun­ta­re su tut­ti i fron­ti per cavar­se­la in que­sto «Gran­de Gio­co». Ini­zial­men­te, la Rus­sia è chia­ra­men­te in van­tag­gio in que­sto brac­cio di fer­ro: nel 1991, con­trol­la tut­ti gli oleo­dot­ti che con­sen­to­no ai Nei di tra­spor­ta­re i loro idro­car­bu­ri. Ma gli appa­rat­chi­ki diven­ta­ti pre­si­den­ti si sfor­za­no di non met­te­re tut­te le loro uova nel panie­re rus­so. Dopo la cadu­ta dell’Urss, ven­go­no costrui­ti una mez­za doz­zi­na di oleo­dot­ti che non attra­ver­sa­no il ter­ri­to­rio del gran­de fra­tel­lo: Mosca per­de così par­te del suo peso poli­ti­co ed eco­no­mi­co. Un tem­po scon­vol­ta dal­la pre­sen­za mili­ta­re ame­ri­ca­na e dal­la serie di «rivo­lu­zio­ni colo­ra­te», Mosca si raf­for­za nei pae­si vici­ni L’esempio del Turk­me­ni­stan è emble­ma­ti­co del­le rela­zio­ni del­la Rus­sia con i ter­ri­to­ri del suo anti­co domi­nio: dei 50 miliar­di di metri cubi di gas pro­dot­ti nel 2006 nel Turk­me­ni­stan, 40 sono sta­ti ven­du­ti alla Rus­sia. Scel­ta obbli­ga­ta. A par­te un pic­co­lo gasdot­to inau­gu­ra­to nel 1997, che lo col­le­ga all’Iran, il Turk­me­ni­stan dispo­ne solo del Sac-4, un oleo­dot­to che arri­va in Rus­sia. Una cate­na vera e pro­pria.
E, nell’aprile 2003, il pre­si­den­te rus­so Vla­di­mir Putin è in gra­do di costrin­ge­re il suo omo­lo­go turk­me­no Sapar­mu­rad Nia­zov (scom­par­so alla fine del 2006) a fir­ma­re un con­trat­to di 25 anni per 80 miliar­di di metri cubi all’anno, ven­du­ti al prez­zo ridi­co­lo di 44 dollari/1000 m3. Ben pre­sto Ach­kha­bad cer­ca di rimet­te­re in que­stio­ne que­ste con­di­zio­ni e bloc­ca le con­se­gne. Nell’inverno 2005 Mosca si ras­se­gna a paga­re 65 dollari/1000 m3 per­ché il gas turk­me­no è indi­spen­sa­bi­le in par­ti­co­la­re per rifor­ni­re a bas­so prez­zo la popo­la­zio­ne rus­sa. Nel set­tem­bre 2006, Gaz­prom va oltre e fir­ma un con­trat­to con Ach­kha­bad impe­gnan­do­si, per il perio­do 2007–2009, a paga­re 100 dollari/1000 m3. Que­sto per­ché, cin­que mesi pri­ma, in apri­le, il dit­ta­to­re scom­par­so ave­va fir­ma­to con il pre­si­den­te cine­se Hu Jin­tao un docu­men­to che impe­gna­va il Turk­me­ni­stan a for­ni­re alla Cina, per una dura­ta di trent’anni, 30 miliar­di di metri cubi di gas natu­ra­le ogni anno, a par­ti­re dal 2009, e a costrui­re un gasdot­to lun­go 2000 chi­lo­me­tri. Que­sto spie­ga pro­ba­bil­men­te per­ché Gaz­prom ha dovu­to alza­re le sue tarif­fe. For­se Ach­kha­bad vuo­le anco­ra alza­re il prez­zo? Dopo la sua pri­ma visi­ta uffi­cia­le a Mosca in veste di pre­si­den­te, Gur­ban­gu­ly Ber­dy­mu­kham­me­dov invi­ta Che­vron a par­te­ci­pa­re allo svi­lup­po del set­to­re ener­ge­ti­co turk­me­no. Mai il suo pre­de­ces­so­re ave­va osa­to fare simi­le pro­po­sta a una major inter­na­zio­na­le. Peral­tro il pre­si­den­te non respin­ge le pro­po­ste euro­pee riguar­dan­ti il cor­ri­do­io trans­ca­spi­co. E’ pos­si­bi­le che minac­ci di far entra­re gli occi­den­ta­li nel suo gio­co per spin­ge­re Gaz­prom ad accet­ta­re un prez­zo più alto — infat­ti all’Europa chie­de più di 250 dollari/1000 m3. Eppu­re Putin ave­va pro­po­sto di restau­ra­re il SAC-4 e di costrui­re un altro gasdot­to che col­le­gas­se i due pae­si. «La Rus­sia vuo­le mostra­re ai turk­me­ni che è pron­ta a fare mol­to per loro. Mosca spe­ra di dis­sua­der­li dal trat­ta­re con i cine­si e gli occi­den­ta­li», osser­va il gior­na­li­sta rus­so Arka­dy Dub­nov. «La bat­ta­glia che Mosca deve con­dur­re con­tro il Turk­me­ni­stan dimo­stra che la Rus­sia non è più onni­po­ten­te nel­le ex repub­bli­che sovie­ti­che e che ciò che pre­va­le oggi è il prag­ma­ti­smo eco­no­mi­co di Putin e del­la sua cer­chia», con­clu­de que­sto esper­to del­la Comu­ni­tà degli Sta­ti indi­pen­den­ti (Cei). Il 12 mag­gio scor­so duran­te una visi­ta di una set­ti­ma­na in Asia Cen­tra­le, Vla­di­mir Putin ha fir­ma­to con i suoi omo­lo­ghi turk­me­no e kaza­co un accor­do per l’ammodernamento del gasdot­to Cac-4 e la costru­zio­ne di un altro tubo, desti­na­ti a tra­spor­ta­re il gas del Turk­me­ni­stan in Rus­sia. È in gran fret­ta che il pre­si­den­te rus­so è arri­va­to a Turk­men­ba­chi per strap­pa­re que­sto accor­do, pro­prio men­tre un ana­lo­go ver­ti­ce con­cor­ren­te era orga­niz­za­to nel­lo stes­so perio­do a Cra­co­via, in Polo­nia. Là sva­ria­ti pae­si situa­ti ai mar­gi­ni del­la Rus­sia spe­ra­va­no di lan­cia­re oleo­dot­ti osti­li. Il pre­si­den­te kaza­co ha per­fi­no dovu­to rinun­cia­re a recar­vi­si per acco­glie­re Putin. Come è riu­sci­ta la Rus­sia a rag­giun­ge­re i pro­pri fini? Essa sem­bra ave­re argo­men­ti che ne fan­no anco­ra e sen­za dub­bio per un lun­go perio­do, la più poten­te del­le gran­di poten­ze in Asia cen­tra­le. Pechi­no e Bru­xel­les han­no di che pre­oc­cu­par­si per i per i loro pro­get­ti di approv­vi­gio­na­men­to in Asia cen­tra­le.
Il meto­do rus­so ha l’inconveniente di esse­re spes­so bru­ta­le. Per que­sto, nel 2005, la cri­si del gas tra Mosca e Kiev è sta­ta sof­fer­ta dagli euro­pei (7). Lo spet­tro dell’interruzione del­le for­ni­tu­re aleg­gia­va sul vec­chio con­ti­nen­te che impor­ta un quar­to del suo gas dal­la Rus­sia.
Tut­ta­via, sdram­ma­tiz­za Jérô­me Guil­let, auto­re di uno stu­dio sul­le guer­re del gas del 2006, que­ste cri­si sono «lo spec­chio del­le lot­te che si tra­ma­no nel­le quin­te tra fazio­ni poten­ti all’interno del Crem­li­no o in Ucrai­na, più che l’effetto di un uso deli­be­ra­to dell’arma ener­ge­ti­ca» (8).
Pri­mo pro­dut­to­re mon­dia­le di gas e secon­do di petro­lio, la Rus­sia ha ritro­va­to la tran­quil­li­tà finan­zia­ria e pren­de ini­zia­ti­ve stra­te­gi­che.
Il 15 mar­zo scor­so, ha fir­ma­to un accor­do con la Bul­ga­ria e la Gre­cia per la costru­zio­ne dell’oleodotto Bur­gas-Ale­xan­drou­po­li (Bap). Un vero con­cor­ren­te per il Btc e, meglio anco­ra, il pri­mo che lo sta­to rus­so con­trol­li sul ter­ri­to­rio euro­peo. Pari­men­ti, da alcu­ni mesi, il grez­zo scor­re lun­go i 1.760 chi­lo­me­tri del Btc come il gas nel Baku-Tbi­lis­si-Erzu­rum (Bte). L’arteria vita­le dell’influenza occi­den­ta­le nel­la ex-Urss fun­zio­na e pro­du­ce i pri­mi effet­ti poli­ti­ci. Da quest’anno, la Geor­gia sem­bra dipen­de­re un po’ meno dal gas rus­so, men­tre un anno fa, non pote­va impor­tar­ne altro. Gli aumen­ti cla­mo­ro­si impo­sti dal­la Rus­sia — in due anni, il gas è pas­sa­to da 55 a 230 dollari/1000 m3. — han­no col­pi­to l’economia geor­gia­na meno di quan­to Mosca si aspet­tas­se. Le quan­ti­tà for­ni­te dal Bte a tito­lo di royal­ty, e dal­la Tur­chia, che cede a prez­zo di affe­zio­ne la par­te di gas che le spet­ta per que­sto gasdot­to, han­no per­mes­so alla Geor­gia di com­por­re un prez­zo medio accet­ta­bi­le (9). Peg­gio anco­ra per Mosca: il ten­ta­ti­vo di impor­re all’Azerbaigian un aumen­to dei prez­zi nel­la stes­sa misu­ra, nel­la spe­ran­za che col­pi­sca di riman­do le for­ni­tu­re desti­na­te a T’bilisi, ha for­te­men­te irri­ta­to il pre­si­den­te Ilham Aliev. «Que­sto pro­va che il Btc (come il Bte) rap­pre­sen­ta sen­za dub­bio la più gran­de vit­to­ria ame­ri­ca­na in poli­ti­ca inter­na­zio­na­le negli ulti­mi quin­di­ci anni. Un suc­ces­so in fat­to di “con­tain­ment” del­la Rus­sia e di soste­gno all’indipendenza del­le repub­bli­che cau­ca­si­che», sostie­ne Ste­ve Levi­ne. Que­sti oleo­dot­ti offro­no agli Sta­ti uni­ti e all’Europa la pos­si­bi­li­tà di lan­cia­re due pro­get­ti per diver­si­fi­ca­re le loro fon­ti di approv­vi­gio­na­men­to e attrar­re nel­la loro cer­chia poli­ti­ca i Nei del­la regio­ne. Il pri­mo, il Kaza­kh­stan Caspian Trans­por­ta­tion System (Kcts), desti­na­to a con­vo­glia­re il petro­lio del gia­ci­men­to di Kacha­gan, il più gran­de sco­per­to nel mon­do negli ulti­mi trent’anni. La pro­du­zio­ne deve ini­zia­re alla fine del 2010, e gli azio­ni­sti del con­sor­zio inca­ri­ca­to del­lo sfrut­ta­men­to di que­sto gia­ci­men­to, com­po­sto da gran­di majors occi­den­ta­li (10), si pro­pon­go­no di tra­spor­ta­re da 1,2 a 1,5 milio­ni di bari­li al gior­no lun­go un iti­ne­ra­rio sud-ove­st che attra­ver­se­rà il mar Caspio.
Impos­si­bi­le far pas­sa­re l’oleodotto sot­to il mare a cau­sa dell’opposizione dei rus­si e degli ira­nia­ni: una flot­ta di petro­lie­re farà la spo­la tra il Kaza­ki­stan e l’Azerbaigian, dove un nuo­vo ter­mi­nal petro­li­fe­ro col­le­ghe­rà il «siste­ma» al Btc. Que­sto, gra­zie ad alcu­ne sta­zio­ni di pom­pag­gio sup­ple­men­ta­ri e all’uso di pro­dot­ti desti­na­ti a dina­miz­za­re il pas­sag­gio dell’olio nel­le tuba­tu­re, dovreb­be ave­re un aumen­to del­la capa­ci­tà da 1 a 1,8 milio­ni di bari­li al gior­no. Il secon­do pro­get­to riguar­da l’«oro gri­gio» ed è per ora appe­na abboz­za­to: si trat­ta del «cor­ri­do­io trans­ca­spi­co», desti­na­to a rifor­ni­re l’Europa di gas kaza­ko e turk­me­no. «Par­lia­mo di “cor­ri­do­io” e non di gasdot­to — pre­ci­sa Faou­zi Ben­sa­ra, con­si­glie­re per l’energia alla Com­mis­sio­ne euro­pea — Pro­po­nia­mo di avvia­re una rifles­sio­ne su solu­zio­ni tec­no­lo­gi­che alter­na­ti­ve, come inco­rag­gia­re inve­sti­men­ti per la pro­du­zio­ne di gas natu­ra­le lique­fat­to nel Turk­me­ni­stan, ad esem­pio, il qua­le potreb­be in segui­to esse­re tra­spor­ta­to via nave fino a Baku». L’Unione euro­pea non vuo­le esse­re pro­ta­go­ni­sta del «gran­de gio­co», pre­ci­sa que­sto alto fun­zio­na­rio: «L’Ue è moti­va­ta solo dal suo biso­gno. Pre­sto ci occor­re­ran­no da 120 a 150 miliar­di di metri cubi di gas all’anno.
Il nostro obiet­ti­vo è tro­va­re que­sti volu­mi sup­ple­men­ta­ri e diver­si­fi­ca­re le nostre fon­ti di approv­vi­gio­na­men­to. Nient’altro. Indi­vi­due­re­mo solu­zio­ni che saran­no com­ple­men­ta­ri a quel­le che già esi­sto­no».
In com­pen­so, un altro gran­de pipe­li­ne stra­te­gi­co pro­mos­so da Washing­ton ha scar­se pos­si­bi­li­tà di attua­zio­ne: si trat­ta del Tapi (Turk­me­ni­stan-Afgha­ni­stan-Paki­stan-India), il famo­so gasdot­to che gli Sta­ti uni­ti, con la socie­tà petro­li­fe­ra ame­ri­ca­na Uno­cal, si ripro­met­te­va­no di costrui­re con i tali­ban nel­la secon­da metà degli anni ’90. «Que­sto pro­get­to com­por­ta trop­pi incon­ve­nien­ti, riguar­dan­ti la sicu­rez­za, con il ritor­no dei tali­ban in Afgha­ni­stan.
Peral­tro, mol­ti esper­ti riten­go­no che le riser­ve del Turk­me­ni­stan non sia­no sta­te cor­ret­ta­men­te valu­ta­te», dice il pro­fes­so­re Ajay Kumar Pat­nalk, spe­cia­li­sta del­la Rus­sia e dell’Asia cen­tra­le all’università Jawa­har­lal Neh­ru, a New Delhi.
Washing­ton difen­de­va il Tapi, sia per iso­la­re l’Iran, sia per inde­bo­li­re la Rus­sia nell’Asia cen­tra­le. Ormai, gli Sta­ti uni­ti inten­do­no inte­gra­re l’Afghanistan tra i pae­si vici­ni e allo stes­so tem­po for­nir­gli risor­se per riscal­da­re le sue popo­la­zio­ni e rilan­cia­re la sua eco­no­mia, come pegno del­la sua sta­bi­li­tà. In que­sto sen­so, nel 2005, il dipar­ti­men­to di sta­to ame­ri­ca­no ha rior­ga­niz­za­to la sua divi­sio­ne Asia del Sud fon­den­do­la con la divi­sio­ne Asia cen­tra­le, per age­vo­la­re le rela­zio­ni a tut­ti i livel­li in quest’area desi­gna­ta come «Gran­de Asia cen­tra­le».
L’energia costi­tui­sce uno dei vet­to­ri essen­zia­li del­le rela­zio­ni inter­ne nel­la regio­ne. Sono quin­di nati diver­si pro­get­ti di cen­tra­li idroe­let­tri­che, ad esem­pio nel Tagi­ki­stan, desti­na­ti ad ali­men­ta­re il Nord afgha­no. Ma l’idea nel suo insie­me non va avan­ti. New Delhi in par­ti­co­la­re, si sen­te lon­ta­na dall’Asia cen­tra­le ed esi­ta a diven­ta­re par­te inte­gran­te del Tapi. Sareb­be più attrat­ta dal pro­get­to di gasdot­to Iran-Paki­stan-India (Ipi), pro­po­sto da Teh­ran, seb­be­ne l’Iran-Libya Sanc­tions Act (Ilsa) — median­te il qua­le Washing­ton puni­sce ogni impre­sa che inve­sta nel petro­lio o il gas di que­sti pae­si — vie­ta a New Delhi di fare il pas­so. «L’Iran è il gran­de per­den­te del nuo­vo “gran­de gio­co”. Non solo gli oleo­dot­ti aggi­ra­no il suo ter­ri­to­rio, ma nes­su­no può inve­sti­re in Iran — rile­va Moham­med Reza-Dja­li­li, spe­cia­li­sta ira­nia­no del­le rela­zio­ni inter­na­zio­na­li dell’Asia cen­tra­le — . Ma sono pro­prio gli inve­sti­men­ti che man­ca­no in que­sto pae­se. Le sue instal­la­zio­ni risal­go­no agli anni 1970, sic­ché l’Iran è costret­to a impor­ta­re il 40% del­la sua ben­zi­na. Non ha potu­to esplo­ra­re la sua par­te del mar Caspio e il suo enor­me poten­zia­le di gas solo par­zial­men­te sfrut­ta­to». Peral­tro è para­dos­sa­le che il «Gran­de Gio­co» esclu­da Teh­ran, men­tre i pro­dut­to­ri di idro­car­bu­ri nell’Asia cen­tra­le sogna­no una via meri­dio­na­le: «Può esse­re meno caro e piut­to­sto sem­pli­ce sul pia­no tec­ni­co — spie­ga Arnaud Breuil­lac, diret­to­re Total per l’Europa cen­tra­le e l’Asia con­ti­nen­ta­le. Sia­mo in una logi­ca di diver­si­fi­ca­zio­ne del­le nostre vie di espor­ta­zio­ne. In que­sto qua­dro, abb­bia­mo pre­so un’opzione sul­la via sud, tan­to più che la regio­ne di con­su­mo più vici­na al mar Caspio è il nord Iran». Que­sto spie­ga per­ché il riav­vi­ci­na­men­to con l’Organizzazione di coo­pe­ra­zio­ne di Shan­ghai (Ocs) (11) rap­pre­sen­ti in que­sto con­te­sto, secon­do Reza-Dja­li­li, «un sal­va­gen­te del­la poli­ti­ca ira­nia­na nell’Asia cen­tra­le. Per que­sto tra­mi­te, Teh­ran può intrec­cia­re lega­mi con l’Asia, in par­ti­co­la­re con la Cina, e raf­for­zar­si nel suo brac­cio di fer­ro con gli Sta­ti uni­ti». Da par­te sua, la Cina — spie­ga Thier­ry Kell­ner, spe­cia­li­sta del­la Cina e dell’Asia cen­tra­le — per­se­gue tre obiet­ti­vi in que­sto «Gran­de Gio­co»: «La sua sicu­rez­za, in par­ti­co­la­re nel­la pro­vin­cia tur­co­fo­na del­lo Xin­jiang, che fian­cheg­gia l’Asia cen­tra­le; la coo­pe­ra­zio­ne con i vici­ni, per impe­di­re che un’altra gran­de poten­za diven­ti trop­po poten­te nel­lo spa­zio cen­tro-asia­ti­co; infi­ne l’approvvigionamento ener­ge­ti­co». I nume­ro­si acqui­sti di dirit­ti di estra­zio­ne petro­li­fe­ra di Pechi­no in Asia cen­tra­le, da alcu­ni anni, han­no fat­to cor­re­re mol­to inchio­stro. Nel dicem­bre 2005, la Cina inau­gu­ra­va addi­rit­tu­ra un oleo­dot­to che col­le­ga Atas­su, nel Kaza­kh­stan, ad Ala­chan­ku, nel­lo Xin­jiang. «Il pri­mo con­trat­to petro­li­fe­ro fir­ma­to da Pechi­no nell’Asia cen­tra­le risa­le al 1997 — rile­va Kell­ner. La Cina lavo­ra sul lun­go ter­mi­ne. Ha sapu­to costrui­re basi soli­de nell’Asia cen­tra­le, e oggi que­sta poli­ti­ca paga».
Que­sta fre­ne­sia di acqui­sti non rispon­de sol­tan­to alla richie­sta di idro­car­bu­ri in un pae­se che ha una cre­sci­ta annua del 10%. Secon­do Kell­ner, tra­du­ce anche la sua visio­ne geo­po­li­ti­ca: «La Cina non vede le cose in ter­mi­ni di mer­ca­to, seb­be­ne l’offerta e la richie­sta di petro­lio sia­no glo­ba­liz­za­te. Per garan­ti­re la pro­pria sicu­rez­za ener­ge­ti­ca, si offre gia­ci­men­ti e oleo­dot­ti che ne assi­cu­ra­no l’approvvigionamento diret­to, ma che sono mol­to costo­si. Men­tre è essen­zia­le che offer­ta e doman­da si equi­li­bri­no a livel­lo mon­dia­le per man­te­ne­re i prez­zi.
Nel suo stes­so inte­res­se, Pechi­no dovreb­be piut­to­sto con­tri­bui­re a que­sto equi­li­brio sen­za neces­sa­ria­men­te pen­sa­re ai pro­pri approv­vi­gio­na­men­ti diret­ti».
Le ex repub­bli­che sovie­ti­che sfrut­ta­no la con­cor­ren­za tra le gran­di poten­ze per con­so­li­da­re la pro­pria indi­pen­den­za eco­no­mi­ca e poli­ti­ca Inve­sti­re nell’Asia cen­tra­le signi­fi­ca anche, per i cine­si, la pos­si­bi­li­tà di inse­rir­si negli affa­ri del­la regio­ne per con­tri­bui­re alla sua sicu­rez­za — così dico­no. Pechi­no si impe­gna nell’Ocs per fede­ra­re gli sta­ti mem­bri sui temi pre­di­let­ti, come la lot­ta con­tro il ter­ro­ri­smo o la coo­pe­ra­zio­ne eco­no­mi­ca ed ener­ge­ti­ca. Di più, l’organizzazione for­ma un bloc­co in gra­do di crea­re una for­te soli­da­rie­tà in caso di desta­bi­liz­za­zio­ne del­la regio­ne, o di accre­sciu­ta influen­za degli Sta­ti uni­ti che potreb­be­ro arri­va­re al pun­to di minac­cia­re i pote­ri costi­tui­ti. L’ondata di «rivo­lu­zio­ni colo­ra­te» nel­lo spa­zio ex-sovie­ti­co a par­ti­re dal 2003 ha così por­ta­to l’organizzazione a pren­de­re una posi­zio­ne più net­ta con­tro Washing­ton. Nel luglio 2005, ad esem­pio, i suoi sei mem­bri soste­ne­va­no Tash­kent nel­la sua esi­gen­za di chiu­de­re la base mili­ta­re aerea ame­ri­ca­na di Kar­shi-Kha­na­bad, aper­ta nel qua­dro dell’operazione in Afgha­ni­stan. In effet­ti, non esi­ste più nes­sun Gl sul suo­lo uzbe­ko. In real­tà, il «gran­de gio­co» con­vie­ne alle repub­bli­che d’Asia cen­tra­le e del Cau­ca­so che pun­ta­no sul­la con­cor­ren­za tra le gran­di poten­ze.
Diven­ta­no un po’ più indi­pen­den­ti, in quan­to pos­so­no dire di «no» a una di que­ste gran­di poten­ze per rivol­ger­si a un’altra gran­de capi­ta­le.
Il che spes­so signi­fi­ca soprat­tut­to sce­glie­re la pro­pria dipen­den­za.
Men­tre il Kaza­ki­stan apre la sua eco­no­mia al mon­do, l’Uzbekistan la chiu­de, e men­tre la Geor­gia pun­ta fino in fon­do sul­la car­ta ame­ri­ca­na, il Turk­me­ni­stan con­ser­va una pro­fon­da sfi­du­cia nei con­fron­ti di Washing­ton.
Al di là di que­ste dif­fe­ren­ze, il «gran­de gio­co» con­sen­te loro di esse­re meno costret­te a segui­re la stra­da impo­sta da una del­le poten­ze domi­nan­ti. Ad esem­pio, se il discor­so demo­cra­ti­co dell’Occidente com­pro­met­te gli inte­res­si dei diri­gen­ti cen­tro-asia­ti­ci o cau­ca­si­ci, essi pos­so­no comun­que vol­tar­gli le spal­le, visto che né Pechi­no né Mosca sono mol­to rigo­ro­si in mate­ria. A dire il vero, nem­me­no Washing­ton o Bru­xel­les lo sono siste­ma­ti­ca­men­te.
Gli impe­ra­ti­vi stra­te­gi­ci li por­ta­no spes­so a rele­ga­re i dirit­ti del­la per­so­na in secon­do pia­no, cosa che discre­di­ta note­vol­men­te i valo­ri cosid­det­ti «occi­den­ta­li», nei qua­li i pote­ri del­la regio­ne non vedo­no altro che un’arma ideo­lo­gi­ca. Dopo il 2003, per met­te­re a tace­re le cri­ti­che, i loro diri­gen­ti per­fe­zio­na­no, mese dopo mese, un discor­so sul loro modo «orien­ta­le», di costrui­re la demo­cra­zia a casa pro­pria. Nel frat­tem­po, la cor­ru­zio­ne regna in que­sto «gran­de gio­co»: la man­na del petro­lio e del gas, anche se si trat­ta di ric­chez­ze nazio­na­li, sfug­ge in gran par­te al con­trol­lo demo­cra­ti­co degli abi­tan­ti di que­sti pae­si.

note:
* Gior­na­li­sta indi­pen­den­te, Bishek (Kir­ghi­zi­stan)
(1) Si leg­ga Vic­ken Che­te­rian, «Il “Gran­de Gio­co” del petro­lio in Trans­cau­ca­sia» e «L’Asia cen­tra­le, retro­via ame­ri­ca­na», Le Mon­de diplomatique/il mani­fe­sto, rispet­ti­va­men­te otto­bre 1997 e feb­bra­io 2003.
(2) La teo­ria del­lo Hear­tland si deve al bri­tan­ni­co Hal­ford John Mac­kin­der (1861–1947). Padre del­la geo­po­li­ti­ca con­tem­po­ra­nea, egli con­ce­pi­va il pia­ne­ta come un insie­me che gira intor­no al con­ti­nen­te eura­sia­ti­co, lo Hear­tland. Per domi­na­re il mon­do, occor­re domi­na­re que­sto «per­no geo­gra­fi­co del mon­do». Mac­kin­der rite­ne­va che la Rus­sia, padro­na dell’Heartland a cau­sa del­la sua posi­zio­ne geo­gra­fi­ca, pos­se­des­se una supe­rio­ri­tà stra­te­gi­ca sul­la Gran Bre­ta­gna, poten­za marit­ti­ma.
(3) Sul «gran­de gio­co», cfr. Peter Hop­kirk, The Great Game, On Secret Ser­vi­ce in Cen­tral Asia, Oxford Uni­ver­si­ty Press, New York, 1991.
Per un bre­ve rias­sun­to, cfr. Boris Eisen­baum, Guer­res en Asie cen­tra­le.
Lut­tes d’influences, pétro­le, isla­mi­sme et mafias, 1850–2004, Gras­set, Pari­gi, 2005.
(4) Egli pub­bli­che­rà il pros­si­mo otto­bre un libro inti­to­la­to The Oil and the Glo­ry: The Pur­suit of Empi­re and For­tu­ne on the Caspian Sea, Ran­dom Hou­se, New York, 2007.
(5) «Oil and the New “Great Game”», The Nation, New York, 16 feb­bra­io 2004.
(6) Si leg­ga Vic­ken Che­te­rian, «Le stra­ne rivo­lu­zio­ni che avven­go­no all’Est», Le Mon­de diplomatique/il mani­fe­sto, otto­bre 2005.
(7) Si leg­ga Vic­ken Che­te­rian, «La rivo­lu­zio­ne aran­cio­ne si sco­lo­ra», Le Mon­de diplomatique/il mani­fe­sto, set­tem­bre 2006.
(8) Jérô­me Guil­let, «Gaz­prom, par­te­nai­re pré­vi­si­bi­le: reli­re les cri­ses éner­gé­ti­ques Rus­sie-Ukrai­ne et Rus­sie-Bela­rus», Rus­sie, Nei­Vi­sions, n° 18 Ifri, mar­zo 2007. Per una visio­ne oppo­sta, cfr. Chri­sto­phe-Ale­xan­dre Pail­lard, «Gasprom: mode d’emploi pour un sui­ci­de éner­gé­ti­que», Rus­sie, Nei Visions, n° 17 Ifri, mar­zo 2007.
(9) Cfr. «La Géor­gie ten­te de rédui­re sa dépen­dan­ce éner­gé­ti­que vis-à-vis de la Rus­sie», Bul­le­tin de l’industrie pétro­liè­re, Pari­gi, 8 feb­bra­io 2007.
(10) Gli azio­ni­sti di Agip Kco sono Eni (18,52%), Exxon­Mo­bil (18,52%); Shell (18,52%), Cono­co­Phil­lips (9,26%), la socie­tà nazio­na­le petro­li­fe­ra kaza­ka Kaz­Mu­nay­Gas (8,33%), Inpex (8,33%).
(11) L’Ocs è sta­ta crea­ta nel 1996 con la deno­mi­na­zio­ne di «grup­po di Shan­ghai». Com­pren­de oggi sei Sta­ti mem­bri (Cina, Kaza­kh­stan, Kir­ghi­zi­stan, Uzbe­ki­stan, Rus­sia, Tagi­ki­stan) e quat­tro osser­va­to­ri (India, Iran, Mon­go­lia, Paki­stan). Que­sto ulti­mo sta­tu­to di osser­va­to­re è sta­to nega­to agli Sta­ti uni­ti.

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