Tassinari al Cairo

ALIBI ONLINE – Lunedì 16 febbraio 2009
di Saul Stucchi

Chi scrive ha una qualche esperienza come utente delle auto pubbliche cairote. E ha ritrovato tutto l’universo che ruota attorno ai taxi della capitale egiziana nell’effervescente libro di Khaled Al Khamissi, intitolato Taxi. Le strade del Cairo si raccontano (editrice Il Sirente). Di pagina in pagina sono riemersi i ricordi dei viaggi su quegli aggeggi scassati a quattro ruote che per carità di patria e inesauribile orgoglio professionale gli autisti continuano a chiamare taxi. Come quella volta che volevo andare alle Piramidi per assistere allo spettacolo Son et lumières (boicottato da molti che lo giudicano l’apoteosi del kitsch per i turisti en masse, ma di grande fascino per me) e non c’era verso di far capire al tassista che la meta era la Sfinge. In inglese, francese e tantomeno in italiano la parola sfinge non gli diceva niente. Ma non si dava per vinto e continuava a fermarsi a chiedere informazioni ai passanti finché non incrociammo un giovane che conosceva l’inglese e che tradusse l’enigmatico (ça va sans dire) termine con l’illuminante Abu el Houl ovvero “padre del terrore”. Un’altra volta ci capitò – si era in viaggio di nozze, provenienti dalla Libia – un tassista nevrotico che ci spillò più soldi di quelli pattuiti all’inizio, con la scusa che era uscito dalla sua zona e che la macchina aveva bisogno di riparazioni. Beh, in effetti la seconda non era una scusa: era una lapalissiana verità.
Al Khamissi invece non si sofferma, se non di passaggio, su questi dettagli tecnici. È più interessato alla storia che l’autista per finirà per raccontargli, a volte sollecitato da lui stesso, a volte di sua spontanea volontà quando magari l’autore avrebbe voluto rilassarsi durante il tragitto. Pia illusione del resto, un po’ per il traffico cairota per il quale la definizione di caotico è solo un eufemismo (la maggior parte delle volte le auto restano immobili in interminabili code), un po’ per il piacere di raccontare e ascoltare che accomuna l’autore e i vari protagonisti del libro, organizzato in brevi e gustosi racconti. Ma spesso il tema della narrazione è tutt’altro che leggero. Anzi, quasi sempre fa da sfondo al racconto l’indigenza di chi guida l’auto, povertà che fa da specchio a quella dell’intero paese, da cui sfugge solo la nomenclatura e una strettissima cerchia di ricchi. In molte occasioni sorge spontaneo paragonare la situazione egiziana a quella nostrana e la soluzione di utilizzare il dialetto napoletano o il romanesco per rendere le inflessioni locali dell’arabo amplifica questo effetto di avvicinamento. I tassisti di Al Khamissi raccontano storie di ordinaria burocrazia e di altrettanto ordinari soprusi, di giri a vuoto, di code estenuanti, di tangenti per superare un esame e ottenere il rinnovo della patente. È un tuffo nella quotidianità del Cairo e della sua gente, un viaggio nelle sue paure e nei suoi sogni (come quello del tassista che vorrebbe andare con la sua auto fino in Sudafrica per assistere ai prossimi mondiali di calcio, ignaro che non esiste una strada di collegamento tra l’Egitto e il Sudan, figurarsi attraversare il continente da nord a sud…); è un’analisi spietata del ruolo del presidente Mubarak, dei politici e della polizia, sempre pronta a multare gli ipertartassati tassisti. Emergono però anche inaspettati spiragli di tranquillità in questa megalopoli ipertrofica, come nel racconto del cristiano che ritrova la pace pescando nel Nilo o in quello del tassista amante della cultura e degli animali che si è creato un giardino-paradiso a casa.
Chiudo con un altro ricordo personale. La sconsolata ammissione “e comunque nessuno ci umilia meglio del nostro paese” (p. 28) mi ha fatto tornare alla mente la celebre sentenza di Flaiano che raccontai alla nostra guida mentre eravamo bloccati nel traffico dalle parti di Midan el Tahrir (Piazza della Liberazione): la peggiore dominazione subita dall’Italia è quella italiana.
Consoliamoci quindi con le storie dei tassisti del Cairo per dimenticare, almeno per un po’, le disavventure con i nostri.

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