Metro” la graphic novel che fa paura al potere egiziano

| Libe­ra­zio­ne | Vener­dì 10 dicem­bre 2010 | Gui­do Cal­di­ron |

Il dise­gna­to­re Mag­di El Sha­fee pre­sen­ta in que­sti gior­ni in Ita­lia la sua ope­ra.
Nell’Egitto di Muba­rak anche i fumet­ti fan­no pau­ra. il regi­me che pro­prio in que­sti gior­ni ha dato una nuo­va pro­va del­la sua resi­sten­za a pro­ce­de­re nel­la dire­zio­ne di una demo­cra­tiz­za­zio­ne del­le isti­tu­zio­ni e del­la socie­tà, esclu­den­do dal voto per le ele­zio­ni poli­ti­che gran par­te dell’opposizione, è sce­so in guer­ra con­tro una gra­phic novel met­ten­do in moto la mac­chi­na del­la cen­su­ra e del­la repres­sio­ne.
Que­sto alme­no è quan­to acca­du­to a Mag­dy El Sha­fee, un gio­va­ne dise­gna­to­re che si è tra­sfor­ma­to in uno degli auto­ri più apprez­za­ti del pae­se. Nato al Cai­ro nel 1972, El Sha­fee ha debut­ta­to nel fumet­to in occ­ca­sio­ne del Comic Work­shop Egypt che si è svol­to nel­la capi­ta­le egi­zia­na nel 2001 e ha pub­bli­ca­to nel 2008 la gra­phic novel Metro, oggi tra­dot­ta nel nostro pae­se nell’ambito del­la col­la­na “Altria­ra­bi” dell’editrice il Siren­te (pp. 80, euro 15,00), che gli è costa­ta parec­chi guai con la giu­sti­zia del suo pae­se.
Il fumet­to, un cru­do thril­ler metro­po­li­ta­no che alter­na in un livi­do bian­co e nero trat­ti raf­fi­na­ti qua­si foto­gra­fi­ci a schiz­zi volu­ta­men­te spor­chi e stra­da­io­li, rac­con­ta la sto­ria di She­hab, un gio­va­ne pro­gram­ma­to­re di com­pu­ter che si lascia coin­vol­ge­re da un poli­ti­co cor­rot­to in una rapi­na, pro­po­nen­do anche una rifles­sio­ne sul­le tra­sfor­ma­zio­ni cono­sciu­te dal­la socie­tà egi­zia­na, rias­sun­te sim­bo­li­ca­men­te nel­le sta­zio­ni del­la metro­po­li­ta­na cai­ro­ta che por­ta­no il nome dei lead­wer e dei pre­si­den­ti che si sono suc­ce­du­ti nell’ultimo mez­zo seco­lo: da Nas­ser a Muba­rak pas­san­do per Sadat.
Con l’accusa di uti­liz­za­re un lin­guag­gio “trop­po spin­to”, Metro è sta­to dap­pri­ma riti­ra­to dal­la ven­di­ta, quin­di il suo auto­re ha dovu­to subi­re un pro­ces­so: Mag­dy El Sha­fee è così com­par­so il 4 apri­le 2008 davan­ti al Tri­bu­na­le del Cai­ro; accan­to a lui, sul ban­co degli impu­ta­ti, il suo edi­to­re, Moha­med Shar­qa­wi. Alla fine il dise­gna­to­re è sta­to con­dan­na­to a paga­re una mul­ta e tut­te le copie in cir­co­la­zio­ne del­la gra­phic novel sono sta­te distrut­te. «Il moti­vo uffi­cia­le – spie­ga El Sha­fee – è che la poli­zia mora­le ha tro­va­to il lin­guag­gio usa­to nel fumet­to trop­po spin­to. Tut­ta­via basta pas­seg­gia­re in Piaz­za Ram­ses al Cai­ro per ren­der­si con­to che il lin­guag­gio quo­ti­dia­no egi­zia­no sia ben più spin­to. La real­tà è che il rife­ri­men­to alla per­so­na del poli­ti­co cor­rot­to non è visto come pura­men­te casua­le…». «L’aministrazione nazio­na­le e reli­gio­sa egi­zia­na non han­no la cul­tu­ra del dibat­ti­to –- spie­ga anco­ra il dise­gna­to­re –: quan­do una cosa non gli pia­ce esi­go­no la cen­su­ra imme­dia­ta».
Mag­dy el Sha­fee, che in que­sti gior­ni è nel nostro pae­se per pre­sen­ta­re la sua ope­ra, dopo aver par­te­ci­pa­to all’inizio del mese al Festi­val del fumet­to Medi­ter­ra­neo, il Nues, che si è svol­to a Caglia­ri —  que­sta sera alle 20,30 sarà all’Oblomov di via Mace­ra­ta 58, nel quar­tie­re del Pigne­to a Roma — rac­con­ta come abbia sem­pre ama­to «i fumet­ti come mez­zo di espres­sio­ne, non solo come dise­gno. Da bam­bi­no Super­man e Tin­tin era­no le mie let­tu­re idea­li e quan­do, all’età di 15–16 anni, ho let­to una sto­ria di Hugo Pratt è sta­ta per me una mera­vi­glio­sa sor­pre­sa: l’eroe del fumet­to non dove­va esse­re per for­za un model­lo pie­no di vir­tù… Così deci­si che non sarei diven­ta­to un bra­vo pit­to­re e che avrei fat­to di tut­to per diven­ta­re inve­ce un fumet­ti­sta».

 

0

Intervista a Balthazar Clémenti

Il figlio dell’attore francese ricorda quella mattina del 1971 quando il padre finì per un anno in galera per un po’ di hashish.

«Mi sve­gliò la poli­zia, cer­ca­va­no mio padre li ho visti, mise­ro la dro­ga sot­to il let­to»

di Giu­lia­no Cape­ce­la­tro — Libe­ra­zio­ne, pag. 17, Inter­vi­ste, 8 mag­gio 2008

Cad­de dall’alto di un sogno, Bal­tha­zar. In fran­tu­mi l’infanzia dora­ta in una Roma dai colo­ri di favo­la. Offu­sca­ta l’immagine del padre. Atto­re cele­ber­ri­mo e con­te­so, gio­va­ne divo dal­la bel­lez­za andro­gi­na. Pier­re Clé­men­ti, alto, fles­suo­so, una gran chio­ma che si ada­gia­va sul­le spal­le magre con gra­zia ange­li­ca, e incor­ni­cia­va l’irrequieta oscu­ri­tà del­lo sguar­do. Cad­de dall’alto di un sogno, Bal­tha­zar, la mat­ti­na del 24 luglio 1971. Qual­cu­no dove­va aver accu­sa­to Pier­re Clé­men­ti.
«Fui pro­prio io ad apri­re la por­ta. Dove­va­no esse­re le nove. C’era un tizio … con un imper­mea­bi­le, se non m’inganno: un poli­ziot­to in bor­ghe­se. Poi arri­va­ro­no i cara­bi­nie­ri… E’ come se fos­se ieri. Una sto­ria che mi ha segna­to, mi ha fat­to sof­fri­re. E a Pier­re, con­fes­so, per un po’ glie­ne ho volu­to».
Arri­va da Pari­gi la voce di Bal­tha­zar Clé­men­ti. Distan­za nel­lo spa­zio, distan­za nel tem­po. E’ un qua­ran­ten­ne, oggi, che si gua­da­gna da vive­re col mestie­re di atto­re. Come il padre. Che nell’ esta­te del 1971 rima­se impi­glia­to in una brut­ta sto­ria di dro­ga. Un po’ di cocai­na, dell’hashish. Nel­la casa del­la sua com­pa­gna, Anna Maria Lau­ri­cel­la, in via dei Ban­chi Vec­chi.
«Entra­ro­no… io ricor­do che mise­ro del­la dro­ga sot­to il let­to… mi ordi­na­ro­no di tor­na­re a dor­mi­re. Fru­ga­ro­no dap­per­tut­to… per­qui­si­ro­no. Ma la dro­ga… io ricor­do che furo­no loro a met­ter­la».
Ave­va cin­que anni quel gior­no: la por­ta si aprì e, come in una favo­la nera, la vita si capo­vol­se. Spa­rì quel padre fan­ta­sti­co, che offri­va al bam­bi­no un mon­do magi­co. E’ dif­fi­ci­le rie­la­bo­ra­re un’emozione al tele­fo­no. Rivi­ver­la dopo qua­si qua­ran­ta anni. La voce flui­sce sen­za sma­glia­tu­re. Solo a trat­ti, la fra­se si spe­gne in una bre­ve risa­ta dal­le sono­ri­tà infan­ti­li. For­se il ten­ta­ti­vo incon­scio di met­te­re un con­fi­ne, di auto­con­vin­cer­si che quel­la vicen­da è dav­ve­ro con­clu­sa.
«Ci fece­ro sali­re su una mac­chi­na. Pier­re, Anna Maria… io non vole­vo stac­car­mi da mio padre. Poi ho solo dei flash, imma­gi­ni con­fu­se… Ricor­do un ter­re­no aper­to su cui si vede­va un edi­fi­cio moder­no».
Una Roma meta­fi­si­ca si pro­fi­la sul­lo sfon­do del­la memo­ria. Gli occhi del bam­bi­no affer­ra­no fram­men­ti di real­tà, che l’adulto ten­ta di ricom­por­re in un qua­dro plau­si­bi­le. Istan­ti con­vul­si: l’irruzione, la per­qui­si­zio­ne, l’arresto. Il padre trat­ta­to da delin­quen­te comu­ne.
E il bam­bi­no Bal­tha­zar che si ribel­la. Con le lacri­me, la rab­bia. Con la voce, che chie­de tra i sin­ghioz­zi una pisto­la. Per poter spa­ra­re a que­gli sbir­ri. A que­gli uomi­ni che han­no mes­so le mani su suo padre. E che lo han­no ruvi­da­men­te riscos­so dall’incanto.
Famo­so e vez­zeg­gia­to, Pier­re Clé­men­ti. Ruo­li impor­tan­ti con gran­di regi­sti. Luis Buñuel per La via lat­tea. Pier Pao­lo Paso­li­ni per Por­ci­le. Ber­nar­do Ber­to­luc­ci per Il con­for­mi­sta, Il part­ner. Lilia­na Cava­ni per I can­ni­ba­li. Glau­ber Rocha per Cut­ting heads. Un improv­vi­so benes­se­re, una vita di agi e lus­si per il bor­der-line nato a Pari­gi nel 1942 sen­za padre, da una ragaz­za còr­sa, il bohé­mien squat­tri­na­to che rac­co­glie­va cic­che a Saint Ger­main des Prés, l’attore novi­zio che un Alain Delon in vena di inu­si­ta­te gene­ro­si­tà tra­sci­na con sé alla cor­te di Luchi­no Viscon­ti per una par­ti­ci­na ne Il Gat­to­par­do. L’interprete che snob­ba il Saty­ri­con di Fede­ri­co Fel­li­ni per­ché quel set gli fa veni­re in men­te una cate­na di mon­tag­gio.
«Era la dol­ce vita — rac­con­ta Bal­tha­zar, e sot­to­li­nea il ricor­do con la sua bre­ve, som­mes­sa risa­ta -. Vive­vo in pie­na liber­tà. Gira­vo a pie­di nudi per le stra­de di Roma. La figlia di Anna Maria ave­va una pas­sion­cel­la per me. Una ragaz­za sim­pa­ti­ca, cari­na per quel poco che ricor­do. Rima­ne­va­mo spes­so soli a casa, poi la sera rag­giun­ge­va­mo i geni­to­ri in un risto­ran­te, a piaz­za di Spa­gna, via del Babui­no, piaz­za del Popo­lo. Vede­vo i film di Paso­li­ni pri­ma che uscis­se­ro, in una sala pri­va­ta di via Mar­gut­ta. E poi Posi­ta­no, Pier­re ave­va affit­ta­to vil­la Murat, ci pas­sa­va­mo le vacan­ze. Anda­va­mo in bar­ca. Ricor­do una pasqua; ven­ne mia madre e nasco­se nel giar­di­no del­le uova, che noi bam­bi­ni dove­va­mo cer­ca­re. Ven­ne a tro­var­ci Ber­to­luc­ci… in segui­to mi avreb­be chie­sto se ave­vo anco­ra la mac­chi­na dei pom­pie­ri. La dol­ce vita… poi l’incubo».
L’Italia del­le stra­gi di sta­to, del­la ten­sio­ne gol­pi­sta, del­le tra­me mas­so­ni­che (è in quell’ anno che Licio Gel­li pren­de il coman­do del­la P2), del fasci­smo sem­pre risor­gen­te, e che pro­prio alla fine del 1971 for­ni­rà a Gio­van­ni Leo­ne, demo­cri­stia­no spe­cia­li­sta di gover­ni bal­nea­ri, i voti deci­si­vi per issar­si sul­la più impor­tan­te pol­tro­na del­la repub­bli­ca, ha ele­va­to a nemi­co pub­bli­co nume­ro uno la dro­ga. E cala la man­na­ia di una nor­ma­ti­va retro­gra­da e cie­ca­men­te repres­si­va. Sen­za distin­zio­ni. E, comun­que, sen­za mai distur­ba­re quei salot­ti buo­ni, da Tori­no a Roma, da Mila­no a Napo­li e Paler­mo, in cui la cocai­na ha sem­pre cir­co­la­to con l’innocente fre­quen­za dei bon­bon.
«Io cre­do — rac­con­ta Bal­tha­zar — che aves­se­ro biso­gno di un capro espia­to­rio visi­bi­le, cono­sciu­to. Lui era una star inter­na­zio­na­le. Por­ta­va i capel­li lun­ghi e non ave­va mai tra­di­to la sua voca­zio­ne alla mar­gi­na­li­tà…. In qual­che modo dava fasti­dio. E si pre­sta­va allo sco­po, ave­va un pas­sa­to poli­ti­co di sini­stra… c’è un cor­to­me­trag­gio che ave­va gira­to a Pari­gi, nel mag­gio ‘68, La révo­lu­tion, con mia madre Mar­gue­ri­te che sven­to­la una ban­die­ra ros­sa… Fuma­va, di sicu­ro fuma­va un po’ di hashish, chi non fuma­va in quell’ epo­ca? Ma la dro­ga in casa, quel gior­no… il mio ricor­do è che l’ han­no mes­sa loro per far vede­re che ave­va­no tro­va­to quel­lo che cer­ca­va­no».
Regi­na Coe­li. Rebib­bia. Una con­dan­na a due anni in pri­mo gra­do. Pier­re Clé­men­ti, atto­re di gri­do, diven­ta un ano­ni­mo dete­nu­to del­le car­ce­ri roma­ne. Che pri­ma ten­te­rà di con­te­sta­re, dia­lo­ga­re. Quin­di, la testa com­ple­ta­men­te rasa­ta, si chiu­de­rà in un muti­smo asce­ti­co. For­ma radi­ca­le di pro­te­sta. Ma anche un radi­ca­le muta­men­to di pro­spet­ti­va. Usci­to dal car­ce­re, l’attore rie­vo­che­rà l’esperienza di reclu­sio­ne in un libro, Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels, pub­bli­ca­to da Gal­li­mard e da poco ritra­dot­to in ita­lia­no (Pier­re Clé­men­ti, Pen­sie­ri dal car­ce­re, Il Siren­te, pagi­ne 146, 12,50 euro).
«Andai a tro­var­lo con mia madre. Non ho imma­gi­ni niti­de di quel gior­no… un’atmosfera sini­stra, can­cel­li, sbar­re, una sala pic­co­lis­si­ma, sem­bra­va l’emiciciclo di un’aula uni­ver­si­ta­ria. C’era sol­tan­to un’altra per­so­na con una don­na. Rima­nem­mo poco, non più di un’ora cre­do. Gli ave­vo por­ta­to dei mar­rons gla­cés. Lo tro­vai con i capel­li a zero».
I capel­li spa­ri­ti can­cel­la­no l’immagine di quel padre magi­co. Si azze­ra anche l’infanzia feli­ce e spen­sie­ra­ta di Bal­tha­zar. «Fui affi­da­to per qual­che tem­po a uno degli avvo­ca­ti. Mia madre era trop­po impe­gna­ta nel lavo­ro, anche lei nel cine­ma, per poter­si occu­pa­re a tem­po pie­no di me. Ci vede­va­mo nei week end. Ogni tan­to mi por­ta­va in viag­gio con sé. Ma in pre­va­len­za stet­ti con i miei non­ni. Andai in col­le­gio. La sto­ria mi ave­va scos­so. Mi sve­glia­vo nel cuo­re del­la not­te. E sen­ti­vo sem­pre par­la­re di mio padre alla tele­vi­sio­ne».
L’appello. In un’aula affol­la­ta di tele­ca­me­re. Insuf­fi­cien­za di pro­ve. Dopo oltre un anno e mez­zo di deten­zio­ne. Ma resta la con­dan­na per Anna Maria, che gira la testa dall’altra par­te, feri­ta per la dispa­ri­tà di trat­ta­men­to. Via le manet­te, ma imme­dia­ta l’espulsione. Inde­si­de­ra­bi­le: ven­ti­quat­tro ore di tem­po per lascia­re l’ Ita­lia.
«All’ aero­por­to di Orly, quan­do Pier­re tor­nò in Fran­cia, c’era una tale res­sa di gior­na­li­sti che non riu­sci­vo ad avvi­ci­nar­lo. Fu tut­to un sus­se­guir­si di inter­vi­ste, di incon­tri. Un gior­no, in una radio si imbat­te in Fra­nçois Mit­ter­rand, che gli dice: vi voglia­mo mol­to bene; vi abbia­mo soste­nu­to. Par­la­va già allo­ra da pre­si­den­te. Andai a vive­re per qual­che tem­po con lui, in rue des Eco­les. Poi mi ripre­se mia madre. Ma io vole­vo tor­na­re dai non­ni. A dicias­set­te anni comin­ciai a vive­re da solo, maga­ri a casa di qual­che fidan­za­ta».
L’attore Clé­men­ti cam­bia vita. Abban­do­na la ribal­ta. Sce­glie per­cor­si più ardui. River­sa la rab­bia sul­le sce­ne tea­tra­li, impu­gnan­do Genet, Artaud e anche testi di sua mano. Da regi­sta si orien­ta ver­so un cine­ma meno pati­na­to, indi­pen­den­te, cen­tra­to su per­so­nag­gi mar­gi­na­li. Gira Il sole , una sor­ta di poe­ma fil­ma­to, un dia­rio in cui si par­la del­la pri­gio­ne, del­la giu­sti­zia len­ta, este­nuan­te, di un’esperienza da cui non si esce intat­ti.
«Non si ripre­se mai — rac­con­ta Bal­tha­zar -. Evi­ta­va di par­la­re di quel­la sto­ria. Per lui era una spe­cie di segre­to. Era una per­so­na mol­to pudi­ca. Si chiu­se sem­pre più in se stes­so. Rifiu­tò offer­te allet­tan­ti, anche dal pun­to di vista finan­zia­rio».
A 57 anni, nel dicem­bre 1999, lo ucci­se un can­cro al fega­to. Ma la figu­ra dell’attore non scom­pa­re dall’universo cine­ma­to­gra­fi­co. Con­ti­nua, anzi, a ripre­sen­tar­si. Il Cen­tre Pom­pi­dou, al Beau­bourg di Pari­gi, gli ha dedi­ca­to un omag­gio. L’anno scor­so la Cine­ma­te­ca di Bolo­gna ha pre­sen­ta­to due medio­me­trag­gi scrit­ti e inter­pre­ta­ti da Clé­men­ti: Visa de cen­su­re del 1968 con Jean Pier­re Kal­fon e New Old del 1979 con Klaus Kin­ski. Jean­ne Hoff­stet­ter ha scrit­to una sua bio­gra­fia roman­za­ta. Su Inter­net vie­ne dif­fu­so un dvd, Pier­re Clé­men­ti cinéa­ste: l’intégrale.
Il pros­si­mo appun­ta­men­to è a Luc­ca, a otto­bre pros­si­mo, per il festi­val del cine­ma spe­ri­men­ta­le. Bal­tha­zar è sta­to invi­ta­to.
«Ora voglio rin­trac­cia­re i poe­mi scrit­ti in car­ce­re. Li ave­va uno dei suoi avvo­ca­ti, diven­ta­to poi un pez­zo gros­so del gover­no fran­ce­se. Ma non sono più sta­ti ritro­va­ti».
E’ sem­pre quel­la figu­ra esi­le, alta, dai lun­ghi capel­li e lo sguar­do tra­so­gna­to, che cer­ca Bal­tha­zar. Quel sogno da cui lo risve­glia­ro­no una mat­ti­na di luglio.
«Con Pier­re non fu un rap­por­to faci­le. Solo da adul­to ho capi­to dav­ve­ro il suo atteg­gia­men­to. Pri­ma un po’ glie­ne vole­vo. Ma lui era diver­so, ave­va rin­ne­ga­to la car­rie­ra faci­le, com­mer­cia­le. Si sen­ti­va un mar­gi­na­le. Era un vero arti­sta. Ed ora pos­so dire che le sue scel­te mi tro­va­no d’ accor­do».

0