Perché non si produce più petrolio

Pino Buon­gior­no The Glo­ba­li­st | Vener­dì 6 giu­gno 2008 | Pino Buongiorno |

Flash dal mon­do del petro­lio. A San Pao­lo del Bra­si­le la com­pa­gnia sta­ta­le Petro­bras annun­cia di aver sco­per­to un immen­so gia­ci­men­to di greg­gio a 7mila metri di pro­fon­di­tà, nel baci­no San­tos, con un poten­zia­le, tut­to da veri­fi­ca­re, di 33 miliar­di di bari­li. Tan­to quan­to baste­reb­be per fare entra­re il Bra­si­le nel club dei 10 mag­gio­ri espor­ta­to­ri di ener­gia al mondo. 
Cam­bia­mo con­ti­nen­te ed andia­mo in Afri­ca. A Poin­te Noi­re, in Con­go, l’amministratore dele­ga­to dell’Eni Pao­lo Sca­ro­ni fir­ma un accor­do con il gover­no di Braz­za­vil­le per rica­va­re oli non con­ven­zio­na­li dal­lo sfrut­ta­men­to del­le sab­bie bitu­mi­no­se in un’area di 1790 chi­lo­me­tri quadrati. 
Men­tre in una sola set­ti­ma­na acca­de tut­to que­sto, a Pari­gi l’Agenzia inter­na­zio­na­le dell’energia (Aie) fa tra­pe­la­re i pri­mi risul­ta­ti-shock di una ricer­ca su 400 fra i mega­de­po­si­ti mon­dia­li di oro nero. Gli esper­ti dell’Aie sono allar­mi­sti per­ché pre­ve­do­no che la futu­ra offer­ta di petro­lio si ridur­rà note­vol­men­te. Con­tro gli attua­li 87 milio­ni di bari­li con­su­ma­ti ogni gior­no ne occor­re­reb­be­ro 116 milio­ni nel 2030 per soste­ne­re la doman­da mon­dia­le, spin­ta soprat­tut­to dal­la cre­sci­ta di Cina e India. Inve­ce l’invecchiamento pro­gres­si­vo dei poz­zi e la dimi­nu­zio­ne degli inve­sti­men­ti pro­dur­ran­no non più di 100 milio­ni di barili. 
L’ultimo flash è scat­ta­to a Washing­ton, dove i depu­ta­ti e i sena­to­ri met­to­no quo­ti­dia­na­men­te sul­la gri­glia i boss di “Big Oil” (i quat­tro colos­si mon­dia­li del petro­lio). Li accu­sa­no di rea­liz­za­re pro­fit­ti smi­su­ra­ti a sca­pi­to degli auto­mo­bi­li­sti e di spen­de­re trop­po poco per lo svi­lup­po di nuo­vi gia­ci­men­ti e soprat­tut­to per la ricer­ca di fon­ti di ener­gia alter­na­ti­ve. Il più ber­sa­glia­to è il pre­si­den­te e ammi­ni­stra­to­re dele­ga­to di Exxon Mobil, Rex Til­ler­son, che l’anno scor­so ha fat­to con­qui­sta­re alla sua mul­ti­na­zio­na­le un record mai rag­giun­to nel­la sto­ria del capi­ta­li­smo: 40,6 miliar­di di uti­li. Per nul­la inti­mo­ri­to dal­la con­tem­po­ra­nea ribel­lio­ne dei discen­den­ti del­la fami­glia Roc­ke­fel­ler, fra i mag­gio­ri azio­ni­sti, che chie­do­no “una svol­ta ver­de”, Til­ler­son con­trat­tac­ca e pun­ta l’indice con­tro lo stes­so Geor­ge W. Bush per­ché è anda­to a Riad a chie­de­re al monar­ca sau­di­ta di pom­pa­re più greg­gio quan­do inve­ce avreb­be dovu­to fare di più per aumen­ta­re la pro­du­zio­ne in Ame­ri­ca, in par­ti­co­la­re, al lar­go del­le coste del­la Flo­ri­da e del­la California. 
“Sia­mo al momen­to del­la veri­tà soprat­tut­to per le com­pa­gnie petro­li­fe­re” spie­ga a “Pano­ra­maSte­ve LeVi­ne, uno dei prin­ci­pa­li ana­li­sti del set­to­re, auto­re del bestsel­ler “The Oil and the Glo­ry”, dedi­ca­to al “Gran­de gio­co” del petro­lio nel Cau­ca­so, che sarà pre­sto pub­bli­ca­to anche in Ita­lia. “C’è in que­sto momen­to una gran­de ansia e con­tem­po­ra­nea­men­te un cer­to entu­sia­smo per sco­pri­re poz­zi fino­ra ine­splo­ra­ti e anche risor­se non con­ven­zio­na­li, come il petro­lio pesan­te del baci­no dell’Orinoco in Vene­zue­la e le sab­bie bitu­mi­no­se del­la pro­vin­cia di Alber­ta, in Cana­da, e del Con­go. Ma la cor­sa vera e pro­pria non è anco­ra scat­ta­ta. Ini­zie­rà solo quan­do le com­pa­gnie capi­ran­no a qua­li nuo­vi con­di­zio­ni dovran­no trat­ta­re con i gran­di pae­si pro­dut­to­ri di petro­lio e di gas natu­ra­le, come l’Arabia Sau­di­ta, il Bra­si­le e la Russia”. 
Di cer­to, spie­ga­no gli esper­ti, stia­mo pagan­do i 20 anni di ben­zi­na a bas­so costo che han­no fre­na­to, se non bloc­ca­to del tut­to, l’esplorazione e l’estrazione del petro­lio, per­ché non ne vale­va la pena. Oggi gli alti prez­zi (con il petro­lio che potreb­be rag­giun­ge­re i 150 dol­la­ri al bari­le già quest’estate e i 200 dol­la­ri l’anno pros­si­mo, secon­do un recen­te rap­por­to di Gold­man Sachs) dovreb­be­ro spin­ge­re in sen­so con­tra­rio. Ma non è sem­pre così. E’ vero che l’Arabia Sau­di­ta ha pro­mes­so di inve­sti­re 129 miliar­di di dol­la­ri in pro­get­ti di espan­sio­ne nei pros­si­mi cin­que anni, a comin­cia­re dal­lo sfrut­ta­men­to del cam­po petro­li­fe­ro di Khu­rais, con l’obiettivo, già alla fine del pros­si­mo anno, di aumen­ta­re la pro­du­zio­ne quo­ti­dia­na fino a 12 milio­ni di bari­li. Ma è altret­tan­to incon­te­sta­bi­le il trend gene­ra­le che si sta affer­man­do fra i pae­si pro­dut­to­ri, i qua­li han­no il con­trol­lo del 90 per cen­to del­le riser­ve mon­dia­li: è il nazio­na­li­smo ener­ge­ti­co. La Rus­sia è in pri­ma fila nel soste­ne­re la neces­si­tà di man­te­ne­re alti i prez­zi anche a costo di sacri­fi­ca­re le sco­per­te di nuo­vi gia­ci­men­ti o di evi­ta­re il decli­no dei vec­chi. E quan­do non sono le stra­te­gie poli­ti­che del Crem­li­no a det­ta­re la poli­ti­ca ener­ge­ti­ca mon­dia­le s’impongono le ten­sio­ni geo­po­li­ti­che. Suc­ce­de in Iraq, il secon­do pae­se al mon­do per riser­ve pro­va­te, dove le ban­de sun­ni­te e scii­te fan­no a gara a bru­cia­re i poz­zi e a mina­re gli oleo­dot­ti. Acca­de in Iran, para­liz­za­to dal­le san­zio­ni inter­na­zio­na­li per i pro­get­ti sul­la bom­ba ato­mi­ca. Per non par­la­re dal­la Nige­ria, infe­sta­ta dal­la guer­ri­glia. Nel con­ti­nen­te lati­no-ame­ri­ca­no è il Vene­zue­la a non poter espri­me­re tut­te le sue poten­zia­li­tà a cau­sa del “boli­va­ri­smo” di Hugo Cha­vez, che allon­ta­na i gran­di inve­sti­to­ri internazionali. 
Quan­to al restan­te 10 per cen­to gesti­to dal­le ex set­te sorel­le, anche qui l’offerta non rie­sce a pareg­gia­re la doman­da. “L’esplorazione è cer­ta­men­te ripar­ti­ta con gran­de vigo­re. Alcu­ni impor­tan­ti suc­ces­si sono già visi­bi­li in Afri­ca e in Sud Ame­ri­ca” assi­cu­ra a “Pano­ra­ma” Clau­dio Descal­zi, il vice­di­ret­to­re gene­ra­le del­la pro­du­zio­ne di Eni. “Ma dob­bia­mo anche scon­ta­re la rigi­di­tà del siste­ma indu­stria­le: è limi­ta­ta la dispo­ni­bi­li­tà di piat­ta­for­me, di mez­zi nava­li, di can­tie­ri, di accia­ie­rie e, non ulti­ma, di per­so­na­le specializzato”. 
Tut­to que­sto com­por­ta un aumen­to ver­ti­gi­no­so dei costi per la costru­zio­ne dei nuo­vi impian­ti petro­li­fe­ri e per la tec­no­lo­gia neces­sa­ria finen­do per ritar­da­re qua­si tut­ti i pro­get­ti più impor­tan­ti., come Kasha­gan. Gli ana­li­sti del Cera, uno dei mag­gio­ri cen­tri di ricer­ca del set­to­re, han­no fat­to un po’ di con­ti e sono arri­va­ti alla con­clu­sio­ne che, “se nel 2000 un qual­sia­si pez­zo di equi­pag­gia­men­to costa­va 100 dol­la­ri, oggi ne costa 210”. 
In buo­na sostan­za, alme­no nel bre­ve e nel medio perio­do, la que­stio­ne non è “la fine del petro­lio”, ma la sua pro­du­zio­ne lar­ga­men­te insuf­fi­cien­te. Per dir­la con le paro­le di John Watson, uno dei capi di Che­vron, “il pro­ble­ma dell’oro nero non è sot­to la super­fi­cie, ma al di sopra”.

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Nel vortice del petrolio

Panorama.it | Gio­ve­dì 24 Gen­na­io 2008 | Pino Buongiorno |

Sono poten­ti. Sono cele­bri. Ma quest’anno sono anche ter­ri­bil­men­te ansio­si. I 2.450 par­te­ci­pan­ti all’annuale appun­ta­men­to del World eco­no­mic forum di Davos, sul­le Alpi sviz­ze­re, dal 23 al 27 gen­na­io, san­no che è ini­zia­to un anno di straor­di­na­rie incer­tez­ze poli­ti­che ed eco­no­mi­che, come mai negli ulti­mi due decenni.
Pri­ma di par­ti­re per la «Magi­ca mon­ta­gna» tan­to cara a Tho­mas Mann, i capi di sta­to e di gover­no, gli impren­di­to­ri del­le mul­ti­na­zio­na­li, gli acca­de­mi­ci e gli scien­zia­ti di fama han­no rice­vu­to un volu­mi­no­so rap­por­to inti­to­la­to «Rischi 2008». Il livel­lo di allar­me, segna­la­to dai 100 top mana­ger ed esper­ti inter­vi­sta­ti, è altis­si­mo sia per i timo­ri cre­scen­ti di un’imminente sta­gna­zio­ne ame­ri­ca­na ed euro­pea sia per il vuo­to poli­ti­co che si è venu­to a crea­re nell’anno del­le ele­zio­ni pre­si­den­zia­li in Rus­sia e in Ame­ri­ca. «È un futu­ro di sfi­de ecce­zio­na­li» avver­te Klaus Sch­wab, il fon­da­to­re del World eco­no­mic forum. «Ma anche di oppor­tu­ni­tà per dimo­stra­re le capa­ci­tà di leadership».
In soli 12 mesi il pia­ne­ta è cam­bia­to pro­fon­da­men­te. L’anno scor­so si discu­te­va di cam­bia­men­to del cli­ma. L’agenda poli­ti­ca del 2008 rimet­te al pri­mo pun­to la sicu­rez­za del­le fon­ti ener­ge­ti­che, come all’inizio degli anni Ottan­ta. La poli­ti­ca este­ra ame­ri­ca­na ha sem­pre avu­to come prin­ci­pio gui­da quel­lo di evi­ta­re che altre nazio­ni potes­se­ro usa­re l’oro nero per far avan­za­re le pro­prie pre­te­se ege­mo­ni­che. Dun­que, petro­lio acces­si­bi­le per tut­ti, a prez­zi di mer­ca­to. Ma diver­si muta­men­ti nel rap­por­to doman­da-offer­ta ora minac­cia­no que­sto sistema.
Il gap ten­de a ridur­si, la pro­du­zio­ne è ai mas­si­mi livel­li e i con­su­mi, soprat­tut­to negli Sta­ti Uni­ti e in Asia, cre­sco­no espo­nen­zial­men­te: dagli 87 miliar­di di bari­li attua­li ai 110 miliar­di fra una deci­na di anni.
Nell’era dei 100 dol­la­ri al bari­le, la fati­di­ca soglia toc­ca­ta il 2 gen­na­io scor­so, i pae­si pro­dut­to­ri festeg­gia­no una pro­spe­ri­tà sen­za pre­ce­den­ti: 700 miliar­di di dol­la­ri in più solo nel 2007. La con­se­guen­za fin trop­po ovvia è che alcu­ni di essi, Rus­sia in par­ti­co­la­re (ma anche Vene­zue­la), voglio­no gio­ca­re un ruo­lo poli­ti­co assai più incisivo.
Nel­lo stes­so tem­po la sete di petro­lio scuo­te i pae­si con­su­ma­to­ri (Usa, Unio­ne Euro­pea, Giap­po­ne, India e Cina), che si lan­cia­no in una cac­cia spa­smo­di­ca all’ultima goc­cia di greg­gio, facen­do veni­re meno le vec­chie allean­ze e sna­tu­ran­do le rego­le del mercato.
Ter­zo: le gran­di com­pa­gnie petro­li­fe­re per­do­no pro­gres­si­va­men­te ter­re­no nei pae­si pro­dut­to­ri. Devo­no affron­ta­re un peri­co­lo­so «nazio­na­li­smo del­le risor­se» che por­ta a uti­liz­za­re l’energia come arma poli­ti­ca pri­vi­le­gia­ta. Sono doman­de fin trop­po reto­ri­che quel­le che si pone un recen­te rap­por­to del Natio­nal petro­leum coun­cil ame­ri­ca­no: «La com­pe­ti­ti­vi­tà per le risor­se sem­pre più scar­se sfo­ce­rà in con­flit­ti poli­ti­ci e anche mili­ta­ri fra le mag­gio­ri potenze?».
E anco­ra: «Gli accor­di bila­te­ra­li fra le nazio­ni diven­te­ran­no comu­ni, nel momen­to in cui i gover­ni ten­ta­no di assi­cu­rar­si i pro­dot­ti ener­ge­ti­ci al di fuo­ri dei tra­di­zio­na­li mec­ca­ni­smi di mer­ca­to?». La real­tà, al di là del­le pre­vi­sio­ni più fosche, è che l’ordine mon­dia­le è sta­to scon­vol­to. La super­po­ten­za ame­ri­ca­na non det­ta più leg­ge da sola e soprat­tut­to non ha più l’influenza di una vol­ta. Quan­do Geor­ge W. Bush arri­vò alla Casa Bian­ca, nel gen­na­io 2001, il bari­le costa­va 30 dol­la­ri. Quan­do ini­ziò il secon­do man­da­to, nel gen­na­io 2005, era sali­to a 48 dol­la­ri, fino ai 100,1 dol­la­ri del 2 gen­na­io: una cre­sci­ta com­ples­si­va di qua­si il 230 per cen­to. Lo shock negli Sta­ti Uni­ti, ubria­chi di ben­zi­na a bas­so prez­zo, è sta­to ter­ri­bi­le, tan­to da bloc­ca­re la cre­sci­ta, assie­me alla cri­si del cre­di­to, al crol­lo del mer­ca­to immo­bi­lia­re e alla sva­lu­ta­zio­ne del dollaro.
Scen­do­no gli Sta­ti Uni­ti, avan­za­no nuo­vi pro­ta­go­ni­sti. Oggi il mon­do si può defi­ni­re mul­ti­po­la­re. La Cina, il secon­do pae­se con­su­ma­to­re di ener­gia, si è mes­sa a com­pe­te­re sul­le rot­te del petro­lio, tra­sfor­man­do­si in una poten­za qua­si neo­co­lo­nia­le in Afri­ca e in Sud Ame­ri­ca. Per pro­teg­ge­re i con­trat­ti nei nuo­vi mer­ca­ti dei pae­si emer­gen­ti il gover­no di Pechi­no ha deci­so di uti­liz­za­re la for­za nava­le e aerea.
Secon­do un rap­por­to del Pen­ta­go­no, la Cina sta addi­rit­tu­ra costruen­do una flot­ta di cin­que nuo­vi sot­to­ma­ri­ni nuclea­ri inter­con­ti­nen­ta­li, dota­ti di mis­si­li balistici.
Anco­ra più sor­pren­den­te è la resur­re­zio­ne del­la Rus­sia nel cor­so degli ulti­mi 18 mesi. «Il Crem­li­no ha sco­per­to che nel 21° seco­lo è più faci­le mar­cia­re attra­ver­so l’Europa facen­do busi­ness piut­to­sto che con l’Armata ros­sa» dichia­ra a Pano­ra­ma Ste­ve Levi­ne, uno dei mag­gio­ri esper­ti del­la nuo­va geo­po­li­ti­ca dell’energia, auto­re del recen­te best-sel­ler Oil and Glo­ry. «È un’altra dimen­sio­ne nel­lo spo­sta­men­to del cen­tro di gra­vi­tà per quan­to riguar­da l’influenza glo­ba­le ver­so est».
Nel­le dichia­ra­zio­ni uffi­cia­li Sta­ti Uni­ti e Unio­ne Euro­pea si oppon­go­no ai pia­ni rus­si di costru­zio­ne dei nuo­vi gasdot­ti. Eppu­re, chie­de Levi­ne, «chi sono i part­ner del­la Rus­sia in que­sti progetti?
Ger­ma­nia e Ita­lia. Il Crem­li­no usa la for­za o la per­sua­sio­ne, a secon­da degli inter­lo­cu­to­ri, per con­vin­ce­re socie­tà come Eni, Basf ed E.On a coo­pe­ra­re sia nei pro­gram­mi del South Stream sia in quel­li del North Stream. È il prez­zo da paga­re per ave­re acces­so ai gia­ci­men­ti di gas natu­ra­le russo».
Dopo aver ono­ra­to tut­ti i debi­ti, il gover­no rus­so ha aumen­ta­to il bud­get fede­ra­le di 10 vol­te dal 1999, ha accu­mu­la­to riser­ve in oro e in mone­te for­ti pari a 425 miliar­di di dol­la­ri e ha crea­to un fon­do di sta­bi­liz­za­zio­ne di 150 miliar­di di dol­la­ri. Il risul­ta­to è che il pre­si­den­te Vla­di­mir Putin e il suo pro­ba­bi­le suc­ces­so­re Dmi­tri Med­ve­dev sono in gra­do oggi di recla­ma­re il ritor­no alla pro­pria sfe­ra d’influenza del­le ex repub­bli­che sovietiche.
Non solo, han­no la for­za per resi­ste­re al nuo­vo siste­ma di dife­sa mis­si­li­sti­co volu­to da Washing­ton nell’Europa orien­ta­le e per affron­ta­re in pie­na auto­no­mia que­stio­ni sca­bro­se come il nuclea­re ira­nia­no e l’indipendenza del Kosovo.
Anche il vene­zue­la­no Hugo Chá­vez usa l’improvvisa ric­chez­za per allar­ga­re il suo rag­gio d’azione soprat­tut­to in Ame­ri­ca Lati­na, dove può con­ta­re su allea­ti fede­li in Boli­via, Nica­ra­gua e per­si­no in Argen­ti­na. A Bue­nos Aires è esplo­so nel­le scor­se set­ti­ma­ne uno scan­da­lo poli­ti­co per i pre­sun­ti finan­zia­men­ti elar­gi­ti da Chá­vez alla cam­pa­gna elet­to­ra­le del­la vin­ci­tri­ce Cri­sti­na Kirchner.
All’improvviso, gra­zie ai 13 miliar­di di bari­li del mega­gia­ci­men­to di Kasha­gan, dove ha un ruo­lo chia­ve l’Eni, il Kaza­kh­stan rin­no­va il «Gran­de gio­co» nell’Asia cen­tra­le pre­ten­den­do il ruo­lo di arbi­tro. Rus­sia, Cina, Sta­ti Uni­ti e Unio­ne Euro­pea cor­teg­gia­no il pre­si­den­te Nur­sul­tan Nazar­ba­iev e si con­ten­do­no gli oleo­dot­ti. L’autocrate di Asta­na è abi­le ad accon­ten­ta­re ora una super­po­ten­za ora l’altra, man­te­nen­do sem­pre in equi­li­brio la bilan­cia del pote­re, ma badan­do a pro­teg­ge­re i pro­pri interessi.
Per chiu­de­re il con­ten­zio­so sul­lo sfrut­ta­men­to di Kasha­gan, sol­le­va­to l’estate scor­sa, Nazar­ba­iev ha otte­nu­to un bonus di 4,5 miliar­di di dol­la­ri per i ritar­di nel­la pro­du­zio­ne e ha fat­to tra­sfe­ri­re l’8,5 per cen­to dell’intero pro­get­to alla socie­tà petro­li­fe­ra di sta­to Kaz­Mu­nai­gaz, mes­sa sul­lo stes­so pia­no del­le sorel­le occi­den­ta­li maggiori.
Anche la Tur­chia, cen­tro nevral­gi­co per il pas­sag­gio del­le petro­lie­re e degli oleo­dot­ti, ritor­na agli anti­chi splen­do­ri sul pal­co­sce­ni­co inter­na­zio­na­le, coc­co­la­ta da mol­te diplo­ma­zie, pri­me fra tut­te quel­le ame­ri­ca­na e italiana.
In que­sta nuo­va geo­po­li­ti­ca gui­da­ta dal bari­le di greg­gio c’è chi non si accon­ten­ta solo di con­ta­re di più, ma fa shop­ping stra­te­gi­co in giro per il mondo.
È il caso dell’Arabia Sau­di­ta e degli Emi­ra­ti Ara­bi Uni­ti. «Que­sti pae­si pro­dut­to­ri voglio­no un posto al tavo­lo dell’alta finan­za» spie­ga Ste­ve Levi­ne.
Un recen­te dos­sier del­la socie­tà di con­su­len­ze McKin­sey sti­ma che gli inve­sti­to­ri ara­bi del Gol­fo han­no ora in mano un immen­so teso­ro di pro­prie­tà spar­se in tut­to il pia­ne­ta per com­ples­si­vi 3,8 milio­ni di miliar­di. La sola Abu Dha­bi invest­ment autho­ri­ty, che ha asset sti­ma­ti attor­no ai 900 miliar­di di dol­la­ri, ha oggi la stes­sa for­za finan­zia­ria del­la Ban­ca del Giap­po­ne. Per sal­va­re il colos­so ame­ri­ca­no Citi­group sono dovu­ti inter­ve­ni­re sia il fon­do di inve­sti­men­ti sta­ta­li dell’emirato di Abu Dha­bi sia il prin­ci­pe e miliar­da­rio sau­di­ta Alwa­leed bin Talal.
I petro­dol­la­ri (sem­pre più petroeu­ro) com­pra­no tut­to: influen­za poli­ti­ca e gran­di impre­se. Il dena­ro dell’energia alte­ra così i vec­chi equi­li­bri, ma non ne inven­ta di nuo­vi. Di cer­to il mon­do si com­pli­ca come negli anni del­la guer­ra fred­da. Basta osser­va­re quel­lo che sta suc­ce­den­do oggi nel Mare Arti­co. Rus­sia, Cana­da, Nor­ve­gia, Dani­mar­ca e Sta­ti Uni­ti recla­ma­no la sovra­ni­tà sui fon­da­li del Polo Nord per poter sfrut­ta­re le immen­se risor­se sot­to­ma­ri­ne. E, tan­to per non per­de­re tem­po, la Rus­sia il 2 ago­sto 2007 ha pen­sa­to bene di anti­ci­pa­re le poten­ze riva­li e di pian­ta­re la sua ban­die­ra a 4.200 metri di profondità.

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