Sul senso del tradimento

The Arab | Dome­ni­ca 24 mag­gio 2009 | Elea­nor Kil­roy |

Con­ver­sa­zio­ne di Elea­nor Kil­roy, The Arab, con Nawal al Sa’dawi*

Nawal al Sa’dawi è sta­ta accu­sa­ta in Egit­to di aver tra­di­to il suo Pae­se, la sua reli­gio­ne e il suo ses­so.
Nel libro “Cam­mi­na­re nel Fuo­co”, il suo lavo­ro auto­bio­gra­fi­co, la scrit­tri­ce nar­ra il trau­ma che col­pì il suo pri­mo mari­to, di ritor­no dal­la guer­ra del Cana­le di Suez nel 1956. Un trau­ma che, secon­do Nawal, ebbe ori­gi­ne nel sen­so di tra­di­men­to vis­su­to dall’uomo nel suo rap­por­to con la “san­ta tri­ni­tà”: Nazio­ne, Dio, Fede.
Ave­va fede nel gover­no egi­zia­no, quan­do que­sti ini­ziò ad arruo­la­re gli stu­den­ti naïfs ed idea­li­sti come lui, quan­do dice­va loro “Anda­te sul cana­le e com­bat­te­te”… I ragaz­zi anda­ro­no, fece­ro la guer­ra, quel­li che tor­na­ro­no furo­no arre­sta­ti ed esi­lia­ti. Mio mari­to ebbe un crol­lo psi­co­lo­gi­co, comin­ciò a pren­de­re dro­ga, diven­ne un dro­ga­to.”.
Nel­la sua ope­ra ricor­re con­ti­nua­men­te la nozio­ne di tra­di­men­to”, le ho det­to incon­tran­do­la, avan­zan­do l’ipotesi che la pri­ma cosa da respin­ge­re è innan­zi­tut­to l’idea che per “sen­tir­si tra­di­ti” si deb­ba pos­se­de­re una fede irra­zio­na­le. Sa’dawi mi ha cor­ret­ta: “Tal­vol­ta si trat­ta di ingan­no.”.
Chi ci leg­ge potreb­be tro­va­re nuo­ve liber­tà nel­la vul­ne­ra­bi­li­tà cono­sciu­ta di Nawal Sa’dawi; una vul­ne­ra­bi­li­tà pre­sen­te in tut­ta la sua scrit­tu­ra, tra­ver­sa­ta allo stes­so modo da pas­sio­ne e rab­bia, ma che può esse­re facil­men­te dimen­ti­ca­ta quan­do ci si tro­va di fron­te ad una per­so­na dura, e for­te.
Sta­va lì, in pie­di, con le spal­le leg­ger­men­te cur­va­te, la sua pel­le color mar­ro­ne come il limo por­ta­to giù dal Nilo, i suoi capel­li color bian­co neve, fol­ti, lun­go tut­ta la testa…”, così Nawal scri­ve di se stes­sa nel capi­to­lo che apre “Cam­mi­na­re nel fuo­co”.
Era il 1993, e la scrit­tri­ce era scap­pa­ta dal­la sua cit­tà nata­le, Cai­ro, dopo che il suo nome era com­par­so sul­la lista del­la mor­te di un movi­men­to fon­da­men­ta­li­sta.
Ades­so, 16 anni dopo, Nawal sta di fron­te a me, ed appa­re solo un po’ più cur­va.
L’autrice di mol­te ope­re, tra fic­tion e non, ha accet­ta­to un’intervista con il gior­na­le The Arab nel­la Libre­ria Hou­smans (a Lon­dra, ndt), spe­cia­liz­za­ta in “libri e perio­di­ci di idee radi­ca­li e poli­ti­ca pro­gres­si­sta”.
Sul­la stam­pa, la scrit­tri­ce egi­zia­na è nor­mal­men­te defi­ni­ta “la più con­tro­ver­sa autri­ce fem­mi­ni­sta egi­zia­na”, ma io, inve­ce di per­cor­re­re que­sto trac­cia­to, ini­zio con il doman­dar­le cosa ren­de così radi­ca­li le sue idee e le sue azio­ni.
Atea, apo­sta­ta, paz­za, don­na che odia gli uomi­ni: gli ara­bi e tut­ti colo­ro che la cri­ti­ca­no non usa­no infat­ti mez­ze paro­le, e uti­liz­za­no qua­lun­que insul­to a dispo­si­zio­ne (anche “don­na che va con­tro il suo pro­prio ses­so”, in un libro omo­ni­mo di Geor­ges Tara­bi­shi).
Lei rima­ne fer­ma e immo­bi­le, come davan­ti ai suoi per­so­nag­gi assas­si­ni, il dot­to­re, lo psi­chia­tra, lo scrit­to­re…, ben con­sa­pe­vo­le dei limi­ti che il cor­po e la men­te pos­so­no sop­por­ta­re.
Nel capi­to­lo tito­la­to “Quel­lo che è sop­pres­so ritor­na sem­pre” di “Cam­mi­na­re nel fuo­co”, Nawal nar­ra come una gio­va­ne dot­to­res­sa di un vil­lag­gio, lei stes­sa, pro­vò ad impe­di­re che una pazien­te di 17 anni, Masou­da, venis­se riaf­fi­da­ta al mari­to, un uomo mol­to più anzia­no, che l’aveva vio­len­ta­ta per cin­que anni. Un ope­ra­to­re social’e del vil­lag­gio ordi­nò inve­ce alla ragaz­za di ritor­na­re a casa, denun­cian­do la Saa­da­wi alle Auto­ri­tà loca­li per­ché ave­va com­mes­so “un’azione di man­can­za di rispet­to per i valo­ri mora­li ed i costu­mi del­la nostra socie­tà” e per aver inci­ta­to “le don­ne a ribel­lar­si alla Leg­ge divi­na dell’Islam”.
Una set­ti­ma­na dopo Masou­da si lasciò sof­fo­ca­re.
Ci sono mol­te for­me di cru­del­tà — la stes­sa Sa’dawi par­la altro­ve di “stu­pro eco­no­mi­co” -, ma l’idea che la fedel­tà a ciò che è cono­sciu­to come inno­cua cre­den­za spi­ri­tua­le pre­val­ga sul­le nostre respon­sa­bi­li­tà ver­so la salu­te del cor­po e del­la men­te, è una del­le idee più peri­co­lo­se del gior­no d’oggi.
“Vivia­mo tut­ti sot­to una sola reli­gio­ne e una sola cul­tu­ra”, dice Nawal ai qua­ran­ta ascol­ta­to­ri arri­va­ti alla libre­ria per ascol­tar­la, “il Patriar­ca­to Capi­ta­li­sta”.
Poi vie­ne la doman­da che ho temu­to sin dall’inizio. Chie­de una gio­va­ne don­na: “Non pen­sa che la sua scrit­tu­ra inco­rag­gi chi è con­tro l’Islam, e sof­fi sul fuo­co dell’intolleranza con­tro gli immi­gra­ti?”.
Mol­ti intel­let­tua­li di sini­stra potreb­be­ro irri­tar­si per un’accusa impli­ci­ta come que­sta, ma non la Sa’dawi che rispon­de edu­ca­ta­men­te “Sono con­tro la paro­la tra­di­men­to. Abbia­mo per­so la capa­ci­tà di cri­ti­ca per­ché abbia­mo pau­ra di esse­re accu­sa­ti di tra­di­men­to.”.
La ragaz­za insi­ste, “guar­di il modo in cui le don­ne musul­ma­ne sono trat­ta­te in Fran­cia, si proi­bi­sce loro di indos­sa­re il velo.”.
Sa’dawi spie­ga, “…si può sfi­da­re il colo­nia­li­smo affi­dan­do­si solo al velo? Non sareb­be più impor­tan­te orga­niz­za­re i grup­pi degli immi­gra­ti e con­tra­sta­re le poli­ti­che gover­na­ti­ve discri­mi­na­to­rie? È chia­ro che non si può cri­ti­ca­re solo l’Islam, quan­do ciò avvie­ne sia­mo di fron­te ad un movi­men­to solo poli­ti­co…”., tut­te le reli­gio­ni o le ideo­lo­gie, per­si­no l’anti-imperialismo in alcu­ne del­le sue sfac­cet­ta­tu­re, chie­do­no sacri­fi­ci, sino al san­gue.
Non è comu­ne che una comu­ni­tà di appar­te­nen­za par­li di scrit­tri­ci che l’hanno descrit­ta in modo poco lusin­ghie­ro: pau­ro­sa di tra­di­re un’identità etni­ca o reli­gio­sa, si sen­te sot­to accu­sa a tal pun­to da sot­to­por­re la scrit­tri­ce alle cri­ti­che più ven­di­ca­ti­ve, ritraen­do­la come una tra­di­tri­ce.
Que­stio­ne di malin­te­si o di per­di­ta di vista del moti­vo per cui com­bat­to­no, la bra­va gen­te rima­ne così invo­lon­ta­ria­men­te imbri­glia­ta nel­le brut­te que­stio­ni poli­ti­che dell’identità.
In “Cam­mi­na­re nel Fuo­co”, appa­re chia­ro che la stes­sa Sa’dawi è fede­le ad un’idea: che il sin­go­lo indi­vi­duo, sia egli uomo o don­na, deb­ba pren­de­re coscien­za del suo cor­po e del­la sua vita. Una con­sa­pe­vo­lez­za mol­to più impor­tan­te di qual­sia­si que­stio­ne etni­ca, reli­gio­sa, di iden­ti­tà di gene­re e di affi­lia­zio­ne poli­ti­ca, per­ché l’unica cosa che ci uni­sce è il fat­to di esse­re.
“Sia­mo cre­sciu­ti in modo distor­to, men­tal­men­te e fisi­ca­men­te; loro non ci han­no solo taglia­to i nostri geni­ta­li, la socie­tà ha cir­con­ci­so i nostri cer­vel­li con la reli­gio­ne, la scien­za e la poli­ti­ca, in que­sto modo abbia­mo per­so la nostra abi­li­tà ad esse­re crea­ti­ve, ad ave­re un’ampia visio­ne di noi stes­se e del mon­do..
In tut­ti i miei libri emer­ge chia­ra­men­te che sono una dot­to­res­sa, par­lo di pro­ble­mi fisi­ci, ma non solo; par­lo anche di eco­no­mia, reli­gio­ne, sto­ria, antro­po­lo­gia e poli­ti­ca. Sono una psi­chia­tra e par­lo di malat­tia men­ta­le.
Tut­ti noi rice­via­mo cono­scen­ze fram­men­ta­te sul fisi­co e la men­te come enti­tà sepa­ra­te, ed anche que­sta è un’idea reli­gio­sa, la frat­tu­ra tra il cor­po e la men­te è una cosa total­men­te inna­tu­ra­le. Quan­do scri­vo, io scri­vo con entram­bi, il cor­po e la men­te”..
È que­sta sen­si­bi­li­tà del fisi­co intrec­cia­ta alla vul­ne­ra­bi­li­tà del­la men­te che la spin­ge a cri­ti­ca­re aper­ta­men­te le accu­se dei col­le­ghi, le san­zio­ni del gover­no e le minac­ce di mor­te degli estre­mi­sti isla­mi­ci.
Sem­pre in “Cam­mi­na­re nel fuo­co”, penul­ti­mo capi­to­lo “Una rivo­lu­zio­ne abor­ti­ta”, la scrit­tri­ce rac­con­ta di come, nell’estate del 1968, dopo che l’Egitto vie­ne scon­fit­to da Israe­le nel­la guer­ra del 1967, lei deci­da di far par­te di un grup­po di medi­ci volon­ta­ri invia­ti nei cam­pi dei pro­fu­ghi pale­sti­ne­si in Gior­da­nia. Una vol­ta lì, si spo­sta in ambu­lan­za per aiu­ta­re i feri­ti.
Una not­te l’ambulanza sal­va un com­bat­ten­te del­la guer­ri­glia seria­men­te feri­to. Tre mesi dopo, Nawal Sa’dawi lo vede cam­mi­na­re su una sedia a rotel­le.
Ave­va per­so entram­be le gam­be ed un brac­cio, era solo un tron­co”.
Duran­te la sua ulti­ma not­te nel cam­po, va ad incon­tra­re il com­bat­ten­te, di nome Ghas­san, che la aspet­ta sul­la sua sedia a rotel­le, fuo­ri la ten­da. È mori­bon­do, par­la aper­ta­men­te alla “dot­to­res­sa”, le rac­con­ta i suoi desi­de­ri, vie­ne fuo­ri la sua con­sa­pe­vo­lez­za su come la socie­tà trat­ta i più debo­li:
Tut­ti quei cor­pi lascia­ti nel­le ten­de, sono pove­ri ragaz­zi come me. Non han­no nul­la, solo i loro cor­pi. Ma in real­tà non pos­seg­go­no nean­che quel­li, i loro cor­pi appar­ten­go­no ai capi, feto­re di mor­te com­pre­so.
Un gior­no la diri­gen­za ha deci­so di apri­re un fasci­co­lo su me, ero ormai con­si­de­ra­to un vete­ra­no han­di­cap­pa­to gra­ve, una sor­ta di men­di­can­te o non so cosa, dal momen­to che ho dovu­to rac­co­glie­re quel­lo che gli altri but­ta­va­no via per nutrir­mi. Solo se veni­va un’importante per­so­na­li­tà a far­ci visi­ta, ci radu­na­va­no tut­ti insie­me in un luo­go spaz­za­to e puli­to, con le ban­die­re e gli stri­scio­ni. Inve­ce di esse­re l’orgoglio del­la nostra Nazione…sono diven­ta­to un moti­vo di ver­go­gna, una mac­chia sul­la nostra repu­ta­zio­ne che dove­va esse­re occul­ta­ta o nasco­sta
.”.
Ghas­san rac­con­ta la sua sto­ria rivol­gen­do­si in pri­ma per­so­na all’ascoltatrice “don­na”:
la pri­ma paro­la d’insulto che hai ascol­ta­to nel­la tua vita è o non é sta­ta “mara”?… I miei nemi­ci han­no fat­to a pez­zi il mio cor­po, ma per me è sta­to meno dolo­ro­so di que­sto insul­to che gli altri mi han­no spu­ta­to addos­so”.
La paro­la “mara” in ara­bo col­lo­quia­le signi­fi­ca “don­na” ma, a dif­fe­ren­za del ter­mi­ne clas­si­co “mara’a”, vie­ne uti­liz­za­ta in sen­so dispre­gia­ti­vo per defi­ni­re una don­na con­si­de­ra­ta inu­ti­le, un peso per la socie­tà.
Nel­la sua nar­ra­ti­va, Sa’dawi osser­va e regi­stra scru­po­lo­sa­men­te le feri­te fisi­che così come le diver­se mani­fe­sta­zio­ni del tor­men­to men­ta­le, assol­ve poche per­so­ne ma ne accu­sa tan­te: il Pote­re e colo­ro che, per igno­ran­za e ser­vi­li­smo, si sono resi com­pli­ci del­la sof­fe­ren­za del­le fasce più fra­gi­li del­le loro socie­tà.
Nel­la sua rela­zio­ne medi­ca su Masou­da, scri­ve che la sua gio­va­ne pazien­te ave­va ripor­ta­to gra­vi lesio­ni ana­li a cau­sa del­lo stu­pro ripe­tu­to da par­te di un uomo adul­to. Aggiun­ge che “la ragaz­za non ha tro­va­to alcu­na via d’uscita se non la malat­tia men­ta­le.”.
Chie­do alla scrit­tri­ce: come si può per­do­na­re chi, come nel caso di Masou­da, si appel­la alle leg­gi divi­ne per giu­sti­fi­ca­re la resti­tu­zio­ne del­la vit­ti­ma al suo aggres­so­re?
Repli­ca,: “la mia rab­bia è sem­pre inca­na­la­ta nel­la scrit­tu­ra crea­ti­va, non sono una per­so­na adi­ra­ta tout court.”. “Sono una don­na sorridente,felice; mol­te per­so­ne quan­do mi incon­tra­no riman­go­no stu­pi­te per­ché pen­sa­va­no di tro­va­re una “fem­mi­ni­sta arrab­bia­ta”! Tut­te le mie rab­bie si river­sa­no nel mio lavo­ro, sono pub­bli­che, ed è un segno ester­no impor­tan­te per­ché mol­te don­ne han­no pau­ra di mostrar­le, que­ste rab­bie. Alcu­ne le diri­go­no ver­so se stes­se, svi­lup­pa­no depres­sio­ne e nevro­si.
La rab­bia è inve­ce un’emozione mol­to posi­ti­va, anche gli ani­ma­li si arrab­bia­no se stan­no lot­tan­do; alla ste­sa sana manie­ra, gli esse­ri uma­ni si arrab­bia­no quan­do ven­go­no pic­chia­ti, quan­do sono espo­sti all’oppressione o all’ingiustizia.
Il pun­to è come le don­ne usa­no la loro rab­bia, con­tro se stes­se? Con­tro il mari­to? Voglio­no ucci­der­lo inve­ce che divor­zia­re? Ma per­ché? Pri­ma divor­zio, e poi recla­mo la mia vita! Io sono con­tro l’omicidio, a meno che tu non ucci­da come il per­so­nag­gio Fir­daus. La don­na a Pun­to Zero, che difen­de la sua vita.
I miei scrit­ti sono una pro­te­sta con­tro Dio, la reli­gio­ne e la spi­ri­tua­li­tà, che non libe­ra le don­ne ma aumen­ta sol­tan­to la loro oppres­sio­ne.”.
Nawal Sa’dawi ricor­da che quan­do era una bam­bi­na che anda­va a scuo­la, nell’Egitto a caval­lo tra gli Anni Trenta/Quaranta, le su due miglio­ri ami­che era­no una bam­bi­na ebrea ed una cri­stia­na.
L’insegnante le sepa­rò per l’educazione reli­gio­sa, e in clas­se ven­ne det­to a cia­scu­na di stu­dia­re sul pro­prio Libro sacro; lei, inol­tre, ven­ne ammo­ni­ta a non toc­ca­re il cibo “spor­co” del­le altre. Nawal ricor­da di esse­re rima­sta scon­vol­ta, inca­pa­ce di capi­re il moti­vo per cui era sta­ta sepa­ra­ta dal­le sue ami­che. Da adul­ta, rac­con­ta ades­so, “ho pas­sa­to die­ci anni a stu­dia­re i Testi del­le prin­ci­pa­li reli­gio­ni, i libri che mala­men­te stru­men­ta­liz­za­ti pos­so­no por­ta­re gli uni ad odia­re gli altri, pie­ni di con­trad­di­zio­ni basa­te sull’idea del pec­ca­to…”.
“Abbia­mo rice­vu­to una cat­ti­va edu­ca­zio­ne a scuo­la e all’università, diven­tia­mo buo­ni stu­den­ti igno­ran­ti del mon­do; occor­re che cia­scu­no rimet­ta in discus­sio­ne il far­del­lo di istru­zio­ne che si por­ta den­tro.”.
Nawal al Sa’dawi ci spro­na a fare più col­le­ga­men­ti: tra poli­ti­ca, clas­se, reli­gio­ne, vio­len­za ses­sua­le e dipen­den­za eco­no­mi­ca del­le don­ne; tra leg­gi che lega­liz­za­no lo stu­pro e guer­re neo-colo­nia­li; tra patriar­ca­to, mono­ga­mia, nome del padre e muti­la­zio­ni geni­ta­li fem­mi­ni­li.
La sua ulti­ma novel­la, Zay­nab, è dedi­ca­ta e por­ta il nome del­la madre, ne rac­con­ta la vita, ma gli edi­to­ri ara­bi han­no avu­to trop­po pau­ra di pub­bli­car­lo: “Abbia­mo per­so il nostro sen­so comu­ne”, com­men­ta l’autrice con tri­stez­za.
Zed Books ha recen­te­men­te ripub­bli­ca­to quat­tro libri di Nawal sl Sa’dawi, “Wal­king Throu­gh Fire”, “A Daughter of Isis”, “Cir­cling Song” e “Sear­ching”.

* Inter­vi­sta ori­gi­na­le pub­bli­ca­ta su “The Arab”, ripre­sa e invia­ta da “Women lin­ving under muslim laws”, tra­du­zio­ne per women a cura del­la reda­zio­ne

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