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“L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affrica | Venerdì 23 marzo 2012 | Marisa Fois |

C’è un re, di cui si festeggia il compleanno e la notizia sul giornale, in prima pagina, a caratteri cubitali, accompagnata da una fotografia a grandezza naturale di Sua Maestà, ne offusca un’altra: “Donna partita e mai più tornata”.
Lì, in quel Paese non ben definito, ma che ha caratteristiche ben precise – autoritario, ricco, autoreferenziale – “non era mai successo che una donna fosse uscita e non fosse più tornata. L’uomo, invece, poteva partire e non tornare per sette anni e, solo dopo questo periodo, la moglie aveva il diritto di chiedere la separazione”. La donna scomparsa era un’archeologa e “aveva una passione per la ricerca delle mummie, una sorta di passatempo”, non indossava il velo, amava il suo lavoro, era emancipata. Perché è sparita? Qualcuno l’ha costretta o è stata una libera scelta? È davvero scomparsa?
L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi è una sorta di giallo introspettivo, che racconta la condizione femminile non solo nei Paesi autoritari, ma, in una prospettiva più ampia, in ogni società. Forse proprio questo ha spinto l’autrice – scrittrice e psichiatra, nonché una tra le più note militanti del femminismo internazionale –  a non utilizzare nomi, ma solo categorie (donne e uomini ) in modo che l’immedesimazione potesse risultare più semplice. Donne sottomesse al lavoro, donne che lavorano anche e più degli uomini ma senza uno stipendio, che viene invece pagato all’uomo che sta al loro fianco e con cui condividono il letto e la casa, a cui sono costrette a dire sempre di sì. Donne omologate.Donne dominate socialmente, economicamente e culturalmente. In più, le relazioni sociali sono influenzate anche dal petrolio e dalla sua potenza, che riduce l’intero Paese in schiavitù, dipendente da una forza esterna onnipresente.
Il librouscito in Egitto nel 2001, è stato subito censurato condannato dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tempi del petrolio” è, infatti, una critica diretta a Mubarak, allora saldamente al potere, e al suo governo, fortemente condizionato da ingerenze esterne. Ma è anche una critica a chi tenta di cancellare la storia (emblematico è il caso della trasformazione delle statue che rappresentano divinità femminili in divinità maschili),  alla scarsa collaborazione tra donne e alla loro paura di andare contro quello che ritengono un destino già scritto e immodificabile. La narrazione è come un viaggio onirico: l’archeologa alterna momenti di veglia al sogno, quasi per non essere assorbita da questa monarchia del petrolio.

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L’amore ai tempi del petrolio

Vita | Lunedì 31 gennaio 2011 | Lubna Ammoune |

Viscoso e nero come il petrolio. Sembrerebbe questa la caratteristica peculiare di un amore presentato nel libro di Nawal al-Sa’dawi, scrittrice e psichiatra egiziana, conosciuta a livello internazionale per la sua battaglia in nome dei diritti delle donne e della democratizzazione nel mondo arabo. In questo suo romanzo, L’amore ai tempi del petrolio, l’autrice percorre una storia densa di mistero di una donna di cui non conosciamo il nome. La protagonista è un’archeologa che scompare senza lasciare traccia. Il suo viaggio, reale e allo stesso tempo visionario, si rivela come il percorso della mente e della coscienza di una donna che vive in un regno autoritario in cui tutto ciò che porta il genere femminile a interessi che esulano dalla casa è sintomo di una malattia psicologica. È un mondo in cui luminari della Terra non possono che essere uomini, e dunque è risaputo, anche se taciuto, il fatto che ci siano state falsificazioni storiche inerenti alla trasformazione delle dee in dei, come quando Abu al Haul prese con la forza il trono e ordinò che fossero rimossi i seni da una statua femminile perché venisse aggiunta la barba. La ricercatrice scompare e dall’indomani si legge la notizia sui giornali, perché nessuna donna ha mai osato abbandonare casa e marito, disobbedendo alle regole, tanto che la polizia si chiede se sia una ribelle o una donna dalla dubbia morale. Mentre il commissario interroga il marito della donna scomparsa per far luce sulle ragioni della fuga, l’archeologa ripensa al suo innamoramento. Si chiede se suo marito sia veramente suo marito. Pervasa da questo dubbio arriva a credere che l’avesse sposata forse in sua assenza, mentre il contratto era stato preparato senza di lei, perché la donna non è solita partecipare al proprio matrimonio. L’universo maschile si allarga e compaiono altre figure, tra cui il datore di lavoro della protagonista e l’uomo con cui decide di stare quando riappare e per il quale lascia il marito. Sembrano quasi macchie da cui la donna si sente però inspiegabilmente e istantaneamente attratta, respinta e distaccata. La sua fuga potrebbe portarla a ritrovare il suo orgoglio, le sue aspirazioni e la sua dignità. Questo scatto di autocoscienza e di formidabile introspezione si riflette e si allarga ad altre figure femminili che solo in quel momento capiscono che “non sono meritevoli di un diritto che prendono da mani che non sono loro” e che “hanno permesso a loro stesse delle condizioni che nemmeno gli animali accetterebbero”. Eppure l’archeologa continua a struggersi d’amore e non trova ancora un senso da conferire alla sua vita. Così, nella luce fioca di alcune notti in cui il progetto di scappare appare compiuto v’è qualcosa d’intralcio. Perché “fino a quando l’uomo avrà la capacità di ridere, la donna non avrà desiderio di scappare, almeno non questa notte…”.

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Giovane, urbano e ribelle. Il nuovo romanzo arabo

| Liberazione | Domenica 4 aprile 2010 | Gu.Ga. |

«Lo sai? Io ho un grande sogno. Vivo per quel sogno. (…) Lo sai qual è il mio sogno? Che io, dopo quattro anni, prendo un taxi tutto per me e guido fino al Sud Africa per andare a vedere la Coppa del Mondo. Metto insieme una piastra dopo l’altra per quattro anni e poi parto alla scoperta del continente africano».
Benvenuti al Cairo, la città dei tassisti. Sui “tassinari” della capitale egiziana circolano leggende, perfino il loro numero non è certo, si è sviluppato un vero e proprio genere musicale e è cresciuta una nuova narrazione metropolitana. Sfrecciando, o per meglio dire spostandosi pazientemente da un ingorgo all’altro, i taxi egiziani rappresentano però tutta la vivacità delle nuove società arabe, decisamente in corsa verso il futuro. Un’emergenza culturale che nel nostro paese hanno colto tra gli altri alcuni editori che hanno deciso di consacrare buona parte del proprio lavoro e delle proprie attenzioni a quanto di interessante viene prodotto nella sponda meridionale del Mediterraneo. Come la collana Altriarabi dell’Editrice il Sirente che ha pubblicato nel 2008 Taxi. Le strade del Cairo si raccontano (pp. 192, euro 15,00) di Khaled Al Khamissi, bestseller egiziano consacrato al mito dei tassisti, ma anche L’amore ai tempi del petrolio (pp. 140, euro 15,00) di Nawal al-Sa’-dawi, una delle più note e celebrate scrittrici e femministe egiziane. O come le edizioni Epoché, che vantano un ricco catalogo dedicato in gran parte alla narrativa dell’Africa sub-sahariana ma dove trovano spazio anche diversi titoli provenienti dai paesi arabi. E’ il caso di Che il velo sia da sposa! (pp. 204, euro 15,00) dell’egiziana Ghada Abdel Aal che racconta le peripezie di una giovane donna “a caccia di marito”. O della raccolta postuma del grande poeta palestinese Mahmud Darwish, scomparso due anni fa, Come fiori di mandorlo o più lontano (pp. 148, euro 13,50), uscita da qualche giorno.
Ghada Abdel Aal ha trent’anni, fa la farmacista al Cairo e alla base del suo libro c’è il blog che aveva lanciato qualche anno fa, intitolato “Voglio sposarmi”, dove aveva annotato minuziosamente, e senza risparmiare ironia, il profilo dei suoi pretendenti e la pressione della famiglia perché lei trovasse un marito. Quel suo diario online aveva raccolto un tale successo da spingere una case editrice cairota a chiederle di trasformarlo in un racconto. Che il velo sia da sposa! restituisce ora tutta la freschezza e il gusto per il paradosso che hanno fatto parlare di questa giovane egiziana come della “Bridget Jones del mondo arabo”: « Prendete una penna e un bloc-notes, perché sto per lanciarvi una sfida importante: Elencate cinque aspetti in comume tra zia Shukriyya e al Qaeda. (…) Primo: entrambi – sia che li approviate o che li biasimiate (e, per inciso, se è possibile che qualcuno approvi al Qaeda, zia Shukriyya proprio no, è impensabile!) – compiono azioni che hanno come risultato finale esplosioni, distruzione e di solito anche spargimento di sangue».
Khaled Al Khamissi, classe 1962, è stato a lungo giornalista prima di dedicarsi soprattutto alla letteratura. In Taxi ha raccolto aneddoti e storie ascoltate dai tassiti del Cairo tra il 2005 e il 2006 che compongono una sorta di fotografia dell’Egitto di oggi, visto che, come spiega l’autore, «costoro detengono un’ampia conoscenza della società, perché la vivono concretamente sulla strada». Anche in questo caso il racconto della nuova realtà del mondo arabo passa per l’ironia: «Molto spesso mi capita di andare con tassisti che non conoscono bene i percorsi né i nomi delle strade… tuttavia, questo qui si fregiava dell’onore di non conoscere nessuna strada eccetto, naturalmente, quella di casa sua».

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Sul senso del tradimento

The Arab | Domenica 24 maggio 2009 | Eleanor Kilroy |

Conversazione di Eleanor Kilroy, The Arab, con Nawal al Sa’dawi*

Nawal al Sa’dawi è stata accusata in Egitto di aver tradito il suo Paese, la sua religione e il suo sesso.
Nel libro “Camminare nel Fuoco”, il suo lavoro autobiografico, la scrittrice narra il trauma che colpì il suo primo marito, di ritorno dalla guerra del Canale di Suez nel 1956. Un trauma che, secondo Nawal, ebbe origine nel senso di tradimento vissuto dall’uomo nel suo rapporto con la “santa trinità”: Nazione, Dio, Fede.
“Aveva fede nel governo egiziano, quando questi iniziò ad arruolare gli studenti naïfs ed idealisti come lui, quando diceva loro “Andate sul canale e combattete”… I ragazzi andarono, fecero la guerra, quelli che tornarono furono arrestati ed esiliati. Mio marito ebbe un crollo psicologico, cominciò a prendere droga, divenne un drogato.”.
“Nella sua opera ricorre continuamente la nozione di tradimento”, le ho detto incontrandola, avanzando l’ipotesi che la prima cosa da respingere è innanzitutto l’idea che per “sentirsi traditi” si debba possedere una fede irrazionale. Sa’dawi mi ha corretta: “Talvolta si tratta di inganno.”.
Chi ci legge potrebbe trovare nuove libertà nella vulnerabilità conosciuta di Nawal Sa’dawi; una vulnerabilità presente in tutta la sua scrittura, traversata allo stesso modo da passione e rabbia, ma che può essere facilmente dimenticata quando ci si trova di fronte ad una persona dura, e forte.
Stava lì, in piedi, con le spalle leggermente curvate, la sua pelle color marrone come il limo portato giù dal Nilo, i suoi capelli color bianco neve, folti, lungo tutta la testa…”, così Nawal scrive di se stessa nel capitolo che apre “Camminare nel fuoco”.
Era il 1993, e la scrittrice era scappata dalla sua città natale, Cairo, dopo che il suo nome era comparso sulla lista della morte di un movimento fondamentalista.
Adesso, 16 anni dopo, Nawal sta di fronte a me, ed appare solo un po’ più curva.
L’autrice di molte opere, tra fiction e non, ha accettato un’intervista con il giornale The Arab nella Libreria Housmans (a Londra, ndt), specializzata in “libri e periodici di idee radicali e politica progressista”.
Sulla stampa, la scrittrice egiziana è normalmente definita “la più controversa autrice femminista egiziana”, ma io, invece di percorrere questo tracciato, inizio con il domandarle cosa rende così radicali le sue idee e le sue azioni.
Atea, apostata, pazza, donna che odia gli uomini: gli arabi e tutti coloro che la criticano non usano infatti mezze parole, e utilizzano qualunque insulto a disposizione (anche “donna che va contro il suo proprio sesso”, in un libro omonimo di Georges Tarabishi).
Lei rimane ferma e immobile, come davanti ai suoi personaggi assassini, il dottore, lo psichiatra, lo scrittore…, ben consapevole dei limiti che il corpo e la mente possono sopportare.
Nel capitolo titolato “Quello che è soppresso ritorna sempre” di “Camminare nel fuoco”, Nawal narra come una giovane dottoressa di un villaggio, lei stessa, provò ad impedire che una paziente di 17 anni, Masouda, venisse riaffidata al marito, un uomo molto più anziano, che l’aveva violentata per cinque anni. Un operatore social’e del villaggio ordinò invece alla ragazza di ritornare a casa, denunciando la Saadawi alle Autorità locali perché aveva commesso “un’azione di mancanza di rispetto per i valori morali ed i costumi della nostra società” e per aver incitato “le donne a ribellarsi alla Legge divina dell’Islam”.
Una settimana dopo Masouda si lasciò soffocare.
Ci sono molte forme di crudeltà – la stessa Sa’dawi parla altrove di “stupro economico” -, ma l’idea che la fedeltà a ciò che è conosciuto come innocua credenza spirituale prevalga sulle nostre responsabilità verso la salute del corpo e della mente, è una delle idee più pericolose del giorno d’oggi.
“Viviamo tutti sotto una sola religione e una sola cultura”, dice Nawal ai quaranta ascoltatori arrivati alla libreria per ascoltarla, “il Patriarcato Capitalista”.
Poi viene la domanda che ho temuto sin dall’inizio. Chiede una giovane donna: “Non pensa che la sua scrittura incoraggi chi è contro l’Islam, e soffi sul fuoco dell’intolleranza contro gli immigrati?”.
Molti intellettuali di sinistra potrebbero irritarsi per un’accusa implicita come questa, ma non la Sa’dawi che risponde educatamente “Sono contro la parola tradimento. Abbiamo perso la capacità di critica perché abbiamo paura di essere accusati di tradimento.”.
La ragazza insiste, “guardi il modo in cui le donne musulmane sono trattate in Francia, si proibisce loro di indossare il velo.”.
Sa’dawi spiega, “…si può sfidare il colonialismo affidandosi solo al velo? Non sarebbe più importante organizzare i gruppi degli immigrati e contrastare le politiche governative discriminatorie? È chiaro che non si può criticare solo l’Islam, quando ciò avviene siamo di fronte ad un movimento solo politico…”., tutte le religioni o le ideologie, persino l’anti-imperialismo in alcune delle sue sfaccettature, chiedono sacrifici, sino al sangue.
Non è comune che una comunità di appartenenza parli di scrittrici che l’hanno descritta in modo poco lusinghiero: paurosa di tradire un’identità etnica o religiosa, si sente sotto accusa a tal punto da sottoporre la scrittrice alle critiche più vendicative, ritraendola come una traditrice.
Questione di malintesi o di perdita di vista del motivo per cui combattono, la brava gente rimane così involontariamente imbrigliata nelle brutte questioni politiche dell’identità.
In “Camminare nel Fuoco”, appare chiaro che la stessa Sa’dawi è fedele ad un’idea: che il singolo individuo, sia egli uomo o donna, debba prendere coscienza del suo corpo e della sua vita. Una consapevolezza molto più importante di qualsiasi questione etnica, religiosa, di identità di genere e di affiliazione politica, perché l’unica cosa che ci unisce è il fatto di essere.
“Siamo cresciuti in modo distorto, mentalmente e fisicamente; loro non ci hanno solo tagliato i nostri genitali, la società ha circonciso i nostri cervelli con la religione, la scienza e la politica, in questo modo abbiamo perso la nostra abilità ad essere creative, ad avere un’ampia visione di noi stesse e del mondo..
In tutti i miei libri emerge chiaramente che sono una dottoressa, parlo di problemi fisici, ma non solo; parlo anche di economia, religione, storia, antropologia e politica. Sono una psichiatra e parlo di malattia mentale.
Tutti noi riceviamo conoscenze frammentate sul fisico e la mente come entità separate, ed anche questa è un’idea religiosa, la frattura tra il corpo e la mente è una cosa totalmente innaturale. Quando scrivo, io scrivo con entrambi, il corpo e la mente”..
È questa sensibilità del fisico intrecciata alla vulnerabilità della mente che la spinge a criticare apertamente le accuse dei colleghi, le sanzioni del governo e le minacce di morte degli estremisti islamici.
Sempre in “Camminare nel fuoco”, penultimo capitolo “Una rivoluzione abortita”, la scrittrice racconta di come, nell’estate del 1968, dopo che l’Egitto viene sconfitto da Israele nella guerra del 1967, lei decida di far parte di un gruppo di medici volontari inviati nei campi dei profughi palestinesi in Giordania. Una volta lì, si sposta in ambulanza per aiutare i feriti.
Una notte l’ambulanza salva un combattente della guerriglia seriamente ferito. Tre mesi dopo, Nawal Sa’dawi lo vede camminare su una sedia a rotelle.
Aveva perso entrambe le gambe ed un braccio, era solo un tronco”.
Durante la sua ultima notte nel campo, va ad incontrare il combattente, di nome Ghassan, che la aspetta sulla sua sedia a rotelle, fuori la tenda. È moribondo, parla apertamente alla “dottoressa”, le racconta i suoi desideri, viene fuori la sua consapevolezza su come la società tratta i più deboli:
Tutti quei corpi lasciati nelle tende, sono poveri ragazzi come me. Non hanno nulla, solo i loro corpi. Ma in realtà non posseggono neanche quelli, i loro corpi appartengono ai capi, fetore di morte compreso.
Un giorno la dirigenza ha deciso di aprire un fascicolo su me, ero ormai considerato un veterano handicappato grave, una sorta di mendicante o non so cosa, dal momento che ho dovuto raccogliere quello che gli altri buttavano via per nutrirmi. Solo se veniva un’importante personalità a farci visita, ci radunavano tutti insieme in un luogo spazzato e pulito, con le bandiere e gli striscioni. Invece di essere l’orgoglio della nostra Nazione…sono diventato un motivo di vergogna, una macchia sulla nostra reputazione che doveva essere occultata o nascosta
.”.
Ghassan racconta la sua storia rivolgendosi in prima persona all’ascoltatrice “donna”:
la prima parola d’insulto che hai ascoltato nella tua vita è o non é stata “mara”?… I miei nemici hanno fatto a pezzi il mio corpo, ma per me è stato meno doloroso di questo insulto che gli altri mi hanno sputato addosso”.
La parola “mara” in arabo colloquiale significa “donna” ma, a differenza del termine classico “mara’a”, viene utilizzata in senso dispregiativo per definire una donna considerata inutile, un peso per la società.
Nella sua narrativa, Sa’dawi osserva e registra scrupolosamente le ferite fisiche così come le diverse manifestazioni del tormento mentale, assolve poche persone ma ne accusa tante: il Potere e coloro che, per ignoranza e servilismo, si sono resi complici della sofferenza delle fasce più fragili delle loro società.
Nella sua relazione medica su Masouda, scrive che la sua giovane paziente aveva riportato gravi lesioni anali a causa dello stupro ripetuto da parte di un uomo adulto. Aggiunge che “la ragazza non ha trovato alcuna via d’uscita se non la malattia mentale.”.
Chiedo alla scrittrice: come si può perdonare chi, come nel caso di Masouda, si appella alle leggi divine per giustificare la restituzione della vittima al suo aggressore?
Replica,: “la mia rabbia è sempre incanalata nella scrittura creativa, non sono una persona adirata tout court.”. “Sono una donna sorridente,felice; molte persone quando mi incontrano rimangono stupite perché pensavano di trovare una “femminista arrabbiata”! Tutte le mie rabbie si riversano nel mio lavoro, sono pubbliche, ed è un segno esterno importante perché molte donne hanno paura di mostrarle, queste rabbie. Alcune le dirigono verso se stesse, sviluppano depressione e nevrosi.
La rabbia è invece un’emozione molto positiva, anche gli animali si arrabbiano se stanno lottando; alla stesa sana maniera, gli esseri umani si arrabbiano quando vengono picchiati, quando sono esposti all’oppressione o all’ingiustizia.
Il punto è come le donne usano la loro rabbia, contro se stesse? Contro il marito? Vogliono ucciderlo invece che divorziare? Ma perché? Prima divorzio, e poi reclamo la mia vita! Io sono contro l’omicidio, a meno che tu non uccida come il personaggio Firdaus. La donna a Punto Zero, che difende la sua vita.
I miei scritti sono una protesta contro Dio, la religione e la spiritualità, che non libera le donne ma aumenta soltanto la loro oppressione.”.
Nawal Sa’dawi ricorda che quando era una bambina che andava a scuola, nell’Egitto a cavallo tra gli Anni Trenta/Quaranta, le su due migliori amiche erano una bambina ebrea ed una cristiana.
L’insegnante le separò per l’educazione religiosa, e in classe venne detto a ciascuna di studiare sul proprio Libro sacro; lei, inoltre, venne ammonita a non toccare il cibo “sporco” delle altre. Nawal ricorda di essere rimasta sconvolta, incapace di capire il motivo per cui era stata separata dalle sue amiche. Da adulta, racconta adesso, “ho passato dieci anni a studiare i Testi delle principali religioni, i libri che malamente strumentalizzati possono portare gli uni ad odiare gli altri, pieni di contraddizioni basate sull’idea del peccato…”.
“Abbiamo ricevuto una cattiva educazione a scuola e all’università, diventiamo buoni studenti ignoranti del mondo; occorre che ciascuno rimetta in discussione il fardello di istruzione che si porta dentro.”.
Nawal al Sa’dawi ci sprona a fare più collegamenti: tra politica, classe, religione, violenza sessuale e dipendenza economica delle donne; tra leggi che legalizzano lo stupro e guerre neo-coloniali; tra patriarcato, monogamia, nome del padre e mutilazioni genitali femminili.
La sua ultima novella, Zaynab, è dedicata e porta il nome della madre, ne racconta la vita, ma gli editori arabi hanno avuto troppo paura di pubblicarlo: “Abbiamo perso il nostro senso comune”, commenta l’autrice con tristezza.
Zed Books ha recentemente ripubblicato quattro libri di Nawal sl Sa’dawi, “Walking Through Fire”, “A Daughter of Isis”, “Circling Song” e “Searching”.

* Intervista originale pubblicata su “The Arab”, ripresa e inviata da “Women linving under muslim laws”, traduzione per women a cura della redazione

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L’amore ai tempi del petrolio

| LIBROMONDO | Venerdì 13 novembre 2009 | Monica Bianchi La Foresti |

Il petrolio “dono e maledizione” è il protagonista assoluto di questo romanzo. “Dono” perché ricchezza naturale ‘maledizione’ per le conseguenze sul mondo degli uomini che vi ruota intorno.
Le figure che si muovo su questo sfondo si muovono come ombre stremate, abbrutite dalla situazione di oppressione e fatica. Incapaci di ragionare sulla assurdità della propria condizione. Solo una piccola, semplice donna, impiegata di un ufficio archeologico, chiede una vacanza dal suo lavoro, per “soddisfare una sua curiosità” (cosa che verrà poi definita dagli altri un “passatempo” cioè una cosa inutile).
Questa donna parte alla ricerca di eventuali resti archeologici della staua di una antica dea portando uno scalpello nello zaino. Percorre questo scenario cupo e desolato, soffocante, ma riuscirà nell’intento!
La trama è altrettanto oscura e alla fine non si capisce esattamente se questa dona fa ritorno a casa, se viene raggiunta dalle persone che la cercano o se incorre in un altro destino. La gerarchia della struttura del romanzo in questo punto sembra vacillare (marito-poliziottopsicoloco-capo ufficio) ma soprattutto la trama si intreccia con le lettere di altre donne che ugualmente lasciano a casa il foglietto “sono andata in vacanza”. Ecco proprio questo: andare in vacanza, partire da donne sole, per percorrere un viaggio di conoscenza, crescita della propria persona mette in moto le energie di questo romanzo.
Lo sfondo e i presupposti sono quelli della società islamica, ma molto si può riconoscere anche della nostra “libera” società occidentale.
La lettura di questo libro è impegnativa: un percorso aspro in cui sogno e realtà si confondono in un mosaico catastrofico, livido, angosciante.

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L’amore ai tempi del petrolio

L’Opinione delle Libertà | Sabato 17 ottobre 2009 | Maria Antonietta Fontana |

Ci sono autori la cui lettura riesce a farci immaginare suoni, colori, situazioni con particolare vivacità. Ci sono autori che riescono perfino a evocare odori (avete presente l’inizio di quel capolavoro del Novecento che è “Profumo”, di Suskind?). Ma ci sono anche autori che riescono a proiettare il lettore così dentro al proprio volume, che si finisce col respirarne tutto.
Per me, questo aspetto è stato assolutamente sconvolgente nel leggere “L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi, edito nella traduzione italiana per i tipi del Sirente lo scorso mese di marzo, ed in vendita al prezzo di 15 euro.
Il romanzo si colloca a vari livelli, ma sono soprattutto la denuncia sociale su vasta scala e – paradossalmente – la poesia violenta e viscerale che la esprime, i due aspetti dominanti.
L’autrice, una celebre psichiatra egiziana, è ben nota per il suo attivismo politico che l’ha portata a candidarsi alle prime libere elezioni presidenziali del proprio Paese. Come scrittrice ha pubblicato svariati romanzi, che costituiscono un ampio affresco della condizione femminile nel mondo arabo.
Questo libro è stato censurato in Egitto e ritirato dalla vendita su ordine dell’autorità religiosa egiziana Al Azhar. Tuttavia, il lettore che si aspettasse un riferimento diretto all’Egitto o un’identificazione precisa con un qualsiasi altro paese arabo, resterebbe deluso. L’ambientazione è vaga, onirica: incubo o sogno, espressioni ambedue di una realtà che sfugge sempre o che, al contrario, è fin troppo presente.
Per tutto il libro traspare comunque il grande attaccamento dell’autrice alle proprie origini – rivelato dalla professione della protagonista, una donna che svolge il lavoro di archeologa.
La trama è semplice ed esile. È la storia di una donna che, appunto, un bel giorno scompare lasciando il marito per cercare di ritrovare le proprie idee, e che, quando torna, in realtà ha una relazione con un altro. Nel periodo della sua scomparsa, mentre la polizia la sta cercando, la protagonista si trova coinvolta in un viaggio ossessivo contrassegnato dal petrolio che invade tutto: le sue particelle si posano sulla pelle, entrano nelle narici, coprono le palpebre, schiantano, schiacciano, annientano… le figure del romanzo non hanno un nome, donne o uomini che siano. Sono degli archetipi, metafore di
un mondo in cui la donna è strumento di lavoro e fonte di piacere, pur restando senza individualità: una macchina senz’anima, senza il diritto a propri sentimenti, senza la possibilità di esprimersi e fare sentire la propria voce.
Cito un passaggio: “Questa donna sanguina. Le donne avevano necessità di sanguinare, altrimenti il mondo sarebbe rimasto così e ogni cosa sarebbe finita nel nulla. Dobbiamo prendere il sangue fresco di questa donna e portarlo al mondo morente”.
Il messaggio che Nawal al-Sa’dawi ci trasmette è proprio questo. La realtà femminile non può prescindere dalla propria condizione di sofferenza, da cui non si è affrancata e, apparentemente, potrebbe non affrancarsi mai. E la risata del maschio è il necessario complemento allo svolgimento di una vita che dovrebbe trovare la propria giustificazione nell’asservimento funzionale anonimo (le particelle di petrolio ci rendono tutti uguali e indistinguibili), una vita in cui schizofrenia è l’etichetta che viene appioppata a chi – come la protagonista – trova infine il coraggio di fare delle scelte diverse e,
perciò stesso, ribelli.

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La fuga di una donna alla ricerca di sé stessa

Mediterranea Online | Lunedì 1 giugno 2009 | Cristina Giudice |

Un paese governato dagli uomini, un’atmosfera densa, nera e soffocante in cui restare invischiati come nel petrolio. Il nuovo romanzo della scrittrice egiziana Nawal el-Sa’dawy.

Visionario, schizofrenico, onirico. Sono alcuni degli aggettivi che si possono usare per descrivere l’ultimo romanzo di Nawal el-Sa’dawy, L’amore ai tempi del petrolio, una narrazione buia, liquida e viscosa proprio come questo liquido, presentata a Roma dalla casa editrice “il Sirente” come secondo titolo della nuova e interessante collana “Altri arabi”.
La scrittrice egiziana affronta in questo libro i temi che da sempre le sono cari, ma qui più che mai assume una prospettiva prettamente psichiatrica che fa emergere la sua figura di medico e di esperta degli intricati meccanismi della mente umana. In questo caso una mente malata, in preda ad una sorta di delirio causato da condizioni di vita sociale e affettiva che costringono la protagonista ad una fuga dalla realtà in un’atmosfera allucinata di costante alternanza fra sogno e veglia, i cui contorni si sfumano e si mescolano tanto da essere indistinguibili.
Forse proprio il background da medico permette alla el-Sa’dawy, come ad altri scrittori egiziani contemporanei, di avere uno sguardo quasi clinico nei confronti della realtà, come ha notato il giornalista Pino Blasone, intervenuto alla presentazione del libro: «Già Mahfuz, con la sua forte critica verso la società, era stato un vero maestro del nuovo realismo egiziano, un filone portato avanti dalle ultime generazioni di scrittori, soprattutto dopo gli eventi dell’11 settembre 2001».
Il realismo della el-Sa’dawy, teorizzato nel libro-intervista Dissidenza e scrittura, trova piena realizzazione nelle pagine di questo romanzo: la condizione della donna e il suo rapporto con l’uomo, la relazione fra cultura e libertà, il desiderio di abbattere le barriere e i tabù imposti dalla società e dalla religione. Tutto questo senza dimenticare le proprie radici: in un contesto in cui tutto è anonimo, dai personaggi ai luoghi, il richiamo all’antica civiltà egiziana e alle sue divinità è l’unico punto fermo, quasi il faro verso cui dirigersi quando si è persa la rotta per ritrovare il proprio passato ed essere così capaci di affrontare il presente.
La protagonista del romanzo è un’archeologa che scappa dalla trappola della vita coniugale per andare alla ricerca delle antiche divinità femminili in una società dominata dagli uomini e dove anche il solo pensare che esistano divinità femminili è considerato un tabù. L’uomo è padrone indiscusso di tutto e depositario del sapere assoluto e la donna vive il rapporto con lui come uno scontro continuo. Come ha notato Laura Pisano, docente di storia del giornalismo all’università di Cagliari, «il marito appare quasi sempre sotto forma di una voce che dà ordini, nascosto dietro le pagine di un giornale, quasi come se la stampa fosse vissuta come vero strumento di potere». Il paradosso però è che colui che ha il potere incontrastato nel paese, il re, è analfabeta, mentre la donna, pur non essendo padrona neppure del proprio destino, è una ricercatrice. «Chiedere cultura da parte della donna – secondo la Pisano – significa infrangere il monopolio del potere e l’idea che la cultura fosse una colpa, una trasgressione e una deviazione, era presente anche in Europa, dove la donna ha avuto accesso all’istruzione di alto livello solo molto tardi».
«Il problema del libero accesso alla cultura e alla libera espressione delle idee in Egitto è ancora presente – ha ricordato Paola Gargiulo, del gruppo parlamentare donne al Senato – forse anche per questo le nuove generazioni, che nel paese costituiscono la maggioranza della popolazione, cercano nuove vie, in particolare quella virtuale. Molti blogger sono però finiti in carcere e anche la ragazza che su Facebook diede inizio al tam tam del movimento del 6 aprile (per la proclamazione dello sciopero generale, finito purtroppo in un fiasco sia nel 2008 che nel 2009, ndr) è finita in carcere. Anche il romanzo a fumetti “Metro”, che conosce un enorme successo virtuale sulla rete, è stato sequestrato dalle librerie.
Un esempio positivo del rapporto fra scrittura e potere – ha continuato la Gargiulo – è invece quello della marocchina Rita el-Khayat che nel 1999 fu la prima donna nel mondo arabo a scrivere una lettera al re del Marocco riguardo la condizione femminile, il documento forse più audace, coraggioso e sconveniente del secolo scorso e che richiamò l’attenzione del sovrano su problemi non prima presi nella giusta considerazione».
Nel suo tentativo di ribellarsi contro questo tipo di società però la protagonista trova un ostacolo anche nelle altre donne e qui sembra che si possa intravedere una sorta di critica, che non sarebbe neppure ingiustificata, nei confronti delle donne arabe, spesso incapaci esse stesse, a volte per pigrizia e altre per paura, di abbattere quelle barriere contro cui la el-Sa’dawy lotta da tempo.
«Per riuscire ad infrangere le barriere – ha detto la Pisano – è necessario il dialogo fra le culture, sia di tipo religioso che artistico, letterario e culturale, contrastando tutto ciò che crea ostacoli e separazioni. In questo senso le religioni, usate in modo politico, sono viste dalla el-Sa’dawy come elemento di separazione nel loro creare odi, divisioni e ingiustizie».
L’autrice stessa, in un convegno a Roma qualche settimana fa, disse: «Bisogna relegare la religione nella sfera privata della vita e non darle spazio in quella pubblica. Per questo ben vengano iniziative come quella del governo francese, che ha proibito qualsiasi esibizione di segni religiosi negli ambienti pubblici. La religione per molti versi è diventata un fatto sociale come in Egitto, dove le ragazze indossano il velo con jeans e magliette strettissimi. La religione non è moralità, ma politica. Studiando le religioni mi sono trovata di fronte a due tipi di morale, una per gli uomini e una per le donne, una per i ricchi e una per i poveri e ho notato che la religione crea solo divisioni. Abbiamo bisogno di vivere in un mondo senza religione, senza che ciò significhi vivere senza morale. Al contrario, saremmo più umani e, quindi, più uniti fra di noi».
Il problema femminile secondo la scrittrice è, oltre che religioso, politico: «Le donne sono sottoposte a forti pressioni in tutto il mondo, sia di tipo sociale, che economico e politico, e sono ovunque vittime dei sistemi: in Afghanistan, dove il regime talebano è stato creato dai Bush, come in America, dove domina il fondamentalismo cristiano, come in Europa, dove sono schiave delle convenzioni sociali».
Non avendo dunque nessuno a cui rivolgersi nel mondo reale, la protagonista del romanzo si rifugia sia nel ricordo della sua infanzia, dove domina la figura della zia devota all’Immacolata, figura presente nella tradizione cristiana come in quella musulmana, sia nel mondo ancestrale e fortemente simbolico delle antiche divinità femminili, dove anche la sfinge, il cui nome in arabo, Abu el-Hol (padre del terrore), è maschile assume identità femminile diventando Um el-Hol (madre del terrore). È così che in un libro in cui nessun personaggio è identificato da un nome, solo le divinità sono definite, esattamente come succedeva in alcuni racconti di epoca faraonica, come ha ricordato Emanuele Ciampini, esperto di egittologia dell’università “Ca’ Foscari” di Venezia. Sekhmet, dea leonessa, principio divino terribile e portatrice di morte, diventa quasi alter ego della protagonista. Proprio come lei, infatti, era fuggita dall’Egitto dando inizio a stragi terribili oltre i confini del paese. Lo stesso dio sole intervenne per arginare la sua ira senza freni e la dea fu riportata in Egitto con l’inganno, da un gruppo di divinità fra cui il “bravo compagno”.
Il rapporto con l’uomo insomma, se pur conflittuale, risulta quasi necessario e complementare alla figura femminile, come sembra sottintendere anche la el-Sa’dawy nelle ultime righe del romanzo:
«Ma quando lo sentì ridere, rise anche lei.
La vita sembrò migliore di quello che era stata in precedenza.
“Fino a quando l’uomo avrà la capacità di ridere, la donna non avrà desiderio di scappare, almeno non questa notte. Continuerà a dormire e domani ci proverà di nuovo”».

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L’amore in Egitto, ai tempi del petrolio

Reset DOC | Martedì 2 giugno 2009 | Francesca Giorgi |

Una donna morigerata, sempre ligia al proprio dovere e rispettosa delle leggi; un’archeologa, specializzata nella ricerca di statue raffiguranti divinità femminili dell’antico Egitto. Che un giorno decide di fuggire, di “prendersi una vacanza” dal marito e dal lavoro, e finisce per sparire, facendo perdere le proprie tracce agli altri e a se stessa. Da qui si dipana L’amore ai tempi del petrolio (il Sirente 2009, Euro 15,00), l’ultima fatica letteraria della scrittrice egiziana Nawal al-Sa’dawi, fra le protagoniste indiscusse del femminismo arabo contemporaneo.

Medico e psichiatra, al-Sa’dawi si batte da molti anni nel suo paese e in tutto il mondo contro la diseguaglianza di genere e contro la pratica delle mutilazioni genitali femminili, di cui da bambina fu vittima lei stessa. Per le sue prese di posizione è stata considerata a lungo una persona controversa e pericolosa dal governo egiziano, incarcerata nel 1981, costretta a rinunciare alla candidatura alle elezioni presidenziali del 2005. Dopo molti romanzi, saggi e raccolte di novelle tradotti in 20 lingue, che le hanno fatto vincere numerosi premi, L’amore ai tempi del petrolio fu pubblicato per la prima volta in Egitto nel 2001 e subito censurato dalla massima istituzione religiosa del paese. In linea con la natura battagliera dell’autrice, il libro è infatti a tutti gli effetti una denuncia contro la società patriarcale, la segregazione femminile, la violenza perpetrata quotidianamente ai danni delle donne, la negazione per loro di ogni diritto umano. E, sebbene l’ambientazione della storia sia vaga, i rimandi al paese natale dell’autrice sono molteplici, tali perlomeno da portare alla censura.
Dopo la fuga, la protagonista del romanzo – che non viene mai chiamata per nome, a impersonare perfettamente l’intero universo femminile – si ritrova improvvisamente in un oscuro “Regno del petrolio” dove si stanno preparando i festeggiamenti per il compleanno del Re. La donna viene perciò sequestrata, consegnata nelle mani di un uomo e costretta a lavorare all’estrazione del liquido, che impregna di sé e invischia tutto il mondo circostante. Nella fabbrica le donne hanno il compito di trasportare i barili sulla testa, senza diritto al ristoro né al salario. La donna si trova così ulteriormente schiavizzata, a dover sostenere il confronto con le altre donne, che spesso ridono delle sue difficoltà nell’adattarsi alla nuova condizione.
Ma la fatica più grande è il rapporto con l’uomo che ha ricevuto il compito di tenerla presso di sé. La protagonista non è mai stata abituata in passato ad adempiere alle mansioni considerate normalmente femminili, come la cucina, né a soddisfare indiscutibilmente le richieste maschili. Il rapporto con l’uomo – anche in questo caso senza nome – rappresenta per lei una ulteriore regressione, che la porta in un certo senso a perdere il senso del suo percorso. Aveva scelto di fuggire per rompere con un matrimonio e una vita sociale infelici, e invece di migliorare la propria situazione si ritrova ancora più degradata. Ma fra i due si crea poco a poco un legame, che la protagonista non sa identificare se non con l’amore, ma che in realtà è semplicemente il riconoscimento della reciproca dignità. E’ questo che l’autrice auspica si crei fra tutti gli uomini e tutte le donne: che si smetta di considerare gli altri esseri umani come delle proprietà, come merce di scambio, o come oggetto di potere. Che finalmente ci si riconosca ognuno nella propria personale identità.
L’amore ai tempi del petrolio è un percorso del tutto onirico all’interno di una vicenda dai contorni sfumati, in cui l’inizio e la fine si confondono quasi a disegnare una circolarità degli eventi. La scrittura ricorda il flusso di coscienza, in cui il tempo perde valore rispetto all’urgenza dell’espressione dei pensieri. Ma il rimando alla realtà, angoscioso e cruento, non permette mai al lettore di sollevare i piedi da terra.

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Incontro con Nawal El Saadawi

| lorellavezza.it | Lorella Vezza |

Molto interessante e coinvolgente la serata di lunedì 18 a Torino al Circolo dei Lettori dove ho avuto il piacere di conoscere personalmente Nawal El Saadawi. Serata nella quale ha partecipato la consigliera regionale del Piemonte Mariacristina Spinosa, la coordinatrice del progetto Aurora Saida Ahmed Ali e la socia fondatrice di Unifem Italia Maria Magnani Noya. Nata a Il Cairo, rappresenta l’Egitto ed è una della tante vittime di un Paese dove non è facile superare pregiudizi e tabù legati al genere femminile. Dopo gli studi universitari, Nawal affianca la carriera di medico, psichiatra, all’ attivismo politico e alla “battaglia femminista”. Le sue battaglie la procureranno la condanna al carcere nel 1981 sotto il regime di Sadat. Numerose sono le accuse, anche recenti, di apostasia da parte di istituzioni islamiche come Al-Azhar, a causa del contenuto provocatorio dei suoi scritti: sessualità, discriminazione della donna araba e la sua subordinazione alla società patriarcale. Psichiatra e scrittrice, attualmente vive negli Stati Uniti dove insegna presso la Duke University, North Carolina. Ha scritto numerosi libri sulla condizione della donna nell’Islam, dedicando particolare attenzione alla pratica delle mutilazioni genitali femminili. Nawal El Saadawi è una femminista (costretta a vivere fuori dall’Egitto), che mostra la sua combattività sin da quando era bambina e che usa le parole e la memoria “per ribellarsi ad una società in cui la nascita di una femmina equivale ad una sventura”. Scrittrice prolifica – in questi giorni ha presentato alla Fiera Internazionale del Libro il suo ultimo scritto “L’amore ai tempi del petrolio” – ha vinto numerosi premi, tra cui, nel 2004, il Premio Nord-Sud conferitole dal Consiglio d’Europa per il coraggio, l’intraprendenza e la fiducia nel futuro dei diritti umani. Da moltissimi anni si batte per il rispetto dei diritti umani e contro ogni forma di violenza sulle donne. Una donna eccezionale semplice e carismatica nello stesso tempo. Gli occhi esprimono la vitalità di una ragazzina sebbene abbia avuto esperienze sicuramente traumatiche Ascoltarla è un piacere parla con calma e determinazione le sue idee sono chiarissime. Spiega che in nessuna parte del mondo le donne sono veramente libere, credono di esserlo, ma anche nei paesi più industrializzati del mondo subiscono delle discriminazioni e sono schiave della società. Fa un’analisi approfondita dei vari tipi di mutilazioni: sia femminili che maschili, ma anche psicologiche. Queste ultime molto più pericolose e diffuse. Ecco perché lei è, per esempio, completamente contraria al trucco che vede come un velo post moderno usato dalle donne in maniera orgogliosa per sottolineare il loro essere, senza capire però, che l’unica arma che hanno davvero è il loro cervello. Non risparmia nessuno con le sue invettive, non le religioni che secondo lei non permettono la nascita di una vera democrazia, non le donne al potere ma nemmeno il suo Paese. Condivido pienamente che l’intelligenza è l’arma più importante che una donna possiede per farsi vale e rispettare. Una donna determinata, intelligente difficilmente può essere ignorata. La cura dell’aspetto e il trucco fanno ormai parte del nostro tempo, l’importante è non esserne schiave e puntare esclusivamente su questo. Nawal El Saadawi: una donna forte, determinata, piena di energia un esempio per tutte noi.

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Nawal al-Sa’dawi, “L’amore ai tempi del petrolio”

Nigrizia | Maggio 2009 |

Un romanzo dall’atmosfera surreale, con il petrolio che le donne portano a barili sulla testa invece dell’acqua, con il petrolio che esce dai loro seni invece del latte per i loro piccoli… Una donna, un’archeologa, è scomparsa di casa: nulla di simile si è mai visto in questo paese innominato dove «Sua Maestà» è analfabeta e questo è per lui «segno di distinzione»… Un surrealismo però ben realista nella sua potentew dennuncia della condizione della donna, di cui si fa complice la donna stesse, da parte di una storica e radicale femminista egiziana (la cui presenza è prevista all’imminente Fiera del Libro di Torino, con l’Egitto paese ospite). L’introduzione, non di circostanza, è di Luisa Morgantini. il Sirente, 2009, pp. 140, € 15,00.

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Torino. Domani apre la XXII Edizione della Fiera del libro

Dazebao | Mercoledì 13 maggio 2009 | Giorgia Mecca |

TORINO – Domani al Lingotto  di  Torino si aprirà la ventiduesima edizione della Fiera Internazionale del Libro, la più importante manifestazione italiana legata alla cultura e all’editoria.  Quest’anno saranno presenti ben 1400 editori. “L’Io e gli altri”, ovvero la nostra individualità e il rapporto con gli altri, è il tema principale di questa attesa edizione.
Non è un caso che la scelta sia ricaduta in un argomento così attuale che si lega particolarmente alla crisi d’identita a cui assistiamo in questi anni, la folle ipertrofia dell’Io che ha cancellato la presenza degli altri. Il nostro Io è malato, disgregato e soprattutto incapace di rapportarsi con gli altri. Gli altri sono sempre piu percepiti come diversi e quindi simbolo del Male.  Abbiamo perso il senso della comunità e siamo incapaci di riconoscerci in un progetto comune. Con questo messaggio la fiera del libro vuole essere un’occasione unica per riconoscere l’altro e per uscire dalla nostra individualità malata. Un Io malato porta necessariamente a una scoietà malata.

Luciano Canfora, il celebre storico dell’antichità che terrà una lectio magistralis sul cesarismo, afferma proprio questo: “la società è diventata una somma di atomi, una massa inerte in adorazione di un leader carismatico”. La Fiera del Libro diventa cos’ un’opportunità per uscire dal guscio, come recita lo slogan, e per ricreare una società basata sull’aggregazione solidale.  
La riflessione di quest’anno non partirà dalla letteratura bensì dalle neuroscienze. I due importanti biologi  Edoardo Bocinelli e Giacomo Rizzolatti spiegherànno come funziona il nostro cervello, la sede deputata dell’identità, poi si parlerà di psicoanalisi e della grandi scuole del ventesimo secolo, da Freud Jung a Lacan.
Accanto all’Io e alla sua crisi la Fiera del libro tratterà anche argomenti di attualità attraverso i numerosi dibattiti che sono previsti in questi giorni: Emma Bonino e il figlio della giornalista russa Anna Politkovskaja parleranno di diritti umani, Fausto Bertinotti e Antonio di Pietro discuteranno sulla crisi della sinistra italiana, Mario Deaglio invece parlerà della crisi mondiale e delle possibili vie d’uscita.

Nonostante la crisi e i tagli alla cultura la Fiera non ha rinunciato a fare le cose in grande per dar lustro a questo appuntamento. L’elenco degli ospiti è lunghissimo, saranno presenti i nomi piu noti della letteratura nazionale e internazionale, David Grossman, Bjorn Larsson, Umberto Eco, Giorgio Faletti, che proprio alla Fiera presenterà il suo  nuovo libro “Io sono Dio”, Magdi Allam, Gianrico Carofiglio e molti altri. Ma i piu attesi sono il premio Nobel turco Orhan Pamuk, che ritorna alla Fiera del Libro dopo un’assenza duranta ben otto anni e Rita Levi Montalcini. Il paese ospite di questa edizione è L’Egitto, uno stato legato da uno straordinario legame con il capoluogo piemontese.
In questi giorni, infatti, sono presenti due mostre sull’Antico Egitto, oltre alle esposizioni permanenti al Museo Egizio e Torino ospiterà 20 scrittori egiziani tra cui Nawal Al Saadawi che ha scritto quest’anno “L’amore ai tempi del Petrolio“.
In questo periodo in cui l’attenzione è rivolta alla crisi di un mondo dove la sfrenata globalizzazione rischia l’implosione su se stessa, la Fiera del Libro preferisce focalizzare “in primis” l’attenzione sulle singole individualità che si celano dentro ogni essere umano. Un punto di  partenza fondamentale per iniziare a comprendere quale futuro ci aspetta, ma soprattutto quali strade intendiamo percorrere, evitando le solitudini sociali.

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Dissidente per principio

il manifesto | Sabato 16 maggio 2009 | Giuliano Battiston |

LA LETTERATURA COME ISTINTO E DISOBBEDIENZA Chi scrive ha una doppia responsabilità, verso di sé e verso gli altri. L’analisi critica e la liberazione della propria creatività, per l’autrice egiziana Nawal Al Saadawi ospite della ventiduesima Fiera del libro di Torino, sono il primo passo verso il riconoscimento dell’altro.

Prima ancora che nel 1944, a soli tredici anni, scrivesse il suo romanzo d’esordio, Memorie di una bambina di nome Soad, pubblicato molti anni dopo, l’egiziana Nawal Al Saadawi era solita indirizzare delle lettere a Dio, chiedendogli che concedesse a suo fratello il doppio dei diritti, rispetto a lei, «soltanto perché lui era maschio». Fu in quegli anni – racconta oggi – che la futura autrice di Firdaus (Giunti, nuova edizione 2007) divenne femminista, e che il suo femminismo si combinò con la riluttanza ad accettare i precetti di un Dio che «mi aveva creato essere umano soltanto a metà», come spiega in uno dei suoi testi autobiografici, Una figlia di Iside (Nutrimenti, 2002).
Proprio combinando il femminismo, inteso come «rifiuto di ogni forma di ingiustizia, in cielo e in terra, nella famiglia o nello Stato», e una disobbedienza precocemente maturata («ero molto disobbediente, lo sono stata fin da quando ero una bambina», racconta in Dissidenza e scrittura, Spirali, 2008), è nato il percorso di una delle intellettuali del mondo arabo più influenti e ascoltate. Ma anche una delle più temute da quanti – governi e autorità religiose di ogni credo – mal sopportano il coraggio di una donna, medico, psichiatra, scrittrice e attivista, che alle denunce contro le mutilazioni genitali continua ad affiancare la critica alla «clitoridectomia piscologica imposta dal sistema patriarcale e classista» perché, sostiene, «amputare l’immaginazione non è meno pericoloso che amputare parti del corpo».
Un sistema che ha sempre cercato di ostacolarla, censurando i suoi libri, chiudendo le riviste da lei fondate, incarcerandola, includendo il suo nome nelle liste di morte dei fondamentalisti, portandola in tribunale con l’accusa di apostasia. Finora i tentativi delle autorità politico-religiose, ciecamente obbedienti alla legge divina o terrestre, non hanno però fatto altro che accrescere l’autorevolezza di questa donna tenace, obbediente soltanto all’istinto della bambina che era un tempo, quando cominciò a disobbedire.
Abbiamo incontrato Nawal Al Saadawi alla Fiera del libro di Torino, dove oggi alle 15 terrà una lezione su Creatività e dissidenza, affiancata da Isabella Camera d’Afflitto.
Nel suo ultimo romanzo tradotto in italiano, L’amore ai tempi del petrolio (il Sirente, 2009), il Re stabilisce che «ogni donna sorpresa in possesso di carta e penna verrà processata». Lei usa carta e penna da quando era bambina, e sin da allora viene “processata”. Qual è stata la sua “colpa” principale? Disobbedire a quanti rivendicano il possesso di una verità esclusiva e inalterabile?
Non mi è mai piaciuto il verbo obbedire, e ciò che esso significa. L’obbedienza infatti rimanda immediatamente ai precetti politici o religiosi: si deve obbedire alle autorità, a chi detiene il potere, al sistema politico nel suo complesso, a Dio. Inoltre, l’obbedienza contraddice inevitabilmente la creatività, perché essere creativi significa innanzitutto disobbedire ed esercitare le armi della critica. Come lei saprà, dal 1993 tengo negli Stati Uniti e non solo dei corsi universitari dedicati a “Dissidenza e creatività”, nei quali cerco di sollecitare i miei studenti a sviluppare una mentalità critica, un atteggiamento sospettoso verso ogni autorità, che sia Dio, il capo di Stato o chiunque altro presuma di possedere una verità inalterabile. L’analisi critica è il primo passo verso la dissidenza e la creatività, che sono due facce della stessa medaglia.
Lei sostiene che la creatività sia legata alla «capacità di disfare ciò che l’educazione formale e informale ci ha fatto a partire dalla fanciullezza». Vuol dire che non ci può essere vera creatività – e dissidenza – se non si supera quella che definisce come «frammentazione della conoscenza»?
Le porto il mio esempio: ho studiato medicina, ma una medicina impermeabile al resto delle discipline, separata dalla filosofia, dalla religione, dalla politica, dall’economia. Così, sono diventata un medico ignorante di ciò che mi accadeva intorno, proprio perché educata secondo i criteri della frammentazione della conoscenza. La creatività, invece, è lo sforzo volto a disfare questa frammentazione e a riconnettere tutti gli ambiti separati. Che ci sia bisogno di farlo lo dimostrano i fatti: molte delle malattie derivano dalla povertà, e la povertà è una questione essenzialmente politica, perché nasce dalle scelte politiche che rendono alcuni poveri e altri ricchi. Per poter essere dei buoni dottori, perciò, occorre “mettere insieme” le discipline in genere distinte; e per poter essere degli scrittori creativi occorre superare la falsa distinzione tra fiction e non fiction, tra narrativa e saggistica o autobiografia.
La cornice tematica della Fiera del Libro di quest’anno è il rapporto “Io, gli altri”. In un saggio del 2001, lei scrive che la creatività «è la capacità di essere se stessi a dispetto di ogni pressione», ma anche «di riuscire a guardare se stessi in relazione agli altri». Intende dire che non si può ottenere libertà personale e fiducia in se stessi senza responsabilità verso gli altri, senza una relazione sé/altri che non sia compromessa dalla tentazione di dominare l’altro?
Infatti, è proprio così. Sono sempre stata convinta che libertà e responsabilità siano legate in modo indissolubile, che l’una non si possa dare senza l’altra. Io, per esempio, scrivo per me stessa, per il piacere che ne ricavo, per il bisogno di affermare la mia libertà e per dare forma alla mia creatività, ma tengo sempre in mente la responsabilità della pubblicazione, tengo in contro gli altri, i miei eventuali interlocutori, coloro ai quali destino idealmente il mio lavoro. Non si tratta di una scrittura chiusa in se stessa, ma di una scrittura che si apre, costitutivamente, agli altri. La creatività abolisce la divisione tra sé e gli altri, e insieme tutte le dicotomie che abbiamo ereditato dal periodo schiavistico e che il sistema patriarcale classista riproduce: divino/umano, diavolo/dio, paradiso/terra, corpo/spirito, uomo/donna, conscio/inconscio, etc. Grazie alla scrittura, queste dicotomie vengono ricomposte nell’individuo, che a sua volta viene ricollocato all’interno della società, nella relazione con gli altri. Da qui nasce la doppia responsabilità di chi scrive: verso sé e verso gli altri.
«Sono diventata una femminista quand’ero bambina, all’età di sette anni», ha raccontato una volta. Ci spiega cosa intende quando sostiene che oggi le donne debbano affrontare «un doppio assalto», quello del «consumismo del libero mercato» da una parte e quello del «fondamentalismo religioso e politico» dall’altra?
Dicendo che sono diventata femminista a otto anni intendo dire che ogni bambino è naturalmente creativo, ed è consapevole delle ingiustizie che patisce. Quando sono oppressi o limitati, i bambini si rivoltano, disobbediscono, oppure, semplicemente, hanno paura. Ecco, per me femminismo significa rifiutare di avere paura, rifiutare ogni forma di ingiustizia, politica, religiosa, di classe, di genere. Per quanto riguarda il “doppio assalto”, basta pensare alle donne irachene, a quelle afghane, alle palestinesi, che oggi combattono due battaglie: contro l’occupazione americana (o israeliana), legata al consumismo degli Stati Uniti e allo sfruttamento del petrolio, e quella contro il fondamentalismo religioso, incoraggiato proprio dagli americani. Il sistema capitalista patriarcale, classista e razzista, non solo si basa sull’ingiustizia, riproducendola, ma ha bisogno di Dio e della religione per legittimarla. Succede in Iraq, ma succede in Egitto, un paese economicamente colonizzato, in Afghanistan e in Palestina. Per questo, contesto chi parla di post-colonialismo: viviamo invece in un periodo di neocolonialismo.
In un saggio del 2002 su Esilio e resistenza scrive: «Da quando sono nata ho sentito di essere in esilio». Per poi aggiungere: «la scrittura mi ha aiutata a combattere l’esilio e la sensazione di essere “aliena”». Crede che la scrittura sia uno strumento con cui possiamo abitare la nostra “casa esistenziale”, anche se siamo lontani da quella “materiale”?
Chi scrive ha una doppia responsabilità, verso di sé e verso gli altri. L’analisi critica e la liberazione della propria creatività, per l’autrice egiziana Nawal Al Saadawi ospite della ventiduesima Fiera del libro di Torino, sono il primo passo verso il riconoscimento dell’altro.
Cos’è la casa? Dov’è che ci sentiamo propriamente a casa? Non certo in una particolare porzione di terra, non, necessariamente, nel luogo in cui siamo nati. Siamo a casa quando siamo nel posto in cui troviamo giustizia, umanità, libertà e amore, e dove troviamo persone che sentono il bisogno di queste cose e che si battono per ottenerle.
Se siamo sul “suolo patrio”, ma siamo minacciati, oppressi, imprigionati perché ci esprimiamo liberamente, siamo forse a casa? Mentre se siamo lontani dal luogo dove siamo nati, ma ci sentiamo in sintonia con le persone intorno a noi, come mi capita con i miei studenti americani, allora possiamo dirci a casa. La creatività ha il potere straordinario di sospendere l’esilio, perfino di abolirlo. Ricordo che quando ero in prigione e riuscivo a scrivere, sentivo di essere altrove. Grazie alla scrittura ero libera. Nonostante fossi tra quattro mura.

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Fiera del libro 2009. Gli appuntamenti da non perdere a Torino

| Marie Claire | Sabato 16 maggio 2009 | Claudia Spadoni |

Un paese ospite (l’Egitto), un tema (Io, gli altri), cinque giorni (14-18 maggio), più di mille case editrici e tanti ospiti internazionali: l’edizione numero ventidue della Fiera del Libro di Torino ha un cartellone ricchissimo. Leggi che ti passa (la crisi)? Chissà. Noi, intanto, vi diamo qualche consiglio.
Le sue lotte per l’emancipazione femminile l’hanno costretta in carcere e in esilio (negli Stati Uniti, dove fa la docente universitaria). In patria Nawal Al Saadawi è stata spesso censurata, in Italia Giunti ha pubblicato il suo famoso Woman at point zero (tradotto come Firdaus), mentre nei titoli de il Sirente trovate il romanzo L’amore ai tempi del petrolio: storie durissime con protagoniste che cercano la libertà. A Torino la scrittrice parlerà di creatività e dissidenza. Dipendenze necessarie?
Sabato 16 maggio, Sala Blu, ore 15:00

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Le donne in un Paese fondamentalista

| Il Tempo | Sabato 16 maggio 2009 | Antonella Melilli |

Inizia con un piglio veloce, non privo di venature d’ironia che traspaiono dalle congetture cervellotiche di uno psicologo a proposito della fuga di un’archeologa, decisa a sfidare la punizione della morte abbandonando casa e marito per andare alla ricerca delle antiche idee. 
«L’amore ai tempi del petrolio», ultima opera della scrittrice e dissidente egiziana Naval al’Sadawi, (Editrice il Sirente, pag.140) nella traduzione dall’arabo di Marika Macco. Una scrittrice già insignita di numerosi premi e nota per la determinazione di un impegno politico e umanitario che l’ha vista nel 2004 candidarsi alle prime libere elezioni del suo paese e che l’ha portata dal 2007 alla Presidenza del Parlamento Europeo. Un impegno che si coglie con forza anche nelle pagine di questo breve romanzo, espressione incisiva e potente dell’arretratezza di un Paese imprecisato, impaniato però nelle tradizioni di un fondamentalismo ancestrale. Dove la condizione femminile, regolata da convinzioni arcaiche e feroci, sembra consustanziarsi nel paesaggio stesso in cui la protagonista approda, popolato di donne schiacciate sotto il peso di barili panciuti di petrolio e condannate a una fatica di buoi ciechi senza voce né diritti.

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Un romanzo inedito del Nobel Mahfuz

| La Repubblica | Sabato 9 maggio 2009 | S.N. |

LA LETTERATURA egiziana ospite alla Fiera del Libro di Torino non è solo Naguib Mahfuz, il magnifico Nobel scomparso nel 2006 e di cui comunque a Torino sarà presentato il romanzo inedito Autunno egiziano pubblicato dalla Newton Compton. ‘ Ala Al-Aswani, che intervistiamo qui accanto, ha avuto in Italiae nel mondo un successo speciale, 4 milioni di copie vendute nel mondo. Gamal al-Ghitani, Sunallah Ibrahim, Baha Taher, la generazione degli anni Sessanta, continuano a essere produttivi, e, così come Muhammad al-Busati o Sulayman Fayyad, raccontano la società, tanto quella sofisticata del Cairo quanto quella dell’ entroterra rurale. La narrativa lascia pochi aspetti scoperti, e guarda anche all’ estremismo, come del resto fa lo stesso Al-Aswani. Se Edward al-Kharrat ripercorre la belle époque cosmopolita di un tempo, una pattuglia di donne, come Salwa Bakr, Ahdaf Soueif, Latifa Zayyat, Nawal Saadawi o la più giovane Miral Tahawi, si sono dedicate e si dedicano a personaggi che affrontano con coraggio la condizione femminile. Ci sono anche scrittori considerati minimalisti, Ahmed Alajdi fra tutti, con il suo disagio verso l’ incombenza dei miti americani o come Khaled Al Khamissi, che con Taxi, attraverso la vita quotidiana di un tassista, legge con ironia i malesseri di oggi.

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Al Piccolo Apollo i diritti delle donne

Corriere della Sera | Giovedì 14 maggio 2009 | Carlotta De Leo |

CRIMINI AMBIENTALI – I tre autori-registi, Esmeralda Calabria, Andra D’Ambrosio e Peppe Ruggiero, saranno presenti giovedì 14 alle 20.30 alla presentazione di Biutiful cauntri, un viaggio tra le 1.200 discariche abusive di rifiuti tossici nascoste sotto la terra di Napoli e dintorni. Il documentario (premiato come miglior documentario uscito in sala ai Nastri d’Argento dello scorso anno) racconta le storie di allevatori che vedono morire le proprie pecore per la diossina e quella di un educatore che lotta contro i crimini ambientali. Sullo sfondo una camorra imprenditrice che usa camion e pale meccaniche al posto delle pistole. Dopo la proiezione, ci sarà spazio anche per parlare dei problemi del Lazio: in programma, infatti, l’incontro con Paolo Mondani, giornalista autore dell’inchiesta sulla discarica di Malagrotta “L’Oro di Roma” andata in onda nella trasmissione Report.

NAWAL AL-SA’DAWI – Venerdì 15 alle 20.30, il cinema di via Conte Verde ospiterà l’incontro con Nawal al-Sa’dawi, scrittrice e psichiatra egiziana, sostenitrice dei diritti delle donne. La al-Sa’dawi, intellettuale laica tra le più influenti del mondo arabo, sarà in diretta video dalla fiera del libro di Torino dove presenterà il suo ultimo romanzo L’amore ai tempi del petrolio che racconta una storia fantastica ambientata in un paese autoritario. Un regno del petrolio dove un’archeologa rompe un tabù, abbandonando il marito e ricomparendo al fianco di un altro uomo. Attraverso i suoi numerosi romanzi, la scrittrice ha lanciato aperte provocazioni alla società patriarcale araba e per questo ha pagato con restrizioni alla sua libertà personale. Non a caso, “L’amore ai tempi del petrolio” è stato tradotto in 20 lingue, ma ha subito la censura in Egitto. All’intervista, seguiranno reading, musica e il dibattito con Renata Pepicelli (università di Bologna).

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Quanto è difficile l’amore ai tempi del petrolio

Minareti | Martedì 12 maggio 2009 | Imane Barmaki |

La scomparsa di persone era un fatto normale” ma non se si trattava di una donna. In un regno del petrolio un’archeologa scompare. La polizia che indaga si chiede se fosse una ribelle o una donna dalla dubbia morale, in un paese in cui nessuna donna può pensare di abbandonare il marito. Nessuno pero’ si fa carico di pensare alle sue sofferenze da donna e al suo essere soffocata dalla persona che le sta accanto da anni.
L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal Al Sa’dawi (edizioni il Sirente, 2009) è una storia piena di intrigi e misteri in cui nella mente della protagonista si confondono e si fondono figure maschili diverse.  Quando lei riappare é con un altro uomo, figura verso la quale prova un senso di attrazione ma allo stesso momento repulsione, un uomo che la opprime usando proprio il petrolio, il liquido nero del quale rimane pregioniera e al quale non riesce a fuggire: «come una trappola che blocca tutte le direzioni, blocca l’uscita della terra, se non quando é smossa a causa del terremoto, di un vulcano in eruzione, o di una bomba durante la guerra.»
É un viaggio nella mente di una donna araba in un paese autoritario in cui la protagonista “Parte alla ricerca del suo orgoglio perduto. Aveva l’orgoglio di un animale che si impunta con le zampe e non vuole piú camminare. Lei non era una donna né per la cucina né per il letto, non conosceva a memoria le canzoni che le donne cantavano quando stanno in bagno. Non capiva nemmeno la passione che poteva suscitare nel cuore del marito l’osservarla mentre cucinava il cavolo ripieno. Inoltre, non sbatteva le ciglia quando il datore di lavoro, o Sua Maestà, la guardavano”.
Un libro denso di metafore e continue allusioni alla rappresentazione della donna sottomessa, asservita, oppressa dall’uomo che ha cercato di negare con gli anni il valore storico della donna. Un libro scioccante in cui la donna, senza diritti né sentimenti, può essere tranquillamente sostituita da una macchina tuttofare, in grado di cucinare, pulire, scrivere…
Sembra rispondere perfettamente al grido di Badriyya Al Bishr, la giornalista saudita che aveva scritto su “Asharq Al Awsat” del  9 ottobre 2005: “…Immagina di essere una donna e di avere bisogno dell’assenso del tuo guardiano per tutto. Non solo, come ritengono i dottori della legge, per sposarti, vergine ovviamente, ma per tutte le questioni che riguardano la tua vita. Non puoi studiare senza il consenso del tuo guardiano, nemmeno se sei arrivata al dottorato. Non puoi avere un impiego, nè mangiare un boccone di pane senza il consenso del tuo guardiano…”
La Al Sa’dawi parla di donne in generale e in particolare di donne arabe. “La contrarietà alle donne è universale e non riguarda solo il mondo arabo. Penso al fronte cristiano, ai cosiddetti ‘valori della famiglia’ con doppio standard; e poi il radicamento dell’idea di verginità obbligatoria, i cosiddetti ‘delitti d’onore’, le mistificazioni culturali, le violenze fisiche e psicologiche…”, come ha detto l’autrice in un’intervista al “Corriere della Sera” nel 2008.
L’amore ai tempi del petrolio” è stato pubblicato per la prima volta al Cairo nel 2001, l’opera, insieme a diversi altri romanzi della Al Sa‘dawi, è stata censurata dalla massima istituzione religiosa egiziana Al Azhar, che dopo pochi mesi dalla pubblicazione ne ha ordinato il ritiro da tutte le librerie egiziane. Ripubblicata poi a Londra nello stesso anno. Al Sa’dawi é vincitrice di numerosi premi letterari. In Italia ha pubblicato “Dio muore sulle rive del Nilo”, “Firdaus. Storia di una donna egiziana” e “Una figlia di Iside”.
L’8 dicembre 2004 si é  presentata come candidata alle elezioni presidenziali in Egitto.

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Nawal Al Saadawi a Torino il 18 maggio 2009, Palazzo Badini

TITOLO EVENTO: Incontro con l’intellettuale laica più influente del mondo arabo: Nawal al-Sa’dawi
QUANDO: Lunedì 18 maggio 2009
DOVE: Palazzo Badini / Aula Magna / Facoltà di Lingue e Letterature Straniere / Università degli Studi di Torino / Via Giuseppe Verdi, 10 / 10124 Torino
ORE: 10:00
INGRESSO: Libero
CONTATTI: Simone Benvenuti /   32… / il@sirente.it
MAGGIORI INFORMAZIONI: www.sirente.it

L’università degli studi di Torino in collaborazione con l’editrice il Sirente vi invitano lunedì 18 maggio alle 10,00 all’incontro con intellettuale laica più influente del mondo arabo: Nawal al-Sa’dawi. Verrà presentato il suo ultimo romanzo L’amore ai tempi del petrolio. Seguirà dibattito con Francesca Bellino (Università degli Studi di Torino), Claudia Maria Tresso (Università degli Studi di Torino), Elisabetta Donini (Alma Mater). Ingresso libero.

“Partì alla ricerca del suo orgoglio perduto. Aveva l’orgoglio di un animale che si impunta con le zampe e non vuole più camminare. Lei non era una donna né per la cucina né per il letto, non conosceva a memoria le canzoni che le donne cantano quando stanno in bagno. Non capiva nemmeno la passione che poteva suscitare nel cuore del marito l’osservarla mentre cucinava il cavolo ripieno. Inoltre, non sbatteva le ciglia quando il datore di lavoro, o Sua Maestà, la guardavano”

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“L’amore ai tempi del petrolio” – L’ultimo romanzo dell’intellettuale laica più influente del mondo arabo: Nawal al-Sa’dawi

TGR Mediterraneo | Sabato 2 maggio 2009 | Adelaide Costa |

La scrittrice e psichiatra egiziana Nawal al-Sa’dawi è sempre stata una ribelle. Da sostenitrice dei diritti delle donne, da anni racconta il mondo femminile arabo senza lasciare nulla al caso, parla delle violenze subite, della oppressione, della difficile ricerca di una stabile dimensione democratica.
Ne «L’amore ai tempi del petrolio», edito in Italia da «Il Sirente», Nawal narra una storia fantastica ambientata in un paese autoritario, un regno del petrolio, dove una archeologa, decide improvvisamente di rompere un tabù.
La donna infatti lascia il marito, scappa, fa perdere ogni sua traccia e ricompare solo per annunciare di avere un altro uomo. Una storia d’amore piena di mistero nella quale riappaiono con forza il rapporto conflittuale fra i sessi, la società patriarcale, il ferreo obbligo di rispettare regole che sono sempre a sfavore della donna, la voglia di libertà fisica, sociale e intellettuale.
Nawal al-Sa’dawi ha pubblicato numerosi libri che le hanno provocato forti ripercussioni sulla sua libertà personale. «L’amore ai tempi del petrolio», tradotto in 20 lingue, è stato censurato in Egitto per disposizione delle massime autorità religiose.

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Vischioso come il petrolio è l’amore raccontato da al-Sa’dawi

alibi online | Lunedì 4 maggio 2009 | Saul Stucchi |

Nella nostra società i motivi e le occasioni per la fuga sono pressoché infiniti. In una grandissima parte del resto del mondo, invece, i primi sono forse ancora più numerosi, mentre scarseggiano le seconde. Nelle società arabe più chiuse la fuga è particolarmente ardua e quindi diventa ancora più ambita e sognata. Una minima infrazione alle leggi, alle regole o anche solo alle convenzioni sociali costa molto cara, soprattutto se a commetterla è una donna. Una donna non può assentarsi dal lavoro, figurarsi lasciare la casa o abbandonare il marito, che per contro può invece piantarla in asso come e quando vuole pur continuando a rimanere legalmente sposato con lei per i successivi sette anni.
Questa situazione di evidente e soffocante disparità genera inevitabilmente pressioni fortissime sulle donne che ne vengono schiacciate e spesso stritolate. Una di loro è la protagonista de l’Amore ai tempi del petrolio, della scrittrice egiziana Nawal al-Sa’dawi. A prima vista si tratta di una donna “normale”, puntuale col pagamento delle tasse e senza macchie sulla fedina penale, che un giorno decide di assentarsi. Beh, forse normale del tutto non era, almeno agli occhi dei conoscenti: già la professione che aveva scelto, l’archeologia, avrebbe dovuto mettere in guardia da tempo gli uomini che avevano autorità su di lei, a cominciare dal marito. Che idea balzana quella di scavare nella terra alla ricerca di divinità femminili! E ora la ricercatrice, “armata” di scalpello (un analista suggerirebbe forse una lettura simbolica della scelta di questo strumento di lavoro), è sparita senza aver dato preventiva comunicazione e averne avuto l’indispensabile, ma solo eventuale, permesso. Sicuramente è coinvolta in qualcosa di losco. Una donna morigerata e con la testa sulle spalle non sparisce in questo modo: non sparisce proprio.
Dai titoli dei giornali dedicati all’incresciosa vicenda si dipana la storia di questa fuga che appare come una lunga sequenza onirica, un incubo che lascia intravedere (ma a chi non è lento di comprensione il racconto appare come una denuncia in piena regola) la condizione di inferiorità sociale, professionale, culturale, ma ancor prima “umana” a cui è condannata la donna in una società non apertamente nominata ma che può essere identificata in una qualunque di quelle sottoposte ai regimi illiberali del Medio Oriente, a cominciare dal “democratico” Egitto.
Su tutti domina Sua Maestà che non sa leggere né scrivere, ma non importa, del resto: non erano forse analfabeti gli stessi profeti, tutti uomini?! Con il suo paternalismo autoritario governa e regge una società di servi che a loro volta spadroneggiano sulle “loro” donne. Ma ancora più importante di Sua Maestà è il petrolio che si spande e s’infiltra dappertutto, tutto coprendo e tutto corrompendo. Le donne sono costrette a trasportarlo in pesanti barili in bilico sulla testa e questa fatica già dimostra – lo dice la protagonista – quanto gli asini siano più intelligenti delle donne perché trasportano i pesi sulla schiena e non sulla testa, mentre gli uomini si rifiutano di piegarsi a questa mansione. “Per la donna invece, era vacanza solo il giorno del suo funerale. La semplice differenza stava in una sola lettera sulla macchina da scrivere, che convertiva la gioia in funerale”.
Proprio come il petrolio, è vischioso il rapporto della donna con il marito da cui fugge, per incontrare un altro enigmatico uomo. Ma uno scambio di battute tra la protagonista e quest’ultimo è illuminante sul buio della situazione:
“Sì, sono un essere umano come te, con dei diritti.”
“Che cosa?”
“I diritti della donna, non li conosci?”
“Non ne abbiamo mai sentito parlare, noi abbiamo solo la legge dei diritti dell’uomo, nient’altro.”
Soltanto una risata può tenere viva la speranza di un cambiamento.

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L’amore ai tempi del petrolio

Meltin’Pot | Lunedì 4 maggio 2009 | Luigia Bersani |

ROMA – Viene presentato dalla casa editrice “il Sirente” il nuovo romanzo di Nawal al-Sa’dawi, scrittrice e psichiatra egiziana, vincitrice di numerosi premi letterari, che da tempo dedica la sua attenzione ai diritti delle donne ed alla democratizzazione nel mondo arabo. “L’amore ai tempi del petrolio”, titolo del romanzo, narra, con uno stile chiaramente onirico e introspettivo, le vicende di una donna senza nome, in un luogo, appartenente al non meglio identificato mondo arabo, senza tempo e senza denominazione geografica. L’intento della scrittrice è indubbiamente quello di descrivere con orrore e con speranza la condizione femminile appartenente alla sua cultura natia, che ha continuato nel corso della sua storia ad affliggerla quando ha subito insieme al marito un processo intentato da fondamentalisti religiosi per il loro matrimonio e le loro idee, quando a causa del suo impegno sociale e delle sue denunce fu costretta a lasciare il suo paese. Ci si muove nel romanzo, attraverso le vicende della protagonista, in un cammino inconscio che richiama alcuni archetipi culturali la cui scoperta diventa parte integrante e imprescindibile della sfida femminista che l’autrice intraprende. Un elemento emblematico di tale percorso si trova nella ricerca della protagonista della storia di prove che sostengano la sua tesi scientifica della falsificazione delle immagini delle divinità, mediante la trasformazione delle dee in dei, artifizio che sarebbe stato utilizzato per negare l’esistenza, anche nelle più antiche tradizioni, di un ruolo divino delle donne, negando, però, allo stesso tempo, anche il riconoscimento della cultura teologica da cui lo stesso popolo proviene. Negando, dunque, mettendo a tacere una memoria archetipica ancestrale, quindi anche il concetto di cultura in genere. L’autrice narra di un paese in cui le donne sono punite se sorprese con un libro o con una penna in mano, un paese in cui l’autorità suprema, Sua Maestà, intorno alla quale ruota tutto quel cosmo privo di nome nel quale si svolgono i fatti, è completamente analfabeta in segno di emulazione dei profeti, analfabeti anch’essi. L’autrice narra di una realtà in cui regna l’appiattimento intellettuale, in cui una donna curiosa, un’archeologa, una paladina della libertà e della verità, come è descritta la protagonista, viene accusata dalle altre donne di essere schizofrenica, di soffrire di un grave distacco dalla realtà, di essere una folle in quanto rifiuta e non capisce la condizione di schiavismo e reificazione in cui lei e le altre vengono ridotte. Il petrolio, quale oscura entità del sottosuolo, sembra avere la meglio sui corpi e sulle menti di quelle donne costrette a trasportarlo in pesanti secchi posati sulle loro teste. Il petrolio sembra costituire il filo conduttore di un incubo comune, mentre l’archeologa, stremata nel fisico e nella dignità, continua a scavare con il suo scalpello, nello stesso terreno da cui sgorga il petrolio, nella disperata ricerca delle sue dee, quasi rappresentassero il suo riscatto, la sua libertà, la verità. E’ questo un romanzo che, descrivendo situazioni probabilmente irreali o comunque esasperate proprio dai toni visionari con cui vengono delineate, è volto a denunciare la realtà che spesso si trova a vivere la donna in alcune civiltà autoritarie, del mondo arabo in questo caso ma comuni a molte altre civiltà passate e presenti appartenenti anche a culture diverse da quella araba, realtà spesso umilianti, non solo per la netta ed iniqua disparità di diritti che vengono garantiti agli uomini e alle donne, ma soprattutto per l’accettazione inerte da parte delle donne di tale situazione. In lingua araba le parole “sottomissione” e “ubbidienza” si usano anche per indicare la casa coniugale, o casa del marito, nell’espressione “casa dell’ubbidienza”, beit al-taa’at, per il diritto islamico. Nawal al-Sa’dawi, nel ripercorrere vissuti tratti dalle sue origini egiziane, infatti numerosi richiami a profonde rimembranze infantili della protagonista confermano una sorta di identificazione di questa con l’autrice del romanzo, descrive con terrore non tanto la vita coniugale cui sono destinate le donne, che come in ogni relazione umana può essere felice o infelice, quanto la negazione per le donne del diritto di scegliere di potersi autodeterminare come donne e non solo come cuoche, serve o mezzi di procreazione. Ciò che emerge dal romanzo, oltre all’enorme difficoltà che il mondo femminile spesso incontra nello Scegliere, verbo banale ma che comprende in sé la base dei più comunemente accettati diritti umani, è la manifesta non necessità di farlo che infetta le menti delle donne descritte nella narrazione che, assoggettate da una cultura secolare schiacciante, emblematicamente guardano con disgusto e compassione la protagonista mentre pronuncia con ingenuità le parole “Io ho altri scopi”.

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Egitto, scoppia la guerra del velo. Toglietelo o sarete licenziate

| La Repubblica | Mercoledì 8 aprile 2009 | Francesca Caferri |

Le infermiere egiziane dovranno lavorare a viso scoperto. Oppure saranno licenziate. Il ministero della Salute egiziano mette la parola “fine” a un dibattito che va avanti da mesi, presentando in Parlamento una legge che vieta alle addette all’ assistenza dei pazienti di presentarsi a lavoro con il niqab, il velo integrale che lascia scoperti solo gli occhi ed è accompagnato da guanti neri sulle mani. «Chi non toglie il niqab dovrà andarea casa», ha detto il ministro della Salute Hatam al Jabaly presentando la circolare che detta le nuove regole per le divise delle infermiere: potranno indossare una ampia camicia con un cappuccio legato al collo, che terrà coperti i capelli ma non il viso. In Parlamento due giorni fa al provvedimento si sono opposti i deputati che si riconoscono nei Fratelli musulmani. «È un diritto delle donne coprirsi il viso- ci spiega un loro portavoce – lo Stato non può minacciare quasi diecimila donne di licenziamento perché esercitano un loro diritto. E non ci sono prove scientifiche che dimostrino che un’ infermiera a viso coperto ha un rapporto diverso con i pazienti rispetto a una che lavora a viso scoperto». Il “no” del movimento si inserisce in un braccio di ferro che va avanti da tempo: nei giorni scorsi gruppi vicini alla Fratellanza hanno organizzato una manifestazione di protesta contro il governo e diversi studenti che vi partecipavano sono stati arrestati. Stessa sorte è toccata a un blogger accusato di diffondere posizioni islamiste. La questione del niqab agita la vita politica egiziana da mesi.A novembre il ministero della Salute ha promosso un’ indagine per capire quante, fra le operatrici sanitarie, lavorassero a viso coperto. I risultati sono stati giudicati allarmanti: la percentuale nazionale era del 10% – quelle che ora rischiano il licenziamento – ma in alcuni ospedali si arrivava al 35%, con picchi del 50%. E il 90% dei pazienti intervistati diceva di non essere d’ accordo con la pratica. Alla diffusione dei risultati seguì immediato l’ inizio delle polemiche: i Fratelli musulmani misero in guardia il governo da ogni tentativo di limitare l’ uso del niqab. Il ministero rispose che il velo integrale mette a rischio il rapporto di fiducia che deve esistere fra malato e personale sanitario. Ora, con la diffusione del nuovo regolamento sulle divise, si è arrivati alla contrapposizione finale. La battaglia è sintomatica delle forti tensioni che spaccano la società egiziana, dove l’ avanzata delle ideologie più conservatrici pare inarrestabile. «Nei miei anni in ospedale in Egitto non ho mai visto infermiere a viso coperto», commenta Nawal el Saadawi, medico, scrittrice e intellettuale costretta all’ esilio per le sue posizioni critiche verso il presidente Mubarak. «È un segno chiaro di quanto forti stiano diventando gli islamisti. Ma nessun paese dovrebbe lasciare che le infermiere si coprano il viso».

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La scrittrice che fa paura all’Islam

| La Repubblica | Lunedì 18 giugno 2001 | Gianluigi Melega |

Oggi al Cairo comincia il processo a carico della Saadawi, psichiatra, romanziera e saggista perseguitata perché ritenuta “apostata”.

IL CAIRO – Questa è la prima parte di una storia che si concluderà oggi, quando la protagonista sarà processata da un tribunale del Cairo e, se ritenuta colpevole, sarà condannata al divorzio forzato ed eventualmente a tre anni di carcere. Nawal Saadawi è una delle più famose scrittrici egiziane. Ha 70 anni. Laureata in medicina e psichiatria, ha scritto oltre venti tra saggi e romanzi, è già stata in prigione per ragioni politiche.
Ha un carattere indomabile e un marito di 78 anni, anche lui medico e scrittore, di cui dice con ironia: «Potrei divorziare da lui per mille ragioni personali: ma se i fondamentalisti islamici riescono a farmi condannare al divorzio forzato staremo insieme per sempre» .
L’appartamento in cui vivono al Cairo è al ventiseiesimo piano di un palazzone di periferia. Dalla veranda aperta entra un vento fresco, si vede il poderoso Nilo che si bipartisce, dando origine a un primo, grande ramo del suo delta. Nawal Saadawi ha una testa leonina, i capelli come una gonfia criniera bianca continuamente scossa, la foga delle parole travolgente. Profuga politica ha insegnato nelle università americane dal ‘92 al ‘97, parla benissimo inglese.
«Sono nata in campagna, nel 1932. Dopo la laurea, ho diretto una rivista di medicina e sono stata nominata direttore del ministero della Sanità con delega all’assistenza per le donne. Dopo la pubblicazione di un mio testo medico, “La donna e il sesso”, sono stata licenziata. Allora ho insegnato all’Università del Cairo, con ricerche specializzate sulle nevrosi femminili. Nell’89 l’Onu mi ha affidato la direzione dei programmi per le donne in Africa e Medio Oriente» .
Siamo ad ascoltarla in una decina. Una delegazione di femministe tunisine, un’avvocatessa catalana e una belga, una rappresentante della presidenza svedese dell’Unione europea e, per il Parlamento di Strasburgo, un’altra indomabile, Emma Bonino, che dopo la delusione elettorale italiana, s’è gettata nella difesa di casi di donne oppresse, imprigionate o minacciate di morte per il coraggio di difendere i loro diritti, in ogni parte del mondo. Per Nawal Saadawi il Parlamento europeo, su iniziativa della Bonino, ha approvato una mozione di sostegno. E ora lei è qui per il processo.
Il marito della protagonista, schivo e gentile ma non remissivo, dice: «Sono iscritto al partito del Fronte, quello che in Parlamento è più a sinistra, e sono indignato per il fatto che pochissimi parlamentari anche del mio partito hanno parlato in favore di Nawal: vedo in giro troppa paura» .
«Nell’81 venni arrestata e gettata in prigione senza processo da Anwar Sadat, in una retata di 1.600 intellettuali che criticavano il governo», continua la Saadawi. Un mese dopo Sadat fu assassinato e Mubarak, che gli era successo come presidente, liberò tutti: «Ci ricevette a palazzo e disse, “andate a casa e dimenticate il passato”; io chiesi la parola e dissi “grazie per la libertà, ma non vogliamo dimenticare: perché non vogliamo che accada ancora”». Mubarak non gradì troppo il mio intervento» .
In Egitto, se si è scrittori oggi si può finire su due liste nere. Una, ufficiosa del governo: direttori di giornali, radio e tv, sanno che certe persone non devono essere ospitate sui mezzi che controllano. Una, orale, che i fondamentalisti islamici fanno circolare nei mercati, nelle scuole, nelle campagne. I muezzin urlano il nome dell'”eretico” per l’Islam dagli altoparlanti delle moschee e annunciano condanna e pena con un solo verbo: «Ammazzatelo!».
«Io ho sentito con le mie orecchie la sentenza contro di me gridata dal minareto: “Ammazzatela!”», racconta Saadawi. Fu allora, nel ‘92, dopo dieci anni difficili, in cui però conobbe il successo delle traduzioni dei suoi libri (in italiano sono stati pubblicati “Firdaus”, “Dio muore sul Nilo” e “L’amore ai tempi del petrolio“), che Saadawi e suo marito decisero per l’esilio, andando a insegnare in America.
Sono tornati quattro anni fa. Ma adesso lei è, paradossalmente, vittima del suo maggiore alleato: la globalizzazione della tv. Finché era lontana non dava fastidio. In Egitto i giornali hanno tre tabù, argomenti di cui non si può parlar male: il presidente Mubarak, le Forze armate, e l’Arabia Saudita. E i fondamentalisti, i cui Fratelli musulmani sono fuorilegge come partito, hanno come campo di battaglia l’egemonia culturale: purché non allunghino il tiro alla politica, il governo li lascia fare. Ora, molte tv arabe hanno intervistato la Saadawi. E le parabole sui tetti del Cairo hanno rilanciato tra gli egiziani le sue critiche al governo e ai fondamentalisti. Questa strana forma di libertà di parola tecnologica s’è ritorta contro di lei.
Un avvocato fondamentalista, Nabib Wahsh, specialista in casi clamorosi (aveva denunciato la regina Elisabetta per la morte della principessa Diana), ha denunciato «per apostasia» la Saadawi, chiamandola per iscritto «brutta vecchiaccia» e sostenendo che quanto dice e scrive è una continua trasgressione della legge islamica. Un apostata, per la legge islamica, è un essere morto, quindi non può essere sposato con un credente musulmano. Quindi, sostiene l’avvocato Wahsh, Nawal Saadawi e suo marito devono divorziare e vivere separati, e lei in prigione. Qualunque credente è autorizzato a fare qualsiasi gesto perché la legge islamica sia osservata, per esempio picchettare la loro casa, o peggio. Ciò significa mettere la scrittrice alla mercè di qualsiasi fanatico fondamentalista.
Oggi, davanti a una piccola folla di osservatori internazionali e, forse, di estremisti islamici, un giudice dovrà annunciare il suo verdetto.

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Egitto, una femminista for president

| L’Avanti | Martedì 14 dicembre 2004 |

IL CAIRO – È la prima donna che annuncia di volersi candidare alla presidenza della repubblica dell’Egitto, e conferma così la sua perenne posizione di avanguardia rispetto alla società del suo paese. È la scrittrice psichiatra femminista Nawal Saadawi, 74 anni, già nota per aver dichiarato apertamente la sua posizione contraria ad alcuni aspetti della religione e del costume che considera ‘retrogradi’. Per le sue posizioni ha rischiato anche la qualifica di ‘apostata’ (da parte di fanatici integralisti), quando nel 2001 fu sottoposta ad un processo per aver dichiarato ad un periodico egiziano di ritenere che il velo islamico non era un obbligo religioso e che il pellegrinaggio alla Mecca, con i giri intorno alla ‘Kaaba’, era una tradizione obsoleta. Questa volta ha detto ad un quotidiano indipendente, ‘Misr El Yom’, espressione di una intellettualità fuori dagli schemi – che intende presentarsi al prossimo referendum dell’autunno 2005, quando scadrà il quarto mandato del presidente Hosni Mubarak. E annuncia di voler cambiare la Costituzione, “tutta quanta, tutti i suoi articoli, non soltanto le norme elettorali e quelle sulla presidenza. Anche quella che prevede la sharia (legge coranica) come fonte del diritto, “perché dobbiamo separare lo stato dalla religione. Lo stato appartiene a tutti i cittadini – spiega al giornalista che la interroga – che hanno diritti e doveri, senza distinzione di etnia, religione e sesso”. Concetti che in Egitto sembrano destinati a suscitare molte riserve e forse anche qualche altra iniziativa giudiziaria, come quella del 2001, che voleva costringerla al divorzio – un’ apostata, non musulmana, non poteva rimanere sposata ad un musulmano, anche se lei affermava di non aver rinnegato la propria fede islamica – e che però non ebbe successo. Anche per la mobilitazione di diplomatici e media stranieri, compreso il parlamento europeo, che inviò al Cairo Emma Bonino. Così come ha già fatto in alcuni dei suoi quarantuno libri, Saadawi parla apertamente e senza remore, del ruolo della donna nella società egiziana, della necessità della sua libertà sessuale, degli abusi sessuali nelle famiglie (“ne sono vittime soprattutto ragazze e ragazzi, ma questo viene sempre ignorato, perché?”). Saadawi rivela quindi il programma della sua futura candidatura: libertà economica, limitazione e ridistribuzione della proprietà terriera, ritorno alle cooperative agricole, incoraggiamento alle piccole e medie imprese, tassazione per i ricchi. “Ora solo le persone a reddito limitato pagano le tasse – sottolinea – ma i ricchi non pagano. Incoraggiamo la produzione agricola per sfamare il paese, e poi penseremo alle esportazioni”. Idee socialiste?, chiede qualcuno. “Che cosa significano socialismo o capitalismo? Io voglio uscire da queste etichette – si scalda la scrittrice – Ho 74 anni, ho vissuto l’epoca di Nasser, quando non c’era il socialismo, c’ha provato, ha fallito perché era un burocrate ed un dittatore, non c’era partecipazione popolare, decideva tutto il regime ed i collaboratori di Nasser erano corrotti”. Per la scrittrice femminista psichiatra, anche se oggi è diverso, “c’è bisogno di cambiare. Io so che non ce la farò – conclude – ed il mio sacrificio non riceverà ricompense. Ma troppi giovani, troppi miei studenti mi hanno chiesto di provarci. Ed io ho il coraggio di parlare. Non sono appoggiata da nessuno, né da capitali, né da integralisti, né da destra né da sinistra. Ho con me solo l’appoggio di giovani, che sono la strada ed il futuro dell’ Egitto”.

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La rivoluzione pacifica delle figlie dell’Islam. Storia di Nawal che a cinque anni litigò con Dio

L’UNITÀ – 11 novembre 2007
di Lilli Gruber

il Sirente, in occasione della giornata internazionale della donna, pubblica L’amore ai tempi del petrolio, tributo alla paladina  dei diritti delle donne Nawal Al Sadaawi, con un’introduzione di Luisa Morgantini. Un testo visionario. Un racconto spettacolare, inaspettatamente avvincente, ricco di tensione e curiosità per il destino della misteriosa protagonista.

« Più di ogni altra donna, Nawal Al Saadawi incarna
le sofferenze del femminismo arabo. » San Francisco Chronicle

Nawal El-Saadawi è una veterana della “jihad femminile”. Ha cominciato a protestare nel 1936, all’eta’ di cinque anni, e direttamente con Dio. Scrivendogli una lettera. “Caro Dio, perche’ preferisci mio fratello? Lui e’ pigro e stupido, non fa nulla ne’ a scuola, ne’ a casa, mentre io m’impegno. Come fai a preferire lui?”. Era l’inizio di una carriera letteraria, e di un rapporto con le autorita’ a dir poco tormentato. Nawal proviene da una famiglia colta e benestante, ma questo non e’ bastato a evitarle la mutilazione genitale. A dieci anni e’ scampata a un matrimonio combinato e ha deciso di continuare a studiare nonostante le perplessita’ familiari. “Se non fossi stata la migliore, mio padre avrebbe smesso di pagarmi gli studi, ma lo ero”. Nel 1955 si laurea in medicina, specializzazione in psichiatria, e comincia a lavorare a Kafr Tahla, il piccolo villaggio rurale dove e’ nata. “Ogni giorno combattevo con le difficolta’, i soprusi e le ingiustizie subite dalle donne”. Nawal e’ richiamata al Cairo e nominata direttrice della Sanita’ pubblica. Nel 1972 pubblica Women and Sex, un atto d’accusa contro la disumana pratica dell’infibulazione. Nawal e’ la prima donna araba a portare allo scoperto un tema cosi’ scomodo e scabroso e di li’ a poco cominciano i guai. Perde il lavoro e la rivista che ha fondato, “Health”, viene chiusa. Ma non si abbatte: per tre anni conduce una ricerca sulle nevrosi femminili presso la facolta’ di medicina dell’Ain Shams University, e nel 1979 diventa consigliera presso le Nazioni Unite per il programma a favore delle donne in Africa e Medio Oriente. I suoi studi la portano nei manicomi e nelle carceri, e la sua critica alle religioni, in particolare all’Islam, e al sistema politico egiziano, finisce per inasprire i gia’ tesi rapporti con le istituzioni. Nel 1981 viene incarcerata senza processo con altri 1.600 intellettuali ed esponenti politici. Sara’ liberata lo stesso anno, esattamente un mese dopo l’assassinio del presidente Sadat, che aveva ordinato il suo arresto. Tra i fermati c’e’ anche suo marito, il dottor Sherif Hetata, che invece scontera’ ben quindici anni nel carcere di massima sicurezza del Cairo. “Il pericolo e’ stato parte della mia vita fin da quando ho impugnato una penna”, mi spiega la donna-simbolo del femminismo egiziano. “Non c’e’ niente di piu’ pericoloso della verita’ in un mondo che mente”. Ma proprio quando il governo sperava di averla messa a tacere, scrive in prigione il suo libro piu’ importante, che sara’ tradotto in dodici lingue e pubblicato in tutto il mondo: Memorie dal carcere delle donne. “Mi negavano perfino la carta”, mi racconta. “La prostituta nella cella accanto mi allungava penna e carta igienica. Non ci credera’, ma le altre donne facevano di tutto affinche’ io potessi sempre scrivere. La creativita’ e’ il mezzo piu’ efficace per porre un freno alle mutilazioni dell’intelletto!”. Quando compare nella lista nera di un gruppo fondamentalista, Nawal si trasferisce in North Carolina. Insegna alla Duke e alla Washington University, ma nel 1996 decide di tornare a casa. Cinque anni dopo viene nuovamente accusata di eresia: grazie a un’imponente mobilitazione internazionale riesce a evitare il processo per apostasia, che l’avrebbe costretta al divorzio forzato dal marito. Oggi nel suo Paese Nawal rischia un nuovo procedimento penale in seguito alla pubblicazione, nel gennaio 2007, della commedia teatrale Dio rassegna le dimissioni nel corso del vertice. Ma oggi vede sviluppi positivi all’orizzonte grazie al lavoro delle femministe islamiche, prezioso nella battaglia per i diritti. Anche se il suo approccio alle religioni e’ piu’ scientifico: “Ho speso vent’anni della mia vita a confrontare i tre libri sacri: l’Antico Testamento, il Nuovo Testamento e il Corano. Sono andata in India e ho studiato anche la Bhagavadgita. Non si puo’ conoscere l’Islam senza uno studio comparativo. Prendiamo per esempio la questione del velo. Se i sedicenti esperti avessero fatto i dovuti confronti, si sarebbero accorti che le donne si coprivano il capo anche nell’Ebraismo e nel Cristianesimo. In forme diverse, sono sempre state considerate inferiori in qualsiasi religione. In piu’ il Corano e’ molto difficile da capire: esistono numerose scuole che lo interpretano in modo diverso, cosi’ come sono diverse le interpretazioni che i vari governi danno dell’Islam”. L’Egitto, negli ultimi anni, e’ molto cambiato, sostiene Nawal: “Quando studiavo medicina, negli anni Cinquanta al Cairo, nessuna portava l’hijab; quando mia figlia era studentessa a sua volta, negli anni Settanta, il 45% delle ragazze lo indossava. E la percentuale e’ aumentata ancora. Sono stati l’imperialismo americano e il neocolonialismo a sfruttare la religione e fomentare ovunque il fondamentalismo. Il velo e l’infibulazione sono le dirette conseguenze. Oggi in Egitto tutti parlano di religione: professoresse universitarie, scrittrici e perfino le femministe indossano il foulard, magari con i jeans e la pancia scoperta! Le donne si trovano tra due fuochi, tra americanizzazione e islamizzazione”. Per loro il clima nel Paese si sta facendo piu’ pesante e anche il sistema giudiziario non e’ certo incline a tutelarle. Come quello legislativo e’ un sistema misto, secolare e religioso. Esistono corti separate: islamica, cristiana e laica, e per quanto riguarda la prima il codice di riferimento e’ ovviamente la Sharia. “Ma viene applicata in modo assolutamente arbitrario: gli uomini continuano a essere poligami e a divorziare dalle mogli quando vogliono. Il figlio deve portare il nome del padre, e se questi e’ ignoto il bambino e’ illegittimo. I fondamentalisti sostengono che lo dice il Corano. Il nome della madre e’ considerato tuttora una vergogna sociale per la legge islamica”. Quando sua figlia ha deciso di portare il suo cognome, hanno dovuto comparire entrambe in tribunale con l’accusa di apostasia. “In Egitto ci sono due milioni di bambini illegittimi. E’ giusto punire i piccoli che non hanno alcuna colpa?”. Mi racconta l’esperienza traumatica della circoncisione, praticata una mattina, nella sua stanza, da quattro donne del villaggio vestite di nero, senza anestesia ne’ disinfettanti. “Mi dissero che era Dio a volerlo. Da allora ho cominciato a ribellarmi contro di Lui. Anche se i miei genitori mi dicevano di pregare, non mi sono mai convinta che Dio fosse giusto, mai. Perche’ io ho un cervello che ha sempre lavorato a pieno regime. Per me il vero piacere e’ quello della conoscenza, e della sfida. Ho settantacinque anni e vivo come se ne avessi trenta. Faccio ginnastica, suono, nuoto: certo mi stanco, mi viene mal di testa, ma non importa. Essere attivi tiene viva la mente”. Quando le chiedo se il velo possa essere considerato anche un simbolo di liberta’ risponde senza esitare: “Da un punto di vista politico, assolutamente no. La schiavitu’ non e’ un simbolo di liberta’”. Quindi, secondo lei il velo equivale sempre a oppressione? “Si’, certo, ma anche la mercificazione e’ oppressione. Sono due facce della stessa medaglia. Ci sono donne che lo portano come altre usano il trucco: per questo definisco il make-up un velo postmoderno. Perche’ secondo te si mettono il rossetto sulla labbra? Perche’ mostrano il reggiseno e indossano minigonne cortissime? Perche’ sono considerate un oggetto sessuale. Essere coperte per dettami religiosi oppure spogliate per leggi di mercato e’ sempre una forma di schiavitu'”. Secondo Nawal chi dice che l’Islam e’ incompatibile con la democrazia ha ragione: “In nessuna religione esiste democrazia perche’ Dio e’ un dittatore. La religione si fonda sull’obbedienza, non si puo’ discutere con il Creatore. E i potenti della Terra non fanno altro che seguire il loro maestro in Cielo. Non esiste separazione tra religione e politica, sono una cosa sola: nella storia Dio era il re”. Come molte altre intellettuali che ho incontrato, ritiene siano le donne l’elemento chiave nascosto, il vero motore del cambiamento: “Per questo la politica e’ contro di noi. Ci hanno rese cosi’ stupide da farci credere in un Dio che ci opprime. Ma come si puo’ credere davvero che Dio sia contro di noi?”. Mi saluta con un invito a dir poco perentorio: “Ricordati che la mutilazione peggiore non e’ quella genitale ma quella intellettuale. Il velo sul cervello e’ molto peggio del velo sui capelli”.

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Press Saadawi

Saadawi, la rischiosa ribellione delle donne arabe

| ANSAmed | Martedì 18 febbraio 2009 | Cristiana Missori |

“Quel giorno di settembre la notizia uscì sui giornali, in una pagina interna, a mala pena visibile a occhio nudo: donna partita e mai più tornata. Le donne non erano solite prendere giorni di vacanza e, quando una donna usciva, era assolutamente necessario ottenere il permesso scritto dal marito o timbrato dal datore di lavoro”. Con questo incipit, la scrittrice e dissidente egiziana Nawal El Saadawi trascina il lettore nelle pagine de “L’amore al tempo del petrolio”, romanzo in uscita l’8 marzo, edito da Il Sirente. In un oscuro regno del petrolio, in un Paese autoritario, forse l’Arabia saudita, o forse l’Egitto, un’archeologa scompare senza lasciare traccia. “Era già successo che sua moglie fosse andata in vacanza? Ha mai disubbidito?”, chiede il commissario al marito della studiosa che si è volatilizzata. Per la polizia che indaga, infatti, può trattarsi soltanto di una ribelle, oppure di una donna di non rispecchiata moralità. E’ una donna sottomessa, asservita e oppressa dall’uomo, quella descritta dall’autrice egiziana che, una volta ancora, torna a occuparsi della questione femminile nel mondo arabo. Poco importa dove è ambientata la storia. In questo libro denso di metafore e continue allusioni, dallo stile allucinato e visionario, il viaggio onirico – e al contempo reale – compiuto dalla protagonista, descrive l’esistenza di una donna in un qualsiasi regime autoritario. Trasformata in una macchina tuttofare, in grado di cucinare, pulire, scrivere, senza diritti né sentimenti, la donna diventa uno strumento funzionale all’uomo e dunque intercambiabile con un qualsiasi altro oggetto. E’ però anche una storia d’amore intrigante, insospettabile e densa di mistero, quella tratteggiata dalla scrittrice, che vede una volta tornata indietro, la protagonista lasciare il marito per un altro uomo. Medico psichiatra, più volte minacciata di morte da gruppi fondamentalisti, imprigionata sotto il regime di Sadat, nel 1993 Nawal El Saadawi è stata condannata a morte per eresia. Oggi l’autrice vive in esilio volontario negli Usa, ma a breve – fa sapere – tornerà in Egitto, la sua terra natale. “Un uomo – scrive l’autrice – può uscire e non tornare per sette anni e solo dopo quella data la donna può chiedere la separazione”. Per una donna, una sola notte invece è sufficiente per lanciare l’allarme e gridare allo scandalo. Pubblicato in varie antologie e tradotto in più di 20 lingue, “L’amore ai tempi del petrolio” – insieme a diversi altri romanzi della Saadawi, è stato censurato dalla massima istituzione religiosa egiziana, Al Azhar, che dopo pochi mesi dalla pubblicazione ne ha ordinato il ritiro da tutte le librerie egiziane.