Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Satsfic­tion (Ales­san­dro Ver­ga­ri, 12 giu­gno 2018)

Fuori da Gaza

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Fuo­ri da Gaza” di Sel­ma Dab­ba­gh (Il Siren­te, 2017, tra­du­zio­ne dall’inglese di Bar­ba­ra Beni­ni) è un roman­zo sul dolo­re dei pale­sti­ne­si. Cosa “rappresenti” Gaza, non è sem­pli­ce dir­lo. Il pun­to nevral­gi­co del­la cri­si medio­rien­ta­le? Dopo l’esplosione e l’internazionalizzazione del con­flit­to siria­no, non più. Un car­ce­re a cie­lo aper­to? Cer­to, non si con­ta­no le per­so­ne adul­te nate a Gaza e mai (sot­to­li­neo, mai) usci­te dai suoi con­fi­ni. Eppu­re, dopo gli even­ti bel­li­ci che han­no coin­vol­to Alep­po, Homs, Raq­qa, Mosul, Ghou­ta, l’attenzione dell’opinione pub­bli­ca mon­dia­le si è con­cen­tra­ta sul­le vicen­de di altre cit­tà asse­dia­te. Per­fi­no i vici­ni Pae­si ara­bi sem­bra­no ora­mai ras­se­gna­ti alla nor­ma­liz­za­zio­ne del “caso” Gaza. Nel­la Stri­scia, la mor­te incon­tra la tec­ni­ca, un con­nu­bio leta­le, nel segno di una per­fe­zio­ne assas­si­na. Un dro­ne, un eli­cot­te­ro, un aereo mili­ta­re, o la buo­na mira di un cec­chi­no: in quan­ti modi si muo­re nei Ter­ri­to­ri Occu­pa­ti? Anche qui, la nostra sen­si­bi­li­tà scon­ta il dila­ga­re di una cer­ta assue­fa­zio­ne.

Gaza, comun­que, con­ser­va trat­ti di uni­ci­tà. “Occu­pa­zio­ne” è un ter­mi­ne che con­tie­ne in sé il suo com­ple­men­to, per­ché chi occu­pa è, ça va sans dire, Israe­le. C’è chi oppri­me e chi è oppres­so. C’è chi ha sot­trat­to ter­ri­to­rio, sor­gen­ti, cam­pi, case e chi ha subì­to il per­pe­tuar­si di ine­nar­ra­bi­li ingiu­sti­zie e anco­ra le subi­sce. Il 30 mar­zo scor­so una mani­fe­sta­zio­ne di tren­ta­mi­la per­so­ne, orga­niz­za­ta per chie­de­re il ritor­no nel­le ter­re per­du­te nel 1948, è sta­ta repres­sa nel san­gue. Dicias­set­te mor­ti. La gior­na­li­sta Ami­ra Haas ha scrit­to che la Mar­cia vole­va scuo­te­re “il pila­stro fon­da­men­ta­le del­la poli­ti­ca israe­lia­na, cioè l’idea di stron­ca­re il pro­get­to nazio­na­le pale­sti­ne­se sepa­ran­do la Stri­scia di Gaza dal resto del­la socie­tà pale­sti­ne­se in Cisgior­da­nia e Israe­le”, e che “l’esercito israe­lia­no si per­met­te di vio­la­re il dirit­to inter­na­zio­na­le e ucci­de dei civi­li disar­ma­ti per­ché l’opinione pub­bli­ca israe­lia­na lo con­si­de­ra a prio­ri un atto di dife­sa”. Ami­ra Haas è però una voce iso­la­ta nel dibat­ti­to nazio­na­le, al pari di un altro gior­na­li­sta di sini­stra, Gideon Levy. Il gover­no Neta­nya­hu dipen­de dall’appoggio degli estre­mi­sti ultraor­to­dos­si e l’accentuazione del­la vio­len­za è l’esito di que­sto abbrac­cio poli­ti­co fata­le.

Sel­ma Dab­ba­gh ha scrit­to Fuo­ri da Gaza, ope­ra pre­mia­ta con il “Guar­dian book of the year”, for­te di una com­ples­sa stra­ti­fi­ca­zio­ne di espe­rien­ze. Sel­ma Dab­ba­gh è un avvo­ca­to dei dirit­ti uma­ni. Per lavo­ro ha gira­to il mon­do e ha vis­su­to in Fran­cia, nei Pae­si del Gol­fo, a Lon­dra. Nata in Sco­zia nel 1970, anno­ve­ra, nel ramo pater­no del­la fami­glia, ori­gi­na­ria di Jaf­fa, un non­no incar­ce­ra­to dagli ingle­si ai tem­pi del Man­da­to Bri­tan­ni­co per moti­vi poli­ti­ci e un padre feri­to, a die­ci anni di età, da una gra­na­ta lan­cia­ta dai sio­ni­sti. Sel­ma Dab­ba­gh ha deci­so di affron­ta­re la tra­ge­dia in un roman­zo di pura fic­tion, costrui­to su let­tu­re, stu­di, cono­scen­za diret­ta e indi­ret­ta di fat­ti, situa­zio­ni, avve­ni­men­ti sto­ri­ci. In Fuo­ri da Gaza l’autrice intro­du­ce sen­za remo­re il tema del­la divi­sio­ne dei pale­sti­ne­si, inchio­dan­do alle pro­prie respon­sa­bi­li­tà “le vit­ti­me del­le vit­ti­me” (una defi­ni­zio­ne di Edward W. Said). La scrit­tri­ce evi­ta la trap­po­la del faci­le mani­chei­smo e del­la bie­ca pro­pa­gan­da. Sia chia­ro: nel roman­zo il nemi­co, ben­chè spes­so sen­za vol­to, mano visi­bi­le gui­da­ta da una men­te invi­si­bi­le, non sfug­ge all’identificazione. Eppu­re, fin dall’inizio, il fron­te inter­no appa­re per­cor­so da divi­sio­ni e appan­na­to dal­la mac­chia di un nascen­te estre­mi­smo, per nul­la fun­zio­na­le al per­se­gui­men­to dell’obiettivo comu­ne. Sel­ma Dab­ba­gh denun­cia anche la dif­fu­sa cor­ru­zio­ne tra gli alti ran­ghi dell’Organizzazione e tra i ver­ti­ci del­le Isti­tu­zio­ni.

Al cen­tro del roman­zo vi è una fami­glia radi­ca­ta nel­la mili­tan­za. Jihà­ne, la madre, in appa­ren­za lon­ta­na dal­la linea cal­da del con­flit­to, nascon­de un segre­to, un gesto “rivo­lu­zio­na­rio” com­piu­to in gio­ven­tù, igno­to ai suoi stes­si figli; Sabri, il pri­mo­ge­ni­to, è un intel­let­tua­le costret­to su una sedia a rotel­le da un atten­ta­to che, oltre alle gam­be, gli ha strap­pa­to via anche una moglie ed un figlio; Rashid e Iman sono i due fra­tel­li gemel­li più gio­va­ni, lui, inte­res­sa­to a Glo­ria, la sua pian­ta di mari­jua­na, e a Lisa, la sua fidan­za­ta ingle­se, tan­to quan­to alla lot­ta con­tro l’invasore, lei, impe­gna­ta nel Comi­ta­to Fem­mi­ni­le, rischia di soc­com­be­re al fasci­no del­le mili­zie isla­mi­ste. Jibrìl, il padre, ex diri­gen­te del Gover­no in Esi­lio, si è da tem­po tra­sfe­ri­to in una nazio­ne del Gol­fo Per­si­co e con­du­ce un’esistenza all’insegna del­la post­mo­der­ni­tà, sim­bo­leg­gia­ta dal­le irrea­li sago­me dei grat­ta­cie­li innal­za­ti nel deser­to e dal­la figu­ra di una nuo­va com­pa­gna inna­mo­ra­ta dei cen­tri com­mer­cia­li.

Rashid e Iman, per moti­vi diver­si, sono spin­ti fuo­ri da Gaza. Iman, scam­pa­ta per un sof­fio all’attacco che costa la vita al suo “con­tat­to”, il losco reli­gio­so Seif El Din, è allon­ta­na­ta dal­la sua cit­tà die­tro il vin­co­lan­te con­si­glio di Ziyyàd Ayyù­bi, com­bat­ten­te del­la Guar­dia Patriot­ti­ca e figlio di due intel­let­tua­li bar­ba­ra­men­te tru­ci­da­ti. Iman rag­giun­ge il padre. Un viag­gio infrut­tu­so, carat­te­riz­za­to dal­le incom­pren­sio­ni con Jibrìl e dal­le fri­zio­ni con Suzi, ambi­gua leva­tri­ce del desi­de­rio che le sug­ge­ri­sce, con mali­zia, di diven­ta­re final­men­te “don­na”. Un “tra­guar­do” che Iman taglia poi a Lon­dra, una tap­pa del­la sua matu­ra­zio­ne vis­su­ta qua­si come un dove­re mili­ta­re.

Il bel Rashid è un ragaz­zo vul­ne­ra­bi­le, dal­la per­so­na­li­tà non anco­ra deli­nea­ta. Una bor­sa di stu­dio lo cata­pul­ta nel­la capi­ta­le ingle­se, da Lisa, atti­vi­sta dei dirit­ti uma­ni. Sel­ma Dab­ba­gh si avva­le di una nar­ra­zio­ne lim­pi­da e sfo­de­ra una cru­da iro­nia nell’imbastire un cir­co di pre­sen­ze fra­gi­li, arte­fat­te, effi­me­re. Timi­de stu­den­tes­se ful­mi­na­te sul­la via del­la rivo­lu­zio­ne, fun­zio­na­ri gover­na­ti­vi ripie­ga­ti nel boz­zo­lo del­le pro­prie como­de veri­tà… Gli ingle­si “impe­gna­ti” a favo­re del­la Pale­sti­na han­no in men­te il model­lo etno-antro­po­lo­gi­co, pre­con­fe­zio­na­to, del guer­ri­glie­ro eroi­co, un’immagine stan­dar­diz­za­ta di come dovreb­be esse­re il pale­sti­ne­se-tipo, infles­si­bi­le e imbe­vu­to di dot­tri­na. Quan­do Rashid fini­sce in car­ce­re per erro­re duran­te una mani­fe­sta­zio­ne, per­ché scam­bia­to per Ziyyàd Ayyù­bi, è pre­sto sca­gio­na­to dall’accusa più gra­ve, ter­ro­ri­smo, ma è comun­que inca­stra­to da una mode­sta quan­ti­tà di dro­ga tro­va­ta nel­le sue tasche. Che delu­sio­ne, per Lisa, con­sta­ta­re di non ave­re a che fare con un poten­zia­le pri­gio­nie­ro poli­ti­co, ben­sì con un bana­le con­su­ma­to­re di hashish!

Iman, reden­ta dai pro­po­si­ti di immo­la­zio­ne ter­ro­ri­sti­ca, si inna­mo­ra del suo sal­va­to­re Ziyyàd Ayyù­bi. Cer­to, è il sen­ti­men­to a tra­sfor­mar­la, ma la sua vita imboc­ca la stra­da dell’adorazione del com­bat­ten­te per la Cau­sa, un desti­no non disal­li­nea­to dal­la sto­ria fami­lia­re. È Rashid l’antieroe del roman­zo, inca­pa­ce di con­for­mar­si agli sche­mi pre­de­ter­mi­na­ti da altri (ami­ci, com­pa­gni di lot­ta, paren­ti), o da altro (cul­tu­ra, tra­di­zio­ne). Per­fi­no il fra­tel­lo Sabri lo mani­po­la, con gra­ve assen­za di tat­to, per otte­ne­re infor­ma­zio­ni uti­li alla scrit­tu­ra del suo sag­gio-testi­mo­nian­za sull’Intifada, met­ten­do­lo così al cor­ren­te dei tra­scor­si gio­va­ni­li del­la madre. Un “dan­no col­la­te­ra­le” che feri­sce la psi­che di Rashid. Sel­ma Deb­ba­gh insi­ste sul mora­li­smo del­la fami­glia, un atteg­gia­men­to con­ver­gen­te col rigo­ri­smo radi­cal-chic dei lon­di­ne­si. Un fuma­to­re di can­ne è con­si­de­ra­to un imbel­le, un tra­di­to­re del­la rivol­ta, un indi­vi­duo caren­te di inte­gri­tà mora­le. Come tale è trat­ta­to Rashid, ritor­na­to a Gaza dopo la paren­te­si ingle­se. Un’etichetta che il gio­va­ne si toglie di dos­so nel gesto che chiu­de il roman­zo e sug­gel­la una para­dos­sa­le, tra­gi­ca affer­ma­zio­ne di liber­tà e di dedi­zio­ne alla pro­pria ter­ra. Gaza è un luo­go asfis­sia­to da muri e reti­co­la­ti, una real­tà paral­le­la dove la rego­la è la sot­tra­zio­ne dei dirit­ti, una zona del pia­ne­ta gover­na­ta dal­lo sta­to di ecce­zio­ne, un’enclave assur­da, ai con­fi­ni del­la real­tà: que­sta, sem­bra dir­ci la scrit­tri­ce, è la vera dro­ga, la sostan­za psi­co­tro­pa chia­ma­ta Occu­pa­zio­ne, som­mi­ni­stra­ta a due milio­ni di pale­sti­ne­si.

Così dor­me il mon­do. Così si sve­glia il mon­do. Così mi dimen­ti­ca. Si ricor­da di me solo in due casi: quan­do spe­ri­men­to la mor­te, quan­do spe­ri­men­to la vita”, scri­ve­va il poe­ta Mah­mud Dar­wish. “Pote­va sal­ta­re fino alla fine, sul­la ter­ra fran­tu­ma­ta, sui pila­stri crol­la­ti, sui tiran­ti del­le ten­de di quel­la ter­ra deso­la­ta che era la loro, pote­va sen­ti­re il cuo­re sospin­ger­lo con pas­sio­ne ver­so il cam­bia­men­to”, scri­ve Sel­ma Dab­ba­gh nel­le ulti­me righe del suo roman­zo. Vi è sem­pre una linea d’ombra oltre la qua­le si può esse­re libe­ri. Ma qual è il prez­zo per esse­re uma­ni?

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Fuori da Gaza di Selma Dabbagh

Innan­zi­tut­to un’istantanea: un ragaz­zo, sedu­to sul tet­to del­la pro­pria abi­ta­zio­ne a fuma­re pla­ci­da­men­te uno spi­nel­lo, che guar­da un inso­li­to cie­lo not­tur­no. Non sta cer­can­do le rispo­ste tra gli astri, né si sta goden­do uno spet­ta­co­lo piro­tec­ni­co. Osser­va Gaza, la sua ter­ra, col­pi­ta dai bom­bar­da­men­ti. Sia­mo in Pale­sti­na all’inizio del seco­lo, e sia­mo tra le pagi­ne di “Fuo­ri da Gaza”, il roman­zo d’esordio del­la scrit­tri­ce Sel­ma Dab­ba­gh, tra­dot­to da Bar­ba­ra Beni­ni, edi­to in Ita­lia da il Siren­te.

Dopo que­sta car­to­li­na dall’inferno, si aggiun­ga al con­to degli ele­men­ti fon­da­men­ta­li del roman­zo: il con­flit­to. E’ que­sto il vero tema por­tan­te del­la sto­ria. Il con­flit­to che ogni gior­no sfo­cia nel san­gue, quel­lo che, a ogni lati­tu­di­ne, è sem­pre dan­na­ta­men­te attua­le. Lo stes­so che, in manie­ra meno cruen­ta, può con­su­mar­si tra le mura dome­sti­che. Pro­ta­go­ni­sti, in que­sto caso, i gemel­li Rashid e Iman Muja­hed, così ugua­li di fron­te allo spec­chio eppu­re tan­to diver­si, al pun­to che le loro diver­gen­ze diven­ta­no l’espediente nar­ra­ti­vo per­fet­to per rac­con­ta­re i con­ti­nui con­tra­sti, tan­to poli­ti­ci quan­to bel­li­ci, di una socie­tà ormai avvia­ta al decli­no. Un impe­ro alla fine di una san­gui­no­sa deca­den­za.

Il ter­zo ele­men­to por­tan­te è: la fuga. Quel desi­de­rio di scap­pa­re da un ter­ri­to­rio ormai sgre­to­la­to  sot­to gli occhi di chi non accen­na a rea­gi­re; una fuga per anda­re alla ricer­ca di nuo­vi sti­mo­li, o di una vita fat­ta di nor­ma­li­tà, con­ce­den­do­si maga­ri uno di que­gli “occi­den­ta­li­smi” che appa­io­no sem­pre come una chi­me­ra. Il desi­de­rio, o il sen­so di ribel­lio­ne, di sfug­gi­re ad abi­tu­di­ni e tra­di­zio­ni che, ormai, i pro­ta­go­ni­sti avver­to­no come un peso inso­ste­ni­bi­le che li por­te­rà lon­ta­no dal loco natio.

Il quar­to soli­do pila­stro sul qua­le si fon­da que­sta sto­ria è: la veri­di­ci­tà. Quel­la che Sel­ma Dab­ba­gh uti­liz­za per descri­ve­re per­so­nag­gi, sce­na­ri, situa­zio­ni che fan­no par­te soli­ta­men­te del­la cro­na­ca inter­na­zio­na­le e che ven­go­no qui ripro­po­ste all’interno di un roman­zo capa­ce, come pochi, di scuo­te­re la coscien­za del let­to­re, non pri­ma di aver­lo con­qui­sta­to con uno sti­le al pas­so dei tem­pi e con una sto­ria che sa di vero, sen­za dover ricor­re­re a luo­ghi comu­ni o a imma­gi­ni già viste in tele­vi­sio­ne

Paqui­to Catan­za­ro per Leg­ge­re Tut­ti, Mar­zo 2018

 

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Lan­ke­nau­ta (Luca Meni­chet­ti, 4 feb­bra­io 2018)

Fuori da Gaza

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Dimen­ti­chia­mo­ci di leg­ge­re il roman­zo di Sel­ma Dab­ba­gh con l’occhio del­lo sto­ri­co o dell’appassionato di geo­po­li­ti­ca, in cer­ca di lumi su Hamas, sul­le cau­se del­le ope­ra­zio­ni Piom­bo fuso, Colon­na di nuvo­le, Mar­gi­ne di pro­te­zio­ne. È vero che l’autrice per anni è sta­ta un avvo­ca­to nota per il suo impe­gno pro­fes­sio­na­le in favo­re del­la cau­sa pale­sti­ne­se, ma “Fuo­ri da Gaza” è innan­zi­tut­to let­te­ra­tu­ra e le vicen­de, mai ste­reo­ti­pa­te, del­la fami­glia Muja­hed rap­pre­sen­ta­no la quo­ti­dia­ni­tà del­la vita, non­ché la coscien­za e le con­trad­dit­to­rie­tà di per­so­ne impri­gio­na­te, non sol­tan­to fisi­ca­men­te, den­tro un “ter­ri­to­rio a sta­tus con­te­so”. Uno spi­ra­glio di fuga in real­tà si pro­spet­ta fin dal­la pri­ma pagi­na del roman­zo: Rashid, peren­ne­men­te stra­ni­to dal­le can­ne, pro­prio men­tre Gaza è sot­to bom­bar­da­men­to israe­lia­no, rice­ve la noti­zia di aver vin­to una bor­sa di stu­dio e così di poter espa­tria­re a Lon­dra. Occa­sio­ne per ricon­giun­ger­si con la fidan­za­ta ingle­se ma soprat­tut­to per andar­se­ne “male­det­ta­men­te fuo­ri da lì”: “in mano a Rashid, quel­le e-mail era­no come cer­ti­fi­ca­ti di scar­ce­ra­zio­ne” (pp.19). Nel­le stes­se ore la sorel­la gemel­la Imam, atti­vi­sta inge­nua e impe­gna­ta fino al maso­chi­smo, subi­to dopo la mor­te cruen­ta di una gio­va­nis­si­ma allie­va, vie­ne con­tat­ta­ta da alcu­ni ambi­gui per­so­nag­gi lega­ti all’estremismo isla­mi­co: la pro­po­sta pri­ma sus­sur­ra­ta, ma poi sem­pre più evi­den­te, è quel­la di ven­di­ca­re le vit­ti­me dei bom­bar­da­men­ti facen­do­si esplo­de­re in un atten­ta­to sui­ci­da. Inten­to poi sven­ta­to sul nasce­re da Ziyyàd, un noto com­bat­ten­te del­la “Guar­dia patriot­ti­ca”: “Non hai visto che il nemi­co, e non ti dimen­ti­ca­re di chi è il nostro nemi­co, giu­sti­fi­ca l’attacco del­la scor­sa not­te con l’attentato di quel­la Haj­jar? Vuoi esse­re come lei? Lo spu­to che per­met­te loro di sca­te­nar­ci loro quest’inferno?” (pp.105). Ziyyàd avrà mol­to a che fare con una Iman tor­na­ta in par­te alla ragio­ne ma pur sem­pre ben deci­sa a non abban­do­na­re il suo impe­gno con­tro il nemi­co israe­lia­no. Un nemi­co che in real­tà vedia­mo solo di lon­ta­no e – il roman­zo lo fa capi­re chia­ra­men­te – che vie­ne forag­gia­to gra­zie a col­la­bo­ra­zio­ni­sti e ad una socie­tà pale­sti­ne­se pro­fon­da­men­te divi­sa: in “Fuo­ri da Gaza” lai­ci­tà, atei­smo, estre­mi­smo isla­mi­co, con­su­mi­smo di tipo occi­den­ta­le, rispet­to per le tra­di­zio­ni, la scel­ta di lot­ta poli­ti­ca o di lot­ta ter­ro­ri­sti­ca, con­vi­vo­no a stret­to con­tat­to e crea­no pro­ble­mi che van­no ad inci­de­re pri­ma di tut­to all’interno del­la fami­glia Muja­hed. Da que­sto pun­to di vista l’umiliante espa­trio di Iman ver­so un pae­se del Gol­fo, nuo­va resi­den­za del padre Jibrìl, già diri­gen­te dell’Olp ed ora pro­fon­da­men­te osti­le agli isla­mi­ci, rap­pre­sen­ta sol­tan­to una bre­ve paren­te­si, dove lo sti­le di vita con­su­mi­sti­co non rie­sce affat­to a limi­ta­re il disa­gio del­lo sra­di­ca­men­to e dell’incomprensione. Mol­to simi­le la situa­zio­ne in cui si vie­ne a tro­va­re il fra­tel­lo Rashid in quel di Lon­dra, pre­sto rag­giun­to dal­la sorel­la e dall’amico Kha­lìl. L’ambiente lon­di­ne­se è popo­la­to da radi­cal-chic – com­pre­sa Lisa, fidan­za­ta inna­mo­ra­ta del­la vit­ti­ma pale­sti­ne­se e mol­to poco dell’uomo Rashid –  che mostra­no un mas­si­ma­li­smo poco com­pa­ti­bi­le col disin­can­to del gio­va­ne, non­ché da per­so­nag­gi cor­dia­li, appa­ren­te­men­te soli­da­li ma che han­no capi­to dav­ve­ro poco del­la cul­tu­ra pale­sti­ne­se: “Dim­mi, allo­ra… – gli chie­se, le dita incro­cia­te sul tavo­lo, i pol­li­ci che si pic­chiet­ta­va­no l’un l’altro con appro­va­zio­ne, – in Pale­sti­na pra­ti­ca­te la muti­la­zio­ne dei geni­ta­li fem­mi­ni­li?” (pp.164).

Il disa­gio dei fra­tel­li è diven­ta­to anco­ra più acu­to sia per la pre­sen­za a Gaza del fra­tel­lo mag­gio­re Sabri, muti­la­to dal­lo scop­pio di un’autobomba che ha ster­mi­na­to la sua fami­glia, sia per la sco­per­ta dell’antica mili­tan­za poli­ti­ca, e non solo, del­la madre, cau­sa pri­ma del divor­zio dei loro geni­to­ri. Il ritor­no anti­ci­pa­to a Gaza di Rashid, dopo un poco ono­re­vo­le arre­sto per pos­ses­so di sostan­ze stu­pe­fa­cen­ti, una vol­ta fal­li­to il ten­ta­ti­vo di costruir­si altro­ve una vita nor­ma­le o alme­no non del tut­to fru­stran­te, ampli­fi­ca ancor di più i con­flit­ti e le incom­pren­sio­ni pre­sen­ti tra i Muja­hed. Fino all’epilogo dram­ma­ti­co e leta­le, ma che in qual­che modo risol­ve, come a taglia­re un nodo gor­dia­no, le fru­stra­zio­ni di Rashid e il suo non tro­va­re pace: “non si ren­de­va con­to che il fat­to di non poter sta­re né den­tro né fuo­ri, lo sta­va stran­go­lan­do, man­dan­do­lo fuo­ri testa?” (pp.304).

La Pale­sti­na e i pale­sti­ne­si di Sel­ma Dab­ba­gh sono quin­di tutt’altro che con­ven­zio­na­li, ben rap­pre­sen­ta­ti dal lato psi­co­lo­gi­co e con tut­te le loro con­trad­di­zio­ni, anche gra­zie ad una scrit­tu­ra che pro­ce­de, di pagi­na in pagi­na, con un sus­se­guir­si di tan­ti bre­vi flus­si di coscien­za: feli­ce espe­dien­te per rac­con­ta­re le rela­zio­ni di pote­re che gover­na­no il caos di una guer­ra non dichia­ra­ta, e nel con­tem­po la real­tà tutt’altro che scon­ta­ta di un’ordinaria e fra­gi­le fami­glia resi­den­te a Gaza; luo­go dove non è chia­ro chi gover­na chi e dove quin­di, più che mai, la con­trap­po­si­zio­ne tra fon­da­men­ta­li­smi reli­gio­si, poli­ti­ci e il prag­ma­ti­smo di patrio­ti disin­can­ta­ti ori­gi­na pro­fon­do males­se­re. Tan­to più nel con­te­sto di un con­flit­to dove la vio­len­za vie­ne esal­ta­ta in ragio­ne di un nazio­na­li­smo bel­li­ci­sta sem­pre più inca­ro­gni­to e, dall’altra par­te – di tut­ta evi­den­za l’empatia dell’autrice con la cau­sa dei pale­sti­ne­si e pari­men­ti la sua scar­sa sim­pa­tia per l’establishment dell’ANP e di Ḥamās – da un gover­no di uno Sta­to non rico­no­sciu­to, che for­se nem­me­no gover­na, alle pre­se con una pro­fon­da cor­ru­zio­ne e con un sem­pre più peri­co­lo­so fana­ti­smo isla­mi­sta. Il gran­de suc­ces­so che la cri­ti­ca bri­tan­ni­ca ha riser­va­to al roman­zo di Sel­ma Dab­ba­gh non ci stu­pi­sce: il rischio che “Fuo­ri da Gaza” diven­tas­se una sor­ta di roman­zo mili­tan­te è sta­to scon­giu­ra­to gra­zie alla rap­pre­sen­ta­zio­ne di una com­ples­si­tà fat­ta di vio­len­za ma anche di pro­fon­de con­trad­di­zio­ni e debo­lez­ze. Un esem­pio di come la let­te­ra­tu­ra sap­pia attra­ver­sa­re ed ave­re la meglio sugli ste­reo­ti­pi.

EDIZIONE ESAMINATA E BREVI NOTE

Sel­ma Dab­ba­gh, (Dun­dee, Sco­zia, 1970) è una scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di ori­gi­ni pale­sti­ne­si, figlia di madre ingle­se e padre ori­gi­na­rio del­la zona di Aja­mi, nei pres­si di Jaf­fa. Il non­no di Sel­ma, arre­sta­to nume­ro­se vol­te dai Bri­tan­ni­ci per il suo impe­gno poli­ti­co e rin­chiu­so in pri­gio­ne per lun­go tem­po, lasciò la Pale­sti­na nel 1948. Sel­ma Dab­ba­gh è diven­ta­ta scrit­tri­ce solo dopo i trent’anni. Con­se­gui­ta la Lau­rea in giu­ri­spru­den­za e il Master al SOAS, ha lavo­ra­to per lun­go tem­po come lega­le nel cam­po dei dirit­ti uma­ni a Lon­dra, il Cai­ro e in Cisgior­da­nia.

Sel­ma Dab­ba­gh, “Fuo­ri da Gaza”, Il Siren­te (col­la­na “Altria­ra­bi migran­te”), Fagna­no Alto 2017, pp. 372. Tra­du­zio­ne dall’inglese di Bar­ba­ra Beni­ni. A cura di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li. Illu­stra­zio­ni di Pao­la Equi­zi.

Luca Meni­chet­ti. Lan­ke­nau­ta, feb­bra­io 2018

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Avve­ni­re (Ric­car­do Miche­luc­ci, 20 dicem­bre 2017)

Selma Dabbagh: «Dentro Gaza: il calvario di due fratelli»

Tra occupazione e fondamentalismo: il romanzo di Selma Dabbagh ambientato nella Striscia. Destini diversi, strade senza ritorno

Sel­ma Dab­ba­gh
Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

In uno dei suoi ver­si più famo­si, il poe­ta Mah­moud Dar­wish scris­se che il tem­po, a Gaza, «non por­ta i bam­bi­ni dall’infanzia imme­dia­ta­men­te alla vec­chia­ia, ma li ren­de uomi­ni al pri­mo incon­tro con il nemi­co», e che «l’unico valo­re di chi vive sot­to occu­pa­zio­ne è il gra­do di resi­sten­za all’occupante». Sem­bra pren­de­re avvio pro­prio da que­ste paro­le il roman­zo d’esordio del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se Sel­ma Dab­ba­gh, Fuo­ri da Gaza, appe­na pub­bli­ca­to in ita­lia­no dall’editore Il Siren­te, con la tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni. Un’opera pri­ma che si avven­tu­ra in uno dei ter­re­ni anco­ra ine­splo­ra­ti dal­la let­te­ra­tu­ra con­tem­po­ra­nea, andan­do a inda­ga­re l’animo più pro­fon­do del­la gio­ven­tù pale­sti­ne­se al tem­po del­la Secon­da Inti­fa­da.

La nar­ra­zio­ne ruo­ta attor­no alla sto­ria dei Muja­hed, una fami­glia medio bor­ghe­se, col­ta e bene­stan­te, la cui casa si ritro­va all’improvviso in mez­zo alle mace­rie del quar­tie­re distrut­to dal­le incur­sio­ni israe­lia­ne. «Ave­va­no demo­li­to ogni strut­tu­ra del vici­na­to, strap­pan­do­la dal­le radi­ci, sca­van­do­ne le fon­da­men­ta. I sol­da­ti, sui loro bull­do­zer gial­li, si era­no diver­ti­ti a inse­gui­re i nuo­vi sen­za­tet­to in quel­la con­fu­sio­ne. Gli albe­ri ave­va­no con­ti­nua­to a bru­cia­re per gior­ni». Iman e Rashid sono due fra­tel­li gemel­li di 17 anni che han­no vis­su­to gran par­te del­la loro vita all’estero e ades­so si ritro­va­no psi­co­lo­gi­ca­men­te intrap­po­la­ti nel­la Stri­scia. Rashid osser­va Gaza attra­ver­so le imma­gi­ni del satel­li­te, e sogna di andar­se­ne. Dall’alto gli appa­re come «un coral­lo essic­ca­to, incre­spa­to, com­par­ti­men­ta­to e sab­bio­so», con «cen­ti- naia di miglia­ia di abi­ta­zio­ni ridot­te a graf­fi su un osso». Dall’altra par­te, quel­la ormai vie­ta­ta ai pale­sti­ne­si, c’è inve­ce «un’elaborata coper­ta dal desi­gn moder­ni­sta. […] Quel­la par­te scin­til­la­va. Pan­nel­li sola­ri e pisci­ne luc­ci­ca­va­no al sole».

Il cam­po pro­fu­ghi di Jaba­liya nel­la stri­scia di Gaza (Ansa)

È lo stes­so con­tra­sto evi­den­zia­to dal­la gior­na­li­sta israe­lia­na Ami­ra Haas quan­do defi­nì Gaza «la con­trad­di­zio­ne del­lo Sta­to d’Israele, demo­cra­zia per alcu­ni, espro­prio per altri». E Dab­ba­gh sce­glie di inda­ga­re pro­prio il signi­fi­ca­to inti­mo di quel ner­vo sco­per­to nel­la vita di tut­ti i gior­ni. Ambien­ta­to tra Gaza e Lon­dra, il suo roman­zo segue le vite di Rashid e Iman nel loro ten­ta­ti­vo di costruir­si un futu­ro in mez­zo all’occupazione, al fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e alle varie fazio­ni poli­ti­che. Il padre dei due gio­va­ni è un ex espo­nen­te dell’Olp, vive in esi­lio e non com­pren­de le ragio­ni degli isla­mi­ci, «non ave­va mai avu­to tem­po per la reli­gio­ne e non vede­va alcu­na ragio­ne per cam­bia­re: a tut­ti loro, Dio ave­va a mala pena rivol­to un sor­ri­so ».

La madre ha un pas­sa­to segre­to nei movi­men­ti di lot­ta per la libe­ra­zio­ne del­la Pale­sti­na e vive inve­ce a Gaza, accu­den­do il pri­mo­ge­ni­to, Sabri, costret­to su una sedia a rotel­le dopo aver per­so le gam­be in un atten­ta­to. I due gemel­li pro­ven­go­no da un back­ground pri­vi­le­gia­to, sono pro­fon­da­men­te lega­ti eppu­re diver­si, e le loro stra­de sem­bra­no divi­der­si fin dall’inizio del libro. Pro­prio men­tre Iman vie­ne chia­ma­ta dall’ala isla­mi­ca del cen­tro cul­tu­ra­le di cui è atti­vi­sta – e che le pro­po­ne di far­si esplo­de­re in un atten­ta­to sui­ci­da – Rashid vie­ne a sape­re di aver vin­to una bor­sa di stu­dio a Lon­dra e tro­va, alme­no appa­ren­te­men­te, la sua via di fuga.

«Non vole­vo rac­con­ta­re sol­tan­to il dilem­ma di una gene­ra­zio­ne di pale­sti­ne­si, tra chi vuo­le resta­re per lot­ta­re e chi inve­ce ha la pos­si­bi­li­tà di fug­gi­re per inse­gui­re i pro­pri sogni – ci spie­ga Dab­ba­gh – ma descri­ve­re il pun­to di rot­tu­ra, il momen­to non ritor­no di cia­scun indi­vi­duo, in ter­mi­ni di scel­ta mora­le. Quel­la sen­sa­zio­ne di sen­tir­si taglia­ti fuo­ri dal­la sto­ria, qual­co­sa che per­si­no mol­ti pale­sti­ne­si che vivo­no sot­to occu­pa­zio­ne dan­no per scon­ta­ta». Oltre al desi­de­rio dei due fra­tel­li di usci­re dal­la sof­fo­can­te con­di­zio­ne di vita del­la Stri­scia di Gaza, c’è infat­ti anche il ten­ta­ti­vo di eva­de­re dal loro pas­sa­to, il sen­so di stra­nia­men­to che pro­va­no all’interno del nuo­vo con­te­sto in cui cer­ca­no di ambien­tar­si. Anche la fami­glia del­la scrit­tri­ce ha un pas­sa­to segna­to dall’esilio e dal­la poli­ti­ca. Suo non­no fu impri­gio­na­to dai bri­tan­ni­ci per le sue idee e deci­se di abban­do­na­re Jaf­fa quan­do suo padre, bam­bi­no, rischiò di rima­ne­re ucci­so da una gra­na­ta lan­cia­ta dai para­mi­li­ta­ri sio­ni­sti. Tro­va­ro­no rifu­gio in Siria per poi tra­sfe­rir­si in altre par­ti del mon­do. Sel­ma Dab­ba­gh è nata in Sco­zia nel 1970 e ha vis­su­to in Ara­bia Sau­di­ta, Kuwait, Fran­cia e Bah­rein, lavo­ran­do come avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni a Geru­sa­lem­me, Il Cai­ro e Lon­dra.

Cio­no­no­stan­te, assi­cu­ra che la sua sto­ria per­so­na­le non ha influi­to nel­la vicen­da rac­con­ta­ta nel libro: «Non c’è nien­te di auto­bio­gra­fi­co nel roman­zo e io non ho mai vis­su­to a Gaza. Cer­to, sono sta­ta impe­gna­ta poli­ti­ca­men­te e la mia fami­glia è sem­pre rima­sta lega­ta al dram­ma pale­sti­ne­se, ma for­se ha inci­so di più il con­fron­to con le per­so­ne che ho incon­tra­to duran­te la mia atti­vi­tà di avvo­ca­to».

La sto­ria di Rashid e Iman è l’espediente nar­ra­ti­vo attra­ver­so il qua­le Dab­ba­gh rie­sce a rico­strui­re le mol­te­pli­ci sfac­cet­ta­tu­re di una socie­tà com­ples­sa, a inda­ga­re i con­flit­ti inte­rio­ri e il modo in cui la guer­ra, la vio­len­za e il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so influi­sco­no sull’intimità del­le per­so­ne. A rac­con­ta­re non solo l’assedio dei ter­ri­to­ri ma anche quel­lo del­le coscien­ze, con una scrit­tu­ra che – pro­prio come sareb­be pia­ciu­to a Dar­wish – fa par­la­re Gaza «attra­ver­so il san­gue, il sudo­re, le fiam­me». Il pub­bli­co, anche in Pale­sti­na, pare aver accol­to il roman­zo posi­ti­va­men­te: «La gen­te si è rico­no­sciu­ta nel libro – con­clu­de Dab­ba­gh –, tro­var­si in un’opera di fin­zio­ne let­te­ra­ria è sta­to per loro un modo per sen­tir­si vivi, per esse­re ascol­ta­ti. Era la cosa cui tene­vo di più e infat­ti ho cer­ca­to in tut­ti i modi di rap­pre­sen­ta­re quel­la real­tà ter­ri­bi­le nel modo più fede­le pos­si­bi­le». E per due anni con­se­cu­ti­vi il “Guar­dian” lo ha defi­ni­to libro dell’anno.

Selma Dabbagh dal 24 al 27 Novembre in Italia per presentare il suo libro “Fuori da Gaza”

Definito dalla BBC Radio ‘Incendiario’, Guardian Book of the year per due anni consecutivi, Fuori da Gaza, ti trascina fino all’ultima pagina, dandoti la possibilità di vivere una storia di “ordinaria” vita palestinese. 

I due gemel­li Rashid e Iman ten­ta­no di costruir­si un futu­ro nel bel mez­zo dell’occupazione, il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e le divi­sio­ni tra le varie fazio­ni pale­sti­ne­si. Ambien­ta­to tra Gaza, Lon­dra e il Golfo. Un libro che cat­tu­ra le fru­stra­zio­ni e le ener­gie del mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo. Scrit­to con un’incredibile uma­ni­tà e sen­so del­lo humor.

Sel­ma Dab­ba­gh sarà in Ita­lia per pre­sen­ta­re il suo libro

24 Novem­bre a Caglia­ri Festi­val Inter­na­zio­na­le Nues, alle ore 10,00 alla MEM Media­te­ca del Medi­ter­ra­neo (via Mame­li, 164), par­te­ci­pe­rà all’incontro Fem­mi­ni­le mul­ti­cul­tu­ra­le con Sumia Suk­kar (autri­ce del libro “Il ragaz­zo di Alep­po che ha dipin­to la guer­ra”) e la sce­neg­gia­tri­ce Fran­ce­sca Ceci, mode­ra l’incontro la gior­na­li­sta Fede­ri­ca Gine­su. Sem­pre il 24 Novem­bre a Caglia­ri alle ore 18,00 pres­so il tea­tro Ts’E (via Quin­ti­no Sel­la) par­te­ci­pe­rà all’incontro Europa_Oltre con Sumia Suk­kar e Rodaan al Gali­di (L’autistico e il pic­cio­ne viag­gia­to­re), tre auto­ri del­la col­la­na Altria­ra­bi Migran­te. Nel cor­so dell’evento Gia­co­mo Casti leg­ge­rà alcu­ni bra­ni dei libri pre­sen­ta­ti. Mode­ra Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li (il Siren­te).

Saba­to 25 Novem­bre Sel­ma Dab­ba­gh pre­sen­te­rà il suo libro a Roma pres­so la Libre­ria Griot (via di San­ta Ceci­lia, 1a) con Chia­ra Comi­to (Edi­to­ria­ra­ba) tra­du­ce Fouad Roue­hia, let­tu­re a cura di Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li.

Dome­ni­ca 26 Novem­bre pres­so il cir­co­lo Arci Spar­was­ser (via del Pigne­to, 215 Roma) con Moni­ca Usai (Libe­ra con­tro le Mafie) Ric­car­do Nou­ry (Amne­sty Inter­na­tio­nal) e Chia­ra­stel­la Cam­pa­nel­li (il Siren­te).

Lune­dì 27 Novem­bre ore 15,30 pres­so la Sala del Con­si­glio del Dipar­ti­men­to di Stu­di Uma­ni­sti­ci dell’Uni­ver­si­tà di Roma Tre con Simo­ne Sibi­lio, Fouad Rouei­ha, mode­ra il prof. Gen­na­ro Ger­va­sio, intro­du­ce la prof. Anna Boz­zo.

Per fini­re sem­pre lune­dì 27 Novem­bre alle ore 18,30 Sel­ma Dab­ba­gh pre­sen­te­rà il suo libro pres­so il Mon­da­do­ri Book­sto­re di via Appia Nuo­va, 56 (Roma) con Anna Maria Gior­da­no (Radio Rai 3), let­tu­re a cura dell’attore Filip­po Caroz­zo, tra­du­ce Fouad Roue­hia.

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Fuori da Gaza, ma mai del tutto, ecco i sogni dei giovani palestinesi

Rashid vuole studiare a Londra, Imam viene scelta per un attacco suicida. Il romanzo di Selma Dabbagh ci svela i ragazzi della Striscia a noi sconosciuti

di Delia Vac­ca­rel­lo Glo­ba­li­st

Chi sono i gio­va­ni pale­sti­ne­si? Sia­mo in gra­do di intui­re le loro sto­rie, i sogni, il desi­de­rio di ave­re un futu­ro, le stra­te­gie mes­se in atto per rea­liz­zar­lo? For­se respi­ria­mo un’aria trop­po intri­sa di pre­giu­di­zi, for­se sia­mo tut­ti pre­si nel­la rete di una sof­fo­can­te quan­to dif­fu­sa isla­mo­fo­bia per intra­ve­de­re i pro­fi­li dei ragaz­zi del­la Stri­scia. A far­ci entra­re nel­le vite di Rashid che vuo­le anda­re a stu­dia­re a Lon­dra e di Iman, la sorel­la gemel­la, alla qua­le vie­ne pro­po­sto di far­si esplo­de­re in un attac­co sui­ci­da è Sel­ma Dab­ba­gh con il suo roman­zo “Fuo­ri da Gaza” pub­bli­ca­to e tra­dot­to dal­la casa edi­tri­ce Il Siren­te. Rashid vuo­le anda­re via, anche se lavo­ra in un cen­tro di volon­ta­ria­to, anche se cono­sce il sen­so del­la lot­ta per il suo popo­lo, è “fuo­ri”.

E’ già fuo­ri quan­do ci sono i bom­bar­da­men­ti, e lui fuma uno spi­nel­lo fat­to gra­zie a Glo­ria, la pian­ta di mari­jua­na che col­ti­va con pas­sio­ne, è fuo­ri quan­do vede nel­la sua came­ra dvd con vam­pi­ri e pol­ter­gei­st, è fuo­ri quan­do pen­sa alla ragaz­za che lo fa impaz­zi­re. E quan­do rice­ve la mail con la comu­ni­ca­zio­ne del­la bor­sa di stu­dio per l’Inghilterra sa bene che equi­va­le per lui a una scar­ce­ra­zio­ne.

Iman è den­tro. Ma qual­cu­no vuo­le che lo sia anco­ra di più. “Abbia­mo un com­pi­to per te”, le vie­ne det­to da una don­na che l’avvicina anti­ci­pan­do­le altri con­tat­ti. Vie­ne por­ta­ta a vede­re in una stan­zet­ta i gio­va­ni cor­pi del­le vit­ti­me dell’ultimo bom­bar­da­men­to, la scor­gia­mo inten­ta a osser­va­re un depliant di un cen­tro per i muti­la­ti che ha visi­ta­to mesi addie­tro. E la imma­gi­nia­mo soc­cor­re­re bam­bi­ni con mon­che­ri­ni e tubi­ci­ni in boc­ca. Han­no un fra­tel­lo mag­gio­re che sta fati­co­sa­men­te cer­can­do di scri­ve­re un sag­gio sull’Intifada e che a dif­fe­ren­za di loro ha una vita ormai tra­gi­ca­men­te segna­ta dai bom­bar­da­men­ti, non ha le gam­be e pati­sce i dolo­ri atro­ci del­le pia­ghe sul fon­do schie­na. Con una scrit­tu­ra sen­sua­le, capa­ce di modu­la­re ter­mi­ni raf­fi­na­ti e lin­guag­gio quo­ti­dia­no insie­me a un les­si­co del­la pau­ra e dell’orrore Sel­ma Dab­ba­gh scri­ve un roman­zo d’esordio illu­mi­nan­te, Guar­dian Book of the year per due anni con­se­cu­ti­vi.

La nar­ra­zio­ne di ciò che avvie­ne entro il nucleo fami­lia­re diven­ta spec­chio del­le divi­sio­ni del­la socie­tà pale­sti­ne­se e del modo diver­so di con­ce­pi­re la Resi­sten­za, mol­to influen­za­to dai diver­si approc­ci gene­ra­zio­na­li. Lo sguar­do del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se trat­teg­gia un fuo­ri che appa­re un “non luo­go” tan­to ago­gna­to quan­to irra­giun­gi­bi­le, rap­pre­sen­ta il desi­de­rio non solo di una vita nor­ma­le ma anche di allen­ta­re o dimen­ti­ca­re anche solo per un istan­te l’occupazione, qua­si diven­ta­ta ormai non solo con­di­zio­ne sto­ri­ca e poli­ti­ca dei pale­sti­ne­si ma anche esi­sten­zia­le.

Rashid rie­sce a rag­giun­ge­re il suo “fuo­ri”. Nell’anno lon­di­ne­se, con­qui­sta­to gra­zie alla bor­sa di stu­dio, lo sor­pren­dia­mo chie­der­si qua­le sia il suo dove­re nazio­na­le “strap­pa­to da qual­sia­si luo­go tran­quil­lo gli fos­se sta­to offer­to, spin­to in un mon­do con­flit­tua­le dove non ave­va spa­zio”. Dopo pochi istan­ti lo vedia­mo leg­ge­re una email del fra­tel­lo che lo ripor­ta in Pale­sti­na, che gli nar­ra del­le divi­sio­ni con una par­te dei paren­ti, dovu­te a que­stio­ni poli­ti­che, dell’organizzazione per favo­ri­re colo­ro che non han­no un appar­ta­men­to e vivo­no in ten­da, del­la nuo­va casa lascia­ta dal­la moglie di un uomo col­la­bo­ra­zio­ni­sta dove andran­no, una casa con un giar­di­no auspi­ca­bi­le per chi vive in car­roz­zi­na, dove la madre sta già alle­sten­do un orto.… Rashid è a Lon­dra ma non è a Lon­dra, ades­so che è fisi­ca­men­te “fuo­ri” non può dav­ve­ro esse­re­lo. A strat­to­nar­lo tra Inghil­ter­ra e Gaza sono email, discor­si poli­ti­ci, ma anche gli incu­bi che tur­ba­no il suo son­no. E qui il sen­so del­la nar­ra­zio­ne da sto­ri­co e antro­po­lo­gi­co si fa anche più pro­fon­do. Per quan­to si sogni e real­men­te si vada “fuo­ri”, nul­la è fuo­ri, sem­bra sug­ge­rir­ci l’autrice.

Tra den­tro e fuo­ri nes­su­na dif­fe­ren­za.

10 novem­bre 2017

Selma Dabbagh
ARRIVA IN ITALIAFUORI DA GAZA”, ROMANZO D’ESORDIO DI SELMA DABBAGH, SCRITTRICE ANGLO-PALESTINESE, PER LA TRADUZIONE DI BARBARA BENINI E EDITO DA IL SIRENTE.

Sto par­lan­do trop­po, vero? Non rie­sco pro­prio a far­mi entra­re in testa ciò che ho visto”
“Non è qual­co­sa che si pos­sa ‘far entra­re in testa’. E’ trop­po ingiu­sto per far­se­ne una ragio­ne, trop­po inca­si­na­to per sbro­gliar­lo. E se ti sfor­zi di com­pren­der­lo, se in qua­lun­que modo cer­chi una giu­sti­fi­ca­zio­ne, allo­ra sei fot­tu­ta. E noi sia­mo spac­cia­ti”

Pale­sti­na, Gaza, pri­mi anni Due­mi­la. Un gio­va­ne uomo sie­de sul tet­to del­la sua casa, di not­te, e osser­va i bom­bar­da­men­ti che scon­quas­sa­no la Stri­scia. Non occor­re mol­to tem­po per capi­re che sia­mo all’inizio del­la Secon­da Inti­fa­da, una del­le pagi­ne più buie e dolo­ro­se che la popo­la­zio­ne pale­sti­ne­se abbia vis­su­to.
E’ così che pren­de avvio “Out of it” – “Fuo­ri da Gaza” nel­la tra­du­zio­ne ita­lia­na edi­ta da Il Siren­te – roman­zo d’esordio del­la scrit­tri­ce anglo-pale­sti­ne­se Sel­ma Dab­ba­gh.

E’ CON UN VOLO IMMAGINARIO VERSO UN ALTROVE POSSIBILE CHE INIZIA IL VIAGGIO FRA LE SUE PAGINE, COMPIUTO DA UNO DEI GIOVANI PROTAGONISTI DI QUESTO PICCOLO MA STRAORDINARIO AFFRESCO NARRATIVO, CAPACE DI DISCOSTARSI DALLA TRADIZIONE LETTERARIA PALESTINESE RESTANDOVI, NEL CONTEMPO, PERFETTAMENTE ALLINTERNO.

Come in altri roman­zi è anco­ra una vol­ta una fami­glia ad esse­re espe­dien­te let­te­ra­rio e cuo­re del­la nar­ra­zio­ne, per­no di una sto­ria che si arti­co­la seguen­do­ne le dina­mi­che inti­me e pro­fon­de, in un con­te­sto tan­to dif­fi­ci­le da spie­ga­re che a vol­te – come in que­sto caso – è mol­to più effi­ca­ce non far­lo. Lascian­do piut­to­sto che sia lo sguar­do dei pro­ta­go­ni­sti – i gemel­li Rashid e Iman Muja­hed, inten­sa­men­te lega­ti eppu­re diver­si – a con­dur­re il let­to­re in un viag­gio attra­ver­so la “bana­li­tà del male” e le sue con­se­guen­ze.

E saran­no pro­prio le divi­sio­ni all’interno del­la fami­glia a far­si spec­chio del­le mede­si­me spac­ca­tu­re in seno ad una socie­tà stan­ca di asse­dio e di occu­pa­zio­ne. Attra­ver­so la sua nar­ra­zio­ne infat­ti Dab­ba­gh rie­sce a rico­strui­re in modo sem­pli­ce, ma estre­ma­men­te effi­ca­ce, le calei­do­sco­pi­che sfac­cet­ta­tu­re di una socie­tà com­ples­sa, in cui tut­to è poli­ti­co, per­si­no l’esistenza.

E, SEGUENDO GLI SCONTRI E LE INCOMPRENSIONI FAMILIARI, A RESTITUIRCI UN QUADRO SULLE DIVISIONI INTRA-PALESTINESI, SULLE DIVERSE VISIONI DELLA RESISTENZA, SPESSO DETTATE DA DISTANZE NON SOLO POLITICHE E IDEOLOGICHE, MA SOPRATTUTTO GENERAZIONALI.

Nel far­lo, Dab­ba­gh inclu­de con mae­stria ele­men­ti cen­tra­li del­la que­stio­ne pale­sti­ne­se, come la dia­spo­ra, il dirit­to al ritor­no, il dispe­ra­to ten­ta­ti­vo di costruir­si, nell’Altro­ve pos­si­bi­le, una vita nor­ma­le.

ECCO ALLORA CHE IL FUORI DA QUI DIVENTA CONDIZIONE ESISTENZIALE. IL FUORI-LUOGO, FUORI-TEMPO E FUORI-CONTESTO CHE SI FA PARADIGMA DI UNA PERENNE DIASPORA, NON SOLO GEOGRAFICA MA ANCHE INTERIORE, CHE RENDE I PROTAGONISTI OSTAGGIO DI UNA PERENNE GHURBA. E CHE RENDE LA PALESTINA NON SOLO PIÙ LUOGO OCCUPATO, MA ANCHEOSSESSIONE CHE OCCUPA”, PER DIRLA CON SUAD AMIRY.

Fuo­ri da qui non è più solo il desi­de­rio dei gio­va­ni pro­ta­go­ni­sti di usci­re dal­la Stri­scia di Gaza che li sof­fo­ca. E’ anche il modo in cui si sen­to­no, in fon­do, fuo­ri dal nuo­vo con­te­sto in cui cer­ca­no di ambien­tar­si; è il desi­de­rio di libe­rar­si del­la Pale­sti­na solo per un istan­te, sen­za poter­lo fare. Di poter par­la­re, ogni tan­to, di altro. E’ il non poter dimen­ti­ca­re chi si è, anche quan­do si è Altro­ve. E’ il ten­ta­ti­vo di eva­de­re non solo da un luo­go, ma anche dal­le pres­sio­ni socia­li, dal­le aspet­ta­ti­ve fami­lia­ri, dai ricor­di del pas­sa­to e dal peren­ne para­go­ne con esso. Un fuo­ri che acco­mu­na tut­ti: lo sono Iman e Rashid quan­do lascia­no Gaza, ma anche il loro padre, che nel vil­lag­gio pale­sti­ne­se da cui pro­vie­ne sa di non poter più fare ritor­no.

NEL TRATTEGGIARE PERSONAGGI FEMMINILI FORTISSIMI, CHE BEN RISPECCHIANO LA STORIA FONDAMENTALE DELLATTIVISMO DI GENERE IN PALESTINA, DABBAGH HA UN ULTERIORE, GRANDE MERITO. QUELLO DI AVER RACCONTATO GAZA IN MODO NUOVO E CON PAROLE NUOVE.

Attra­ver­so la voce di una gio­va­ne gene­ra­zio­ne spes­so invi­si­bi­le, di cui assai rara­men­te si scri­ve. Che sen­te il peso non solo dell’occupazione, ma soprat­tut­to del­le sue con­se­guen­ze. Quel­le più pic­co­le, inti­me ed appa­ren­te­men­te insi­gni­fi­can­ti, ma che han­no a che fare con una sfe­ra iden­ti­ta­ria e pro­fon­da. Una gene­ra­zio­ne che vor­reb­be, in fon­do, solo una vita nor­ma­le.

Con la sua nar­ra­zio­ne Sel­ma Dab­ba­gh trat­teg­gia per­so­nag­gi cre­di­bi­li con incre­di­bi­le abi­li­tà, arric­chi­ta da pic­co­li ma straor­di­na­ri par­ti­co­la­ri, desti­na­ti a rima­ne­re impres­si a lun­go. E rie­sce nell’impresa di far­ci vede­re il mon­do attra­ver­so il loro sguar­do, che si scam­bia e si alter­na, in un rac­con­to cora­le che uni­sce mol­te voci sen­za con­fon­der­le mai.

***

Si era for­ma­to un capan­nel­lo di per­so­ne intor­no a un con­ta­di­no che sta­va gri­dan­do con dei maz­zi di fio­ri in mano. Tut­ti urla­va­no con­tro la chiu­su­ra del con­fi­ne. Pro­te­sta­va­no per i fio­ri che appas­si­va­no. Per quei fio­ri che sem­bra­va­no met­te­re così seria­men­te a rischio la sicu­rez­za. Per il fat­to che sareb­be sta­ta la fine per lui. Ci avreb­be nutri­to le sue muc­che, con quei fio­ri. Li avreb­be but­ta­ti (la fol­la ama que­ste cose). No, anzi, li avreb­be rega­la­ti a tut­te le don­ne. E infat­ti alcu­ni ragaz­zi si era­no mes­si a cor­re­re in giro con i fio­ri, e Iman si era ritro­va­ta tra le brac­cia un bou­quet bagna­to, da cul­la­re come fos­se un neo­na­to. Riu­sci­va a vede­re tut­ta la sce­na, ma da una cer­ta distan­za, qua­si stes­se acca­den­do dall’altro lato di uno spes­so pan­nel­lo di ple­xi­glas spor­co, uno di quel­li die­tro cui si sede­va­no le loro guar­die. E se ne sta­va fer­ma lì, in mez­zo alla stra­da, immo­bi­le. Atten­den­do solo che quel­la cor­ti­na si alzas­se”.
(Estrat­to da “Fuo­ri da Gaza”, tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni).

 

Ceci­lia Dal­la Negra per QCO­DE­Ma­ga­zi­ne

Fuori da Gaza : Selma Dabbagh

Intervista alla scrittrice palestinese Selma Dabbagh, a Roma, ospite del Salone dell’editoria sociale, con il romanzo «Fuori da Gaza», uscito per editrice il Sirente

«Non ho avu­to biso­gno di trar­re ispi­ra­zio­ne dal­la sto­ria del­la mia fami­glia per dar vita ai Muja­hed, i pro­ta­go­ni­sti del roman­zo, per­ché ci sono espe­rien­ze dolo­ro­se come l’esilio che appar­ten­go­no a tut­te le fami­glie pale­sti­ne­si. Mio non­no veni­va da Jaf­fa, finì in pri­gio­ne più vol­te e rischiò di esse­re assas­si­na­to a cau­sa del suo impe­gno poli­ti­co. Deci­se di andar­se­ne dopo il 1948 quan­do mio padre fu col­pi­to da una gra­na­ta lan­cia­ta da un grup­po para­mi­li­ta­re ebrai­co. Fini­ro­no pri­ma in Siria, quin­di in Kuwait e infi­ne in Gran Bre­ta­gna, dove mio padre conob­be mia madre che è ingle­se. Però la Pale­sti­na non ha mai lascia­to la nostra casa, abbia­mo sem­pre par­te­ci­pa­to a mani­fe­sta­zio­ni, fat­to par­te di Ong e nel­la mia fami­glia allar­ga­ta ci sono sta­ti dei mem­bri dell’Olp».

Nata in Sco­zia nel 1970, dopo aver vis­su­to tra l’Europa e il Medio­rien­te Sel­ma Dab­ba­gh si è sta­bi­li­ta a Lon­dra dove alter­na la sua atti­vi­tà di avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni e il suo soste­gno ai movi­men­ti di soli­da­rie­tà con i pale­sti­ne­si, al suo lavo­ro di scrit­tri­ce. Suoi rac­con­ti sono com­par­si in diver­se rac­col­te, uno è sta­to adat­ta­to per la radio dal­la Bbc, men­tre Fuo­ri da Gaza, pub­bli­ca­to nel­la col­la­na Altria­ra­bi del Siren­te (tra­du­zio­ne di Bar­ba­ra Beni­ni, pp. 184, euro 15) è sta­to nomi­na­to libro dell’anno dal Guar­dian nel 2012.

Nel roman­zo è descrit­ta la vita quo­ti­dia­na di una fami­glia pale­sti­ne­se nell’inferno di Gaza, dove gio­va­ni che come Rashid e sua sorel­la Iman, che cer­che­ran­no anche di costruir­si una vita lon­ta­no dal­la guer­ra, tra il Gol­fo e Lon­dra, vedo­no le pro­prie esi­sten­ze stret­te tra i bom­bar­da­men­ti israe­lia­ni e il cre­sce­re del fon­da­men­ta­li­smo isla­mi­co. Un roman­zo che, oltre alla clau­stro­fo­bia di una cit­tà e di un mon­do sot­to asse­dio, evo­ca il desi­de­rio di liber­tà che scuo­te le nuo­ve gene­ra­zio­ni del­le socie­tà medio­rien­ta­li e che ha già ali­men­ta­to le «pri­ma­ve­re ara­be».

Il suo roman­zo sem­bra costrui­to sul­la dia­let­ti­ca che vivo­no i gio­va­ni pale­sti­ne­si che ne sono pro­ta­go­ni­sti tra il voler resta­re per lot­ta­re e le spin­te a fug­gi­re per inse­gui­re le pro­prie aspi­ra­zio­ni. Cosa resta dell’individuo e dei suoi desi­de­ri in una simi­le situa­zio­ne?
È alla ten­sio­ne tra que­sti due sen­ti­men­ti che riman­da l’idea stes­sa del libro: l’essere pron­ti a dare la pro­pria vita per la cau­sa o scap­pa­re da quei luo­ghi. Fin dal tito­lo ingle­se, Out of It, ho cer­ca­to di tene­re insie­me le due dimen­sio­ne di que­sto «fuo­ri»: da un posto fisi­co come da una dimen­sio­ne men­ta­le, o coscien­za poli­ti­ca se si vuo­le. Si trat­ta di un’esplorazione dei diver­si fat­to­ri che han­no fino a oggi spin­to le per­so­ne a rima­ne­re o ad andar­se­ne, a oppor­si al con­te­sto poli­ti­co in cui vivo­no o a disto­glie­re sem­pli­ce­men­te lo sguar­do da tut­to ciò.
In que­sto sen­so, lo spa­zio con­ces­so alla pro­pria indi­vi­dua­li­tà e ai pro­pri desi­de­ri è un tema impor­tan­tis­si­mo. Ricor­do di aver par­te­ci­pa­to a un matri­mo­nio di una fami­glia di Gaza che si svol­ge­va in Gior­da­nia subi­to dopo che gli israe­lia­ni ave­va­no ini­zia­to a bom­bar­da­re la Stri­scia. Un gio­va­ne pre­sen­te scop­piò in lacri­me, in real­tà per­ché si era lascia­to con la fidan­za­ta, e sua sorel­la si rivol­se a lui in modo bru­sco, chie­den­do­gli per­ché faces­se così e per­ché inve­ce non pian­ge­va per il suo popo­lo. Per i pale­sti­ne­si, la sen­sa­zio­ne di non poter inda­ga­re que­sto spa­zio inte­rio­re è spes­so mol­to con­cre­ta.

Ambien­ta­re il libro soprat­tut­to a Gaza ha reso espli­ci­to que­sto con­flit­to che è anche di natu­ra inte­rio­re?
Ho scel­to Gaza per­ché espri­me in modo estre­mo la situa­zio­ne che vivo­no però tut­ti i pale­sti­ne­si. Vole­vo esplo­ra­re il modo in cui il con­te­sto, poli­ti­co, la guer­ra, la vio­len­za, incom­be sul mon­do inte­rio­re di cia­scu­no. Non sta­vo cer­can­do di descri­ve­re Gaza in modo spe­ci­fi­co, quan­to piut­to­sto rac­con­ta­re lo sta­to di guer­ra, di asse­dio, la pres­sio­ne eser­ci­ta­ta sugli indi­vi­dui. Que­sta pres­sio­ne che vivo­no i per­so­nag­gi, i con­flit­ti e le ten­sio­ni in cui sono immer­si, del resto sono stru­men­ti essen­zia­li per un roman­zie­re.

Se gli inter­ro­ga­ti­vi che lo attra­ver­sa­no riguar­da­no gli indi­vi­dui, nel suo libro pre­va­le la dimen­sio­ne cora­le. Lo imma­gi­na come fos­se il roman­zo di un popo­lo?
Spe­ro che que­sto sia il risul­ta­to. Vole­vo cer­ca­re di cat­tu­ra­re diver­se dimen­sio­ni del­la vita pale­sti­ne­se che negli ulti­mi 70 anni si è fat­ta sem­pre più diver­si­fi­ca­ta. I pale­sti­ne­si sono disper­si a livel­lo inter­na­zio­na­le, si sono adat­ta­ti e ope­ra­no in diver­si pae­si e cul­tu­re. Ho scrit­to la mia tesi su tut­ti i meto­di, lega­li o meno, attra­ver­so i qua­li sono sta­ti sepa­ra­ti e divi­si. Mi sono chie­sta che cosa li legas­se anco­ra, mal­gra­do que­sta sepa­ra­zio­ne, e ho deci­so che a far­lo sia la con­sa­pe­vo­lez­za di un’ingiustizia irri­sol­ta. E ognu­no dei per­so­nag­gi del roman­zo ha una rela­zio­ne emo­ti­va diver­sa con que­sto sen­so di ingiu­sti­zia.

Dal­la madre dei pro­ta­go­ni­sti, già atti­va nel Fron­te popo­la­re, a Lana, la moglie di Sabri, uno dei figli, che face­va poli­ti­ca fin da ragaz­zi­na, fino a Iman che appa­re qua­si ten­ta­ta dal mes­sag­gio degli isla­mi­sti, quel­la che lei rac­con­ta è anche, se non soprat­tut­to, una sto­ria di don­ne…
Sareb­be sta­to dif­fi­ci­le non far­lo. Le don­ne sono sta­te coin­vol­te in ogni fase del­la lot­ta pale­sti­ne­se, fin dal­la rivol­ta ara­ba del 1936. Figu­re fem­mi­ni­li sono pre­sen­ti in tut­te le diver­se onda­te del movi­men­to, a par­ti­re da da quel perio­do. E anco­ra oggi. Non si può scri­ve­re que­sta sto­ria sen­za par­la­re del loro ruo­lo e coin­vol­gi­men­to in tut­to ciò.

inter­vi­sta di Gui­do Cal­di­ron per il Mani­fe­sto

Originale e vivida, una nuova voce piena di energia che rimette in scena la storia palestineseAhdaf Soueif

 

Definito dalla BBC Radio ‘Incendiario’, Guardian Book of the year per due anni consecutivi, Fuori da Gaza segue le vite di Rashid e Iman nel loro tentativo di costruirsi un futuro nel bel mezzo dell’occupazione, il fondamentalismo religioso e le divisioni tra le varie fazioni palestinesi. Ambientato tra Gaza, Londra e il Golfo.

Un libro che cat­tu­ra le fru­stra­zio­ni e le ener­gie del mon­do ara­bo con­tem­po­ra­neo. Scrit­to con un’incredibile uma­ni­tà e sen­so del­lo humor, dà al let­to­re la pos­si­bi­li­tà di vive­re una sto­ria di “ordi­na­ria” vita pale­sti­ne­se. Ti tra­sci­na fino all’ultima pagi­na.

Gaza è sot­to bom­bar­da­men­to israe­lia­no, sono le 8:00 di sera e Rashid sta fuman­do uno spi­nel­lo sul tet­to del­la casa di fami­glia, ha appe­na rice­vu­to una noti­zia impor­tan­te: ha vin­to una bor­sa di stu­dio per Lon­dra, la via di fuga che sta­va aspet­tan­do. Iman, la sua sorel­la gemel­la, un’attivista mol­to rispet­ta­ta per l’impegno sul cam­po, vie­ne con­tat­ta­ta dall’ala isla­mi­ca del cen­tro cul­tu­ra­le che fre­quen­ta: le pro­pon­go­no di far­si esplo­de­re in un atten­ta­to sui­ci­da… Ambien­ta­to tra Gaza, Lon­dra e il Gol­fo, “Fuo­ri da Gaza”, segue le vite di Rashid e Iman nel loro ten­ta­ti­vo di costruir­si un futu­ro nel bel mez­zo dell’occupazione, il fon­da­men­ta­li­smo reli­gio­so e le divi­sio­ni tra le varie fazio­ni pale­sti­ne­si. Scrit­to con un’incredibile uma­ni­tà e sen­so del­lo humor,“Fuori da Gaza”ripercorre le recen­ti vicen­de di un popo­lo, dan­do al let­to­re la pos­si­bi­li­tà di calar­si in una sto­ria di “ordi­na­ria” vita pale­sti­ne­se.

Sel­ma Dab­ba­gh (Dun­dee, Sco­zia, 1970) è una scrit­tri­ce bri­tan­ni­ca di padre pale­sti­ne­se e madre ingle­se. La par­te pale­sti­ne­se del­la fami­glia di Sel­ma vie­ne da Jaf­fa, dove suo non­no è sta­to arre­sta­to nume­ro­se vol­te dagli ingle­si per le sue opi­nio­ni poli­ti­che. La fami­glia fu costret­ta a lascia­re Jaf­fa nel 1948, quan­do suo padre, allo­ra un ragaz­zo di die­ci anni fu col­pi­to da una gra­na­ta get­ta­ta dai grup­pi sio­ni­sti. La fami­glia si è rifu­gia­ta in Siria per poi tra­sfe­rir­si in diver­se par­ti del mon­do. Sel­ma Dab­ba­gh ha vis­su­to in Ara­bia Sau­di­ta, Kuwait, Fran­cia e Bah­rein e ha lavo­ra­to come avvo­ca­to per i dirit­ti uma­ni a Geru­sa­lem­me, Il Cai­ro e Lon­dra. “Fuo­ri da Gaza” è il suo pri­mo e accla­ma­to roman­zo, Guar­dian Books of the year per due anni con­se­cu­ti­vi è sta­to tra­dot­to in fran­ce­se e ara­bo.

Tra­dot­to dall’inglese da Bar­ba­ra Beni­ni.