La geografia del petrolio vista da uno scrittore

MIT Tech­no­lo­gy Review | Mar­te­dì 30 otto­bre 2012 | Rita Kir­by |

Ste­ve LeVi­ne, gior­na­li­sta e auto­re del best sel­ler “The Oil and the Glo­ry”, spie­ga come sta cam­bian­do la geo­gra­fia glo­ba­le dell’energia.

La pro­du­zio­ne di petro­lio e gas sta viven­do un nuo­vo boom e non solo in Nord America,ma anche in regio­ni del mon­do che potreb­be­ro appa­ri­re sor­pren­den­ti: dall’Africa al Sud Ame­ri­ca, fino all’Artico. Il dibat­ti­to sul peak oil può quin­di con­si­de­ra­si archi­via­to?
Il dibat­ti­to sul peak oil potrà con­si­de­rar­si chiu­so nel momen­to in cui le sti­me sul­la pro­du­zio­ne si mate­ria­liz­ze­ran­no. Per ora sem­bra pro­prio che si sia pro­iet­ta­ti ver­so un pro­lun­ga­to perio­do di sco­per­te di nuo­ve riser­ve in posti sor­pren­den­ti come il Suri­na­me (Guya­na Olan­de­se), la Guya­na Fran­ce­se o il Kenia, oltre ai già noti volu­mi dispo­ni­bi­li in Cana­da, negli Sta­ti Uni­ti e in Bra­si­le. Da que­sto pun­to di vista cer­ta­men­te direi che non stia­mo più andan­do ver­so una sel­va oscu­ra.

Que­sto boom garan­ti­rà acces­so all’energia a un nume­ro sem­pre mag­gio­re di per­so­ne anche nei Pae­si pro­dut­to­ri in via di svi­lup­po?
Que­sto boom garan­ti­rà a tut­ti un mag­gior acces­so all’energia, ma pone anche nuo­ve que­stio­ni. Il pre­ce­den­te sce­na­rio si fon­da­va sul fat­to che le risor­se tra­di­zio­na­li era­no desti­na­te a esau­rir­si e quin­di biso­gna­va svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Ora inve­ce sap­pia­mo che il petro­lio e il gas non stan­no per fini­re ma for­se voglia­mo comun­que, per scel­ta, svi­lup­pa­re fon­ti alter­na­ti­ve. Il dibat­ti­to sul­le poli­ti­che pub­bli­che per l’energia si è spo­sta­to e, a mio avvi­so, in una dire­zio­ne che guar­da mol­to più avan­ti e che è incen­tra­ta sul­lo sti­le di vita a cui si aspi­ra.

Lei ha sot­to­li­nea­to come que­sta nuo­va “abbon­dan­za abbia sca­te­na­to timo­ri oltre che entu­sia­smi, con­si­de­ran­do la lun­ga e sor­di­da sto­ria dell’Africa come pre­da di cac­cia­to­ri di risor­se e vit­ti­ma di lea­der rapa­ci” anche se gli even­ti più recen­ti, com­pre­sa la Pri­ma­ve­ra ara­ba, han­no mostra­to “l’interesse dei pro­dut­to­ri” ver­so poli­ti­che per il petro­lio “più tra­spa­ren­ti”. Può fare qual­che esem­pio con­cre­to?
In Libia, ad esem­pio, la Pri­ma­ve­ra ara­ba ha mostra­to come le popo­la­zio­ni degli sta­ti del petro­lio non solo sia­no mol­to inte­res­sa­te alla loro for­ma di gover­no, ma san­no anche agi­re per deter­mi­nar­la. Allo stes­so modo la for­ma di gover­no negli sta­ti del petro­lio inte­res­sa mol­to alle com­pa­gnie che ope­ra­no su oriz­zon­ti di 30 o 40 anni e dun­que devo­no poter con­ta­re sul rispet­to dei con­trat­ti e sul­le rela­zio­ni con chi pren­de le deci­sio­ni. Gli atten­ta­ti e l’instabilità in Kenia e in Nige­ria dovreb­be­ro ad esem­pio suo­na­re come cam­pa­nel­li d’allarme per le com­pa­gnie che ope­ra­no in que­gli sta­ti.

Dare elet­tri­ci­tà a 1,3 miliar­di di per­so­ne che ora non ne han­no, vie­ne con­si­de­ra­to uno degli ele­men­ti car­di­ne per uno svi­lup­po soste­ni­bi­le. È solo una que­stio­ne uma­ni­ta­ria o può esse­re anche un busi­ness pro­fit­te­vo­le?
Le gran­di ope­re di bene­fi­cen­za, per­se­gui­te da per­so­nag­gi come Bill Gates, stan­no facen­do da apri­pi­sta in que­sta dire­zio­ne. L’elettrificazione di un Pae­se può esse­re nell’interesse geo­po­li­ti­co e macroe­co­no­mi­co e non è dun­que una que­stio­ne mera­men­te uma­ni­ta­ria.

La volon­tà di uti­liz­za­re le pro­prie risor­se per garan­ti­re un mag­gio­re acces­so all’energia mani­fe­sta­ta da alcu­ni pae­si in via di svi­lup­po, giu­sti­fi­ca secon­do lei deci­sio­ni come la nazio­na­liz­za­zio­ne del­la YPF in Argen­ti­na o del­le reti elet­tri­che in Boli­via?
Il pre­si­den­te argen­ti­no Cri­sti­na Fer­nán­dez potrà anche sen­tir­si giu­sti­fi­ca­ta da inte­res­si dome­sti­ci per le sue mos­se su YPF e Rep­sol, ma è rischio­so per­ché spa­ven­ta gli altri inve­sti­to­ri nel Pae­se e tut­ti i poten­zia­li inve­sti­to­ri, per non par­la­re del­le agen­zie di rating!

L’enorme poten­zia­le di petro­lio e gas in Mozam­bi­co, in una posi­zio­ne geo­gra­fi­ca favo­re­vo­le anche per le espor­ta­zio­ni ver­so l’Europa, può ridi­men­sio­na­re il ruo­lo del­la Rus­sia nel mer­ca­to dell’energia del Vec­chio Con­ti­nen­te?
Que­sta è la prin­ci­pa­le impli­ca­zio­ne geo­po­li­ti­ca del­le ingen­ti sco­per­te di gas in Mozam­bi­co. Già la rivo­lu­zio­ne del­lo sha­le gas in USA ha scos­so l’equazione sui prez­zi in Euro­pa con Gaz­prom costret­ta ad abbas­sa­re le quo­ta­zio­ni dell’oro blu in alcu­ni pae­si. Se il gas del Mozam­bi­co doves­se river­sar­si in Euro­pa in modo cospi­cuo, ci sareb­be più con­cor­ren­za sui prez­zi e la capa­ci­tà di leve­ra­ge di Gaz­prom sul mer­ca­to ver­reb­be seria­men­te ridi­men­sio­na­ta.

Rispet­to a quan­do è usci­to il suo famo­so libro “The Oil and the Glo­ry: the pur­suit of empi­re and for­tu­ne on the Caspian Sea” (“Il petro­lio e la gloria”,ndr) nel 2007, com’è cam­bia­to il ruo­lo del Caspio nel­la lot­ta epo­ca­le per il con­trol­lo dell’oro nero del pia­ne­ta?
C’è sta­to cer­ta­men­te un cam­bia­men­to per l’area del Caspio: da ruo­lo cen­tra­le nel­la gran­de geo­po­li­ti­ca a ruo­lo secon­da­rio per una lot­ta che si sta estin­guen­do. Le attua­li ten­sio­ni Est-Ove­st sul fron­te del­le pipe­li­ne in Euro­pa han­no le loro radi­ci nel­la stra­te­gia diplo­ma­ti­ca ame­ri­ca­na degli anni Novan­ta quan­do l’obiettivo era di allen­ta­re la pre­sa del­la Rus­sia sull’Asia Cen­tra­le e sul Cau­ca­so. All’epoca ciò rap­pre­sen­ta­va un pila­stro del­la poli­ti­ca este­ra Usa. Una del­le due gam­be di que­sta poli­ti­ca era rap­pre­sen­ta­ta dal gasdot­to Baku-Cey­han, dive­nu­to ope­ra­ti­vo nel 2006. La secon­da gam­ba, la Trans-Caspian pipe­li­ne, dal Turk­me­ni­stan all’Europa, non si è inve­ce mai mate­ria­liz­za­ta e dubi­to che lo sarà, alme­no entro la fine di que­sto decen­nio. Il pro­get­to si è infat­ti tra­sfor­ma­to nel Nabuc­co, una ver­sio­ne mol­to più cor­ta che dovreb­be par­ti­re non in Turk­me­ni­stan ma in Iraq, in Kur­di­stan o comun­que dove vi sia gas suf­fi­cien­te da giu­sti­fi­ca­re la costru­zio­ne. L’Asia Cen­tra­le rimar­reb­be così iso­la­ta rispet­to all’Occidente e attrat­ta ver­so l’Est , ver­so la Cina. Così stac­ca­ta poli­ti­ca­men­te, l’unico inte­res­se di Washing­ton per il Caspio al momen­to è lega­to al fat­to che si trat­ta di una rot­ta di tran­si­to per le for­ni­tu­re bel­li­che in Afgha­ni­stan.

In que­sto sce­na­rio come giu­di­ca il pro­get­to South Stream? Mol­ti osser­va­to­ri lo con­si­de­ra­no il gasdot­to più fat­ti­bi­le per­ché, oltre alla Rus­sia, coin­vol­ge i prin­ci­pa­li player del Vec­chio Con­ti­nen­te ed ora, con la desi­gna­zio­ne del social­de­mo­cra­ti­co tede­sco Hen­ning Vosche­rau alla pre­si­den­za, potreb­be gua­da­gnar­si lo sta­tus di pro­get­to stra­te­gi­co in seno all’Ue.
Ori­gi­na­ria­men­te il South Stream è nato come rispo­sta alter­na­ti­va al Nabuc­co e all’Ucraina da par­te del­la Rus­sia. Pen­so che se il Nabuc­co non si mate­ria­liz­zas­se e le ten­sio­ni con l’Ucraina venis­se­ro meno, Vla­di­mir Putin lasce­reb­be tran­quil­la­men­te mori­re il pro­get­to. E ciò potreb­be anco­ra acca­de­re: ci si chie­de per­ché Putin voglia spen­de­re 10miliardi di dol­la­ri per la costru­zio­ne di que­sto gasdot­to. C’è poi il fat­to­re Cina. Se venis­se sigla­to un accor­do con Pechi­no, South Stream mori­reb­be . Ma di cer­to, anche per le ragio­ni sot­to­li­nea­te nel­la doman­da, Putin sem­bra deter­mi­na­to a por­ta­re avan­ti il pro­get­to indi­pen­den­te­men­te dall’Ucraina e dal Nabuc­co.

Sul Nabuc­co l’Ue ha annun­cia­to una deci­sio­ne fina­le il pros­si­mo anno. Se il pro­get­to venis­se rea­liz­za­to, secon­do lei, sareb­be desti­na­to a com­pe­te­re con il Gasdot­to Euro­peo del Sud-Est (SEEP) o potreb­be fon­der­si con il Tanap?
Pen­so che assi­ste­re­mo ad una com­bi­na­zio­ne tra il gasdot­to SEEP soste­nu­to da BP e un con­net­to­re meri­dio­na­le. Il fat­to che BP, pro­prie­ta­ria dei prin­ci­pa­li asset aze­ri, abbia pub­bli­ca­men­te soste­nu­to que­sta linea, la dice lun­ga. Nel­la remo­ta pos­si­bi­li­tà che venis­se rag­giun­to un accor­do sul nuclea­re con l’Iran tut­te le ipo­te­si sareb­be­ro sul tavo­lo. Potreb­be sem­bra­re stra­no, ma se mi si chie­de di fare una pre­vi­sio­ne, io insi­sto sul fat­to che il Nabuc­co non si mate­ria­liz­ze­rà alme­no fino alla fine del decen­nio.

Chi è Ste­ve LeVi­ne Scrit­to­re, gior­na­li­sta e blog­ger, LeVi­ne, attual­men­te risie­de a Washing­ton, D.C., dove segue la geo­po­li­ti­ca dell’energia per la rivi­sta Forei­gn Poli­cy, che ospi­ta il suo blog “The Oil and the Glo­ry”. Per 11 anni, a par­ti­re da due set­ti­ma­ne dopo il crol­lo dell’Unione Sovie­ti­ca fino al 2003, ha vis­su­to tra l’Asia Cen­tra­le e il Cau­ca­so. È sta­to cor­ri­spon­den­te per The Wall Street Jour­nal per la regio­ne del­le otto nazio­ni e pri­ma anco­ra per The New York Times. Tra il 1988 e il 1991, LeVi­ne è sta­to cor­ri­spon­den­te di New­sweek per il Paki­stan e l’Afghanistan, men­tre dal 1985 al 1988 è sta­to cor­ri­spon­den­te dal­le Filip­pi­ne per New­sday. Ha pub­bli­ca­to due libri: The Oil and the Glo­ry (2007), che rac­con­ta vicen­de di bat­ta­glie alla con­qui­sta di for­tu­na, glo­ria e pote­re sul Mar Caspio; e Putin’s Laby­rinth (2008), la sto­ria del­la Rus­sia rac­con­ta­ta attra­ver­so la vita e la mor­te di sei per­so­nag­gi, di cui nel 2009 è sta­ta pub­bli­ca­ta una ver­sio­ne aggior­na­ta in edi­zio­ne in bros­su­ra da Ran­dom Hou­se.

0