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Fuori da Gaza

Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

Innanzitutto un’istantanea: un ragazzo, seduto sul tetto della propria abitazione a fumare placidamente uno spinello, che guarda un insolito cielo notturno. Non sta cercando le risposte tra gli astri, né si sta godendo uno spettacolo pirotecnico. Osserva Gaza, la sua terra, colpita dai bombardamenti. Siamo in Palestina all’inizio del secolo, e siamo tra le pagine di “Fuori da Gaza“, il romanzo d’esordio della scrittrice Selma Dabbagh, tradotto da Barbara Benini, edito in Italia da il Sirente.

Dopo questa cartolina dall’inferno, si aggiunga al conto degli elementi fondamentali del romanzo: il conflitto. E’ questo il vero tema portante della storia. Il conflitto che ogni giorno sfocia nel sangue, quello che, a ogni latitudine, è sempre dannatamente attuale. Lo stesso che, in maniera meno cruenta, può consumarsi tra le mura domestiche. Protagonisti, in questo caso, i gemelli Rashid e Iman Mujahed, così uguali di fronte allo specchio eppure tanto diversi, al punto che le loro divergenze diventano l’espediente narrativo perfetto per raccontare i continui contrasti, tanto politici quanto bellici, di una società ormai avviata al declino. Un impero alla fine di una sanguinosa decadenza.

Il terzo elemento portante è: la fuga. Quel desiderio di scappare da un territorio ormai sgretolato  sotto gli occhi di chi non accenna a reagire; una fuga per andare alla ricerca di nuovi stimoli, o di una vita fatta di normalità, concedendosi magari uno di quegli “occidentalismi” che appaiono sempre come una chimera. Il desiderio, o il senso di ribellione, di sfuggire ad abitudini e tradizioni che, ormai, i protagonisti avvertono come un peso insostenibile che li porterà lontano dal loco natio.

Il quarto solido pilastro sul quale si fonda questa storia è: la veridicità. Quella che Selma Dabbagh utilizza per descrivere personaggi, scenari, situazioni che fanno parte solitamente della cronaca internazionale e che vengono qui riproposte all’interno di un romanzo capace, come pochi, di scuotere la coscienza del lettore, non prima di averlo conquistato con uno stile al passo dei tempi e con una storia che sa di vero, senza dover ricorrere a luoghi comuni o a immagini già viste in televisione

Paquito Catanzaro per Leggere Tutti, Marzo 2018

 

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Fuori da Gaza, ma mai del tutto…

Fuori da Gaza, ma mai del tutto, ecco i sogni dei giovani palestinesi

Rashid vuole studiare a Londra, Imam viene scelta per un attacco suicida. Il romanzo di Selma Dabbagh ci svela i ragazzi della Striscia a noi sconosciuti

di Delia Vaccarello Globalist

Chi sono i giovani palestinesi? Siamo in grado di intuire le loro storie, i sogni, il desiderio di avere un futuro, le strategie messe in atto per realizzarlo? Forse respiriamo un’aria troppo intrisa di pregiudizi, forse siamo tutti presi nella rete di una soffocante quanto diffusa islamofobia per intravedere i profili dei ragazzi della Striscia. A farci entrare nelle vite di Rashid che vuole andare a studiare a Londra e di Iman, la sorella gemella, alla quale viene proposto di farsi esplodere in un attacco suicida è Selma Dabbagh con il suo romanzo “Fuori da Gaza” pubblicato e tradotto dalla casa editrice Il Sirente. Rashid vuole andare via, anche se lavora in un centro di volontariato, anche se conosce il senso della lotta per il suo popolo, è “fuori”.

E’ già fuori quando ci sono i bombardamenti, e lui fuma uno spinello fatto grazie a Gloria, la pianta di marijuana che coltiva con passione, è fuori quando vede nella sua camera dvd con vampiri e poltergeist, è fuori quando pensa alla ragazza che lo fa impazzire. E quando riceve la mail con la comunicazione della borsa di studio per l’Inghilterra sa bene che equivale per lui a una scarcerazione.

Iman è dentro. Ma qualcuno vuole che lo sia ancora di più. “Abbiamo un compito per te”, le viene detto da una donna che l’avvicina anticipandole altri contatti. Viene portata a vedere in una stanzetta i giovani corpi delle vittime dell’ultimo bombardamento, la scorgiamo intenta a osservare un depliant di un centro per i mutilati che ha visitato mesi addietro. E la immaginiamo soccorrere bambini con moncherini e tubicini in bocca. Hanno un fratello maggiore che sta faticosamente cercando di scrivere un saggio sull’Intifada e che a differenza di loro ha una vita ormai tragicamente segnata dai bombardamenti, non ha le gambe e patisce i dolori atroci delle piaghe sul fondo schiena. Con una scrittura sensuale, capace di modulare termini raffinati e linguaggio quotidiano insieme a un lessico della paura e dell’orrore Selma Dabbagh scrive un romanzo d’esordio illuminante, Guardian Book of the year per due anni consecutivi.

La narrazione di ciò che avviene entro il nucleo familiare diventa specchio delle divisioni della società palestinese e del modo diverso di concepire la Resistenza, molto influenzato dai diversi approcci generazionali. Lo sguardo della scrittrice anglo-palestinese tratteggia un fuori che appare un “non luogo” tanto agognato quanto irragiungibile, rappresenta il desiderio non solo di una vita normale ma anche di allentare o dimenticare anche solo per un istante l’occupazione, quasi diventata ormai non solo condizione storica e politica dei palestinesi ma anche esistenziale.

Rashid riesce a raggiungere il suo “fuori”. Nell’anno londinese, conquistato grazie alla borsa di studio, lo sorprendiamo chiedersi quale sia il suo dovere nazionale “strappato da qualsiasi luogo tranquillo gli fosse stato offerto, spinto in un mondo conflittuale dove non aveva spazio”. Dopo pochi istanti lo vediamo leggere una email del fratello che lo riporta in Palestina, che gli narra delle divisioni con una parte dei parenti, dovute a questioni politiche, dell’organizzazione per favorire coloro che non hanno un appartamento e vivono in tenda, della nuova casa lasciata dalla moglie di un uomo collaborazionista dove andranno, una casa con un giardino auspicabile per chi vive in carrozzina, dove la madre sta già allestendo un orto…. Rashid è a Londra ma non è a Londra, adesso che è fisicamente “fuori” non può davvero esserelo. A strattonarlo tra Inghilterra e Gaza sono email, discorsi politici, ma anche gli incubi che turbano il suo sonno. E qui il senso della narrazione da storico e antropologico si fa anche più profondo. Per quanto si sogni e realmente si vada “fuori”, nulla è fuori, sembra suggerirci l’autrice.

Tra dentro e fuori nessuna differenza.

10 novembre 2017

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FUORI DA GAZA, E DA SE STESSI

ARRIVA IN ITALIA “FUORI DA GAZA”, ROMANZO D’ESORDIO DI SELMA DABBAGH, SCRITTRICE ANGLO-PALESTINESE, PER LA TRADUZIONE DI BARBARA BENINI E EDITO DA IL SIRENTE.

“Sto parlando troppo, vero? Non riesco proprio a farmi entrare in testa ciò che ho visto”
“Non è qualcosa che si possa ‘far entrare in testa’. E’ troppo ingiusto per farsene una ragione, troppo incasinato per sbrogliarlo. E se ti sforzi di comprenderlo, se in qualunque modo cerchi una giustificazione, allora sei fottuta. E noi siamo spacciati”

Palestina, Gaza, primi anni Duemila. Un giovane uomo siede sul tetto della sua casa, di notte, e osserva i bombardamenti che sconquassano la Striscia. Non occorre molto tempo per capire che siamo all’inizio della Seconda Intifada, una delle pagine più buie e dolorose che la popolazione palestinese abbia vissuto.
E’ così che prende avvio “Out of it” – “Fuori da Gaza” nella traduzione italiana edita da Il Sirente – romanzo d’esordio della scrittrice anglo-palestinese Selma Dabbagh.

E’ CON UN VOLO IMMAGINARIO VERSO UN ALTROVE POSSIBILE CHE INIZIA IL VIAGGIO FRA LE SUE PAGINE, COMPIUTO DA UNO DEI GIOVANI PROTAGONISTI DI QUESTO PICCOLO MA STRAORDINARIO AFFRESCO NARRATIVO, CAPACE DI DISCOSTARSI DALLA TRADIZIONE LETTERARIA PALESTINESE RESTANDOVI, NEL CONTEMPO, PERFETTAMENTE ALL’INTERNO.

Come in altri romanzi è ancora una volta una famiglia ad essere espediente letterario e cuore della narrazione, perno di una storia che si articola seguendone le dinamiche intime e profonde, in un contesto tanto difficile da spiegare che a volte – come in questo caso – è molto più efficace non farlo. Lasciando piuttosto che sia lo sguardo dei protagonisti – i gemelli Rashid e Iman Mujahed, intensamente legati eppure diversi – a condurre il lettore in un viaggio attraverso la “banalità del male” e le sue conseguenze.

E saranno proprio le divisioni all’interno della famiglia a farsi specchio delle medesime spaccature in seno ad una società stanca di assedio e di occupazione. Attraverso la sua narrazione infatti Dabbagh riesce a ricostruire in modo semplice, ma estremamente efficace, le caleidoscopiche sfaccettature di una società complessa, in cui tutto è politico, persino l’esistenza.

E, SEGUENDO GLI SCONTRI E LE INCOMPRENSIONI FAMILIARI, A RESTITUIRCI UN QUADRO SULLE DIVISIONI INTRA-PALESTINESI, SULLE DIVERSE VISIONI DELLA RESISTENZA, SPESSO DETTATE DA DISTANZE NON SOLO POLITICHE E IDEOLOGICHE, MA SOPRATTUTTO GENERAZIONALI.

Nel farlo, Dabbagh include con maestria elementi centrali della questione palestinese, come la diaspora, il diritto al ritorno, il disperato tentativo di costruirsi, nell’Altrove possibile, una vita normale.

ECCO ALLORA CHE IL FUORI DA QUI DIVENTA CONDIZIONE ESISTENZIALE. IL FUORI-LUOGO, FUORI-TEMPO E FUORI-CONTESTO CHE SI FA PARADIGMA DI UNA PERENNE DIASPORA, NON SOLO GEOGRAFICA MA ANCHE INTERIORE, CHE RENDE I PROTAGONISTI OSTAGGIO DI UNA PERENNE GHURBA. E CHE RENDE LA PALESTINA NON SOLO PIÙ LUOGO OCCUPATO, MA ANCHE “OSSESSIONE CHE OCCUPA”, PER DIRLA CON SUAD AMIRY.

Fuori da qui non è più solo il desiderio dei giovani protagonisti di uscire dalla Striscia di Gaza che li soffoca. E’ anche il modo in cui si sentono, in fondo, fuori dal nuovo contesto in cui cercano di ambientarsi; è il desiderio di liberarsi della Palestina solo per un istante, senza poterlo fare. Di poter parlare, ogni tanto, di altro. E’ il non poter dimenticare chi si è, anche quando si è Altrove. E’ il tentativo di evadere non solo da un luogo, ma anche dalle pressioni sociali, dalle aspettative familiari, dai ricordi del passato e dal perenne paragone con esso. Un fuori che accomuna tutti: lo sono Iman e Rashid quando lasciano Gaza, ma anche il loro padre, che nel villaggio palestinese da cui proviene sa di non poter più fare ritorno.

NEL TRATTEGGIARE PERSONAGGI FEMMINILI FORTISSIMI, CHE BEN RISPECCHIANO LA STORIA FONDAMENTALE DELL’ATTIVISMO DI GENERE IN PALESTINA, DABBAGH HA UN ULTERIORE, GRANDE MERITO. QUELLO DI AVER RACCONTATO GAZA IN MODO NUOVO E CON PAROLE NUOVE.

Attraverso la voce di una giovane generazione spesso invisibile, di cui assai raramente si scrive. Che sente il peso non solo dell’occupazione, ma soprattutto delle sue conseguenze. Quelle più piccole, intime ed apparentemente insignificanti, ma che hanno a che fare con una sfera identitaria e profonda. Una generazione che vorrebbe, in fondo, solo una vita normale.

Con la sua narrazione Selma Dabbagh tratteggia personaggi credibili con incredibile abilità, arricchita da piccoli ma straordinari particolari, destinati a rimanere impressi a lungo. E riesce nell’impresa di farci vedere il mondo attraverso il loro sguardo, che si scambia e si alterna, in un racconto corale che unisce molte voci senza confonderle mai.

***

“Si era formato un capannello di persone intorno a un contadino che stava gridando con dei mazzi di fiori in mano. Tutti urlavano contro la chiusura del confine. Protestavano per i fiori che appassivano. Per quei fiori che sembravano mettere così seriamente a rischio la sicurezza. Per il fatto che sarebbe stata la fine per lui. Ci avrebbe nutrito le sue mucche, con quei fiori. Li avrebbe buttati (la folla ama queste cose). No, anzi, li avrebbe regalati a tutte le donne. E infatti alcuni ragazzi si erano messi a correre in giro con i fiori, e Iman si era ritrovata tra le braccia un bouquet bagnato, da cullare come fosse un neonato. Riusciva a vedere tutta la scena, ma da una certa distanza, quasi stesse accadendo dall’altro lato di uno spesso pannello di plexiglas sporco, uno di quelli dietro cui si sedevano le loro guardie. E se ne stava ferma lì, in mezzo alla strada, immobile. Attendendo solo che quella cortina si alzasse”.
(Estratto da “Fuori da Gaza”, traduzione di Barbara Benini).

 

Cecilia Dalla Negra per QCODEMagazine

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Una vita quotidiana all’inferno, intervista a Selma Dabbagh

Intervista alla scrittrice palestinese Selma Dabbagh, a Roma, ospite del Salone dell’editoria sociale, con il romanzo «Fuori da Gaza», uscito per editrice il Sirente

«Non ho avuto bisogno di trarre ispirazione dalla storia della mia famiglia per dar vita ai Mujahed, i protagonisti del romanzo, perché ci sono esperienze dolorose come l’esilio che appartengono a tutte le famiglie palestinesi. Mio nonno veniva da Jaffa, finì in prigione più volte e rischiò di essere assassinato a causa del suo impegno politico. Decise di andarsene dopo il 1948 quando mio padre fu colpito da una granata lanciata da un gruppo paramilitare ebraico. Finirono prima in Siria, quindi in Kuwait e infine in Gran Bretagna, dove mio padre conobbe mia madre che è inglese. Però la Palestina non ha mai lasciato la nostra casa, abbiamo sempre partecipato a manifestazioni, fatto parte di Ong e nella mia famiglia allargata ci sono stati dei membri dell’Olp».

Nata in Scozia nel 1970, dopo aver vissuto tra l’Europa e il Medioriente Selma Dabbagh si è stabilita a Londra dove alterna la sua attività di avvocato per i diritti umani e il suo sostegno ai movimenti di solidarietà con i palestinesi, al suo lavoro di scrittrice. Suoi racconti sono comparsi in diverse raccolte, uno è stato adattato per la radio dalla Bbc, mentre Fuori da Gaza, pubblicato nella collana Altriarabi del Sirente (traduzione di Barbara Benini, pp. 184, euro 15) è stato nominato libro dell’anno dal Guardian nel 2012.

Nel romanzo è descritta la vita quotidiana di una famiglia palestinese nell’inferno di Gaza, dove giovani che come Rashid e sua sorella Iman, che cercheranno anche di costruirsi una vita lontano dalla guerra, tra il Golfo e Londra, vedono le proprie esistenze strette tra i bombardamenti israeliani e il crescere del fondamentalismo islamico. Un romanzo che, oltre alla claustrofobia di una città e di un mondo sotto assedio, evoca il desiderio di libertà che scuote le nuove generazioni delle società mediorientali e che ha già alimentato le «primavere arabe».

Il suo romanzo sembra costruito sulla dialettica che vivono i giovani palestinesi che ne sono protagonisti tra il voler restare per lottare e le spinte a fuggire per inseguire le proprie aspirazioni. Cosa resta dell’individuo e dei suoi desideri in una simile situazione?
È alla tensione tra questi due sentimenti che rimanda l’idea stessa del libro: l’essere pronti a dare la propria vita per la causa o scappare da quei luoghi. Fin dal titolo inglese, Out of It, ho cercato di tenere insieme le due dimensione di questo «fuori»: da un posto fisico come da una dimensione mentale, o coscienza politica se si vuole. Si tratta di un’esplorazione dei diversi fattori che hanno fino a oggi spinto le persone a rimanere o ad andarsene, a opporsi al contesto politico in cui vivono o a distogliere semplicemente lo sguardo da tutto ciò.
In questo senso, lo spazio concesso alla propria individualità e ai propri desideri è un tema importantissimo. Ricordo di aver partecipato a un matrimonio di una famiglia di Gaza che si svolgeva in Giordania subito dopo che gli israeliani avevano iniziato a bombardare la Striscia. Un giovane presente scoppiò in lacrime, in realtà perché si era lasciato con la fidanzata, e sua sorella si rivolse a lui in modo brusco, chiedendogli perché facesse così e perché invece non piangeva per il suo popolo. Per i palestinesi, la sensazione di non poter indagare questo spazio interiore è spesso molto concreta.

Ambientare il libro soprattutto a Gaza ha reso esplicito questo conflitto che è anche di natura interiore?
Ho scelto Gaza perché esprime in modo estremo la situazione che vivono però tutti i palestinesi. Volevo esplorare il modo in cui il contesto, politico, la guerra, la violenza, incombe sul mondo interiore di ciascuno. Non stavo cercando di descrivere Gaza in modo specifico, quanto piuttosto raccontare lo stato di guerra, di assedio, la pressione esercitata sugli individui. Questa pressione che vivono i personaggi, i conflitti e le tensioni in cui sono immersi, del resto sono strumenti essenziali per un romanziere.

Se gli interrogativi che lo attraversano riguardano gli individui, nel suo libro prevale la dimensione corale. Lo immagina come fosse il romanzo di un popolo?
Spero che questo sia il risultato. Volevo cercare di catturare diverse dimensioni della vita palestinese che negli ultimi 70 anni si è fatta sempre più diversificata. I palestinesi sono dispersi a livello internazionale, si sono adattati e operano in diversi paesi e culture. Ho scritto la mia tesi su tutti i metodi, legali o meno, attraverso i quali sono stati separati e divisi. Mi sono chiesta che cosa li legasse ancora, malgrado questa separazione, e ho deciso che a farlo sia la consapevolezza di un’ingiustizia irrisolta. E ognuno dei personaggi del romanzo ha una relazione emotiva diversa con questo senso di ingiustizia.

Dalla madre dei protagonisti, già attiva nel Fronte popolare, a Lana, la moglie di Sabri, uno dei figli, che faceva politica fin da ragazzina, fino a Iman che appare quasi tentata dal messaggio degli islamisti, quella che lei racconta è anche, se non soprattutto, una storia di donne…
Sarebbe stato difficile non farlo. Le donne sono state coinvolte in ogni fase della lotta palestinese, fin dalla rivolta araba del 1936. Figure femminili sono presenti in tutte le diverse ondate del movimento, a partire da da quel periodo. E ancora oggi. Non si può scrivere questa storia senza parlare del loro ruolo e coinvolgimento in tutto ciò.

intervista di Guido Caldiron per il Manifesto

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A breve “Fuori da Gaza” dell’autrice anglo-palestinese Selma Dabbagh

Originale e vivida, una nuova voce piena di energia che rimette in scena la storia palestineseAhdaf Soueif

 

Definito dalla BBC Radio ‘Incendiario’, Guardian Book of the year per due anni consecutivi, Fuori da Gaza segue le vite di Rashid e Iman nel loro tentativo di costruirsi un futuro nel bel mezzo dell’occupazione, il fondamentalismo religioso e le divisioni tra le varie fazioni palestinesi. Ambientato tra Gaza, Londra e il Golfo.

Un libro che cattura le frustrazioni e le energie del mondo arabo contemporaneo. Scritto con un’incredibile umanità e senso dello humor, dà al lettore la possibilità di vivere una storia di “ordinaria” vita palestinese. Ti trascina fino all’ultima pagina.

Gaza è sotto bombardamento israeliano, sono le 8:00 di sera e Rashid sta fumando uno spinello sul tetto della casa di famiglia, ha appena ricevuto una notizia importante: ha vinto una borsa di studio per Londra, la via di fuga che stava aspettando. Iman, la sua sorella gemella, un’attivista molto rispettata per l’impegno sul campo, viene contattata dall’ala islamica del centro culturale che frequenta: le propongono di farsi esplodere in un attentato suicida… Ambientato tra Gaza, Londra e il Golfo, “Fuori da Gaza”, segue le vite di Rashid e Iman nel loro tentativo di costruirsi un futuro nel bel mezzo dell’occupazione, il fondamentalismo religioso e le divisioni tra le varie fazioni palestinesi. Scritto con un’incredibile umanità e senso dello humor,“Fuori da Gaza”ripercorre le recenti vicende di un popolo, dando al lettore la possibilità di calarsi in una storia di “ordinaria” vita palestinese.

Selma Dabbagh (Dundee, Scozia, 1970) è una scrittrice britannica di padre palestinese e madre inglese. La parte palestinese della famiglia di Selma viene da Jaffa, dove suo nonno è stato arrestato numerose volte dagli inglesi per le sue opinioni politiche. La famiglia fu costretta a lasciare Jaffa nel 1948, quando suo padre, allora un ragazzo di dieci anni fu colpito da una granata gettata dai gruppi sionisti. La famiglia si è rifugiata in Siria per poi trasferirsi in diverse parti del mondo. Selma Dabbagh ha vissuto in Arabia Saudita, Kuwait, Francia e Bahrein e ha lavorato come avvocato per i diritti umani a Gerusalemme, Il Cairo e Londra. “Fuori da Gaza” è il suo primo e acclamato romanzo, Guardian Books of the year per due anni consecutivi è stato tradotto in francese e arabo.

Tradotto dall’inglese da Barbara Benini.

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Libri: ‘La danza dello scorpione’ di Akram Musallam

| ANSAmed | Lunedì 10 ottobre 2011 |

“Eravamo adolescenti. E’ venuta da me in ‘sala da ballo’ verso sera. E’ arrivata all’improvviso e, dopo una presentazione piuttosto concisa, mi ha detto di essere venuta a mostrarmi uno scorpione che si era appena fatta tatuare proprio dove comincia la colonna vertebrale”. Inizia cosi’ il racconto del giovane scrittore palestinese, Akram Musallam, “La danza dello scorpione” (il Sirente, pp. 114, 15 euro), in questi giorni nelle librerie italiane. Con il narratore la ragazza, di origini francesi, trascorrerà la notte, per poi sparire e non tornare mai più. Sarà invece il piccolo scorpione color indaco a prendere vita e ad ossessionare i sogni del giovane ogni notte, nel tenace quanto fallimentare tentativo di arrampicarsi su uno specchio dal quale scivolerà, consumato da un’estenuante e vorticosa danza. Costruito proprio sulla metafora dello scorpione e ambientato a Ramallah, questo breve ma autoironico romanzo descrive con lucidità e amarezza la situazione mediorientale dopo gli Accordi di Oslo e il fallimento della seconda Intifada. Sullo sfondo, l’occupazione israeliana e il quotidiano rapporto dei palestinesi con la vita e la morte. “Ricordo – scrive il narratore – di avere lasciato Ramallah per qualche tempo, su consiglio medico, per riposarmi i nervi dalle complicazioni di un rapporto quotidiano con la morte o con notizie che la riguardavano”. L’impotenza dello scorpione narrata da Akram è anche quella del padre del narratore, che ha perso una gamba – e con essa la sua virilità – non a causa dell’occupazione, ma semplicemente per un chiodo arrugginito. Altre figure, dotate ciascuna di una forte carica simbolica, appaiono in tutta la storia per scomparire presto. Tra queste, quella rappresentata da un ex-detenuto, “somaro della rivoluzione” che è appena stato rilasciato dopo diciotto anni di carcere, e che è costretto a riprendere servizio presso coloro che lo hanno sempre considerato un vero e proprio somaro.

Premiato nel 2007 dalla prestigiosa fondazione Abdul Mohsen Al-Qattan, Akram è stato paragonato della critica a Emil Habibi, scrittore arabo israeliano autore del “Pessottimista”, scomparso nel 1996.

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Akram Musallam

| Midad|

Im Alleingang erobert der Erzähler des RomansAlexanders Gedanken seine Zuhörer: “Akram Musallam zeigt hier seine Meisterschaft, einen Monolog in den Ausmaßen eines ganzen Romans zu erfinden…. Nur an manchen Stellen entwickelt sich ein Frage- und Antwortspiel mit einem Unbekannten, das nicht über Bestätigung oder Verneinung der Fragen hinausgeht. Später erfahren wir den Namen des Unbekannten: Akram. Zweifelsohne pendelt Akram Musallam, der Autor, zwischen diesem Akram und dem Erzähler hin und her.“
Geboren wurde Musallam 1971 in Talfeet-Nablus. Sein Vater unterrichtete Englisch in der Grundschule des Dorfes. Er wuchs zusammen mit elf Geschwistern in einer Einzimmerwohnung auf und musste sich seinen Schlafplatz in einer der vier Ecken jeden Abend erkämpfen. Eine Treppe zwischen der Küche und dem einzigen Zimmer diente ihm als Schreibtisch – der Geruch der Öllampe steckt ihm noch in der Nase. Nach dem Gymnasium arbeitete Akram Musallam zwei Jahre lang auf einer Baustelle. Heute schreibt er als Redakteur für die lokale Tageszeitung „al-Ayyām“.
An der BirZeit Universität studierte Akram Musallam arabische Literatur, wo er sich vor allem mit dem Werk Nietzsches befasste. Dort machte er die Bekanntschaft mit dem Dichter und Philosophen Hussein Barghouthi, den er später in seinem Roman mit den Worten zitierte: „ Ich schreibe nicht das Schöne, ich schreibe das Unvergessene“.
In seinem Roman verzichtet der Autor auf komplexe Konstruktionen. Alexanders Gedanken besteht aus Erzählungen, die lose miteinander verknüpft werden. Unideologisch und lebendig berichtet der Autor von Alexander – nicht dem „Großen“, sondern dem „wirklichen“ Alexander aus den Augen eines Kindes.