Magdi El Shafee — Metro (recensione di Giulia De Martino)

Scrit­ti d’Africa | Saba­to 18 giu­gno 2011 | Giu­lia De Martino |

Que­sta vol­ta par­lia­mo di un gra­phic novel, un fumet­to insom­ma. Bal­za­to alle cro­na­che, let­te­ra­rie e non, ita­lia­ne per un dop­pio moti­vo. Il pri­mo riguar­da la cen­su­ra e il pro­ces­so affron­ta­ti da auto­re ed edi­to­re, con­dan­na­ti, oltre che ad una ammen­da pecu­nia­ria, alla distru­zio­ne dell’opera che non può più cir­co­la­re in Egit­to. Il secon­do ha a che fare con quan­to sta acca­den­do, in que­sti gior­ni, al popo­lo egi­zia­no: la pre­sa di coscien­za che ha por­ta­to tut­ti per stra­da a recla­ma­re la fine del­la dit­ta­tu­ra di Muba­rak e l’instaurazione di un regi­me demo­cra­ti­co che garan­ti­sca liber­tà, dirit­ti socia­li e poli­ti­ci. Ebbe­ne, que­sto fumet­to, basta sfo­gliar­lo sol­tan­to, sem­bra una anti­ci­pa­zio­ne di que­sti avve­ni­men­ti, con pro­ta­go­ni­sti pro­prio quei gio­va­ni che stan­no riem­pien­do le stra­de del Cairo.
Cre­do sia dove­ro­so dire che qual­che altra anti­ci­pa­zio­ne, su che aria tira­va al Cai­ro, l’avevamo già avu­ta in due libri. Taxi di Al-Kha­mis­siEsse­re Abbas al- Abd di Ahmad al-Aidy ci ave­va­no pre­sen­ta­to que­sta cit­tà cao­ti­ca e con­trad­dit­to­ria, nevro­ti­ca e appiat­ti­ta su model­li cul­tu­ra­li volu­ti dal regi­me, con tan­ta gen­te ai mar­gi­ni, ma desi­de­ro­sa di far sen­ti­re la pro­pria voce, in mez­zo ad una ten­sio­ne tale da far sup­por­re che la tra­di­zio­na­le ras­se­gna­zio­ne stes­se per scoppiare.
Mag­dy el-Sha­fee ci rap­pre­sen­ta tut­to que­sto, scri­ven­do il pri­mo gra­phic novel del mon­do ara­bo, pro­po­nen­do una crea­zio­ne ori­gi­na­le nel­la gra­fi­ca  e nei con­te­nu­ti. Hugo Pratt, il suo model­lo, con­fes­sa in mol­te inter­vi­ste l’autore, inter­ve­nu­to in Ita­lia, al Salo­ne del fumet­to. Ci ha mes­so den­tro tut­to il suo amo­re per il dise­gno e per la liber­tà: come mol­ti gio­va­ni egi­zia­ni è un blog­ger( così anche il suo edi­to­re fini­to in car­ce­re per i fat­ti del 6 apri­le 2008) atti­vi­sta nel movi­men­to per il cam­bia­men­to demo­cra­ti­co dell’Egitto.
Pro­ta­go­ni­sta è il gio­va­ne inge­gne­re Shi­hab, pic­co­lo genio infor­ma­ti­co, pro­to­ti­po di quel­la gio­ven­tù che ha stu­dia­to, è capa­ce e intel­li­gen­te, ma non ha nes­su­na chan­ce di far­ce­la in una socie­tà dal­la scar­sa mobi­li­tà socia­le e non inte­res­sa­ta ai meri­ti di chi vuo­le pro­gre­di­re per sé e per il pae­se. Domi­na dap­per­tut­to il “siste­ma”: ovve­ro la cor­ru­zio­ne, le con­sor­te­rie del paren­ta­do e del pote­re, la rapa­ci­tà di ban­chie­ri, uomi­ni d’affari e poli­ziot­ti, pron­ti a sbra­nar­si tra di loro o a pro­teg­ger­si, a secon­da del­le con­ve­nien­ze. Shi­hab ha ten­ta­to di inse­rir­si in un affa­re più gros­so di lui, con il risul­ta­to di non riu­sci­re più a scrol­lar­si di dos­so i debi­ti con­trat­ti con uno stroz­zi­no, amma­ni­ca­to con pez­zi gros­si. Ha pen­sa­to di uscir­ne fuo­ri, ruban­do in una ban­ca, con l’aiuto dell’amico Musta­fa, i miste­rio­si sol­di di una vali­get­ta  che dove­va, inve­ce resta­re segre­ta. Ha sco­per­to un vero e pro­prio com­plot­to, ordi­to ai dan­ni di un uomo d’affari che, dopo ave­re divi­so un cam­mi­no di nefan­dez­ze con i suoi soci, disgu­sta­to ave­va deci­so di smet­ter­la, pro­vo­can­do­ne l’ira omi­ci­da. Ma la tra­ma non sta tut­ta qui nel thril­ler, per­ché den­tro c’è anche il tra­di­men­to dell’amico Musta­fa, fre­quen­ta­to sin dai tem­pi del­la scuo­la, pro­ve­nien­te da una fami­glia pove­ra, in cui una madre dispe­ra­ta se la pren­de con i figli che non rie­sco­no a lavo­ra­re. L’uno, Wael, si arran­gia can­tan­do alle feste, sognan­do di gira­re un memo­ra­bi­le video­clip, da cui trar­re fama e sol­di e intan­to accet­ta i sol­di del par­ti­to al pote­re per pic­chia­re, come infil­tra­to, i mani­fe­stan­ti del­le rivol­te del pane dell’aprile 2008. L’altro, Musta­fa, ruba i sol­di a Shi­hab, stra­vol­gen­do le paro­le dell’amico sui modi per usci­re dal­la trap­po­la in cui tut­ti sono rele­ga­ti, ma lo fa dopo la mor­te del fra­tel­lo alla mani­fe­sta­zio­ne, quan­do si accor­ge che ai poli­ti­ci non glie­ne impor­ta pro­prio nien­te che Wael sia mor­to per loro.
E c’è anche l’amore per la bel­la, gene­ro­sa, rivo­lu­zio­na­ria gior­na­li­sta Dina, che di mani­fe­sta­zio­ni non se ne per­de una, deci­sa a lot­ta­re con gli altri, per­ché fer­mi e zit­ti non si può più sta­re; Shi­hab è un disil­lu­so che gio­ca a fare il cini­co, ma l’affetto disin­te­res­sa­to del­la ragaz­za è uno spi­ra­glio di luce e di futu­ro, for­se il gio­va­ne fini­rà per dar­le retta.
Su tut­to domi­na la cit­tà, rap­pre­sen­ta­ta di sopra e di sot­to: gran par­te del­la sto­ria si svol­ge nei vago­ni metro­po­li­ta­ni o nel­le sta­zio­ni, alcu­ne chia­ma­te con i nomi di Nas­ser, Sadat e Muba­rak e iro­ni­ca­men­te accom­pa­gna­te da fra­si famo­se dei lea­der egi­zia­ni. Nei dise­gni, come nei qua­dri di Bosch, si svol­go­no tut­ta una serie di sto­rie mino­ri, quel­la del vec­chio Wan­nas, un po’ cri­stia­no e un po’ musul­ma­no quan­do si trat­ta di acchiap­pa­re ele­mo­si­ne, o del­la zia di Shi­hab, che è anche indo­vi­na, o anco­ra un ragaz­zi­no bec­ca­to da un con­trol­lo­re sen­za bigliet­to, un tra­slo­co, un caser­mo­ne rap­pre­sen­ta­to con tut­te le voci del­le fami­glie che si lamen­ta­no di tut­ti i mil­le pro­ble­mi del­la miseria.
Affre­sco affa­sci­nan­te e ori­gi­na­le, con­dot­to con un dise­gno in bian­co e nero, par­te da un con­tor­no net­to che si fa sem­pre più sfu­ma­to, qua­si che alla dis­so­lu­zio­ne del dise­gno cor­ri­spon­da il dis­sol­vi­men­to di que­sta mega­lo­po­li, inghiot­ti­ta dal­la man­can­za di futu­ro e di speranza.”Le per­so­ne vivo­no come ane­ste­tiz­za­te. Non c’è nien­te che le col­pi­sca. Per quan­te cose pos­sa­no vede­re alla fine diran­no sem­pre: fra­tel­lo, que­sto è pur sem­pre il mio pae­se…” dice ad un cer­to pun­to Shi­hab. Pre­sen­te nel testo pure un duro attac­co ai media, acco­da­ti al regi­me e ad un cri­te­rio fal­so di veri­tà. Solo i gio­va­ni blog­gers egi­zia­ni han­no sapu­to rom­pe­re que­sto imbam­bo­la­men­to del­le coscienze.
Eccel­len­te la tra­du­zio­ne di Erne­sto Paga­no, per­ché sap­pia­mo che il testo si espri­me in un dia­let­to egi­zia­no cru­do e popo­la­re, su cui già si era eser­ci­ta­to il tra­dut­to­re in Taxi. Plau­dia­mo anche alla scel­ta di lascia­re le tavo­le del fumet­to nel­la let­tu­ra da destra a sini­stra , comin­cian­do la sto­ria dall’ultima pagi­na,  come in un testo ara­bo, per non stra­vol­ge­re i dise­gni ori­gi­na­li: una pic­co­la fati­ca in più per i nostri occhi addo­me­sti­ca­ti all’uso con­sue­to, ma che vale la pena di affron­ta­re per un godi­men­to assicurato.

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TAXI di Khaled Al Khamissi

Scrit­ti d’Africa — Dome­ni­ca 1 feb­bra­io 2009
di Giu­lia De Martino

Due paro­le sul­la col­la­na in cui com­pa­re que­sto tito­lo: si chia­ma “Altria­ra­bi” e pub­bli­ca testi di arti­sti che si affac­cia­no sul­la spon­da meri­dio­na­le del Medi­ter­ra­neo, dis­so­nan­ti dal­le rap­pre­sen­ta­zio­ni ste­reo­ti­pa­te e spes­so cari­ca­tu­ra­li con cui i media occi­den­ta­li spes­so iden­ti­fi­ca­no gli abi­tan­ti di que­ste aree.
Il libro di Kha­mis­si ha ven­du­to in Egit­to cir­ca cen­to­mi­la copie, egua­glian­do il suc­ces­so edi­to­ria­le di PALAZZO YACOUBIAN di Al Alswa­ni, in un pae­se dove ven­de­re 5000 copie pro­du­ce nor­mal­men­te un best-sel­ler. Per di più, gra­zie alla pro­mo­zio­ne dell’autore, mol­to abi­le a muo­ver­si negli ambien­ti let­te­ra­ri ed acca­de­mi­ci euro­pei, data la sua for­ma­zio­ne cul­tu­ra­le in Euro­pa, cono­sce inces­san­te­men­te nuo­ve tra­du­zio­ni. Cosa ha di tan­to spe­cia­le? Innan­zi­tut­to la lin­gua in cui è scrit­to e poi il sog­get­to: i “tas­si­na­ri” del­la capi­ta­le che si espri­mo­no, sen­za peli sul­la lin­gua, sul­la mag­gio­ran­za degli aspet­ti del­la vita quo­ti­dia­na e non in Egitto.
Il testo non è un roman­zo, ma nem­me­no una inchie­sta gior­na­li­sti­ca tout court: infat­ti rie­la­bo­ra il mate­ria­le di ascol­to e di scam­bio uma­no, avu­ti dall’autore con cen­ti­na­ia di tas­si­sti del Cai­ro, in 58 sce­net­te dia­lo­ga­te, di stam­po qua­si tea­tra­le, cuci­te da alcu­ne sue opi­nio­ni o spie­ga­zio­ni atte a gusta­re meglio il libro. L’autore sce­glie di far par­la­re i tas­si­sti nel­la loro lin­gua natu­ra­le, il dia­let­to ara­bo egi­zia­no, rele­gan­do l’arabo stan­dard a quel­le par­ti che con­te­stua­liz­za­no i diver­si rac­con­ti­ni; sic­co­me il testo è com­po­sto all’80% di dia­lo­ghi, ecco che si può dire che è scrit­to qua­si inte­ra­men­te in quel dia­let­to che è la lin­gua vera e viva in cui si espri­mo­no tut­ti quotidianamente.
Que­sto, natu­ral­men­te, pro­du­ce dei pro­ble­mi di resa in tra­du­zio­ne, bril­lan­te­men­te supe­ra­ti da Erne­sto Paga­no, che a vol­te pre­sta agli auti­sti di taxi accen­ti ed espres­sio­ni meri­dio­na­li ita­lia­ne, roma­ne o emi­lia­ne, quel tan­to che basta per non pro­dur­re un effet­to di stra­nia­men­to ed allon­ta­na­re il let­to­re dal­la real­tà cai­ro­ta. Ne vie­ne fuo­ri un ritrat­to indi­men­ti­ca­bi­le di que­sta cit­tà di cir­ca 18 milio­ni di abi­tan­ti, per­cor­sa inces­san­te­men­te da più di 80.000 tas­si­sti, a vol­te per 18 ore al gior­no, in un traf­fi­co cao­ti­co di mac­chi­ne auto­bus, metro­po­li­ta­ne, car­ret­ti e pedo­ni, in un ambien­te inqui­na­to e sof­fo­can­te, dal rumo­re assor­dan­te. Leg­ge­re que­sto libro è meglio di mol­ti trat­ta­ti socio­lo­gi­ci o antro­po­lo­gi­ci sul­la socie­tà egi­zia­na: ci con­se­gna imme­dia­ta­men­te una uma­ni­tà pazien­te sì, ma che non ne può più di cor­ru­zio­ne ammi­ni­stra­ti­va e del­la poli­zia, di una ele­fan­tia­ca buro­cra­zia, di man­can­za di demo­cra­zia e di liber­tà, in una paro­la, dell’onnipotente Muba­rak. Sem­bra che l’ultimo spa­zio di liber­tà espres­si­va sia rap­pre­sen­ta­to dal­la stra­da, dove il cit­ta­di­no comu­ne rie­sce a cata­liz­za­re il mal­con­ten­to sul gover­no, sul­le sue scel­te poli­ti­che ame­ri­ca­neg­gian­ti, sul­le scel­te eco­no­mi­che che stan­no met­ten­do in ginoc­chio il pae­se. Il pano­ra­ma dei tas­si­sti col­ti da Kha­mis­si è quan­to mai vario: ci sono sogna­to­ri e misti­ci, fana­ti­ci reli­gio­si e miso­gi­ni incal­li­ti, mala­ti di por­no­gra­fia, pro­fes­so­ri e stu­den­ti disoc­cu­pa­ti, truf­fa­to­ri, immi­gra­ti dal sud, atto­ri a spas­so e gen­te rovi­na­ta da spe­cu­la­zio­ni azzar­da­te per la por­ta­ta rea­le del­le loro tasche. Il tut­to ci dice che fare il tas­si­sta è diven­ta­to il mestie­re di chi non ha più occu­pa­zio­ne, un modo di sbar­ca­re il luna­rio. Le loro opi­nio­ni, ma anche le loro bar­zel­let­te, ci dan­no uno spac­ca­to del pen­sie­ro non del­le élites intel­let­tua­li ma degli stra­ti popo­la­ri e pove­ri dell’intera socie­tà egiziana.
Ci sono degli esem­pi diver­ten­ti e altri tri­sti e inquie­tan­ti: citia­mo l’episodio in cui si par­la del­la leg­ge che ha libe­ra­liz­za­to le licen­ze di taxi, pro­du­cen­do una quan­ti­tà abnor­me di auti­sti, ves­sa­ti da dispo­si­zio­ni assur­de, come quel­la sul­le cin­tu­re di sicu­rez­za. Si sco­pre che il gover­no egi­zia­no le ha intro­dot­te come beni di lus­so sui vei­co­li impor­ta­ti, facen­do paga­re alti dazi doga­na­li. Que­sto ha indot­to la mag­gio­ran­za ad eli­mi­nar­le per non paga­re costi sala­ti, ma poi sono sta­te rese obbli­ga­to­rie e i tas­si­sti sono sta­ti costret­ti a rein­stal­lar­le, a pro­prie spe­se: ovvia­men­te mol­ti lo han­no fat­to solo per fin­ta e quin­di non fun­zio­na­no, con i risul­ta­ti ovvi di inci­den­ti , il che ci dice qual­co­sa anche di casa nostra.
Alcu­ni tas­si­sti si espri­mo­no sul­lo sta­to bas­sis­si­mo del­la istru­zio­ne pub­bli­ca: i bam­bi­ni impa­ra­no a mala­pe­na a leg­ge­re, costrin­gen­do mol­ti geni­to­ri a spen­de­re per lezio­ni pri­va­te pur di far impa­ra­re qual­co­sa ai figli. Ecco allo­ra la tro­va­ta genia­le di un tas­si­sta: non man­da i figli a scuo­la così met­te da par­te i sol­di che avreb­be spe­so per l’istruzione, giu­di­ca­ta ormai inu­ti­le, da uti­liz­za­re alla mag­gio­re età dei figli per apri­re una atti­vi­tà di ven­di­ta o un nuo­vo taxi… L’importante è fare sol­di, a scuo­la tan­to si impa­ra solo l’inno nazio­na­le e le scioc­chez­ze che Muba­rak vuo­le si tra­smet­ta­no ai ragaz­zi, futu­ro del paese.
Ma c’è anche spa­zio per la guer­ra in Iraq, per i Fra­tel­li musul­ma­ni, per le con­di­zio­ni sani­ta­rie del Said sot­to­svi­lup­pa­to e anche per un tas­si­sta con­tem­pla­ti­vo: “da 30 anni divi­do la mia gior­na­ta in 3 par­ti: nel­la pri­ma lavo­ro, nel­la secon­da sto con mia moglie e i miei figli e nel­la ter­za vado a pesca­re sul Nilo. Vado a lava­re il mio spi­ri­to, il mio cor­po e i miei occhi. E sul­la super­fi­cie del Nilo leg­go le paro­la di Dio […] Se ognu­no di noi, in que­sto pae­se, si fer­mas­se a guar­da­re la super­fi­cie dell’acqua […] non ci sareb­be­ro né cor­ru­zio­ne né maz­zet­te […] ogni vol­ta che fini­sco il tur­no ho pau­ra per i miei figli, pau­ra del futu­ro […] quan­do però fini­sco di pesca­re, mi sen­to pie­no di spe­ran­za per il doma­ni e fidu­cia che ogni cosa andrà per il meglio”. La socie­tà egi­zia­na a bor­do di un taxi, tito­la una recen­sio­ne dedi­ca­ta a que­sto libro, quan­to mai appropriata.

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