TAXI di Khaled Al Khamissi5′ di lettura

Scrit­ti d’Africa — Dome­ni­ca 1 feb­bra­io 2009
di Giu­lia De Martino

Due paro­le sul­la col­la­na in cui com­pa­re que­sto tito­lo: si chia­ma “Altria­ra­bi” e pub­bli­ca testi di arti­sti che si affac­cia­no sul­la spon­da meri­dio­na­le del Medi­ter­ra­neo, dis­so­nan­ti dal­le rap­pre­sen­ta­zio­ni ste­reo­ti­pa­te e spes­so cari­ca­tu­ra­li con cui i media occi­den­ta­li spes­so iden­ti­fi­ca­no gli abi­tan­ti di que­ste aree.
Il libro di Kha­mis­si ha ven­du­to in Egit­to cir­ca cen­to­mi­la copie, egua­glian­do il suc­ces­so edi­to­ria­le di PALAZZO YACOUBIAN di Al Alswa­ni, in un pae­se dove ven­de­re 5000 copie pro­du­ce nor­mal­men­te un best-sel­ler. Per di più, gra­zie alla pro­mo­zio­ne dell’autore, mol­to abi­le a muo­ver­si negli ambien­ti let­te­ra­ri ed acca­de­mi­ci euro­pei, data la sua for­ma­zio­ne cul­tu­ra­le in Euro­pa, cono­sce inces­san­te­men­te nuo­ve tra­du­zio­ni. Cosa ha di tan­to spe­cia­le? Innan­zi­tut­to la lin­gua in cui è scrit­to e poi il sog­get­to: i “tas­si­na­ri” del­la capi­ta­le che si espri­mo­no, sen­za peli sul­la lin­gua, sul­la mag­gio­ran­za degli aspet­ti del­la vita quo­ti­dia­na e non in Egitto.
Il testo non è un roman­zo, ma nem­me­no una inchie­sta gior­na­li­sti­ca tout court: infat­ti rie­la­bo­ra il mate­ria­le di ascol­to e di scam­bio uma­no, avu­ti dall’autore con cen­ti­na­ia di tas­si­sti del Cai­ro, in 58 sce­net­te dia­lo­ga­te, di stam­po qua­si tea­tra­le, cuci­te da alcu­ne sue opi­nio­ni o spie­ga­zio­ni atte a gusta­re meglio il libro. L’autore sce­glie di far par­la­re i tas­si­sti nel­la loro lin­gua natu­ra­le, il dia­let­to ara­bo egi­zia­no, rele­gan­do l’arabo stan­dard a quel­le par­ti che con­te­stua­liz­za­no i diver­si rac­con­ti­ni; sic­co­me il testo è com­po­sto all’80% di dia­lo­ghi, ecco che si può dire che è scrit­to qua­si inte­ra­men­te in quel dia­let­to che è la lin­gua vera e viva in cui si espri­mo­no tut­ti quotidianamente.
Que­sto, natu­ral­men­te, pro­du­ce dei pro­ble­mi di resa in tra­du­zio­ne, bril­lan­te­men­te supe­ra­ti da Erne­sto Paga­no, che a vol­te pre­sta agli auti­sti di taxi accen­ti ed espres­sio­ni meri­dio­na­li ita­lia­ne, roma­ne o emi­lia­ne, quel tan­to che basta per non pro­dur­re un effet­to di stra­nia­men­to ed allon­ta­na­re il let­to­re dal­la real­tà cai­ro­ta. Ne vie­ne fuo­ri un ritrat­to indi­men­ti­ca­bi­le di que­sta cit­tà di cir­ca 18 milio­ni di abi­tan­ti, per­cor­sa inces­san­te­men­te da più di 80.000 tas­si­sti, a vol­te per 18 ore al gior­no, in un traf­fi­co cao­ti­co di mac­chi­ne auto­bus, metro­po­li­ta­ne, car­ret­ti e pedo­ni, in un ambien­te inqui­na­to e sof­fo­can­te, dal rumo­re assor­dan­te. Leg­ge­re que­sto libro è meglio di mol­ti trat­ta­ti socio­lo­gi­ci o antro­po­lo­gi­ci sul­la socie­tà egi­zia­na: ci con­se­gna imme­dia­ta­men­te una uma­ni­tà pazien­te sì, ma che non ne può più di cor­ru­zio­ne ammi­ni­stra­ti­va e del­la poli­zia, di una ele­fan­tia­ca buro­cra­zia, di man­can­za di demo­cra­zia e di liber­tà, in una paro­la, dell’onnipotente Muba­rak. Sem­bra che l’ultimo spa­zio di liber­tà espres­si­va sia rap­pre­sen­ta­to dal­la stra­da, dove il cit­ta­di­no comu­ne rie­sce a cata­liz­za­re il mal­con­ten­to sul gover­no, sul­le sue scel­te poli­ti­che ame­ri­ca­neg­gian­ti, sul­le scel­te eco­no­mi­che che stan­no met­ten­do in ginoc­chio il pae­se. Il pano­ra­ma dei tas­si­sti col­ti da Kha­mis­si è quan­to mai vario: ci sono sogna­to­ri e misti­ci, fana­ti­ci reli­gio­si e miso­gi­ni incal­li­ti, mala­ti di por­no­gra­fia, pro­fes­so­ri e stu­den­ti disoc­cu­pa­ti, truf­fa­to­ri, immi­gra­ti dal sud, atto­ri a spas­so e gen­te rovi­na­ta da spe­cu­la­zio­ni azzar­da­te per la por­ta­ta rea­le del­le loro tasche. Il tut­to ci dice che fare il tas­si­sta è diven­ta­to il mestie­re di chi non ha più occu­pa­zio­ne, un modo di sbar­ca­re il luna­rio. Le loro opi­nio­ni, ma anche le loro bar­zel­let­te, ci dan­no uno spac­ca­to del pen­sie­ro non del­le élites intel­let­tua­li ma degli stra­ti popo­la­ri e pove­ri dell’intera socie­tà egiziana.
Ci sono degli esem­pi diver­ten­ti e altri tri­sti e inquie­tan­ti: citia­mo l’episodio in cui si par­la del­la leg­ge che ha libe­ra­liz­za­to le licen­ze di taxi, pro­du­cen­do una quan­ti­tà abnor­me di auti­sti, ves­sa­ti da dispo­si­zio­ni assur­de, come quel­la sul­le cin­tu­re di sicu­rez­za. Si sco­pre che il gover­no egi­zia­no le ha intro­dot­te come beni di lus­so sui vei­co­li impor­ta­ti, facen­do paga­re alti dazi doga­na­li. Que­sto ha indot­to la mag­gio­ran­za ad eli­mi­nar­le per non paga­re costi sala­ti, ma poi sono sta­te rese obbli­ga­to­rie e i tas­si­sti sono sta­ti costret­ti a rein­stal­lar­le, a pro­prie spe­se: ovvia­men­te mol­ti lo han­no fat­to solo per fin­ta e quin­di non fun­zio­na­no, con i risul­ta­ti ovvi di inci­den­ti , il che ci dice qual­co­sa anche di casa nostra.
Alcu­ni tas­si­sti si espri­mo­no sul­lo sta­to bas­sis­si­mo del­la istru­zio­ne pub­bli­ca: i bam­bi­ni impa­ra­no a mala­pe­na a leg­ge­re, costrin­gen­do mol­ti geni­to­ri a spen­de­re per lezio­ni pri­va­te pur di far impa­ra­re qual­co­sa ai figli. Ecco allo­ra la tro­va­ta genia­le di un tas­si­sta: non man­da i figli a scuo­la così met­te da par­te i sol­di che avreb­be spe­so per l’istruzione, giu­di­ca­ta ormai inu­ti­le, da uti­liz­za­re alla mag­gio­re età dei figli per apri­re una atti­vi­tà di ven­di­ta o un nuo­vo taxi… L’importante è fare sol­di, a scuo­la tan­to si impa­ra solo l’inno nazio­na­le e le scioc­chez­ze che Muba­rak vuo­le si tra­smet­ta­no ai ragaz­zi, futu­ro del paese.
Ma c’è anche spa­zio per la guer­ra in Iraq, per i Fra­tel­li musul­ma­ni, per le con­di­zio­ni sani­ta­rie del Said sot­to­svi­lup­pa­to e anche per un tas­si­sta con­tem­pla­ti­vo: “da 30 anni divi­do la mia gior­na­ta in 3 par­ti: nel­la pri­ma lavo­ro, nel­la secon­da sto con mia moglie e i miei figli e nel­la ter­za vado a pesca­re sul Nilo. Vado a lava­re il mio spi­ri­to, il mio cor­po e i miei occhi. E sul­la super­fi­cie del Nilo leg­go le paro­la di Dio […] Se ognu­no di noi, in que­sto pae­se, si fer­mas­se a guar­da­re la super­fi­cie dell’acqua […] non ci sareb­be­ro né cor­ru­zio­ne né maz­zet­te […] ogni vol­ta che fini­sco il tur­no ho pau­ra per i miei figli, pau­ra del futu­ro […] quan­do però fini­sco di pesca­re, mi sen­to pie­no di spe­ran­za per il doma­ni e fidu­cia che ogni cosa andrà per il meglio”. La socie­tà egi­zia­na a bor­do di un taxi, tito­la una recen­sio­ne dedi­ca­ta a que­sto libro, quan­to mai appropriata.

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