Sole, atomo, idrogeno Cosa c’ è dopo Big Oil

La Repub­bli­ca | Dome­ni­ca 26 luglio 2009 | Mau­ri­zio Ric­ci |

L’ossessione del mon­do per il petro­lio non è irra­gio­ne­vo­le. Al con­tra­rio, è asso­lu­ta­men­te ragio­ne­vo­le: nien­te con­tie­ne così tan­to in così poco. Un solo litro di ben­zi­na vale 9 kilo­wat­to­re di ener­gia, il 30 per cen­to in più di un litro (per dire) di bio­e­ta­no­lo. Non c’ è da stu­pir­se­ne: quel litro di ben­zi­na è figlio di 25 ton­nel­la­te di anti­che pian­te, lascia­te a cuo­ce­re nel sot­to­suo­lo per deci­ne di milio­ni di anni, fino a diven­ta­re petro­lio. L’ uomo, per ora, non è in gra­do di repli­ca­re un simi­le con­cen­tra­to di ener­gia, pron­ta­men­te usa­bi­le e tra­spor­ta­bi­le. Peral­tro, ci vor­ran­no oltre qua­rant’ anni, dal­la pri­ma tri­vel­la­zio­ne del colon­nel­lo Dra­ke, per­ché il mon­do si ren­da con­to del­la por­ta­ta rivo­lu­zio­na­ria di quel­la sco­per­ta. Alla fine dell’ Otto­cen­to, il petro­lio, oltre che per le ulti­me lam­pa­de pre-Edi­son, veni­va usa­to sem­pre più per le pri­me auto­mo­bi­li, ma in con­cor­ren­za con un ven­ta­glio di altri car­bu­ran­ti. All’ Expo di Pari­gi del 1900, Rudolf Die­sel esi­bì, con orgo­glio, il pri­mo moto­re, appun­to, die­sel. Che fun­zio­na­va, però, a noc­cio­li­ne: il car­bu­ran­te era olio di ara­chi­di. In quel momen­to, in tut­ti gli Sta­ti Uni­ti, c’ era­no com­ples­si­va­men­te quin­di­ci­mi­la auto­mo­bi­li. ( segue dal­la coper­ti­na) Tut­to cam­bia, solo pochi mesi dopo: il 10 gen­na­io 1901, l’ ex capi­ta­no del­la mari­na austria­ca Antho­ny Lucas, esper­to di minie­re di sale, tro­va il petro­lio sot­to la col­li­na di Spind­le­top, nel Texas orien­ta­le. Spind­le­top non è il pri­mo poz­zo. Ma è il pri­mo mega­poz­zo. Fino ad allo­ra, i gia­ci­men­ti pro­du­ce­va­no, in media, fra i 300 e i 1000 bari­li al gior­no. Spind­le­top ne spu­ta 110mila al gior­no. Una eru­zio­ne imma­ne: il più gros­so pro­ble­ma per Lucas fu capi­re come con­te­ne­re quel get­to che sta­va inon­dan­do etta­ri e etta­ri di ter­re­no. Era la dimo­stra­zio­ne che il petro­lio era una fon­te d’ ener­gia abbon­dan­te e facil­men­te dispo­ni­bi­le. Pre­sto, la rivo­lu­zio­ne sareb­be diven­ta­ta mon­dia­le. Nel 1908, l’ Anglo Per­sian Oil Com­pa­ny (poi Bp) tro­va in Iran alle pen­di­ci dei mon­ti Zagros, un gia­ci­men­to con riser­ve per un miliar­do e mez­zo di bari­li, cam­bian­do, di col­po, la sto­ria del Medio Orien­te. Ma la rivo­lu­zio­ne anco­ra non è com­piu­ta: gli inge­gne­ri devo­no aggiu­sta­re il gio­va­ne moto­re a scop­pio per poter uti­liz­za­re la ben­zi­na inve­ce di un altro (e più costo­so) distil­la­to del petro­lio, il kero­se­ne. Solo nel 1919, chiu­sa la Pri­ma guer­ra mon­dia­le, nel­le 667mila auto in cir­co­la­zio­ne negli Usa il nume­ro di quel­le a ben­zi­na supe­re­rà quel­le a kerosene.E biso­gne­rà aspet­ta­re la fine del­la Secon­da guer­ra mon­dia­le per­ché il petro­lio inva­da il mon­do. A que­sto pun­to, infat­ti, i pas­sag­gi chia­ve, nel roman­zo dell’ oro nero, sono due. Il pri­mo avvie­ne nei deser­ti dell’ Ara­bia sau­di­ta, dove la Stan­dard Oil (poi insie­me alla Texa­co) tro­va un ocea­no di petro­lio. È vici­no alla super­fi­cie, vici­no al mare. Estrar­lo costa pochi spic­cio­li: due dol­la­ri a bari­le. L’ ener­gia a prez­zi strac­cia­ti diven­ta il vola­no di un impo­nen­te svi­lup­po eco­no­mi­co, che le auto sem­pre più gran­die poten­ti sim­bo­leg­gia­no ai quat­tro ango­li del mon­do indu­stria­liz­za­to. Atten­zio­ne, però: l’ equa­zio­ne petro­lio ugua­le auto è sba­glia­ta. Solo il 50 per cen­to dell’ oro nero vie­ne bru­cia­to nei tra­spor­ti. Guar­da­te que­sta lista: micro­chip, tele­fo­ni, deter­si­vi per lava­piat­ti, piat­ti infran­gi­bi­li, sci, len­ti a con­tat­to, ane­ste­ti­ci, car­te di cre­di­to, ombrel­li, den­ti­fri­ci, val­vo­le car­dia­che, para­ca­du­te e si potreb­be con­ti­nua­rea lun­go. Sono tut­ti deri­va­ti del petro­lio. Il secon­do pas­sag­gio chia­ve è l’ inven­zio­ne del­la pla­sti­ca. Non ci muo­via­mo solo con il petro­lio. Ci nuo­tia­mo den­tro: il petro­lio è tut­to intor­no a noi (nel caso del­le val­vo­le car­dia­che, anche den­tro). Far­ne a meno sarà dolo­ro­so e dif­fi­ci­le. Ce ne sia­mo resi con­to, una pri­ma vol­ta, negli anni Set­tan­ta, quan­do l’ embar­go dell’ Opec (i pae­si pro­dut­to­ri) lo rese scar­soe costo­so. E, anco­ra di più, negli ulti­mi anni, con il prez­zo del bari­le in asce­sa, appa­ren­te­men­te, irre­fre­na­bi­le. Cosaè suc­ces­so? Di fat­to nes­su­no nega che sia fini­ta l’ era del petro­lio faci­le, abbon­dan­te e poco caro. Ma sul per­ché esi­sto­no due inter­pre­ta­zio­ni. La pri­ma è poli­ti­ca. Il petro­lio c’ è, e in quan­ti­tà ade­gua­te, pec­ca­to che sia nei posti sba­glia­ti. Nel 1954, con un col­po di Sta­to, la Bp riu­scì a rove­scia­re la nazio­na­liz­za­zio­ne del petro­lio ira­nia­no, ma, negli anni Ottan­ta, quan­do a nazio­na­liz­za­re furo­no i sau­di­ti e poi tut­ti i pae­si del Gol­fo Per­si­co, le mul­ti­na­zio­na­li si riti­ra­ro­no in buon ordi­ne. Oggi, il gros­so del petro­lio rima­sto nel sot­to­suo­lo è di pro­prie­tà di com­pa­gnie nazio­na­li che, dico­no i soste­ni­to­ri di que­sta tesi, non inve­sto­no nel­la ricer­ca di nuo­vi poz­zi e han­no di fat­to inte­res­se a tener­si stret­ta, fin­ché dura, que­sta fon­te di ric­chez­za. La secon­da inter­pre­ta­zio­ne è geo­lo­gi­ca. Qui, la data cru­cia­le nonè il 1980e la nazio­na­liz­za­zio­ne del petro­lio sau­di­ta, ma die­ci anni pri­ma, nel 1971, quan­do la pro­du­zio­ne ame­ri­ca­na di petro­lio ha rag­giun­to il suo pic­co e ha ini­zia­to ine­so­ra­bil­men­te a scen­de­re, tra­sfor­man­do gli Usa nei mag­gio­ri impor­ta­to­ri di petro­lio al mon­do. Lo stes­so pro­ces­so, dico­no que­sti geo­lo­gi, è desti­na­to a ripe­ter­si via via in tut­to il mon­do. Il petro­lio diven­te­rà sem­pre di meno, sem­pre più dif­fi­ci­le e costo­so (sot­to la ban­chi­sa arti­ca, in fon­do all’ ocea­no) da estrar­re. Da due anni a que­sta par­te è lo schie­ra­men­to dei geo­lo­gi che gua­da­gna con­sen­si. Gli orga­ni­smi inter­na­zio­na­li rive­do­no al ribas­so le sti­me sul­la dispo­ni­bi­li­tà di petro­lio nei pros­si­mi decen­ni. Gli uomi­ni del­le mul­ti­na­zio­na­li sono anche più bru­schi: Cri­sto­phe de Mar­ge­rie, boss del­la Total, uno dei gran­di di Big Oil, ha det­to recen­te­men­te che «il mon­do non riu­sci­rà mai a pro­dur­re più di 89 milio­ni di bari­li al gior­no». Oggi, sia­mo già a 85 milio­ni. E poi? La rivo­lu­zio­ne del colon­nel­lo Dra­ke e del capi­ta­no Lucas l’ abbia­mo bru­cia­ta in cen­to­cin­quant’ anni. Nes­su­no sa se il futu­ro sarà il sole, l’ ato­mo o l’ idro­ge­no. L’ era del dopo-petro­lio si apre con mol­te doman­de e poche rispo­ste.

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