Benvenuti nella “nostra” Hillbrow. Parola di Phaswane Mpe

L’Opinione del­le liber­tà | Mer­co­le­dì 24 ago­sto 2011 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Il libro mi ha sor­pre­so e scon­vol­to al tem­po stes­so. Sor­pre­so per­ché ave­vo vis­su­to per­so­nal­men­te ad Hill­brow tra novem­bre e dicem­bre 1984, quan­do mi tro­va­vo in Sud Afri­ca per effet­tua­re una ricer­ca di mer­ca­to per con­to dell’ICE. A quell’epoca Hill­brow, quar­tie­re resi­den­zia­le posto sul­la col­li­na che sovra­sta l’altopiano su cui si erge Johan­ne­sburg, era una sor­ta di pun­to di incro­cio di etnie diver­se, a pre­va­len­za bian­ca: era­no anco­ra gli anni dell’apartheid, ma ad Hill­brow — che era sor­ta negli Anni Set­tan­ta come zona resi­den­zia­le “bor­ghe­se” — già si leg­ge­va­no i segni di un cam­bia­men­to.
Per­so­nal­men­te allog­gia­vo nel­la par­te ebrai­ca del quar­tie­re, e per rag­giun­ger­la a pie­di ave­vo vis­su­to anche le mie bra­ve disav­ven­tu­re (un inse­gui­men­to da par­te di un cri­mi­na­le a sco­po di rapi­na? Di stu­pro? Di tutt’e due? Chis­sà… For­tu­na­ta­men­te riu­scii a rag­giun­ge­re il mio allog­gio pri­ma che egli rag­giun­ges­se me).
Il quar­tie­re che man­te­ne­va anco­ra, oltre al suo cosmo­po­li­ti­smo, una carat­te­ri­sti­ca pro­gres­si­sta e anche intel­let­tua­le, era già sot­to­po­sto a quel pro­ces­so di degra­do, dovu­to soprat­tut­to a una pia­ni­fi­ca­zio­ne mio­pe e caren­te, che nel cor­so del tem­po lo ha tra­sfor­ma­to in una zona peri­co­lo­sa, deca­du­ta, intri­sa di cri­mi­na­li­tà, abi­ta­ta da una popo­la­zio­ne invi­si­bi­le, se non per la pro­pria abiet­ta pover­tà.
Eppu­re, la Hill­brow post-apar­theid descrit­ta da Pha­swa­ne Mpe nel suo libro resta un luo­go affet­ti­va­men­te attraen­te: non è un caso che il tito­lo in ingle­se del libro suo­ni “Wel­co­me to our Hill­brow”: quell’ “our”, “nostro”, ci dice tut­to a pro­po­si­to del rap­por­to tra il quar­tie­re e i suoi abi­tan­ti.
Che poi nell’Hillbrow di Mpe si evi­den­zi il pro­fon­do odio xeno­fo­bo, l’intolleranza raz­zia­le che era tipi­ca dei rap­por­ti inter-raz­zia­li all’interno del Sud Afri­ca, per­fi­no tra le diver­se etnie di colo­re ori­gi­na­rie del luo­go, anche pri­ma del crol­lo del regi­me di segre­ga­zio­ne; o anco­ra il deva­stan­te dif­fon­der­si dell’AIDS faci­li­ta­to dal­la pro­mi­scui­tà ses­sua­le; tut­to que­sto non influi­sce mini­ma­men­te sull’affetto per Hill­brow, che non è più solo luo­go geo­gra­fi­co, ma che diven­ta luo­go dell’anima.
Su tut­to, l’arte di Mpe : una sor­ta di can­to dispie­ga­to, una bal­la­ta can­ti­le­nan­te, che cul­la il let­to­re con ama­ra dol­cez­za, fa fio­ri­re sot­to il suo sguar­do i vari per­so­nag­gi, li accom­pa­gna mano nel­la mano fino alla loro mor­te annun­cia­ta: il sui­ci­dio di Refen­tše e la pre­an­nun­cia­ta mor­te di Refil­we a cau­sa dell’AIDS che pure si “respi­ra­no” attra­ver­so tut­te le pagi­ne del libro, e ne costi­tui­sco­no il fil rou­ge, sono vis­su­te sen­za il pathos del dram­ma.
Dal­la pri­ma pagi­na del libro sap­pia­mo che il pro­ta­go­ni­sta non è più tra noi, ma con­ti­nua a costi­tui­re l’interlocutore cui ideal­men­te l’io nar­ran­te del­lo scrit­to­re onni­scien­te (che pure c’è e non c’è, non assur­ge mai al ran­go di giu­di­ce, ma si limi­ta a un dia­lo­go con­ti­nuo con i suoi per­so­nag­gi) si rivol­ge.
Non è sol­tan­to un libro corag­gio­so, quel­lo di Mpe: è un pic­co­lo gran­de libro, la cui pro­sa ori­gi­na­le e leg­ge­ra cela una con­si­de­re­vo­le for­za, un mes­sag­gio dirom­pen­te, un gri­do di allar­me.
Mpe si ribel­la alla real­tà deca­den­te del­la Hill­brow, mostro ten­ta­co­la­re, in cui vive sol­tan­to set­te anni pri­ma del pro­prio sui­ci­dio get­tan­do­si dal ven­te­si­mo pia­no del palaz­zo in cui abi­ta, ma di cui ama l’aspetto cosmo­po­li­ta e gli spun­ti con­ti­nui di rifles­sio­ne.
Mpe por­ta avan­ti la pro­pria cam­pa­gna con­tro gli ste­reo­ti­pi e i pre­giu­di­zi, di qual­sia­si tipo essi sia­no. E che Refil­we tra­scor­ra un perio­do tra la mor­te di Refen­tše e il ritor­no alla nati­va Tira­gan­long (ritor­no per morir­vi, appun­to) ad Oxford è emble­ma­ti­co di quel che Mpe vuo­le dir­ci: cia­scu­no di noi ha la pro­pria per­so­na­le Hill­brow con cui fare i con­ti, e il rischio dell’umanità del ven­tu­ne­si­mo seco­lo è quel­lo di vive­re estra­nian­do­si dal­la pro­pria real­tà.
Il nostro peri­co­lo, insom­ma, è quel­lo di non rico­no­sce­re le nostre stes­se radi­ci, di fer­mar­ci alle appa­ren­ze, di non sape­re anda­re oltre.
Gra­zie all’editore, dun­que: bel­la ini­zia­ti­va, que­sta tra­du­zio­ne, e bel­la edi­zio­ne sep­pu­re con qual­che refu­so di trop­po.
Mi resta un dub­bio però.
Per­ché, nel­la pur pre­ge­vo­le tra­du­zio­ne in ita­lia­no, è spa­ri­to dal tito­lo pro­prio quel rife­ri­men­to così pre­zio­so alla “nostra” Hill­brow?

0

Il labirinto di Putin” Il rilancio politico di stampo zarista

L’Opinione del­le Liber­tà | Mer­co­le­dì 23 mar­zo 2011 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Poco pri­ma del­la mez­za­not­te del 1 novem­bre 2006, Ale­xan­der Lit­vi­nen­ko, un ex agen­te dell’intelligence rus­sa che vive­va in esi­lio poli­ti­co a Lon­dra, si sve­gliò che sta­va pro­prio male. Nel giro di qual­che gior­no, una spa­ven­to­sa foto­gra­fia del suo cor­po ema­cia­to in un let­to d’ospedale scioc­cò il mon­do.
Tre set­ti­ma­ne più tar­di era dece­du­to per avve­le­na­men­to da polo­nio-210, un iso­to­po radioat­ti­vo che secon­do gli inve­sti­ga­to­ri era sta­to ver­sa­to di nasco­sto in una bevan­da”.
A vol­te medio­cri scrit­to­ri di gial­li inven­ta­no le tra­me più astru­se per cer­ca­re di coin­vol­ge­re emo­ti­va­men­te i pro­pri let­to­ri.
Ma quan­do le tra­me e gli intri­ghi sono cro­na­ca e sto­ria, la loro pre­sa sul­la pub­bli­ca opi­nio­ne è imme­dia­ta ed ha una por­ta­ta asso­lu­ta­men­te dirom­pen­te. Cer­to è, però, che por­ta­re alla luce del sole cer­te vicen­de impli­ca la neces­si­tà di un gran­dis­si­mo corag­gio, oltre che basar­si su una cono­scen­za appro­fon­di­ta e di pri­ma mano del­le real­tà su cui si pre­ten­de di fare chia­rez­za.
Se poi que­ste carat­te­ri­sti­che si spo­sa­no con una gran­de abi­li­tà nel tene­re la pen­na in mano, il risul­ta­to è asso­lu­ta­men­te avvin­cen­te. E que­sto è pro­prio il caso del libro di Ste­ve LeVi­neIl labi­rin­to di Putin: spie, omi­ci­di e il cuo­re nero del­la nuo­va Rus­sia”, pub­bli­ca­to in ita­lia­no dal Siren­te a fine set­tem­bre 2010 (l’edizione ori­gi­na­le in ingle­se è appar­sa nel 2008) nel­la col­la­na “Inchie­ste”, dove già era appar­so il suo volu­me “Il petro­lio e la glo­ria”, e di cui vi abbia­mo appe­na pro­po­sto l’incipit pre­po­ten­te ed effi­ca­cis­si­mo.
Il libro si apre e chiu­de con l’assassinio di Liv­ti­nen­ko, ucci­so nel novem­bre 2006 attra­ver­so una con­ta­mi­na­zio­ne di polo­nio 210; e ana­liz­za in det­ta­glio una lun­ga serie di altri impro­ba­bi­li e fan­ta­sio­si omi­ci­di poli­ti­ci o di stra­ne inet­ti­tu­di­ni nell’affrontare cri­si poli­ti­che par­ti­co­la­ri.
Nell’ordine i più signi­fi­ca­ti­vi sono: Niko­lai Kho­khlov, la stra­ge di Nord-Ost, Paul Kleb­ni­kov, Anna Poli­to­v­ska­ya, Nata­lia Este­mi­ro­va. I per­so­nag­gi che entra­no in que­sto dram­ma sono loro, le vit­ti­me illu­stri di un gio­co al mas­sa­cro, insie­me ad altre per­so­na­li­tà di pri­mo pia­no, tra cui ovvia­men­te Vla­di­mir Putin, Dmi­tri Med­ve­dev, ma soprat­tut­to quel Boris Bere­zo­v­sky che ave­va fat­to e disfat­to le for­tu­ne di mol­ti uomi­ni poli­ti­ci rus­si e che tirò fuo­ri dal nul­la Putin: ma sta­vol­ta ave­va sba­glia­to i cal­co­li, e nel con­tra­sto con quest’ultimo è sta­to poi costret­to a rifu­giar­si nel pro­prio dora­to esi­lio a Lon­dra, da dove ha con­ti­nua­to e con­ti­nua ad ani­ma­re e spon­so­riz­za­re eco­no­mi­ca­men­te l’opposizione a Putin ed al “puti­ni­smo”.
Non è un caso che Liv­ti­nen­ko, scap­pa­to dal­la Rus­sia sei anni pri­ma del­la sua pre­ma­tu­ra mor­te, fos­se sul suo libro paga. Le moti­va­zio­ni che por­ta­no LeVi­ne a scri­ve­re que­sta inchie­sta affon­da­no le pro­prie radi­ci nel­la sua mis­sio­ne pro­fes­sio­na­le di gior­na­li­sta da sem­pre inte­res­sa­to a stu­dia­re gli intrec­ci tra il pote­re deri­va­to dal­la pro­du­zio­ne e distri­bu­zio­ne del petro­lio e le vicen­de poli­ti­che mon­dia­li, non­ché dal­la pro­pria emo­ti­vi­tà per­so­na­le, ed in par­ti­co­la­re dal­la com­mo­zio­ne susci­ta­ta in lui dal­la mor­te del col­le­ga del Wall Street Jour­nal ed ami­co, Daniel Pearl, rapi­to ed ucci­so in Afgha­ni­stan nel 2002.
In real­tà LeVi­ne cer­che­rà di dimo­stra­re l’esistenza di un filo sot­ti­le e infran­gi­bi­le che lega insie­me tut­ta una serie di stra­ni casi di cro­na­ca nera svol­ti­si in Rus­sia. La chia­ve di let­tu­ra che egli ci pro­po­ne fa rab­bri­vi­di­re, anche se non costi­tui­sce cer­ta­men­te una sor­pre­sa per chi si inte­res­si di sto­ria rus­sa.
Infat­ti tra­di­zio­nal­men­te la Rus­sia ha sem­pre ripro­dot­to un model­lo di com­por­ta­men­to ugua­le a se stes­so: fino a che que­sta ha costi­tui­to un moti­vo di inte­res­se fon­da­men­ta­le nel­la stra­te­gia del­le comu­ni­ca­zio­ni pla­ne­ta­rie, ha sem­pre per­se­gui­to l’espansione ver­so il mare (fos­se que­sto il Paci­fi­co ad est, o il Medi­ter­ra­neo a sud – con tut­to quel che ne con­se­gue quan­to a coin­vol­gi­men­to nel­le que­stio­ni dei Bal­ca­ni).
Quan­do poi la que­stio­ne del­le comu­ni­ca­zio­ni marit­ti­me e quin­di del­lo sboc­co sugli stret­ti sem­bra­va supe­ra­ta dal­lo svi­lup­po tec­no­lo­gi­co, si è impo­sto un altro pro­ble­ma: quel­lo del con­trol­lo del­le vie del petro­lio e del meta­no. Per otte­ne­re que­sti sco­pi, gli zar pri­ma, i dit­ta­to­ri sovie­ti­ci poi, e ades­so – secon­do l’analisi di LeVi­ne – Putin, non han­no esi­ta­to a ricor­re­re all’omicidio e per­fi­no alla stra­ge di sta­to.
E ci sono più modi di agi­re: sia atti­va­men­te, sia –come LeVi­ne riba­di­sce – pas­si­va­men­te. Infat­ti anche gli “erro­ri” nel gesti­re le cri­si, quan­do si ripe­to­no, non pos­so­no più esse­re con­si­de­ra­ti casua­li, ma evi­den­te­men­te entra­no a far par­te di una stra­te­gia che ha il solo sco­po di fare per­se­gui­re al gover­no quel che que­sto si pro­po­ne.
E’ mol­to inte­res­san­te sco­pri­re le moti­va­zio­ni che sot­to­stan­no a cer­te scel­te. Infat­ti, come LeVi­ne rico­strui­sce attra­ver­so un pazien­te lavo­ro di inter­vi­ste, con­fron­ti tra dati, libri, testi­mo­nian­ze, rico­stru­zio­ne di fat­ti, etc etc, dopo la cadu­ta di Gor­ba­cev in Rus­sia si assi­ste ad un perio­do di caos e di cadu­ta del­la sicu­rez­za per­so­na­le a livel­li mai sta­ti tan­to bas­si (se non tor­nan­do indie­tro nel tem­po alle lot­te dei boia­ri dei tem­pi di Ivan Groz­nyj – quel­lo che noi chia­mia­mo “Ivan il Ter­ri­bi­le”); ma poi l’arrivo al pote­re di Vla­di­mir Putin pone fine a que­sta situa­zio­ne, per­ché rien­tra nel­la visio­ne di quest’ultimo lo sco­po di resti­tui­re alla Rus­sia il suo ruo­lo di stel­la di pri­ma gran­dez­za nel­la poli­ti­ca mon­dia­le.
E que­sto signi­fi­ca intan­to garan­ti­re uno sti­le di vita più con­so­no ad una rin­no­va­ta gran­de poten­za. Ma Putin, secon­do LeVi­ne, nel cer­ca­re di cen­tra­re il pro­prio obiet­ti­vo, non ha alter­na­ti­ve che spaz­za­re via qual­sia­si tipo di oppo­si­zio­ne che pos­sa inde­bo­li­re l’immagine del pro­prio Pae­se all’estero.
Così chi si oppo­ne deve spa­ri­re. Cer­to, lo si fa pre­va­len­te­men­te all’interno degli stes­si con­fi­ni rus­si, dove poi si può garan­ti­re la coper­tu­ra a chi ope­ra gli assas­si­nii. E il modo scel­to per ope­ra­re è fan­ta­sio­so, ed ha lo sco­po di non con­sen­ti­re mai di risa­li­re ai veri man­dan­ti.
Bere­zo­v­sky, che da anni vive in esi­lio in Gran Bre­ta­gna, ha dovu­to usci­re dal pro­prio Pae­se come con­se­guen­za del suc­ces­so dell’ascesa di Putin, che egli stes­so ave­va cal­deg­gia­to e favo­ri­to in tut­ti i modi. LeVi­ne ana­liz­za le mano­vre che han­no por­ta­to al pote­re l’apparatcik del KGB dagli occhi di ghiac­cio, sman­tel­lan­do il mito di un Putin gran­de agen­te segre­to assur­to al pote­re pro­prio in vir­tù di sue per­so­na­li capa­ci­tà ed infor­ma­zio­ni; Putin fu ini­zial­men­te scel­to per­ché appa­ren­te­men­te tut­to d’un pez­zo nell’amore e nel­la fedel­tà al ser­vi­zio del pro­prio Pae­se (e, quin­di, secon­do Bere­zo­v­sky, abba­stan­za sem­pli­ce da con­vin­ce­re a sta­re dal­la pro­pria par­te).
Allo stes­so modo, ter­mi­na­to il secon­do man­da­to pre­si­den­zia­le, Putin ha fat­to sce­glie­re Med­ve­dev, per­ché costui non pre­sen­te­reb­be quel­le carat­te­ri­sti­che di deci­sio­ni­smo che potreb­be­ro far­ne un nuo­vo auto­cra­te. Putin stes­so, però, nel frat­tem­po, è riu­sci­to a sor­pre­sa a sosti­tui­re alle idee di Bere­zo­v­sky i pro­pri sco­pi, ser­ven­do a modo suo l’idea del ritor­no del­la Gran­de Madre Rus­sia sul pal­co­sce­ni­co inter­na­zio­na­le.
La Rus­sia di Putin oggi navi­ga tra vio­len­za e cul­tu­ra di mor­te, e l’ipocrisia di sta­to può con­sen­ti­re a Meve­dev di depre­ca­re la mor­te del­la Este­mi­ro­va e dichia­ra­re che si cer­ca atti­va­men­te l’assassino, ma a distan­za di un anno dall’esecuzione del­la pala­di­na dei dirit­ti uma­ni dell’organizzazione “Memo­rial” (ben atti­va ai tem­pi di Eltzin, e tri­ste­men­te svuo­ta­ta di ogni slan­cio a distan­za di pochi anni) nes­sun risul­ta­to è segui­to, per­ché il con­trol­lo degli Inter­ni e degli appa­ra­ti di sicu­rez­za mili­ta­ri resta sal­da­men­te nel­le mani di quel­lo stes­so Putin che ha chia­ra­men­te ingag­gia­to un nuo­vo brac­cio di fer­ro con l’Occidente e sta velo­ce­men­te ripor­tan­do la Rus­sia ver­so i ben noti siste­mi sovie­ti­ci con la sola esclu­sio­ne del ripri­sti­no di un siste­ma di visti per i viag­gi – per­ché tor­na­re alle limi­ta­zio­ni sui movi­men­ti dei rus­si all’estero gli coste­reb­be trop­po in ter­mi­ni di popo­la­ri­tà, e non può per­met­ter­se­lo nean­che lui.
Con mol­ta luci­di­tà, LeVi­ne ci indi­ca anche i pun­ti in cui le pro­prie con­vin­zio­ni per­so­na­li quan­to al coin­vol­gi­men­to di Putin in cer­te vicen­de non incon­tra­no l’accordo di altri stu­dio­si, sto­ri­ci, o per­so­nag­gi diret­ta­men­te coin­vol­ti nei fat­ti esa­mi­na­ti in que­sto suo libro. Resta il fat­to che il rit­mo incal­zan­te degli avve­ni­men­ti, la rico­stru­zio­ne di momen­ti di gran­de ten­sio­ne (qua­le l’attentato al Tea­tro Dubro­v­ka o la tri­stis­si­ma sto­ria del­la stra­ge di Beslan, in Osse­zia, nel 2004), la cita­zio­ne pre­ci­sa di testi­mo­ni e docu­men­ti ren­do­no la let­tu­ra di que­sta inchie­sta un avvin­cen­te “must” per chiun­que inten­da affron­ta­re l’esame del­la poli­ti­ca est-ove­st e le sue pro­spet­ti­ve in que­sto scor­cio di nuo­vo mil­len­nio.
Anche se, pur­trop­po, la con­clu­sio­ne che se ne trae, è che il lupo per­de il pelo, ma non il vizio. E, come lo stes­so LeVi­ne con­clu­de nel­la sua post­fa­zio­ne al libro, data­ta 16 luglio 2010, è che “le dichia­ra­zio­ni rese e le inda­gi­ni ordi­na­te da Med­ve­dev non han­no rap­pre­sen­ta­to una rot­tu­ra con­vin­cen­te con il lun­go pas­sa­to”.

0

L’amore ai tempi del petrolio

L’Opinione del­le Liber­tà | Saba­to 17 otto­bre 2009 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Ci sono auto­ri la cui let­tu­ra rie­sce a far­ci imma­gi­na­re suo­ni, colo­ri, situa­zio­ni con par­ti­co­la­re viva­ci­tà. Ci sono auto­ri che rie­sco­no per­fi­no a evo­ca­re odo­ri (ave­te pre­sen­te l’inizio di quel capo­la­vo­ro del Nove­cen­to che è “Pro­fu­mo”, di Suskind?). Ma ci sono anche auto­ri che rie­sco­no a pro­iet­ta­re il let­to­re così den­tro al pro­prio volu­me, che si fini­sce col respi­rar­ne tut­to.
Per me, que­sto aspet­to è sta­to asso­lu­ta­men­te scon­vol­gen­te nel leg­ge­re “L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi, edi­to nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na per i tipi del Siren­te lo scor­so mese di mar­zo, ed in ven­di­ta al prez­zo di 15 euro.
Il roman­zo si col­lo­ca a vari livel­li, ma sono soprat­tut­to la denun­cia socia­le su vasta sca­la e — para­dos­sal­men­te — la poe­sia vio­len­ta e visce­ra­le che la espri­me, i due aspet­ti domi­nan­ti.
L’autrice, una cele­bre psi­chia­tra egi­zia­na, è ben nota per il suo atti­vi­smo poli­ti­co che l’ha por­ta­ta a can­di­dar­si alle pri­me libe­re ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del pro­prio Pae­se. Come scrit­tri­ce ha pub­bli­ca­to sva­ria­ti roman­zi, che costi­tui­sco­no un ampio affre­sco del­la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le nel mon­do ara­bo.
Que­sto libro è sta­to cen­su­ra­to in Egit­to e riti­ra­to dal­la ven­di­ta su ordi­ne dell’autorità reli­gio­sa egi­zia­na Al Azhar. Tut­ta­via, il let­to­re che si aspet­tas­se un rife­ri­men­to diret­to all’Egitto o un’identificazione pre­ci­sa con un qual­sia­si altro pae­se ara­bo, reste­reb­be delu­so. L’ambientazione è vaga, oni­ri­ca: incu­bo o sogno, espres­sio­ni ambe­due di una real­tà che sfug­ge sem­pre o che, al con­tra­rio, è fin trop­po pre­sen­te.
Per tut­to il libro tra­spa­re comun­que il gran­de attac­ca­men­to dell’autrice alle pro­prie ori­gi­ni — rive­la­to dal­la pro­fes­sio­ne del­la pro­ta­go­ni­sta, una don­na che svol­ge il lavo­ro di archeo­lo­ga.
La tra­ma è sem­pli­ce ed esi­le. È la sto­ria di una don­na che, appun­to, un bel gior­no scom­pa­re lascian­do il mari­to per cer­ca­re di ritro­va­re le pro­prie idee, e che, quan­do tor­na, in real­tà ha una rela­zio­ne con un altro. Nel perio­do del­la sua scom­par­sa, men­tre la poli­zia la sta cer­can­do, la pro­ta­go­ni­sta si tro­va coin­vol­ta in un viag­gio osses­si­vo con­tras­se­gna­to dal petro­lio che inva­de tut­to: le sue par­ti­cel­le si posa­no sul­la pel­le, entra­no nel­le nari­ci, copro­no le pal­pe­bre, schian­ta­no, schiac­cia­no, annien­ta­no… le figu­re del roman­zo non han­no un nome, don­ne o uomi­ni che sia­no. Sono degli arche­ti­pi, meta­fo­re di
un mon­do in cui la don­na è stru­men­to di lavo­ro e fon­te di pia­ce­re, pur restan­do sen­za indi­vi­dua­li­tà: una mac­chi­na senz’anima, sen­za il dirit­to a pro­pri sen­ti­men­ti, sen­za la pos­si­bi­li­tà di espri­mer­si e fare sen­ti­re la pro­pria voce.
Cito un pas­sag­gio: “Que­sta don­na san­gui­na. Le don­ne ave­va­no neces­si­tà di san­gui­na­re, altri­men­ti il mon­do sareb­be rima­sto così e ogni cosa sareb­be fini­ta nel nul­la. Dob­bia­mo pren­de­re il san­gue fre­sco di que­sta don­na e por­tar­lo al mon­do moren­te”.
Il mes­sag­gio che Nawal al-Sa’dawi ci tra­smet­te è pro­prio que­sto. La real­tà fem­mi­ni­le non può pre­scin­de­re dal­la pro­pria con­di­zio­ne di sof­fe­ren­za, da cui non si è affran­ca­ta e, appa­ren­te­men­te, potreb­be non affran­car­si mai. E la risa­ta del maschio è il neces­sa­rio com­ple­men­to allo svol­gi­men­to di una vita che dovreb­be tro­va­re la pro­pria giu­sti­fi­ca­zio­ne nell’asservimento fun­zio­na­le ano­ni­mo (le par­ti­cel­le di petro­lio ci ren­do­no tut­ti ugua­li e indi­stin­gui­bi­li), una vita in cui schi­zo­fre­nia è l’etichetta che vie­ne appiop­pa­ta a chi — come la pro­ta­go­ni­sta — tro­va infi­ne il corag­gio di fare del­le scel­te diver­se e,
per­ciò stes­so, ribel­li.

0