Egitto: Al Khamissi, Usa e Ue frenino colpo di stato Morsi

ANSAmed | Mercoledì 5 dicembre 2012 | Luciana Borsatti |

”Gli Stati Uniti e l’Europa, che hanno sostenuto Morsi, devono ora mandargli un messaggio chiaro: che sono contrari ad un colpo di stato come quello che sta compiendo”. Khaled Al Khamissi – scrittore noto per il suo best-seller ”Taxi”, tradotto in più’ lingue – non usa mezzi termini sulle responsabilità dell’Occidente nella deriva che l’Egitto ha preso in questi mesi, con gli ultimi colpi di mano del presidente Mohamed Morsi sul piano istituzionale ed i sanguinosi scontri di piazza tra suoi oppositori e sostenitori.

Gli Stati Uniti in particolare, sottolinea in un’intervista ad ANSAmed, hanno grandi responsabilità nell’aver sostenuto il presidente espresso dai Fratelli Musulmani. La sua elezione e’ stata il punto di arrivo, osserva, di una transizione affidata all’esercito e rivelatasi ”disastrosa” per l’Egitto. Negli ultimi mesi Morsi ha infatti portato avanti ”un coup d’etat”, denuncia, contro gli altri poteri dello stato e le altre forze politiche. Insieme ai Fratelli Musulmani, ”ha preso tutti i poteri nelle sue mani e provocato una vera e propria battaglia nelle strade del Paese. Il regime ha perso ogni legittimità e quella di questi giorni e’ una situazione di vero e proprio scontro con il popolo egiziano”. Uno scontro in cui vi sono stati anche i morti di stasera, ma anche gesti come quelli di un attivista dei Fratelli Musulmani che – riferisce dalla sua casa del Cairo, mentre si prepara a tornare anche lui a manifestare – avrebbe addirittura tagliato un orecchio ad un oppositore.

Eppure vi sono state delle aperture da parte dell’entourage di Morsi alle istanze dell’opposizione, come si possono valutare? ”Noi vogliamo fatti, non parole – risponde al Khamissi, che in Taxi raccolse gli umori dell’uomo della strada del Cairo prima della rivoluzione -. Anche prima Morsi aveva promesso che ci sarebbe stata una nuova Costituzione condivisa da tutti, e cosi’ non e’ stato”. Eppure, Morsi ha avuto l’appoggio del voto popolare alle elezioni. ”Dovete riconsiderare questa idea del voto – rilancia – io non ho votato, e cosi’ molti altri, perché non potevamo accettare di dover scegliere tra un candidato dei Fratelli Musulmani ed un uomo come Shafik, del vecchio regime di Mubarak”. E chi ha votato per Morsi lo ha fatto proprio perché’ non voleva Shafik, aggiunge, oppure per avere il ”denaro” che i Fratelli Musulmani potevano garantire loro.

Ma ora Europa e Stati Uniti non possono stare a guardare e ”devono parlare chiaro – conclude lo scrittore -. Deve ripartire il dialogo con gli altri partiti politici per una transizione pacifica e per una nuova Costituzione di tutti”.

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Il cambiamento è irreversibile presto toccherà anche la politica

La Repubblica | Sabato 16 giugno 2012 | Donatella Alfonso |

LA LIBERTÀ ha sempre un prezzo ma, avverte Khaled al Khamissi, scrittore e regista cairota che con il suo bestseller Taxi (tradotto in Italia da “il Sirente“) ha dato voce a proteste, sentimenti, desideri del popolo egiziano negli ultimi anni del regime di Hosni Mubarak, «ormai è iniziato un processo irreversibile, in Egitto come negli altri Paesi arabi. Possono anche venire i militari, può governare Shafiq, ma quella che è già una forte trasformazione sociale diventerà, nell’ arco di due o tre anni, anche politica. È una rivoluzione senza partiti, programmi, leader, ma è un percorso di libertà. La strada è lunga, aspettateci: tra dieci anni ci vedrete». Khaled al Khamissi, si può parlare di un golpe in Egitto? «La stampa occidentale adora i termini forti, ma io non la penso così. Se devo dire la verità, non me ne importa nulla di quello che accade sulla cima della piramide, perché io guardo alla base della piramide. Non interessa a me e non interessa alla gente. Che torni Shafiq, che i militari prendano il potere… sarà solo un problema di vertice. I cambiamenti sociali ormai sono irreversibili». Ritorno dei vecchi governanti, vittoria dell’ Islam radicale un po’ dappertutto: la primavera arabaè finita? «Lo ripeto dal gennaio del 2011: non c’ è nessuna primavera araba, ma un cambiamento sociale che continua e porterà a una vera trasformazione di tutti i nostri Paesi entro una decina d’ anni. La gente sa che ci vuole tempo, ma ha fiducia nel lungo periodo. Non teme né Shafiq, né i Fratelli musulmani perché crede nella libertà, che gli islamisti invece combattono. Shafiq vuole venire? Bene, che venga. Non cambierà quanto sta accadendo alla base della società». Da quanto lei dice sembra che i militari siano quasi dei garanti della trasformazione: non teme invece una guerra civile come ci fu in Algeria? «No, è passato molto tempo, la storia è diversa, c’ è Internet, c’ è la possibilità di esprimersi e il coraggio di farlo. Inoltre, non c’ è un nuovo potere islamico, i movimenti radicali, negli anni, sono stati sostenuti e finanziati sia da Sadat che, soprattutto, da Mubarak. E, per quanto riguarda il Consiglio supremo delle Forze armate, non vedo la possibilità di una sfida tra il ritorno al potere dell’ Ancien régime e un nuovo potere islamico. Ci sono interessi politici e finanziari da difendere, serve una stabilità». Pensa a un ruolo degli intellettuali in questo percorso di crescita democratica? «No, gli intellettuali non hanno un peso sufficiente. È la classe media, e soprattutto sono i giovani, perché il 60 per cento degli egiziani ha meno di 25 anni, che non intendono accettare né la formalità del sistema di Mubarak né di quello dei Fratelli musulmani. Si andrà progressivamente verso una concretizzazione politica di quanto si sta già facendo sotto il profilo sociale». Lei, quindi, che futuro vede per il suo Paese? «Io sono ottimista. Il cambiamento e la libertà saranno al potere tra una decina d’ anni. Aspettateci».

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Il successo di “Amalgam”, blog e fumetto della libanese Maya Zankoul

| Controcampus | Lunedì, 19 dicembre 2011 | Benedetta Michelangeli |

Si chiama Amalgam ed è uno dei blog più seguiti del mondo arabo. L’autrice è la venticinquenne libanese Maya Zankoul: ha studiato Graphic Design e seguendo la sua passione per il disegno ha creato questo blog nel quale da due anni condivide vignette che parlano della società libanese, sulla scia di Marjane Satrapi che con Persepolis ha fatto il suo racconto della vita in Iran.
La giovane autrice libanese non aveva pensato ad un libro: inizialmente l’idea era quella di sfruttare le potenzialità del web per condividere le vignette che faceva, inseguendo la passione del disegno che ha dall’età di cinque anni. Non soltanto immagini che potessero dar sfogo alla frustrazione causata dalle contraddizioni e ingiustizie della società del suo paese, ma anche semplici racconti di vicende quotidiane.
Maya si è fatta conoscere nel 2009 quando in occasione delle elezioni in Libano ha realizzato delle vignette “politiche” che hanno incuriosito media e giovani utenti del web. Sono stati gli amici di Maya a stampare tutte le vignette del suo blog come regalo di compleanno. Successivamente l’autrice ha autoprodotto il suo libro, stampandone 1000 copie. Contro ogni aspettativa il libro Amalgam ha raggiunto il quinto posto nelle classifiche di vendita del Virgin Megastore di Beirut. Adesso il fumetto in due volumi è stato tradotto in italiano ed è edito da il Sirente.
Maya è nata a Beirut ed è cresciuta a Jeddah in Arabia Saudita dove ha frequentato la scuola francese. Per i suoi primi disegni usava il dialetto libanese. Scelta sostituita presto dall’inglese. Non ha avuto problemi di censura in quanto Internet in libano non sembra attualmente essere soggetto a controlli, come accade in molti altri paesi arabi.
Queste vignette parlano delle gravi ingiustizie sociali, della corruzione, del maschilismo della società libanese. Ma lo fanno con una giusta dose di humor, chiave del successo di Maya. Tanti disegni sono dedicati alla contraddittoria condizione delle donne libanesi: la libertà di indossare qualsiasi capo di abbigliamento, l’ossessione dell’apparire perfette soprattutto grazie alla chirurgia plastica e parallelamente la loro posizione di sottomissione nella società. Dalla struttura patriarcale in cui sono inserite, alla violenza domestica che spesso subiscono e dalla quale è difficile uscire anche a causa della mancanza di una rete di protezione femminile. Insomma, una donna che appare ma che non può decidere nulla, privata anche del diritto di trasmettere la nazionalità ai propri figli.

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