Il labirinto di Putin” di Steve LeVine

Man­gia­li­bri | Mer­co­le­dì 19 gen­na­io 2011 | Sara Cama­io­ra |

Novem­bre 2006, Ale­xan­der Liv­ti­nen­ko è una ex spia del KGB, in esi­lio poli­ti­co a Lon­dra da sei anni, for­te­men­te cri­ti­co nei con­fron­ti del pre­mier rus­so Putin: dopo aver incon­tra­to il ric­co uomo d’affari Ale­kan­dre Lugo­voi e l’amico Akh­med Zakayev e aver cena­to fuo­ri con la moglie  e il figlio, tor­na a casa lamen­tan­do dolo­ri addo­mi­na­li, nau­sea e vomi­to. Sarà l’inizio dell’agonia da avve­le­na­men­to per polo­nio che lo con­dur­rà alla mor­te. 23 otto­bre 2002, tea­tro Dubro­v­ka di Mosca: è in sce­na il secon­do atto del musi­cal “Nord Ost” quan­do irrom­pe nell’edificio un com­man­do di ter­ro­ri­sti cece­ni, pron­ti a met­te­re sot­to seque­stro il tea­tro in cam­bio del­la con­clu­sio­ne del­la san­gui­no­sa guer­ra in atto nel loro pae­se ad ope­ra del­la Rus­sia di Putin. Inter­vie­ne anche la gior­na­li­sta Anna Poli­t­ko­v­ska­ya, il cui desti­no è tri­ste­men­te famo­so, all’epoca cro­ni­sta del­la Nova­ya Gaze­ta e uni­co inter­lo­cu­to­re ammes­so dal lea­der del grup­po arma­to cece­no, pre­ce­den­do l’imprevedibile rea­zio­ne del gover­no rus­so: all’interno del tea­tro vie­ne pom­pa­to del Fen­ta­nyl, un poten­te oppia­ceo in gra­do di addor­men­ta­re i pre­sen­ti, nell’edificio, per per­met­te­re alle for­ze spe­cia­li nazio­na­li di fare irru­zio­ne. Secon­do sti­me uffi­cia­li 39 dei ter­ro­ri­sti furo­no ucci­si da agen­ti rus­si insie­me assie­me a oltre 100 ostag­gi. L’esercizio del pote­re di Putin vide anche un acca­ni­men­to ver­so chi accu­mu­lò ingen­ti patri­mo­ni duran­te l’era Eltsin: è il caso del magna­te del petro­lio Mikhail Kho­dor­ko­v­sky con­dan­na­to ad otto anni di pri­gio­ne men­tre la sua com­pa­gnia ven­ne statalizzata…
Sem­bra­no rac­con­ti degni di un cupo noir o peg­gio anco­ra di un thril­ler sen­za lie­to fine: sono inve­ce sto­rie dal­la Rus­sia di Putin, rac­con­ta­te con pre­ci­sio­ne gior­na­li­sti­ca da un esper­to repor­ter come l’americano Ste­ve LaVi­ne, a lun­go cor­ri­spon­den­te dall’ex Unio­ne Sovie­ti­ca per sva­ria­te testa­te. Il suo libro rac­con­ta la “mor­te in Rus­sia”: come alla mor­te sia data in un cer­to sen­so poca impor­tan­za, o come chi vive, chi lavo­ra, chi fa infor­ma­zio­ne in Rus­sia sia total­men­te assue­fat­to a tra­ge­die tal­vol­ta dal­la por­ta­ta epo­ca­le, come quel­la del tea­tro Dubro­v­ka, che ha visto una rea­zio­ne gover­na­ti­va impro­po­ni­bi­le per ogni demo­cra­zia che si rispet­ti o che si riten­ga tale. È attra­ver­so que­ste vicen­de che nel let­to­re pren­de for­ma una nuo­va idea del­la Rus­sia e del­le for­ze che si stan­no muo­ven­do in Occi­den­te. L’immaginario raf­fi­gu­ra­to, a trat­ti apo­ca­lit­ti­co, si basa su testi­mo­nian­ze  e fat­ti con­cre­ti, su cui il gior­na­li­sta si può appog­gia­re for­nen­do un qua­dro tan­to vero­si­mi­le quan­to avvi­len­te. C’è poca ana­li­si poli­ti­ca ma non era que­sto pro­ba­bil­men­te l’obiettivo dell’autore: era piut­to­sto far riflet­te­re attra­ver­so l’esposizione dei fat­ti rea­li, arri­van­do a even­tua­li con­clu­sio­ni solo a par­ti­re dal dato con­cre­to. E le con­clu­sio­ni spa­ven­ta­no, non poco.

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