Luca Menichetti, “Lankenauta” (12 agosto 2017)

LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Le ballerine di Papicha

di Luca Meni­chet­ti, “Lan­ke­nau­ta” (12 ago­sto 2017)

"Le ballerine di Papicha" di Kaouther AdimiAdel, Kamel, Sarah, Yasmi­ne, Mou­na, Tarek, Hajj You­sef, la madre, Ham­za, sono alcu­ni dei per­so­nag­gi pre­sen­ti in “Le bal­le­ri­ne di Papi­cha”, ed anche i tito­li dei capi­to­li con i qua­li  si svi­lup­pa il roman­zo bre­ve di Kaou­ther Adi­mi. La cri­ti­ca let­te­ra­ria – ormai sono tra­scor­si sei anni  dal­la pri­ma edi­zio­ne di “L’envers des autres Actes” – ha infat­ti più vol­te scrit­to di una “nar­ra­zio­ne poli­fo­ni­ca”: in altri ter­mi­ni la mode­sta fami­glia che abi­ta nel “vec­chio palaz­zo di Alge­ri”, si rive­la di pagi­na in pagi­na gra­zie agli sguar­di impie­to­si dei suoi stes­si com­po­nen­ti e di colo­ro che han­no a che fare con Yasmi­ne o con Mou­na. Capi­to­li che sono nar­ra­zio­ni in pri­ma per­so­na, in cui la feli­ci­tà del­la gio­va­nis­si­ma Mou­na nel cal­za­re le “bal­le­ri­ne di Papi­cha”, rap­pre­sen­ta l’unico e auten­ti­co con­tral­ta­re a tut­to lo scon­for­to, rab­bia, pre­giu­di­zio, para­no­ia che inve­ce leg­gia­mo nei mono­lo­ghi dei più adul­ti. Così Yasmi­ne (“bel­la, libe­ra, luci­da, estra­nian­te”), l’universitaria che non vor­reb­be esse­re sog­gio­ga­ta dal­le tra­di­zio­ni più retri­ve: “Le vec­chie sce­me per le sca­le, che mi con­si­glia­no di coprir­mi di più. Le vec­chie mege­re che, in auto­bus, mi pren­do­no per mano e mi par­la­no dei figli che le fan­no dispe­ra­re. Le vec­chie tar­me odo­ro­se di men­ta e di rosa che si aggrap­pa­no al brac­cio, sen­za nem­me­no avver­tir­ti. Le vec­chie caria­ti­di che gri­da­no ordi­ni, con­si­gli, che si dibat­to­no, si agi­ta­no, si inner­vo­si­sco­no” (pp.25). Una rab­bia mani­fe­sta­ta con moda­li­tà maga­ri diver­se dagli abi­tan­ti del quar­tie­re, ma comun­que per­va­si­va e pre­sen­te in quan­ti­tà nel­la fami­glia di Yasmi­ne, luo­go in cui non ci si par­la più e che da tem­po è al cen­tro del­le chiac­chie­re e dei pet­te­go­lez­zi del vici­na­to. Il fra­tel­lo Adel è infat­ti inson­ne, tor­men­ta­to da qual­co­sa che poi nel cor­so del­la nar­ra­zio­ne si può intui­re ma che mai è rive­la­to in manie­ra del tut­to chia­ra. Inol­tre nell’appartamento è arri­va­ta anche Sarah, la sorel­la mag­gio­re, una pit­tri­ce che ha una figlia e un mari­to, Ham­za, che sem­bra aver per­so il lume dell’intelletto. Accan­to a loro una madre tra­di­zio­na­li­sta, che nel suo mono­lo­go ecce­de in cini­smo e disprez­zo nei con­fron­ti dei figli appa­ren­te­men­te eman­ci­pa­ti; e tut­ta una fau­na di tep­pi­stel­li dro­ga­ti, di mode­sti lavo­ra­to­ri, di uni­ver­si­ta­ri con­fu­si che mostra­no la socie­tà alge­ri­na, o alme­no quel pez­zo di socie­tà, alla stre­gua di una com­bi­na­zio­ne scon­clu­sio­na­ta di soli­tu­di­ni. Si com­pren­de per­ciò la scel­ta di Kaou­ther Adi­mi  di costrui­re il roman­zo assem­blan­do i diver­si pun­ti di vista e diver­si “flus­si di coscien­za” nei qua­li, secon­do noi giu­sta­men­te, la para­tas­si è ai mini­mi ter­mi­ni, facen­do emer­ge­re sem­mai dei cre­di­bi­li dia­lo­ghi interiori.

Se poi vol­gia­mo lo sguar­do oltre la fami­glia “del vec­chio palaz­zo di Alge­ri”, se pren­dia­mo atto che  dia­lo­ga­re civil­men­te diven­ta un pro­ble­ma o addi­rit­tu­ra è qual­co­sa di incon­sue­to, nel leg­ge­re di gio­va­ni incer­ti se rima­ne­re in patria o se cer­ca­re for­tu­na altro­ve, di per­so­nag­gi stor­di­ti dagli stu­pe­fa­cen­ti, pie­ni di pre­giu­di­zi maschi­li­sti, allo­ra è legit­ti­mo pen­sa­re che “Le bal­le­ri­ne di Papi­cha” rap­pre­sen­ti dav­ve­ro una cri­ti­ca spie­ta­ta alla socie­tà alge­ri­na nel suo com­ples­so, che si agi­ta – o for­se meglio: che si è para­liz­za­ta –  tra pro­fon­di e anti­chi males­se­ri. E’ vero che Kaou­ther Adi­mi non sem­bra aver ricor­da­to espli­ci­ta­men­te quan­to acca­du­to duran­te la cosid­det­ta Pri­ma­ve­ra ara­ba, che pure ha coin­vol­to l’Algeria tra il 2010 e il 2012. Infat­ti, sul­la scia di spe­ran­ze pre­sto infran­te, anche in diver­se cit­tà dell’area Magh­reb si svi­lup­pa­ro­no pro­te­ste impo­nen­ti con­tro il regi­me esi­sten­te: ne sono sca­tu­ri­ti scon­tri pesan­ti tra atti­vi­sti dei par­ti­ti d’opposizione, sin­da­ca­li­sti e la poli­zia, la richie­sta di cam­bio di regi­me, di demo­cra­zia. Atti di corag­gio e di disob­be­dien­za civi­le che però non sono sta­ti pre­mia­ti: il pre­si­den­te Abde­la­ziz  Bou­te­fli­ka, in cari­ca dal 1999 gra­zie ai mili­ta­ri, è sem­pre un raʾīs e nel 2014, pro­prio a tre anni dal­la pri­ma pub­bli­ca­zio­ne di “L’envers des autres Actes”, anco­ra una vol­ta si è reso respon­sa­bi­le di una modi­fi­ca (“ad per­so­nam”) del­la Costi­tu­zio­ne ed è sta­to è sta­to rie­let­to con l’81% dei voti.

Insom­ma, un con­te­sto in cui alle dif­fi­col­tà mate­ria­li di una nazio­ne dal­lo svi­lup­po incer­to, che anco­ra vede nel­la migra­zio­ne uno stru­men­to per risol­ve­re i pro­ble­mi eco­no­mi­ci, si som­ma­no gra­vi limi­ti cul­tu­ra­li e poli­ti­ci: potrem­mo dire che la con­trap­po­si­zio­ne tra una tra­di­zio­ne vis­su­ta con tut­to il suo cari­co di pre­giu­di­zi, repres­sio­ne e visio­ne limi­ta­ta del mon­do, ovve­ro il cli­ma idea­le per i tan­ti Bou­te­fli­ka al pote­re, e il desi­de­rio di eman­ci­pa­zio­ne, lo tro­via­mo non sol­tan­to nel­le cro­na­che degli esper­ti di poli­ti­ca inter­na­zio­na­le, ma, con uno sguar­do più atten­to al pic­co­lo mon­do di una del­le tan­te pos­si­bi­li fami­glie alge­ri­ne, anche nel­le pagi­ne di Kaou­ther Adi­mi. Le quat­tro righe dell’epilogo (“L’indomani mat­ti­na appa­re in qual­che quo­ti­dia­no…..”) rap­pre­sen­ta­no appun­to uno dei più tra­gi­ci effet­ti del con­for­mi­smo esi­sten­te che – que­sto sem­bra voler­ci dire Kaou­ther Adi­mi – anche le “bal­le­ri­ne di Papi­cha”, nel sen­so di inter­pre­ta­re posi­ti­va­men­te lo spi­ri­to che incar­na­no (“quan­do si è una papi­cha, lo si è per tut­ta la vita”), potran­no con­tra­sta­re, archi­vian­do il cini­smo e la gret­tez­za del­le gene­ra­zio­ni precedenti.

0

LA MECCAPHUKET

LA MECCAPHUKET di  SAPHIA AZZEDDINE

Ila­ria Vita­li, tra­dut­tri­ce di “La Mec­ca – Phu­ket”, nel­la pre­fa­zio­ne al libro di Saphia Azzed­di­ne ha scrit­to di “un’arte di esse­re indo­ci­li”. Espres­sio­ne, secon­do noi, mol­to appro­pria­ta per­ché la pro­ta­go­ni­sta del rac­con­to, Fai­rouz Mou­fa­kh­rou, figlia di immi­gra­ti maroc­chi­ni, per eman­ci­par­si sen­za tra­ge­die dal­le abi­tu­di­ni fol­klo­ri­sti­che e ipo­cri­te pre­sen­ti nel­la ban­lieue pari­gi­na, dovrà per for­za di cose tene­re a debi­ta distan­za tut­to quel­lo che, in fami­glia e nel suo giro di ami­ci­zie, sa di luo­go comu­ne, di taroc­ca­men­to e di caricaturale.

Tut­to faci­le in teo­ria, mol­to più dif­fi­ci­le nel­la pra­ti­ca; non fos­se altro che Fai­rouz e la sorel­la Kal­soum sono affe­zio­na­te ai loro geni­to­ri, di fat­to poco inte­gra­ti e tut­to­ra lega­ti a una cul­tu­ra a dir poco tra­di­zio­na­li­sta. Il padre, tan­to per dire, pas­sa gior­na­te inte­re pres­so del­le sad­da­ka (veglie fune­bri), che alla fami­glia “costa­no un occhio” (pp.106). Com­pren­si­bi­le allo­ra che le due sorel­le inten­da­no rega­la­re loro un viag­gio alla Mec­ca, nono­stan­te lo “hajj” degli immi­gra­ti si sia ormai impe­la­ga­to in pra­ti­che con­su­mi­sti­che – vedi la visci­da figu­ra del sig. Our­ghi­dour, tito­la­re di un’agenzia viag­gi –  alla stre­gua di una vacan­za a Phu­ket, nota loca­li­tà thai­lan­de­se e peren­ne ten­ta­zio­ne di Fai­rouz. Se i rispar­mi saran­no spe­si per la Mec­ca o per Phu­ket, sce­glien­do così tra due ver­sio­ni di con­su­mi­smo, lo sapre­mo solo al ter­mi­ne del rac­con­to. Più inte­res­san­te tut­to quel­lo che pre­ce­de, ovve­ro il sar­ca­smo di Fai­rouz, ali­men­ta­to dall’insofferenza, miti­ga­to dal­la com­pren­sio­ne, sem­pre alle pre­se con una fau­na che si agi­ta, nean­che trop­po dispe­ra­ta, tra due cul­tu­re: una situa­zio­ne che il più del­le vol­te lascia nel lim­bo gli immi­gra­ti di pri­ma e di secon­da generazione.

Que­sta rap­pre­sen­ta­zio­ne di indo­ci­li­tà, come ci ricor­da Ila­ria Vita­li, deve esse­re sta­ta una sfi­da mol­to com­ples­sa per un tra­dut­to­re, di fron­te alla lin­gua stra­ti­fi­ca­ta e usa­ta da Saphia Azzed­di­ne (e quin­di dal­la nuo­va gene­ra­zio­ne di fran­co-magre­bi­ni), tra “nuo­vi codi­ci sin­cre­ti­ci e poli­fo­ni­ci” (pp.xi), fra­nçais cas­sé e “argot des cités”. Il risul­ta­to è curio­so,  spes­so rive­la­to­re di quel “lim­bo”, gra­zie ad un pro­ce­de­re mol­to disin­vol­to e a momen­ti di schiet­ta iro­nia: “E visti i pro­gram­mi del­la TV fran­ce­se di oggi, un culo pote­va spun­ta­re dal nien­te, a qua­lun­que ora, anche la dome­ni­ca mat­ti­na sul 2 non era impos­si­bi­le. Quin­di, quan­do c’era mio padre, ci bec­ca­va­mo per for­za i cana­li maroc­chi­ni che pas­sa­va­no da una ricet­ta di cuci­na a un can­to cora­ni­co a una ricet­ta di cuci­na” (pp.33).

Un con­te­sto peri­fe­ri­co dove la tea­tra­li­tà ha un gran­de peso, nel qua­le gli ste­reo­ti­pi impaz­za­no e che pos­so­no diven­ta­re stru­men­ti per costrui­re nuo­ve per­so­na­li­tà: “Quan­do  ero pic­co­la, i miei ci obbli­ga­va­no a segui­re gli inse­gna­men­ti dell’onorevole Addel­ka­der Al-Islam, al seco­lo Didier Par­men­tier, con­ver­ti­to all’Islam dopo che le sue vacan­ze al Club Med di Kara­chi era­no sta­te accor­cia­te a cau­sa di un raid ame­ri­ca­no anda­to stor­to. Face­va il giro del­le ban­lieue tra­ve­sti­to da ara­bo puro­san­gue a salu­ta­va gli alun­ni con una mano sul cuo­re […] I suoi viag­gi sul­le mon­ta­gne del Cash­me­re face­va­no di lui un elet­to e lui ci gio­ca­va su per intes­se­re una leg­gen­da fab­bri­ca­ta comun­que su un gros­so malin­te­so” (pp.70).

Paro­le evi­den­te­men­te pie­ne di disin­can­to in un libro che pul­lu­la di per­so­nag­gi dal­le pro­spet­ti­ve mol­to limi­ta­te, nutri­te di mal­di­cen­ze e ste­reo­ti­pi. Qual­co­sa che si coglie fin dal­le pri­me righe del roman­zo: “Abi­ta­vo in un caser­mo­ne in cui i pet­te­go­lez­zi face­va­no da fon­da­men­ta e il cemen­to da cer­vel­lo. ‘Che ci vuoi fare….’, ecco il mas­si­mo che ti sen­ti­vi rispon­de­re. Oltre si sfio­ra­va il bla­sfe­mo. Non ci si avven­tu­ra­va mai. Per pau­ra che la gen­te dices­se che” (pp.5). Viste que­ste pre­mes­se si può com­pren­de­re come il ten­ta­ti­vo di Fai­rouz di coin­vol­ge­re geni­to­ri ed anche il fra­tel­lo Najiib, un ladrun­co­lo per­di­tem­po, ad un’esistenza meno con­ven­zio­na­le risul­ti un’impresa tita­ni­ca; soprat­tut­to quan­do l’integrazione, già com­pli­ca­ta per man­can­za di cul­tu­ra, o vie­ne rifiu­ta­ta in nome di usan­ze che da tem­po han­no per­du­to la loro ragion d’essere, oppu­re vie­ne sol­tan­to lam­bi­ta in vir­tù di atteg­gia­men­ti super­fi­cia­li e sul­la scor­ta del più avvi­len­te con­su­mi­smo. Così anche il cam­po del­la reli­gio­ne agli occhi di Fai­rouz diven­ta spec­chio di un cer­to modo di vive­re: “A quan­to pare, ci sono due modi di rap­por­tar­si a Dio qui sul­la ter­ra. Ci sono quel­li che chie­do­no per­do­no e quel­li che dico­no gra­zie” (pp.121). Paro­le che pre­ce­do­no la deci­sio­ne di come uti­liz­za­re i rispar­mi di Fai­rouz: se spen­der­li per il viag­gio alla Mec­ca oppu­re per la vacan­za a Phuket.

Saphia Azze­di­ne

Saphia Azzed­di­ne è nata ad Aga­dir nel 1979. Ha tra­scor­so l’infanzia in Maroc­co e all’età di nove anni si tra­sfe­ri­sce con la fami­glia in Fran­cia. Dopo la lau­rea in socio­lo­gia, si dedi­ca pri­ma al gior­na­li­smo, poi alla scrit­tu­ra. Esor­di­sce nel 2008 con il roman­zo “Con­fi­den­ces à Allah”, da cui sono sta­ti trat­ti una piè­ce tea­tra­le e un fumet­to. Il suc­ces­so le per­met­te di con­ti­nua­re la car­rie­ra di scrit­tri­ce, cui affian­ca espe­rien­ze di attri­ce e regi­sta. Ha oggi all’attivo sei roman­zi, incen­tra­ti sul­la que­stio­ne dell’identità fem­mi­ni­le. In Ita­lia è sta­to tra­dot­to il suo roman­zo “Mon père est fem­me de ména­ge” (“Mio padre fa la don­na del­le puli­zie”, Giu­lio Per­ro­ne Edi­to­re 2011).

Saphia Azzed­di­ne, “La Mec­ca – Phu­ket”, Il Siren­te (col­la­na “Altria­ra­bi”), Fagna­no Alto 2016, pp.XII- 266. Tra­du­zio­ne dal fran­ce­se di Ila­ria Vitali.

di  Luca Meni­chet­tiLan­ke­nau­ta, giu­gno 2017
0