Mangialibri, 29 marzo 2017

LA MECCA-PHUKET di Saphia Azzedine

di Lisa Puzzella

Quan­do i signo­ri Mou­fa­kh­rou sono arri­va­ti in Fran­cia era­no entu­sia­sti e pie­ni di “voglia di inte­grar­si”, ma la real­tà li ha ben pre­sto con­vin­ti a rinun­cia­re. Que­sta scel­ta, secon­do la loro pri­mo­ge­ni­ta Fai­rouz è sta­ta prov­vi­den­zia­le per­chè la loro “fran­ce­siz­za­zio­ne” non sareb­be cer­ta­men­te sta­ta ben accol­ta dai cef­fi che popo­la­no i caser­mo­ni del­la peri­fe­ria in cui vivo­no. Un non luo­go dove le lin­gue dei ben­pen­san­ti sono instan­ca­bi­li, bat­to­no inde­fes­se la gran­cas­sa del­la mora­li­tà e del buon­co­stu­me. Una sor­ta di comi­ta­to di salu­te pub­bli­ca pre­sie­du­to dal­le beghi­ne di quar­tie­re si occu­pa del­la dif­fu­sio­ne del pet­te­go­lez­zo e del­la noti­fi­ca del­le cri­ti­che agli inte­res­sa­ti. Nul­la le può fer­ma­re, né ascen­so­ri rot­ti né i gru­gni­ti e sguar­di di disap­pro­va­zio­ne che Fai­rouz riser­va loro ogni qual vol­ta le osser­va scam­bia­re untuo­si e ipo­cri­ti con­ve­ne­vo­li con sua madre al mer­ca­to o men­tre sono assi­se a cena, invi­ta­te sapen­do già che cri­ti­che­ran­no tut­to, dal­la quan­ti­tà di gras­so di mon­to­ne lascia­to nel­la taji­ne al fat­to che i signo­ri Mou­fa­kh­rou non sono anco­ra haji, non han­no effet­tua­to il ritua­le pel­le­gri­nag­gio di puri­fi­ca­zio­ne a La Mec­ca. Pro­prio per sgra­va­re i geni­to­ri dal peso dell’onta, Fai­rouz e sua sorel­la Kal­soum deci­do­no di accol­lar­si l’onere di rag­gra­nel­la­re la som­ma neces­sa­ria al viag­gio, che con­se­gna­no scru­po­lo­sa­men­te in pic­co­le, suda­tis­si­me rate ad un untuo­so agen­te di viag­gi sui gene­ris. Ma alla por­ta accan­to alla sua occhieg­gia ammic­can­te una “vera” agen­zia di viag­gi che pro­po­ne i lus­su­reg­gian­ti sce­na­ri di Phu­ket e l’incanto dei suoi tramonti…

La Mecca-Phuket (S. Azzedine)La Mec­ca o Phu­ket? Taji­ne o pen­to­la a pres­sio­ne? I valo­ri deca­den­ti dell’occidente e l’edonismo prêt-à-por­ter o la spi­ri­tua­li­tà e la soli­di­tà dei valo­ri dei padri? Saphia Azzed­di­ne affron­ta il dilem­ma con l’originalità a cui ci ave­va abi­tua­to con i suoi pre­ce­den­ti libri Con­fes­sio­ni ad Allah e Mio padre fa la don­na del­le puli­zie. La Fai­rouz a cui l’autrice pre­sta il suo sguar­do iro­ni­co e disin­can­ta­to in La Mec­ca-Phu­ket è una ragaz­za deter­mi­na­ta ad emer­ge­re attra­ver­so lo stu­dio e il lavo­ro, deci­sa a incul­ca­re gli stes­si valo­ri nel­le sue sorel­le e in suo fra­tel­lo, a bot­te se neces­sa­rio. Ambi­sce alla clas­se ete­rea del­le pari­gi­ne, al loro sti­le non­cha­lant e non alla col­le­zio­ne di cine­se­rie che tan­to atti­ra le don­ne come sue madre. È lai­ca, col­ta, infor­ma­ta e non cede facil­men­te alle lusin­ghe degli arche­ti­pi cul­tu­ra­li; è insof­fe­ren­te ver­so usi e abi­tu­di­ni che i suoi con­na­zio­na­li han­no cri­stal­liz­za­to nel­la loro pic­co­la comu­ni­tà etni­ciz­za­ta, non vuol sen­tir par­la­re di matri­mo­nio anche se sua madre minac­cia di morir­le davan­ti ogni vol­ta che rifiu­ta l’idea di spo­sar­si per asse­con­da­re le con­ven­zio­ni. La Azzed­di­ne, che è arri­va­ta a Pari­gi a 9 anni al segui­to del­la sua fami­glia maroc­chi­na, apre una nuo­va pro­spet­ti­va sul­la ban­lieu, sui gio­va­ni che “si distrug­go­no il futu­ro per non dover­ci pen­sa­re più”, sul­le ipo­cri­sie dei geni­to­ri e la loro osti­na­ta ceci­tà ver­so i fal­li­men­ti dei figli. Non ci sono j’accuse né pie­ti­smi post­co­lo­nia­li­sti in que­sto testo, solo la dis­se­zio­ne chi­rur­gi­ca di un colos­sa­le fal­li­men­to le cui mace­rie sep­pel­li­sco­no ogni pos­si­bi­le buo­ni­smo: “[…] si ha l’impressione che oggi i musul­ma­ni rom­pa­no le pal­le, sem­pre, con­ti­nua­men­te e a tut­ti quan­ti. Quan­do non bru­cia­no le mac­chi­ne bru­cia­no le don­ne, quan­do non sono le don­ne sono le sina­go­ghe e quan­do non sono le sina­go­ghe se la pren­do­no con le chie­se, i musei e i neo­na­ti. Ma Dio è mise­ri­cor­dio­so, la Fran­cia mol­to cle­men­te e il musul­ma­no abba­stan­za filo­so­fo, in fin dei con­ti”. La man­ca­ta inte­gra­zio­ne ha pro­dot­to una gene­ra­zio­ne che si dibat­te ner­vo­sa­men­te tra i vetu­sti valo­ri dei padri e mal­de­stri ten­ta­ti­vi di riget­tar­li per inte­grar­si, finen­do per cri­stal­liz­zar­si nel­la ripe­ti­zio­ne di atteg­gia­men­ti chau­vi­ni­sti e meschi­ni, fran­chouil­lards in una paro­la. Dico­to­mia che è iro­ni­ca­men­te ico­niz­za­ta dal pic­co­lo cameo che l’editore ha scel­to per la pri­ma pagi­na: taji­ne vs pen­to­la a pres­sio­ne. La Azzed­di­ne spruz­za vetrio­lo negli occhi dei let­to­ri, scri­ve di immi­gra­zio­ne come solo John Fan­te ave­va sapu­to fare. I suoi Mou­fa­kh­rou, come i Ban­di­ni, si dibat­to­no gof­fa­men­te tra orgo­glio e insi­cu­rez­za, mene­fre­ghi­smo e ipo­cri­ta osser­van­za del­le convenzioni.

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Intervista a Sumia Sukkar

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra : Sumia SukkarQuan­do incon­tro Sumia Suk­kar al Pisa Book festi­val 2016 davan­ti a un caf­fè sono piut­to­sto spiaz­za­ta dal­la ragaz­za gio­va­ne ed ele­gan­te che mi guar­da da sot­to le lar­ghe fal­de di un impe­gna­ti­vo cap­pel­lo di fel­tro. Sumia, clas­se 1992, è ingle­se, figlia di padre siria­no e madre alge­ri­na. Ha stu­dia­to scrit­tu­ra crea­ti­va alla King­ston Uni­ver­si­ty e il suo roman­zo d’esordio ha cata­liz­za­to l’attenzione del­la cri­ti­ca di mez­zo mondo.

Ne Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra hai scel­to di trat­ta­re l’esperienza più dolo­ro­sa che un esse­re uma­no pos­sa vive­re e di far­lo dal­la pro­spet­ti­va incro­cia­ta di un ragaz­zi­no con la sin­dro­me di Asper­ger e di colei che se ne pren­de cura, sua sorel­la Yasmi­ne. Sei sta­ta ispi­ra­ta da qual­cu­no che cono­sci o que­sti per­so­nag­gi sono il frut­to di inten­se ricerche?
Quan­do ho ini­zia­to a pen­sa­re al libro, lui era solo uno dei per­so­nag­gi e ho fat­to qual­che ricer­ca, per cui sape­vo in par­ten­za sape­vo che nel­la men­te di una per­so­na mala­ta di Asper­ger tut­to è bian­co o nero, non ci sono sfu­ma­tu­re. Per docu­men­tar­mi ho incon­tra­to per­so­ne auti­sti­che, ho visi­ta­to cen­tri che se ne pren­do­no cura, ma, soprat­tut­to mi sono ispi­ra­ta al fra­tel­lo di un mio ami­co che ha la sin­dro­me di Asper­ger, l’ho inter­vi­sta­to, osser­va­to, stu­dia­to. Man mano che stu­dia­vo la sin­dro­me, il per­so­nag­gio pren­de­va sem­pre più spa­zio nel­la tra­ma che anda­vo costruen­do nel­la mia testa, fino diven­tar­ne il protagonista.

Adam in un cer­to sen­so è un esse­re sen­za pel­le: ogni emo­zio­ne, ogni espe­rien­za impat­ta diret­ta­men­te sui suoi ner­vi sco­per­ti, sul­la sua car­ne indi­fe­sa. I colo­ri sono il suo modo di cate­go­riz­za­re il mon­do e deci­fra­re le emo­zio­ni, l’alfabeto attra­ver­so cui dise­gna le cose con cui vie­ne a contatto…
Esat­ta­men­te! Adam è un ragaz­zo sen­za fil­tri, grez­zo, che vive tut­te le situa­zio­ni per quel­lo che sono, sen­za media­zio­ni, è come pri­vo di dife­se, di pel­le, come dici tu, e Yasmi­ne è il solo fil­tro tra lui e il mon­do. Un mon­do che lui vede e inter­pre­ta con occhi diver­si dagli altri, attra­ver­so i suoi dipin­ti, i colo­ri che dà alle espe­rien­ze. È un ragaz­zo che vive mol­tis­si­me emo­zio­ni ma non sa come affron­tar­le, espri­mer­le. È per que­sto che dipin­ge tan­to, per dare loro voce.

La casa è per Adam il suo san­tua­rio, un luo­go dove col­ti­va­re le pro­prie osses­sio­ni. Un luo­go in cui sa come muo­ver­si, sa esat­ta­men­te quan­te mat­to­nel­le sal­ta­re, come attra­ver­sa­re con un bal­zo il tap­pe­to davan­ti al suo let­to, dove non ha biso­gno di par­la­re con nes­su­no eccet­to Yasmine…
La sua casa è il suo castel­lo, la cono­sce in ogni mini­mo det­ta­glio: l’aspetto del suo let­to, il dise­gno del tap­pe­to, sa su qua­li mat­to­nel­le può cam­mi­na­re, è il luo­go in cui si sen­te più sicu­ro, che lo pro­teg­ge da un modo ester­no che lo ter­ro­riz­za, popo­la­to com’è di per­so­ne con cui non sa inte­ra­gi­re, che non lo capi­sco­no, lo giu­di­ca­no, lo spa­ven­ta­no. La casa lo pro­teg­ge e man mano che la situa­zio­ne fuo­ri si fa più minac­cio­sa, il suo lega­me con la casa diven­ta più for­te, non vor­reb­be mai uscir­ne e quan­do lo fa, non vede l’ora di tor­nar­ci. Pen­so che la casa gli ricor­di sua madre, la sicu­rez­za, l’amore; la casa lo acco­glie come solo le brac­cia di una madre san­no fare, men­tre il mon­do ester­no è ter­ri­bi­le e sconosciuto.

Quan­do i pila­stri di que­sto suo rifu­gio ini­zia­no a scric­chio­la­re e sbri­cio­lar­si (per­de Isa, Yasmi­ne scom­pa­re, Kha­led per­de le mani, la men­te del suo baba si anneb­bia) stra­na­men­te lui si adat­ta con sor­pren­den­te velo­ci­tà. È come se nono­stan­te la sua men­te con­fu­sa lui tiras­se fuo­ri una sor­ta di istin­to che lo por­ta a capi­re che per soprav­vi­ve­re al dram­ma e aiu­ta­re i suoi cari deve adat­tar­si, non trovi? 
C’è un det­to nel­la reli­gio­ne isla­mi­ca: “Dio non ti dà nul­la che tu non pos­sa affron­ta­re” . Tut­to quel­lo che vivia­mo riu­scia­mo per for­za di cose ad affron­tar­lo. Vale anche per Adam. Man mano che la guer­ra si inten­si­fi­ca, che la sua fami­glia si disin­te­gra, diven­ta una per­so­na indi­pen­den­te, che nono­stan­te le limi­ta­zio­ne dell’Asperger diven­ta più capa­ce di affron­ta­re le situa­zio­ni, esce dal pro­prio guscio per­ché non ha altra scel­ta dato che quel guscio è ormai distrut­to. Impa­ra ad adat­tar­si per non morire.

La guer­ra è gene­ral­men­te descrit­ta da pun­ti vista maschi­li e le don­ne entra­no nel qua­dro solo per l’impatto che essa ha sul­le loro vite, ma nel tuo libro fai di Yasmi­ne una pro­ta­go­ni­sta in pri­ma per­so­na, una com­bat­ten­te appas­sio­na­ta che è sta­ta mar­chia­ta a fuo­co dal­la guer­ra. Perché? 
La guer­ra non riguar­da mai tut­ti, non in quan­to uomi­ni o don­ne ma in quan­to gene­re uma­no, sen­za discri­mi­na­zio­ni di età e di gene­re. Come fem­mi­ni­sta pen­so che i libri oggi­gior­no non abbia­no mol­ti pun­ti di vista fem­mi­ni­li ed è anche per que­sta dispa­ri­tà let­te­ra­ria che per me è impor­tan­te mostra­re che, inve­ce, anche le don­ne sof­fro­no e com­bat­to­no armi in pugno per difen­de­re le pro­prie fami­glie e ciò in cui credono.

Leg­gen­do il tuo libro si ha l’impressione che ogni sin­go­lo det­ta­glio sia den­so di signi­fi­ca­to, anche quel­li tipo­gra­fi­ci come la scel­ta del­le maiu­sco­le o del­le minu­sco­le. È come se la gran­dez­za dei carat­te­ri di ogni sin­go­la paro­la ripro­du­ces­se il modo in cui quel­la paro­la risuo­na nel­la men­te di Adam. Come mai, ad esem­pio, hai scel­to di usa­re sem­pre la minu­sco­la per il nome di nabil? 
È nabil l’unico vero ami­co di Adam, l’unica per­so­na al di fuo­ri del­la fami­glia da cui può sem­pre cor­re­re, con cui può sem­pre esse­re se stes­so. L’uso del­la maiu­sco­la lo ren­de­reb­be una figu­ra più for­ma­le, estra­nea. Nel­la men­te di Adam nabil è come un cusci­no, qual­co­sa su cui si può sal­ta­re sen­ten­do­si sicu­ri, pro­tet­ti, è la sua zona protetta.

Sei un’immigrata di secon­da gene­ra­zio­ne, nata a Lon­dra da un siria­no e un’algerina e que­sto libro è chia­ra­men­te un omag­gio alla Siria, Pae­se di ori­gi­ne di tuo padre. Come ti rela­zio­ni con que­sti Pae­si, li con­si­de­ri anche tuoi? 
Sono cre­sciu­ta in Inghil­ter­ra con geni­to­ri di nazio­na­li­tà diver­se, era­va­mo mul­ti­cul­tu­ra­li, aper­ti alle influen­ze ingle­si ma con­ser­va­va­mo le tra­di­zio­ni di entram­bi i pae­si dei miei geni­to­ri. Pen­so di aver pre­so mol­to da tut­te e tre le cul­tu­re, par­lo tre lin­gue e ho impa­ra­to che è fon­da­men­ta­le rispet­ta­re le diver­si­tà nel­le per­so­ne, valo­riz­zar­le. Sono sta­ta cre­sciu­ta nel­la reli­gio­ne isla­mi­ca ma mio padre ci leg­ge­va anche pas­si del­la Bib­bia per­ché essen­zial­men­te le reli­gio­ni giu­dai­ca, isla­mi­ca e cri­stia­na han­no la stes­sa ori­gi­ne e inse­gna­no gli stes­si prin­ci­pi fon­da­men­ta­li. Reli­gio­ne signi­fi­ca uma­ni­tà, pace, rispetto.

C’è un dia­lo­go bel­lis­si­mo nel tuo libro Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra. Yasmi­ne ras­si­cu­ra Adam dicen­do “pre­sto arri­ve­re­mo a Dama­sco e sare­mo al sicu­ro per un po’ e lui rispon­de “Quan­to dura un po’?” “Il più pos­si­bi­le”. Pen­so che que­sto dia­lo­go rap­pre­sen­ti la sin­te­si per­fet­ta dell’incomprensibile irra­zio­na­li­tà del­la guer­ra. L’incapacità del cer­vel­lo uma­no che non sa pro­ces­sa­re l’orrore di cui è testimone…
Infat­ti sin­te­tiz­za i miei sen­ti­men­ti sul­la guer­ra in Siria. Que­sta guer­ra è ini­zia­ta 5 anni fa e la gen­te dice che fini­rà pre­sto, che tor­ne­rà la pace ma quan­to anco­ra deve dura­re? Quan­do sarà abba­stan­za? I siria­ni han­no dovu­to nel cor­so degli ulti­mi cin­que anni lascia­re il loro Pae­se, tra­sfor­mar­si in esu­li, rifu­gia­ti, han­no per­so tut­to e quel­li che sono rima­sti sono com­pres­si in aree sem­pre più pic­co­le, sem­pre più peri­co­lo­se, non han­no scel­ta, ven­go­no ucci­si sen­za poter cer­ca­re scam­po, sen­za poter far sen­ti­re la loro voce. Non voglio sape­re quan­to deve anco­ra dura­re, quan­do i mor­ti saran­no abba­stan­za, quan­to deve dura­re un “altro po’”. Que­sta guer­ra che è ini­zia­ta come una rea­zio­ne spro­po­si­ta­ta del regi­me alla richie­sta di rico­no­sci­men­to dei dirit­ti uma­ni fon­da­men­ta­li da par­te del popo­lo, ormai è solo un gri­do di aiuto.

di Lisa Puzel­la su Man­gia­li­bri 11/01/2017

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Un corpo senza pelle

Il ragazzo di Aleppo che ha dipinto la guerra di Sumia Sukkar

Ros­so rubi­no è il colo­re pre­fe­ri­to da Adam, è il colo­re che ema­na da sua sorel­la Yasmi­ne quan­do è feli­ce. La sua risa­ta è diver­ten­te: è come sbuc­cia­re una mela su una super­fi­cie bagna­ta e splen­den­te. Il gri­gio è il colo­re del­la nega­ti­vi­tà, Gusta­ve Aschen­bach di Mor­te a Vene­zia pul­sa di gri­gio, deve esse­re cat­ti­vo, il gri­gio è il colo­re dei bul­li che lo tor­men­ta­no a scuo­la. L’arancio mesco­la­to al blu è il ter­ro­re negli occhi di qual­cu­no. Il vio­la è il colo­re del­la mor­te, il colo­re che esa­la­va dal­la bara di mam­ma quan­do se ne è anda­ta. Adam capi­sce i colo­ri, il loro alfa­be­to e se ne ser­ve per dipin­ge­re il suo mon­do, che si ridu­ce alla casa che è anche il suo san­tua­rio, un luo­go in cui può nutri­re le sue osses­sio­ni e dove gli altri le rispet­ta­no. Sa esat­ta­men­te qua­li mat­to­nel­le sal­ta­re per arri­va­re al fri­go sen­za che acca­da nul­la di brut­to, sa come sal­ta­re dal­la soglia di came­ra sua al let­to schi­van­do il tap­pe­to, sa quan­ti pas­si a destra fare pri­ma di uno a sini­stra, cono­sce gli umo­ri dei suoi cari: baba, che tor­na a casa tut­te le sere alle 16:48, i suoi Tareq e Kha­led con cui non par­la mai per­ché la sua voce si rifiu­ta di usci­re dal­la gola, suo fra­tel­lo Isa e sua sorel­la Yasmi­ne con cui rie­sce a comu­ni­ca­re anche se non ama mol­to far­lo. Vive in un mon­do gover­na­to da rego­le e abi­tu­di­ni che non rie­sce a deci­fra­re. Adam non capi­sce le men­zo­gne: per­ché le per­so­ne, scel­go­no di rac­con­ta­re qual­co­sa che non è acca­du­to tra­la­scian­do inve­ce qual­co­sa che è acca­du­to? Adam non capi­sce le bar­zel­let­te, ma sa ride­re, solo Yasmi­ne e il suo ami­co e vici­no di casa Ali san­no come far­lo ride­re. Adam non capi­sce le meta­fo­re, ma ne usa a pie­ne mani per inter­pre­ta­re le emo­zio­ni. Adam non capi­sce la guer­ra: per­ché qual­cu­no dovreb­be voler fare del male a qual­cun altro, pri­var­lo del­la vita o del­le mani o del suo bam­bi­no non nato, o del­la casa o di tut­to que­sto insie­me? Que­ste cose lo con­fon­do­no, il ver­de del­la malat­tia lo rat­tri­sta e in que­ste occa­sio­ni bat­te­re i pie­di, don­do­lar­si, con­ta­re, non basta a cal­mar­lo, ha biso­gno di tira­re l’elastico che ha al pol­so una, due, mil­le vol­te, anche se il rumo­re infa­sti­di­sce baba e i segni ros­si si fan­no sem­pre più marcati…

Adam pro­cla­ma di non capi­re le emo­zio­ni, ma, con l’irrompere del­la guer­ra nel­la sua vita, con l’instabilità cre­scen­te dei pila­stri che sor­reg­go­no il suo mon­do, la fuga da Alep­po ver­so la sal­vez­za a Dama­sco, la fame, la sete, il dolo­re, le feri­te sue e dei suoi fami­lia­ri, le per­di­te, i distac­chi tem­po­ra­nei o defi­ni­ti­vi che sia­no, tut­ta la sua esi­sten­za è scar­di­na­ta, il blu­ma­ri­no e il bian­co­ne­ve ‒ i colo­ri del­la mor­te e del dolo­re e del­la per­di­ta ‒ sono sem­pre più pre­sen­ti, ecco che le emo­zio­ni gli flui­sco­no attra­ver­so, gli sfer­za­no la car­ne, non ha più bar­rie­re né pel­le per difen­der­si. Non riman­go­no che il gat­to Liqui­ri­zia e un orec­chio che nascon­de in tasca e tira fuo­ri quan­do ha biso­gno di con­fi­dar­si, di river­sar­ci den­tro il mare di dolo­re e con­fu­sio­ne che lo sof­fo­ca. La sin­dro­me di Asper­ger de Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra è una par­te essen­zia­le del libro esat­ta­men­te quan­to la guer­ra. Adam rac­con­ta se stes­so e ciò che gli è ester­no attra­ver­so l’unico alfa­be­to che gli è fami­lia­re: i colo­ri; le sue osses­sio­ni sono la bar­rie­ra di dife­sa tra un ragaz­zo che sem­bra vive­re gli even­ti attra­ver­so un cor­po sen­za pel­le, tut­to lo toc­ca in manie­ra dolo­ro­sa e stor­den­te, il mon­do suo­na le sue note sto­na­te e caco­fo­ni­che strim­pel­lan­do diret­ta­men­te sul­le cor­de dei suoi ner­vi. La voce di Yasmi­ne, che si alter­na alla sua nel rac­con­to del­la fuga, è inve­ce poten­te, sten­to­rea, qua­si dolo­ro­sa­men­te con­cre­ta. È una don­na appas­sio­na­ta, una com­bat­ten­te riso­lu­ta, che ha paga­to col pro­prio cor­po il prez­zo del­la ribel­lio­ne, che ha rinun­cia­to a mol­to per amo­re di Adam e che gui­de­rà tut­ta la fami­glia nel­la mar­cia mas­sa­cran­te attra­ver­so il deser­to, si pren­de­rà cura di tut­ti, di Ami­ra e del bam­bi­no fan­ta­sma che abi­ta nel suo cor­po, di Kha­led sen­za mani, di Ali e Adam e Tareq; pren­de deci­sio­ni dure come lasciar anda­re via ver­so la sal­vez­za baba mala­to; ingo­ia il dolo­re del­la per­di­ta di Isa e sop­por­ta le tor­tu­re e il car­ce­re. Un libro com­ples­so, poten­te, che affron­ta due temi dif­fi­ci­lis­si­mi con leg­ge­rez­za e ori­gi­na­li­tà non disgiun­te da una pro­fon­da capa­ci­tà di inda­gi­ne, un testo in cui tut­to ha un suo sen­so e con­tri­bui­sce a decli­na­re e dise­gna­re le emo­zio­ni di Adam e di tut­ti gi atto­ri di un dram­ma che da nazio­na­le si fa inti­mo, per­so­na­le. Mol­to signi­fi­ca­ti­va è la scel­ta dell’autrice di non usa­re le maiu­sco­le per alcu­ni nomi pro­pri o di usar­le in un cer­to modo per dare for­za gra­fi­ca agli sta­ti d’animo. Nel com­ples­so un bel­lis­si­mo libro, a par­ti­re dal­la veste edi­to­ria­le cura­tis­si­ma impre­zio­si­ta da una stu­pen­da coper­ti­na e da un cameo in pri­ma pagi­na che sin­te­tiz­za il tema del libro.

Man­gia­li­bri, Lisa Puzel­la, 11/01/2016

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«I miracoli» di Abbas Khider

Khider produce l’affresco lieve, ironico, leggero, speziato al punto giusto di un’odissea

Un libro che occhieg­gia invi­tan­te dal tavo­li­no davan­ti al posto accan­to al suo, un lun­go viag­gio in tre­no attra­ver­so la Ger­ma­nia, un pas­seg­ge­ro che non può non sen­tir­si attrat­to dal volu­mi­no­so pli­co di fogli con l’ammiccante tito­lo nel­la sua lin­gua di ori­gi­ne “Memo­rie”. Quan­do per un for­tui­to malin­te­so il pli­co gli fini­sce sul­le ginoc­chia gli basta un’occhiata per capi­re che l’occupante del posto non tor­ne­rà a recla­mar­lo e un atti­mo per lasciar­si assor­bi­re nel­la let­tu­ra. Hamid Rasul ha affi­da­to alle pagi­ne ver­ga­te in incer­ti trat­ti a mati­ta la pro­pria vita: la gio­vi­nez­za in Iraq, le anghe­rie del car­ce­re di regi­me ad appe­na diciot­to anni, la fuga dap­pri­ma in Gior­da­nia, poi in Ciad, Libia, Tur­chia, Gre­cia, per appro­da­re infi­ne all’agognata ma delu­den­te Euro­pa, arri­van­do in Ger­ma­nia dopo una sosta obbli­ga­ta sul suo­lo ita­lia­no. Saran­no mol­te le fal­se par­ten­ze che dovrà sop­por­ta­re pri­ma di giun­ge­re in Euro­pa, e, nel cor­so di cia­scu­na farà incon­tri stre­pi­to­si, visi­te­rà nuo­ve cel­le di pri­gio­ne, incon­tre­rà don­ne fasci­no­se, vivrà gran­di amo­ri, pas­sio­ni fuga­ci e inten­se ami­ci­zie, tro­ve­rà mil­le espe­dien­ti di sopravvivenza…

I miracoli : Abbas KhiderDi pari pas­so con i sen­ti­men­ti ispi­ra­ti­gli dal­le mol­te­pli­ci figu­re fem­mi­ni­li che sin dal­la pri­ma ado­le­scen­za han­no tur­ba­to i suoi sogni e occu­pa­to i suoi pen­sie­ri, pro­ce­de il più gran­de degli inna­mo­ra­men­ti, quel­lo che lo coglie ado­le­scen­te e non lo abban­do­ne­rà più, accom­pa­gnan­do­lo nel­le sue pere­gri­na­zio­ni fino al tre­no su cui un pas­seg­ge­ro che si chia­ma come lui sta leg­gen­do i sui scrit­ti: l’amore per la scrit­tu­ra, per la poe­sia. È una fre­ne­sia che lo coglie ogni qual vol­ta incon­tra una nuo­va don­na, o quan­do la sua vita sta attra­ver­san­do fasi deli­ca­te, è tal­men­te tota­liz­zan­te da spin­ger­lo a qual­sia­si fol­lia pur di pro­cu­rar­si la car­ta, che gli è più neces­sa­ria del cibo. Ini­zie­rà ruban­do i fogli in cui i suoi geni­to­ri com­mer­cian­ti di dat­te­ri avvol­go­no la mer­ce, poi rube­rà quel­li in cui i vari ban­chet­ti del mer­ca­to avvol­go­no il cibo. Scri­ve­rà sui muri di tute le cel­le in cui sarà dete­nu­to, e, quan­do da esu­le in Ger­ma­nia la sua paga di 60 euro al mese non gli con­sen­ti­rà di com­prar­la, rube­rà i gior­na­li per scri­ve­re lun­go i mar­gi­ni, e poi ne rube­rà dei fogli a Sara, la sua fidan­za­ta tede­sca, che, ali­men­ta , com­pli­ce, que­sta abi­tu­di­ne. Abbas Khi­der, alter ego del pro­ta­go­ni­sta ha crea­to ne I mira­co­li una sor­ta di gio­co di spec­chi attra­ver­so il qua­le il pas­seg­ge­ro let­to­re leg­ge la pro­pria sto­ria e la rac­con­ta a se stes­so e al let­to­re. Nes­su­na del­le espe­rien­ze nar­ra­te, però, è mai oppri­men­te o dipin­ta in toni foschi e melo­dram­ma­ti­ci. È solo a poste­rio­ri che ci si ren­de con­to dell’intensità del dolo­re, dell’estensione del­le pri­va­zio­ni, del­la pro­fon­di­tà del­le offe­se che quest’uomo ha con­di­vi­so con i suoi com­pa­gni di viag­gio, dagli sca­fa­ti came­rie­ri al pic­co­lo Sher­zad, costret­to a viag­gia­re con uni­co baga­glio la sua sto­ria e doven­do lascia­re die­tro di sé anche i pochi fogli che di vol­ta in vol­ta rie­sce a raci­mo­la­re e riem­pi­re. Le con­di­zio­ni di vita, l’annichilimento di esse­ri uma­ni costret­ti a vive­re in 20 in una stan­za e a soprav­vi­ve­re cam­bian­do le cas­set­te dei film por­no nel retro di un bar mal­fa­ma­to oppu­re inse­gnan­do ara­bo in un vil­lag­gio di mon­ta­gna del Ciad dove i muri sono miste­rio­sa­men­te rico­per­ti del suo nome. Il dolo­re, la sof­fe­ren­za per le tor­tu­re, i ten­ta­ti­vi fal­li­ti di lascia­re la Gre­cia e la Tur­chia, i com­pa­gni di viag­gio per­si in mare, quel­li costret­ti a paga­re con la pro­pria digni­tà o quel­la dei loro cari viag­gi costo­sis­si­mi e sen­za garan­zie, tut­to vie­ne in qual­che modo cir­con­fu­so da un alo­ne dol­ce, pro­fu­ma­to come il sen­to­re del­le don­ne che ha incon­tra­to e che lo han­no inna­mo­ra­to, del­la poe­sia che tor­na a ispi­ra­re la sua mano ogni vol­ta che un cer­to sogno di un tem­pio si ripre­sen­ta. La dol­cez­za di un paio di seni, la clas­si­fi­ca­zio­ne meto­di­ca dei poste­rio­ri che ha incon­tra­to in tre con­ti­nen­ti, fan­no sem­pre da con­trap­pun­to a una nar­ra­zio­ne che rie­sce a non far mai per­de­re il sor­ri­so all’attonito let­to­re. Khi­der pro­du­ce l’affresco lie­ve, iro­ni­co, leg­ge­ro, spe­zia­to al pun­to giu­sto di un’odissea che a trat­ti si fa roman­zo pica­re­sco e che lascia sul­le dita, qua­si pal­pa­bi­le, un aro­ma di zuc­che­ro e can­nel­la, un sen­so di mera­vi­glia che irre­ti­sce il let­to­re di riga in riga, a par­ti­re dal­la splen­di­da coper­ti­na e dal­la gra­fi­ca con­cet­tua­le del­la pri­ma pagi­na del volu­me, che, in linea col resto del­la col­la­na ripor­ta un deli­ca­to cameo che rias­su­me bene la sto­ria del suo auto­re, un tube­ro sul qua­le ha attec­chi­to una pian­ta irachena.

Recen­sio­ne del libro I mira­co­li di Abbas Khi­der Man­gia­li­bri, Lisa Puzel­la, 11/01/2017

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Il successo di “Amalgam”, blog e fumetto della libanese Maya Zankoul

| Con­tro­cam­pus | Lune­dì, 19 dicem­bre 2011 | Bene­det­ta Michelangeli |

Si chia­ma Amal­gam ed è uno dei blog più segui­ti del mon­do ara­bo. L’autrice è la ven­ti­cin­quen­ne liba­ne­se Maya Zan­koul: ha stu­dia­to Gra­phic Desi­gn e seguen­do la sua pas­sio­ne per il dise­gno ha crea­to que­sto blog nel qua­le da due anni con­di­vi­de vignet­te che par­la­no del­la socie­tà liba­ne­se, sul­la scia di Mar­ja­ne Satra­pi che con Per­se­po­lis ha fat­to il suo rac­con­to del­la vita in Iran.
La gio­va­ne autri­ce liba­ne­se non ave­va pen­sa­to ad un libro: ini­zial­men­te l’idea era quel­la di sfrut­ta­re le poten­zia­li­tà del web per con­di­vi­de­re le vignet­te che face­va, inse­guen­do la pas­sio­ne del dise­gno che ha dall’età di cin­que anni. Non sol­tan­to imma­gi­ni che potes­se­ro dar sfo­go alla fru­stra­zio­ne cau­sa­ta dal­le con­trad­di­zio­ni e ingiu­sti­zie del­la socie­tà del suo pae­se, ma anche sem­pli­ci rac­con­ti di vicen­de quotidiane.
Maya si è fat­ta cono­sce­re nel 2009 quan­do in occa­sio­ne del­le ele­zio­ni in Liba­no ha rea­liz­za­to del­le vignet­te “poli­ti­che” che han­no incu­rio­si­to media e gio­va­ni uten­ti del web. Sono sta­ti gli ami­ci di Maya a stam­pa­re tut­te le vignet­te del suo blog come rega­lo di com­plean­no. Suc­ces­si­va­men­te l’autrice ha auto­pro­dot­to il suo libro, stam­pan­do­ne 1000 copie. Con­tro ogni aspet­ta­ti­va il libro Amal­gam ha rag­giun­to il quin­to posto nel­le clas­si­fi­che di ven­di­ta del Vir­gin Mega­sto­re di Bei­rut. Ades­so il fumet­to in due volu­mi è sta­to tra­dot­to in ita­lia­no ed è edi­to da il Siren­te.
Maya è nata a Bei­rut ed è cre­sciu­ta a Jed­dah in Ara­bia Sau­di­ta dove ha fre­quen­ta­to la scuo­la fran­ce­se. Per i suoi pri­mi dise­gni usa­va il dia­let­to liba­ne­se. Scel­ta sosti­tui­ta pre­sto dall’inglese. Non ha avu­to pro­ble­mi di cen­su­ra in quan­to Inter­net in liba­no non sem­bra attual­men­te esse­re sog­get­to a con­trol­li, come acca­de in mol­ti altri pae­si arabi.
Que­ste vignet­te par­la­no del­le gra­vi ingiu­sti­zie socia­li, del­la cor­ru­zio­ne, del maschi­li­smo del­la socie­tà liba­ne­se. Ma lo fan­no con una giu­sta dose di humor, chia­ve del suc­ces­so di Maya. Tan­ti dise­gni sono dedi­ca­ti alla con­trad­dit­to­ria con­di­zio­ne del­le don­ne liba­ne­si: la liber­tà di indos­sa­re qual­sia­si capo di abbi­glia­men­to, l’ossessione dell’apparire per­fet­te soprat­tut­to gra­zie alla chi­rur­gia pla­sti­ca e paral­le­la­men­te la loro posi­zio­ne di sot­to­mis­sio­ne nel­la socie­tà. Dal­la strut­tu­ra patriar­ca­le in cui sono inse­ri­te, alla vio­len­za dome­sti­ca che spes­so subi­sco­no e dal­la qua­le è dif­fi­ci­le usci­re anche a cau­sa del­la man­can­za di una rete di pro­te­zio­ne fem­mi­ni­le. Insom­ma, una don­na che appa­re ma che non può deci­de­re nul­la, pri­va­ta anche del dirit­to di tra­smet­te­re la nazio­na­li­tà ai pro­pri figli.

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Il labirinto di Putin” di Steve LeVine

Man­gia­li­bri | Mer­co­le­dì 19 gen­na­io 2011 | Sara Cama­io­ra |

Novem­bre 2006, Ale­xan­der Liv­ti­nen­ko è una ex spia del KGB, in esi­lio poli­ti­co a Lon­dra da sei anni, for­te­men­te cri­ti­co nei con­fron­ti del pre­mier rus­so Putin: dopo aver incon­tra­to il ric­co uomo d’affari Ale­kan­dre Lugo­voi e l’amico Akh­med Zakayev e aver cena­to fuo­ri con la moglie  e il figlio, tor­na a casa lamen­tan­do dolo­ri addo­mi­na­li, nau­sea e vomi­to. Sarà l’inizio dell’agonia da avve­le­na­men­to per polo­nio che lo con­dur­rà alla mor­te. 23 otto­bre 2002, tea­tro Dubro­v­ka di Mosca: è in sce­na il secon­do atto del musi­cal “Nord Ost” quan­do irrom­pe nell’edificio un com­man­do di ter­ro­ri­sti cece­ni, pron­ti a met­te­re sot­to seque­stro il tea­tro in cam­bio del­la con­clu­sio­ne del­la san­gui­no­sa guer­ra in atto nel loro pae­se ad ope­ra del­la Rus­sia di Putin. Inter­vie­ne anche la gior­na­li­sta Anna Poli­t­ko­v­ska­ya, il cui desti­no è tri­ste­men­te famo­so, all’epoca cro­ni­sta del­la Nova­ya Gaze­ta e uni­co inter­lo­cu­to­re ammes­so dal lea­der del grup­po arma­to cece­no, pre­ce­den­do l’imprevedibile rea­zio­ne del gover­no rus­so: all’interno del tea­tro vie­ne pom­pa­to del Fen­ta­nyl, un poten­te oppia­ceo in gra­do di addor­men­ta­re i pre­sen­ti, nell’edificio, per per­met­te­re alle for­ze spe­cia­li nazio­na­li di fare irru­zio­ne. Secon­do sti­me uffi­cia­li 39 dei ter­ro­ri­sti furo­no ucci­si da agen­ti rus­si insie­me assie­me a oltre 100 ostag­gi. L’esercizio del pote­re di Putin vide anche un acca­ni­men­to ver­so chi accu­mu­lò ingen­ti patri­mo­ni duran­te l’era Eltsin: è il caso del magna­te del petro­lio Mikhail Kho­dor­ko­v­sky con­dan­na­to ad otto anni di pri­gio­ne men­tre la sua com­pa­gnia ven­ne statalizzata…
Sem­bra­no rac­con­ti degni di un cupo noir o peg­gio anco­ra di un thril­ler sen­za lie­to fine: sono inve­ce sto­rie dal­la Rus­sia di Putin, rac­con­ta­te con pre­ci­sio­ne gior­na­li­sti­ca da un esper­to repor­ter come l’americano Ste­ve LaVi­ne, a lun­go cor­ri­spon­den­te dall’ex Unio­ne Sovie­ti­ca per sva­ria­te testa­te. Il suo libro rac­con­ta la “mor­te in Rus­sia”: come alla mor­te sia data in un cer­to sen­so poca impor­tan­za, o come chi vive, chi lavo­ra, chi fa infor­ma­zio­ne in Rus­sia sia total­men­te assue­fat­to a tra­ge­die tal­vol­ta dal­la por­ta­ta epo­ca­le, come quel­la del tea­tro Dubro­v­ka, che ha visto una rea­zio­ne gover­na­ti­va impro­po­ni­bi­le per ogni demo­cra­zia che si rispet­ti o che si riten­ga tale. È attra­ver­so que­ste vicen­de che nel let­to­re pren­de for­ma una nuo­va idea del­la Rus­sia e del­le for­ze che si stan­no muo­ven­do in Occi­den­te. L’immaginario raf­fi­gu­ra­to, a trat­ti apo­ca­lit­ti­co, si basa su testi­mo­nian­ze  e fat­ti con­cre­ti, su cui il gior­na­li­sta si può appog­gia­re for­nen­do un qua­dro tan­to vero­si­mi­le quan­to avvi­len­te. C’è poca ana­li­si poli­ti­ca ma non era que­sto pro­ba­bil­men­te l’obiettivo dell’autore: era piut­to­sto far riflet­te­re attra­ver­so l’esposizione dei fat­ti rea­li, arri­van­do a even­tua­li con­clu­sio­ni solo a par­ti­re dal dato con­cre­to. E le con­clu­sio­ni spa­ven­ta­no, non poco.

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