«Il mio Egitto senza regole dove è sparito lo zucchero»

Intervista Parla lo scrittore Ahmed Nàgi, condannato per oscenità e liberato dopo 11 mesi di carcere, ma ancora in attesa di giudizio

LA LETTURA | Il Cor­rie­re del­la Sera di Vivia­na Maz­za

Sono il pri­mo scrit­to­re a fini­re in manet­te per un roman­zo nel­la sto­ria del siste­ma giu­di­zia­rio egi­zia­no», dice Ahmed Nàgi con voce paca­ta al tele­fo­no dal Cai­ro. Il 20 feb­bra­io 2016 l’autore tren­tu­nen­ne di “Vita: istru­zio­ni per l’uso”, edi­to in Ita­lia da Il Siren­te, è sta­to con­dan­na­to a due anni di pri­gio­ne per «oltrag­gio al pudo­re» a cau­sa del «con­te­nu­to ses­sua­le osce­no» del libro. La vicen­da ha fat­to scal­po­re in tut­to il mon­do, gli è sta­to con­fe­ri­to il Pre­mio Pen per la liber­tà di espres­sio­ne. Poi, a dicem­bre, la Cor­te di Cas­sa­zio­ne ha ordi­na­to la sua scar­ce­ra­zio­ne prov­vi­so­ria, ma il caso è anco­ra aper­to. Il 2 apri­le saprà se deve tor­na­re in pri­gio­ne.
Vita: istruzioni per l'uso : Ahmed Nàgi / Ayman Al ZorqaniIl libro, tut­to­ra in ven­di­ta in Egit­to, descri­ve il Cai­ro in un futu­ro disto­pi­co, in cui la metro­po­li è sta­ta distrut­ta — pira­mi­di inclu­se — da una cata­stro­fe natu­ra­le. Nel degra­do del­la cit­tà il pro­ta­go­ni­sta non può sor­ri­de­re né espri­mer­si, e alcol, ses­so, hashish sono rifu­gi illu­so­ri. «È un roman­zo sul­la vita dei gio­va­ni, sot­to le pres­sio­ni del­le auto­ri­tà e del­la cit­tà», spie­ga l’autore nel­la pri­ma inter­vi­sta a un gior­na­le ita­lia­no dopo il rila­scio. Scrit­ta duran­te la «sta­gna­zio­ne» dell’era Muba­rak, pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011, l’opera è sta­ta pub­bli­ca­ta nel 2014, dopo il gol­pe mili­ta­re con cui Al-Sisi ha rove­scia­to il pre­si­den­te Moham­med Mor­si. Ma il libro ave­va le car­te in rego­la: era sta­to appro­va­to dal­la cen­su­ra.

Per­ché è sta­to arre­sta­to?

«One­sta­men­te non lo so. Quan­do alcu­ni estrat­ti del libro sono usci­ti sul gior­na­le let­te­ra­rio “Akh­bar Al-Adab”, un avvo­ca­to di nome Hani Salah Taw­fik si è pre­sen­ta­to alla poli­zia, accu­san­do­mi di aver­gli pro­cu­ra­to alta pres­sio­ne e dolo­ri al pet­to tur­ban­do la sua idea di pudo­re. Il pro­cu­ra­to­re ha pre­sen­ta­to il caso in tri­bu­na­le. Nel pri­mo pro­ces­so sono sta­to giu­di­ca­to inno­cen­te, ma il pro­cu­ra­to­re ha fat­to ricor­so: la Cor­te d’appello mi ha con­dan­na­to. Ades­so la Cor­te di Cas­sa­zio­ne mi ha scar­ce­ra­to, ma mi han­no vie­ta­to di viag­gia­re. Spe­ro che l’udienza del 2 apri­le sia l’ultima. Ci sono tre pos­si­bi­li­tà: che il giu­di­ce mi repu­ti inno­cen­te; che mi riman­di in pri­gio­ne a scon­ta­re il resto del­la con­dan­na; o che ridu­ca la pena e, poi­ché ho già pas­sa­to 11 mesi den­tro, mi libe­ri. Gli avvo­ca­ti sono otti­mi­sti, ma io sono stan­co, voglio che tut­to que­sto abbia fine».

Lei è sta­to con­dan­na­to per oltrag­gio al pudo­re sul­la base dell’articolo 178 del codi­ce pena­le. Non c’era mai sta­ta una sen­ten­za simi­le in Egit­to?

«Non era mai suc­ces­so. Nel 2009 lo scrit­to­re e fumet­ti­sta Mag­di Sha­fiei è sta­to accu­sa­to di osce­ni­tà per la gra­phic novel Metro (ma si dice che la sua vera col­pa fos­se aver cri­ti­ca­to Muba­rak per­ché vole­va tra­smet­te­re il pote­re al figlio, ndr): il giu­di­ce lo ha mul­ta­to. Una mul­ta era la cosa peg­gio­re che pote­va suc­ce­der­ti».

Per­ché a lei è anda­ta diver­sa­men­te?

«Per­ché l’Egitto oggi è un Pae­se in flut­tua­zio­ne, che gal­leg­gia appe­na. La situa­zio­ne lega­le non è chia­ra: la nuo­va Costi- tuzio­ne, appro­va­ta dal popo­lo nel 2014, vie­ta di incar­ce­ra­re qual­cu­no per ciò che scri­ve o dice, ma ci sono mol­te leg­gi che la con­trad­di­co­no, come quel­la per cui sono sta­to incri­mi­na­to, e i giu­di­ci han­no enor­me discre­zio­na­li­tà. Intan­to, le auto­ri­tà — il pre­si­den­te, l’esercito, la poli­zia — si fan­no la guer­ra per con­qui­sta­re più pote­re. Quan­do la mia vicen­da è ini­zia­ta, tre anni fa, c’era uno scon­tro fero­ce tra il sin­da­ca­to del­la stam­pa e la pro­cu­ra gene­ra­le, che ha ordi­na­to di apri­re tut­ti i casi con­tro i gior­na­li­sti, anche quel­li come il mio, che di soli­to non arri­va­no mai in tri­bu­na­le. Infat­ti oggi ci sono alme­no 25 repor­ter in pri­gio­ne. L’idea che mi sono fat­to è che il pro­cu­ra­to­re abbia visto un’opportunità per pre­sen­tar­si come custo­de del­la mora­le. Quan­do se la pren­do­no con chi scri­ve di poli­ti­ca, le auto­ri­tà san­no che l’opinione pub­bli­ca si schie­re­rà con gli impu­ta­ti. Ma han­no usa­to il mio caso per sug­ge­ri­re che i gior­na­li­sti voglio­no cor­rom­pe­re la mora­le, i bam­bi­ni».

Nel­la pri­gio­ne di Tora, al Cai­ro, come è sta­to trat­ta­to?

«Ci per­met­te­va­no di usci­re dal­la cel­la solo per un’ora al gior­no, ma negli ulti­mi cin­que mesi per nien­te. Per cin­que mesi non ho visto il sole, pote­te imma­gi­na­re come influi­sca sul­la salu­te. Non ci sono rego­le, sei nel­le mani del­le guar­die car­ce­ra­rie e dei loro umo­ri: un gior­no accet­ta­no di far­ti arri­va­re dei libri, il gior­no dopo no. Tora è una spe­cie di cit­tà car­ce­ra­ria, con­tie­ne 25 pri­gio­ni. Nel­la mia sezio­ne c’erano alti fun­zio­na­ri con­dan­na­ti per cor­ru­zio­ne: tre giu­di­ci, un ex poli­ziot­to, un ex uffi­cia­le dell’esercito… In 60 in una cel­la di 6 metri per 30. E c’erano anche per­so­ne sot­to inchie­sta ma non con­dan­na­te: la leg­ge lo con­sen­te. Ho cono­sciu­to un uomo che, dopo 24 mesi den­tro, è sta­to dichia­ra­to inno­cen­te. Anche alcu­ni cri­mi­na­li ave­va­no let­to il mio libro: non è un bestsel­ler, sono rima­sto col­pi­to».

In que­gli 11 mesi lei ha scrit­to un libro, nascon­den­do le pagi­ne per non far­se­le seque­stra­re. Di cosa si trat­ta?

«È un roman­zo sto­ri­co, ambien­ta­to nel XIX seco­lo, all’epoca del­la costru­zio­ne del Cana­le di Suez. Sca­va­re il cana­le era un’impresa basa­ta sul sogno di spo­sa­re lo spi­ri­to dell’Est e il cor­po dell’Ovest. Dove­va esse­re un modo per con­trol­la­re l’eco- nomia e il mer­ca­to e dif­fon­de­re i valo­ri del pro­gres­so».

Lo scri­ve in un momen­to in cui la situa­zio­ne eco­no­mi­ca in Egit­to è dram­ma­ti­ca. Si aspet­ta nuo­ve pro­te­ste?

«Secon­do i dati uffi­cia­li, l’inflazione è al 29%. Quat­tro mesi fa, la Ban­ca mon­dia­le ha chie­sto all’Egitto di smet­ter­la di con- trol­la­re il prez­zo del­la ster­li­na egi­zia­na e il valo­re è crol­la­to. Non abbia­mo il wel­fa­re come voi ita­lia­ni, ma c’è un siste­ma di sus­si­di gover­na­ti­vi per beni essen­zia­li come lo zuc­che­ro e il pane, che han­no prez­zi con­trol­la­ti. Ora l’Egitto è costret­to ad appli­ca­re i prez­zi di mer­ca­to, ma gli sti­pen­di non sono aumen­ta­ti. Lo zuc­che­ro non si tro­va, in un Pae­se in cui dipen­dia­mo da tre taz­ze di tè dol­cis­si­mo al gior­no per l’energia fisi­ca quo­ti­dia­na. Di recen­te ci sono sta­te pro­te­ste, ma non spe­ro che con­ti­nui­no, sareb­be un disa­stro per­ché la gen­te arrab­bia­ta non mani­fe­sta, va a pren­der­si il cibo nei nego­zi. Io non sono con­tra­rio al mer­ca­to libe­ro, ma i cam­bia­men­ti trop­po rapi­di stan­no distrug­gen­do la vita del­le per­so­ne. Non è solo un pro­ble­ma lega­to al regi­me, ma anche alle isti­tu­zio­ni occi­den­ta­li che impon­go­no que­sta agen­da eco­no­mi­ca. Ai lea­der euro­pei sta bene un Egit­to che gal­leg­gi, per­ché voglio­no tra­sfor­mar­lo in un posto di bloc­co per i migran­ti. Ai tem­pi di Muba­rak com­pra­va­mo tut­te le armi dagli Usa, ades­so abbia­mo acqui­sta­to due aerei dal­la Fran­cia, due sot­to­ma­ri­ni dal­la Ger­ma­nia. Per­ciò i lea­der euro­pei ado­ra­no Al- Sisi, e gli daran­no sol­di e armi qua­lun­que cosa fac­cia, pur­ché con­trol­li i migran­ti».

Lei cono­sce­va Giu­lio Rege­ni, il ricer­ca­to­re tor­tu­ra­to e ucci­so al Cai­ro?

«Voglio espri­me­re le mie con­do­glian­ze alla fami­glia di Giu­lio. L’ho incon­tra­to una vol­ta, a una festa, non abbia­mo par­la­to a lun­go, ma ho avu­to la sen­sa­zio­ne che fos­se nobi­le e gen­ti­le. Io sono un po’ cini­co, nichi­li­sta, ma ho pro­va­to ammi­ra­zio­ne per quel­lo che face­va. Era un acca­de­mi­co, ma non ambi­va solo a scri­ve­re una tesi, vole­va aiu­ta­re le per­so­ne che stu­dia­va a miglio­ra­re la loro vita».

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«I miracoli» di Abbas Khider

Khider produce l’affresco lieve, ironico, leggero, speziato al punto giusto di un’odissea

Un libro che occhieg­gia invi­tan­te dal tavo­li­no davan­ti al posto accan­to al suo, un lun­go viag­gio in tre­no attra­ver­so la Ger­ma­nia, un pas­seg­ge­ro che non può non sen­tir­si attrat­to dal volu­mi­no­so pli­co di fogli con l’ammiccante tito­lo nel­la sua lin­gua di ori­gi­ne “Memo­rie”. Quan­do per un for­tui­to malin­te­so il pli­co gli fini­sce sul­le ginoc­chia gli basta un’occhiata per capi­re che l’occupante del posto non tor­ne­rà a recla­mar­lo e un atti­mo per lasciar­si assor­bi­re nel­la let­tu­ra. Hamid Rasul ha affi­da­to alle pagi­ne ver­ga­te in incer­ti trat­ti a mati­ta la pro­pria vita: la gio­vi­nez­za in Iraq, le anghe­rie del car­ce­re di regi­me ad appe­na diciot­to anni, la fuga dap­pri­ma in Gior­da­nia, poi in Ciad, Libia, Tur­chia, Gre­cia, per appro­da­re infi­ne all’agognata ma delu­den­te Euro­pa, arri­van­do in Ger­ma­nia dopo una sosta obbli­ga­ta sul suo­lo ita­lia­no. Saran­no mol­te le fal­se par­ten­ze che dovrà sop­por­ta­re pri­ma di giun­ge­re in Euro­pa, e, nel cor­so di cia­scu­na farà incon­tri stre­pi­to­si, visi­te­rà nuo­ve cel­le di pri­gio­ne, incon­tre­rà don­ne fasci­no­se, vivrà gran­di amo­ri, pas­sio­ni fuga­ci e inten­se ami­ci­zie, tro­ve­rà mil­le espe­dien­ti di soprav­vi­ven­za…

I miracoli : Abbas KhiderDi pari pas­so con i sen­ti­men­ti ispi­ra­ti­gli dal­le mol­te­pli­ci figu­re fem­mi­ni­li che sin dal­la pri­ma ado­le­scen­za han­no tur­ba­to i suoi sogni e occu­pa­to i suoi pen­sie­ri, pro­ce­de il più gran­de degli inna­mo­ra­men­ti, quel­lo che lo coglie ado­le­scen­te e non lo abban­do­ne­rà più, accom­pa­gnan­do­lo nel­le sue pere­gri­na­zio­ni fino al tre­no su cui un pas­seg­ge­ro che si chia­ma come lui sta leg­gen­do i sui scrit­ti: l’amore per la scrit­tu­ra, per la poe­sia. È una fre­ne­sia che lo coglie ogni qual vol­ta incon­tra una nuo­va don­na, o quan­do la sua vita sta attra­ver­san­do fasi deli­ca­te, è tal­men­te tota­liz­zan­te da spin­ger­lo a qual­sia­si fol­lia pur di pro­cu­rar­si la car­ta, che gli è più neces­sa­ria del cibo. Ini­zie­rà ruban­do i fogli in cui i suoi geni­to­ri com­mer­cian­ti di dat­te­ri avvol­go­no la mer­ce, poi rube­rà quel­li in cui i vari ban­chet­ti del mer­ca­to avvol­go­no il cibo. Scri­ve­rà sui muri di tute le cel­le in cui sarà dete­nu­to, e, quan­do da esu­le in Ger­ma­nia la sua paga di 60 euro al mese non gli con­sen­ti­rà di com­prar­la, rube­rà i gior­na­li per scri­ve­re lun­go i mar­gi­ni, e poi ne rube­rà dei fogli a Sara, la sua fidan­za­ta tede­sca, che, ali­men­ta , com­pli­ce, que­sta abi­tu­di­ne. Abbas Khi­der, alter ego del pro­ta­go­ni­sta ha crea­to ne I mira­co­li una sor­ta di gio­co di spec­chi attra­ver­so il qua­le il pas­seg­ge­ro let­to­re leg­ge la pro­pria sto­ria e la rac­con­ta a se stes­so e al let­to­re. Nes­su­na del­le espe­rien­ze nar­ra­te, però, è mai oppri­men­te o dipin­ta in toni foschi e melo­dram­ma­ti­ci. È solo a poste­rio­ri che ci si ren­de con­to dell’intensità del dolo­re, dell’estensione del­le pri­va­zio­ni, del­la pro­fon­di­tà del­le offe­se che quest’uomo ha con­di­vi­so con i suoi com­pa­gni di viag­gio, dagli sca­fa­ti came­rie­ri al pic­co­lo Sher­zad, costret­to a viag­gia­re con uni­co baga­glio la sua sto­ria e doven­do lascia­re die­tro di sé anche i pochi fogli che di vol­ta in vol­ta rie­sce a raci­mo­la­re e riem­pi­re. Le con­di­zio­ni di vita, l’annichilimento di esse­ri uma­ni costret­ti a vive­re in 20 in una stan­za e a soprav­vi­ve­re cam­bian­do le cas­set­te dei film por­no nel retro di un bar mal­fa­ma­to oppu­re inse­gnan­do ara­bo in un vil­lag­gio di mon­ta­gna del Ciad dove i muri sono miste­rio­sa­men­te rico­per­ti del suo nome. Il dolo­re, la sof­fe­ren­za per le tor­tu­re, i ten­ta­ti­vi fal­li­ti di lascia­re la Gre­cia e la Tur­chia, i com­pa­gni di viag­gio per­si in mare, quel­li costret­ti a paga­re con la pro­pria digni­tà o quel­la dei loro cari viag­gi costo­sis­si­mi e sen­za garan­zie, tut­to vie­ne in qual­che modo cir­con­fu­so da un alo­ne dol­ce, pro­fu­ma­to come il sen­to­re del­le don­ne che ha incon­tra­to e che lo han­no inna­mo­ra­to, del­la poe­sia che tor­na a ispi­ra­re la sua mano ogni vol­ta che un cer­to sogno di un tem­pio si ripre­sen­ta. La dol­cez­za di un paio di seni, la clas­si­fi­ca­zio­ne meto­di­ca dei poste­rio­ri che ha incon­tra­to in tre con­ti­nen­ti, fan­no sem­pre da con­trap­pun­to a una nar­ra­zio­ne che rie­sce a non far mai per­de­re il sor­ri­so all’attonito let­to­re. Khi­der pro­du­ce l’affresco lie­ve, iro­ni­co, leg­ge­ro, spe­zia­to al pun­to giu­sto di un’odissea che a trat­ti si fa roman­zo pica­re­sco e che lascia sul­le dita, qua­si pal­pa­bi­le, un aro­ma di zuc­che­ro e can­nel­la, un sen­so di mera­vi­glia che irre­ti­sce il let­to­re di riga in riga, a par­ti­re dal­la splen­di­da coper­ti­na e dal­la gra­fi­ca con­cet­tua­le del­la pri­ma pagi­na del volu­me, che, in linea col resto del­la col­la­na ripor­ta un deli­ca­to cameo che rias­su­me bene la sto­ria del suo auto­re, un tube­ro sul qua­le ha attec­chi­to una pian­ta ira­che­na.

Recen­sio­ne del libro I mira­co­li di Abbas Khi­der Man­gia­li­bri, Lisa Puzel­la, 11/01/2017

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AHMED NÀGIVITA: ISTRUZIONI PER L’USO

A mag­gio 2016, duran­te il salo­ne del libro di Tori­no, sono pas­sa­to davan­ti allo stand del­le edi­zio­ni “Il siren­te”. Ho fat­to quat­tro chiac­chie­re con la per­so­na che in quel momen­to era allo stand (non farò nomi e cogno­mi ne tan­to­me­no dirò la sua man­sio­ne). Tra una paro­la e l’altra mi chie­de se mi pote­va inte­res­sa­re un pic­co­lo libri­ci­no. Era un estrat­to da un libro. L’estratto era impor­tan­te per­ché ripro­du­ce­va la par­te incri­mi­na­ta del libro, la par­te che ave­va por­ta­to alla con­dan­na dell’autore. Sono pas­sa­ti alcu­ni mesi, il libro è usci­to, io l’ho let­to e ho una cosa da dire: non leg­ge­te i libri per­ché gli auto­ri sono sta­ti impri­gio­na­ti, leg­ge­te­li per­ché vi potre­te ren­de­re con­to del­la pri­gio­ne che sta diven­tan­do il mon­do.

Il libro in que­stio­ne è “Vita: istru­zio­ni per l’uso” di Ahmed Nàgi. Nell’edizioni Il Siren­te ci sono del­le illu­stra­zio­ni di Ayman Al Zor­qa­ni che fan­no da com­ple­men­to al libro e spes­so si intrec­cia­no con la nar­ra­zio­ne.

Sia­mo in Egit­to, ver­reb­be qua­si da dire che stia­mo visi­tan­do una real­tà disto­pi­ca, se non fos­se che il nostro rap­por­to con l’Egitto tut­to pira­mi­di e sfin­gi è cam­bia­to irre­pa­ra­bil­men­te con la mor­te di Giu­lio Rege­ni. Non si trat­ta più di una meta turi­sti­ca per fami­glie anno­ia­te, si trat­ta di altro, di qual­co­sa che sale oscu­ro dal­la sab­bia. La male­di­zio­ne di Tutan­ka­men è rica­du­ta sugli abi­tan­ti stes­si.

Ahmed Nàgi ci rac­con­ta, con una scrit­tu­ra diret­ta che non si abban­do­na ai com­pro­mes­si, un Egit­to fram­men­ta­to, mala­to e cini­co. Rac­con­ta una cit­tà, Il Cai­ro, dove le pas­sio­ni sono mar­ci­te, l’amore è un pic­co­lo pun­ti­no lon­ta­no, il pote­re e la poli­ti­ca han­no sovra­sta­to tut­to come una cola­ta di cemen­to. All’interno di que­sta cor­ni­ce venia­mo ad incon­tra­re per­so­nag­gi che fati­chia­mo a rico­no­sce­re come rea­li, ma che sfor­tu­na­ta­men­te (il più del­le vol­te) lo sono. Bas­sàm Bah­gat pro­ta­go­ni­sta del roman­zo e regi­sta di docu­men­ta­ri che han­no lo sco­po di rac­con­ta­re la cit­tà e sono spon­so­riz­za­ti dal­la “Socie­tà degli Urba­ni­sti.” Ihàb Has­san, un intel­let­tua­le mem­bro di que­sta fan­to­ma­ti­ca socie­tà che per nutrir­si spre­me pol­li semi­nu­di. Mona Mei, il lato sen­ti­men­ta­le amo­ro­so ed ero­ti­co e altri per­so­nag­gi che fan­no da corol­la­rio al pro­ta­go­ni­sta.

Anche se, a dir­la tut­ta, la pro­ta­go­ni­sta prin­ci­pa­le è la cit­tà di Il Cai­ro. Una cit­tà distrut­ta da una cata­stro­fe. Una cit­tà moral­men­te in decli­no, dai costu­mi sco­stu­ma­ti che riflet­to­no l’abbandono del­le per­so­ne alla medio­cri­tà e al disprez­zo per il pros­si­mo.

Il libro di Ahmed Nàgi non va let­to per­ché l’autore è rin­chiu­so in un car­ce­re per­ché ad un cre­ti­no qual­sia­si con un po’ di pote­re è venu­to mez­zo infar­to leg­gen­do una sce­na di ses­so espli­ci­to, que­sto libro va let­to per ren­der­si con­to di dove ci può por­ta­re la stra­da che abbia­mo intra­pre­so. Una stra­da in cui nul­la sem­bra ave­re più dav­ve­ro impor­tan­za.

Note­vo­le la tra­du­zio­ne di Eli­sa­bet­ta Ros­si e Fer­nan­da Fischio­ne.

Un plau­so alla casa edi­tri­ce. Da quan­do ho cono­sciu­to “Il Siren­te” una lacu­na let­te­ra­ria si sta len­ta­men­te riem­pien­do. C’è anco­ra tan­ta stra­da da fare, ma un po’ alla vol­ta, seguen­do­li, con­to di riu­sci­re a col­mar­la del tut­to.

Ahmed Nàgi è uno scrit­to­re e gior­na­li­sta egi­zia­no, col­la­bo­ra con nume­ro­se testa­te nazio­na­li inter­na­zio­na­li. Auto­re d’avanguardia, usa la Rete per scuo­te­re il pano­ra­ma let­te­ra­rio con­ser­va­to­re. Arre­sta­to nel Mar­zo 2016 e con­dan­na­to a due anni di pri­gio­ne dal tri­bu­na­le di Bulaq (Egit­to) per “offe­sa alla pub­bli­ca mora­le” a cau­sa del suo ulti­mo libro “Isti­kh­dam al-Hayat” (“Vita: istru­zio­ni per l’uso”). Per le nostre edi­zio­ni ha pub­bli­ca­to “Rogers e la via del dra­go divo­ra­to dal sole” (il Sirente, 2010).

Sen­zau­dio, Gian­lui­gi Bodi 10/11/2016

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Il documentarista inquieto mette a nudo l’anima porno del Cairo

NARRATIVA EGIZIANA. AHMED NÀGI

Un giovane dal vorace appetito sessuale svela odi, frustrazioni, famiglie incestuose

La pri­ma doman­da è reto­ri­ca: è anco­ra pos­si­bi­le nel 2016 anda­re in gale­ra per un libro? La secon­da è ter­ra ter­ra: cosa ci sarà mai tra le pagi­ne di ‘Vita: istru­zio­ni per l’uso’ se è basta­ta la pub­bli­ca­zio­ne del suo VI capi­to­lo sul perio­di­co egi­zia­no Akh­bar al Adab per­ché otto mesi fa l’autore Ahmed Nàgi fos­se arre­sta­to e con­dan­na­to a due anni di car­ce­re con l’accusa di oltrag­gio al pudo­re? La rispo­sta a que­sto inter­ro­ga­ti­vo ci por­ta al vero moti­vo per cui leg­ge­re il roman­zo appe­na tra­dot­to in ita­lia­no dall’intraprendente edi­to­re il Siren­te. Per­chè al net­to del soste­gno dovu­to ai let­te­ra­ti imba­va­glia­ti, che a mar­zo ha visto il PEN attri­bui­re a Nàgi il pre­sti­gio­so pre­mio Bar­be­ry Free­dom to Wri­te, c’è la let­te­ra­tu­ra.

La sto­ria rac­con­ta­ta da Nàgi è come una serie di sca­to­le cine­si il cui valo­re cre­sce via via che la dimen­sio­ne dimi­nui­sce. Il pri­mo livel­lo riguar­da le vicen­de di Bas­sam Bah­gat, gio­va­ne docu­men­ta­ri­sta dal vora­ce appe­ti­to ses­sua­le che all’indomani di un esi­zia­le ter­re­mo­to vie­ne assun­to dal­la miste­rio­sa Socie­tà degli Urba­ni­sti per ripro­get­ta­re, e in real­tà distrug­ge­re, l’anima con­trad­di­to­ria, ma pro­prio per que­sto indo­mi­ta, del­la capi­ta­le egi­zia­na. Oltre Bas­sam però, c’è l’Egitto con­tem­po­ra­neo.

Descri­ven­do i mia­smi, gli umo­ri, le cica­tri­ci ester­ne e quel­le inti­me di una Cai­ro enor­me eppu­re clau­stro­fo­bi­ca, Nàgi ci sug­ge­ri­sce cos’è che, al net­to dei coi­ti, mastur­ba­zio­ni e full immer­sion alco­li­che tra nebu­lo­se di mari­jua­na, ha dav­ve­ro sca­te­na­to l’ira del regi­me con­tro di lui.

La musi­ca è mor­ta negli anni’70” dice a un trat­to Rim, l’amante di Bas­sam che fini­rà per cura­re la pro­pria depres­sio­ne votan­do­si a una nuo­va anni­chi­len­te illu­sio­ne in cui sdop­piar­si, con e sen­za hijab. “caz­za­te-repli­ca lui – Dov’è la tom­ba del­la musi­ca?” e lei “Guar­da il leta­ma­io che hai intor­no”.

Chi ha ucci­so la musi­ca al Cai­ro lascian­do gli abi­tan­ti in un silen­zio sini­stro che è sin­to­mo di afa­sia, infan­ti­li­smo poli­ti­co, dispe­ra­to ona­ni­smo fisi­co e intel­let­tua­le? La rispo­sta è nel­le infi­ni­te allu­sio­ni di cui è fin trop­po infar­ci­to il roman­zo.

C’è l’anima nera del­la cit­tà, epi­cen­tro del­la rivo­lu­zio­ne del 2011 ma anche tan­fo di ster­co e pira­mi­di di rifiu­ti, don­ne pin­gui rico­per­te da stra­ti di stof­fe nere e uomi­ni in peren­ne quan­to impro­dut­ti­va ecci­ta­zio­ne ses­sua­le, squal­li­di micro-bus all’arrembaggio degli incro­ci fata­li, odio, fru­stra­zio­ne, voglia di rival­sa sul­la Sto­ria, fol­li di Dio, trans, arti­sti, bam­bi­ni di stra­da, poli­ziot­ti con gli occhia­li neri, uomi­ni d’affari obe­si, stra­nie­ri in moto­ri­no in quar­tie­ri sele­zio­na­ti tipo Maa­di, fami­glie ince­stuo­se, inte­ri distret­ti che vivo­no con la cor­ren­te pre­le­va­ta abu­si­va­men­te dai lam­pio­ni.

C’è il Gene­ra­le, cari­ca in cui è rias­sun­ta l’identità stes­sa del pote­re, che “da quan­do è al timo­ne­ha pre­clu­so ai gio­va­ni l’accesso alla poli­ti­ca”. Ma ci sono anche loro, i “gio­va­ni agi­ta­ti tra fol­le pre­con­fe­zio­na­te”, l’ombra di quan­to furo­no i teme­ra­ri ragaz­zi di Tah­rir, pove­ri illu­si alla deri­va lad­do­ve non c’è più spa­zio per la ribel­lio­ne e “per­fi­no il caos si agi­ta in aree cir­co­scrit­te o entra nel­la cate­na di pro­du­zio­ne di un enor­me ingra­nag­gio che ope­ra per man­te­ne­re l’equilibrio”.

Ci sono i fana­ti­ci reli­gio­si, la cui pre­sen­za aleg­gia sull’intero roman­zo nel­le for­me più diver­se: il colo­re ver­de (come la natu­ra ma anche come l’Islam) che “non com­par­ve alla vigi­lia del­la tra­ge­dia ma mol­to pri­ma”, la gran­de mani­po­la­tri­ce papri­ka inten­zio­na­ta a devia­re il cor­so del Nilo che “ti aiu­te­rà a vede­re ciò che non si vede e a vede­re ciò che non esi­ste”, la stes­sa Socie­tà degli Urba­ni­sti il cui segre­to più impor­tan­te è “la moda­li­tà con cui tra­smet­te il sen­so di sicu­rez­za , l’avresti avver­ti­to men­tre uno di loro ti strin­ge­va la mano sol­le­van­do­ti il peso dal­le spal­le, come un bam­bi­no pic­co­lo che tro­na nel grem­bo mater­no”. E poi c’è la socie­tà civi­le, allea­ta con la poli­ti­ca e la reli­gio­ne per impe­di­re “che ven­ga a gal­la quan­to avvie­ne nel­le visce­re” del Cai­ro.

Non rispar­mia nes­su­no Nàgi nel roman­zo illu­stra­to dai fero­ci dise­gni di Ayman al Zor­qa­ni. E quan­do arri­vi al capi­to­lo VI, il cuo­re por­no­gra­fi­co del libro per cui uffi­cial­men­te l’autore è in cel­la, appa­re chia­ro che lì, come nel­le pagi­ne pre­ce­den­ti, la nudi­tà intol­le­ra­bi­le per il regi­me non è quel­la di Bas­sam e le sue aman­ti ma quel­la dell’Egitto con­tem­po­ra­neo, la reli­gio­ne eter­no oppio dei popo­li, il regi­me mili­ta­re stes­so. Il bam­bi­no dei vesti­ti nuo­vi dell’imperatore non avreb­be oggi alcu­na chan­ce al Cai­ro.

La Stampa/ Tut­to Libri di Fran­ce­sca Paci 22/10/2016

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Ormai Il Cairo è il regno dell’arbitrio”

L’INTERVISTA  Ayman al-Zur­qa­ny — Il dise­gna­to­re in Ita­lia per pre­sen­ta­re un libro mes­so all’indice

di Fran­ce­sca Bel­li­no

Quan­do lo scrit­to­re e blog­ger egi­zia­no Ahmed Nàgi ha scrit­to “Vita: istru­zio­ni per l’uso” non pote­va imma­gi­na­re quan­to gli avreb­be con­di­zio­na­to la vita. L’ha scrit­to pri­ma del­le rivol­te del 2011 con la spe­ran­za di vede­re miglio­ra­re la con­di­zio­ne dei gio­va­ni del Cai­ro, ma la sua schiet­tez­za e il suo talen­to nar­ra­ti­vo sono sta­ti ripa­ga­ti con una con­dan­na del Tri­bu­na­le di Bulaq a due anni di car­ce­re per “offe­sa alla pub­bli­ca mora­le” per i rife­ri­men­ti espli­ci­ti a dro­ga, ses­so e alcool.

Insi­gni­to del Pre­mio Bar­bey Free­dom to Wri­te da Pen Inter­na­tio­nal e ora pub­bli­ca­to in Ita­lia da il Siren­te (tra­du­zio­ne dall’arabo di Eli­sa­bet­ta Ros­si e Fer­nan­da Fischio­ne), il roman­zo è arric­chi­to dal­le illu­stra­zio­ni del dise­gna­to­re Ayman al Zor­qa­ni venu­to in Ita­lia a pre­sen­ta­re il libro in assen­za del­lo scrit­to­re.

Ayman, come sta Ahmed Nàgi?

Non pos­so anda­re a tro­var­lo. Pos­so­no entra­re in car­ce­re solo i paren­ti più stret­ti e gli avvo­ca­ti. Ci scri­via­mo let­te­re e rie­sco a veder­lo duran­te i pro­ces­si, da lon­ta­no. Fisi­ca­men­te non sta male, ma psi­co­lo­gi­ca­men­te sì. I car­ce­rie­ri non gli con­se­gna­no i libri. Non voglio­no dar­gli spe­ran­za.

Per­ché è sta­to arre­sta­to?

E’ la pri­ma vol­ta che in Egit­to uno scrit­to­re vie­ne arre­sta­to per un suo testo. Un cit­ta­di­no lo ha denun­cia­to dopo aver let­to sul perio­di­co let­te­ra­rio Akbar el Adab un estrat­to del roman­zo usci­to due anni fa, soste­nen­do che il testo gli ave­va dato “un estre­mo sen­so di males­se­re”, dive­nu­to males­se­re di Sta­to mon­ta­to da un fun­zio­na­rio di poli­zia che pro­ba­bil­men­te vole­va sfrut­ta­re la situa­zio­ne. E così ha ingran­di­to la vicen­da. Ma al fon­do del­la vicen­da c’è un mec­ca­ni­smo inne­sca­to­si con l’arrivo di Al Sisi che ha cau­sa­to anche la mor­te di Giu­lio Rege­ni.

Ovve­ro?

Con Muba­rak nes­sun pic­co­lo fun­zio­na­rio avreb­be mai potu­to pren­de­re una tale ini­zia­ti­va. Si aspet­ta­va sem­pre un suo ordi­ne. Con Al Sisi, inve­ce, si è avvia­to un nuo­vo feno­me­no che è quel­lo del­le ini­zia­ti­ve dal bas­so, come è acca­du­to con la denun­cia di Nàgi. Ai tem­pi di Muba­rak nes­su­no stra­nie­ro sareb­be sta­to ucci­so e nes­su­no scrit­to­re arre­sta­to sen­za il suo vole­re.

Qua­li sono le novi­tà sul caso Rege­ni?

La ver­sio­ne che vie­ne rac­con­ta­ta è che una spia del regi­me ave­va chie­sto allo stu­den­te di aiu­tar­lo ad ave­re un pas­sa­por­to per l’Italia, ma in segui­to a diver­gen­ze l’informatore avreb­be accu­sa­to Rege­ni di esse­re una spia e lo avreb­be denun­cia­to a poli­ziot­ti di bas­so ran­go che, di loro ini­zia­ti­va, lo avreb­be­ro tor­tu­ra­to a mor­te.

Che cli­ma c’è in Egit­to?

Di gran­de pau­ra. Anche chi non ha fat­to nul­la ed è alli­nea­to ai costu­mi tra­di­zio­na­li e con­ser­va­to­ri cai­ro­ti, quan­do incon­tra per stra­da un poli­ziot­to teme gli pos­sa acca­de­re qual­co­sa.

E gli arti­sti come vivo­no?

Nel con­stan­te con­tra­sto fra il desi­de­rio di espri­mer­ci e la voglia di dedi­ca­re tem­po alla nostra arte e il biso­gno di oppor­ci alla visio­ne con­ser­va­tri­ce.  Con Muba­rak c’era una liber­tà di espres­sio­ne di fac­cia­ta e dei limi­ti pre­ci­si da non supe­ra­re, quin­di mol­ta auto­cen­su­ra. In “Vita: istru­zio­ni per l’uso” Nàgi mostra le varie cit­tà con­te­nu­te nel Cai­ro, quel­la di super­fi­cie e quel­le sot­ter­ra­nee, la distru­zio­ne del­la metro­po­li e il vuo­to che ne rima­ne. Ma né io, né lui abbia­mo mai avu­to l’intenzione di dire come deve esse­re la Cai­ro del futu­ro.

Il Fat­to Quo­ti­dia­no 12/10/2016

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Esce in Italia Vita: istruzioni per l’uso Ma lo scrittore è in carcere in Egitto

Non è il primo caso di censura di un’opera letteraria, ma non era mai successo in Egitto che un autore venisse condannato a due anni di prigione per un romanzo

di Vivia­na Maz­za per il Cor­rie­re del­la Sera

Il roman­zo esce gio­ve­dì 6 otto­bre in Ita­lia. Ma l’autore, il tren­tu­nen­ne egi­zia­no Ahmed Nagi, al lan­cio (nei gior­ni pre­ce­den­ti a Roma) non c’era: è in pri­gio­ne. Il 20 feb­bra­io scor­so è sta­to con­dan­na­to a due anni di car­ce­re per «oltrag­gio al pudo­re» a cau­sa del «con­te­nu­to ses­sua­le osce­no». Non è il pri­mo caso di cen­su­ra di un’opera let­te­ra­ria in Egit­to, ma è il pri­mo caso di uno scrit­to­re arre­sta­to per il pro­prio libro.

Si inti­to­la Isti­kh­dam al-Hayat, tra­dot­to come Vita: istru­zio­ni per l’uso dal­la casa edi­tri­ce Il Siren­te. Rac­con­ta la real­tà socia­le del Cai­ro, imma­gi­nan­do un futu­ro disto­pi­co in cui la metro­po­li è sta­ta col­pi­ta da una ter­ri­bi­le cata­stro­fe natu­ra­le e una «Socie­tà degli Urba­ni­sti» vuo­le distrug­ger­ne l’architettura mil­le­na­ria per crea­re un cen­tro futu­ri­sti­co, gover­na­to dal­le mac­chi­ne e dal­la tec­no­lo­gia. Il capi­to­lo che ha mes­so nei guai lo scrit­to­re è il sesto. Vi si rac­con­ta di una sera­ta in cui il pro­ta­go­ni­sta ven­ti­treen­ne Bas­sam beve alcol, fuma hashish e fa ses­so. «Cosa fan­no i gio­va­ni di vent’anni al Cai­ro? — scri­ve l’autore in un pas­sag­gio — Lec­ca­no pupil­le, lec­ca­no fiche, suc­chia­no caz­zi, snif­fa­no pol­ve­re, ina­la­no hashish­mi­sto a son­ni­fe­ri? Fino a quan­do que­sto gene­re di feti­ci­smo con­ti­nue­rà a esse­re ecci­tan­te, inno­va­ti­vo e sti­mo­lan­te? Chi ora sie­de in que­sta stan­za, da gio­va­ne ha pro­va­to mol­te dro­ghe, sia ai tem­pi dell’università che dopo. Ma guar­da­li, sono come atol­li sepa­ra­ti, inca­pa­ci di dare un sen­so ai loro gior­ni sen­za sta­re assie­me».

«Triste mentre Ahmed è in carcere»

In Ita­lia è venu­to il coau­to­re di Vita: istru­zio­ni per l’uso. «È tri­ste esse­re qui men­tre Ahmed è in pri­gio­ne», dice al Cor­rie­re Ayman Al Zor­qa­ni, che ha rea­liz­za­to illu­stra­zio­ni che si alter­na­no ai capi­to­li del roman­zo. Ave­va incon­tra­to Ahmed Nagi pri­ma del­la rivo­lu­zio­ne del 2011, ed era rima­sto col­pi­to dal suo sti­le. «Par­la­va di poli­ti­ca in modo sar­ca­sti­co, e per que­sto era più effi­ca­ce, face­va arrab­bia­re le auto­ri­tà per­ché si face­va bef­fe di loro», spie­ga. Nagi si sta­va anche facen­do un nome: Vita, istru­zio­ni per l’uso è il suo secon­do roman­zo pub­bli­ca­to in Ita­lia, dopo l’esordio con Rogers e la Via del Dra­go divo­ra­to dal Sole (Il Siren­te, 2010). I due ave­va­no deci­so subi­to di col­la­bo­ra­re, ma dopo l’inizio del­la rivo­lu­zio­ne sospe­se­ro ogni cosa, per poi ripren­de­re a lavo­ra­re al roman­zo nel 2012.

La rivista di sinistra e il manager della Fratellanza

L’arresto di Nagi è in par­te il frut­to di con­ser­va­to­ri­smo socia­le ma anche di inet­ti­tu­di­ne e ven­det­te per­so­na­li. La sto­ria ce la rac­con­ta Al Zor­qa­ni, in una lun­ga con­ver­sa­zio­ne. Nagi lavo­ra­va per il perio­di­co cul­tu­ra­le Akh­bar Al Adab. Nel 2013, duran­te l’era del­la Fra­tel­lan­za Musul­ma­na, era­no sta­ti piaz­za­ti a capo dei gior­na­li uomi­ni fede­li ai nuo­vi gover­nan­ti. «I gior­na­li­sti di Akh­bar Al Adab sono di sini­stra e atei, men­tre il nuo­vo mana­ger, tale Mag­di Afi­fi, con­ser­va­to­re e reli­gio­so ten­ta­va di con­trol­la­re quel­lo che scri­ve­va­no». È sta­to in que­sto perio­do che uno dei capo­re­dat­to­ri ha pen­sa­to di pub­bli­ca­re un estrat­to del roman­zo al qua­le Nagi sta­va lavo­ran­do. «Ahmed gli ha con­se­gna­to tre capi­to­li tra cui sce­glie­re e poi è par­ti­to per un viag­gio già pre­vi­sto negli Sta­ti Uni­ti — con­ti­nua Al Zor­qa­ni —. Nel frat­tem­po, a metà del 2013 i Fra­tel­li Musul­ma­ni sono sta­ti rove­scia­ti, poi Al Sisi è diven­ta­to pre­si­den­te e ha sosti­tui­to tut­ti mana­ger dei gior­na­li con uomi­ni a lui fede­li. Ma si è dimen­ti­ca­to di Akh­bar Al Adab. E così que­sta è sta­ta l’età dell’oro per il perio­di­co». Infat­ti, «il mana­ger nomi­na­to dai Fra­tel­li Musul­ma­ni non vole­va esse­re epu­ra­to e per­de­re il lavo­ro e così resta­va zit­to, non inter­fe­ri­va con il gior­na­le. Ma quan­do il capi­to­lo sesto di Nagi è sta­to pub­bli­ca­to, c’è sta­to chi l’ha tro­va­to offen­si­vo, anche se il suo con­te­nu­to non è sen­za pre­ce­den­ti. E’ sta­to allo­ra che le auto­ri­tà han­no sco­per­to che Afi­fi era il mana­ger e l’hanno licen­zia­to in tron­co».

La furia di Afifi

E allo­ra Afi­fi si è arrab­bia­to. «Ave­va sop­por­ta­to per quat­tro mesi un gior­na­le pie­no di paro­lac­ce e con­te­nu­ti immo­ra­li e sen­za Dio. Pen­sa­va alme­no di poter riu­sci­re a con­ser­va­re il posto — ci dice Al Zor­qa­ni —. A que­sto pun­to non pote­va oppor­si alla deci­sio­ne di Al Sisi, ma alme­no pote­va ven­di­car­si di quei miscre­den­ti. Così deve aver visto nel capi­to­lo del libro di Nagi una spe­cie di dono divi­no: gli per­met­te­va di col­pe­vo­liz­za­re la reda­zio­ne e anche di spin­ge­re il gover­no a esse­re più con­ser­va­to­re. Così è anda­to pres­so l’ordine dei gior­na­li­sti, ha denun­cia­to Akh­bar Al Adab affer­man­do che pub­bli­ca­va por­no­gra­fia, con­te­nu­ti vol­ga­ri e con­tra­ri all’Islam. Le auto­ri­tà han­no cer­ca­to di evi­ta­re che scop­pias­se un caso, non vole­va­no che Afi­fi appa­ris­se come un eroe, ma odia­va­no anche Ahmed e il suo lavo­ro. Quan­do è tor­na­to dagli Sta­ti Uni­ti lo han­no sospe­so, anche se non licen­zia­to. A lui non impor­ta­va. Nel frat­tem­po, abbia­mo com­ple­ta­to la gra­fi­ca e fat­to stam­pa­re il libro in Liba­no, poi la poli­zia doga­na­le egi­zia­na ha dato l’autorizzazione all’ingresso del­le mil­le copie e il roman­zo sta­va aven­do un discre­to suc­ces­so, ne ave­va­mo ven­du­te 900».

La nuova denuncia

Era pas­sa­to un anno, insom­ma, quan­do è arri­va­ta una nuo­va denun­cia, sta­vol­ta da par­te di un pri­va­to cit­ta­di­no, di nome Gha­ni Salah, che si è det­to tur­ba­to dai rife­ri­men­ti al ses­so con­te­nu­ti nel­lo stral­cio pub­bli­ca­to dal­la rivi­sta. Al Zor­qa­ni sospet­ta che l’istigatore fos­se il soli­to Afi­fi. Quel che è cer­to è che nes­su­no si aspet­ta­va che lo scrit­to­re potes­se esse­re arre­sta­to. «Non è la pri­ma vol­ta che la let­te­ra­tu­ra egi­zia­na con­tem­po­ra­nea pre­sen­ta per­so­nag­gi poco edi­fi­can­ti — scri­ve l’arabista Eli­sa­bet­ta Ros­si —: basti pen­sa­re per esem­pio a ‘Abdal­lah, pro­ta­go­ni­sta del roman­zo di Ahmad al-‘Aydi Esse­re ‘Abbas al-‘Abd… che beve alco­li­ci, fuma hashish e intrat­tie­ne rela­zio­ni libe­re con le ragaz­ze; la sua schi­zo­fre­nia lo por­ta a uno sta­dio di alie­na­zio­ne che lo dirot­ta ver­so un rap­por­to con­flit­tua­le con la socie­tà e la cit­tà in cui vive, Il Cai­ro». Cer­to, ci sono sta­ti libri proi­bi­ti in pas­sa­to in Egit­to, sot­to­li­nea Al Zor­qa­ni, sin da «L’Islam e le fon­da­men­ta del pote­re poli­ti­co» di Ali Abdel Raziq nel 1925 (che era in real­tà un libro con­tro il re Fuad) fino al gra­phic novel di Mag­di Sha­fiei ban­di­to nel 2007 per una sce­na d’amore (in real­tà dava fasti­dio il fat­to che cri­ti­cas­se il pre­si­den­te Muba­rak per­ché vole­va tra­smet­te­re il pote­re al figlio). «Ma non c’erano pre­ce­den­ti per l’arresto di Ahmed Nagi. E così lui aspet­ta­va al mas­si­mo una mul­ta, non cer­to il car­ce­re».

La condanna

Le auto­ri­tà di poli­zia e poi il giu­di­ce in appel­lo han­no volu­to fare bel­la figu­ra, secon­do il dise­gna­to­re. Dopo il pro­scio­gli­men­to in pri­mo gra­do, «la pub­bli­ca accu­sa ha deci­so di tra­sfor­ma­re l’indignazione del pri­va­to cit­ta­di­no in indi­gna­zio­ne del­lo Sta­to», ha det­to all’Ansa Ric­car­do Nou­ry, por­ta­vo­ce di Amne­sty Inter­na­tio­nal Ita­lia che ha patro­ci­na­to il libro. A nul­la sono val­se le pro­te­ste di 700 intel­let­tua­li egi­zia­ni e il Pre­mio «Bar­bey Free­dom to Wri­te» con­fe­ri­to da «Pen» al gio­va­ne scrit­to­re. «Ahmed all’inizio pen­sa­va che i media potes­se­ro aiu­tar­lo», spie­ga Al Zor­qa­ni. «C’era sta­to un for­te movi­men­to in suo favo­re. Anche i con­ser­va­to­ri cui non pia­ce que­sto libro e che cre­do­no deb­ba esse­re proi­bi­to non pen­sa­no che lui deb­ba anda­re in pri­gio­ne».

Prigioniero politico

Secon­do Al Zor­qa­ni, a un cer­to pun­to, Nagi è sta­to visto come un oppo­si­to­re poli­ti­co e ciò ren­de dif­fi­ci­le anche una ridu­zio­ne del­la pena. «Ci sono sta­te cele­bri­tà che in tv han­no det­to che que­sto non è l’Egitto in cui cre­do­no, han­no pre­sen­ta­to que­sto caso come una que­stio­ne per­so­na­le con­tro Al Sisi. E anche le auto­ri­tà lo stan­no trat­tan­do come un pri­gio­nie­ro poli­ti­co. Due set­ti­ma­ne fa, sono sta­ti gra­zia­ti alcu­ni cri­mi­na­li comu­ni, ma lui no, è rima­sto den­tro». Anche Amne­sty Inter­na­tio­nal sospet­ta che la col­pa di Nagi non sia­no sta­ti tan­to i det­ta­gli su ses­so e dro­ga spar­si nel libro, quan­to il rea­li­smo con cui descri­ve «una Cai­ro tri­ste, vio­len­ta, putri­da e cat­ti­va». «Per tut­to il tem­po che vivi o ti muo­vi den­tro al Cai­ro, sei costan­te­men­te deni­gra­to. Sei desti­na­to a incaz­zar­ti. Anche se impie­ghi tut­te le for­ze del­la Ter­ra non puoi cam­bia­re que­sto desti­no. Sei sog­get­to in ogni momen­to ai pet­te­go­lez­zi che ti arri­va­no da sopra e da sot­to, da destra e da sini­stra», riflet­te il pro­ta­go­ni­sta Bas­sam. «La rico­stru­zio­ne del Cai­ro e l’attenzione alla sua archi­tet­tu­ra sono dun­que tema­ti­che cen­tra­li del roman­zo», nota Eli­sa­bet­ta Ros­si che ha inter­vi­sta­to l’autore pri­ma dell’arresto. «L’intento del­la “Socie­tà degli Urba­ni­sti” non sem­bra così distan­te dal­la real­tà: pare qua­si rispon­de­re all’attuale e ambi­zio­so pro­get­to di Al Sisi di costrui­re, coi finan­zia­men­ti sau­di­ti, una moder­na capi­ta­le egi­zia­na nel cuo­re del deser­to».

«Il processo» di Kafka (a fumetti)

Al Zor­qa­ni ci dice di aver visto l’amico un mese e mez­zo fa, l’ultima vol­ta. Era den­tro la gab­bia in cui ven­go­no tenu­ti gli impu­ta­ti in tri­bu­na­le. «Non ave­va un brut­to aspet­to, non sta male fisi­ca­men­te, ma è in uno sta­to di pani­co. So dal­la sua fidan­za­ta che non rie­sce a dor­mi­re. E’ in cel­la con altre 40 per­so­ne e vor­reb­be resta­re solo. La buo­na noti­zia è che è un car­ce­re per uomi­ni d’affari cor­rot­ti per­ciò non ci sono scon­tri e zuf­fe, ma non può nem­me­no anda­re in bagno sen­za un guar­dia­no». Al Zor­qa­ni gli ha man­da­to «Il pro­ces­so» di Kaf­ka in ara­bo e «Hush», il fumet­to di Jim Lee. «Quan­do vedo­no i dise­gni, le guar­die non fan­no pro­ble­mi. Pen­sa­no che i fumet­ti sia­no per bam­bi­ni».

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