L’amore ai tempi del petrolio” di Nawal al-Sa’dawi

| Affri­ca | Vener­dì 23 mar­zo 2012 | Mari­sa Fois |

C’è un re, di cui si festeg­gia il com­plean­no e la noti­zia sul gior­na­le, in pri­ma pagi­na, a carat­te­ri cubi­ta­li, accom­pa­gna­ta da una foto­gra­fia a gran­dez­za natu­ra­le di Sua Mae­stà, ne offu­sca un’altra: “Don­na par­ti­ta e mai più tor­na­ta”.
Lì, in quel Pae­se non ben defi­ni­to, ma che ha carat­te­ri­sti­che ben pre­ci­se – auto­ri­ta­rio, ric­co, auto­re­fe­ren­zia­le – “non era mai suc­ces­so che una don­na fos­se usci­ta e non fos­se più tor­na­ta. L’uomo, inve­ce, pote­va par­ti­re e non tor­na­re per set­te anni e, solo dopo que­sto perio­do, la moglie ave­va il dirit­to di chie­de­re la sepa­ra­zio­ne”. La don­na scom­par­sa era un’archeologa e “ave­va una pas­sio­ne per la ricer­ca del­le mum­mie, una sor­ta di pas­sa­tem­po”, non indos­sa­va il velo, ama­va il suo lavo­ro, era eman­ci­pa­ta. Per­ché è spa­ri­ta? Qual­cu­no l’ha costret­ta o è sta­ta una libe­ra scel­ta? È dav­ve­ro scomparsa?
L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi è una sor­ta di gial­lo intro­spet­ti­vo, che rac­con­ta la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le non solo nei Pae­si auto­ri­ta­ri, ma, in una pro­spet­ti­va più ampia, in ogni socie­tà. For­se pro­prio que­sto ha spin­to l’autrice – scrit­tri­ce e psi­chia­tra, non­ché una tra le più note mili­tan­ti del fem­mi­ni­smo inter­na­zio­na­le –  a non uti­liz­za­re nomi, ma solo cate­go­rie (don­ne e uomi­ni ) in modo che l’immedesimazione potes­se risul­ta­re più sem­pli­ce. Don­ne sot­to­mes­se al lavo­ro, don­ne che lavo­ra­no anche e più degli uomi­ni ma sen­za uno sti­pen­dio, che vie­ne inve­ce paga­to all’uomo che sta al loro fian­co e con cui con­di­vi­do­no il let­to e la casa, a cui sono costret­te a dire sem­pre di sì. Don­ne omo­lo­ga­te.Don­ne domi­na­te socialmente, economicamente e cul­tu­ral­men­te. In più, le rela­zio­ni socia­li sono influen­za­te anche dal petro­lio e dal­la sua poten­za, che ridu­ce l’intero Pae­se in schia­vi­tù, dipen­den­te da una for­za ester­na onnipresente.
Il librousci­to in Egit­to nel 2001, è sta­to subi­to cen­su­ra­to con­dan­na­to dall’Università Al Azhar.  “L’amore ai tem­pi del petro­lio” è, infat­ti, una cri­ti­ca diret­ta a Muba­rak, allo­ra sal­da­men­te al pote­re, e al suo gover­no, for­te­men­te con­di­zio­na­to da inge­ren­ze ester­ne. Ma è anche una cri­ti­ca a chi ten­ta di can­cel­la­re la sto­ria (emble­ma­ti­co è il caso del­la tra­sfor­ma­zio­ne del­le sta­tue che rap­pre­sen­ta­no divi­ni­tà fem­mi­ni­li in divi­ni­tà maschi­li),  alla scar­sa col­la­bo­ra­zio­ne tra don­ne e alla loro pau­ra di anda­re con­tro quel­lo che riten­go­no un desti­no già scrit­to e immo­di­fi­ca­bi­le. La nar­ra­zio­ne è come un viag­gio oni­ri­co: l’archeologa alter­na momen­ti di veglia al sogno, qua­si per non esse­re assor­bi­ta da que­sta monar­chia del petro­lio.

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L’amore ai tempi del petrolio

Vita | Lune­dì 31 gen­na­io 2011 | Lub­na Ammou­ne |

Visco­so e nero come il petro­lio. Sem­bre­reb­be que­sta la carat­te­ri­sti­ca pecu­lia­re di un amo­re pre­sen­ta­to nel libro di Nawal al-Sa’dawi, scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na, cono­sciu­ta a livel­lo inter­na­zio­na­le per la sua bat­ta­glia in nome dei dirit­ti del­le don­ne e del­la demo­cra­tiz­za­zio­ne nel mon­do ara­bo. In que­sto suo roman­zo, L’amore ai tem­pi del petro­lio, l’autrice per­cor­re una sto­ria den­sa di miste­ro di una don­na di cui non cono­scia­mo il nome. La pro­ta­go­ni­sta è un’archeologa che scom­pa­re sen­za lascia­re trac­cia. Il suo viag­gio, rea­le e allo stes­so tem­po visio­na­rio, si rive­la come il per­cor­so del­la men­te e del­la coscien­za di una don­na che vive in un regno auto­ri­ta­rio in cui tut­to ciò che por­ta il gene­re fem­mi­ni­le a inte­res­si che esu­la­no dal­la casa è sin­to­mo di una malat­tia psi­co­lo­gi­ca. È un mon­do in cui lumi­na­ri del­la Ter­ra non pos­so­no che esse­re uomi­ni, e dun­que è risa­pu­to, anche se taciu­to, il fat­to che ci sia­no sta­te fal­si­fi­ca­zio­ni sto­ri­che ine­ren­ti alla tra­sfor­ma­zio­ne del­le dee in dei, come quan­do Abu al Haul pre­se con la for­za il tro­no e ordi­nò che fos­se­ro rimos­si i seni da una sta­tua fem­mi­ni­le per­ché venis­se aggiun­ta la bar­ba. La ricer­ca­tri­ce scom­pa­re e dall’indomani si leg­ge la noti­zia sui gior­na­li, per­ché nes­su­na don­na ha mai osa­to abban­do­na­re casa e mari­to, disob­be­den­do alle rego­le, tan­to che la poli­zia si chie­de se sia una ribel­le o una don­na dal­la dub­bia mora­le. Men­tre il com­mis­sa­rio inter­ro­ga il mari­to del­la don­na scom­par­sa per far luce sul­le ragio­ni del­la fuga, l’archeologa ripen­sa al suo inna­mo­ra­men­to. Si chie­de se suo mari­to sia vera­men­te suo mari­to. Per­va­sa da que­sto dub­bio arri­va a cre­de­re che l’avesse spo­sa­ta for­se in sua assen­za, men­tre il con­trat­to era sta­to pre­pa­ra­to sen­za di lei, per­ché la don­na non è soli­ta par­te­ci­pa­re al pro­prio matri­mo­nio. L’universo maschi­le si allar­ga e com­pa­io­no altre figu­re, tra cui il dato­re di lavo­ro del­la pro­ta­go­ni­sta e l’uomo con cui deci­de di sta­re quan­do riap­pa­re e per il qua­le lascia il mari­to. Sem­bra­no qua­si mac­chie da cui la don­na si sen­te però inspie­ga­bil­men­te e istan­ta­nea­men­te attrat­ta, respin­ta e distac­ca­ta. La sua fuga potreb­be por­tar­la a ritro­va­re il suo orgo­glio, le sue aspi­ra­zio­ni e la sua dignità. Questo scat­to di auto­co­scien­za e di for­mi­da­bi­le intro­spe­zio­ne si riflet­te e si allar­ga ad altre figu­re fem­mi­ni­li che solo in quel momen­to capi­sco­no che “non sono meri­te­vo­li di un dirit­to che pren­do­no da mani che non sono loro” e che “han­no per­mes­so a loro stes­se del­le con­di­zio­ni che nem­me­no gli ani­ma­li accetterebbero”. Eppure l’archeologa con­ti­nua a strug­ger­si d’amore e non tro­va anco­ra un sen­so da con­fe­ri­re alla sua vita. Così, nel­la luce fio­ca di alcu­ne not­ti in cui il pro­get­to di scap­pa­re appa­re com­piu­to v’è qual­co­sa d’intralcio. Per­ché “fino a quan­do l’uomo avrà la capa­ci­tà di ride­re, la don­na non avrà desi­de­rio di scap­pa­re, alme­no non que­sta notte…”.

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Giovane, urbano e ribelle. Il nuovo romanzo arabo

| Libe­ra­zio­ne | Dome­ni­ca 4 apri­le 2010 | Gu.Ga. |

«Lo sai? Io ho un gran­de sogno. Vivo per quel sogno. (…) Lo sai qual è il mio sogno? Che io, dopo quat­tro anni, pren­do un taxi tut­to per me e gui­do fino al Sud Afri­ca per anda­re a vede­re la Cop­pa del Mon­do. Met­to insie­me una pia­stra dopo l’altra per quat­tro anni e poi par­to alla sco­per­ta del con­ti­nen­te africano».
Ben­ve­nu­ti al Cai­ro, la cit­tà dei tas­si­sti. Sui “tas­si­na­ri” del­la capi­ta­le egi­zia­na cir­co­la­no leg­gen­de, per­fi­no il loro nume­ro non è cer­to, si è svi­lup­pa­to un vero e pro­prio gene­re musi­ca­le e è cre­sciu­ta una nuo­va nar­ra­zio­ne metro­po­li­ta­na. Sfrec­cian­do, o per meglio dire spo­stan­do­si pazien­te­men­te da un ingor­go all’altro, i taxi egi­zia­ni rap­pre­sen­ta­no però tut­ta la viva­ci­tà del­le nuo­ve socie­tà ara­be, deci­sa­men­te in cor­sa ver­so il futu­ro. Un’emergenza cul­tu­ra­le che nel nostro pae­se han­no col­to tra gli altri alcu­ni edi­to­ri che han­no deci­so di con­sa­cra­re buo­na par­te del pro­prio lavo­ro e del­le pro­prie atten­zio­ni a quan­to di inte­res­san­te vie­ne pro­dot­to nel­la spon­da meri­dio­na­le del Medi­ter­ra­neo. Come la col­la­na Altria­ra­bi dell’Edi­tri­ce il Siren­te che ha pub­bli­ca­to nel 2008 Taxi. Le stra­de del Cai­ro si rac­con­ta­no (pp. 192, euro 15,00) di Kha­led Al Kha­mis­si, bestsel­ler egi­zia­no con­sa­cra­to al mito dei tas­si­sti, ma anche L’amore ai tem­pi del petro­lio (pp. 140, euro 15,00) di Nawal al-Sa’-dawi, una del­le più note e cele­bra­te scrit­tri­ci e fem­mi­ni­ste egi­zia­ne. O come le edi­zio­ni Epo­ché, che van­ta­no un ric­co cata­lo­go dedi­ca­to in gran par­te alla nar­ra­ti­va dell’Africa sub-saha­ria­na ma dove tro­va­no spa­zio anche diver­si tito­li pro­ve­nien­ti dai pae­si ara­bi. E’ il caso di Che il velo sia da spo­sa! (pp. 204, euro 15,00) dell’egiziana Gha­da Abdel Aal che rac­con­ta le peri­pe­zie di una gio­va­ne don­na “a cac­cia di mari­to”. O del­la rac­col­ta postu­ma del gran­de poe­ta pale­sti­ne­se Mah­mud Dar­wish, scom­par­so due anni fa, Come fio­ri di man­dor­lo o più lon­ta­no (pp. 148, euro 13,50), usci­ta da qual­che giorno.
Gha­da Abdel Aal ha trent’anni, fa la far­ma­ci­sta al Cai­ro e alla base del suo libro c’è il blog che ave­va lan­cia­to qual­che anno fa, inti­to­la­to “Voglio spo­sar­mi”, dove ave­va anno­ta­to minu­zio­sa­men­te, e sen­za rispar­mia­re iro­nia, il pro­fi­lo dei suoi pre­ten­den­ti e la pres­sio­ne del­la fami­glia per­ché lei tro­vas­se un mari­to. Quel suo dia­rio onli­ne ave­va rac­col­to un tale suc­ces­so da spin­ge­re una case edi­tri­ce cai­ro­ta a chie­der­le di tra­sfor­mar­lo in un rac­con­to. Che il velo sia da spo­sa! resti­tui­sce ora tut­ta la fre­schez­za e il gusto per il para­dos­so che han­no fat­to par­la­re di que­sta gio­va­ne egi­zia­na come del­la “Brid­get Jones del mon­do ara­bo”: « Pren­de­te una pen­na e un bloc-notes, per­ché sto per lan­ciar­vi una sfi­da impor­tan­te: Elen­ca­te cin­que aspet­ti in comu­me tra zia Shu­kriyya e al Qae­da. (…) Pri­mo: entram­bi — sia che li appro­via­te o che li bia­si­mia­te (e, per inci­so, se è pos­si­bi­le che qual­cu­no appro­vi al Qae­da, zia Shu­kriyya pro­prio no, è impen­sa­bi­le!) — com­pio­no azio­ni che han­no come risul­ta­to fina­le esplo­sio­ni, distru­zio­ne e di soli­to anche spar­gi­men­to di sangue».
Kha­led Al Kha­mis­si, clas­se 1962, è sta­to a lun­go gior­na­li­sta pri­ma di dedi­car­si soprat­tut­to alla let­te­ra­tu­ra. In Taxi ha rac­col­to aned­do­ti e sto­rie ascol­ta­te dai tas­si­ti del Cai­ro tra il 2005 e il 2006 che com­pon­go­no una sor­ta di foto­gra­fia dell’Egitto di oggi, visto che, come spie­ga l’autore, «costo­ro deten­go­no un’ampia cono­scen­za del­la socie­tà, per­ché la vivo­no con­cre­ta­men­te sul­la stra­da». Anche in que­sto caso il rac­con­to del­la nuo­va real­tà del mon­do ara­bo pas­sa per l’ironia: «Mol­to spes­so mi capi­ta di anda­re con tas­si­sti che non cono­sco­no bene i per­cor­si né i nomi del­le stra­de… tut­ta­via, que­sto qui si fre­gia­va dell’onore di non cono­sce­re nes­su­na stra­da eccet­to, natu­ral­men­te, quel­la di casa sua».

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Sul senso del tradimento

The Arab | Dome­ni­ca 24 mag­gio 2009 | Elea­nor Kilroy |

Con­ver­sa­zio­ne di Elea­nor Kil­roy, The Arab, con Nawal al Sa’dawi*

Nawal al Sa’dawi è sta­ta accu­sa­ta in Egit­to di aver tra­di­to il suo Pae­se, la sua reli­gio­ne e il suo sesso.
Nel libro “Cam­mi­na­re nel Fuo­co”, il suo lavo­ro auto­bio­gra­fi­co, la scrit­tri­ce nar­ra il trau­ma che col­pì il suo pri­mo mari­to, di ritor­no dal­la guer­ra del Cana­le di Suez nel 1956. Un trau­ma che, secon­do Nawal, ebbe ori­gi­ne nel sen­so di tra­di­men­to vis­su­to dall’uomo nel suo rap­por­to con la “san­ta tri­ni­tà”: Nazio­ne, Dio, Fede.
Ave­va fede nel gover­no egi­zia­no, quan­do que­sti ini­ziò ad arruo­la­re gli stu­den­ti naïfs ed idea­li­sti come lui, quan­do dice­va loro “Anda­te sul cana­le e com­bat­te­te”… I ragaz­zi anda­ro­no, fece­ro la guer­ra, quel­li che tor­na­ro­no furo­no arre­sta­ti ed esi­lia­ti. Mio mari­to ebbe un crol­lo psi­co­lo­gi­co, comin­ciò a pren­de­re dro­ga, diven­ne un drogato.”.
Nel­la sua ope­ra ricor­re con­ti­nua­men­te la nozio­ne di tra­di­men­to”, le ho det­to incon­tran­do­la, avan­zan­do l’ipotesi che la pri­ma cosa da respin­ge­re è innan­zi­tut­to l’idea che per “sen­tir­si tra­di­ti” si deb­ba pos­se­de­re una fede irra­zio­na­le. Sa’dawi mi ha cor­ret­ta: “Tal­vol­ta si trat­ta di inganno.”.
Chi ci leg­ge potreb­be tro­va­re nuo­ve liber­tà nel­la vul­ne­ra­bi­li­tà cono­sciu­ta di Nawal Sa’dawi; una vul­ne­ra­bi­li­tà pre­sen­te in tut­ta la sua scrit­tu­ra, tra­ver­sa­ta allo stes­so modo da pas­sio­ne e rab­bia, ma che può esse­re facil­men­te dimen­ti­ca­ta quan­do ci si tro­va di fron­te ad una per­so­na dura, e forte.
Sta­va lì, in pie­di, con le spal­le leg­ger­men­te cur­va­te, la sua pel­le color mar­ro­ne come il limo por­ta­to giù dal Nilo, i suoi capel­li color bian­co neve, fol­ti, lun­go tut­ta la testa…”, così Nawal scri­ve di se stes­sa nel capi­to­lo che apre “Cam­mi­na­re nel fuoco”.
Era il 1993, e la scrit­tri­ce era scap­pa­ta dal­la sua cit­tà nata­le, Cai­ro, dopo che il suo nome era com­par­so sul­la lista del­la mor­te di un movi­men­to fondamentalista.
Ades­so, 16 anni dopo, Nawal sta di fron­te a me, ed appa­re solo un po’ più curva.
L’autrice di mol­te ope­re, tra fic­tion e non, ha accet­ta­to un’intervista con il gior­na­le The Arab nel­la Libre­ria Hou­smans (a Lon­dra, ndt), spe­cia­liz­za­ta in “libri e perio­di­ci di idee radi­ca­li e poli­ti­ca progressista”.
Sul­la stam­pa, la scrit­tri­ce egi­zia­na è nor­mal­men­te defi­ni­ta “la più con­tro­ver­sa autri­ce fem­mi­ni­sta egi­zia­na”, ma io, inve­ce di per­cor­re­re que­sto trac­cia­to, ini­zio con il doman­dar­le cosa ren­de così radi­ca­li le sue idee e le sue azioni.
Atea, apo­sta­ta, paz­za, don­na che odia gli uomi­ni: gli ara­bi e tut­ti colo­ro che la cri­ti­ca­no non usa­no infat­ti mez­ze paro­le, e uti­liz­za­no qua­lun­que insul­to a dispo­si­zio­ne (anche “don­na che va con­tro il suo pro­prio ses­so”, in un libro omo­ni­mo di Geor­ges Tarabishi).
Lei rima­ne fer­ma e immo­bi­le, come davan­ti ai suoi per­so­nag­gi assas­si­ni, il dot­to­re, lo psi­chia­tra, lo scrit­to­re…, ben con­sa­pe­vo­le dei limi­ti che il cor­po e la men­te pos­so­no sopportare.
Nel capi­to­lo tito­la­to “Quel­lo che è sop­pres­so ritor­na sem­pre” di “Cam­mi­na­re nel fuo­co”, Nawal nar­ra come una gio­va­ne dot­to­res­sa di un vil­lag­gio, lei stes­sa, pro­vò ad impe­di­re che una pazien­te di 17 anni, Masou­da, venis­se riaf­fi­da­ta al mari­to, un uomo mol­to più anzia­no, che l’aveva vio­len­ta­ta per cin­que anni. Un ope­ra­to­re social’e del vil­lag­gio ordi­nò inve­ce alla ragaz­za di ritor­na­re a casa, denun­cian­do la Saa­da­wi alle Auto­ri­tà loca­li per­ché ave­va com­mes­so “un’azione di man­can­za di rispet­to per i valo­ri mora­li ed i costu­mi del­la nostra socie­tà” e per aver inci­ta­to “le don­ne a ribel­lar­si alla Leg­ge divi­na dell’Islam”.
Una set­ti­ma­na dopo Masou­da si lasciò soffocare.
Ci sono mol­te for­me di cru­del­tà — la stes­sa Sa’dawi par­la altro­ve di “stu­pro eco­no­mi­co” -, ma l’idea che la fedel­tà a ciò che è cono­sciu­to come inno­cua cre­den­za spi­ri­tua­le pre­val­ga sul­le nostre respon­sa­bi­li­tà ver­so la salu­te del cor­po e del­la men­te, è una del­le idee più peri­co­lo­se del gior­no d’oggi.
“Vivia­mo tut­ti sot­to una sola reli­gio­ne e una sola cul­tu­ra”, dice Nawal ai qua­ran­ta ascol­ta­to­ri arri­va­ti alla libre­ria per ascol­tar­la, “il Patriar­ca­to Capitalista”.
Poi vie­ne la doman­da che ho temu­to sin dall’inizio. Chie­de una gio­va­ne don­na: “Non pen­sa che la sua scrit­tu­ra inco­rag­gi chi è con­tro l’Islam, e sof­fi sul fuo­co dell’intolleranza con­tro gli immigrati?”.
Mol­ti intel­let­tua­li di sini­stra potreb­be­ro irri­tar­si per un’accusa impli­ci­ta come que­sta, ma non la Sa’dawi che rispon­de edu­ca­ta­men­te “Sono con­tro la paro­la tra­di­men­to. Abbia­mo per­so la capa­ci­tà di cri­ti­ca per­ché abbia­mo pau­ra di esse­re accu­sa­ti di tradimento.”.
La ragaz­za insi­ste, “guar­di il modo in cui le don­ne musul­ma­ne sono trat­ta­te in Fran­cia, si proi­bi­sce loro di indos­sa­re il velo.”.
Sa’dawi spie­ga, “…si può sfi­da­re il colo­nia­li­smo affi­dan­do­si solo al velo? Non sareb­be più impor­tan­te orga­niz­za­re i grup­pi degli immi­gra­ti e con­tra­sta­re le poli­ti­che gover­na­ti­ve discri­mi­na­to­rie? È chia­ro che non si può cri­ti­ca­re solo l’Islam, quan­do ciò avvie­ne sia­mo di fron­te ad un movi­men­to solo poli­ti­co…”., tut­te le reli­gio­ni o le ideo­lo­gie, per­si­no l’anti-imperialismo in alcu­ne del­le sue sfac­cet­ta­tu­re, chie­do­no sacri­fi­ci, sino al san­gue.
Non è comu­ne che una comu­ni­tà di appar­te­nen­za par­li di scrit­tri­ci che l’hanno descrit­ta in modo poco lusin­ghie­ro: pau­ro­sa di tra­di­re un’identità etni­ca o reli­gio­sa, si sen­te sot­to accu­sa a tal pun­to da sot­to­por­re la scrit­tri­ce alle cri­ti­che più ven­di­ca­ti­ve, ritraen­do­la come una traditrice.
Que­stio­ne di malin­te­si o di per­di­ta di vista del moti­vo per cui com­bat­to­no, la bra­va gen­te rima­ne così invo­lon­ta­ria­men­te imbri­glia­ta nel­le brut­te que­stio­ni poli­ti­che dell’identità.
In “Cam­mi­na­re nel Fuo­co”, appa­re chia­ro che la stes­sa Sa’dawi è fede­le ad un’idea: che il sin­go­lo indi­vi­duo, sia egli uomo o don­na, deb­ba pren­de­re coscien­za del suo cor­po e del­la sua vita. Una con­sa­pe­vo­lez­za mol­to più impor­tan­te di qual­sia­si que­stio­ne etni­ca, reli­gio­sa, di iden­ti­tà di gene­re e di affi­lia­zio­ne poli­ti­ca, per­ché l’unica cosa che ci uni­sce è il fat­to di essere.
“Sia­mo cre­sciu­ti in modo distor­to, men­tal­men­te e fisi­ca­men­te; loro non ci han­no solo taglia­to i nostri geni­ta­li, la socie­tà ha cir­con­ci­so i nostri cer­vel­li con la reli­gio­ne, la scien­za e la poli­ti­ca, in que­sto modo abbia­mo per­so la nostra abi­li­tà ad esse­re crea­ti­ve, ad ave­re un’ampia visio­ne di noi stes­se e del mondo..
In tut­ti i miei libri emer­ge chia­ra­men­te che sono una dot­to­res­sa, par­lo di pro­ble­mi fisi­ci, ma non solo; par­lo anche di eco­no­mia, reli­gio­ne, sto­ria, antro­po­lo­gia e poli­ti­ca. Sono una psi­chia­tra e par­lo di malat­tia mentale.
Tut­ti noi rice­via­mo cono­scen­ze fram­men­ta­te sul fisi­co e la men­te come enti­tà sepa­ra­te, ed anche que­sta è un’idea reli­gio­sa, la frat­tu­ra tra il cor­po e la men­te è una cosa total­men­te inna­tu­ra­le. Quan­do scri­vo, io scri­vo con entram­bi, il cor­po e la mente”..
È que­sta sen­si­bi­li­tà del fisi­co intrec­cia­ta alla vul­ne­ra­bi­li­tà del­la men­te che la spin­ge a cri­ti­ca­re aper­ta­men­te le accu­se dei col­le­ghi, le san­zio­ni del gover­no e le minac­ce di mor­te degli estre­mi­sti islamici.
Sem­pre in “Cam­mi­na­re nel fuo­co”, penul­ti­mo capi­to­lo “Una rivo­lu­zio­ne abor­ti­ta”, la scrit­tri­ce rac­con­ta di come, nell’estate del 1968, dopo che l’Egitto vie­ne scon­fit­to da Israe­le nel­la guer­ra del 1967, lei deci­da di far par­te di un grup­po di medi­ci volon­ta­ri invia­ti nei cam­pi dei pro­fu­ghi pale­sti­ne­si in Gior­da­nia. Una vol­ta lì, si spo­sta in ambu­lan­za per aiu­ta­re i feriti.
Una not­te l’ambulanza sal­va un com­bat­ten­te del­la guer­ri­glia seria­men­te feri­to. Tre mesi dopo, Nawal Sa’dawi lo vede cam­mi­na­re su una sedia a rotelle.
Ave­va per­so entram­be le gam­be ed un brac­cio, era solo un tron­co”.
Duran­te la sua ulti­ma not­te nel cam­po, va ad incon­tra­re il com­bat­ten­te, di nome Ghas­san, che la aspet­ta sul­la sua sedia a rotel­le, fuo­ri la ten­da. È mori­bon­do, par­la aper­ta­men­te alla “dot­to­res­sa”, le rac­con­ta i suoi desi­de­ri, vie­ne fuo­ri la sua con­sa­pe­vo­lez­za su come la socie­tà trat­ta i più deboli:
Tut­ti quei cor­pi lascia­ti nel­le ten­de, sono pove­ri ragaz­zi come me. Non han­no nul­la, solo i loro cor­pi. Ma in real­tà non pos­seg­go­no nean­che quel­li, i loro cor­pi appar­ten­go­no ai capi, feto­re di mor­te compreso.
Un gior­no la diri­gen­za ha deci­so di apri­re un fasci­co­lo su me, ero ormai con­si­de­ra­to un vete­ra­no han­di­cap­pa­to gra­ve, una sor­ta di men­di­can­te o non so cosa, dal momen­to che ho dovu­to rac­co­glie­re quel­lo che gli altri but­ta­va­no via per nutrir­mi. Solo se veni­va un’importante per­so­na­li­tà a far­ci visi­ta, ci radu­na­va­no tut­ti insie­me in un luo­go spaz­za­to e puli­to, con le ban­die­re e gli stri­scio­ni. Inve­ce di esse­re l’orgoglio del­la nostra Nazione…sono diven­ta­to un moti­vo di ver­go­gna, una mac­chia sul­la nostra repu­ta­zio­ne che dove­va esse­re occul­ta­ta o nasco­sta
.”.
Ghas­san rac­con­ta la sua sto­ria rivol­gen­do­si in pri­ma per­so­na all’ascoltatrice “don­na”:
la pri­ma paro­la d’insulto che hai ascol­ta­to nel­la tua vita è o non é sta­ta “mara”?… I miei nemi­ci han­no fat­to a pez­zi il mio cor­po, ma per me è sta­to meno dolo­ro­so di que­sto insul­to che gli altri mi han­no spu­ta­to addosso”.
La paro­la “mara” in ara­bo col­lo­quia­le signi­fi­ca “don­na” ma, a dif­fe­ren­za del ter­mi­ne clas­si­co “mara’a”, vie­ne uti­liz­za­ta in sen­so dispre­gia­ti­vo per defi­ni­re una don­na con­si­de­ra­ta inu­ti­le, un peso per la società.
Nel­la sua nar­ra­ti­va, Sa’dawi osser­va e regi­stra scru­po­lo­sa­men­te le feri­te fisi­che così come le diver­se mani­fe­sta­zio­ni del tor­men­to men­ta­le, assol­ve poche per­so­ne ma ne accu­sa tan­te: il Pote­re e colo­ro che, per igno­ran­za e ser­vi­li­smo, si sono resi com­pli­ci del­la sof­fe­ren­za del­le fasce più fra­gi­li del­le loro società.
Nel­la sua rela­zio­ne medi­ca su Masou­da, scri­ve che la sua gio­va­ne pazien­te ave­va ripor­ta­to gra­vi lesio­ni ana­li a cau­sa del­lo stu­pro ripe­tu­to da par­te di un uomo adul­to. Aggiun­ge che “la ragaz­za non ha tro­va­to alcu­na via d’uscita se non la malat­tia men­ta­le.”.
Chie­do alla scrit­tri­ce: come si può per­do­na­re chi, come nel caso di Masou­da, si appel­la alle leg­gi divi­ne per giu­sti­fi­ca­re la resti­tu­zio­ne del­la vit­ti­ma al suo aggressore?
Repli­ca,: “la mia rab­bia è sem­pre inca­na­la­ta nel­la scrit­tu­ra crea­ti­va, non sono una per­so­na adi­ra­ta tout court.”. “Sono una don­na sorridente,felice; mol­te per­so­ne quan­do mi incon­tra­no riman­go­no stu­pi­te per­ché pen­sa­va­no di tro­va­re una “fem­mi­ni­sta arrab­bia­ta”! Tut­te le mie rab­bie si river­sa­no nel mio lavo­ro, sono pub­bli­che, ed è un segno ester­no impor­tan­te per­ché mol­te don­ne han­no pau­ra di mostrar­le, que­ste rab­bie. Alcu­ne le diri­go­no ver­so se stes­se, svi­lup­pa­no depres­sio­ne e nevrosi.
La rab­bia è inve­ce un’emozione mol­to posi­ti­va, anche gli ani­ma­li si arrab­bia­no se stan­no lot­tan­do; alla ste­sa sana manie­ra, gli esse­ri uma­ni si arrab­bia­no quan­do ven­go­no pic­chia­ti, quan­do sono espo­sti all’oppressione o all’ingiustizia.
Il pun­to è come le don­ne usa­no la loro rab­bia, con­tro se stes­se? Con­tro il mari­to? Voglio­no ucci­der­lo inve­ce che divor­zia­re? Ma per­ché? Pri­ma divor­zio, e poi recla­mo la mia vita! Io sono con­tro l’omicidio, a meno che tu non ucci­da come il per­so­nag­gio Fir­daus. La don­na a Pun­to Zero, che difen­de la sua vita.
I miei scrit­ti sono una pro­te­sta con­tro Dio, la reli­gio­ne e la spi­ri­tua­li­tà, che non libe­ra le don­ne ma aumen­ta sol­tan­to la loro oppressione.”.
Nawal Sa’dawi ricor­da che quan­do era una bam­bi­na che anda­va a scuo­la, nell’Egitto a caval­lo tra gli Anni Trenta/Quaranta, le su due miglio­ri ami­che era­no una bam­bi­na ebrea ed una cristiana.
L’insegnante le sepa­rò per l’educazione reli­gio­sa, e in clas­se ven­ne det­to a cia­scu­na di stu­dia­re sul pro­prio Libro sacro; lei, inol­tre, ven­ne ammo­ni­ta a non toc­ca­re il cibo “spor­co” del­le altre. Nawal ricor­da di esse­re rima­sta scon­vol­ta, inca­pa­ce di capi­re il moti­vo per cui era sta­ta sepa­ra­ta dal­le sue ami­che. Da adul­ta, rac­con­ta ades­so, “ho pas­sa­to die­ci anni a stu­dia­re i Testi del­le prin­ci­pa­li reli­gio­ni, i libri che mala­men­te stru­men­ta­liz­za­ti pos­so­no por­ta­re gli uni ad odia­re gli altri, pie­ni di con­trad­di­zio­ni basa­te sull’idea del peccato…”.
“Abbia­mo rice­vu­to una cat­ti­va edu­ca­zio­ne a scuo­la e all’università, diven­tia­mo buo­ni stu­den­ti igno­ran­ti del mon­do; occor­re che cia­scu­no rimet­ta in discus­sio­ne il far­del­lo di istru­zio­ne che si por­ta dentro.”.
Nawal al Sa’dawi ci spro­na a fare più col­le­ga­men­ti: tra poli­ti­ca, clas­se, reli­gio­ne, vio­len­za ses­sua­le e dipen­den­za eco­no­mi­ca del­le don­ne; tra leg­gi che lega­liz­za­no lo stu­pro e guer­re neo-colo­nia­li; tra patriar­ca­to, mono­ga­mia, nome del padre e muti­la­zio­ni geni­ta­li femminili.
La sua ulti­ma novel­la, Zay­nab, è dedi­ca­ta e por­ta il nome del­la madre, ne rac­con­ta la vita, ma gli edi­to­ri ara­bi han­no avu­to trop­po pau­ra di pub­bli­car­lo: “Abbia­mo per­so il nostro sen­so comu­ne”, com­men­ta l’autrice con tristezza.
Zed Books ha recen­te­men­te ripub­bli­ca­to quat­tro libri di Nawal sl Sa’dawi, “Wal­king Throu­gh Fire”, “A Daughter of Isis”, “Cir­cling Song” e “Sear­ching”.

* Inter­vi­sta ori­gi­na­le pub­bli­ca­ta su “The Arab”, ripre­sa e invia­ta da “Women lin­ving under muslim laws”, tra­du­zio­ne per women a cura del­la redazione

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L’amore ai tempi del petrolio

| LIBROMONDO | Vener­dì 13 novem­bre 2009 | Moni­ca Bian­chi La Foresti |

Il petro­lio “dono e male­di­zio­ne” è il pro­ta­go­ni­sta asso­lu­to di que­sto roman­zo. “Dono” per­ché ric­chez­za natu­ra­le ‘male­di­zio­ne’ per le con­se­guen­ze sul mon­do degli uomi­ni che vi ruo­ta intorno.
Le figu­re che si muo­vo su que­sto sfon­do si muo­vo­no come ombre stre­ma­te, abbru­ti­te dal­la situa­zio­ne di oppres­sio­ne e fati­ca. Inca­pa­ci di ragio­na­re sul­la assur­di­tà del­la pro­pria con­di­zio­ne. Solo una pic­co­la, sem­pli­ce don­na, impie­ga­ta di un uffi­cio archeo­lo­gi­co, chie­de una vacan­za dal suo lavo­ro, per “sod­di­sfa­re una sua curio­si­tà” (cosa che ver­rà poi defi­ni­ta dagli altri un “pas­sa­tem­po” cioè una cosa inutile).
Que­sta don­na par­te alla ricer­ca di even­tua­li resti archeo­lo­gi­ci del­la staua di una anti­ca dea por­tan­do uno scal­pel­lo nel­lo zai­no. Per­cor­re que­sto sce­na­rio cupo e deso­la­to, sof­fo­can­te, ma riu­sci­rà nell’intento!
La tra­ma è altret­tan­to oscu­ra e alla fine non si capi­sce esat­ta­men­te se que­sta dona fa ritor­no a casa, se vie­ne rag­giun­ta dal­le per­so­ne che la cer­ca­no o se incor­re in un altro desti­no. La gerar­chia del­la strut­tu­ra del roman­zo in que­sto pun­to sem­bra vacil­la­re (mari­to-poli­ziot­to­psi­co­lo­co-capo uffi­cio) ma soprat­tut­to la tra­ma si intrec­cia con le let­te­re di altre don­ne che ugual­men­te lascia­no a casa il fogliet­to “sono anda­ta in vacan­za”. Ecco pro­prio que­sto: anda­re in vacan­za, par­ti­re da don­ne sole, per per­cor­re­re un viag­gio di cono­scen­za, cre­sci­ta del­la pro­pria per­so­na met­te in moto le ener­gie di que­sto romanzo.
Lo sfon­do e i pre­sup­po­sti sono quel­li del­la socie­tà isla­mi­ca, ma mol­to si può rico­no­sce­re anche del­la nostra “libe­ra” socie­tà occidentale.
La let­tu­ra di que­sto libro è impe­gna­ti­va: un per­cor­so aspro in cui sogno e real­tà si con­fon­do­no in un mosai­co cata­stro­fi­co, livi­do, angosciante.

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L’amore ai tempi del petrolio

L’Opinione del­le Liber­tà | Saba­to 17 otto­bre 2009 | Maria Anto­niet­ta Fon­ta­na |

Ci sono auto­ri la cui let­tu­ra rie­sce a far­ci imma­gi­na­re suo­ni, colo­ri, situa­zio­ni con par­ti­co­la­re viva­ci­tà. Ci sono auto­ri che rie­sco­no per­fi­no a evo­ca­re odo­ri (ave­te pre­sen­te l’inizio di quel capo­la­vo­ro del Nove­cen­to che è “Pro­fu­mo”, di Suskind?). Ma ci sono anche auto­ri che rie­sco­no a pro­iet­ta­re il let­to­re così den­tro al pro­prio volu­me, che si fini­sce col respi­rar­ne tutto.
Per me, que­sto aspet­to è sta­to asso­lu­ta­men­te scon­vol­gen­te nel leg­ge­re “L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal al-Sa’dawi, edi­to nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na per i tipi del Siren­te lo scor­so mese di mar­zo, ed in ven­di­ta al prez­zo di 15 euro.
Il roman­zo si col­lo­ca a vari livel­li, ma sono soprat­tut­to la denun­cia socia­le su vasta sca­la e — para­dos­sal­men­te — la poe­sia vio­len­ta e visce­ra­le che la espri­me, i due aspet­ti dominanti.
L’autrice, una cele­bre psi­chia­tra egi­zia­na, è ben nota per il suo atti­vi­smo poli­ti­co che l’ha por­ta­ta a can­di­dar­si alle pri­me libe­re ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del pro­prio Pae­se. Come scrit­tri­ce ha pub­bli­ca­to sva­ria­ti roman­zi, che costi­tui­sco­no un ampio affre­sco del­la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le nel mon­do arabo.
Que­sto libro è sta­to cen­su­ra­to in Egit­to e riti­ra­to dal­la ven­di­ta su ordi­ne dell’autorità reli­gio­sa egi­zia­na Al Azhar. Tut­ta­via, il let­to­re che si aspet­tas­se un rife­ri­men­to diret­to all’Egitto o un’identificazione pre­ci­sa con un qual­sia­si altro pae­se ara­bo, reste­reb­be delu­so. L’ambientazione è vaga, oni­ri­ca: incu­bo o sogno, espres­sio­ni ambe­due di una real­tà che sfug­ge sem­pre o che, al con­tra­rio, è fin trop­po presente.
Per tut­to il libro tra­spa­re comun­que il gran­de attac­ca­men­to dell’autrice alle pro­prie ori­gi­ni — rive­la­to dal­la pro­fes­sio­ne del­la pro­ta­go­ni­sta, una don­na che svol­ge il lavo­ro di archeologa.
La tra­ma è sem­pli­ce ed esi­le. È la sto­ria di una don­na che, appun­to, un bel gior­no scom­pa­re lascian­do il mari­to per cer­ca­re di ritro­va­re le pro­prie idee, e che, quan­do tor­na, in real­tà ha una rela­zio­ne con un altro. Nel perio­do del­la sua scom­par­sa, men­tre la poli­zia la sta cer­can­do, la pro­ta­go­ni­sta si tro­va coin­vol­ta in un viag­gio osses­si­vo con­tras­se­gna­to dal petro­lio che inva­de tut­to: le sue par­ti­cel­le si posa­no sul­la pel­le, entra­no nel­le nari­ci, copro­no le pal­pe­bre, schian­ta­no, schiac­cia­no, annien­ta­no… le figu­re del roman­zo non han­no un nome, don­ne o uomi­ni che sia­no. Sono degli arche­ti­pi, meta­fo­re di
un mon­do in cui la don­na è stru­men­to di lavo­ro e fon­te di pia­ce­re, pur restan­do sen­za indi­vi­dua­li­tà: una mac­chi­na senz’anima, sen­za il dirit­to a pro­pri sen­ti­men­ti, sen­za la pos­si­bi­li­tà di espri­mer­si e fare sen­ti­re la pro­pria voce.
Cito un pas­sag­gio: “Que­sta don­na san­gui­na. Le don­ne ave­va­no neces­si­tà di san­gui­na­re, altri­men­ti il mon­do sareb­be rima­sto così e ogni cosa sareb­be fini­ta nel nul­la. Dob­bia­mo pren­de­re il san­gue fre­sco di que­sta don­na e por­tar­lo al mon­do morente”.
Il mes­sag­gio che Nawal al-Sa’dawi ci tra­smet­te è pro­prio que­sto. La real­tà fem­mi­ni­le non può pre­scin­de­re dal­la pro­pria con­di­zio­ne di sof­fe­ren­za, da cui non si è affran­ca­ta e, appa­ren­te­men­te, potreb­be non affran­car­si mai. E la risa­ta del maschio è il neces­sa­rio com­ple­men­to allo svol­gi­men­to di una vita che dovreb­be tro­va­re la pro­pria giu­sti­fi­ca­zio­ne nell’asservimento fun­zio­na­le ano­ni­mo (le par­ti­cel­le di petro­lio ci ren­do­no tut­ti ugua­li e indi­stin­gui­bi­li), una vita in cui schi­zo­fre­nia è l’etichetta che vie­ne appiop­pa­ta a chi — come la pro­ta­go­ni­sta — tro­va infi­ne il corag­gio di fare del­le scel­te diver­se e,
per­ciò stes­so, ribelli.

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La fuga di una donna alla ricerca di sé stessa

Medi­ter­ra­nea Onli­ne | Lune­dì 1 giu­gno 2009 | Cri­sti­na Giu­di­ce |

Un pae­se gover­na­to dagli uomi­ni, un’atmosfera den­sa, nera e sof­fo­can­te in cui resta­re invi­schia­ti come nel petro­lio. Il nuo­vo roman­zo del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal el-Sa’dawy.

Visio­na­rio, schi­zo­fre­ni­co, oni­ri­co. Sono alcu­ni degli agget­ti­vi che si pos­so­no usa­re per descri­ve­re l’ultimo roman­zo di Nawal el-Sa’dawy, L’amore ai tem­pi del petro­lio, una nar­ra­zio­ne buia, liqui­da e visco­sa pro­prio come que­sto liqui­do, pre­sen­ta­ta a Roma dal­la casa edi­tri­ce “il Siren­te” come secon­do tito­lo del­la nuo­va e inte­res­san­te col­la­na “Altri arabi”.
La scrit­tri­ce egi­zia­na affron­ta in que­sto libro i temi che da sem­pre le sono cari, ma qui più che mai assu­me una pro­spet­ti­va pret­ta­men­te psi­chia­tri­ca che fa emer­ge­re la sua figu­ra di medi­co e di esper­ta degli intri­ca­ti mec­ca­ni­smi del­la men­te uma­na. In que­sto caso una men­te mala­ta, in pre­da ad una sor­ta di deli­rio cau­sa­to da con­di­zio­ni di vita socia­le e affet­ti­va che costrin­go­no la pro­ta­go­ni­sta ad una fuga dal­la real­tà in un’atmosfera allu­ci­na­ta di costan­te alter­nan­za fra sogno e veglia, i cui con­tor­ni si sfu­ma­no e si mesco­la­no tan­to da esse­re indistinguibili.
For­se pro­prio il back­ground da medi­co per­met­te alla el-Sa’dawy, come ad altri scrit­to­ri egi­zia­ni con­tem­po­ra­nei, di ave­re uno sguar­do qua­si cli­ni­co nei con­fron­ti del­la real­tà, come ha nota­to il gior­na­li­sta Pino Bla­so­ne, inter­ve­nu­to alla pre­sen­ta­zio­ne del libro: «Già Mah­fuz, con la sua for­te cri­ti­ca ver­so la socie­tà, era sta­to un vero mae­stro del nuo­vo rea­li­smo egi­zia­no, un filo­ne por­ta­to avan­ti dal­le ulti­me gene­ra­zio­ni di scrit­to­ri, soprat­tut­to dopo gli even­ti dell’11 set­tem­bre 2001».
Il rea­li­smo del­la el-Sa’dawy, teo­riz­za­to nel libro-inter­vi­sta Dis­si­den­za e scrit­tu­ra, tro­va pie­na rea­liz­za­zio­ne nel­le pagi­ne di que­sto roman­zo: la con­di­zio­ne del­la don­na e il suo rap­por­to con l’uomo, la rela­zio­ne fra cul­tu­ra e liber­tà, il desi­de­rio di abbat­te­re le bar­rie­re e i tabù impo­sti dal­la socie­tà e dal­la reli­gio­ne. Tut­to que­sto sen­za dimen­ti­ca­re le pro­prie radi­ci: in un con­te­sto in cui tut­to è ano­ni­mo, dai per­so­nag­gi ai luo­ghi, il richia­mo all’antica civil­tà egi­zia­na e alle sue divi­ni­tà è l’unico pun­to fer­mo, qua­si il faro ver­so cui diri­ger­si quan­do si è per­sa la rot­ta per ritro­va­re il pro­prio pas­sa­to ed esse­re così capa­ci di affron­ta­re il presente.
La pro­ta­go­ni­sta del roman­zo è un’archeologa che scap­pa dal­la trap­po­la del­la vita coniu­ga­le per anda­re alla ricer­ca del­le anti­che divi­ni­tà fem­mi­ni­li in una socie­tà domi­na­ta dagli uomi­ni e dove anche il solo pen­sa­re che esi­sta­no divi­ni­tà fem­mi­ni­li è con­si­de­ra­to un tabù. L’uomo è padro­ne indi­scus­so di tut­to e depo­si­ta­rio del sape­re asso­lu­to e la don­na vive il rap­por­to con lui come uno scon­tro con­ti­nuo. Come ha nota­to Lau­ra Pisa­no, docen­te di sto­ria del gior­na­li­smo all’università di Caglia­ri, «il mari­to appa­re qua­si sem­pre sot­to for­ma di una voce che dà ordi­ni, nasco­sto die­tro le pagi­ne di un gior­na­le, qua­si come se la stam­pa fos­se vis­su­ta come vero stru­men­to di pote­re». Il para­dos­so però è che colui che ha il pote­re incon­tra­sta­to nel pae­se, il re, è anal­fa­be­ta, men­tre la don­na, pur non essen­do padro­na nep­pu­re del pro­prio desti­no, è una ricer­ca­tri­ce. «Chie­de­re cul­tu­ra da par­te del­la don­na – secon­do la Pisa­no – signi­fi­ca infran­ge­re il mono­po­lio del pote­re e l’idea che la cul­tu­ra fos­se una col­pa, una tra­sgres­sio­ne e una devia­zio­ne, era pre­sen­te anche in Euro­pa, dove la don­na ha avu­to acces­so all’istruzione di alto livel­lo solo mol­to tardi».
«Il pro­ble­ma del libe­ro acces­so alla cul­tu­ra e alla libe­ra espres­sio­ne del­le idee in Egit­to è anco­ra pre­sen­te – ha ricor­da­to Pao­la Gar­giu­lo, del grup­po par­la­men­ta­re don­ne al Sena­to – for­se anche per que­sto le nuo­ve gene­ra­zio­ni, che nel pae­se costi­tui­sco­no la mag­gio­ran­za del­la popo­la­zio­ne, cer­ca­no nuo­ve vie, in par­ti­co­la­re quel­la vir­tua­le. Mol­ti blog­ger sono però fini­ti in car­ce­re e anche la ragaz­za che su Face­book die­de ini­zio al tam tam del movi­men­to del 6 apri­le (per la pro­cla­ma­zio­ne del­lo scio­pe­ro gene­ra­le, fini­to pur­trop­po in un fia­sco sia nel 2008 che nel 2009, ndr) è fini­ta in car­ce­re. Anche il roman­zo a fumet­ti “Metro”, che cono­sce un enor­me suc­ces­so vir­tua­le sul­la rete, è sta­to seque­stra­to dal­le librerie.
Un esem­pio posi­ti­vo del rap­por­to fra scrit­tu­ra e pote­re – ha con­ti­nua­to la Gar­giu­lo – è inve­ce quel­lo del­la maroc­chi­na Rita el-Kha­yat che nel 1999 fu la pri­ma don­na nel mon­do ara­bo a scri­ve­re una let­te­ra al re del Maroc­co riguar­do la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le, il docu­men­to for­se più auda­ce, corag­gio­so e scon­ve­nien­te del seco­lo scor­so e che richia­mò l’attenzione del sovra­no su pro­ble­mi non pri­ma pre­si nel­la giu­sta considerazione».
Nel suo ten­ta­ti­vo di ribel­lar­si con­tro que­sto tipo di socie­tà però la pro­ta­go­ni­sta tro­va un osta­co­lo anche nel­le altre don­ne e qui sem­bra che si pos­sa intra­ve­de­re una sor­ta di cri­ti­ca, che non sareb­be nep­pu­re ingiu­sti­fi­ca­ta, nei con­fron­ti del­le don­ne ara­be, spes­so inca­pa­ci esse stes­se, a vol­te per pigri­zia e altre per pau­ra, di abbat­te­re quel­le bar­rie­re con­tro cui la el-Sa’dawy lot­ta da tempo.
«Per riu­sci­re ad infran­ge­re le bar­rie­re – ha det­to la Pisa­no – è neces­sa­rio il dia­lo­go fra le cul­tu­re, sia di tipo reli­gio­so che arti­sti­co, let­te­ra­rio e cul­tu­ra­le, con­tra­stan­do tut­to ciò che crea osta­co­li e sepa­ra­zio­ni. In que­sto sen­so le reli­gio­ni, usa­te in modo poli­ti­co, sono viste dal­la el-Sa’dawy come ele­men­to di sepa­ra­zio­ne nel loro crea­re odi, divi­sio­ni e ingiustizie».
L’autrice stes­sa, in un con­ve­gno a Roma qual­che set­ti­ma­na fa, dis­se: «Biso­gna rele­ga­re la reli­gio­ne nel­la sfe­ra pri­va­ta del­la vita e non dar­le spa­zio in quel­la pub­bli­ca. Per que­sto ben ven­ga­no ini­zia­ti­ve come quel­la del gover­no fran­ce­se, che ha proi­bi­to qual­sia­si esi­bi­zio­ne di segni reli­gio­si negli ambien­ti pub­bli­ci. La reli­gio­ne per mol­ti ver­si è diven­ta­ta un fat­to socia­le come in Egit­to, dove le ragaz­ze indos­sa­no il velo con jeans e magliet­te stret­tis­si­mi. La reli­gio­ne non è mora­li­tà, ma poli­ti­ca. Stu­dian­do le reli­gio­ni mi sono tro­va­ta di fron­te a due tipi di mora­le, una per gli uomi­ni e una per le don­ne, una per i ric­chi e una per i pove­ri e ho nota­to che la reli­gio­ne crea solo divi­sio­ni. Abbia­mo biso­gno di vive­re in un mon­do sen­za reli­gio­ne, sen­za che ciò signi­fi­chi vive­re sen­za mora­le. Al con­tra­rio, sarem­mo più uma­ni e, quin­di, più uni­ti fra di noi».
Il pro­ble­ma fem­mi­ni­le secon­do la scrit­tri­ce è, oltre che reli­gio­so, poli­ti­co: «Le don­ne sono sot­to­po­ste a for­ti pres­sio­ni in tut­to il mon­do, sia di tipo socia­le, che eco­no­mi­co e poli­ti­co, e sono ovun­que vit­ti­me dei siste­mi: in Afgha­ni­stan, dove il regi­me tale­ba­no è sta­to crea­to dai Bush, come in Ame­ri­ca, dove domi­na il fon­da­men­ta­li­smo cri­stia­no, come in Euro­pa, dove sono schia­ve del­le con­ven­zio­ni sociali».
Non aven­do dun­que nes­su­no a cui rivol­ger­si nel mon­do rea­le, la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo si rifu­gia sia nel ricor­do del­la sua infan­zia, dove domi­na la figu­ra del­la zia devo­ta all’Immacolata, figu­ra pre­sen­te nel­la tra­di­zio­ne cri­stia­na come in quel­la musul­ma­na, sia nel mon­do ance­stra­le e for­te­men­te sim­bo­li­co del­le anti­che divi­ni­tà fem­mi­ni­li, dove anche la sfin­ge, il cui nome in ara­bo, Abu el-Hol (padre del ter­ro­re), è maschi­le assu­me iden­ti­tà fem­mi­ni­le diven­tan­do Um el-Hol (madre del ter­ro­re). È così che in un libro in cui nes­sun per­so­nag­gio è iden­ti­fi­ca­to da un nome, solo le divi­ni­tà sono defi­ni­te, esat­ta­men­te come suc­ce­de­va in alcu­ni rac­con­ti di epo­ca farao­ni­ca, come ha ricor­da­to Ema­nue­le Ciam­pi­ni, esper­to di egit­to­lo­gia dell’università “Ca’ Fosca­ri” di Vene­zia. Sekh­met, dea leo­nes­sa, prin­ci­pio divi­no ter­ri­bi­le e por­ta­tri­ce di mor­te, diven­ta qua­si alter ego del­la pro­ta­go­ni­sta. Pro­prio come lei, infat­ti, era fug­gi­ta dall’Egitto dan­do ini­zio a stra­gi ter­ri­bi­li oltre i con­fi­ni del pae­se. Lo stes­so dio sole inter­ven­ne per argi­na­re la sua ira sen­za fre­ni e la dea fu ripor­ta­ta in Egit­to con l’inganno, da un grup­po di divi­ni­tà fra cui il “bra­vo compagno”.
Il rap­por­to con l’uomo insom­ma, se pur con­flit­tua­le, risul­ta qua­si neces­sa­rio e com­ple­men­ta­re alla figu­ra fem­mi­ni­le, come sem­bra sot­tin­ten­de­re anche la el-Sa’dawy nel­le ulti­me righe del romanzo:
«Ma quan­do lo sen­tì ride­re, rise anche lei.
La vita sem­brò miglio­re di quel­lo che era sta­ta in precedenza.
Fino a quan­do l’uomo avrà la capa­ci­tà di ride­re, la don­na non avrà desi­de­rio di scap­pa­re, alme­no non que­sta not­te. Con­ti­nue­rà a dor­mi­re e doma­ni ci pro­ve­rà di nuovo”».

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L’amore in Egitto, ai tempi del petrolio

Reset DOC | Mar­te­dì 2 giu­gno 2009 | Fran­ce­sca Giorgi |

Una don­na mori­ge­ra­ta, sem­pre ligia al pro­prio dove­re e rispet­to­sa del­le leg­gi; un’archeologa, spe­cia­liz­za­ta nel­la ricer­ca di sta­tue raf­fi­gu­ran­ti divi­ni­tà fem­mi­ni­li dell’antico Egit­to. Che un gior­no deci­de di fug­gi­re, di “pren­der­si una vacan­za” dal mari­to e dal lavo­ro, e fini­sce per spa­ri­re, facen­do per­de­re le pro­prie trac­ce agli altri e a se stes­sa. Da qui si dipa­na L’amore ai tem­pi del petro­lio (il Siren­te 2009, Euro 15,00), l’ultima fati­ca let­te­ra­ria del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal al-Sa’dawi, fra le pro­ta­go­ni­ste indi­scus­se del fem­mi­ni­smo ara­bo contemporaneo.

Medi­co e psi­chia­tra, al-Sa’dawi si bat­te da mol­ti anni nel suo pae­se e in tut­to il mon­do con­tro la dise­gua­glian­za di gene­re e con­tro la pra­ti­ca del­le muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li, di cui da bam­bi­na fu vit­ti­ma lei stes­sa. Per le sue pre­se di posi­zio­ne è sta­ta con­si­de­ra­ta a lun­go una per­so­na con­tro­ver­sa e peri­co­lo­sa dal gover­no egi­zia­no, incar­ce­ra­ta nel 1981, costret­ta a rinun­cia­re alla can­di­da­tu­ra alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li del 2005. Dopo mol­ti roman­zi, sag­gi e rac­col­te di novel­le tra­dot­ti in 20 lin­gue, che le han­no fat­to vin­ce­re nume­ro­si pre­mi, L’amore ai tem­pi del petro­lio fu pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta in Egit­to nel 2001 e subi­to cen­su­ra­to dal­la mas­si­ma isti­tu­zio­ne reli­gio­sa del pae­se. In linea con la natu­ra bat­ta­glie­ra dell’autrice, il libro è infat­ti a tut­ti gli effet­ti una denun­cia con­tro la socie­tà patriar­ca­le, la segre­ga­zio­ne fem­mi­ni­le, la vio­len­za per­pe­tra­ta quo­ti­dia­na­men­te ai dan­ni del­le don­ne, la nega­zio­ne per loro di ogni dirit­to uma­no. E, seb­be­ne l’ambientazione del­la sto­ria sia vaga, i riman­di al pae­se nata­le dell’autrice sono mol­te­pli­ci, tali per­lo­me­no da por­ta­re alla censura.
Dopo la fuga, la pro­ta­go­ni­sta del roman­zo – che non vie­ne mai chia­ma­ta per nome, a imper­so­na­re per­fet­ta­men­te l’intero uni­ver­so fem­mi­ni­le – si ritro­va improv­vi­sa­men­te in un oscu­ro “Regno del petro­lio” dove si stan­no pre­pa­ran­do i festeg­gia­men­ti per il com­plean­no del Re. La don­na vie­ne per­ciò seque­stra­ta, con­se­gna­ta nel­le mani di un uomo e costret­ta a lavo­ra­re all’estrazione del liqui­do, che impre­gna di sé e invi­schia tut­to il mon­do cir­co­stan­te. Nel­la fab­bri­ca le don­ne han­no il com­pi­to di tra­spor­ta­re i bari­li sul­la testa, sen­za dirit­to al risto­ro né al sala­rio. La don­na si tro­va così ulte­rior­men­te schia­viz­za­ta, a dover soste­ne­re il con­fron­to con le altre don­ne, che spes­so rido­no del­le sue dif­fi­col­tà nell’adattarsi alla nuo­va condizione.
Ma la fati­ca più gran­de è il rap­por­to con l’uomo che ha rice­vu­to il com­pi­to di tener­la pres­so di sé. La pro­ta­go­ni­sta non è mai sta­ta abi­tua­ta in pas­sa­to ad adem­pie­re alle man­sio­ni con­si­de­ra­te nor­mal­men­te fem­mi­ni­li, come la cuci­na, né a sod­di­sfa­re indi­scu­ti­bil­men­te le richie­ste maschi­li. Il rap­por­to con l’uomo – anche in que­sto caso sen­za nome – rap­pre­sen­ta per lei una ulte­rio­re regres­sio­ne, che la por­ta in un cer­to sen­so a per­de­re il sen­so del suo per­cor­so. Ave­va scel­to di fug­gi­re per rom­pe­re con un matri­mo­nio e una vita socia­le infe­li­ci, e inve­ce di miglio­ra­re la pro­pria situa­zio­ne si ritro­va anco­ra più degra­da­ta. Ma fra i due si crea poco a poco un lega­me, che la pro­ta­go­ni­sta non sa iden­ti­fi­ca­re se non con l’amore, ma che in real­tà è sem­pli­ce­men­te il rico­no­sci­men­to del­la reci­pro­ca digni­tà. E’ que­sto che l’autrice auspi­ca si crei fra tut­ti gli uomi­ni e tut­te le don­ne: che si smet­ta di con­si­de­ra­re gli altri esse­ri uma­ni come del­le pro­prie­tà, come mer­ce di scam­bio, o come ogget­to di pote­re. Che final­men­te ci si rico­no­sca ognu­no nel­la pro­pria per­so­na­le identità.
L’amore ai tem­pi del petro­lio è un per­cor­so del tut­to oni­ri­co all’interno di una vicen­da dai con­tor­ni sfu­ma­ti, in cui l’inizio e la fine si con­fon­do­no qua­si a dise­gna­re una cir­co­la­ri­tà degli even­ti. La scrit­tu­ra ricor­da il flus­so di coscien­za, in cui il tem­po per­de valo­re rispet­to all’urgenza dell’espressione dei pen­sie­ri. Ma il riman­do alla real­tà, ango­scio­so e cruen­to, non per­met­te mai al let­to­re di sol­le­va­re i pie­di da terra.

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Incontro con Nawal El Saadawi

| lorellavezza.it | Lorel­la Vezza |

Mol­to inte­res­san­te e coin­vol­gen­te la sera­ta di lune­dì 18 a Tori­no al Cir­co­lo dei Let­to­ri dove ho avu­to il pia­ce­re di cono­sce­re per­so­nal­men­te Nawal El Saa­da­wi. Sera­ta nel­la qua­le ha par­te­ci­pa­to la con­si­glie­ra regio­na­le del Pie­mon­te Maria­cri­sti­na Spi­no­sa, la coor­di­na­tri­ce del pro­get­to Auro­ra Sai­da Ahmed Ali e la socia fon­da­tri­ce di Uni­fem Ita­lia Maria Magna­ni Noya. Nata a Il Cai­ro, rap­pre­sen­ta l’Egitto ed è una del­la tan­te vit­ti­me di un Pae­se dove non è faci­le supe­ra­re pre­giu­di­zi e tabù lega­ti al gene­re fem­mi­ni­le. Dopo gli stu­di uni­ver­si­ta­ri, Nawal affian­ca la car­rie­ra di medi­co, psi­chia­tra, all’ atti­vi­smo poli­ti­co e alla “bat­ta­glia fem­mi­ni­sta”. Le sue bat­ta­glie la pro­cu­re­ran­no la con­dan­na al car­ce­re nel 1981 sot­to il regi­me di Sadat. Nume­ro­se sono le accu­se, anche recen­ti, di apo­sta­sia da par­te di isti­tu­zio­ni isla­mi­che come Al-Azhar, a cau­sa del con­te­nu­to pro­vo­ca­to­rio dei suoi scrit­ti: ses­sua­li­tà, discri­mi­na­zio­ne del­la don­na ara­ba e la sua subor­di­na­zio­ne alla socie­tà patriar­ca­le. Psi­chia­tra e scrit­tri­ce, attual­men­te vive negli Sta­ti Uni­ti dove inse­gna pres­so la Duke Uni­ver­si­ty, North Caro­li­na. Ha scrit­to nume­ro­si libri sul­la con­di­zio­ne del­la don­na nell’Islam, dedi­can­do par­ti­co­la­re atten­zio­ne alla pra­ti­ca del­le muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li. Nawal El Saa­da­wi è una fem­mi­ni­sta (costret­ta a vive­re fuo­ri dall’Egitto), che mostra la sua com­bat­ti­vi­tà sin da quan­do era bam­bi­na e che usa le paro­le e la memo­ria “per ribel­lar­si ad una socie­tà in cui la nasci­ta di una fem­mi­na equi­va­le ad una sven­tu­ra”. Scrit­tri­ce pro­li­fi­ca – in que­sti gior­ni ha pre­sen­ta­to alla Fie­ra Inter­na­zio­na­le del Libro il suo ulti­mo scrit­to “L’amore ai tem­pi del petro­lio” – ha vin­to nume­ro­si pre­mi, tra cui, nel 2004, il Pre­mio Nord-Sud con­fe­ri­to­le dal Con­si­glio d’Europa per il corag­gio, l’intraprendenza e la fidu­cia nel futu­ro dei dirit­ti uma­ni. Da mol­tis­si­mi anni si bat­te per il rispet­to dei dirit­ti uma­ni e con­tro ogni for­ma di vio­len­za sul­le don­ne. Una don­na ecce­zio­na­le sem­pli­ce e cari­sma­ti­ca nel­lo stes­so tem­po. Gli occhi espri­mo­no la vita­li­tà di una ragaz­zi­na seb­be­ne abbia avu­to espe­rien­ze sicu­ra­men­te trau­ma­ti­che Ascol­tar­la è un pia­ce­re par­la con cal­ma e deter­mi­na­zio­ne le sue idee sono chia­ris­si­me. Spie­ga che in nes­su­na par­te del mon­do le don­ne sono vera­men­te libe­re, cre­do­no di esser­lo, ma anche nei pae­si più indu­stria­liz­za­ti del mon­do subi­sco­no del­le discri­mi­na­zio­ni e sono schia­ve del­la socie­tà. Fa un’analisi appro­fon­di­ta dei vari tipi di muti­la­zio­ni: sia fem­mi­ni­li che maschi­li, ma anche psi­co­lo­gi­che. Que­ste ulti­me mol­to più peri­co­lo­se e dif­fu­se. Ecco per­ché lei è, per esem­pio, com­ple­ta­men­te con­tra­ria al truc­co che vede come un velo post moder­no usa­to dal­le don­ne in manie­ra orgo­glio­sa per sot­to­li­nea­re il loro esse­re, sen­za capi­re però, che l’unica arma che han­no dav­ve­ro è il loro cer­vel­lo. Non rispar­mia nes­su­no con le sue invet­ti­ve, non le reli­gio­ni che secon­do lei non per­met­to­no la nasci­ta di una vera demo­cra­zia, non le don­ne al pote­re ma nem­me­no il suo Pae­se. Con­di­vi­do pie­na­men­te che l’intelligenza è l’arma più impor­tan­te che una don­na pos­sie­de per far­si vale e rispet­ta­re. Una don­na deter­mi­na­ta, intel­li­gen­te dif­fi­cil­men­te può esse­re igno­ra­ta. La cura dell’aspetto e il truc­co fan­no ormai par­te del nostro tem­po, l’importante è non esser­ne schia­ve e pun­ta­re esclu­si­va­men­te su que­sto. Nawal El Saa­da­wi: una don­na for­te, deter­mi­na­ta, pie­na di ener­gia un esem­pio per tut­te noi.

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Nawal al-Sa’dawi, “L’amore ai tempi del petrolio”

Nigri­zia | Mag­gio 2009 |

Un roman­zo dall’atmosfera sur­rea­le, con il petro­lio che le don­ne por­ta­no a bari­li sul­la testa inve­ce dell’acqua, con il petro­lio che esce dai loro seni inve­ce del lat­te per i loro pic­co­li… Una don­na, un’archeologa, è scom­par­sa di casa: nul­la di simi­le si è mai visto in que­sto pae­se inno­mi­na­to dove «Sua Mae­stà» è anal­fa­be­ta e que­sto è per lui «segno di distin­zio­ne»… Un sur­rea­li­smo però ben rea­li­sta nel­la sua poten­tew den­nun­cia del­la con­di­zio­ne del­la don­na, di cui si fa com­pli­ce la don­na stes­se, da par­te di una sto­ri­ca e radi­ca­le fem­mi­ni­sta egi­zia­na (la cui pre­sen­za è pre­vi­sta all’imminente Fie­ra del Libro di Tori­no, con l’Egitto pae­se ospi­te). L’introduzione, non di cir­co­stan­za, è di Lui­sa Mor­gan­ti­ni. il Siren­te, 2009, pp. 140, € 15,00.

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Torino. Domani apre la XXII Edizione della Fiera del libro

Daze­bao | Mer­co­le­dì 13 mag­gio 2009 | Gior­gia Mecca |

TORINO — Doma­ni al Lin­got­to  di  Tori­no si apri­rà la ven­ti­due­si­ma edi­zio­ne del­la Fie­ra Inter­na­zio­na­le del Libro, la più impor­tan­te mani­fe­sta­zio­ne ita­lia­na lega­ta alla cul­tu­ra e all’editoria.  Quest’anno saran­no pre­sen­ti ben 1400 edi­to­ri. “L’Io e gli altri”, ovve­ro la nostra indi­vi­dua­li­tà e il rap­por­to con gli altri, è il tema prin­ci­pa­le di que­sta atte­sa edizione.
Non è un caso che la scel­ta sia rica­du­ta in un argo­men­to così attua­le che si lega par­ti­co­lar­men­te alla cri­si d’identita a cui assi­stia­mo in que­sti anni, la fol­le iper­tro­fia dell’Io che ha can­cel­la­to la pre­sen­za degli altri. Il nostro Io è mala­to, disgre­ga­to e soprat­tut­to inca­pa­ce di rap­por­tar­si con gli altri. Gli altri sono sem­pre piu per­ce­pi­ti come diver­si e quin­di sim­bo­lo del Male.  Abbia­mo per­so il sen­so del­la comu­ni­tà e sia­mo inca­pa­ci di rico­no­scer­ci in un pro­get­to comune. Con que­sto mes­sag­gio la fie­ra del libro vuo­le esse­re un’occasione uni­ca per rico­no­sce­re l’altro e per usci­re dal­la nostra indi­vi­dua­li­tà mala­ta. Un Io mala­to por­ta neces­sa­ria­men­te a una sco­ie­tà malata.

Lucia­no Can­fo­ra, il cele­bre sto­ri­co dell’antichità che ter­rà una lec­tio magi­stra­lis sul cesa­ri­smo, affer­ma pro­prio que­sto: “la socie­tà è diven­ta­ta una som­ma di ato­mi, una mas­sa iner­te in ado­ra­zio­ne di un lea­der cari­sma­ti­co”. La Fie­ra del Libro diven­ta cos’ un’opportunità per usci­re dal guscio, come reci­ta lo slo­gan, e per ricrea­re una socie­tà basa­ta sull’aggregazione solidale.  
La rifles­sio­ne di quest’anno non par­ti­rà dal­la let­te­ra­tu­ra ben­sì dal­le neu­ro­scien­ze. I due impor­tan­ti bio­lo­gi  Edoar­do Boci­nel­li e Gia­co­mo Riz­zo­lat­ti spie­ghe­ràn­no come fun­zio­na il nostro cer­vel­lo, la sede depu­ta­ta dell’identità, poi si par­le­rà di psi­coa­na­li­si e del­la gran­di scuo­le del ven­te­si­mo seco­lo, da Freud Jung a Lacan.
Accan­to all’Io e alla sua cri­si la Fie­ra del libro trat­te­rà anche argo­men­ti di attua­li­tà attra­ver­so i nume­ro­si dibat­ti­ti che sono pre­vi­sti in que­sti gior­ni: Emma Boni­no e il figlio del­la gior­na­li­sta rus­sa Anna Poli­t­ko­v­ska­ja par­le­ran­no di dirit­ti uma­ni, Fau­sto Ber­ti­not­ti e Anto­nio di Pie­tro discu­te­ran­no sul­la cri­si del­la sini­stra ita­lia­na, Mario Dea­glio inve­ce par­le­rà del­la cri­si mon­dia­le e del­le pos­si­bi­li vie d’uscita.

Nono­stan­te la cri­si e i tagli alla cul­tu­ra la Fie­ra non ha rinun­cia­to a fare le cose in gran­de per dar lustro a que­sto appun­ta­men­to. L’elenco degli ospi­ti è lun­ghis­si­mo, saran­no pre­sen­ti i nomi piu noti del­la let­te­ra­tu­ra nazio­na­le e inter­na­zio­na­le, David Gross­man, Bjorn Lars­son, Umber­to Eco, Gior­gio Falet­ti, che pro­prio alla Fie­ra pre­sen­te­rà il suo  nuo­vo libro “Io sono Dio”, Mag­di Allam, Gian­ri­co Caro­fi­glio e mol­ti altri. Ma i piu atte­si sono il pre­mio Nobel tur­co Orhan Pamuk, che ritor­na alla Fie­ra del Libro dopo un’assenza duran­ta ben otto anni e Rita Levi Mon­tal­ci­ni. Il pae­se ospi­te di que­sta edi­zio­ne è L’Egitto, uno sta­to lega­to da uno straor­di­na­rio lega­me con il capo­luo­go piemontese.
In que­sti gior­ni, infat­ti, sono pre­sen­ti due mostre sull’Antico Egit­to, oltre alle espo­si­zio­ni per­ma­nen­ti al Museo Egi­zio e Tori­no ospi­te­rà 20 scrit­to­ri egi­zia­ni tra cui Nawal Al Saa­da­wi che ha scrit­to quest’anno “L’amore ai tem­pi del Petro­lio”.
In que­sto perio­do in cui l’attenzione è rivol­ta alla cri­si di un mon­do dove la sfre­na­ta glo­ba­liz­za­zio­ne rischia l’implosione su se stes­sa, la Fie­ra del Libro pre­fe­ri­sce foca­liz­za­re “in pri­mis” l’attenzione sul­le sin­go­le indi­vi­dua­li­tà che si cela­no den­tro ogni esse­re uma­no. Un pun­to di  par­ten­za fon­da­men­ta­le per ini­zia­re a com­pren­de­re qua­le futu­ro ci aspet­ta, ma soprat­tut­to qua­li stra­de inten­dia­mo per­cor­re­re, evi­tan­do le soli­tu­di­ni sociali.

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Dissidente per principio

il mani­fe­sto | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Giu­lia­no Bat­ti­ston |

LA LETTERATURA COME ISTINTO E DISOBBEDIENZA Chi scri­ve ha una dop­pia respon­sa­bi­li­tà, ver­so di sé e ver­so gli altri. L’analisi cri­ti­ca e la libe­ra­zio­ne del­la pro­pria crea­ti­vi­tà, per l’autrice egi­zia­na Nawal Al Saa­da­wi ospi­te del­la ven­ti­due­si­ma Fie­ra del libro di Tori­no, sono il pri­mo pas­so ver­so il rico­no­sci­men­to dell’altro.

Pri­ma anco­ra che nel 1944, a soli tre­di­ci anni, scri­ves­se il suo roman­zo d’esordio, Memo­rie di una bam­bi­na di nome Soad, pub­bli­ca­to mol­ti anni dopo, l’egiziana Nawal Al Saa­da­wi era soli­ta indi­riz­za­re del­le let­te­re a Dio, chie­den­do­gli che con­ce­des­se a suo fra­tel­lo il dop­pio dei dirit­ti, rispet­to a lei, «sol­tan­to per­ché lui era maschio». Fu in que­gli anni — rac­con­ta oggi — che la futu­ra autri­ce di Fir­daus (Giun­ti, nuo­va edi­zio­ne 2007) diven­ne fem­mi­ni­sta, e che il suo fem­mi­ni­smo si com­bi­nò con la rilut­tan­za ad accet­ta­re i pre­cet­ti di un Dio che «mi ave­va crea­to esse­re uma­no sol­tan­to a metà», come spie­ga in uno dei suoi testi auto­bio­gra­fi­ci, Una figlia di Isi­de (Nutri­men­ti, 2002).
Pro­prio com­bi­nan­do il fem­mi­ni­smo, inte­so come «rifiu­to di ogni for­ma di ingiu­sti­zia, in cie­lo e in ter­ra, nel­la fami­glia o nel­lo Sta­to», e una disob­be­dien­za pre­co­ce­men­te matu­ra­ta («ero mol­to disob­be­dien­te, lo sono sta­ta fin da quan­do ero una bam­bi­na», rac­con­ta in Dis­si­den­za e scrit­tu­ra, Spi­ra­li, 2008), è nato il per­cor­so di una del­le intel­let­tua­li del mon­do ara­bo più influen­ti e ascol­ta­te. Ma anche una del­le più temu­te da quan­ti — gover­ni e auto­ri­tà reli­gio­se di ogni cre­do — mal sop­por­ta­no il corag­gio di una don­na, medi­co, psi­chia­tra, scrit­tri­ce e atti­vi­sta, che alle denun­ce con­tro le muti­la­zio­ni geni­ta­li con­ti­nua ad affian­ca­re la cri­ti­ca alla «cli­to­ri­dec­to­mia pisco­lo­gi­ca impo­sta dal siste­ma patriar­ca­le e clas­si­sta» per­ché, sostie­ne, «ampu­ta­re l’immaginazione non è meno peri­co­lo­so che ampu­ta­re par­ti del corpo».
Un siste­ma che ha sem­pre cer­ca­to di osta­co­lar­la, cen­su­ran­do i suoi libri, chiu­den­do le rivi­ste da lei fon­da­te, incar­ce­ran­do­la, inclu­den­do il suo nome nel­le liste di mor­te dei fon­da­men­ta­li­sti, por­tan­do­la in tri­bu­na­le con l’accusa di apo­sta­sia. Fino­ra i ten­ta­ti­vi del­le auto­ri­tà poli­ti­co-reli­gio­se, cie­ca­men­te obbe­dien­ti alla leg­ge divi­na o ter­re­stre, non han­no però fat­to altro che accre­sce­re l’autorevolezza di que­sta don­na tena­ce, obbe­dien­te sol­tan­to all’istinto del­la bam­bi­na che era un tem­po, quan­do comin­ciò a disobbedire.
Abbia­mo incon­tra­to Nawal Al Saa­da­wi alla Fie­ra del libro di Tori­no, dove oggi alle 15 ter­rà una lezio­ne su Crea­ti­vi­tà e dis­si­den­za, affian­ca­ta da Isa­bel­la Came­ra d’Afflitto.
Nel suo ulti­mo roman­zo tra­dot­to in ita­lia­no, L’amore ai tem­pi del petro­lio (il Siren­te, 2009), il Re sta­bi­li­sce che «ogni don­na sor­pre­sa in pos­ses­so di car­ta e pen­na ver­rà pro­ces­sa­ta». Lei usa car­ta e pen­na da quan­do era bam­bi­na, e sin da allo­ra vie­ne “pro­ces­sa­ta”. Qual è sta­ta la sua “col­pa” prin­ci­pa­le? Disob­be­di­re a quan­ti riven­di­ca­no il pos­ses­so di una veri­tà esclu­si­va e inalterabile?
Non mi è mai pia­ciu­to il ver­bo obbe­di­re, e ciò che esso signi­fi­ca. L’obbedienza infat­ti riman­da imme­dia­ta­men­te ai pre­cet­ti poli­ti­ci o reli­gio­si: si deve obbe­di­re alle auto­ri­tà, a chi detie­ne il pote­re, al siste­ma poli­ti­co nel suo com­ples­so, a Dio. Inol­tre, l’obbedienza con­trad­di­ce ine­vi­ta­bil­men­te la crea­ti­vi­tà, per­ché esse­re crea­ti­vi signi­fi­ca innan­zi­tut­to disob­be­di­re ed eser­ci­ta­re le armi del­la cri­ti­ca. Come lei saprà, dal 1993 ten­go negli Sta­ti Uni­ti e non solo dei cor­si uni­ver­si­ta­ri dedi­ca­ti a “Dis­si­den­za e crea­ti­vi­tà”, nei qua­li cer­co di sol­le­ci­ta­re i miei stu­den­ti a svi­lup­pa­re una men­ta­li­tà cri­ti­ca, un atteg­gia­men­to sospet­to­so ver­so ogni auto­ri­tà, che sia Dio, il capo di Sta­to o chiun­que altro pre­su­ma di pos­se­de­re una veri­tà inal­te­ra­bi­le. L’analisi cri­ti­ca è il pri­mo pas­so ver­so la dis­si­den­za e la crea­ti­vi­tà, che sono due fac­ce del­la stes­sa medaglia.
Lei sostie­ne che la crea­ti­vi­tà sia lega­ta alla «capa­ci­tà di disfa­re ciò che l’educazione for­ma­le e infor­ma­le ci ha fat­to a par­ti­re dal­la fan­ciul­lez­za». Vuol dire che non ci può esse­re vera crea­ti­vi­tà — e dis­si­den­za — se non si supe­ra quel­la che defi­ni­sce come «fram­men­ta­zio­ne del­la conoscenza»?
Le por­to il mio esem­pio: ho stu­dia­to medi­ci­na, ma una medi­ci­na imper­mea­bi­le al resto del­le disci­pli­ne, sepa­ra­ta dal­la filo­so­fia, dal­la reli­gio­ne, dal­la poli­ti­ca, dall’economia. Così, sono diven­ta­ta un medi­co igno­ran­te di ciò che mi acca­de­va intor­no, pro­prio per­ché edu­ca­ta secon­do i cri­te­ri del­la fram­men­ta­zio­ne del­la cono­scen­za. La crea­ti­vi­tà, inve­ce, è lo sfor­zo vol­to a disfa­re que­sta fram­men­ta­zio­ne e a ricon­net­te­re tut­ti gli ambi­ti sepa­ra­ti. Che ci sia biso­gno di far­lo lo dimo­stra­no i fat­ti: mol­te del­le malat­tie deri­va­no dal­la pover­tà, e la pover­tà è una que­stio­ne essen­zial­men­te poli­ti­ca, per­ché nasce dal­le scel­te poli­ti­che che ren­do­no alcu­ni pove­ri e altri ric­chi. Per poter esse­re dei buo­ni dot­to­ri, per­ciò, occor­re “met­te­re insie­me” le disci­pli­ne in gene­re distin­te; e per poter esse­re degli scrit­to­ri crea­ti­vi occor­re supe­ra­re la fal­sa distin­zio­ne tra fic­tion e non fic­tion, tra nar­ra­ti­va e sag­gi­sti­ca o autobiografia.
La cor­ni­ce tema­ti­ca del­la Fie­ra del Libro di quest’anno è il rap­por­to “Io, gli altri”. In un sag­gio del 2001, lei scri­ve che la crea­ti­vi­tà «è la capa­ci­tà di esse­re se stes­si a dispet­to di ogni pres­sio­ne», ma anche «di riu­sci­re a guar­da­re se stes­si in rela­zio­ne agli altri». Inten­de dire che non si può otte­ne­re liber­tà per­so­na­le e fidu­cia in se stes­si sen­za respon­sa­bi­li­tà ver­so gli altri, sen­za una rela­zio­ne sé/altri che non sia com­pro­mes­sa dal­la ten­ta­zio­ne di domi­na­re l’altro?
Infat­ti, è pro­prio così. Sono sem­pre sta­ta con­vin­ta che liber­tà e respon­sa­bi­li­tà sia­no lega­te in modo indis­so­lu­bi­le, che l’una non si pos­sa dare sen­za l’altra. Io, per esem­pio, scri­vo per me stes­sa, per il pia­ce­re che ne rica­vo, per il biso­gno di affer­ma­re la mia liber­tà e per dare for­ma alla mia crea­ti­vi­tà, ma ten­go sem­pre in men­te la respon­sa­bi­li­tà del­la pub­bli­ca­zio­ne, ten­go in con­tro gli altri, i miei even­tua­li inter­lo­cu­to­ri, colo­ro ai qua­li desti­no ideal­men­te il mio lavo­ro. Non si trat­ta di una scrit­tu­ra chiu­sa in se stes­sa, ma di una scrit­tu­ra che si apre, costi­tu­ti­va­men­te, agli altri. La crea­ti­vi­tà abo­li­sce la divi­sio­ne tra sé e gli altri, e insie­me tut­te le dico­to­mie che abbia­mo ere­di­ta­to dal perio­do schia­vi­sti­co e che il siste­ma patriar­ca­le clas­si­sta ripro­du­ce: divino/umano, diavolo/dio, paradiso/terra, corpo/spirito, uomo/donna, conscio/inconscio, etc. Gra­zie alla scrit­tu­ra, que­ste dico­to­mie ven­go­no ricom­po­ste nell’individuo, che a sua vol­ta vie­ne ricol­lo­ca­to all’interno del­la socie­tà, nel­la rela­zio­ne con gli altri. Da qui nasce la dop­pia respon­sa­bi­li­tà di chi scri­ve: ver­so sé e ver­so gli altri.
«Sono diven­ta­ta una fem­mi­ni­sta quand’ero bam­bi­na, all’età di set­te anni», ha rac­con­ta­to una vol­ta. Ci spie­ga cosa inten­de quan­do sostie­ne che oggi le don­ne deb­ba­no affron­ta­re «un dop­pio assal­to», quel­lo del «con­su­mi­smo del libe­ro mer­ca­to» da una par­te e quel­lo del «fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e poli­ti­co» dall’altra?
Dicen­do che sono diven­ta­ta fem­mi­ni­sta a otto anni inten­do dire che ogni bam­bi­no è natu­ral­men­te crea­ti­vo, ed è con­sa­pe­vo­le del­le ingiu­sti­zie che pati­sce. Quan­do sono oppres­si o limi­ta­ti, i bam­bi­ni si rivol­ta­no, disob­be­di­sco­no, oppu­re, sem­pli­ce­men­te, han­no pau­ra. Ecco, per me fem­mi­ni­smo signi­fi­ca rifiu­ta­re di ave­re pau­ra, rifiu­ta­re ogni for­ma di ingiu­sti­zia, poli­ti­ca, reli­gio­sa, di clas­se, di gene­re. Per quan­to riguar­da il “dop­pio assal­to”, basta pen­sa­re alle don­ne ira­che­ne, a quel­le afgha­ne, alle pale­sti­ne­si, che oggi com­bat­to­no due bat­ta­glie: con­tro l’occupazione ame­ri­ca­na (o israe­lia­na), lega­ta al con­su­mi­smo degli Sta­ti Uni­ti e allo sfrut­ta­men­to del petro­lio, e quel­la con­tro il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so, inco­rag­gia­to pro­prio dagli ame­ri­ca­ni. Il siste­ma capi­ta­li­sta patriar­ca­le, clas­si­sta e raz­zi­sta, non solo si basa sull’ingiustizia, ripro­du­cen­do­la, ma ha biso­gno di Dio e del­la reli­gio­ne per legit­ti­mar­la. Suc­ce­de in Iraq, ma suc­ce­de in Egit­to, un pae­se eco­no­mi­ca­men­te colo­niz­za­to, in Afgha­ni­stan e in Pale­sti­na. Per que­sto, con­te­sto chi par­la di post-colo­nia­li­smo: vivia­mo inve­ce in un perio­do di neocolonialismo.
In un sag­gio del 2002 su Esi­lio e resi­sten­za scri­ve: «Da quan­do sono nata ho sen­ti­to di esse­re in esi­lio». Per poi aggiun­ge­re: «la scrit­tu­ra mi ha aiu­ta­ta a com­bat­te­re l’esilio e la sen­sa­zio­ne di esse­re “alie­na”». Cre­de che la scrit­tu­ra sia uno stru­men­to con cui pos­sia­mo abi­ta­re la nostra “casa esi­sten­zia­le”, anche se sia­mo lon­ta­ni da quel­la “mate­ria­le”?
Chi scri­ve ha una dop­pia respon­sa­bi­li­tà, ver­so di sé e ver­so gli altri. L’analisi cri­ti­ca e la libe­ra­zio­ne del­la pro­pria crea­ti­vi­tà, per l’autrice egi­zia­na Nawal Al Saa­da­wi ospi­te del­la ven­ti­due­si­ma Fie­ra del libro di Tori­no, sono il pri­mo pas­so ver­so il rico­no­sci­men­to dell’altro.
Cos’è la casa? Dov’è che ci sen­tia­mo pro­pria­men­te a casa? Non cer­to in una par­ti­co­la­re por­zio­ne di ter­ra, non, neces­sa­ria­men­te, nel luo­go in cui sia­mo nati. Sia­mo a casa quan­do sia­mo nel posto in cui tro­via­mo giu­sti­zia, uma­ni­tà, liber­tà e amo­re, e dove tro­via­mo per­so­ne che sen­to­no il biso­gno di que­ste cose e che si bat­to­no per ottenerle.
Se sia­mo sul “suo­lo patrio”, ma sia­mo minac­cia­ti, oppres­si, impri­gio­na­ti per­ché ci espri­mia­mo libe­ra­men­te, sia­mo for­se a casa? Men­tre se sia­mo lon­ta­ni dal luo­go dove sia­mo nati, ma ci sen­tia­mo in sin­to­nia con le per­so­ne intor­no a noi, come mi capi­ta con i miei stu­den­ti ame­ri­ca­ni, allo­ra pos­sia­mo dir­ci a casa. La crea­ti­vi­tà ha il pote­re straor­di­na­rio di sospen­de­re l’esilio, per­fi­no di abo­lir­lo. Ricor­do che quan­do ero in pri­gio­ne e riu­sci­vo a scri­ve­re, sen­ti­vo di esse­re altro­ve. Gra­zie alla scrit­tu­ra ero libe­ra. Nono­stan­te fos­si tra quat­tro mura.

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Fiera del libro 2009. Gli appuntamenti da non perdere a Torino

| Marie Clai­re | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Clau­dia Spadoni |

Un pae­se ospi­te (l’Egitto), un tema (Io, gli altri), cin­que gior­ni (14–18 mag­gio), più di mil­le case edi­tri­ci e tan­ti ospi­ti inter­na­zio­na­li: l’edizione nume­ro ven­ti­due del­la Fie­ra del Libro di Tori­no ha un car­tel­lo­ne ric­chis­si­mo. Leg­gi che ti pas­sa (la cri­si)? Chis­sà. Noi, intan­to, vi dia­mo qual­che consiglio.
Le sue lot­te per l’emancipazione fem­mi­ni­le l’hanno costret­ta in car­ce­re e in esi­lio (negli Sta­ti Uni­ti, dove fa la docen­te uni­ver­si­ta­ria). In patria Nawal Al Saa­da­wi è sta­ta spes­so cen­su­ra­ta, in Ita­lia Giun­ti ha pub­bli­ca­to il suo famo­so Woman at point zero (tra­dot­to come Fir­daus), men­tre nei tito­li de il Siren­te tro­va­te il roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio: sto­rie duris­si­me con pro­ta­go­ni­ste che cer­ca­no la liber­tà. A Tori­no la scrit­tri­ce par­le­rà di crea­ti­vi­tà e dis­si­den­za. Dipen­den­ze necessarie?
Saba­to 16 mag­gio, Sala Blu, ore 15:00

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Le donne in un Paese fondamentalista

| Il Tem­po | Saba­to 16 mag­gio 2009 | Anto­nel­la Melilli |

Ini­zia con un piglio velo­ce, non pri­vo di vena­tu­re d’ironia che tra­spa­io­no dal­le con­get­tu­re cer­vel­lo­ti­che di uno psi­co­lo­go a pro­po­si­to del­la fuga di un’archeologa, deci­sa a sfi­da­re la puni­zio­ne del­la mor­te abban­do­nan­do casa e mari­to per anda­re alla ricer­ca del­le anti­che idee. 
«L’amore ai tem­pi del petro­lio», ulti­ma ope­ra del­la scrit­tri­ce e dis­si­den­te egi­zia­na Naval al’Sadawi, (Edi­tri­ce il Siren­te, pag.140) nel­la tra­du­zio­ne dall’arabo di Mari­ka Mac­co. Una scrit­tri­ce già insi­gni­ta di nume­ro­si pre­mi e nota per la deter­mi­na­zio­ne di un impe­gno poli­ti­co e uma­ni­ta­rio che l’ha vista nel 2004 can­di­dar­si alle pri­me libe­re ele­zio­ni del suo pae­se e che l’ha por­ta­ta dal 2007 alla Pre­si­den­za del Par­la­men­to Euro­peo. Un impe­gno che si coglie con for­za anche nel­le pagi­ne di que­sto bre­ve roman­zo, espres­sio­ne inci­si­va e poten­te dell’arretratezza di un Pae­se impre­ci­sa­to, impa­nia­to però nel­le tra­di­zio­ni di un fon­da­men­ta­li­smo ance­stra­le. Dove la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le, rego­la­ta da con­vin­zio­ni arcai­che e fero­ci, sem­bra con­su­stan­ziar­si nel pae­sag­gio stes­so in cui la pro­ta­go­ni­sta appro­da, popo­la­to di don­ne schiac­cia­te sot­to il peso di bari­li pan­ciu­ti di petro­lio e con­dan­na­te a una fati­ca di buoi cie­chi sen­za voce né diritti.

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Un romanzo inedito del Nobel Mahfuz

| La Repub­bli­ca | Saba­to 9 mag­gio 2009 | S.N. |

LA LETTERATURA egi­zia­na ospi­te alla Fie­ra del Libro di Tori­no non è solo Naguib Mah­fuz, il magni­fi­co Nobel scom­par­so nel 2006 e di cui comun­que a Tori­no sarà pre­sen­ta­to il roman­zo ine­di­to Autun­no egi­zia­no pub­bli­ca­to dal­la New­ton Comp­ton. ’ Ala Al-Aswa­ni, che inter­vi­stia­mo qui accan­to, ha avu­to in Ita­liae nel mon­do un suc­ces­so spe­cia­le, 4 milio­ni di copie ven­du­te nel mon­do. Gamal al-Ghi­ta­ni, Sunal­lah Ibra­him, Baha Taher, la gene­ra­zio­ne degli anni Ses­san­ta, con­ti­nua­no a esse­re pro­dut­ti­vi, e, così come Muham­mad al-Busa­ti o Sulay­man Fayyad, rac­con­ta­no la socie­tà, tan­to quel­la sofi­sti­ca­ta del Cai­ro quan­to quel­la dell’ entro­ter­ra rura­le. La nar­ra­ti­va lascia pochi aspet­ti sco­per­ti, e guar­da anche all’ estre­mi­smo, come del resto fa lo stes­so Al-Aswa­ni. Se Edward al-Khar­rat riper­cor­re la bel­le époque cosmo­po­li­ta di un tem­po, una pat­tu­glia di don­ne, come Sal­wa Bakr, Ahdaf Soueif, Lati­fa Zayyat, Nawal Saa­da­wi o la più gio­va­ne Miral Taha­wi, si sono dedi­ca­te e si dedi­ca­no a per­so­nag­gi che affron­ta­no con corag­gio la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le. Ci sono anche scrit­to­ri con­si­de­ra­ti mini­ma­li­sti, Ahmed Ala­j­di fra tut­ti, con il suo disa­gio ver­so l’ incom­ben­za dei miti ame­ri­ca­ni o come Kha­led Al Kha­mis­si, che con Taxi, attra­ver­so la vita quo­ti­dia­na di un tas­si­sta, leg­ge con iro­nia i males­se­ri di oggi.

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Al Piccolo Apollo i diritti delle donne

Cor­rie­re del­la Sera | Gio­ve­dì 14 mag­gio 2009 | Car­lot­ta De Leo |

CRIMINI AMBIENTALI — I tre auto­ri-regi­sti, Esme­ral­da Cala­bria, Andra D’Ambrosio e Pep­pe Rug­gie­ro, saran­no pre­sen­ti gio­ve­dì 14 alle 20.30 alla pre­sen­ta­zio­ne di Biu­ti­ful caun­tri, un viag­gio tra le 1.200 disca­ri­che abu­si­ve di rifiu­ti tos­si­ci nasco­ste sot­to la ter­ra di Napo­li e din­tor­ni. Il docu­men­ta­rio (pre­mia­to come miglior docu­men­ta­rio usci­to in sala ai Nastri d’Argento del­lo scor­so anno) rac­con­ta le sto­rie di alle­va­to­ri che vedo­no mori­re le pro­prie peco­re per la dios­si­na e quel­la di un edu­ca­to­re che lot­ta con­tro i cri­mi­ni ambien­ta­li. Sul­lo sfon­do una camor­ra impren­di­tri­ce che usa camion e pale mec­ca­ni­che al posto del­le pisto­le. Dopo la pro­ie­zio­ne, ci sarà spa­zio anche per par­la­re dei pro­ble­mi del Lazio: in pro­gram­ma, infat­ti, l’incontro con Pao­lo Mon­da­ni, gior­na­li­sta auto­re dell’inchiesta sul­la disca­ri­ca di Mala­grot­ta “L’Oro di Roma” anda­ta in onda nel­la tra­smis­sio­ne Report.

NAWAL AL-SADAWI — Vener­dì 15 alle 20.30, il cine­ma di via Con­te Ver­de ospi­te­rà l’incontro con Nawal al-Sa’dawi, scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na, soste­ni­tri­ce dei dirit­ti del­le don­ne. La al-Sa’dawi, intel­let­tua­le lai­ca tra le più influen­ti del mon­do ara­bo, sarà in diret­ta video dal­la fie­ra del libro di Tori­no dove pre­sen­te­rà il suo ulti­mo roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio che rac­con­ta una sto­ria fan­ta­sti­ca ambien­ta­ta in un pae­se auto­ri­ta­rio. Un regno del petro­lio dove un’archeologa rom­pe un tabù, abban­do­nan­do il mari­to e ricom­pa­ren­do al fian­co di un altro uomo. Attra­ver­so i suoi nume­ro­si roman­zi, la scrit­tri­ce ha lan­cia­to aper­te pro­vo­ca­zio­ni alla socie­tà patriar­ca­le ara­ba e per que­sto ha paga­to con restri­zio­ni alla sua liber­tà per­so­na­le. Non a caso, “L’amore ai tem­pi del petro­lio” è sta­to tra­dot­to in 20 lin­gue, ma ha subi­to la cen­su­ra in Egit­to. All’intervista, segui­ran­no rea­ding, musi­ca e il dibat­ti­to con Rena­ta Pepi­cel­li (uni­ver­si­tà di Bologna).

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Quanto è difficile l’amore ai tempi del petrolio

Mina­re­ti | Mar­te­dì 12 mag­gio 2009 | Ima­ne Barmaki |

La scom­par­sa di per­so­ne era un fat­to nor­ma­le” ma non se si trat­ta­va di una don­na. In un regno del petro­lio un’archeologa scom­pa­re. La poli­zia che inda­ga si chie­de se fos­se una ribel­le o una don­na dal­la dub­bia mora­le, in un pae­se in cui nes­su­na don­na può pen­sa­re di abban­do­na­re il mari­to. Nes­su­no pero’ si fa cari­co di pen­sa­re alle sue sof­fe­ren­ze da don­na e al suo esse­re sof­fo­ca­ta dal­la per­so­na che le sta accan­to da anni.
L’amore ai tem­pi del petro­lio” di Nawal Al Sa’dawi (edi­zio­ni il Siren­te, 2009) è una sto­ria pie­na di intri­gi e miste­ri in cui nel­la men­te del­la pro­ta­go­ni­sta si con­fon­do­no e si fon­do­no figu­re maschi­li diver­se.  Quan­do lei riap­pa­re é con un altro uomo, figu­ra ver­so la qua­le pro­va un sen­so di attra­zio­ne ma allo stes­so momen­to repul­sio­ne, un uomo che la oppri­me usan­do pro­prio il petro­lio, il liqui­do nero del qua­le rima­ne pre­gio­nie­ra e al qua­le non rie­sce a fug­gi­re: «come una trap­po­la che bloc­ca tut­te le dire­zio­ni, bloc­ca l’uscita del­la ter­ra, se non quan­do é smos­sa a cau­sa del ter­re­mo­to, di un vul­ca­no in eru­zio­ne, o di una bom­ba duran­te la guerra.»
É un viag­gio nel­la men­te di una don­na ara­ba in un pae­se auto­ri­ta­rio in cui la pro­ta­go­ni­sta “Par­te alla ricer­ca del suo orgo­glio per­du­to. Ave­va l’orgoglio di un ani­ma­le che si impun­ta con le zam­pe e non vuo­le piú cam­mi­na­re. Lei non era una don­na né per la cuci­na né per il let­to, non cono­sce­va a memo­ria le can­zo­ni che le don­ne can­ta­va­no quan­do stan­no in bagno. Non capi­va nem­me­no la pas­sio­ne che pote­va susci­ta­re nel cuo­re del mari­to l’osservarla men­tre cuci­na­va il cavo­lo ripie­no. Inol­tre, non sbat­te­va le ciglia quan­do il dato­re di lavo­ro, o Sua Mae­stà, la guardavano”.
Un libro den­so di meta­fo­re e con­ti­nue allu­sio­ni alla rap­pre­sen­ta­zio­ne del­la don­na sot­to­mes­sa, asser­vi­ta, oppres­sa dall’uomo che ha cer­ca­to di nega­re con gli anni il valo­re sto­ri­co del­la don­na. Un libro scioc­can­te in cui la don­na, sen­za dirit­ti né sen­ti­men­ti, può esse­re tran­quil­la­men­te sosti­tui­ta da una mac­chi­na tut­to­fa­re, in gra­do di cuci­na­re, puli­re, scrivere…
Sem­bra rispon­de­re per­fet­ta­men­te al gri­do di Badriyya Al Bishr, la gior­na­li­sta sau­di­ta che ave­va scrit­to su “Asharq Al Awsat” del  9 otto­bre 2005: “…Imma­gi­na di esse­re una don­na e di ave­re biso­gno dell’assenso del tuo guar­dia­no per tut­to. Non solo, come riten­go­no i dot­to­ri del­la leg­ge, per spo­sar­ti, ver­gi­ne ovvia­men­te, ma per tut­te le que­stio­ni che riguar­da­no la tua vita. Non puoi stu­dia­re sen­za il con­sen­so del tuo guar­dia­no, nem­me­no se sei arri­va­ta al dot­to­ra­to. Non puoi ave­re un impie­go, nè man­gia­re un boc­co­ne di pane sen­za il con­sen­so del tuo guardiano…”
La Al Sa’dawi par­la di don­ne in gene­ra­le e in par­ti­co­la­re di don­ne ara­be. “La con­tra­rie­tà alle don­ne è uni­ver­sa­le e non riguar­da solo il mon­do ara­bo. Pen­so al fron­te cri­stia­no, ai cosid­det­ti ‘valo­ri del­la fami­glia’ con dop­pio stan­dard; e poi il radi­ca­men­to dell’idea di ver­gi­ni­tà obbli­ga­to­ria, i cosid­det­ti ‘delit­ti d’onore’, le misti­fi­ca­zio­ni cul­tu­ra­li, le vio­len­ze fisi­che e psi­co­lo­gi­che…”, come ha det­to l’autrice in un’intervista al “Cor­rie­re del­la Sera” nel 2008.
L’amore ai tem­pi del petro­lio” è sta­to pub­bli­ca­to per la pri­ma vol­ta al Cai­ro nel 2001, l’opera, insie­me a diver­si altri roman­zi del­la Al Sa‘dawi, è sta­ta cen­su­ra­ta dal­la mas­si­ma isti­tu­zio­ne reli­gio­sa egi­zia­na Al Azhar, che dopo pochi mesi dal­la pub­bli­ca­zio­ne ne ha ordi­na­to il riti­ro da tut­te le libre­rie egi­zia­ne. Ripub­bli­ca­ta poi a Lon­dra nel­lo stes­so anno. Al Sa’dawi é vin­ci­tri­ce di nume­ro­si pre­mi let­te­ra­ri. In Ita­lia ha pub­bli­ca­to “Dio muo­re sul­le rive del Nilo”, “Fir­daus. Sto­ria di una don­na egi­zia­na” e “Una figlia di Iside”.
L’8 dicem­bre 2004 si é  pre­sen­ta­ta come can­di­da­ta alle ele­zio­ni pre­si­den­zia­li in Egitto.

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Nawal Al Saadawi a Torino il 18 maggio 2009, Palazzo Badini

TITOLO EVENTO: Incon­tro con l’intellettuale lai­ca più influen­te del mon­do ara­bo: Nawal al-Sa’dawi
QUANDO: Lune­dì 18 mag­gio 2009
DOVEPalaz­zo Badi­ni / Aula Magna / Facol­tà di Lin­gue e Let­te­ra­tu­re Stra­nie­re / Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Tori­no / Via Giu­sep­pe Verdi, 10 / 10124 Torino
ORE: 10:00
INGRESSO: Libe­ro
CONTATTISimo­ne Ben­ve­nu­ti /   32… / il@sirente.it
MAGGIORI INFORMAZIONI: www.sirente.it

L’uni­ver­si­tà degli stu­di di Tori­no in col­la­bo­ra­zio­ne con l’edi­tri­ce il Siren­te vi invi­ta­no lune­dì 18 mag­gio alle 10,00 all’incontro con intel­let­tua­le lai­ca più influen­te del mon­do ara­bo: Nawal al-Sa’dawi. Ver­rà pre­sen­ta­to il suo ulti­mo roman­zo L’amore ai tem­pi del petro­lio. Segui­rà dibat­ti­to con Fran­ce­sca Bel­li­no (Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Tori­no), Clau­dia Maria Tres­so (Uni­ver­si­tà degli Stu­di di Tori­no), Eli­sa­bet­ta Doni­ni (Alma Mater). Ingres­so libero.

Par­tì alla ricer­ca del suo orgo­glio per­du­to. Ave­va l’orgoglio di un ani­ma­le che si impun­ta con le zam­pe e non vuo­le più cam­mi­na­re. Lei non era una don­na né per la cuci­na né per il let­to, non cono­sce­va a memo­ria le can­zo­ni che le don­ne can­ta­no quan­do stan­no in bagno. Non capi­va nem­me­no la pas­sio­ne che pote­va susci­ta­re nel cuo­re del mari­to l’osservarla men­tre cuci­na­va il cavo­lo ripie­no. Inol­tre, non sbat­te­va le ciglia quan­do il dato­re di lavo­ro, o Sua Mae­stà, la guardavano”

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L’amore ai tempi del petrolio” — L’ultimo romanzo dell’intellettuale laica più influente del mondo arabo: Nawal al-Sa’dawi

TGR Medi­ter­ra­neo | Saba­to 2 mag­gio 2009 | Ade­lai­de Costa |

La scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na Nawal al-Sa’dawi è sem­pre sta­ta una ribel­le. Da soste­ni­tri­ce dei dirit­ti del­le don­ne, da anni rac­con­ta il mon­do fem­mi­ni­le ara­bo sen­za lascia­re nul­la al caso, par­la del­le vio­len­ze subi­te, del­la oppres­sio­ne, del­la dif­fi­ci­le ricer­ca di una sta­bi­le dimen­sio­ne democratica.
Ne «L’amore ai tem­pi del petro­lio», edi­to in Ita­lia da «Il Siren­te», Nawal nar­ra una sto­ria fan­ta­sti­ca ambien­ta­ta in un pae­se auto­ri­ta­rio, un regno del petro­lio, dove una archeo­lo­ga, deci­de improv­vi­sa­men­te di rom­pe­re un tabù.
La don­na infat­ti lascia il mari­to, scap­pa, fa per­de­re ogni sua trac­cia e ricom­pa­re solo per annun­cia­re di ave­re un altro uomo. Una sto­ria d’amore pie­na di miste­ro nel­la qua­le riap­pa­io­no con for­za il rap­por­to con­flit­tua­le fra i ses­si, la socie­tà patriar­ca­le, il fer­reo obbli­go di rispet­ta­re rego­le che sono sem­pre a sfa­vo­re del­la don­na, la voglia di liber­tà fisi­ca, socia­le e intellettuale.
Nawal al-Sa’dawi ha pub­bli­ca­to nume­ro­si libri che le han­no pro­vo­ca­to for­ti riper­cus­sio­ni sul­la sua liber­tà per­so­na­le. «L’amore ai tem­pi del petro­lio», tra­dot­to in 20 lin­gue, è sta­to cen­su­ra­to in Egit­to per dispo­si­zio­ne del­le mas­si­me auto­ri­tà religiose.

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Vischioso come il petrolio è l’amore raccontato da al-Sa’dawi

ali­bi onli­ne | Lune­dì 4 mag­gio 2009 | Saul Stucchi |

Nel­la nostra socie­tà i moti­vi e le occa­sio­ni per la fuga sono pres­so­ché infi­ni­ti. In una gran­dis­si­ma par­te del resto del mon­do, inve­ce, i pri­mi sono for­se anco­ra più nume­ro­si, men­tre scar­seg­gia­no le secon­de. Nel­le socie­tà ara­be più chiu­se la fuga è par­ti­co­lar­men­te ardua e quin­di diven­ta anco­ra più ambi­ta e sogna­ta. Una mini­ma infra­zio­ne alle leg­gi, alle rego­le o anche solo alle con­ven­zio­ni socia­li costa mol­to cara, soprat­tut­to se a com­met­ter­la è una don­na. Una don­na non può assen­tar­si dal lavo­ro, figu­rar­si lascia­re la casa o abban­do­na­re il mari­to, che per con­tro può inve­ce pian­tar­la in asso come e quan­do vuo­le pur con­ti­nuan­do a rima­ne­re legal­men­te spo­sa­to con lei per i suc­ces­si­vi set­te anni.
Que­sta situa­zio­ne di evi­den­te e sof­fo­can­te dispa­ri­tà gene­ra ine­vi­ta­bil­men­te pres­sio­ni for­tis­si­me sul­le don­ne che ne ven­go­no schiac­cia­te e spes­so stri­to­la­te. Una di loro è la pro­ta­go­ni­sta de l’Amore ai tem­pi del petro­lio, del­la scrit­tri­ce egi­zia­na Nawal al-Sa’dawi. A pri­ma vista si trat­ta di una don­na “nor­ma­le”, pun­tua­le col paga­men­to del­le tas­se e sen­za mac­chie sul­la fedi­na pena­le, che un gior­no deci­de di assen­tar­si. Beh, for­se nor­ma­le del tut­to non era, alme­no agli occhi dei cono­scen­ti: già la pro­fes­sio­ne che ave­va scel­to, l’archeologia, avreb­be dovu­to met­te­re in guar­dia da tem­po gli uomi­ni che ave­va­no auto­ri­tà su di lei, a comin­cia­re dal mari­to. Che idea bal­za­na quel­la di sca­va­re nel­la ter­ra alla ricer­ca di divi­ni­tà fem­mi­ni­li! E ora la ricer­ca­tri­ce, “arma­ta” di scal­pel­lo (un ana­li­sta sug­ge­ri­reb­be for­se una let­tu­ra sim­bo­li­ca del­la scel­ta di que­sto stru­men­to di lavo­ro), è spa­ri­ta sen­za aver dato pre­ven­ti­va comu­ni­ca­zio­ne e aver­ne avu­to l’indispensabile, ma solo even­tua­le, per­mes­so. Sicu­ra­men­te è coin­vol­ta in qual­co­sa di losco. Una don­na mori­ge­ra­ta e con la testa sul­le spal­le non spa­ri­sce in que­sto modo: non spa­ri­sce proprio.
Dai tito­li dei gior­na­li dedi­ca­ti all’incresciosa vicen­da si dipa­na la sto­ria di que­sta fuga che appa­re come una lun­ga sequen­za oni­ri­ca, un incu­bo che lascia intra­ve­de­re (ma a chi non è len­to di com­pren­sio­ne il rac­con­to appa­re come una denun­cia in pie­na rego­la) la con­di­zio­ne di infe­rio­ri­tà socia­le, pro­fes­sio­na­le, cul­tu­ra­le, ma ancor pri­ma “uma­na” a cui è con­dan­na­ta la don­na in una socie­tà non aper­ta­men­te nomi­na­ta ma che può esse­re iden­ti­fi­ca­ta in una qua­lun­que di quel­le sot­to­po­ste ai regi­mi illi­be­ra­li del Medio Orien­te, a comin­cia­re dal “demo­cra­ti­co” Egitto.
Su tut­ti domi­na Sua Mae­stà che non sa leg­ge­re né scri­ve­re, ma non impor­ta, del resto: non era­no for­se anal­fa­be­ti gli stes­si pro­fe­ti, tut­ti uomi­ni?! Con il suo pater­na­li­smo auto­ri­ta­rio gover­na e reg­ge una socie­tà di ser­vi che a loro vol­ta spa­dro­neg­gia­no sul­le “loro” don­ne. Ma anco­ra più impor­tan­te di Sua Mae­stà è il petro­lio che si span­de e s’infiltra dap­per­tut­to, tut­to copren­do e tut­to cor­rom­pen­do. Le don­ne sono costret­te a tra­spor­tar­lo in pesan­ti bari­li in bili­co sul­la testa e que­sta fati­ca già dimo­stra – lo dice la pro­ta­go­ni­sta – quan­to gli asi­ni sia­no più intel­li­gen­ti del­le don­ne per­ché tra­spor­ta­no i pesi sul­la schie­na e non sul­la testa, men­tre gli uomi­ni si rifiu­ta­no di pie­gar­si a que­sta man­sio­ne. “Per la don­na inve­ce, era vacan­za solo il gior­no del suo fune­ra­le. La sem­pli­ce dif­fe­ren­za sta­va in una sola let­te­ra sul­la mac­chi­na da scri­ve­re, che con­ver­ti­va la gio­ia in funerale”.
Pro­prio come il petro­lio, è vischio­so il rap­por­to del­la don­na con il mari­to da cui fug­ge, per incon­tra­re un altro enig­ma­ti­co uomo. Ma uno scam­bio di bat­tu­te tra la pro­ta­go­ni­sta e quest’ultimo è illu­mi­nan­te sul buio del­la situazione:
“Sì, sono un esse­re uma­no come te, con dei diritti.”
“Che cosa?”
“I dirit­ti del­la don­na, non li conosci?”
“Non ne abbia­mo mai sen­ti­to par­la­re, noi abbia­mo solo la leg­ge dei dirit­ti dell’uomo, nient’altro.”
Sol­tan­to una risa­ta può tene­re viva la spe­ran­za di un cambiamento.

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L’amore ai tempi del petrolio

Meltin’Pot | Lune­dì 4 mag­gio 2009 | Lui­gia Ber­sa­ni |

ROMA – Vie­ne pre­sen­ta­to dal­la casa edi­tri­ce “il Siren­te” il nuo­vo roman­zo di Nawal al-Sa’dawi, scrit­tri­ce e psi­chia­tra egi­zia­na, vin­ci­tri­ce di nume­ro­si pre­mi let­te­ra­ri, che da tem­po dedi­ca la sua atten­zio­ne ai dirit­ti del­le don­ne ed alla demo­cra­tiz­za­zio­ne nel mon­do ara­bo. “L’amore ai tem­pi del petro­lio”, tito­lo del roman­zo, nar­ra, con uno sti­le chia­ra­men­te oni­ri­co e intro­spet­ti­vo, le vicen­de di una don­na sen­za nome, in un luo­go, appar­te­nen­te al non meglio iden­ti­fi­ca­to mon­do ara­bo, sen­za tem­po e sen­za deno­mi­na­zio­ne geo­gra­fi­ca. L’intento del­la scrit­tri­ce è indub­bia­men­te quel­lo di descri­ve­re con orro­re e con spe­ran­za la con­di­zio­ne fem­mi­ni­le appar­te­nen­te alla sua cul­tu­ra natia, che ha con­ti­nua­to nel cor­so del­la sua sto­ria ad afflig­ger­la quan­do ha subi­to insie­me al mari­to un pro­ces­so inten­ta­to da fon­da­men­ta­li­sti reli­gio­si per il loro matri­mo­nio e le loro idee, quan­do a cau­sa del suo impe­gno socia­le e del­le sue denun­ce fu costret­ta a lascia­re il suo pae­se. Ci si muo­ve nel roman­zo, attra­ver­so le vicen­de del­la pro­ta­go­ni­sta, in un cam­mi­no incon­scio che richia­ma alcu­ni arche­ti­pi cul­tu­ra­li la cui sco­per­ta diven­ta par­te inte­gran­te e impre­scin­di­bi­le del­la sfi­da fem­mi­ni­sta che l’autrice intra­pren­de. Un ele­men­to emble­ma­ti­co di tale per­cor­so si tro­va nel­la ricer­ca del­la pro­ta­go­ni­sta del­la sto­ria di pro­ve che sosten­ga­no la sua tesi scien­ti­fi­ca del­la fal­si­fi­ca­zio­ne del­le imma­gi­ni del­le divi­ni­tà, median­te la tra­sfor­ma­zio­ne del­le dee in dei, arti­fi­zio che sareb­be sta­to uti­liz­za­to per nega­re l’esistenza, anche nel­le più anti­che tra­di­zio­ni, di un ruo­lo divi­no del­le don­ne, negan­do, però, allo stes­so tem­po, anche il rico­no­sci­men­to del­la cul­tu­ra teo­lo­gi­ca da cui lo stes­so popo­lo pro­vie­ne. Negan­do, dun­que, met­ten­do a tace­re una memo­ria arche­ti­pi­ca ance­stra­le, quin­di anche il con­cet­to di cul­tu­ra in gene­re. L’autrice nar­ra di un pae­se in cui le don­ne sono puni­te se sor­pre­se con un libro o con una pen­na in mano, un pae­se in cui l’autorità supre­ma, Sua Mae­stà, intor­no alla qua­le ruo­ta tut­to quel cosmo pri­vo di nome nel qua­le si svol­go­no i fat­ti, è com­ple­ta­men­te anal­fa­be­ta in segno di emu­la­zio­ne dei pro­fe­ti, anal­fa­be­ti anch’essi. L’autrice nar­ra di una real­tà in cui regna l’appiattimento intel­let­tua­le, in cui una don­na curio­sa, un’archeologa, una pala­di­na del­la liber­tà e del­la veri­tà, come è descrit­ta la pro­ta­go­ni­sta, vie­ne accu­sa­ta dal­le altre don­ne di esse­re schi­zo­fre­ni­ca, di sof­fri­re di un gra­ve distac­co dal­la real­tà, di esse­re una fol­le in quan­to rifiu­ta e non capi­sce la con­di­zio­ne di schia­vi­smo e rei­fi­ca­zio­ne in cui lei e le altre ven­go­no ridot­te. Il petro­lio, qua­le oscu­ra enti­tà del sot­to­suo­lo, sem­bra ave­re la meglio sui cor­pi e sul­le men­ti di quel­le don­ne costret­te a tra­spor­tar­lo in pesan­ti sec­chi posa­ti sul­le loro teste. Il petro­lio sem­bra costi­tui­re il filo con­dut­to­re di un incu­bo comu­ne, men­tre l’archeologa, stre­ma­ta nel fisi­co e nel­la digni­tà, con­ti­nua a sca­va­re con il suo scal­pel­lo, nel­lo stes­so ter­re­no da cui sgor­ga il petro­lio, nel­la dispe­ra­ta ricer­ca del­le sue dee, qua­si rap­pre­sen­tas­se­ro il suo riscat­to, la sua liber­tà, la veri­tà. E’ que­sto un roman­zo che, descri­ven­do situa­zio­ni pro­ba­bil­men­te irrea­li o comun­que esa­spe­ra­te pro­prio dai toni visio­na­ri con cui ven­go­no deli­nea­te, è vol­to a denun­cia­re la real­tà che spes­so si tro­va a vive­re la don­na in alcu­ne civil­tà auto­ri­ta­rie, del mon­do ara­bo in que­sto caso ma comu­ni a mol­te altre civil­tà pas­sa­te e pre­sen­ti appar­te­nen­ti anche a cul­tu­re diver­se da quel­la ara­ba, real­tà spes­so umi­lian­ti, non solo per la net­ta ed ini­qua dispa­ri­tà di dirit­ti che ven­go­no garan­ti­ti agli uomi­ni e alle don­ne, ma soprat­tut­to per l’accettazione iner­te da par­te del­le don­ne di tale situa­zio­ne. In lin­gua ara­ba le paro­le “sot­to­mis­sio­ne” e “ubbi­dien­za” si usa­no anche per indi­ca­re la casa coniu­ga­le, o casa del mari­to, nell’espressione “casa dell’ubbidienza”, beit al-taa’at, per il dirit­to isla­mi­co. Nawal al-Sa’dawi, nel riper­cor­re­re vis­su­ti trat­ti dal­le sue ori­gi­ni egi­zia­ne, infat­ti nume­ro­si richia­mi a pro­fon­de rimem­bran­ze infan­ti­li del­la pro­ta­go­ni­sta con­fer­ma­no una sor­ta di iden­ti­fi­ca­zio­ne di que­sta con l’autrice del roman­zo, descri­ve con ter­ro­re non tan­to la vita coniu­ga­le cui sono desti­na­te le don­ne, che come in ogni rela­zio­ne uma­na può esse­re feli­ce o infe­li­ce, quan­to la nega­zio­ne per le don­ne del dirit­to di sce­glie­re di poter­si auto­de­ter­mi­na­re come don­ne e non solo come cuo­che, ser­ve o mez­zi di pro­crea­zio­ne. Ciò che emer­ge dal roman­zo, oltre all’enorme dif­fi­col­tà che il mon­do fem­mi­ni­le spes­so incon­tra nel­lo Sce­glie­re, ver­bo bana­le ma che com­pren­de in sé la base dei più comu­ne­men­te accet­ta­ti dirit­ti uma­ni, è la mani­fe­sta non neces­si­tà di far­lo che infet­ta le men­ti del­le don­ne descrit­te nel­la nar­ra­zio­ne che, assog­get­ta­te da una cul­tu­ra seco­la­re schiac­cian­te, emble­ma­ti­ca­men­te guar­da­no con disgu­sto e com­pas­sio­ne la pro­ta­go­ni­sta men­tre pro­nun­cia con inge­nui­tà le paro­le “Io ho altri scopi”.

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Egitto, scoppia la guerra del velo. Toglietelo o sarete licenziate

| La Repub­bli­ca | Mer­co­le­dì 8 apri­le 2009 | Fran­ce­sca Cafer­ri |

Le infer­mie­re egi­zia­ne dovran­no lavo­ra­re a viso sco­per­to. Oppu­re saran­no licen­zia­te. Il mini­ste­ro del­la Salu­te egi­zia­no met­te la paro­la “fine” a un dibat­ti­to che va avan­ti da mesi, pre­sen­tan­do in Par­la­men­to una leg­ge che vie­ta alle addet­te all’ assi­sten­za dei pazien­ti di pre­sen­tar­si a lavo­ro con il niqab, il velo inte­gra­le che lascia sco­per­ti solo gli occhi ed è accom­pa­gna­to da guan­ti neri sul­le mani. «Chi non toglie il niqab dovrà anda­rea casa», ha det­to il mini­stro del­la Salu­te Hatam al Jaba­ly pre­sen­tan­do la cir­co­la­re che det­ta le nuo­ve rego­le per le divi­se del­le infer­mie­re: potran­no indos­sa­re una ampia cami­cia con un cap­puc­cio lega­to al col­lo, che ter­rà coper­ti i capel­li ma non il viso. In Par­la­men­to due gior­ni fa al prov­ve­di­men­to si sono oppo­sti i depu­ta­ti che si rico­no­sco­no nei Fra­tel­li musul­ma­ni. «È un dirit­to del­le don­ne coprir­si il viso- ci spie­ga un loro por­ta­vo­ce — lo Sta­to non può minac­cia­re qua­si die­ci­mi­la don­ne di licen­zia­men­to per­ché eser­ci­ta­no un loro dirit­to. E non ci sono pro­ve scien­ti­fi­che che dimo­stri­no che un’ infer­mie­ra a viso coper­to ha un rap­por­to diver­so con i pazien­ti rispet­to a una che lavo­ra a viso sco­per­to». Il “no” del movi­men­to si inse­ri­sce in un brac­cio di fer­ro che va avan­ti da tem­po: nei gior­ni scor­si grup­pi vici­ni alla Fra­tel­lan­za han­no orga­niz­za­to una mani­fe­sta­zio­ne di pro­te­sta con­tro il gover­no e diver­si stu­den­ti che vi par­te­ci­pa­va­no sono sta­ti arre­sta­ti. Stes­sa sor­te è toc­ca­ta a un blog­ger accu­sa­to di dif­fon­de­re posi­zio­ni isla­mi­ste. La que­stio­ne del niqab agi­ta la vita poli­ti­ca egi­zia­na da mesi.A novem­bre il mini­ste­ro del­la Salu­te ha pro­mos­so un’ inda­gi­ne per capi­re quan­te, fra le ope­ra­tri­ci sani­ta­rie, lavo­ras­se­ro a viso coper­to. I risul­ta­ti sono sta­ti giu­di­ca­ti allar­man­ti: la per­cen­tua­le nazio­na­le era del 10% — quel­le che ora rischia­no il licen­zia­men­to — ma in alcu­ni ospe­da­li si arri­va­va al 35%, con pic­chi del 50%. E il 90% dei pazien­ti inter­vi­sta­ti dice­va di non esse­re d’ accor­do con la pra­ti­ca. Alla dif­fu­sio­ne dei risul­ta­ti seguì imme­dia­to l’ ini­zio del­le pole­mi­che: i Fra­tel­li musul­ma­ni mise­ro in guar­dia il gover­no da ogni ten­ta­ti­vo di limi­ta­re l’ uso del niqab. Il mini­ste­ro rispo­se che il velo inte­gra­le met­te a rischio il rap­por­to di fidu­cia che deve esi­ste­re fra mala­to e per­so­na­le sani­ta­rio. Ora, con la dif­fu­sio­ne del nuo­vo rego­la­men­to sul­le divi­se, si è arri­va­ti alla con­trap­po­si­zio­ne fina­le. La bat­ta­glia è sin­to­ma­ti­ca del­le for­ti ten­sio­ni che spac­ca­no la socie­tà egi­zia­na, dove l’ avan­za­ta del­le ideo­lo­gie più con­ser­va­tri­ci pare inar­re­sta­bi­le. «Nei miei anni in ospe­da­le in Egit­to non ho mai visto infer­mie­re a viso coper­to», com­men­ta Nawal el Saa­da­wi, medi­co, scrit­tri­ce e intel­let­tua­le costret­ta all’ esi­lio per le sue posi­zio­ni cri­ti­che ver­so il pre­si­den­te Muba­rak. «È un segno chia­ro di quan­to for­ti stia­no diven­tan­do gli isla­mi­sti. Ma nes­sun pae­se dovreb­be lascia­re che le infer­mie­re si copra­no il viso».

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La scrittrice che fa paura all’Islam

| La Repub­bli­ca | Lune­dì 18 giu­gno 2001 | Gian­lui­gi Melega |

Oggi al Cai­ro comin­cia il pro­ces­so a cari­co del­la Saa­da­wi, psi­chia­tra, roman­zie­ra e sag­gi­sta per­se­gui­ta­ta per­ché rite­nu­ta “apo­sta­ta”.

IL CAIRO — Que­sta è la pri­ma par­te di una sto­ria che si con­clu­de­rà oggi, quan­do la pro­ta­go­ni­sta sarà pro­ces­sa­ta da un tri­bu­na­le del Cai­ro e, se rite­nu­ta col­pe­vo­le, sarà con­dan­na­ta al divor­zio for­za­to ed even­tual­men­te a tre anni di car­ce­re. Nawal Saa­da­wi è una del­le più famo­se scrit­tri­ci egi­zia­ne. Ha 70 anni. Lau­rea­ta in medi­ci­na e psi­chia­tria, ha scrit­to oltre ven­ti tra sag­gi e roman­zi, è già sta­ta in pri­gio­ne per ragio­ni politiche.
Ha un carat­te­re indo­ma­bi­le e un mari­to di 78 anni, anche lui medi­co e scrit­to­re, di cui dice con iro­nia: «Potrei divor­zia­re da lui per mil­le ragio­ni per­so­na­li: ma se i fon­da­men­ta­li­sti isla­mi­ci rie­sco­no a far­mi con­dan­na­re al divor­zio for­za­to sta­re­mo insie­me per sempre» .
L’appartamento in cui vivo­no al Cai­ro è al ven­ti­seie­si­mo pia­no di un palaz­zo­ne di peri­fe­ria. Dal­la veran­da aper­ta entra un ven­to fre­sco, si vede il pode­ro­so Nilo che si bipar­ti­sce, dan­do ori­gi­ne a un pri­mo, gran­de ramo del suo del­ta. Nawal Saa­da­wi ha una testa leo­ni­na, i capel­li come una gon­fia cri­nie­ra bian­ca con­ti­nua­men­te scos­sa, la foga del­le paro­le tra­vol­gen­te. Pro­fu­ga poli­ti­ca ha inse­gna­to nel­le uni­ver­si­tà ame­ri­ca­ne dal ‘92 al ‘97, par­la benis­si­mo inglese.
«Sono nata in cam­pa­gna, nel 1932. Dopo la lau­rea, ho diret­to una rivi­sta di medi­ci­na e sono sta­ta nomi­na­ta diret­to­re del mini­ste­ro del­la Sani­tà con dele­ga all’assistenza per le don­ne. Dopo la pub­bli­ca­zio­ne di un mio testo medi­co, “La don­na e il ses­so”, sono sta­ta licen­zia­ta. Allo­ra ho inse­gna­to all’Università del Cai­ro, con ricer­che spe­cia­liz­za­te sul­le nevro­si fem­mi­ni­li. Nell’89 l’Onu mi ha affi­da­to la dire­zio­ne dei pro­gram­mi per le don­ne in Afri­ca e Medio Oriente» .
Sia­mo ad ascol­tar­la in una deci­na. Una dele­ga­zio­ne di fem­mi­ni­ste tuni­si­ne, un’avvocatessa cata­la­na e una bel­ga, una rap­pre­sen­tan­te del­la pre­si­den­za sve­de­se dell’Unione euro­pea e, per il Par­la­men­to di Stra­sbur­go, un’altra indo­ma­bi­le, Emma Boni­no, che dopo la delu­sio­ne elet­to­ra­le ita­lia­na, s’è get­ta­ta nel­la dife­sa di casi di don­ne oppres­se, impri­gio­na­te o minac­cia­te di mor­te per il corag­gio di difen­de­re i loro dirit­ti, in ogni par­te del mon­do. Per Nawal Saa­da­wi il Par­la­men­to euro­peo, su ini­zia­ti­va del­la Boni­no, ha appro­va­to una mozio­ne di soste­gno. E ora lei è qui per il processo.
Il mari­to del­la pro­ta­go­ni­sta, schi­vo e gen­ti­le ma non remis­si­vo, dice: «Sono iscrit­to al par­ti­to del Fron­te, quel­lo che in Par­la­men­to è più a sini­stra, e sono indi­gna­to per il fat­to che pochis­si­mi par­la­men­ta­ri anche del mio par­ti­to han­no par­la­to in favo­re di Nawal: vedo in giro trop­pa paura» .
«Nell’81 ven­ni arre­sta­ta e get­ta­ta in pri­gio­ne sen­za pro­ces­so da Anwar Sadat, in una reta­ta di 1.600 intel­let­tua­li che cri­ti­ca­va­no il gover­no», con­ti­nua la Saa­da­wi. Un mese dopo Sadat fu assas­si­na­to e Muba­rak, che gli era suc­ces­so come pre­si­den­te, libe­rò tut­ti: «Ci rice­vet­te a palaz­zo e dis­se, “anda­te a casa e dimen­ti­ca­te il pas­sa­to”; io chie­si la paro­la e dis­si “gra­zie per la liber­tà, ma non voglia­mo dimen­ti­ca­re: per­ché non voglia­mo che acca­da anco­ra”». Muba­rak non gra­dì trop­po il mio intervento» .
In Egit­to, se si è scrit­to­ri oggi si può fini­re su due liste nere. Una, uffi­cio­sa del gover­no: diret­to­ri di gior­na­li, radio e tv, san­no che cer­te per­so­ne non devo­no esse­re ospi­ta­te sui mez­zi che con­trol­la­no. Una, ora­le, che i fon­da­men­ta­li­sti isla­mi­ci fan­no cir­co­la­re nei mer­ca­ti, nel­le scuo­le, nel­le cam­pa­gne. I muez­zin urla­no il nome dell’”eretico” per l’Islam dagli alto­par­lan­ti del­le moschee e annun­cia­no con­dan­na e pena con un solo ver­bo: «Ammaz­za­te­lo!».
«Io ho sen­ti­to con le mie orec­chie la sen­ten­za con­tro di me gri­da­ta dal mina­re­to: “Ammaz­za­te­la!”», rac­con­ta Saa­da­wi. Fu allo­ra, nel ‘92, dopo die­ci anni dif­fi­ci­li, in cui però conob­be il suc­ces­so del­le tra­du­zio­ni dei suoi libri (in ita­lia­no sono sta­ti pub­bli­ca­ti “Firdaus”, “Dio muo­re sul Nilo” e “L’amore ai tem­pi del petro­lio”), che Saa­da­wi e suo mari­to deci­se­ro per l’esilio, andan­do a inse­gna­re in America.
Sono tor­na­ti quat­tro anni fa. Ma ades­so lei è, para­dos­sal­men­te, vit­ti­ma del suo mag­gio­re allea­to: la glo­ba­liz­za­zio­ne del­la tv. Fin­ché era lon­ta­na non dava fasti­dio. In Egit­to i gior­na­li han­no tre tabù, argo­men­ti di cui non si può par­lar male: il pre­si­den­te Muba­rak, le For­ze arma­te, e l’Arabia Sau­di­ta. E i fon­da­men­ta­li­sti, i cui Fra­tel­li musul­ma­ni sono fuo­ri­leg­ge come par­ti­to, han­no come cam­po di bat­ta­glia l’egemonia cul­tu­ra­le: pur­ché non allun­ghi­no il tiro alla poli­ti­ca, il gover­no li lascia fare. Ora, mol­te tv ara­be han­no inter­vi­sta­to la Saa­da­wi. E le para­bo­le sui tet­ti del Cai­ro han­no rilan­cia­to tra gli egi­zia­ni le sue cri­ti­che al gover­no e ai fon­da­men­ta­li­sti. Que­sta stra­na for­ma di liber­tà di paro­la tec­no­lo­gi­ca s’è ritor­ta con­tro di lei.
Un avvo­ca­to fon­da­men­ta­li­sta, Nabib Wahsh, spe­cia­li­sta in casi cla­mo­ro­si (ave­va denun­cia­to la regi­na Eli­sa­bet­ta per la mor­te del­la prin­ci­pes­sa Dia­na), ha denun­cia­to «per apo­sta­sia» la Saa­da­wi, chia­man­do­la per iscrit­to «brut­ta vec­chiac­cia» e soste­nen­do che quan­to dice e scri­ve è una con­ti­nua tra­sgres­sio­ne del­la leg­ge isla­mi­ca. Un apo­sta­ta, per la leg­ge isla­mi­ca, è un esse­re mor­to, quin­di non può esse­re spo­sa­to con un cre­den­te musul­ma­no. Quin­di, sostie­ne l’avvocato Wahsh, Nawal Saa­da­wi e suo mari­to devo­no divor­zia­re e vive­re sepa­ra­ti, e lei in pri­gio­ne. Qua­lun­que cre­den­te è auto­riz­za­to a fare qual­sia­si gesto per­ché la leg­ge isla­mi­ca sia osser­va­ta, per esem­pio pic­chet­ta­re la loro casa, o peg­gio. Ciò signi­fi­ca met­te­re la scrit­tri­ce alla mer­cè di qual­sia­si fana­ti­co fondamentalista.
Oggi, davan­ti a una pic­co­la fol­la di osser­va­to­ri inter­na­zio­na­li e, for­se, di estre­mi­sti isla­mi­ci, un giu­di­ce dovrà annun­cia­re il suo verdetto.

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Egitto, una femminista for president

| L’Avanti | Mar­te­dì 14 dicem­bre 2004 |

IL CAIRO — È la pri­ma don­na che annun­cia di voler­si can­di­da­re alla pre­si­den­za del­la repub­bli­ca dell’Egitto, e con­fer­ma così la sua peren­ne posi­zio­ne di avan­guar­dia rispet­to alla socie­tà del suo pae­se. È la scrit­tri­ce psi­chia­tra fem­mi­ni­sta Nawal Saa­da­wi, 74 anni, già nota per aver dichia­ra­to aper­ta­men­te la sua posi­zio­ne con­tra­ria ad alcu­ni aspet­ti del­la reli­gio­ne e del costu­me che con­si­de­ra ‘retro­gra­di’. Per le sue posi­zio­ni ha rischia­to anche la qua­li­fi­ca di ‘apo­sta­ta’ (da par­te di fana­ti­ci inte­gra­li­sti), quan­do nel 2001 fu sot­to­po­sta ad un pro­ces­so per aver dichia­ra­to ad un perio­di­co egi­zia­no di rite­ne­re che il velo isla­mi­co non era un obbli­go reli­gio­so e che il pel­le­gri­nag­gio alla Mec­ca, con i giri intor­no alla ‘Kaa­ba’, era una tra­di­zio­ne obso­le­ta. Que­sta vol­ta ha det­to ad un quo­ti­dia­no indi­pen­den­te, ‘Misr El Yom’, espres­sio­ne di una intel­let­tua­li­tà fuo­ri dagli sche­mi — che inten­de pre­sen­tar­si al pros­si­mo refe­ren­dum dell’autunno 2005, quan­do sca­drà il quar­to man­da­to del pre­si­den­te Hosni Muba­rak. E annun­cia di voler cam­bia­re la Costi­tu­zio­ne, “tut­ta quan­ta, tut­ti i suoi arti­co­li, non sol­tan­to le nor­me elet­to­ra­li e quel­le sul­la pre­si­den­za. Anche quel­la che pre­ve­de la sha­ria (leg­ge cora­ni­ca) come fon­te del dirit­to, “per­ché dob­bia­mo sepa­ra­re lo sta­to dal­la reli­gio­ne. Lo sta­to appar­tie­ne a tut­ti i cit­ta­di­ni — spie­ga al gior­na­li­sta che la inter­ro­ga — che han­no dirit­ti e dove­ri, sen­za distin­zio­ne di etnia, reli­gio­ne e ses­so”. Con­cet­ti che in Egit­to sem­bra­no desti­na­ti a susci­ta­re mol­te riser­ve e for­se anche qual­che altra ini­zia­ti­va giu­di­zia­ria, come quel­la del 2001, che vole­va costrin­ger­la al divor­zio — un’ apo­sta­ta, non musul­ma­na, non pote­va rima­ne­re spo­sa­ta ad un musul­ma­no, anche se lei affer­ma­va di non aver rin­ne­ga­to la pro­pria fede isla­mi­ca — e che però non ebbe suc­ces­so. Anche per la mobi­li­ta­zio­ne di diplo­ma­ti­ci e media stra­nie­ri, com­pre­so il par­la­men­to euro­peo, che inviò al Cai­ro Emma Boni­no. Così come ha già fat­to in alcu­ni dei suoi qua­ran­tu­no libri, Saa­da­wi par­la aper­ta­men­te e sen­za remo­re, del ruo­lo del­la don­na nel­la socie­tà egi­zia­na, del­la neces­si­tà del­la sua liber­tà ses­sua­le, degli abu­si ses­sua­li nel­le fami­glie (“ne sono vit­ti­me soprat­tut­to ragaz­ze e ragaz­zi, ma que­sto vie­ne sem­pre igno­ra­to, per­ché?”). Saa­da­wi rive­la quin­di il pro­gram­ma del­la sua futu­ra can­di­da­tu­ra: liber­tà eco­no­mi­ca, limi­ta­zio­ne e ridi­stri­bu­zio­ne del­la pro­prie­tà ter­rie­ra, ritor­no alle coo­pe­ra­ti­ve agri­co­le, inco­rag­gia­men­to alle pic­co­le e medie impre­se, tas­sa­zio­ne per i ric­chi. “Ora solo le per­so­ne a red­di­to limi­ta­to paga­no le tas­se — sot­to­li­nea — ma i ric­chi non paga­no. Inco­rag­gia­mo la pro­du­zio­ne agri­co­la per sfa­ma­re il pae­se, e poi pen­se­re­mo alle espor­ta­zio­ni”. Idee socia­li­ste?, chie­de qual­cu­no. “Che cosa signi­fi­ca­no socia­li­smo o capi­ta­li­smo? Io voglio usci­re da que­ste eti­chet­te — si scal­da la scrit­tri­ce — Ho 74 anni, ho vis­su­to l’epoca di Nas­ser, quan­do non c’era il socia­li­smo, c’ha pro­va­to, ha fal­li­to per­ché era un buro­cra­te ed un dit­ta­to­re, non c’era par­te­ci­pa­zio­ne popo­la­re, deci­de­va tut­to il regi­me ed i col­la­bo­ra­to­ri di Nas­ser era­no cor­rot­ti”. Per la scrit­tri­ce fem­mi­ni­sta psi­chia­tra, anche se oggi è diver­so, “c’è biso­gno di cam­bia­re. Io so che non ce la farò — con­clu­de — ed il mio sacri­fi­cio non rice­ve­rà ricom­pen­se. Ma trop­pi gio­va­ni, trop­pi miei stu­den­ti mi han­no chie­sto di pro­var­ci. Ed io ho il corag­gio di par­la­re. Non sono appog­gia­ta da nes­su­no, né da capi­ta­li, né da inte­gra­li­sti, né da destra né da sini­stra. Ho con me solo l’appoggio di gio­va­ni, che sono la stra­da ed il futu­ro dell’ Egitto”.

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La rivoluzione pacifica delle figlie dell’Islam. Storia di Nawal che a cinque anni litigò con Dio

L’UNITÀ — 11 novem­bre 2007
di Lil­li Gruber

il Siren­te, in occa­sio­ne del­la gior­na­ta inter­na­zio­na­le del­la don­na, pub­bli­ca L’amore ai tem­pi del petro­lio, tri­bu­to alla pala­di­na  dei dirit­ti del­le don­ne Nawal Al Sadaa­wi, con un’introduzione di Lui­sa Mor­gan­ti­ni. Un testo visio­na­rio. Un rac­con­to spet­ta­co­la­re, ina­spet­ta­ta­men­te avvin­cen­te, ric­co di ten­sio­ne e curio­si­tà per il desti­no del­la miste­rio­sa protagonista.

« Più di ogni altra don­na, Nawal Al Saa­da­wi incarna
le sof­fe­ren­ze del fem­mi­ni­smo ara­bo. » San Fran­ci­sco Chronicle

Nawal El-Saa­da­wi è una vete­ra­na del­la “jihad fem­mi­ni­le”. Ha comin­cia­to a pro­te­sta­re nel 1936, all’eta’ di cin­que anni, e diret­ta­men­te con Dio. Scri­ven­do­gli una let­te­ra. “Caro Dio, per­che’ pre­fe­ri­sci mio fra­tel­lo? Lui e’ pigro e stu­pi­do, non fa nul­la ne’ a scuo­la, ne’ a casa, men­tre io m’impegno. Come fai a pre­fe­ri­re lui?”. Era l’inizio di una car­rie­ra let­te­ra­ria, e di un rap­por­to con le auto­ri­ta’ a dir poco tor­men­ta­to. Nawal pro­vie­ne da una fami­glia col­ta e bene­stan­te, ma que­sto non e’ basta­to a evi­tar­le la muti­la­zio­ne geni­ta­le. A die­ci anni e’ scam­pa­ta a un matri­mo­nio com­bi­na­to e ha deci­so di con­ti­nua­re a stu­dia­re nono­stan­te le per­ples­si­ta’ fami­lia­ri. “Se non fos­si sta­ta la miglio­re, mio padre avreb­be smes­so di pagar­mi gli stu­di, ma lo ero”. Nel 1955 si lau­rea in medi­ci­na, spe­cia­liz­za­zio­ne in psi­chia­tria, e comin­cia a lavo­ra­re a Kafr Tahla, il pic­co­lo vil­lag­gio rura­le dove e’ nata. “Ogni gior­no com­bat­te­vo con le dif­fi­col­ta’, i sopru­si e le ingiu­sti­zie subi­te dal­le don­ne”. Nawal e’ richia­ma­ta al Cai­ro e nomi­na­ta diret­tri­ce del­la Sani­ta’ pub­bli­ca. Nel 1972 pub­bli­ca Women and Sex, un atto d’accusa con­tro la disu­ma­na pra­ti­ca dell’infibulazione. Nawal e’ la pri­ma don­na ara­ba a por­ta­re allo sco­per­to un tema cosi’ sco­mo­do e sca­bro­so e di li’ a poco comin­cia­no i guai. Per­de il lavo­ro e la rivi­sta che ha fon­da­to, “Health”, vie­ne chiu­sa. Ma non si abbat­te: per tre anni con­du­ce una ricer­ca sul­le nevro­si fem­mi­ni­li pres­so la facol­ta’ di medi­ci­na dell’Ain Shams Uni­ver­si­ty, e nel 1979 diven­ta con­si­glie­ra pres­so le Nazio­ni Uni­te per il pro­gram­ma a favo­re del­le don­ne in Afri­ca e Medio Orien­te. I suoi stu­di la por­ta­no nei mani­co­mi e nel­le car­ce­ri, e la sua cri­ti­ca alle reli­gio­ni, in par­ti­co­la­re all’Islam, e al siste­ma poli­ti­co egi­zia­no, fini­sce per ina­spri­re i gia’ tesi rap­por­ti con le isti­tu­zio­ni. Nel 1981 vie­ne incar­ce­ra­ta sen­za pro­ces­so con altri 1.600 intel­let­tua­li ed espo­nen­ti poli­ti­ci. Sara’ libe­ra­ta lo stes­so anno, esat­ta­men­te un mese dopo l’assassinio del pre­si­den­te Sadat, che ave­va ordi­na­to il suo arre­sto. Tra i fer­ma­ti c’e’ anche suo mari­to, il dot­tor She­rif Heta­ta, che inve­ce scon­te­ra’ ben quin­di­ci anni nel car­ce­re di mas­si­ma sicu­rez­za del Cai­ro. “Il peri­co­lo e’ sta­to par­te del­la mia vita fin da quan­do ho impu­gna­to una pen­na”, mi spie­ga la don­na-sim­bo­lo del fem­mi­ni­smo egi­zia­no. “Non c’e’ nien­te di piu’ peri­co­lo­so del­la veri­ta’ in un mon­do che men­te”. Ma pro­prio quan­do il gover­no spe­ra­va di aver­la mes­sa a tace­re, scri­ve in pri­gio­ne il suo libro piu’ impor­tan­te, che sara’ tra­dot­to in dodi­ci lin­gue e pub­bli­ca­to in tut­to il mon­do: Memo­rie dal car­ce­re del­le don­ne. “Mi nega­va­no per­fi­no la car­ta”, mi rac­con­ta. “La pro­sti­tu­ta nel­la cel­la accan­to mi allun­ga­va pen­na e car­ta igie­ni­ca. Non ci cre­de­ra’, ma le altre don­ne face­va­no di tut­to affin­che’ io potes­si sem­pre scri­ve­re. La crea­ti­vi­ta’ e’ il mez­zo piu’ effi­ca­ce per por­re un fre­no alle muti­la­zio­ni dell’intelletto!”. Quan­do com­pa­re nel­la lista nera di un grup­po fon­da­men­ta­li­sta, Nawal si tra­sfe­ri­sce in North Caro­li­na. Inse­gna alla Duke e alla Washing­ton Uni­ver­si­ty, ma nel 1996 deci­de di tor­na­re a casa. Cin­que anni dopo vie­ne nuo­va­men­te accu­sa­ta di ere­sia: gra­zie a un’imponente mobi­li­ta­zio­ne inter­na­zio­na­le rie­sce a evi­ta­re il pro­ces­so per apo­sta­sia, che l’avrebbe costret­ta al divor­zio for­za­to dal mari­to. Oggi nel suo Pae­se Nawal rischia un nuo­vo pro­ce­di­men­to pena­le in segui­to alla pub­bli­ca­zio­ne, nel gen­na­io 2007, del­la com­me­dia tea­tra­le Dio ras­se­gna le dimis­sio­ni nel cor­so del ver­ti­ce. Ma oggi vede svi­lup­pi posi­ti­vi all’orizzonte gra­zie al lavo­ro del­le fem­mi­ni­ste isla­mi­che, pre­zio­so nel­la bat­ta­glia per i dirit­ti. Anche se il suo approc­cio alle reli­gio­ni e’ piu’ scien­ti­fi­co: “Ho spe­so vent’anni del­la mia vita a con­fron­ta­re i tre libri sacri: l’Antico Testa­men­to, il Nuo­vo Testa­men­to e il Cora­no. Sono anda­ta in India e ho stu­dia­to anche la Bha­ga­vad­gi­ta. Non si puo’ cono­sce­re l’Islam sen­za uno stu­dio com­pa­ra­ti­vo. Pren­dia­mo per esem­pio la que­stio­ne del velo. Se i sedi­cen­ti esper­ti aves­se­ro fat­to i dovu­ti con­fron­ti, si sareb­be­ro accor­ti che le don­ne si copri­va­no il capo anche nell’Ebraismo e nel Cri­stia­ne­si­mo. In for­me diver­se, sono sem­pre sta­te con­si­de­ra­te infe­rio­ri in qual­sia­si reli­gio­ne. In piu’ il Cora­no e’ mol­to dif­fi­ci­le da capi­re: esi­sto­no nume­ro­se scuo­le che lo inter­pre­ta­no in modo diver­so, cosi’ come sono diver­se le inter­pre­ta­zio­ni che i vari gover­ni dan­no dell’Islam”. L’Egitto, negli ulti­mi anni, e’ mol­to cam­bia­to, sostie­ne Nawal: “Quan­do stu­dia­vo medi­ci­na, negli anni Cin­quan­ta al Cai­ro, nes­su­na por­ta­va l’hijab; quan­do mia figlia era stu­den­tes­sa a sua vol­ta, negli anni Set­tan­ta, il 45% del­le ragaz­ze lo indos­sa­va. E la per­cen­tua­le e’ aumen­ta­ta anco­ra. Sono sta­ti l’imperialismo ame­ri­ca­no e il neo­co­lo­nia­li­smo a sfrut­ta­re la reli­gio­ne e fomen­ta­re ovun­que il fon­da­men­ta­li­smo. Il velo e l’infibulazione sono le diret­te con­se­guen­ze. Oggi in Egit­to tut­ti par­la­no di reli­gio­ne: pro­fes­so­res­se uni­ver­si­ta­rie, scrit­tri­ci e per­fi­no le fem­mi­ni­ste indos­sa­no il fou­lard, maga­ri con i jeans e la pan­cia sco­per­ta! Le don­ne si tro­va­no tra due fuo­chi, tra ame­ri­ca­niz­za­zio­ne e isla­miz­za­zio­ne”. Per loro il cli­ma nel Pae­se si sta facen­do piu’ pesan­te e anche il siste­ma giu­di­zia­rio non e’ cer­to incli­ne a tute­lar­le. Come quel­lo legi­sla­ti­vo e’ un siste­ma misto, seco­la­re e reli­gio­so. Esi­sto­no cor­ti sepa­ra­te: isla­mi­ca, cri­stia­na e lai­ca, e per quan­to riguar­da la pri­ma il codi­ce di rife­ri­men­to e’ ovvia­men­te la Sha­ria. “Ma vie­ne appli­ca­ta in modo asso­lu­ta­men­te arbi­tra­rio: gli uomi­ni con­ti­nua­no a esse­re poli­ga­mi e a divor­zia­re dal­le mogli quan­do voglio­no. Il figlio deve por­ta­re il nome del padre, e se que­sti e’ igno­to il bam­bi­no e’ ille­git­ti­mo. I fon­da­men­ta­li­sti sosten­go­no che lo dice il Cora­no. Il nome del­la madre e’ con­si­de­ra­to tut­to­ra una ver­go­gna socia­le per la leg­ge isla­mi­ca”. Quan­do sua figlia ha deci­so di por­ta­re il suo cogno­me, han­no dovu­to com­pa­ri­re entram­be in tri­bu­na­le con l’accusa di apo­sta­sia. “In Egit­to ci sono due milio­ni di bam­bi­ni ille­git­ti­mi. E’ giu­sto puni­re i pic­co­li che non han­no alcu­na col­pa?”. Mi rac­con­ta l’esperienza trau­ma­ti­ca del­la cir­con­ci­sio­ne, pra­ti­ca­ta una mat­ti­na, nel­la sua stan­za, da quat­tro don­ne del vil­lag­gio vesti­te di nero, sen­za ane­ste­sia ne’ disin­fet­tan­ti. “Mi dis­se­ro che era Dio a voler­lo. Da allo­ra ho comin­cia­to a ribel­lar­mi con­tro di Lui. Anche se i miei geni­to­ri mi dice­va­no di pre­ga­re, non mi sono mai con­vin­ta che Dio fos­se giu­sto, mai. Per­che’ io ho un cer­vel­lo che ha sem­pre lavo­ra­to a pie­no regi­me. Per me il vero pia­ce­re e’ quel­lo del­la cono­scen­za, e del­la sfi­da. Ho set­tan­ta­cin­que anni e vivo come se ne aves­si tren­ta. Fac­cio gin­na­sti­ca, suo­no, nuo­to: cer­to mi stan­co, mi vie­ne mal di testa, ma non impor­ta. Esse­re atti­vi tie­ne viva la men­te”. Quan­do le chie­do se il velo pos­sa esse­re con­si­de­ra­to anche un sim­bo­lo di liber­ta’ rispon­de sen­za esi­ta­re: “Da un pun­to di vista poli­ti­co, asso­lu­ta­men­te no. La schia­vi­tu’ non e’ un sim­bo­lo di liber­ta’”. Quin­di, secon­do lei il velo equi­va­le sem­pre a oppres­sio­ne? “Si’, cer­to, ma anche la mer­ci­fi­ca­zio­ne e’ oppres­sio­ne. Sono due fac­ce del­la stes­sa meda­glia. Ci sono don­ne che lo por­ta­no come altre usa­no il truc­co: per que­sto defi­ni­sco il make-up un velo post­mo­der­no. Per­che’ secon­do te si met­to­no il ros­set­to sul­la lab­bra? Per­che’ mostra­no il reg­gi­se­no e indos­sa­no mini­gon­ne cor­tis­si­me? Per­che’ sono con­si­de­ra­te un ogget­to ses­sua­le. Esse­re coper­te per det­ta­mi reli­gio­si oppu­re spo­glia­te per leg­gi di mer­ca­to e’ sem­pre una for­ma di schia­vi­tu’”. Secon­do Nawal chi dice che l’Islam e’ incom­pa­ti­bi­le con la demo­cra­zia ha ragio­ne: “In nes­su­na reli­gio­ne esi­ste demo­cra­zia per­che’ Dio e’ un dit­ta­to­re. La reli­gio­ne si fon­da sull’obbedienza, non si puo’ discu­te­re con il Crea­to­re. E i poten­ti del­la Ter­ra non fan­no altro che segui­re il loro mae­stro in Cie­lo. Non esi­ste sepa­ra­zio­ne tra reli­gio­ne e poli­ti­ca, sono una cosa sola: nel­la sto­ria Dio era il re”. Come mol­te altre intel­let­tua­li che ho incon­tra­to, ritie­ne sia­no le don­ne l’elemento chia­ve nasco­sto, il vero moto­re del cam­bia­men­to: “Per que­sto la poli­ti­ca e’ con­tro di noi. Ci han­no rese cosi’ stu­pi­de da far­ci cre­de­re in un Dio che ci oppri­me. Ma come si puo’ cre­de­re dav­ve­ro che Dio sia con­tro di noi?”. Mi salu­ta con un invi­to a dir poco peren­to­rio: “Ricor­da­ti che la muti­la­zio­ne peg­gio­re non e’ quel­la geni­ta­le ma quel­la intel­let­tua­le. Il velo sul cer­vel­lo e’ mol­to peg­gio del velo sui capelli”.

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Saadawi, la rischiosa ribellione delle donne arabe

| ANSA­med | Mar­te­dì 18 feb­bra­io 2009 | Cri­stia­na Missori |

Quel gior­no di set­tem­bre la noti­zia uscì sui gior­na­li, in una pagi­na inter­na, a mala pena visi­bi­le a occhio nudo: don­na par­ti­ta e mai più tor­na­ta. Le don­ne non era­no soli­te pren­de­re gior­ni di vacan­za e, quan­do una don­na usci­va, era asso­lu­ta­men­te neces­sa­rio otte­ne­re il per­mes­so scrit­to dal mari­to o tim­bra­to dal dato­re di lavo­ro”. Con que­sto inci­pit, la scrit­tri­ce e dis­si­den­te egi­zia­na Nawal El Saa­da­wi tra­sci­na il let­to­re nel­le pagi­ne de “L’amore al tem­po del petro­lio”, roman­zo in usci­ta l’8 mar­zo, edi­to da Il Siren­te. In un oscu­ro regno del petro­lio, in un Pae­se auto­ri­ta­rio, for­se l’Arabia sau­di­ta, o for­se l’Egitto, un’archeologa scom­pa­re sen­za lascia­re trac­cia. “Era già suc­ces­so che sua moglie fos­se anda­ta in vacan­za? Ha mai disub­bi­di­to?”, chie­de il com­mis­sa­rio al mari­to del­la stu­dio­sa che si è vola­ti­liz­za­ta. Per la poli­zia che inda­ga, infat­ti, può trat­tar­si sol­tan­to di una ribel­le, oppu­re di una don­na di non rispec­chia­ta mora­li­tà. E’ una don­na sot­to­mes­sa, asser­vi­ta e oppres­sa dall’uomo, quel­la descrit­ta dall’autrice egi­zia­na che, una vol­ta anco­ra, tor­na a occu­par­si del­la que­stio­ne fem­mi­ni­le nel mon­do ara­bo. Poco impor­ta dove è ambien­ta­ta la sto­ria. In que­sto libro den­so di meta­fo­re e con­ti­nue allu­sio­ni, dal­lo sti­le allu­ci­na­to e visio­na­rio, il viag­gio oni­ri­co — e al con­tem­po rea­le — com­piu­to dal­la pro­ta­go­ni­sta, descri­ve l’esistenza di una don­na in un qual­sia­si regi­me auto­ri­ta­rio. Tra­sfor­ma­ta in una mac­chi­na tut­to­fa­re, in gra­do di cuci­na­re, puli­re, scri­ve­re, sen­za dirit­ti né sen­ti­men­ti, la don­na diven­ta uno stru­men­to fun­zio­na­le all’uomo e dun­que inter­cam­bia­bi­le con un qual­sia­si altro ogget­to. E’ però anche una sto­ria d’amore intri­gan­te, inso­spet­ta­bi­le e den­sa di miste­ro, quel­la trat­teg­gia­ta dal­la scrit­tri­ce, che vede una vol­ta tor­na­ta indie­tro, la pro­ta­go­ni­sta lascia­re il mari­to per un altro uomo. Medi­co psi­chia­tra, più vol­te minac­cia­ta di mor­te da grup­pi fon­da­men­ta­li­sti, impri­gio­na­ta sot­to il regi­me di Sadat, nel 1993 Nawal El Saa­da­wi è sta­ta con­dan­na­ta a mor­te per ere­sia. Oggi l’autrice vive in esi­lio volon­ta­rio negli Usa, ma a bre­ve — fa sape­re — tor­ne­rà in Egit­to, la sua ter­ra nata­le. “Un uomo — scri­ve l’autrice — può usci­re e non tor­na­re per set­te anni e solo dopo quel­la data la don­na può chie­de­re la sepa­ra­zio­ne”. Per una don­na, una sola not­te inve­ce è suf­fi­cien­te per lan­cia­re l’allarme e gri­da­re allo scan­da­lo. Pub­bli­ca­to in varie anto­lo­gie e tra­dot­to in più di 20 lin­gue, “L’amore ai tem­pi del petro­lio” — insie­me a diver­si altri roman­zi del­la Saa­da­wi, è sta­to cen­su­ra­to dal­la mas­si­ma isti­tu­zio­ne reli­gio­sa egi­zia­na, Al Azhar, che dopo pochi mesi dal­la pub­bli­ca­zio­ne ne ha ordi­na­to il riti­ro da tut­te le libre­rie egiziane.

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