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Mangialibri (Lisa Puzella, gennaio 2018)

LE BALLERINE DI PAPICHA di Kaouther Adimi

Mangialibri (Lisa Puzella, gennaio 2018)

Algeri raccontata da Kaouther Adimi

Le ballerine di Papicha : Kaouther AdimiYasmine è un’ombra inquieta che fuma affacciata sulla notte di Algeri, suo fratello Adel cerca invano un sonno ristoratore che guarisca le sue angosce, lenisca le ferite di un segreto che lo dilania, mentre sotto il suo balcone le voci impastate di alcool e fumo di Chakib, Nazim, Kamel, popolano i suoi incubi coi loro discorsi vaneggianti di fuga e patria, di riscatto e violenza. Sara veglia insonne i deliri di suo marito Hamza, il cui cervello stanco è ormai preda di una follia assoluta mentre i ricordi si alternano alle fantasie, generando illusioni di mondi in cui avrebbe potuto vivere, alimentare il suo talento di artista, saziare la sua fame di colori e di forme plastiche, se non fosse intrappolata nella casa materna in cui ha dovuto tornare da quando lo psicologo che ha sposato si è trasformato in uno psicotico che quasi non la riconosce più, che ricorda a stento di avere messo al mondo la dolcissima Mouna. Le ombre cedono il posto al giorno e le vite riprendono a scorrere dopo la pausa forzata della notte, gli occhi si liberano delle ragnatele di angoscia tessute dall’oscurità insonne e la vita ricomincia a scorrere frenetica, velata dalla paura che la notte non torni, di essere condannati a vivere per sempre sotto l’impietosa e crudele luce del giorno. Yasmine corre a prendere il suo autobus che spalancherà le porte sulla città universitaria brulicante di vite prese prestito dalle serie televisive, di vite allegoriche e storie di giovani all’affannosa ricerca di un’identità per sé e per il proprio Paese; i tormenti di Adel trovano fugace lenimento tra le ombre beffarde e indifferenti degli scarsi avventori del caffè Eden, le fantasie di Mouna, calzate nelle sue ballerine da papicha – giovane ragazza elegante ‒ galoppano veloci sul selciato disconnesso opponendo la forza dei sogni al tenace realismo di Tarek, suo riluttante protettore, le menti confuse e febbricitanti di tre ragazzi trovano riparo nella familiarità della violenza, le fantasie di Hajj Youssef incontrano il mondo mercenario delle giovani studentesse universitarie di provincia e su tutti si librano i pensieri lucidi e impotenti di una madre incapace di salvare i propri figli da se stessi…

Kaouther Adimi, autrice algerina che ha, sin dal suo esordio con Le ballerine di Papicha, attirato l’attenzione di uno dei maggiori editori francesi, in poche, stringate, essenziali pagine racchiude le vite che scorrono lungo le scale sporche di un palazzo di Algeri, un microcosmo allegorico fatto di persone che si raccontano e vengono raccontate da altri. Il suo è uno stile secco, asciutto, che racconta attraverso un gioco di specchi ma non restituisce nessuna verità, non fornisce spiegazioni né elargisce misericordia, si limita a riflettere passivamente il dibattersi delle vite, il conforto lenitivo offerto dagli stereotipi e dalla violenza quando la ricerca di senso si fa vuota e inane. I protagonisti sono sfuggenti, le loro ragioni elusive e non potrebbe essere altrimenti, dato che viene fissata sulla carta solo una frazione infinitesimale degli archi delle loro vite, poche ore di un giorno qualsiasi nella curva discendente della loro parabola individuale. Sono uomini e donne più o meno giovani, molto più bravi nell’osservare gli altri che sé stessi, avidi di vita ma incapaci di trovare la forza di vivere, di saziare gli appetiti senza nome che li agitano, di scandagliare le profondità della propria mente, ma, bravissimi a capire il prossimo e a raccontarne le miserie, a intuirne i bisogni, a sciorinarne impietosamente le debolezze.

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Mangialibri, 29 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Lisa Puzzella

Quando i signori Moufakhrou sono arrivati in Francia erano entusiasti e pieni di “voglia di integrarsi”, ma la realtà li ha ben presto convinti a rinunciare. Questa scelta, secondo la loro primogenita Fairouz è stata provvidenziale perchè la loro “francesizzazione” non sarebbe certamente stata ben accolta dai ceffi che popolano i casermoni della periferia in cui vivono. Un non luogo dove le lingue dei benpensanti sono instancabili, battono indefesse la grancassa della moralità e del buoncostume. Una sorta di comitato di salute pubblica presieduto dalle beghine di quartiere si occupa della diffusione del pettegolezzo e della notifica delle critiche agli interessati. Nulla le può fermare, né ascensori rotti né i grugniti e sguardi di disapprovazione che Fairouz riserva loro ogni qual volta le osserva scambiare untuosi e ipocriti convenevoli con sua madre al mercato o mentre sono assise a cena, invitate sapendo già che criticheranno tutto, dalla quantità di grasso di montone lasciato nella tajine al fatto che i signori Moufakhrou non sono ancora haji, non hanno effettuato il rituale pellegrinaggio di purificazione a La Mecca. Proprio per sgravare i genitori dal peso dell’onta, Fairouz e sua sorella Kalsoum decidono di accollarsi l’onere di raggranellare la somma necessaria al viaggio, che consegnano scrupolosamente in piccole, sudatissime rate ad un untuoso agente di viaggi sui generis. Ma alla porta accanto alla sua occhieggia ammiccante una “vera” agenzia di viaggi che propone i lussureggianti scenari di Phuket e l’incanto dei suoi tramonti…

La Mecca-Phuket (S. Azzedine)La Mecca o Phuket? Tajine o pentola a pressione? I valori decadenti dell’occidente e l’edonismo prêt-à-porter o la spiritualità e la solidità dei valori dei padri? Saphia Azzeddine affronta il dilemma con l’originalità a cui ci aveva abituato con i suoi precedenti libri Confessioni ad Allah e Mio padre fa la donna delle pulizie. La Fairouz a cui l’autrice presta il suo sguardo ironico e disincantato in La Mecca-Phuket è una ragazza determinata ad emergere attraverso lo studio e il lavoro, decisa a inculcare gli stessi valori nelle sue sorelle e in suo fratello, a botte se necessario. Ambisce alla classe eterea delle parigine, al loro stile nonchalant e non alla collezione di cineserie che tanto attira le donne come sue madre. È laica, colta, informata e non cede facilmente alle lusinghe degli archetipi culturali; è insofferente verso usi e abitudini che i suoi connazionali hanno cristallizzato nella loro piccola comunità etnicizzata, non vuol sentir parlare di matrimonio anche se sua madre minaccia di morirle davanti ogni volta che rifiuta l’idea di sposarsi per assecondare le convenzioni. La Azzeddine, che è arrivata a Parigi a 9 anni al seguito della sua famiglia marocchina, apre una nuova prospettiva sulla banlieu, sui giovani che “si distruggono il futuro per non doverci pensare più”, sulle ipocrisie dei genitori e la loro ostinata cecità verso i fallimenti dei figli. Non ci sono j’accuse né pietismi postcolonialisti in questo testo, solo la dissezione chirurgica di un colossale fallimento le cui macerie seppelliscono ogni possibile buonismo: “[…] si ha l’impressione che oggi i musulmani rompano le palle, sempre, continuamente e a tutti quanti. Quando non bruciano le macchine bruciano le donne, quando non sono le donne sono le sinagoghe e quando non sono le sinagoghe se la prendono con le chiese, i musei e i neonati. Ma Dio è misericordioso, la Francia molto clemente e il musulmano abbastanza filosofo, in fin dei conti”. La mancata integrazione ha prodotto una generazione che si dibatte nervosamente tra i vetusti valori dei padri e maldestri tentativi di rigettarli per integrarsi, finendo per cristallizzarsi nella ripetizione di atteggiamenti chauvinisti e meschini, franchouillards in una parola. Dicotomia che è ironicamente iconizzata dal piccolo cameo che l’editore ha scelto per la prima pagina: tajine vs pentola a pressione. La Azzeddine spruzza vetriolo negli occhi dei lettori, scrive di immigrazione come solo John Fante aveva saputo fare. I suoi Moufakhrou, come i Bandini, si dibattono goffamente tra orgoglio e insicurezza, menefreghismo e ipocrita osservanza delle convenzioni.

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Intervista a Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarQuando incontro Sumia Sukkar al Pisa Book festival 2016 davanti a un caffè sono piuttosto spiazzata dalla ragazza giovane ed elegante che mi guarda da sotto le larghe falde di un impegnativo cappello di feltro. Sumia, classe 1992, è inglese, figlia di padre siriano e madre algerina. Ha studiato scrittura creativa alla Kingston University e il suo romanzo d’esordio ha catalizzato l’attenzione della critica di mezzo mondo.

Ne Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra hai scelto di trattare l’esperienza più dolorosa che un essere umano possa vivere e di farlo dalla prospettiva incrociata di un ragazzino con la sindrome di Asperger e di colei che se ne prende cura, sua sorella Yasmine. Sei stata ispirata da qualcuno che conosci o questi personaggi sono il frutto di intense ricerche?
Quando ho iniziato a pensare al libro, lui era solo uno dei personaggi e ho fatto qualche ricerca, per cui sapevo in partenza sapevo che nella mente di una persona malata di Asperger tutto è bianco o nero, non ci sono sfumature. Per documentarmi ho incontrato persone autistiche, ho visitato centri che se ne prendono cura, ma, soprattutto mi sono ispirata al fratello di un mio amico che ha la sindrome di Asperger, l’ho intervistato, osservato, studiato. Man mano che studiavo la sindrome, il personaggio prendeva sempre più spazio nella trama che andavo costruendo nella mia testa, fino diventarne il protagonista.

Adam in un certo senso è un essere senza pelle: ogni emozione, ogni esperienza impatta direttamente sui suoi nervi scoperti, sulla sua carne indifesa. I colori sono il suo modo di categorizzare il mondo e decifrare le emozioni, l’alfabeto attraverso cui disegna le cose con cui viene a contatto…
Esattamente! Adam è un ragazzo senza filtri, grezzo, che vive tutte le situazioni per quello che sono, senza mediazioni, è come privo di difese, di pelle, come dici tu, e Yasmine è il solo filtro tra lui e il mondo. Un mondo che lui vede e interpreta con occhi diversi dagli altri, attraverso i suoi dipinti, i colori che dà alle esperienze. È un ragazzo che vive moltissime emozioni ma non sa come affrontarle, esprimerle. È per questo che dipinge tanto, per dare loro voce.

La casa è per Adam il suo santuario, un luogo dove coltivare le proprie ossessioni. Un luogo in cui sa come muoversi, sa esattamente quante mattonelle saltare, come attraversare con un balzo il tappeto davanti al suo letto, dove non ha bisogno di parlare con nessuno eccetto Yasmine…
La sua casa è il suo castello, la conosce in ogni minimo dettaglio: l’aspetto del suo letto, il disegno del tappeto, sa su quali mattonelle può camminare, è il luogo in cui si sente più sicuro, che lo protegge da un modo esterno che lo terrorizza, popolato com’è di persone con cui non sa interagire, che non lo capiscono, lo giudicano, lo spaventano. La casa lo protegge e man mano che la situazione fuori si fa più minacciosa, il suo legame con la casa diventa più forte, non vorrebbe mai uscirne e quando lo fa, non vede l’ora di tornarci. Penso che la casa gli ricordi sua madre, la sicurezza, l’amore; la casa lo accoglie come solo le braccia di una madre sanno fare, mentre il mondo esterno è terribile e sconosciuto.

Quando i pilastri di questo suo rifugio iniziano a scricchiolare e sbriciolarsi (perde Isa, Yasmine scompare, Khaled perde le mani, la mente del suo baba si annebbia) stranamente lui si adatta con sorprendente velocità. È come se nonostante la sua mente confusa lui tirasse fuori una sorta di istinto che lo porta a capire che per sopravvivere al dramma e aiutare i suoi cari deve adattarsi, non trovi? 
C’è un detto nella religione islamica: “Dio non ti dà nulla che tu non possa affrontare” . Tutto quello che viviamo riusciamo per forza di cose ad affrontarlo. Vale anche per Adam. Man mano che la guerra si intensifica, che la sua famiglia si disintegra, diventa una persona indipendente, che nonostante le limitazione dell’Asperger diventa più capace di affrontare le situazioni, esce dal proprio guscio perché non ha altra scelta dato che quel guscio è ormai distrutto. Impara ad adattarsi per non morire.

La guerra è generalmente descritta da punti vista maschili e le donne entrano nel quadro solo per l’impatto che essa ha sulle loro vite, ma nel tuo libro fai di Yasmine una protagonista in prima persona, una combattente appassionata che è stata marchiata a fuoco dalla guerra. Perché? 
La guerra non riguarda mai tutti, non in quanto uomini o donne ma in quanto genere umano, senza discriminazioni di età e di genere. Come femminista penso che i libri oggigiorno non abbiano molti punti di vista femminili ed è anche per questa disparità letteraria che per me è importante mostrare che, invece, anche le donne soffrono e combattono armi in pugno per difendere le proprie famiglie e ciò in cui credono.

Leggendo il tuo libro si ha l’impressione che ogni singolo dettaglio sia denso di significato, anche quelli tipografici come la scelta delle maiuscole o delle minuscole. È come se la grandezza dei caratteri di ogni singola parola riproducesse il modo in cui quella parola risuona nella mente di Adam. Come mai, ad esempio, hai scelto di usare sempre la minuscola per il nome di nabil? 
È nabil l’unico vero amico di Adam, l’unica persona al di fuori della famiglia da cui può sempre correre, con cui può sempre essere se stesso. L’uso della maiuscola lo renderebbe una figura più formale, estranea. Nella mente di Adam nabil è come un cuscino, qualcosa su cui si può saltare sentendosi sicuri, protetti, è la sua zona protetta.

Sei un’immigrata di seconda generazione, nata a Londra da un siriano e un’algerina e questo libro è chiaramente un omaggio alla Siria, Paese di origine di tuo padre. Come ti relazioni con questi Paesi, li consideri anche tuoi? 
Sono cresciuta in Inghilterra con genitori di nazionalità diverse, eravamo multiculturali, aperti alle influenze inglesi ma conservavamo le tradizioni di entrambi i paesi dei miei genitori. Penso di aver preso molto da tutte e tre le culture, parlo tre lingue e ho imparato che è fondamentale rispettare le diversità nelle persone, valorizzarle. Sono stata cresciuta nella religione islamica ma mio padre ci leggeva anche passi della Bibbia perché essenzialmente le religioni giudaica, islamica e cristiana hanno la stessa origine e insegnano gli stessi principi fondamentali. Religione significa umanità, pace, rispetto.

C’è un dialogo bellissimo nel tuo libro Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra. Yasmine rassicura Adam dicendo “presto arriveremo a Damasco e saremo al sicuro per un po’ e lui risponde “Quanto dura un po’?” “Il più possibile”. Penso che questo dialogo rappresenti la sintesi perfetta dell’incomprensibile irrazionalità della guerra. L’incapacità del cervello umano che non sa processare l’orrore di cui è testimone…
Infatti sintetizza i miei sentimenti sulla guerra in Siria. Questa guerra è iniziata 5 anni fa e la gente dice che finirà presto, che tornerà la pace ma quanto ancora deve durare? Quando sarà abbastanza? I siriani hanno dovuto nel corso degli ultimi cinque anni lasciare il loro Paese, trasformarsi in esuli, rifugiati, hanno perso tutto e quelli che sono rimasti sono compressi in aree sempre più piccole, sempre più pericolose, non hanno scelta, vengono uccisi senza poter cercare scampo, senza poter far sentire la loro voce. Non voglio sapere quanto deve ancora durare, quando i morti saranno abbastanza, quanto deve durare un “altro po’”. Questa guerra che è iniziata come una reazione spropositata del regime alla richiesta di riconoscimento dei diritti umani fondamentali da parte del popolo, ormai è solo un grido di aiuto.

di Lisa Puzella su Mangialibri 11/01/2017

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Un corpo senza pelle

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra di Sumia Sukkar

Rosso rubino è il colore preferito da Adam, è il colore che emana da sua sorella Yasmine quando è felice. La sua risata è divertente: è come sbucciare una mela su una superficie bagnata e splendente. Il grigio è il colore della negatività, Gustave Aschenbach di Morte a Venezia pulsa di grigio, deve essere cattivo, il grigio è il colore dei bulli che lo tormentano a scuola. L’arancio mescolato al blu è il terrore negli occhi di qualcuno. Il viola è il colore della morte, il colore che esalava dalla bara di mamma quando se ne è andata. Adam capisce i colori, il loro alfabeto e se ne serve per dipingere il suo mondo, che si riduce alla casa che è anche il suo santuario, un luogo in cui può nutrire le sue ossessioni e dove gli altri le rispettano. Sa esattamente quali mattonelle saltare per arrivare al frigo senza che accada nulla di brutto, sa come saltare dalla soglia di camera sua al letto schivando il tappeto, sa quanti passi a destra fare prima di uno a sinistra, conosce gli umori dei suoi cari: baba, che torna a casa tutte le sere alle 16:48, i suoi Tareq e Khaled con cui non parla mai perché la sua voce si rifiuta di uscire dalla gola, suo fratello Isa e sua sorella Yasmine con cui riesce a comunicare anche se non ama molto farlo. Vive in un mondo governato da regole e abitudini che non riesce a decifrare. Adam non capisce le menzogne: perché le persone, scelgono di raccontare qualcosa che non è accaduto tralasciando invece qualcosa che è accaduto? Adam non capisce le barzellette, ma sa ridere, solo Yasmine e il suo amico e vicino di casa Ali sanno come farlo ridere. Adam non capisce le metafore, ma ne usa a piene mani per interpretare le emozioni. Adam non capisce la guerra: perché qualcuno dovrebbe voler fare del male a qualcun altro, privarlo della vita o delle mani o del suo bambino non nato, o della casa o di tutto questo insieme? Queste cose lo confondono, il verde della malattia lo rattrista e in queste occasioni battere i piedi, dondolarsi, contare, non basta a calmarlo, ha bisogno di tirare l’elastico che ha al polso una, due, mille volte, anche se il rumore infastidisce baba e i segni rossi si fanno sempre più marcati…

Adam proclama di non capire le emozioni, ma, con l’irrompere della guerra nella sua vita, con l’instabilità crescente dei pilastri che sorreggono il suo mondo, la fuga da Aleppo verso la salvezza a Damasco, la fame, la sete, il dolore, le ferite sue e dei suoi familiari, le perdite, i distacchi temporanei o definitivi che siano, tutta la sua esistenza è scardinata, il blumarino e il bianconeve ‒ i colori della morte e del dolore e della perdita ‒ sono sempre più presenti, ecco che le emozioni gli fluiscono attraverso, gli sferzano la carne, non ha più barriere né pelle per difendersi. Non rimangono che il gatto Liquirizia e un orecchio che nasconde in tasca e tira fuori quando ha bisogno di confidarsi, di riversarci dentro il mare di dolore e confusione che lo soffoca. La sindrome di Asperger de Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra è una parte essenziale del libro esattamente quanto la guerra. Adam racconta se stesso e ciò che gli è esterno attraverso l’unico alfabeto che gli è familiare: i colori; le sue ossessioni sono la barriera di difesa tra un ragazzo che sembra vivere gli eventi attraverso un corpo senza pelle, tutto lo tocca in maniera dolorosa e stordente, il mondo suona le sue note stonate e cacofoniche strimpellando direttamente sulle corde dei suoi nervi. La voce di Yasmine, che si alterna alla sua nel racconto della fuga, è invece potente, stentorea, quasi dolorosamente concreta. È una donna appassionata, una combattente risoluta, che ha pagato col proprio corpo il prezzo della ribellione, che ha rinunciato a molto per amore di Adam e che guiderà tutta la famiglia nella marcia massacrante attraverso il deserto, si prenderà cura di tutti, di Amira e del bambino fantasma che abita nel suo corpo, di Khaled senza mani, di Ali e Adam e Tareq; prende decisioni dure come lasciar andare via verso la salvezza baba malato; ingoia il dolore della perdita di Isa e sopporta le torture e il carcere. Un libro complesso, potente, che affronta due temi difficilissimi con leggerezza e originalità non disgiunte da una profonda capacità di indagine, un testo in cui tutto ha un suo senso e contribuisce a declinare e disegnare le emozioni di Adam e di tutti gi attori di un dramma che da nazionale si fa intimo, personale. Molto significativa è la scelta dell’autrice di non usare le maiuscole per alcuni nomi propri o di usarle in un certo modo per dare forza grafica agli stati d’animo. Nel complesso un bellissimo libro, a partire dalla veste editoriale curatissima impreziosita da una stupenda copertina e da un cameo in prima pagina che sintetizza il tema del libro.

Mangialibri, Lisa Puzella, 11/01/2016

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«I miracoli» di Abbas Khider

Khider produce l’affresco lieve, ironico, leggero, speziato al punto giusto di un’odissea

Un libro che occhieggia invitante dal tavolino davanti al posto accanto al suo, un lungo viaggio in treno attraverso la Germania, un passeggero che non può non sentirsi attratto dal voluminoso plico di fogli con l’ammiccante titolo nella sua lingua di origine “Memorie”. Quando per un fortuito malinteso il plico gli finisce sulle ginocchia gli basta un’occhiata per capire che l’occupante del posto non tornerà a reclamarlo e un attimo per lasciarsi assorbire nella lettura. Hamid Rasul ha affidato alle pagine vergate in incerti tratti a matita la propria vita: la giovinezza in Iraq, le angherie del carcere di regime ad appena diciotto anni, la fuga dapprima in Giordania, poi in Ciad, Libia, Turchia, Grecia, per approdare infine all’agognata ma deludente Europa, arrivando in Germania dopo una sosta obbligata sul suolo italiano. Saranno molte le false partenze che dovrà sopportare prima di giungere in Europa, e, nel corso di ciascuna farà incontri strepitosi, visiterà nuove celle di prigione, incontrerà donne fascinose, vivrà grandi amori, passioni fugaci e intense amicizie, troverà mille espedienti di sopravvivenza…

I miracoli : Abbas KhiderDi pari passo con i sentimenti ispiratigli dalle molteplici figure femminili che sin dalla prima adolescenza hanno turbato i suoi sogni e occupato i suoi pensieri, procede il più grande degli innamoramenti, quello che lo coglie adolescente e non lo abbandonerà più, accompagnandolo nelle sue peregrinazioni fino al treno su cui un passeggero che si chiama come lui sta leggendo i sui scritti: l’amore per la scrittura, per la poesia. È una frenesia che lo coglie ogni qual volta incontra una nuova donna, o quando la sua vita sta attraversando fasi delicate, è talmente totalizzante da spingerlo a qualsiasi follia pur di procurarsi la carta, che gli è più necessaria del cibo. Inizierà rubando i fogli in cui i suoi genitori commercianti di datteri avvolgono la merce, poi ruberà quelli in cui i vari banchetti del mercato avvolgono il cibo. Scriverà sui muri di tute le celle in cui sarà detenuto, e, quando da esule in Germania la sua paga di 60 euro al mese non gli consentirà di comprarla, ruberà i giornali per scrivere lungo i margini, e poi ne ruberà dei fogli a Sara, la sua fidanzata tedesca, che, alimenta , complice, questa abitudine. Abbas Khider, alter ego del protagonista ha creato ne I miracoli una sorta di gioco di specchi attraverso il quale il passeggero lettore legge la propria storia e la racconta a se stesso e al lettore. Nessuna delle esperienze narrate, però, è mai opprimente o dipinta in toni foschi e melodrammatici. È solo a posteriori che ci si rende conto dell’intensità del dolore, dell’estensione delle privazioni, della profondità delle offese che quest’uomo ha condiviso con i suoi compagni di viaggio, dagli scafati camerieri al piccolo Sherzad, costretto a viaggiare con unico bagaglio la sua storia e dovendo lasciare dietro di sé anche i pochi fogli che di volta in volta riesce a racimolare e riempire. Le condizioni di vita, l’annichilimento di esseri umani costretti a vivere in 20 in una stanza e a sopravvivere cambiando le cassette dei film porno nel retro di un bar malfamato oppure insegnando arabo in un villaggio di montagna del Ciad dove i muri sono misteriosamente ricoperti del suo nome. Il dolore, la sofferenza per le torture, i tentativi falliti di lasciare la Grecia e la Turchia, i compagni di viaggio persi in mare, quelli costretti a pagare con la propria dignità o quella dei loro cari viaggi costosissimi e senza garanzie, tutto viene in qualche modo circonfuso da un alone dolce, profumato come il sentore delle donne che ha incontrato e che lo hanno innamorato, della poesia che torna a ispirare la sua mano ogni volta che un certo sogno di un tempio si ripresenta. La dolcezza di un paio di seni, la classificazione metodica dei posteriori che ha incontrato in tre continenti, fanno sempre da contrappunto a una narrazione che riesce a non far mai perdere il sorriso all’attonito lettore. Khider produce l’affresco lieve, ironico, leggero, speziato al punto giusto di un’odissea che a tratti si fa romanzo picaresco e che lascia sulle dita, quasi palpabile, un aroma di zucchero e cannella, un senso di meraviglia che irretisce il lettore di riga in riga, a partire dalla splendida copertina e dalla grafica concettuale della prima pagina del volume, che, in linea col resto della collana riporta un delicato cameo che riassume bene la storia del suo autore, un tubero sul quale ha attecchito una pianta irachena.

Recensione del libro I miracoli di Abbas Khider Mangialibri, Lisa Puzella, 11/01/2017

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Press Zankoul

Il successo di “Amalgam”, blog e fumetto della libanese Maya Zankoul

| Controcampus | Lunedì, 19 dicembre 2011 | Benedetta Michelangeli |

Si chiama Amalgam ed è uno dei blog più seguiti del mondo arabo. L’autrice è la venticinquenne libanese Maya Zankoul: ha studiato Graphic Design e seguendo la sua passione per il disegno ha creato questo blog nel quale da due anni condivide vignette che parlano della società libanese, sulla scia di Marjane Satrapi che con Persepolis ha fatto il suo racconto della vita in Iran.
La giovane autrice libanese non aveva pensato ad un libro: inizialmente l’idea era quella di sfruttare le potenzialità del web per condividere le vignette che faceva, inseguendo la passione del disegno che ha dall’età di cinque anni. Non soltanto immagini che potessero dar sfogo alla frustrazione causata dalle contraddizioni e ingiustizie della società del suo paese, ma anche semplici racconti di vicende quotidiane.
Maya si è fatta conoscere nel 2009 quando in occasione delle elezioni in Libano ha realizzato delle vignette “politiche” che hanno incuriosito media e giovani utenti del web. Sono stati gli amici di Maya a stampare tutte le vignette del suo blog come regalo di compleanno. Successivamente l’autrice ha autoprodotto il suo libro, stampandone 1000 copie. Contro ogni aspettativa il libro Amalgam ha raggiunto il quinto posto nelle classifiche di vendita del Virgin Megastore di Beirut. Adesso il fumetto in due volumi è stato tradotto in italiano ed è edito da il Sirente.
Maya è nata a Beirut ed è cresciuta a Jeddah in Arabia Saudita dove ha frequentato la scuola francese. Per i suoi primi disegni usava il dialetto libanese. Scelta sostituita presto dall’inglese. Non ha avuto problemi di censura in quanto Internet in libano non sembra attualmente essere soggetto a controlli, come accade in molti altri paesi arabi.
Queste vignette parlano delle gravi ingiustizie sociali, della corruzione, del maschilismo della società libanese. Ma lo fanno con una giusta dose di humor, chiave del successo di Maya. Tanti disegni sono dedicati alla contraddittoria condizione delle donne libanesi: la libertà di indossare qualsiasi capo di abbigliamento, l’ossessione dell’apparire perfette soprattutto grazie alla chirurgia plastica e parallelamente la loro posizione di sottomissione nella società. Dalla struttura patriarcale in cui sono inserite, alla violenza domestica che spesso subiscono e dalla quale è difficile uscire anche a causa della mancanza di una rete di protezione femminile. Insomma, una donna che appare ma che non può decidere nulla, privata anche del diritto di trasmettere la nazionalità ai propri figli.

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“Il labirinto di Putin” di Steve LeVine

Mangialibri | Mercoledì 19 gennaio 2011 | Sara Camaiora |

Novembre 2006, Alexander Livtinenko è una ex spia del KGB, in esilio politico a Londra da sei anni, fortemente critico nei confronti del premier russo Putin: dopo aver incontrato il ricco uomo d’affari Alekandre Lugovoi e l’amico Akhmed Zakayev e aver cenato fuori con la moglie  e il figlio, torna a casa lamentando dolori addominali, nausea e vomito. Sarà l’inizio dell’agonia da avvelenamento per polonio che lo condurrà alla morte. 23 ottobre 2002, teatro Dubrovka di Mosca: è in scena il secondo atto del musical “Nord Ost” quando irrompe nell’edificio un commando di terroristi ceceni, pronti a mettere sotto sequestro il teatro in cambio della conclusione della sanguinosa guerra in atto nel loro paese ad opera della Russia di Putin. Interviene anche la giornalista Anna Politkovskaya, il cui destino è tristemente famoso, all’epoca cronista della Novaya Gazeta e unico interlocutore ammesso dal leader del gruppo armato ceceno, precedendo l’imprevedibile reazione del governo russo: all’interno del teatro viene pompato del Fentanyl, un potente oppiaceo in grado di addormentare i presenti, nell’edificio, per permettere alle forze speciali nazionali di fare irruzione. Secondo stime ufficiali 39 dei terroristi furono uccisi da agenti russi insieme assieme a oltre 100 ostaggi. L’esercizio del potere di Putin vide anche un accanimento verso chi accumulò ingenti patrimoni durante l’era Eltsin: è il caso del magnate del petrolio Mikhail Khodorkovsky condannato ad otto anni di prigione mentre la sua compagnia venne statalizzata…
Sembrano racconti degni di un cupo noir o peggio ancora di un thriller senza lieto fine: sono invece storie dalla Russia di Putin, raccontate con precisione giornalistica da un esperto reporter come l’americano Steve LaVine, a lungo corrispondente dall’ex Unione Sovietica per svariate testate. Il suo libro racconta la “morte in Russia”: come alla morte sia data in un certo senso poca importanza, o come chi vive, chi lavora, chi fa informazione in Russia sia totalmente assuefatto a tragedie talvolta dalla portata epocale, come quella del teatro Dubrovka, che ha visto una reazione governativa improponibile per ogni democrazia che si rispetti o che si ritenga tale. È attraverso queste vicende che nel lettore prende forma una nuova idea della Russia e delle forze che si stanno muovendo in Occidente. L’immaginario raffigurato, a tratti apocalittico, si basa su testimonianze  e fatti concreti, su cui il giornalista si può appoggiare fornendo un quadro tanto verosimile quanto avvilente. C’è poca analisi politica ma non era questo probabilmente l’obiettivo dell’autore: era piuttosto far riflettere attraverso l’esposizione dei fatti reali, arrivando a eventuali conclusioni solo a partire dal dato concreto. E le conclusioni spaventano, non poco.