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“L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affrica | Venerdì 23 marzo 2012 | Marisa Fois |

C’è un re, di cui si festeggia il compleanno e la notizia sul giornale, in prima pagina, a caratteri cubitali, accompagnata da una fotografia a grandezza naturale di Sua Maestà, ne offusca un’altra: “Donna partita e mai più tornata”.
Lì, in quel Paese non ben definito, ma che ha caratteristiche ben precise – autoritario, ricco, autoreferenziale – “non era mai successo che una donna fosse uscita e non fosse più tornata. L’uomo, invece, poteva partire e non tornare per sette anni e, solo dopo questo periodo, la moglie aveva il diritto di chiedere la separazione”. La donna scomparsa era un’archeologa e “aveva una passione per la ricerca delle mummie, una sorta di passatempo”, non indossava il velo, amava il suo lavoro, era emancipata. Perché è sparita? Qualcuno l’ha costretta o è stata una libera scelta? È davvero scomparsa?
L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi è una sorta di giallo introspettivo, che racconta la condizione femminile non solo nei Paesi autoritari, ma, in una prospettiva più ampia, in ogni società. Forse proprio questo ha spinto l’autrice – scrittrice e psichiatra, nonché una tra le più note militanti del femminismo internazionale –  a non utilizzare nomi, ma solo categorie (donne e uomini ) in modo che l’immedesimazione potesse risultare più semplice. Donne sottomesse al lavoro, donne che lavorano anche e più degli uomini ma senza uno stipendio, che viene invece pagato all’uomo che sta al loro fianco e con cui condividono il letto e la casa, a cui sono costrette a dire sempre di sì. Donne omologate.Donne dominate socialmente, economicamente e culturalmente. In più, le relazioni sociali sono influenzate anche dal petrolio e dalla sua potenza, che riduce l’intero Paese in schiavitù, dipendente da una forza esterna onnipresente.
Il librouscito in Egitto nel 2001, è stato subito censurato condannato dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tempi del petrolio” è, infatti, una critica diretta a Mubarak, allora saldamente al potere, e al suo governo, fortemente condizionato da ingerenze esterne. Ma è anche una critica a chi tenta di cancellare la storia (emblematico è il caso della trasformazione delle statue che rappresentano divinità femminili in divinità maschili),  alla scarsa collaborazione tra donne e alla loro paura di andare contro quello che ritengono un destino già scritto e immodificabile. La narrazione è come un viaggio onirico: l’archeologa alterna momenti di veglia al sogno, quasi per non essere assorbita da questa monarchia del petrolio.

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Ahmed Nagi: il cammello contro Internet nei giorni della protesta egiziana

| Frammenti vocali in MO:Israele e Palestina | Sabato 12 febbraio 2011 |

Ahmed Nagi, egiziano, classe 1985, è scrittore e blogger. Lavora come redattore per il settimanale letterario Akhbàr el Adab. Ha scritto recentemente Bolgs From Post to Tweet, un resoconto del panorama Internet in Egitto e Rogers e la Via del Drago divorato dal sole (il Sirente, 2010). Il suo blog si chiama Wasa Khaialak. In questo contributo Nagi racconta i primi giorni delle manifestazioni egiziane, viste camminando per le strade de Il Cairo in protesta. [Mentre questo pezzo veniva scritto Omar Souleiman ha annunciato che il Presidente egiziano Mubarak ha lasciato il potere ed è partito da Il Cairo in direzione di Sharm el Sheik. Il potere è temporaneamente nelle mani dell’esercito.]

Personalmente non ero né a favore né contrario, e quando su Facebook mi arrivò l’invito a partecipare alle manifestazioni del 25 gennaio, avevo cliccato “forse”. Le manifestazioni tutto sommato fanno sempre bene: sono belle occasioni per riunirsi, e ultimamente, in Egitto spuntavano come funghi. Passeggiando in una qualsiasi mattinata cairota da via Qasr el-Aini a via Abd al-Khaliq Tharwat era impossibile non imbattersi in almeno sette tra manifestazioni e sit-in: ognuno con le sue richieste specifiche. Nessuna ha mai portato risultati e questo riempiva il cuore di delusione e di disperazioneFin dalla mattina il 25 gennaio sembrava un giorno diverso. Seguivo dall’ufficio le notizie sull’affluenza alle manifestazioni: ne stavano scoppiando in diversi governatorati diversi e in varie zone del Cairo, al di là di ogni aspettativa. La sera, raggiungendo Piazza Tahrir, mi trovai davanti una scena completamente diversa da tutto quello che avevo visto nella mia vita: nonostante i lacrimogeni e i proiettili di gomma, sembrava che in quella piazza la gente stesse vivendo i momenti più felici della sua vita: c’erano energie positive. In un giorno soltanto la speranza era cresciuta, si era radicata come un albero la cui crescita non poteva essere più fermata. Mi imbattei in un giovane che vagava per le strade del centro: «Scusi, come posso arrivare a Piazza Tahrir?». Eravamo a via Hoda Sharawi. Mentre gli indicavo la piazza mi interruppe: «Ma ci sono ancora le manifestazioni o è finito tutto?», «No no, ci sono ancora». Mi rispose di getto: «È che non conosco nessuno… Ho ricevuto un invito su Facebook ed eccomi qui…»Sembrava che fossero decine di migliaia di persone che avevano ricevuto quell’invito, che tantissimi avessero cliccato “sì”, ma anche tutti quelli che avevano cliccato “forse” avevano poi deciso di scendere in piazza.
Le manifestazioni si susseguivano, le forze dell’ordine arrivavano da tutti i lati e, già dal giovedì notte, l’aria de Il Cairo era satura di lacrimogeni “made in USA” (un regalo generoso da parte degli Stati Uniti, che gli egiziani non dimenticheranno mai). Ma i lineamenti della gente e lo spiegamento delle forze dell’ordine rendevano chiaro che l’indomani, venerdì 28 gennaio, sarebbe stato davvero “il giorno della rabbia”Quando mi alzai il venerdì mattina scoprii che la rete dei telefoni cellulari era interrotta e che Internet era stato bloccato in tutto l’Egitto. Il messaggio era chiaro: il Governo stava per compiere una strage.
Da via al-Sahafa uscii verso via al-Galaa, in cui avanzava un corteo gigantesco, pieno di donne e bambini. I dipendenti dell’ospedale di al-Galaa lanciavano le maschere ai manifestanti per aiutarli a resistere ai lacrimogeni.
Appena raggiungemmo la fine della strada iniziò la carica: ho visto coi miei occhi un ufficiale che avanzava tra le file dei soldati per lanciare da solo più di quindici lacrimogeni.
Ho visto coi miei occhi donne fuggire coi loro figli.
Ho visto coi miei occhi bambini rischiare di soffocare.
Ho visto coi miei occhi un lacrimogeno colpire il viso di una donna sui trent’anni. Portava il velo ed è morta sul colpo.
Fuggimmo dal gas, mi sentivo soffocare, stavo per perdere i sensi. Mi gettai nelle stradine laterali di Bulaq: accettai l’invito di mastro Hisham ed entrai nella sua officina. A Bulaq ho visto il commissario rilasciare banditi e persone con precedenti penali soltanto per intimidire gli abitanti del quartiere. Ma ho visto anche la gente di Bulaq che li arrestava, li picchiava, li costringeva a indossare camicie da donna e a girare per le strade coperti dall’onta di aver tradito la gente del loro stesso quartiere. Sono rimasto bloccato a Bulaq per circa cinque ore, mentre il fracasso delle granate lacrimogene e dei proiettili si era fatto monotono. I rumori si calmarono leggermente alla notizia del coprifuoco e con l’arrivo dei primi carri armati. Uscito da Bulaq, mi diressi verso il centro e poi verso piazza Tahrir. Per la prima volta l’aria del Cairo aveva un sapore diverso. I carri armati dell’esercito iniziarono a dispiegarsi al palazzo della radio e della tv egiziana, cercando di farsi strada verso Piazza Tahrir, in cui erano rimasti gli ultimi uomini delle forze di polizia che sparavano ancora contro i manifestanti proiettili, metallici di gomma, e lacrimogeni. I negozi delle vie secondarie erano quasi tutti chiusi e sui volti della gente c’era la sorpresa e un sorriso felice. Le strade del Cairo erano per la prima volta libere, appartenevano a tutti. Il cellulare non prendeva più, nessun telefono squillava, nessuno chiamava, ma tutti correvano, fraternizzavano e si sostenevano. Si allungavano mani con bottiglie di aceto, bibite gassate e fette di cipolla. Un momento storicoFaccio ancora fatica a mettere ordine nelle vicende successive. Mi sembra che tutto sia successo in un giorno soltanto. I discorsi del Presidente sono sempre uguali, si susseguono notizie di dimissioni e nuovi incarichi, sempre uguali: facce che spariscono per fare posto ad altre maschere delle stesse persone, folle di manifestanti che affluiscono a Piazza Tahrir e in altri governatorati. Il regime sta giocando le sue ultime carte. Il Presidente si affaccia e per la prima volta: lo sentiamo abbandonare la sua superbia e riferirsi a se stesso dicendo «Io» invece di «Noi».
Si tratta dello stesso Mubarak che qualche settimana fa, quando qualcuno dell’opposizione avevo chiesto un parere a proposito di progetti di riforma, aveva risposto «lasciateli divertire». Ora, seppur parli con un tono quasi supplichevole, continua a sostenere che «morirà su questa terra», cioè che non intende dimettersi. Ogni volta che tornerà in televisione l’ira della gente aumenterà, e si tornerà a manifestare.
Qualche ora dopo il primo discorso del Presidente, i suoi sostenitori e gli uomini delle forze dell’ordine hanno cercato di entrare nella piazza con la forza, attaccando i manifestanti in sella a cavalli, cammelli e muli. Non si tratta più di una battaglia politica: in gioco c’è la difesa della civiltà. L’immagine è chiara: siamo davanti a un regime dalla mentalità medievale, che governa in nome di un capotribù. La disobbedienza viene considerata una forma di maleducazione e i suoi sostenitori cavalcano per le strade della città cavalli e cammelli. Dall’altro lato ci sono invece i giovani del nuovo Egitto, esponenti di tutto l’arcobaleno politico, dai Fratelli Musulmani alla sinistra radicale, uniti da Internet e dai social network. Il cammello e il cavallo contro Internet e i cellulari, e in mezzo l’esercito egiziano, confuso, ma comunque insoddisfatto dei comportamenti del regime, senza tuttavia poter dissentire col suo capo supremo, il PresidenteI miei genitori si sono incontrati, si sono innamorati, si sono sposati e poi mi hanno dato alla luce. Sono nato, ho imparato a camminare, mi sono spuntati la barba e i baffi, mi sono laureato, i miei capelli hanno cominciato a cadere, mi sono sposato e in tutto ciò i capelli di Mubarak sono ancora neri!Il prodigio maggiore di Mubarak, secondo la propaganda del suo partito, è la “stabilità”. Sono stato testimone, come tanti altri scrittori e intellettuali, di come il regime abbia dato pieno sostegno a valori e idee antiche, e di come abbia esercitato la censura contro la creatività e le pubblicazioni originali, con la scusa della religione o della salvaguardia della sicurezza nazionale. Ero accanto agli amici che hanno perso il lavoro per le loro posizioni, ero accanto a Magdy el-Shafee quando il Governo ha censurato la prima graphic novel in arabo, Metro, per i suoi riferimenti alle figure del partito corrotto di MubarakLa corruzione del regime di Mubarak non si è limitata soltanto alla dittatura e all’economia, ma con l’aiuto della mostruosa macchina di propaganda che diffondeva decine di menzogne e di leggende ha colpito l’infrastruttura culturale e sociale egiziana. Quello che più stupisce è che adesso vediamo ripetere le stesse menzogne sui media europei, le ascoltiamo sulla bocca di politici di rilievo, come la cancelliera Merkel o Berlusconi, l’amico intimo di Mubarak. Quali sono queste menzogne?

L’Egitto, come altri paesi, deve rimanere sotto un regime dittatoriale per garantire che gli islamisti non arrivino al potere.
È il contrario: la dittatura è uno dei motivi alla base della diffusione dei movimenti terroristici e del ricorso alla violenza. Questo regime non è mai stato laico: sotto Nasser gli islamisti sono stati torturati nelle prigioni; Sadat poi li ha usati per sterminare i movimenti di sinistra e i gruppi liberali. Compiuta questa missione, li ha mandati in Afghanistan a combattere contro l’Unione Sovietica. Quando sono tornati li ha incarcerati, li ha torturati, senza avviare alcun tentativo di dialogo. Questo li ha portati ad allontanarsi dalle loro linee di pensiero e a fidarsi di pagliacci del calibro di Bin Laden o al-Zarqawi. L’esistenza di un sistema democratico è un diritto in qualsiasi società ed è l’unico modo perché si avvii un dialogo vero tra i diversi gruppi sociali. La democrazia autentica garantisce il processo di integrazione dei movimenti islamisti all’interno di uno stato civile e moderno. Trovando canali veri di partecipazione al dialogo sociale e politico nessuno avrà bisogno di farsi esplodere perché suo padre è stato ucciso sotto tortura o perché suo fratello è stato licenziato.
 
Il rapido passaggio da un sistema dittatoriale a uno democratico può portare al caos.
Ho sentito la Merkel ripetere questa favola. Mi ha stupito il fatto che fosse anche lo stesso pretesto usato da Mubarak per rifiutare le dimissioni immediate. In realtà quando il 28 gennaio la polizia ha abbandonato le posizioni e si è ritirata, in poche ore gli egiziani si sono organizzati e in ogni quartiere sono nati dei comitati popolari. Negli ultimi giorni abbiamo visto che il popolo egiziano è sceso per strada per salvaguardare le sue proprietà, per dirigere il traffico e per raccogliere la spazzatura, mentre Mubarak e il suo nuovo Primo Ministro non sono capaci di nominare un Governo. Abbiamo visto i musulmani fare da guardia alle chiese, non c’è stata alcuna molestia sessuale, abbiamo visto disoccupati fare la guardia a banche in cui si sono accumulate le fortune di uomini d’affari corrotti. Tutto questo è avvenuto perché gli egiziani rifiutano il vandalismo e il caos: sono un popolo attaccato e alle istituzioni. La sensibilità che ha mostrato la società egiziana è stata una sorpresa per tanti, me compreso, e ci ha mostrato che questa società è in grado di gestirsi senza bisogno della custodia di un vecchio generale o dei consigli dei leader politici europei.
La presenza di Mubarak rassicura Israele e porta avanti il processo di pace, garantendo quindi la stabilità in Medio Oriente.
La verità è che in più di due settimane di manifestazioni in tutte le strade e le piazze dell’Egitto non si è sentito neppure uno slogan religioso o ostile a un qualche paese del mondo. Il regime di Mubarak, che in pubblico dichiara di sostenere la pace, in realtà sosteneva le politiche e le idee dell’odio nei confronti dell’altro, per poi dipingersi come l’affidabile custode dei confini e della sicurezza del Paese. Il regime di Mubarak ha tutto l’interesse a mantenere insoluta la questione palestinese, perché si tratta di una carta che può usare con americani e europei. Il popolo egiziano, per le vite che ha pagato, aspira soltanto alla pace: nessuno mette in dubbio l’esigenza di trovare una soluzione alla causa palestinese basata sulla legittimità internazionaleIeri sera ha piovuto sui manifestanti di Piazza Tahrir. C’era un ragazzo che suonava la chitarra e cantava entusiasta in mezzo alla folla. Un altro pregava verso l’esterno della piazza. Una casalinga era seduta sul marciapiede e raccontava una storia ai suoi figli. Alcune ragazze si facevano le foto accanto ai carri armati. Un giovane medico curava le ferite di un manifestante colpito durante un attacco dei delinquenti di Mubarak. C’erano giovani che parlavano di creare un sito per documentare gli avvenimenti di Piazza Tahrir. C’era la festa di matrimonio di due ragazzi che hanno deciso di sposarsi in piazza, in mezzo ai manifestanti. C’era un prete che si preparava a celebrare la Messa per l’anima dei martiri della rivoluzione. C’erano alcuni artisti che dipingevano sul marciapiede. C’era un vecchio che camminava gridando: «Io sono il popolo. E il popolo vuole la caduta del regime».

Ma il Presidente rifiuta di dimettersi e i suoi capelli sono ancora neri e lucidi.
A te la scelta. Sostieni la rivoluzione.

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Potere alla parola! Gli scrittori egiziani e la rivolta

WUZ | Mercoledì 9 febbraio 2011 | Matteo Baldi |

Le notizie che arrivano dal Cairo in questi giorni, violente e confuse, parlano di un popolo che sta provando a cambiare le cose, a dispetto dell’acquiescenza del resto del mondo. Ma che ruolo hanno gli intellettuali, in una situazione come quella attuale? E quale voce? Ci sono spazi per esprimere dissenso, in un paese come l’Egitto? E i libri, raccontano (o hanno previsto) quel che sta accadendo? Andiamo a vedere.

“Il mondo intero dovrebbe essere orgoglioso dell’inerzia con cui ha assistito alla liberazione del popolo egiziano. Il regime di Mubarak era solito nominare malavitosi e adottare un regime di polizia selvaggio per sostenere i membri del suo parlamento e sopprimere la nostra anima più autentica, l’anima della libertà. Ma noi ci stiamo impegnando”.
Ci scrive dal suo blackberry, con amarissima ironia,  Magdy El Shafee, fumettista condannato l’anno scorso in seguito al processo per oscenità che gli era stato intentato dallo Stato egiziano. La sua graphic novel “Metro”, infatti (pubblicata in Italia dalle edizioni Il Sirente), all’interno di una vicenda di spionaggio, mostra un uomo e una donna intenti in un rapporto sessuale.I disegni sono stati considerati pornografici, e quindi offensivi. Tutte le copie distribuite al Cairo sono state ritirate e distrutte, e Magdy ha dovuto pagare un’ammenda salata. Ma sarà davvero solamente una questione di disegni immorali?
Questo libro contiene immagini immorali e personaggi che somigliano a uomini politici realmente esistenti”, recita la sentenza emessa dal Trbunale, e allora si capisce forse meglio cosa possa aver dato tanto fastidio alle autorità, in un paese (e una cultura) in cui il sesso forse non viene ostentato pubblicamente ma certo non è tabù nelle conversazioni e non può essere l’unica ragione per mettere all’indice un libro a fumetti.
El Shafee, però, non è l’unica vittima di un regime che mostra un volto presentabile solamente al resto del mondo, e censura il dissenso imponendo un controllo rigido anche sul web.
Nei primi giorni degli scontri, la rete in Egitto ha subito un vero e proprio blackout, per impedire che le notizie di quel che stava accadendo filtrassero verso gli altri Paesi, ma anche per far sentire più isolati i blogger e tutti quegli egiziani che trovano in internet una finestra sul mondo.
Ala ‘Al Aswani, celebrato autore di Palazzo Yacoubian (Feltrinelli edizioni), promuove da anni un salotto letterario al Cairo, città nella quale svolge la professione di dentista ed è un intellettuale conosciuto e rispettato. L’espressione “salotto letterario”, però evoca immediatamente immagini di concilianti sedute che si svolgono fra aperitivi e mollezze – appunto – salottiere.
Nulla di più lontano dal vero, però, nei paesi in cui la libertà di stampa è limitata, i diritti delle donne sono un argomento puramente accademico e tutti i giorni la corruzione che permea l’apparato politico e amministrativo del Paese vincola ogni serio tentativo di migliorare le condizioni della società.
Tengo ancora i miei seminari per discutere di questioni culturali. Li tengo dal 1996.
L’ho fatto anche nei caffè, pubblicamente. Nel 2004 il governo ha minacciato il proprietario del caffè all’interno del quale li tenevamo, e allora ci siamo spostati nel palazzo dove ha sede “Kifaya” (“Abbastanza”), movimento politico che raccoglie intellettuali di diversa estrazione”, spiegava Al Aswani in un’intervista raccolta a margine della sua partecipazione alla scorsa edizione del Salone Internazionale del Libro di Torino, dove l’Egitto era il Paese ospite.

Altri scrittori sono Nawal Al Saadawi, autore de L’amore ai tempi del petrolio, Ahmed Nagy, autore di Rogers e Khaled Al Kamissi, autore di Taxi.
I tre libri, oltre al fatto di essere pubblicati in Italia dallo stesso editore (Il sirente), hanno in comune la capacità di descrivere la società civile egiziana cogliendone al tempo stesso la vitalità e le sclerosi. Nel caso di Al Kamissi, ad esempio, il Cairo è un brulichio ininterrotto di vita colto dal finestrino del taxi, e i taxisti stessi sono un precipitato d’Egitto, con il loro lamentarsi delle istituzioni e della corruzione che però non porta a nulla.
Rogers“, invece, è opera di un blogger seguitissimo, un’opera ispirata addirittura a “The wall” di Roger Waters. Dalla scheda dedicata a Ahmed Nagy sul sito de Il sirente: “… in Egitto è molto noto come blogger, ma soprattutto per essere uno dei più giovani redattori di Akhbàr el Adab, il prestigioso settimanale letterario diretto da Gamàl al-Ghitàni. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. Il suo blog Wasa khaialak (Allarga la tua immaginazione), iniziato nel 2005, parla di sociologia, pop art, diritti umani e cultura: “sperimento un diverso livello di linguaggi per avvicinare la gente alla letteratura”.

Nawal Al Saadawi, infine, è una pioniera del femminismo nel mondo arabo. Scrittrice e psichiatra, ha sortito grande influenza sulle generazioni più giovani, proprio grazie ai suoi libri. Candidatasi alle elezioni presidenziali nel 2004, ha anche passato un periodo in galera durante la presidenza di Sadat, ed è stata iscritta nella lista degli obiettivi di un gruppo fondamentalista. L’amore ai tempi del petrolio, sotto le spoglie di un romanzo giallo, compie un’indagine sulla condizione delle donne nei paesi arabi, muovendo i suoi lettori a una presa di coscienza.
Altra scrittrice egiziana è Ghada Abdel Aal, autrice di un libro e un blog molto seguito intitolati Che il velo sia da sposa (pubblicato in Italia da Epoché). In Egitto il libro ha conosciuto tale e tanta notorietà che la televisione ne ha tratto uno sceneggiato, interpretato nel ruolo della protagonista da una delle attrici più celebri del mondo arabo. Ma la storia di Bride, giovane donna in cerca di un marito da sposare per amore, è anche la galleria di una serie di “tipi” che riassumono molto bene caratteristiche e difetti degli uomini cui una donna “in età da marito” può ambire in Egitto, e questa è la ragion per cui Ghada, con il suo alter ego romanzesco, si è guadagnata il soprannome di “Bridget Jones” araba (soprannome che – va detto – all’autrice non piace per nulla)… noi abbiamo intervistato Ghada Abdel Aal nei difficili giorni delle proteste e delle manifestazioni per cacciare il Presidente Mubarak.

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L’amore ai tempi del petrolio

Vita | Lunedì 31 gennaio 2011 | Lubna Ammoune |

Viscoso e nero come il petrolio. Sembrerebbe questa la caratteristica peculiare di un amore presentato nel libro di Nawal al-Sa’dawi, scrittrice e psichiatra egiziana, conosciuta a livello internazionale per la sua battaglia in nome dei diritti delle donne e della democratizzazione nel mondo arabo. In questo suo romanzo, L’amore ai tempi del petrolio, l’autrice percorre una storia densa di mistero di una donna di cui non conosciamo il nome. La protagonista è un’archeologa che scompare senza lasciare traccia. Il suo viaggio, reale e allo stesso tempo visionario, si rivela come il percorso della mente e della coscienza di una donna che vive in un regno autoritario in cui tutto ciò che porta il genere femminile a interessi che esulano dalla casa è sintomo di una malattia psicologica. È un mondo in cui luminari della Terra non possono che essere uomini, e dunque è risaputo, anche se taciuto, il fatto che ci siano state falsificazioni storiche inerenti alla trasformazione delle dee in dei, come quando Abu al Haul prese con la forza il trono e ordinò che fossero rimossi i seni da una statua femminile perché venisse aggiunta la barba. La ricercatrice scompare e dall’indomani si legge la notizia sui giornali, perché nessuna donna ha mai osato abbandonare casa e marito, disobbedendo alle regole, tanto che la polizia si chiede se sia una ribelle o una donna dalla dubbia morale. Mentre il commissario interroga il marito della donna scomparsa per far luce sulle ragioni della fuga, l’archeologa ripensa al suo innamoramento. Si chiede se suo marito sia veramente suo marito. Pervasa da questo dubbio arriva a credere che l’avesse sposata forse in sua assenza, mentre il contratto era stato preparato senza di lei, perché la donna non è solita partecipare al proprio matrimonio. L’universo maschile si allarga e compaiono altre figure, tra cui il datore di lavoro della protagonista e l’uomo con cui decide di stare quando riappare e per il quale lascia il marito. Sembrano quasi macchie da cui la donna si sente però inspiegabilmente e istantaneamente attratta, respinta e distaccata. La sua fuga potrebbe portarla a ritrovare il suo orgoglio, le sue aspirazioni e la sua dignità. Questo scatto di autocoscienza e di formidabile introspezione si riflette e si allarga ad altre figure femminili che solo in quel momento capiscono che “non sono meritevoli di un diritto che prendono da mani che non sono loro” e che “hanno permesso a loro stesse delle condizioni che nemmeno gli animali accetterebbero”. Eppure l’archeologa continua a struggersi d’amore e non trova ancora un senso da conferire alla sua vita. Così, nella luce fioca di alcune notti in cui il progetto di scappare appare compiuto v’è qualcosa d’intralcio. Perché “fino a quando l’uomo avrà la capacità di ridere, la donna non avrà desiderio di scappare, almeno non questa notte…”.

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Il blogger e scrittore ahmed nagi: nessuna forza politica controlla la rivolta egiziana

Nena News | Venerdì 28 gennaio 2011 | Azzurra Merignolo |

Molti movimenti politici tradizionali stanno ora cercando di parlare a nome di questi dimostranti, ma non è affatto giusto perché non li rappresentano.

Entusiasti del parziale successo ottenuto nei giorni precedenti anche oggi migliaia di egiziani manifesteranno in tutto il paese,  gridando le loro richieste a un regime che imperterrito non risponde.  “Il governo accende e spegne  a piacimento l’accesso a Facebook  e le connessioni internet, sperando così di contenere il propagarsi  di una rivolta, nata e organizzata nella sfera virtuale” dice Ahmed Nagi, –  celebre bloggers sin dai tempi di Kifaya, giornalista, scrittore di “Rogers”, ora tradotto anche in italiano, e giovane redattore di Akbar el Adab, il prestigioso settimanale letterario diretto da Gamal al- Ghitani.  

Il giorno della collera é sfociato in una sommossa popolare, cosa succederà nei prossimi giorni sulle sponde del Nilo?
Sinceramente, non lo so, vorrei poterlo predire, ma nessuno può dire con esattezza quello che accadrà nei prossimi giorni. Le manifestazioni che sono iniziate non sono controllate da nessuna forza politica. E’ anche questo quello che rende questa sommossa tanto particolare e, forse, incisiva. Le persone che sono scese in strada in tutto il paese sono cittadini ordinari, qualunque. Questo non vuole però dire che non ci troviamo davanti a un movimento che è al cento per cento politica, ha rivendicazioni socio-politiche e lotta per la creazione di un nuovo sistema politico.

Cosa faranno i movimenti politici che hanno dato sostegno ai dimostranti, ma non hanno partecipato direttamente alle manifestazioni?
Molti leader di questi movimenti hanno di fatto partecipato alle dimostrazioni, sono scesi in strada per opporsi al regime. Molti movimenti, i Fratelli musulmani e il Tagammu (il partito comunista)per esempio, stanno ora cercando di parlare a nome di questi dimostranti, ma non è affatto giusto perché non li rappresentano pienamente.  Anche se volessero prendere il controllo sui manifestanti, non potrebbero mai e poi mai riuscirci.

Come sta reagendo il regime  a questo montare di collera popolare?
Tutto quello che il governo sta facendo per neutralizzare e disarmare la sfera virtuale e’ un chiaro indicatore della paura che i leader del regime stanno provando. Anche le forze di polizia hanno paura e si legge il timore nei loro occhi. Il regime si trova a dover rispondere a una situazione che gli è sfuggita di mano e non ci è abituato.  La questione si sta facendo grossa. Io non ero ancora nato, ma chi è poco più grande di me mi racconta che scene simili non si vedevano dal 1972.

Moltissime persone, egiziane e non, in tutto il mondo hanno dato origini a manifestazioni  in sostegno alla giornata della collera, questo supporto può essere incisivo?
Tutti i media stanno coprendo in maniera non oggettiva gli avvenimenti che stanno accadendo nel l paese. Facendo così non fanno che sostenere indirettamente il regime. Il governo è terrorizzato dall’evolversi degli eventi, per questo ha deciso immediatamente di oscurare i social networks attraverso i quali gli attivisti stavano portando avanti la loro ribellione. Prima ha spento twetter e poi il rais ha staccato la spina  a Facebook. In alcuni quartieri, Shubra per esempio, é stata del tutto tagliata la connessione ad internet. Per questo motivo tutto il sostegno che possiamo ricevere dall’esterno è molto utile alla nostra causa e al proseguimento della sommossa.

Martedì sera Hilary Clinton  chiesto al governo e ai manifestanti di usare moderazione dicendosi convinta della stabilità del regime di Mubarak e delle sue intenzioni di rispondere alle richieste avanzate dalla popolazione. Come sono state interpretate le parole del segretario di stato americano?
Tutti quelli che erano a Midan al Tahrir  -piazza centrale del Cairo (ndr)- e hanno saputo cosa aveva detto il segretario di stato americano hanno avuto l’ennesima  conferma che gli Stati Uniti sono dalla parte de regime  e vogliono continuare a sostenerlo.  La polizia colpiva i manifestanti bombardandoli con lacrimogeni e gli Stati Uniti dicono che il regime cerca di rispondere alle nostre domande? E’ come se a lanciare quei lacrimogeni ci fossero stati loro. Hilary Clinton può ora dire quello che vuole, ma per gli egiziani il messaggio è molto chiaro: ci state bombardando.

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Rogers e la Via del Drago divorato dal Sole

| Nigrizia | Dicembre 2010 |

«Batto contro il muro ma nessuno risponde. Urlo: “Ehi, c’è qualcuno?!”. Ma non ci sono porte né finestre. “Ehilà?!”». Se qualcuno annusasse in queste righe odore di The Wall dei Pink Floyd, ebbene, avrebbe visto giusto. È l’autore stesso che ne «raccomanda vivamente l’ascolto, nel corso della lettura». Il titolo stesso vuole probabilmente riecheggiare il nome dell’autore dei testi della band, Roger Waters. Citazioni letterali di The Wall ricorrono da cima a fondo in questo romanzo che l’autore preferisce chiamare «gioco». È, infatti, una sorta di quaderno di memorie, senza troppo rispetto per la cronologia, che potrebbero essere rimontate, senza danno, in altro ordine. Un «gioco», forse, anche per la sua origine: nato da un blog. I giovani blogger egiziani si sono ritagliati una loro (controversa) autorevolezza: da chi si fa condannare per violazione della censura a chi – come è stato il caso anche per Ghada Abdel Aal (Che il velo sia da sposa!, Epoché) – approda alla carta stampata e scuote il mondo letterario tradizionale. Impressione personale: Rogers appare come un graphic novel, paradossalmente senza immagini.

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Sul senso del tradimento

The Arab | Domenica 24 maggio 2009 | Eleanor Kilroy |

Conversazione di Eleanor Kilroy, The Arab, con Nawal al Sa’dawi*

Nawal al Sa’dawi è stata accusata in Egitto di aver tradito il suo Paese, la sua religione e il suo sesso.
Nel libro “Camminare nel Fuoco”, il suo lavoro autobiografico, la scrittrice narra il trauma che colpì il suo primo marito, di ritorno dalla guerra del Canale di Suez nel 1956. Un trauma che, secondo Nawal, ebbe origine nel senso di tradimento vissuto dall’uomo nel suo rapporto con la “santa trinità”: Nazione, Dio, Fede.
“Aveva fede nel governo egiziano, quando questi iniziò ad arruolare gli studenti naïfs ed idealisti come lui, quando diceva loro “Andate sul canale e combattete”… I ragazzi andarono, fecero la guerra, quelli che tornarono furono arrestati ed esiliati. Mio marito ebbe un crollo psicologico, cominciò a prendere droga, divenne un drogato.”.
“Nella sua opera ricorre continuamente la nozione di tradimento”, le ho detto incontrandola, avanzando l’ipotesi che la prima cosa da respingere è innanzitutto l’idea che per “sentirsi traditi” si debba possedere una fede irrazionale. Sa’dawi mi ha corretta: “Talvolta si tratta di inganno.”.
Chi ci legge potrebbe trovare nuove libertà nella vulnerabilità conosciuta di Nawal Sa’dawi; una vulnerabilità presente in tutta la sua scrittura, traversata allo stesso modo da passione e rabbia, ma che può essere facilmente dimenticata quando ci si trova di fronte ad una persona dura, e forte.
Stava lì, in piedi, con le spalle leggermente curvate, la sua pelle color marrone come il limo portato giù dal Nilo, i suoi capelli color bianco neve, folti, lungo tutta la testa…”, così Nawal scrive di se stessa nel capitolo che apre “Camminare nel fuoco”.
Era il 1993, e la scrittrice era scappata dalla sua città natale, Cairo, dopo che il suo nome era comparso sulla lista della morte di un movimento fondamentalista.
Adesso, 16 anni dopo, Nawal sta di fronte a me, ed appare solo un po’ più curva.
L’autrice di molte opere, tra fiction e non, ha accettato un’intervista con il giornale The Arab nella Libreria Housmans (a Londra, ndt), specializzata in “libri e periodici di idee radicali e politica progressista”.
Sulla stampa, la scrittrice egiziana è normalmente definita “la più controversa autrice femminista egiziana”, ma io, invece di percorrere questo tracciato, inizio con il domandarle cosa rende così radicali le sue idee e le sue azioni.
Atea, apostata, pazza, donna che odia gli uomini: gli arabi e tutti coloro che la criticano non usano infatti mezze parole, e utilizzano qualunque insulto a disposizione (anche “donna che va contro il suo proprio sesso”, in un libro omonimo di Georges Tarabishi).
Lei rimane ferma e immobile, come davanti ai suoi personaggi assassini, il dottore, lo psichiatra, lo scrittore…, ben consapevole dei limiti che il corpo e la mente possono sopportare.
Nel capitolo titolato “Quello che è soppresso ritorna sempre” di “Camminare nel fuoco”, Nawal narra come una giovane dottoressa di un villaggio, lei stessa, provò ad impedire che una paziente di 17 anni, Masouda, venisse riaffidata al marito, un uomo molto più anziano, che l’aveva violentata per cinque anni. Un operatore social’e del villaggio ordinò invece alla ragazza di ritornare a casa, denunciando la Saadawi alle Autorità locali perché aveva commesso “un’azione di mancanza di rispetto per i valori morali ed i costumi della nostra società” e per aver incitato “le donne a ribellarsi alla Legge divina dell’Islam”.
Una settimana dopo Masouda si lasciò soffocare.
Ci sono molte forme di crudeltà – la stessa Sa’dawi parla altrove di “stupro economico” -, ma l’idea che la fedeltà a ciò che è conosciuto come innocua credenza spirituale prevalga sulle nostre responsabilità verso la salute del corpo e della mente, è una delle idee più pericolose del giorno d’oggi.
“Viviamo tutti sotto una sola religione e una sola cultura”, dice Nawal ai quaranta ascoltatori arrivati alla libreria per ascoltarla, “il Patriarcato Capitalista”.
Poi viene la domanda che ho temuto sin dall’inizio. Chiede una giovane donna: “Non pensa che la sua scrittura incoraggi chi è contro l’Islam, e soffi sul fuoco dell’intolleranza contro gli immigrati?”.
Molti intellettuali di sinistra potrebbero irritarsi per un’accusa implicita come questa, ma non la Sa’dawi che risponde educatamente “Sono contro la parola tradimento. Abbiamo perso la capacità di critica perché abbiamo paura di essere accusati di tradimento.”.
La ragazza insiste, “guardi il modo in cui le donne musulmane sono trattate in Francia, si proibisce loro di indossare il velo.”.
Sa’dawi spiega, “…si può sfidare il colonialismo affidandosi solo al velo? Non sarebbe più importante organizzare i gruppi degli immigrati e contrastare le politiche governative discriminatorie? È chiaro che non si può criticare solo l’Islam, quando ciò avviene siamo di fronte ad un movimento solo politico…”., tutte le religioni o le ideologie, persino l’anti-imperialismo in alcune delle sue sfaccettature, chiedono sacrifici, sino al sangue.
Non è comune che una comunità di appartenenza parli di scrittrici che l’hanno descritta in modo poco lusinghiero: paurosa di tradire un’identità etnica o religiosa, si sente sotto accusa a tal punto da sottoporre la scrittrice alle critiche più vendicative, ritraendola come una traditrice.
Questione di malintesi o di perdita di vista del motivo per cui combattono, la brava gente rimane così involontariamente imbrigliata nelle brutte questioni politiche dell’identità.
In “Camminare nel Fuoco”, appare chiaro che la stessa Sa’dawi è fedele ad un’idea: che il singolo individuo, sia egli uomo o donna, debba prendere coscienza del suo corpo e della sua vita. Una consapevolezza molto più importante di qualsiasi questione etnica, religiosa, di identità di genere e di affiliazione politica, perché l’unica cosa che ci unisce è il fatto di essere.
“Siamo cresciuti in modo distorto, mentalmente e fisicamente; loro non ci hanno solo tagliato i nostri genitali, la società ha circonciso i nostri cervelli con la religione, la scienza e la politica, in questo modo abbiamo perso la nostra abilità ad essere creative, ad avere un’ampia visione di noi stesse e del mondo..
In tutti i miei libri emerge chiaramente che sono una dottoressa, parlo di problemi fisici, ma non solo; parlo anche di economia, religione, storia, antropologia e politica. Sono una psichiatra e parlo di malattia mentale.
Tutti noi riceviamo conoscenze frammentate sul fisico e la mente come entità separate, ed anche questa è un’idea religiosa, la frattura tra il corpo e la mente è una cosa totalmente innaturale. Quando scrivo, io scrivo con entrambi, il corpo e la mente”..
È questa sensibilità del fisico intrecciata alla vulnerabilità della mente che la spinge a criticare apertamente le accuse dei colleghi, le sanzioni del governo e le minacce di morte degli estremisti islamici.
Sempre in “Camminare nel fuoco”, penultimo capitolo “Una rivoluzione abortita”, la scrittrice racconta di come, nell’estate del 1968, dopo che l’Egitto viene sconfitto da Israele nella guerra del 1967, lei decida di far parte di un gruppo di medici volontari inviati nei campi dei profughi palestinesi in Giordania. Una volta lì, si sposta in ambulanza per aiutare i feriti.
Una notte l’ambulanza salva un combattente della guerriglia seriamente ferito. Tre mesi dopo, Nawal Sa’dawi lo vede camminare su una sedia a rotelle.
Aveva perso entrambe le gambe ed un braccio, era solo un tronco”.
Durante la sua ultima notte nel campo, va ad incontrare il combattente, di nome Ghassan, che la aspetta sulla sua sedia a rotelle, fuori la tenda. È moribondo, parla apertamente alla “dottoressa”, le racconta i suoi desideri, viene fuori la sua consapevolezza su come la società tratta i più deboli:
Tutti quei corpi lasciati nelle tende, sono poveri ragazzi come me. Non hanno nulla, solo i loro corpi. Ma in realtà non posseggono neanche quelli, i loro corpi appartengono ai capi, fetore di morte compreso.
Un giorno la dirigenza ha deciso di aprire un fascicolo su me, ero ormai considerato un veterano handicappato grave, una sorta di mendicante o non so cosa, dal momento che ho dovuto raccogliere quello che gli altri buttavano via per nutrirmi. Solo se veniva un’importante personalità a farci visita, ci radunavano tutti insieme in un luogo spazzato e pulito, con le bandiere e gli striscioni. Invece di essere l’orgoglio della nostra Nazione…sono diventato un motivo di vergogna, una macchia sulla nostra reputazione che doveva essere occultata o nascosta
.”.
Ghassan racconta la sua storia rivolgendosi in prima persona all’ascoltatrice “donna”:
la prima parola d’insulto che hai ascoltato nella tua vita è o non é stata “mara”?… I miei nemici hanno fatto a pezzi il mio corpo, ma per me è stato meno doloroso di questo insulto che gli altri mi hanno sputato addosso”.
La parola “mara” in arabo colloquiale significa “donna” ma, a differenza del termine classico “mara’a”, viene utilizzata in senso dispregiativo per definire una donna considerata inutile, un peso per la società.
Nella sua narrativa, Sa’dawi osserva e registra scrupolosamente le ferite fisiche così come le diverse manifestazioni del tormento mentale, assolve poche persone ma ne accusa tante: il Potere e coloro che, per ignoranza e servilismo, si sono resi complici della sofferenza delle fasce più fragili delle loro società.
Nella sua relazione medica su Masouda, scrive che la sua giovane paziente aveva riportato gravi lesioni anali a causa dello stupro ripetuto da parte di un uomo adulto. Aggiunge che “la ragazza non ha trovato alcuna via d’uscita se non la malattia mentale.”.
Chiedo alla scrittrice: come si può perdonare chi, come nel caso di Masouda, si appella alle leggi divine per giustificare la restituzione della vittima al suo aggressore?
Replica,: “la mia rabbia è sempre incanalata nella scrittura creativa, non sono una persona adirata tout court.”. “Sono una donna sorridente,felice; molte persone quando mi incontrano rimangono stupite perché pensavano di trovare una “femminista arrabbiata”! Tutte le mie rabbie si riversano nel mio lavoro, sono pubbliche, ed è un segno esterno importante perché molte donne hanno paura di mostrarle, queste rabbie. Alcune le dirigono verso se stesse, sviluppano depressione e nevrosi.
La rabbia è invece un’emozione molto positiva, anche gli animali si arrabbiano se stanno lottando; alla stesa sana maniera, gli esseri umani si arrabbiano quando vengono picchiati, quando sono esposti all’oppressione o all’ingiustizia.
Il punto è come le donne usano la loro rabbia, contro se stesse? Contro il marito? Vogliono ucciderlo invece che divorziare? Ma perché? Prima divorzio, e poi reclamo la mia vita! Io sono contro l’omicidio, a meno che tu non uccida come il personaggio Firdaus. La donna a Punto Zero, che difende la sua vita.
I miei scritti sono una protesta contro Dio, la religione e la spiritualità, che non libera le donne ma aumenta soltanto la loro oppressione.”.
Nawal Sa’dawi ricorda che quando era una bambina che andava a scuola, nell’Egitto a cavallo tra gli Anni Trenta/Quaranta, le su due migliori amiche erano una bambina ebrea ed una cristiana.
L’insegnante le separò per l’educazione religiosa, e in classe venne detto a ciascuna di studiare sul proprio Libro sacro; lei, inoltre, venne ammonita a non toccare il cibo “sporco” delle altre. Nawal ricorda di essere rimasta sconvolta, incapace di capire il motivo per cui era stata separata dalle sue amiche. Da adulta, racconta adesso, “ho passato dieci anni a studiare i Testi delle principali religioni, i libri che malamente strumentalizzati possono portare gli uni ad odiare gli altri, pieni di contraddizioni basate sull’idea del peccato…”.
“Abbiamo ricevuto una cattiva educazione a scuola e all’università, diventiamo buoni studenti ignoranti del mondo; occorre che ciascuno rimetta in discussione il fardello di istruzione che si porta dentro.”.
Nawal al Sa’dawi ci sprona a fare più collegamenti: tra politica, classe, religione, violenza sessuale e dipendenza economica delle donne; tra leggi che legalizzano lo stupro e guerre neo-coloniali; tra patriarcato, monogamia, nome del padre e mutilazioni genitali femminili.
La sua ultima novella, Zaynab, è dedicata e porta il nome della madre, ne racconta la vita, ma gli editori arabi hanno avuto troppo paura di pubblicarlo: “Abbiamo perso il nostro senso comune”, commenta l’autrice con tristezza.
Zed Books ha recentemente ripubblicato quattro libri di Nawal sl Sa’dawi, “Walking Through Fire”, “A Daughter of Isis”, “Circling Song” e “Searching”.

* Intervista originale pubblicata su “The Arab”, ripresa e inviata da “Women linving under muslim laws”, traduzione per women a cura della redazione

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L’amore ai tempi del petrolio

| LIBROMONDO | Venerdì 13 novembre 2009 | Monica Bianchi La Foresti |

Il petrolio “dono e maledizione” è il protagonista assoluto di questo romanzo. “Dono” perché ricchezza naturale ‘maledizione’ per le conseguenze sul mondo degli uomini che vi ruota intorno.
Le figure che si muovo su questo sfondo si muovono come ombre stremate, abbrutite dalla situazione di oppressione e fatica. Incapaci di ragionare sulla assurdità della propria condizione. Solo una piccola, semplice donna, impiegata di un ufficio archeologico, chiede una vacanza dal suo lavoro, per “soddisfare una sua curiosità” (cosa che verrà poi definita dagli altri un “passatempo” cioè una cosa inutile).
Questa donna parte alla ricerca di eventuali resti archeologici della staua di una antica dea portando uno scalpello nello zaino. Percorre questo scenario cupo e desolato, soffocante, ma riuscirà nell’intento!
La trama è altrettanto oscura e alla fine non si capisce esattamente se questa dona fa ritorno a casa, se viene raggiunta dalle persone che la cercano o se incorre in un altro destino. La gerarchia della struttura del romanzo in questo punto sembra vacillare (marito-poliziottopsicoloco-capo ufficio) ma soprattutto la trama si intreccia con le lettere di altre donne che ugualmente lasciano a casa il foglietto “sono andata in vacanza”. Ecco proprio questo: andare in vacanza, partire da donne sole, per percorrere un viaggio di conoscenza, crescita della propria persona mette in moto le energie di questo romanzo.
Lo sfondo e i presupposti sono quelli della società islamica, ma molto si può riconoscere anche della nostra “libera” società occidentale.
La lettura di questo libro è impegnativa: un percorso aspro in cui sogno e realtà si confondono in un mosaico catastrofico, livido, angosciante.

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Chiamatelo XXX Factor

D La Repubblica delle donne n. 663 | Sabato 19 settembre 2009 | Elisa Pierandrei |

Ahmed Nàgi. Blogger, 29 anni, Egitto. Autore d’avanguardia, usa la Rete per scuotere il panorama letterario conservatore. È uno dei più giovani redattori di Akhbar el Adab, prestigioso settimanale di cultura. Sul suo blog, wasa khaialak (allarga l’immaginazione, shadow.manalaa.net), “sperimento un diverso livello di linguaggio, che mescola arabo colloquiale e classico per avvicinare la gente alla letteratura”. Figlio di un professionista di spicco nel movimento islamico dei Fratelli Musulmani, è riuscito a mettere da parte le differenze ideologiche con il genitore per un nuovo dialogo. “Pensavo di lasciare l’Egitto per New York. Ma ho visto i miei amici là diventare macchine. Lavoro, palestra, bere e sesso nel week-end. Io voglio scrivere”. In uscita a novembre in Italia per il Sirente c’è il suo romanzo Rogers, viaggio giovinezza-vecchiaia con abbandono alla lettura, ascoltando The Wall dei Pink Floyd.

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L’amore ai tempi del petrolio

L’Opinione delle Libertà | Sabato 17 ottobre 2009 | Maria Antonietta Fontana |

Ci sono autori la cui lettura riesce a farci immaginare suoni, colori, situazioni con particolare vivacità. Ci sono autori che riescono perfino a evocare odori (avete presente l’inizio di quel capolavoro del Novecento che è “Profumo”, di Suskind?). Ma ci sono anche autori che riescono a proiettare il lettore così dentro al proprio volume, che si finisce col respirarne tutto.
Per me, questo aspetto è stato assolutamente sconvolgente nel leggere “L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi, edito nella traduzione italiana per i tipi del Sirente lo scorso mese di marzo, ed in vendita al prezzo di 15 euro.
Il romanzo si colloca a vari livelli, ma sono soprattutto la denuncia sociale su vasta scala e – paradossalmente – la poesia violenta e viscerale che la esprime, i due aspetti dominanti.
L’autrice, una celebre psichiatra egiziana, è ben nota per il suo attivismo politico che l’ha portata a candidarsi alle prime libere elezioni presidenziali del proprio Paese. Come scrittrice ha pubblicato svariati romanzi, che costituiscono un ampio affresco della condizione femminile nel mondo arabo.
Questo libro è stato censurato in Egitto e ritirato dalla vendita su ordine dell’autorità religiosa egiziana Al Azhar. Tuttavia, il lettore che si aspettasse un riferimento diretto all’Egitto o un’identificazione precisa con un qualsiasi altro paese arabo, resterebbe deluso. L’ambientazione è vaga, onirica: incubo o sogno, espressioni ambedue di una realtà che sfugge sempre o che, al contrario, è fin troppo presente.
Per tutto il libro traspare comunque il grande attaccamento dell’autrice alle proprie origini – rivelato dalla professione della protagonista, una donna che svolge il lavoro di archeologa.
La trama è semplice ed esile. È la storia di una donna che, appunto, un bel giorno scompare lasciando il marito per cercare di ritrovare le proprie idee, e che, quando torna, in realtà ha una relazione con un altro. Nel periodo della sua scomparsa, mentre la polizia la sta cercando, la protagonista si trova coinvolta in un viaggio ossessivo contrassegnato dal petrolio che invade tutto: le sue particelle si posano sulla pelle, entrano nelle narici, coprono le palpebre, schiantano, schiacciano, annientano… le figure del romanzo non hanno un nome, donne o uomini che siano. Sono degli archetipi, metafore di
un mondo in cui la donna è strumento di lavoro e fonte di piacere, pur restando senza individualità: una macchina senz’anima, senza il diritto a propri sentimenti, senza la possibilità di esprimersi e fare sentire la propria voce.
Cito un passaggio: “Questa donna sanguina. Le donne avevano necessità di sanguinare, altrimenti il mondo sarebbe rimasto così e ogni cosa sarebbe finita nel nulla. Dobbiamo prendere il sangue fresco di questa donna e portarlo al mondo morente”.
Il messaggio che Nawal al-Sa’dawi ci trasmette è proprio questo. La realtà femminile non può prescindere dalla propria condizione di sofferenza, da cui non si è affrancata e, apparentemente, potrebbe non affrancarsi mai. E la risata del maschio è il necessario complemento allo svolgimento di una vita che dovrebbe trovare la propria giustificazione nell’asservimento funzionale anonimo (le particelle di petrolio ci rendono tutti uguali e indistinguibili), una vita in cui schizofrenia è l’etichetta che viene appioppata a chi – come la protagonista – trova infine il coraggio di fare delle scelte diverse e,
perciò stesso, ribelli.

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La fuga di una donna alla ricerca di sé stessa

Mediterranea Online | Lunedì 1 giugno 2009 | Cristina Giudice |

Un paese governato dagli uomini, un’atmosfera densa, nera e soffocante in cui restare invischiati come nel petrolio. Il nuovo romanzo della scrittrice egiziana Nawal el-Sa’dawy.

Visionario, schizofrenico, onirico. Sono alcuni degli aggettivi che si possono usare per descrivere l’ultimo romanzo di Nawal el-Sa’dawy, L’amore ai tempi del petrolio, una narrazione buia, liquida e viscosa proprio come questo liquido, presentata a Roma dalla casa editrice “il Sirente” come secondo titolo della nuova e interessante collana “Altri arabi”.
La scrittrice egiziana affronta in questo libro i temi che da sempre le sono cari, ma qui più che mai assume una prospettiva prettamente psichiatrica che fa emergere la sua figura di medico e di esperta degli intricati meccanismi della mente umana. In questo caso una mente malata, in preda ad una sorta di delirio causato da condizioni di vita sociale e affettiva che costringono la protagonista ad una fuga dalla realtà in un’atmosfera allucinata di costante alternanza fra sogno e veglia, i cui contorni si sfumano e si mescolano tanto da essere indistinguibili.
Forse proprio il background da medico permette alla el-Sa’dawy, come ad altri scrittori egiziani contemporanei, di avere uno sguardo quasi clinico nei confronti della realtà, come ha notato il giornalista Pino Blasone, intervenuto alla presentazione del libro: «Già Mahfuz, con la sua forte critica verso la società, era stato un vero maestro del nuovo realismo egiziano, un filone portato avanti dalle ultime generazioni di scrittori, soprattutto dopo gli eventi dell’11 settembre 2001».
Il realismo della el-Sa’dawy, teorizzato nel libro-intervista Dissidenza e scrittura, trova piena realizzazione nelle pagine di questo romanzo: la condizione della donna e il suo rapporto con l’uomo, la relazione fra cultura e libertà, il desiderio di abbattere le barriere e i tabù imposti dalla società e dalla religione. Tutto questo senza dimenticare le proprie radici: in un contesto in cui tutto è anonimo, dai personaggi ai luoghi, il richiamo all’antica civiltà egiziana e alle sue divinità è l’unico punto fermo, quasi il faro verso cui dirigersi quando si è persa la rotta per ritrovare il proprio passato ed essere così capaci di affrontare il presente.
La protagonista del romanzo è un’archeologa che scappa dalla trappola della vita coniugale per andare alla ricerca delle antiche divinità femminili in una società dominata dagli uomini e dove anche il solo pensare che esistano divinità femminili è considerato un tabù. L’uomo è padrone indiscusso di tutto e depositario del sapere assoluto e la donna vive il rapporto con lui come uno scontro continuo. Come ha notato Laura Pisano, docente di storia del giornalismo all’università di Cagliari, «il marito appare quasi sempre sotto forma di una voce che dà ordini, nascosto dietro le pagine di un giornale, quasi come se la stampa fosse vissuta come vero strumento di potere». Il paradosso però è che colui che ha il potere incontrastato nel paese, il re, è analfabeta, mentre la donna, pur non essendo padrona neppure del proprio destino, è una ricercatrice. «Chiedere cultura da parte della donna – secondo la Pisano – significa infrangere il monopolio del potere e l’idea che la cultura fosse una colpa, una trasgressione e una deviazione, era presente anche in Europa, dove la donna ha avuto accesso all’istruzione di alto livello solo molto tardi».
«Il problema del libero accesso alla cultura e alla libera espressione delle idee in Egitto è ancora presente – ha ricordato Paola Gargiulo, del gruppo parlamentare donne al Senato – forse anche per questo le nuove generazioni, che nel paese costituiscono la maggioranza della popolazione, cercano nuove vie, in particolare quella virtuale. Molti blogger sono però finiti in carcere e anche la ragazza che su Facebook diede inizio al tam tam del movimento del 6 aprile (per la proclamazione dello sciopero generale, finito purtroppo in un fiasco sia nel 2008 che nel 2009, ndr) è finita in carcere. Anche il romanzo a fumetti “Metro”, che conosce un enorme successo virtuale sulla rete, è stato sequestrato dalle librerie.
Un esempio positivo del rapporto fra scrittura e potere – ha continuato la Gargiulo – è invece quello della marocchina Rita el-Khayat che nel 1999 fu la prima donna nel mondo arabo a scrivere una lettera al re del Marocco riguardo la condizione femminile, il documento forse più audace, coraggioso e sconveniente del secolo scorso e che richiamò l’attenzione del sovrano su problemi non prima presi nella giusta considerazione».
Nel suo tentativo di ribellarsi contro questo tipo di società però la protagonista trova un ostacolo anche nelle altre donne e qui sembra che si possa intravedere una sorta di critica, che non sarebbe neppure ingiustificata, nei confronti delle donne arabe, spesso incapaci esse stesse, a volte per pigrizia e altre per paura, di abbattere quelle barriere contro cui la el-Sa’dawy lotta da tempo.
«Per riuscire ad infrangere le barriere – ha detto la Pisano – è necessario il dialogo fra le culture, sia di tipo religioso che artistico, letterario e culturale, contrastando tutto ciò che crea ostacoli e separazioni. In questo senso le religioni, usate in modo politico, sono viste dalla el-Sa’dawy come elemento di separazione nel loro creare odi, divisioni e ingiustizie».
L’autrice stessa, in un convegno a Roma qualche settimana fa, disse: «Bisogna relegare la religione nella sfera privata della vita e non darle spazio in quella pubblica. Per questo ben vengano iniziative come quella del governo francese, che ha proibito qualsiasi esibizione di segni religiosi negli ambienti pubblici. La religione per molti versi è diventata un fatto sociale come in Egitto, dove le ragazze indossano il velo con jeans e magliette strettissimi. La religione non è moralità, ma politica. Studiando le religioni mi sono trovata di fronte a due tipi di morale, una per gli uomini e una per le donne, una per i ricchi e una per i poveri e ho notato che la religione crea solo divisioni. Abbiamo bisogno di vivere in un mondo senza religione, senza che ciò significhi vivere senza morale. Al contrario, saremmo più umani e, quindi, più uniti fra di noi».
Il problema femminile secondo la scrittrice è, oltre che religioso, politico: «Le donne sono sottoposte a forti pressioni in tutto il mondo, sia di tipo sociale, che economico e politico, e sono ovunque vittime dei sistemi: in Afghanistan, dove il regime talebano è stato creato dai Bush, come in America, dove domina il fondamentalismo cristiano, come in Europa, dove sono schiave delle convenzioni sociali».
Non avendo dunque nessuno a cui rivolgersi nel mondo reale, la protagonista del romanzo si rifugia sia nel ricordo della sua infanzia, dove domina la figura della zia devota all’Immacolata, figura presente nella tradizione cristiana come in quella musulmana, sia nel mondo ancestrale e fortemente simbolico delle antiche divinità femminili, dove anche la sfinge, il cui nome in arabo, Abu el-Hol (padre del terrore), è maschile assume identità femminile diventando Um el-Hol (madre del terrore). È così che in un libro in cui nessun personaggio è identificato da un nome, solo le divinità sono definite, esattamente come succedeva in alcuni racconti di epoca faraonica, come ha ricordato Emanuele Ciampini, esperto di egittologia dell’università “Ca’ Foscari” di Venezia. Sekhmet, dea leonessa, principio divino terribile e portatrice di morte, diventa quasi alter ego della protagonista. Proprio come lei, infatti, era fuggita dall’Egitto dando inizio a stragi terribili oltre i confini del paese. Lo stesso dio sole intervenne per arginare la sua ira senza freni e la dea fu riportata in Egitto con l’inganno, da un gruppo di divinità fra cui il “bravo compagno”.
Il rapporto con l’uomo insomma, se pur conflittuale, risulta quasi necessario e complementare alla figura femminile, come sembra sottintendere anche la el-Sa’dawy nelle ultime righe del romanzo:
«Ma quando lo sentì ridere, rise anche lei.
La vita sembrò migliore di quello che era stata in precedenza.
“Fino a quando l’uomo avrà la capacità di ridere, la donna non avrà desiderio di scappare, almeno non questa notte. Continuerà a dormire e domani ci proverà di nuovo”».

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L’amore in Egitto, ai tempi del petrolio

Reset DOC | Martedì 2 giugno 2009 | Francesca Giorgi |

Una donna morigerata, sempre ligia al proprio dovere e rispettosa delle leggi; un’archeologa, specializzata nella ricerca di statue raffiguranti divinità femminili dell’antico Egitto. Che un giorno decide di fuggire, di “prendersi una vacanza” dal marito e dal lavoro, e finisce per sparire, facendo perdere le proprie tracce agli altri e a se stessa. Da qui si dipana L’amore ai tempi del petrolio (il Sirente 2009, Euro 15,00), l’ultima fatica letteraria della scrittrice egiziana Nawal al-Sa’dawi, fra le protagoniste indiscusse del femminismo arabo contemporaneo.

Medico e psichiatra, al-Sa’dawi si batte da molti anni nel suo paese e in tutto il mondo contro la diseguaglianza di genere e contro la pratica delle mutilazioni genitali femminili, di cui da bambina fu vittima lei stessa. Per le sue prese di posizione è stata considerata a lungo una persona controversa e pericolosa dal governo egiziano, incarcerata nel 1981, costretta a rinunciare alla candidatura alle elezioni presidenziali del 2005. Dopo molti romanzi, saggi e raccolte di novelle tradotti in 20 lingue, che le hanno fatto vincere numerosi premi, L’amore ai tempi del petrolio fu pubblicato per la prima volta in Egitto nel 2001 e subito censurato dalla massima istituzione religiosa del paese. In linea con la natura battagliera dell’autrice, il libro è infatti a tutti gli effetti una denuncia contro la società patriarcale, la segregazione femminile, la violenza perpetrata quotidianamente ai danni delle donne, la negazione per loro di ogni diritto umano. E, sebbene l’ambientazione della storia sia vaga, i rimandi al paese natale dell’autrice sono molteplici, tali perlomeno da portare alla censura.
Dopo la fuga, la protagonista del romanzo – che non viene mai chiamata per nome, a impersonare perfettamente l’intero universo femminile – si ritrova improvvisamente in un oscuro “Regno del petrolio” dove si stanno preparando i festeggiamenti per il compleanno del Re. La donna viene perciò sequestrata, consegnata nelle mani di un uomo e costretta a lavorare all’estrazione del liquido, che impregna di sé e invischia tutto il mondo circostante. Nella fabbrica le donne hanno il compito di trasportare i barili sulla testa, senza diritto al ristoro né al salario. La donna si trova così ulteriormente schiavizzata, a dover sostenere il confronto con le altre donne, che spesso ridono delle sue difficoltà nell’adattarsi alla nuova condizione.
Ma la fatica più grande è il rapporto con l’uomo che ha ricevuto il compito di tenerla presso di sé. La protagonista non è mai stata abituata in passato ad adempiere alle mansioni considerate normalmente femminili, come la cucina, né a soddisfare indiscutibilmente le richieste maschili. Il rapporto con l’uomo – anche in questo caso senza nome – rappresenta per lei una ulteriore regressione, che la porta in un certo senso a perdere il senso del suo percorso. Aveva scelto di fuggire per rompere con un matrimonio e una vita sociale infelici, e invece di migliorare la propria situazione si ritrova ancora più degradata. Ma fra i due si crea poco a poco un legame, che la protagonista non sa identificare se non con l’amore, ma che in realtà è semplicemente il riconoscimento della reciproca dignità. E’ questo che l’autrice auspica si crei fra tutti gli uomini e tutte le donne: che si smetta di considerare gli altri esseri umani come delle proprietà, come merce di scambio, o come oggetto di potere. Che finalmente ci si riconosca ognuno nella propria personale identità.
L’amore ai tempi del petrolio è un percorso del tutto onirico all’interno di una vicenda dai contorni sfumati, in cui l’inizio e la fine si confondono quasi a disegnare una circolarità degli eventi. La scrittura ricorda il flusso di coscienza, in cui il tempo perde valore rispetto all’urgenza dell’espressione dei pensieri. Ma il rimando alla realtà, angoscioso e cruento, non permette mai al lettore di sollevare i piedi da terra.

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Incontro con Nawal El Saadawi

| lorellavezza.it | Lorella Vezza |

Molto interessante e coinvolgente la serata di lunedì 18 a Torino al Circolo dei Lettori dove ho avuto il piacere di conoscere personalmente Nawal El Saadawi. Serata nella quale ha partecipato la consigliera regionale del Piemonte Mariacristina Spinosa, la coordinatrice del progetto Aurora Saida Ahmed Ali e la socia fondatrice di Unifem Italia Maria Magnani Noya. Nata a Il Cairo, rappresenta l’Egitto ed è una della tante vittime di un Paese dove non è facile superare pregiudizi e tabù legati al genere femminile. Dopo gli studi universitari, Nawal affianca la carriera di medico, psichiatra, all’ attivismo politico e alla “battaglia femminista”. Le sue battaglie la procureranno la condanna al carcere nel 1981 sotto il regime di Sadat. Numerose sono le accuse, anche recenti, di apostasia da parte di istituzioni islamiche come Al-Azhar, a causa del contenuto provocatorio dei suoi scritti: sessualità, discriminazione della donna araba e la sua subordinazione alla società patriarcale. Psichiatra e scrittrice, attualmente vive negli Stati Uniti dove insegna presso la Duke University, North Carolina. Ha scritto numerosi libri sulla condizione della donna nell’Islam, dedicando particolare attenzione alla pratica delle mutilazioni genitali femminili. Nawal El Saadawi è una femminista (costretta a vivere fuori dall’Egitto), che mostra la sua combattività sin da quando era bambina e che usa le parole e la memoria “per ribellarsi ad una società in cui la nascita di una femmina equivale ad una sventura”. Scrittrice prolifica – in questi giorni ha presentato alla Fiera Internazionale del Libro il suo ultimo scritto “L’amore ai tempi del petrolio” – ha vinto numerosi premi, tra cui, nel 2004, il Premio Nord-Sud conferitole dal Consiglio d’Europa per il coraggio, l’intraprendenza e la fiducia nel futuro dei diritti umani. Da moltissimi anni si batte per il rispetto dei diritti umani e contro ogni forma di violenza sulle donne. Una donna eccezionale semplice e carismatica nello stesso tempo. Gli occhi esprimono la vitalità di una ragazzina sebbene abbia avuto esperienze sicuramente traumatiche Ascoltarla è un piacere parla con calma e determinazione le sue idee sono chiarissime. Spiega che in nessuna parte del mondo le donne sono veramente libere, credono di esserlo, ma anche nei paesi più industrializzati del mondo subiscono delle discriminazioni e sono schiave della società. Fa un’analisi approfondita dei vari tipi di mutilazioni: sia femminili che maschili, ma anche psicologiche. Queste ultime molto più pericolose e diffuse. Ecco perché lei è, per esempio, completamente contraria al trucco che vede come un velo post moderno usato dalle donne in maniera orgogliosa per sottolineare il loro essere, senza capire però, che l’unica arma che hanno davvero è il loro cervello. Non risparmia nessuno con le sue invettive, non le religioni che secondo lei non permettono la nascita di una vera democrazia, non le donne al potere ma nemmeno il suo Paese. Condivido pienamente che l’intelligenza è l’arma più importante che una donna possiede per farsi vale e rispettare. Una donna determinata, intelligente difficilmente può essere ignorata. La cura dell’aspetto e il trucco fanno ormai parte del nostro tempo, l’importante è non esserne schiave e puntare esclusivamente su questo. Nawal El Saadawi: una donna forte, determinata, piena di energia un esempio per tutte noi.

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Torino. Domani apre la XXII Edizione della Fiera del libro

Dazebao | Mercoledì 13 maggio 2009 | Giorgia Mecca |

TORINO – Domani al Lingotto  di  Torino si aprirà la ventiduesima edizione della Fiera Internazionale del Libro, la più importante manifestazione italiana legata alla cultura e all’editoria.  Quest’anno saranno presenti ben 1400 editori. “L’Io e gli altri”, ovvero la nostra individualità e il rapporto con gli altri, è il tema principale di questa attesa edizione.
Non è un caso che la scelta sia ricaduta in un argomento così attuale che si lega particolarmente alla crisi d’identita a cui assistiamo in questi anni, la folle ipertrofia dell’Io che ha cancellato la presenza degli altri. Il nostro Io è malato, disgregato e soprattutto incapace di rapportarsi con gli altri. Gli altri sono sempre piu percepiti come diversi e quindi simbolo del Male.  Abbiamo perso il senso della comunità e siamo incapaci di riconoscerci in un progetto comune. Con questo messaggio la fiera del libro vuole essere un’occasione unica per riconoscere l’altro e per uscire dalla nostra individualità malata. Un Io malato porta necessariamente a una scoietà malata.

Luciano Canfora, il celebre storico dell’antichità che terrà una lectio magistralis sul cesarismo, afferma proprio questo: “la società è diventata una somma di atomi, una massa inerte in adorazione di un leader carismatico”. La Fiera del Libro diventa cos’ un’opportunità per uscire dal guscio, come recita lo slogan, e per ricreare una società basata sull’aggregazione solidale.  
La riflessione di quest’anno non partirà dalla letteratura bensì dalle neuroscienze. I due importanti biologi  Edoardo Bocinelli e Giacomo Rizzolatti spiegherànno come funziona il nostro cervello, la sede deputata dell’identità, poi si parlerà di psicoanalisi e della grandi scuole del ventesimo secolo, da Freud Jung a Lacan.
Accanto all’Io e alla sua crisi la Fiera del libro tratterà anche argomenti di attualità attraverso i numerosi dibattiti che sono previsti in questi giorni: Emma Bonino e il figlio della giornalista russa Anna Politkovskaja parleranno di diritti umani, Fausto Bertinotti e Antonio di Pietro discuteranno sulla crisi della sinistra italiana, Mario Deaglio invece parlerà della crisi mondiale e delle possibili vie d’uscita.

Nonostante la crisi e i tagli alla cultura la Fiera non ha rinunciato a fare le cose in grande per dar lustro a questo appuntamento. L’elenco degli ospiti è lunghissimo, saranno presenti i nomi piu noti della letteratura nazionale e internazionale, David Grossman, Bjorn Larsson, Umberto Eco, Giorgio Faletti, che proprio alla Fiera presenterà il suo  nuovo libro “Io sono Dio”, Magdi Allam, Gianrico Carofiglio e molti altri. Ma i piu attesi sono il premio Nobel turco Orhan Pamuk, che ritorna alla Fiera del Libro dopo un’assenza duranta ben otto anni e Rita Levi Montalcini. Il paese ospite di questa edizione è L’Egitto, uno stato legato da uno straordinario legame con il capoluogo piemontese.
In questi giorni, infatti, sono presenti due mostre sull’Antico Egitto, oltre alle esposizioni permanenti al Museo Egizio e Torino ospiterà 20 scrittori egiziani tra cui Nawal Al Saadawi che ha scritto quest’anno “L’amore ai tempi del Petrolio“.
In questo periodo in cui l’attenzione è rivolta alla crisi di un mondo dove la sfrenata globalizzazione rischia l’implosione su se stessa, la Fiera del Libro preferisce focalizzare “in primis” l’attenzione sulle singole individualità che si celano dentro ogni essere umano. Un punto di  partenza fondamentale per iniziare a comprendere quale futuro ci aspetta, ma soprattutto quali strade intendiamo percorrere, evitando le solitudini sociali.

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Dissidente per principio

il manifesto | Sabato 16 maggio 2009 | Giuliano Battiston |

LA LETTERATURA COME ISTINTO E DISOBBEDIENZA Chi scrive ha una doppia responsabilità, verso di sé e verso gli altri. L’analisi critica e la liberazione della propria creatività, per l’autrice egiziana Nawal Al Saadawi ospite della ventiduesima Fiera del libro di Torino, sono il primo passo verso il riconoscimento dell’altro.

Prima ancora che nel 1944, a soli tredici anni, scrivesse il suo romanzo d’esordio, Memorie di una bambina di nome Soad, pubblicato molti anni dopo, l’egiziana Nawal Al Saadawi era solita indirizzare delle lettere a Dio, chiedendogli che concedesse a suo fratello il doppio dei diritti, rispetto a lei, «soltanto perché lui era maschio». Fu in quegli anni – racconta oggi – che la futura autrice di Firdaus (Giunti, nuova edizione 2007) divenne femminista, e che il suo femminismo si combinò con la riluttanza ad accettare i precetti di un Dio che «mi aveva creato essere umano soltanto a metà», come spiega in uno dei suoi testi autobiografici, Una figlia di Iside (Nutrimenti, 2002).
Proprio combinando il femminismo, inteso come «rifiuto di ogni forma di ingiustizia, in cielo e in terra, nella famiglia o nello Stato», e una disobbedienza precocemente maturata («ero molto disobbediente, lo sono stata fin da quando ero una bambina», racconta in Dissidenza e scrittura, Spirali, 2008), è nato il percorso di una delle intellettuali del mondo arabo più influenti e ascoltate. Ma anche una delle più temute da quanti – governi e autorità religiose di ogni credo – mal sopportano il coraggio di una donna, medico, psichiatra, scrittrice e attivista, che alle denunce contro le mutilazioni genitali continua ad affiancare la critica alla «clitoridectomia piscologica imposta dal sistema patriarcale e classista» perché, sostiene, «amputare l’immaginazione non è meno pericoloso che amputare parti del corpo».
Un sistema che ha sempre cercato di ostacolarla, censurando i suoi libri, chiudendo le riviste da lei fondate, incarcerandola, includendo il suo nome nelle liste di morte dei fondamentalisti, portandola in tribunale con l’accusa di apostasia. Finora i tentativi delle autorità politico-religiose, ciecamente obbedienti alla legge divina o terrestre, non hanno però fatto altro che accrescere l’autorevolezza di questa donna tenace, obbediente soltanto all’istinto della bambina che era un tempo, quando cominciò a disobbedire.
Abbiamo incontrato Nawal Al Saadawi alla Fiera del libro di Torino, dove oggi alle 15 terrà una lezione su Creatività e dissidenza, affiancata da Isabella Camera d’Afflitto.
Nel suo ultimo romanzo tradotto in italiano, L’amore ai tempi del petrolio (il Sirente, 2009), il Re stabilisce che «ogni donna sorpresa in possesso di carta e penna verrà processata». Lei usa carta e penna da quando era bambina, e sin da allora viene “processata”. Qual è stata la sua “colpa” principale? Disobbedire a quanti rivendicano il possesso di una verità esclusiva e inalterabile?
Non mi è mai piaciuto il verbo obbedire, e ciò che esso significa. L’obbedienza infatti rimanda immediatamente ai precetti politici o religiosi: si deve obbedire alle autorità, a chi detiene il potere, al sistema politico nel suo complesso, a Dio. Inoltre, l’obbedienza contraddice inevitabilmente la creatività, perché essere creativi significa innanzitutto disobbedire ed esercitare le armi della critica. Come lei saprà, dal 1993 tengo negli Stati Uniti e non solo dei corsi universitari dedicati a “Dissidenza e creatività”, nei quali cerco di sollecitare i miei studenti a sviluppare una mentalità critica, un atteggiamento sospettoso verso ogni autorità, che sia Dio, il capo di Stato o chiunque altro presuma di possedere una verità inalterabile. L’analisi critica è il primo passo verso la dissidenza e la creatività, che sono due facce della stessa medaglia.
Lei sostiene che la creatività sia legata alla «capacità di disfare ciò che l’educazione formale e informale ci ha fatto a partire dalla fanciullezza». Vuol dire che non ci può essere vera creatività – e dissidenza – se non si supera quella che definisce come «frammentazione della conoscenza»?
Le porto il mio esempio: ho studiato medicina, ma una medicina impermeabile al resto delle discipline, separata dalla filosofia, dalla religione, dalla politica, dall’economia. Così, sono diventata un medico ignorante di ciò che mi accadeva intorno, proprio perché educata secondo i criteri della frammentazione della conoscenza. La creatività, invece, è lo sforzo volto a disfare questa frammentazione e a riconnettere tutti gli ambiti separati. Che ci sia bisogno di farlo lo dimostrano i fatti: molte delle malattie derivano dalla povertà, e la povertà è una questione essenzialmente politica, perché nasce dalle scelte politiche che rendono alcuni poveri e altri ricchi. Per poter essere dei buoni dottori, perciò, occorre “mettere insieme” le discipline in genere distinte; e per poter essere degli scrittori creativi occorre superare la falsa distinzione tra fiction e non fiction, tra narrativa e saggistica o autobiografia.
La cornice tematica della Fiera del Libro di quest’anno è il rapporto “Io, gli altri”. In un saggio del 2001, lei scrive che la creatività «è la capacità di essere se stessi a dispetto di ogni pressione», ma anche «di riuscire a guardare se stessi in relazione agli altri». Intende dire che non si può ottenere libertà personale e fiducia in se stessi senza responsabilità verso gli altri, senza una relazione sé/altri che non sia compromessa dalla tentazione di dominare l’altro?
Infatti, è proprio così. Sono sempre stata convinta che libertà e responsabilità siano legate in modo indissolubile, che l’una non si possa dare senza l’altra. Io, per esempio, scrivo per me stessa, per il piacere che ne ricavo, per il bisogno di affermare la mia libertà e per dare forma alla mia creatività, ma tengo sempre in mente la responsabilità della pubblicazione, tengo in contro gli altri, i miei eventuali interlocutori, coloro ai quali destino idealmente il mio lavoro. Non si tratta di una scrittura chiusa in se stessa, ma di una scrittura che si apre, costitutivamente, agli altri. La creatività abolisce la divisione tra sé e gli altri, e insieme tutte le dicotomie che abbiamo ereditato dal periodo schiavistico e che il sistema patriarcale classista riproduce: divino/umano, diavolo/dio, paradiso/terra, corpo/spirito, uomo/donna, conscio/inconscio, etc. Grazie alla scrittura, queste dicotomie vengono ricomposte nell’individuo, che a sua volta viene ricollocato all’interno della società, nella relazione con gli altri. Da qui nasce la doppia responsabilità di chi scrive: verso sé e verso gli altri.
«Sono diventata una femminista quand’ero bambina, all’età di sette anni», ha raccontato una volta. Ci spiega cosa intende quando sostiene che oggi le donne debbano affrontare «un doppio assalto», quello del «consumismo del libero mercato» da una parte e quello del «fondamentalismo religioso e politico» dall’altra?
Dicendo che sono diventata femminista a otto anni intendo dire che ogni bambino è naturalmente creativo, ed è consapevole delle ingiustizie che patisce. Quando sono oppressi o limitati, i bambini si rivoltano, disobbediscono, oppure, semplicemente, hanno paura. Ecco, per me femminismo significa rifiutare di avere paura, rifiutare ogni forma di ingiustizia, politica, religiosa, di classe, di genere. Per quanto riguarda il “doppio assalto”, basta pensare alle donne irachene, a quelle afghane, alle palestinesi, che oggi combattono due battaglie: contro l’occupazione americana (o israeliana), legata al consumismo degli Stati Uniti e allo sfruttamento del petrolio, e quella contro il fondamentalismo religioso, incoraggiato proprio dagli americani. Il sistema capitalista patriarcale, classista e razzista, non solo si basa sull’ingiustizia, riproducendola, ma ha bisogno di Dio e della religione per legittimarla. Succede in Iraq, ma succede in Egitto, un paese economicamente colonizzato, in Afghanistan e in Palestina. Per questo, contesto chi parla di post-colonialismo: viviamo invece in un periodo di neocolonialismo.
In un saggio del 2002 su Esilio e resistenza scrive: «Da quando sono nata ho sentito di essere in esilio». Per poi aggiungere: «la scrittura mi ha aiutata a combattere l’esilio e la sensazione di essere “aliena”». Crede che la scrittura sia uno strumento con cui possiamo abitare la nostra “casa esistenziale”, anche se siamo lontani da quella “materiale”?
Chi scrive ha una doppia responsabilità, verso di sé e verso gli altri. L’analisi critica e la liberazione della propria creatività, per l’autrice egiziana Nawal Al Saadawi ospite della ventiduesima Fiera del libro di Torino, sono il primo passo verso il riconoscimento dell’altro.
Cos’è la casa? Dov’è che ci sentiamo propriamente a casa? Non certo in una particolare porzione di terra, non, necessariamente, nel luogo in cui siamo nati. Siamo a casa quando siamo nel posto in cui troviamo giustizia, umanità, libertà e amore, e dove troviamo persone che sentono il bisogno di queste cose e che si battono per ottenerle.
Se siamo sul “suolo patrio”, ma siamo minacciati, oppressi, imprigionati perché ci esprimiamo liberamente, siamo forse a casa? Mentre se siamo lontani dal luogo dove siamo nati, ma ci sentiamo in sintonia con le persone intorno a noi, come mi capita con i miei studenti americani, allora possiamo dirci a casa. La creatività ha il potere straordinario di sospendere l’esilio, perfino di abolirlo. Ricordo che quando ero in prigione e riuscivo a scrivere, sentivo di essere altrove. Grazie alla scrittura ero libera. Nonostante fossi tra quattro mura.

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Fiera del libro 2009. Gli appuntamenti da non perdere a Torino

| Marie Claire | Sabato 16 maggio 2009 | Claudia Spadoni |

Un paese ospite (l’Egitto), un tema (Io, gli altri), cinque giorni (14-18 maggio), più di mille case editrici e tanti ospiti internazionali: l’edizione numero ventidue della Fiera del Libro di Torino ha un cartellone ricchissimo. Leggi che ti passa (la crisi)? Chissà. Noi, intanto, vi diamo qualche consiglio.
Le sue lotte per l’emancipazione femminile l’hanno costretta in carcere e in esilio (negli Stati Uniti, dove fa la docente universitaria). In patria Nawal Al Saadawi è stata spesso censurata, in Italia Giunti ha pubblicato il suo famoso Woman at point zero (tradotto come Firdaus), mentre nei titoli de il Sirente trovate il romanzo L’amore ai tempi del petrolio: storie durissime con protagoniste che cercano la libertà. A Torino la scrittrice parlerà di creatività e dissidenza. Dipendenze necessarie?
Sabato 16 maggio, Sala Blu, ore 15:00

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Le donne in un Paese fondamentalista

| Il Tempo | Sabato 16 maggio 2009 | Antonella Melilli |

Inizia con un piglio veloce, non privo di venature d’ironia che traspaiono dalle congetture cervellotiche di uno psicologo a proposito della fuga di un’archeologa, decisa a sfidare la punizione della morte abbandonando casa e marito per andare alla ricerca delle antiche idee. 
«L’amore ai tempi del petrolio», ultima opera della scrittrice e dissidente egiziana Naval al’Sadawi, (Editrice il Sirente, pag.140) nella traduzione dall’arabo di Marika Macco. Una scrittrice già insignita di numerosi premi e nota per la determinazione di un impegno politico e umanitario che l’ha vista nel 2004 candidarsi alle prime libere elezioni del suo paese e che l’ha portata dal 2007 alla Presidenza del Parlamento Europeo. Un impegno che si coglie con forza anche nelle pagine di questo breve romanzo, espressione incisiva e potente dell’arretratezza di un Paese imprecisato, impaniato però nelle tradizioni di un fondamentalismo ancestrale. Dove la condizione femminile, regolata da convinzioni arcaiche e feroci, sembra consustanziarsi nel paesaggio stesso in cui la protagonista approda, popolato di donne schiacciate sotto il peso di barili panciuti di petrolio e condannate a una fatica di buoi ciechi senza voce né diritti.

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Al Piccolo Apollo i diritti delle donne

Corriere della Sera | Giovedì 14 maggio 2009 | Carlotta De Leo |

CRIMINI AMBIENTALI – I tre autori-registi, Esmeralda Calabria, Andra D’Ambrosio e Peppe Ruggiero, saranno presenti giovedì 14 alle 20.30 alla presentazione di Biutiful cauntri, un viaggio tra le 1.200 discariche abusive di rifiuti tossici nascoste sotto la terra di Napoli e dintorni. Il documentario (premiato come miglior documentario uscito in sala ai Nastri d’Argento dello scorso anno) racconta le storie di allevatori che vedono morire le proprie pecore per la diossina e quella di un educatore che lotta contro i crimini ambientali. Sullo sfondo una camorra imprenditrice che usa camion e pale meccaniche al posto delle pistole. Dopo la proiezione, ci sarà spazio anche per parlare dei problemi del Lazio: in programma, infatti, l’incontro con Paolo Mondani, giornalista autore dell’inchiesta sulla discarica di Malagrotta “L’Oro di Roma” andata in onda nella trasmissione Report.

NAWAL AL-SA’DAWI – Venerdì 15 alle 20.30, il cinema di via Conte Verde ospiterà l’incontro con Nawal al-Sa’dawi, scrittrice e psichiatra egiziana, sostenitrice dei diritti delle donne. La al-Sa’dawi, intellettuale laica tra le più influenti del mondo arabo, sarà in diretta video dalla fiera del libro di Torino dove presenterà il suo ultimo romanzo L’amore ai tempi del petrolio che racconta una storia fantastica ambientata in un paese autoritario. Un regno del petrolio dove un’archeologa rompe un tabù, abbandonando il marito e ricomparendo al fianco di un altro uomo. Attraverso i suoi numerosi romanzi, la scrittrice ha lanciato aperte provocazioni alla società patriarcale araba e per questo ha pagato con restrizioni alla sua libertà personale. Non a caso, “L’amore ai tempi del petrolio” è stato tradotto in 20 lingue, ma ha subito la censura in Egitto. All’intervista, seguiranno reading, musica e il dibattito con Renata Pepicelli (università di Bologna).

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Quanto è difficile l’amore ai tempi del petrolio

Minareti | Martedì 12 maggio 2009 | Imane Barmaki |

La scomparsa di persone era un fatto normale” ma non se si trattava di una donna. In un regno del petrolio un’archeologa scompare. La polizia che indaga si chiede se fosse una ribelle o una donna dalla dubbia morale, in un paese in cui nessuna donna può pensare di abbandonare il marito. Nessuno pero’ si fa carico di pensare alle sue sofferenze da donna e al suo essere soffocata dalla persona che le sta accanto da anni.
L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal Al Sa’dawi (edizioni il Sirente, 2009) è una storia piena di intrigi e misteri in cui nella mente della protagonista si confondono e si fondono figure maschili diverse.  Quando lei riappare é con un altro uomo, figura verso la quale prova un senso di attrazione ma allo stesso momento repulsione, un uomo che la opprime usando proprio il petrolio, il liquido nero del quale rimane pregioniera e al quale non riesce a fuggire: «come una trappola che blocca tutte le direzioni, blocca l’uscita della terra, se non quando é smossa a causa del terremoto, di un vulcano in eruzione, o di una bomba durante la guerra.»
É un viaggio nella mente di una donna araba in un paese autoritario in cui la protagonista “Parte alla ricerca del suo orgoglio perduto. Aveva l’orgoglio di un animale che si impunta con le zampe e non vuole piú camminare. Lei non era una donna né per la cucina né per il letto, non conosceva a memoria le canzoni che le donne cantavano quando stanno in bagno. Non capiva nemmeno la passione che poteva suscitare nel cuore del marito l’osservarla mentre cucinava il cavolo ripieno. Inoltre, non sbatteva le ciglia quando il datore di lavoro, o Sua Maestà, la guardavano”.
Un libro denso di metafore e continue allusioni alla rappresentazione della donna sottomessa, asservita, oppressa dall’uomo che ha cercato di negare con gli anni il valore storico della donna. Un libro scioccante in cui la donna, senza diritti né sentimenti, può essere tranquillamente sostituita da una macchina tuttofare, in grado di cucinare, pulire, scrivere…
Sembra rispondere perfettamente al grido di Badriyya Al Bishr, la giornalista saudita che aveva scritto su “Asharq Al Awsat” del  9 ottobre 2005: “…Immagina di essere una donna e di avere bisogno dell’assenso del tuo guardiano per tutto. Non solo, come ritengono i dottori della legge, per sposarti, vergine ovviamente, ma per tutte le questioni che riguardano la tua vita. Non puoi studiare senza il consenso del tuo guardiano, nemmeno se sei arrivata al dottorato. Non puoi avere un impiego, nè mangiare un boccone di pane senza il consenso del tuo guardiano…”
La Al Sa’dawi parla di donne in generale e in particolare di donne arabe. “La contrarietà alle donne è universale e non riguarda solo il mondo arabo. Penso al fronte cristiano, ai cosiddetti ‘valori della famiglia’ con doppio standard; e poi il radicamento dell’idea di verginità obbligatoria, i cosiddetti ‘delitti d’onore’, le mistificazioni culturali, le violenze fisiche e psicologiche…”, come ha detto l’autrice in un’intervista al “Corriere della Sera” nel 2008.
L’amore ai tempi del petrolio” è stato pubblicato per la prima volta al Cairo nel 2001, l’opera, insieme a diversi altri romanzi della Al Sa‘dawi, è stata censurata dalla massima istituzione religiosa egiziana Al Azhar, che dopo pochi mesi dalla pubblicazione ne ha ordinato il ritiro da tutte le librerie egiziane. Ripubblicata poi a Londra nello stesso anno. Al Sa’dawi é vincitrice di numerosi premi letterari. In Italia ha pubblicato “Dio muore sulle rive del Nilo”, “Firdaus. Storia di una donna egiziana” e “Una figlia di Iside”.
L’8 dicembre 2004 si é  presentata come candidata alle elezioni presidenziali in Egitto.