Prima si andava in galera, ora in televisione

Repubblica — 12 dicembre 2007   pagina 26   sezione: COMMENTI

Caro Augias, que­sta mia let­te­ra vuo­le esse­re una pic­co­la «bou­teil­le à la mer» lan­cia­ta alla memo­ria col­let­ti­va del­la socie­tà civi­le ita­lia­na, par­ten­do da un epi­so­dio avve­nu­to parec­chi anni fa, esat­ta­men­te nel luglio del 1971, a Roma. So che lei ama la Fran­cia e la cul­tu­ra fran­ce­se e sicu­ra­men­te si ricor­de­rà del caso di Pier­re Clè­men­ti incar­ce­ra­to per ben due anni nel car­ce­re di Regi­na Coe­li per un po’ di hasci­sc. A nul­la val­se­ro allo­ra le testi­mo­nian­ze di regi­sti come Paso­li­ni, Ber­to­luc­ci, Fel­li­ni. L’ atto­re che era al mas­si­mo del­la sua espres­sio­ne arti­sti­ca uscì dal­la reclu­sio­ne distrut­to nel cor­po e nell’ ani­ma. Cle­men­ti è mor­to nel 1999 a soli 59 anni. La rifles­sio­ne che vor­rei sol­le­va­re par­ten­do da un lon­ta­no e dram­ma­ti­co epi­so­dio è pro­prio que­sta: come è cam­bia­ta la socie­tà ita­lia­na in que­sti anni. Suc­ce­de ora che se ammaz­zi, stu­pri, ven­di pro­sti­tu­zio­ne, spac­ci dro­ga, non vai in pri­gio­ne ma sei invi­ta­to ai dibat­ti­ti tele­vi­si­vi, diven­ti una vedet­te, peg­gio: un model­lo da segui­re per le gio­va­ni gene­ra­zio­ni in un «can­ni­ba­li­smo media­ti­co» immon­do. Cosa è suc­ces­so? Cathy Mar­chand cathymarchand@hotmail.it Già, che cosa ci è suc­ces­so per pas­sa­re da un estre­mo all’ altro? Era­va­mo un pae­se dove le guar­die anda­va­no a mul­ta­re chi si bacia­va in mac­chi­na, sia­mo diven­ta­ti un pae­se di oltrag­gio­sa impu­di­ci­zia. Mora­le, inten­do, pri­ma che fisi­ca. L’ anda­men­to, alme­no in par­te, è gene­ra­le. Nata­sha Kam­push, la ragaz­za austria­ca tenu­ta pri­gio­nie­ra per anni da Wol­fgang Pri­klo­pil, oggi dician­no­ven­ne, si mostra in pose sedu­cen­ti nel suo sito web. Suo padre pren­de un com­pen­so per anda­re in tele­vi­sio­ne a rac­con­ta­re i guai suoi e del­la figlia. E’ la socie­tà del­lo spet­ta­co­lo che, come sem­pre, col­pi­sce di più i più fra­gi­li. Noi, per esem­pio. Anche se il feno­me­no è sta­to stu­dia­to, for­se non si sono anco­ra valu­ta­te tut­te le con­se­guen­ze del­la pes­si­ma peda­go­gia che il pic­co­lo scher­mo impar­ti­sce. Scu­san­do­mi con chi leg­ge vor­rei cita­re un caso che cono­sco di per­so­na e che mi pare esem­pla­re. Quan­do vent’ anni fa Rai­tre di Ange­lo Gugliel­mi deci­se di met­te­re in onda “Tele­fo­no gial­lo”, la con­se­gna obbli­ga­to­ria era che si trat­tas­se di casi chiu­si, delit­ti (pri­va­ti e pub­bli­ci) sì irri­sol­ti, ma archi­via­ti. Nel­la Rai di allo­ra non si rite­ne­va leci­to discu­te­re e svi­sce­ra­re casi nei qua­li le inda­gi­ni era­no anco­ra ai pri­mi pas­si date le cono­scen­ze di neces­si­tà incom­ple­te che il gior­na­li­smo ha. Oggi, come sap­pia­mo, que­sta rego­la non vale più. Del resto non c’ è più nem­me­no la ver­go­gna di non sape­re, sosti­tui­ta dal­la sfron­ta­tez­za, il rite­gno sul­le per­so­na­li mise­rie che ven­go­no anzi sban­die­ra­te per­ché fan­no ride­re; gen­te anche di nome è dispo­sta a far­si inon­da­re di pan­na o di acqua colo­ra­ta pur di sta­re qual­che minu­to davan­ti a una tele­ca­me­ra; non vale nem­me­no la pena di cita­re ciò che è emer­so con Val­let­to­po­li. Era­va­mo un pae­se arre­tra­to e bigot­to quan­do il pove­ro Clè­men­ti fini­va in gale­ra per qual­che gram­mo di fumo; for­se non sia­mo capa­ci di esse­re altro. — CORRADO AUGIAS c.augias@repubblica.it
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Le canne non si spengono per decreto

Pierre Clémenti : ISBN 9788887847123 © il Sirente

di Mas­si­mo De Feo (da ALIAS N. 6 — il mani­fe­sto, 11/02/2006)

Con­tro ogni evi­den­za scien­ti­fi­ca, e con­tro il buon sen­so, il gover­no anco­ra in cari­ca ripro­po­ne una leg­ge con­tro le «dro­ghe» che garan­ti­sce all’Italia un bal­zo indie­tro di mez­zo seco­lo, quan­do per qual­che spi­nel­lo si pote­va fini­re in gale­ra per anni, come testi­mo­nia il pic­co­lo, ma solo per dimen­sio­ni, libro scrit­to dall’attore Pier­re Clé­men­ti, rin­chiu­so agli ini­zi degli anni Set­tan­ta per 18 mesi nei car­ce­ri roma­ni di Regi­na Coe­li e Rebib­bia. Ormai intro­va­bi­le nell’edizione ita­lia­na, Quel­ques mes­sa­ges per­son­nels è sta­to ristam­pa­to in Fran­cia pochi mesi fa, e ora è alla ricer­ca di un edi­to­re ita­lia­no che lo rimet­ta in cir­co­lo. Vuo­le proi­bi­re, repri­me­re, puni­re, incar­ce­ra­re i «dro­ga­ti», non ci sono solo bas­si cal­co­li elet­to­ra­li, quan­to il ricor­do e la pau­ra di quel­la «rivo­lu­zio­ne psi­che­de­li­ca» che per qual­che tem­po mise all’angolo ogni prin­ci­pio di auto­ri­tà basa­to sul­la for­za e sul­la pre­po­ten­za, affer­man­do inve­ce tol­le­ran­za, amo­re, rispet­to per la natu­ra, fidu­cia negli esse­ri uma­ni, soli­da­rie­tà, demo­cra­zia comu­ni­ta­ria, spi­ri­tua­li­tà non fon­da­men­ta­li­sta, paci­fi­smo… Sono que­ste «uto­pie», que­ste «allu­ci­na­zio­ni» a tur­ba­re i son­ni e a ren­de­re pau­ro­si i tun­nel nei qua­li si sono rin­chiu­si i rea­zio­na­ri di ogni colo­re. Ogni anno in Ita­lia il con­su­mo di alcool cau­sa la mor­te di cir­ca 40.000 per­so­ne, men­tre altre 80.000 ne fa fuo­ri il tabac­co. Tut­te le altre dro­ghe mes­se insie­me sono respon­sa­bi­li for­se di mil­le deces­si. Dov’è l’«emergenza dro­ga»? Non c’è nes­su­na emer­gen­za. C’è un pro­ble­ma, ma que­sto non può esse­re affron­ta­to con ideo­lo­gie d’accatto e bugie all’ingrosso. Dire che tra dro­ghe pesan­ti e leg­ge­re non c’è dif­fe­ren­za, pri­ma che fal­so è cri­mi­na­le. Dire che la mari­jua­na fa male alla salu­te è una bal­la in mala­fe­de, come testi­mo­nia­no tut­ti gli stu­di pro­mos­si a più ripre­se dal gover­no degli Sta­ti Uni­ti, come del­la Gran Bre­ta­gna e di altri pae­si. Pro­cla­ma­re solen­ni che «dro­gar­si non è un dirit­to!» fa ride­re: sono mil­len­ni che l’umanità ricor­re al mon­do vege­ta­le per alte­ra­re la pro­pria coscien­za, vede­re più in là, spe­ri­men­ta­re, sogna­re, cre­sce­re, gua­ri­re, pro­gre­di­re, evol­ve­re… Un tem­po que­ste sostan­ze veni­va­no chia­ma­te sacra­men­ti, non dro­ghe, e come tali veni­va­no trat­ta­ti, con rispet­to e timo­re. Non è solo que­stio­ne di «ridu­zio­ne del dan­no». Si trat­ta di risco­pri­re que­sta loro fun­zio­ne, edu­ca­re al loro cor­ret­to uso, sot­trar­le al nar­co­traf­fi­co. Alte­ra­re la pro­pria coscien­za è un dirit­to ina­lie­na­bi­le di ogni esse­re uma­no. E non ci sono tan­tis­si­me inqui­si­zio­ni o emen­da­men­ti appe­si a leg­gi per i Gio­chi olim­pi­ci inver­na­li appro­va­ti con la fidu­cia in gra­do di impe­dir­lo.

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